La Moldava

Di questi tempi la sento suonare spesso.

La Moldava, il mio primo racconto

di musica e parole.

Un pomeriggio d’autunno

le dita sui tasti di un magnetofono

carta e penna

il tavolo di cucina

la schiena di mia madre.

Ho cercato invano un quaderno

nella polvere

impresa ardua, forse impossibile

trovare ciò che si cerca.

Oggi più che mai

avrei voluto rileggere di quel fiume

delle sorgenti, i chiari di luna

le ninfe danzanti

la caccia, la festa

il maestoso approdo.

Forse avevo fatto un disegno.

Idea di un professore di musica

uomo gentile.

C’era passione nella sua voce

e nel giudizio. Farà il critico musicale!

Gli occhi di mia madre.

E invece.

La musica, le parole.

Al più scrivo ciò che vedo

ciò che ricordo.

Meglio di niente.

[P.B., 24/5/2020]

Pugni chiusi

Same Deep Water As you

“Same Deep Water As You” – foto: S.G., lapoetessarossa

ti avevo mentito
prima, al telefono
ero tornato indietro
non so più dove
non dove dovevo.

lei era accorsa in fretta
dalla collina.
salutato tutti
mi aspettava
china sopra il volante.

dentro di me pioveva.
non faticai a trovarla
nel buio del parcheggio.
venne lei da me
salì sulla nostra macchina.

la ubriacai di parole
i suoi occhi due lacci
cui continuavo sfuggire.
fino a quando i suoi pugni chiusi
decretarono il prezzo
di due labbra straniere.

Rispondo così alla precedente di Silvia, “If Only Tonight” in un piacevolissimo gioco di eco e rimandi, reciproche contaminazioni. Lo faccio con parole mie ed evocando altre note (ah, la musica!), forse più remote, tribali, ma dello stesso timbro, della stessa pelle, di artisti che adoro (The Cure).

Bongo Bong

il nostro tempo era agli sgoccioli
alcuni di noi erano già stati presi
erano dentro il meccanismo
ma ci sentivamo ancora apprendisti
inquilini in affitto.

non avevamo progetti, in fondo
eravamo quelli che siamo
ma non lo sapevamo.
ci conoscevamo appena.

con lei era la prima volta.
i suoi modi anarchici
io, un bravo ragazzo.
girovagammo al buio fino a Venaria
sulle note di una canzone
je ne t’aime plus, tous les jours…

ricordo bene quegli attimi
la sua erre moscia
l’eleganza negata
la voglia di godere
di essere liberi.
i racconti di sesso
il piercing alla vagina
e le nostre mani che, addormentati
si sfioravano appena.

[un grazie a Flavio Almerighi per avermi ispirato]

Reiko

“Noi due soli in una camera chiusa a chiave, isolati da tutto il resto del mondo. Dalla folla della città notturna, dalle parole d’amore, dalle liti e dalle dispute, dalle insegne al neon, dalle vibrazioni della danza delle discoteche, dagli sguardi fuggevoli e dagli ammiccamenti, dalle prostitute, dai giovani vagabondi e squattrinati, dagli occhiali da sole che difendono dalla notte, dall’ultimo spettacolo delle sale cinematografiche, dalle vetrine vuote delle gioiellerie dove si allineano i supporti di velluto senza gemme, dal triste stridio delle gomme delle automobili, dal rumore dei lavori in corso della metropolitana.”

La “camera” di cui si parla è, in realtà, lo studio di uno psicanalista.

“Ho spesso pensato che il corpo di una donna somigli a una metropoli, a una metropoli di notte, traboccante di luci. Ogni volta che vado in America e ritorno di notte all’aeroporto di Haneda, anche questa brutta città di Tokyo, vista dal cielo notturno, mi sembra una donna malinconicamente distesa, con il corpo ricoperto di luccicanti gocce di sudore. La figura di Reiko distesa davanti ai miei occhi mi appariva proprio così, una metropoli notturna dove si nascondevano vizi e virtù. Gli uomini, uno a uno, tentavano di perlustrarla, ma non riuscivano mai a penetrare nei suoi angoli più remoti, dove si nascondeva il suo vero segreto.”

[Y. Mishima, da “Musica”, romanzo – 21° Ed., Universale Economica Feltrinelli, 2018, Trad. E. Ciccarella]

Titolo “Reiko” questo post di citazioni, perché è il nome della protagonista, un nome che mi fa impazzire.

Incontro

Se quell’incontro c’era stato non lo si poteva definire casuale, ma inevitabile. Fra il vento del mare, le voci allegre e chiassose della gente e il verde delle onde gonfie, l’infelicità riconosceva l’infelicità, la malattia fiutava la malattia. Ma non era poi una cosa così strana, gli esseri umani non si incontrano sempre in questa maniera?

[Y. Mishima, da “Musica”, romanzo – 21° Ed., Universale Economica Feltrinelli, 2018, Trad. E. Ciccarella]

Profanato bene

Concerto in chiesa

E se non muore, col flit

L’ingresso è libero, arrivo con buon anticipo e prendo comodamente posto in un banco a metà navata. Nell’attesa leggo con calma il programma. Quando sta per cominciare il concerto, mi guardo attorno e mi accorgo che la chiesa è ancora semi vuota. In quel momento entrano i musicisti.

Per prima la pianista. Occhi scuri, capelli corvini, vestito nero scollato, braccia nude. Grande femminilità. Raggiunge il centro della navata e mette una mano sul piano a coda illuminato sotto l’altare. Pare carezzarlo e cercarvi sostegno al tempo stesso, non stacca la mano per tutto l’inchino. La raggiunge il violinista. Ho letto di lui sul volantino: estroso, giovane talento, pare giunto per lui il momento di sbocciare e accedere al palco dei grandi. Al suo arrivo la pianista s’inchina di nuovo indicando alla platea il vero re della scena. Il quale indossa una camicia viola elettrico sbottonata sul petto, dettaglio che, con l’acconciatura ribelle, lo rende alla sua giovane età.

Esaurito un breve applauso, ha inizio il concerto: Tartini, Sonata in Sol minore.

Il violino comincia a cantare. La sua voce vellutata riempe in breve le navate di un suono pulito e vibrante senza un mordere, né un’incrinatura. Il giovane vi è immerso a sua volta e asseconda l’armonia del suono con l’enfasi dei propri gesti. Sollevava l’arco fin sopra la spalla per farlo calare con un impeto domato all’ultimo. Ne assapora quindi l’uscita, innalzandolo nuovamente con un ampio movimento del gomito. Il suono mi giunge così nitido e avvolgente, che alzo lo sguardo alle volte della navata interrogandomi sul pregio di quell’acustica. Comincio a convincermi del talento del giovane musicista.

Segue Schubert, Sonatine in La minore. La melodia si ravviva, si fa articolata e cerebrale. Ancora una volta, però, sono le calde e morbide note liberate dall’arco a impressionarmi più di ogni altra cosa. Ho l’impressione che, dal suo canto, anche il giovane interprete sia realmente appagato dalla qualità della propria esecuzione. E’ concentrato, coinvolto, la fronte imperlata da qualche goccia di sudore. A ogni pausa abbandona il capo all’indietro con gli occhi chiusi, rimanendo immobile per qualche istante. L’attacco è preceduto da una serie di movimenti sempre uguali: con la sinistra percorre il manico dello strumento sfiorandone appena le corde, mentre con la destra batte nervosamente l’archetto sulla costa dei pantaloni, come un frustino. Infine asciuga le mani in un enorme fazzoletto bianco, che non si cura di far sparire del tutto nella tasca.

Nel frattempo, la pianista lo osserva senza allentare la concentrazione dipinta sul volto. La schiena inarcata, rimane in punta di dita sulla tastiera in attesa del segnale convenuto, concedendo al solista il tempo di riaversi.

Schubert chiude la prima parte del concerto, che il violinista porta a termine egregiamente, senza sbavature o inciampi di sorta, avvicinando il pubblico alla grandezza della propria arte. Provo invidia per quel talento, ma quel mio sentire si trasforma ben presto in un moto di sincera, ammirata gratitudine.

La seconda parte del concerto è decisamente più scenica e d’effetto. Un omaggio, come ho avuto modo di comprendere in seguito, alla sete di spettacolo di un pubblico inesperto. Perché la musica, si sa, deve muovere anche altro, deve far divertire.

Tocca quindi a Sarasate, Carmen Fantasy, poi a Flaure e infine a Ravel con la sua animata Tzigane. Virtuosismo e destrezza prendono il sopravvento, il piano scompare sullo sfondo di un devoto, umile accompagnamento, sovrastato dall’impeto e dall’ebbrezza della voce del violino. Il talentuoso violinista ora mostra i muscoli e lo fa con un’arte e un dinamismo in grado di coinvolgere la platea in un crescente entusiasmo.

Ci siamo, penso eccitato, trascinato a mia volta in quell’onda. E’ l’acme, la vetta dello spettacolo. Eppure, in quel tripudio qualcosa va storto.

In realtà, non accade nulla di strano o imprevedibile. Diviene semplicemente evidente ciò che forse non lo è stato fino a questo momento: la superba esecuzione cui stiamo assistendo è qualcosa che un pubblico improvvisato non è sempre in grado di apprezzare fino in fondo. Si dice che l’arte debba essere accessibile a tutti, il fatto è che nessuno di noi fortunati fruitori occasionali ne conosce la partitura.

E’ così che, in un eccesso di partecipazione spontanea e inopportuna, invadiamo una pausa di cui ignoravamo l’esistenza, applaudendo a scena aperta e interrompendo di fatto l’esecuzione. Il giovane solista si blocca e senza sollevare il mento dal violino fa cenno alla platea di tacere, mentre lo sguardo inferocito della pianista vola come un’aquila sulle prime file.

Un errore può forse essere perdonato, ma il colpo di grazia giunge poco dopo, quando sul gran finale della Tzigane, sono proprio loro, i musicisti, ad attendere invano l’applauso. Il quale non solo giunge tardivo, ma addirittura sul loro incoraggiamento. Il pubblico, infatti, mortificato dal primo errore, rimane invano in attesa di un segnale, l’inequivocabile primo battito di mani che ogni volta invita e autorizza il plauso collettivo. Ma il segnale non arriva e il giovane solista ha tutto il tempo di abbassare lo strumento, fissare attonito la platea silente e infine spronarla con un significativo gesto della mano. A quel colpo di frusta il gregge ignorante risponde con uno scrosciante plauso liberatorio e contrito al contempo. Consci del duplice errore stiamo chiedendo perdono. E le nostre mani grate non si arrendono, ma continuarono imperterrite ad applaudire, anche quando i musicisti si ritirano in sagrestia, finché non ne escono di nuovo.

Questa volta, però, la donna non raggiunge il piano, non vi si avvicina nemmeno. Fa un rapido inchino e si volta di scatto, tornandosene da dove è venuta.

Anche il violinista arriva solo fino a metà della prima fila di banchi. Esita un istante, poi dice qualcosa che non riesco ad udire. Infine imbraccia lo strumento per un ipotetico bis, ma con mia grande sorpresa esegue solo una breve tiritera, un infantile “ta-tta-ra-ta-tta–ta-tta!” Seguito dal silenzio.

Sono interdetto. Nel tempo in cui mi chiedo cosa stia succedendo, il giovane, senza nemmeno un saluto, si è già dileguato.

Costernato, mi alzo in piedi in preda all’impulso di dire qualcosa, ma le parole mi muoiono in gola. Nel frattempo mi torna alla memoria il refrain di un vecchio spot pubblicitario, un banalissimo motivetto che in quel frangente tuttavia ha l’effetto di uno scossone, di un insulto. E di fatto lo è, l’ho capito.

L’insulso motivetto rimarrà infatti intrappolato nella mia testa per il resto della serata, cancellando con la sua eco indigesta le emozioni generate da tutto ciò che l’ha preceduto.

Ta-tta-ra-ta-tta–ta-tta!”.

Ma certo, penso, è proprio lui: “Ammazza la vecchia, col flit!”

Accident

Origine di un’ossessione

steer away fron this rocks

 

 

Just because you feel it / Doesn’t mean it’s there

Ho acceso lo stereo, attendo l’arrivo di quella canzone.
Il suo ritmo tribale, costante.
Il suo crescere irrisolto in eco trattenute e distorte.
Il punto in cui frasi e domande diventano litania senza orizzonte.

L’ho tradotta a modo mio, portandola sotto pelle.
Ho provato a condividerla, a farla nostra; inutilmente.
Non si produce un’ombra senza una sorgente.

 

In pitch dark / I go walking in / Your landscape

La sussurrai su di un sentiero di montagna.
Passo dopo passo, quelle parole presero forma, impregnando il mio respiro.
Lentamente salivo.
Ritmo e suono si facevano strada dentro me.
Istintivamente, diedi inizio a un intimo cantilenare.

Poi, a un tratto, accelerai, ruppi il respiro.
Anticipai il crescendo di un lamento senza fuga.
Percorsi la scia del mio destino, tracciando il tuo profilo.

 

We are accidents waiting / Waiting / Waiting to happen
We are accidents waiting / Waiting / Waiting to happen
We are …

Dal nulla giunse il presentimento.
Dal nulla mi colse l’ossessione.
Ripetei quelle parole infinite volte.
Lasciai che rimbombassero dentro me.

Feci l’ultima salita di corsa.
Energia e vita battevano all’unisono in me, mentre avanzavo verso il baratro.
Nessun paradosso in questo, nessun contrasto.
Ero vigile e accecato.
Non conoscevo la mia fine, la stavo concependo.

 

Why so green and lonely? / Heaven sent you to me

La mia anima si sarebbe riversata su di te, rivelandoti in proiezioni di desiderio.
Un’incolmabile distanza mi avrebbe permesso di toccarti.
Ero certo, ti avrei riconosciuta.
Il tuo nome era già scritto.

 

 

 

Figurazioni liberamente ispirate alla canzone “There, there“, dei Radiohead.

“Mille anni ancora”

Image

 

[Ricordando Fabrizio De André, Bergamo, Teatro Donizetti, 15/04/2014]

 

Non ho conosciuto Fabrizio De André, anche se avrei potuto, non sono un giovincello. A dire il vero, quando ascolto le sue canzoni e rileggo i suoi testi – e non è cosa frequente – non lo ripasso, né lo riscopro. Per me Fabrizio, “Faber”, ha ancora il gusto della scoperta. Lui non c’è più, certo, se n’è andato troppo presto. Ma c’è chi ancora ce lo fa incontrare. Come se fosse ancora qui, tra noi. Mi viene in mente un paragone che, seppur sentito e vero, risulterebbe un po’ scontato, mentre quello che vorrei dire qui è tutto fuorché banale, anche se corre l’inevitabile rischio di esserlo.
Ciò che si è manifestato ieri sera non è un miracolo, né la mistificazione di un gruppo di nostalgici. E’ umanità, tanta semplice, nuda umanità. Niente più di questo. Quanto basta per vedere lassù, sul palco, il volto solcato di un uomo ormai vecchio, che grida alla vita, le urla in faccia con voce che taglia, tuona e quasi si schianta come legno spezzato. Nel tempo, sul tempo. Il suo, il nostro. Gli anni che sono passati e non sai dove sono finiti, gli anni di cui inizi a sentire l’amaro sapore e quelli che iniziano forse ad averne uno. Eravamo tanti e diversi, ieri sera, e per ognuno di noi c’era una voce da ascoltare. E c’era chi in questo ti poteva aiutare. Un gruppo di vecchi compagni di viaggio, conosciutisi lungo un cammino iniziato tanti anni fa, che non è ancora finito. E non finirà mai. C’era la voce dell’uomo che sa raccontare, la voce dell’amico, la voce del ricordo, che mentre l’ascolti diventa anche tuo. C’erano le voci di un coro e mani che si trovavano, si riunivano. C’era l’abbraccio, spontaneo, fraterno, c’era il passo di quella danza che è festa e espiazione insieme. E c’era anche il tempo, sì, che è volato via, è tornato da dove era venuto. Mentre lì, a luci accese, restavamo noi. Con un po’ meno paura.