La fragilità dei sogni

spaventevole rosa

Leggendo F. S. Fitzgerald, “Il Grande Gatsby”.
Traduzione a cura di Fernanda Pivano, ed. Einaudi.

 

 

Ho l’impressione che Gatsby stesso non credesse che sarebbe giunto, e forse non gliene importava più. Se era vero, doveva essergli parso di aver perduto il calore del vecchio mondo, di aver pagato un prezzo molto alto per aver vissuto troppo a lungo con un unico sogno. Doveva aver guardato un cielo insolito fra foglie spaventevoli e rabbrividito nello scoprire che cosa grottesca è una rosa e come è cruda la luce del sole su un’erba quasi non ancora creata.

 

 

Gli elementi, che fino a poco fa profumavano un velleitario ottimismo, decoravano un ideale, incorniciavano l’illusione di un amore premeditato, rincorso, nel tempo, sono qui finalmente denudati, resi palesi e freddi, al punto da risultare ostili.

La forza dell’intero romanzo si manifesta nella potente ambivalenza di queste immagini, abituali e rivelatrici; nell’impressionante cambio nella luce e nella percezione del mondo che esse raffigurano.

E’ il brusco, improvviso passaggio in ombra di un cielo primaverile. Quel che rimane, sotto quelle nubi agitate, è un’alba gelida, che, nell’illuminare l’angolo anonimo di uno sfarzoso giardino, porta con sé l’eco e il grigiore di uno schianto interiore, un crollo sordo.

Un mutamento repentino e epocale, in grado di svuotare un uomo dal suo interno.

Tale, la fragile gabbia di un sogno.

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Al sopraggiungere dell’ombra

Non è possibile non intendere il fascino della parabola di vita narrata da Terrence Malick. Non è possibile sottrarsi al richiamo atavico della sua poesia.

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Che è fatta di colori, forme, immagini, rumori, cellule, foglie, embrioni, eliche, suoni, falangi…

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Infine sguardi, percezioni…
Parole.
E racconto.

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Come non essere condotto per mano da una così essenziale e potente narrazione?
Attraverso le età e le prese di coscienza.
La formazione dell’essere e del carattere.

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Fino a giungere alla visione.
Retrospettiva. Adulta.
Consapevole.

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Alla soglia dell’ombra.
Laddove lo sguardo non ha più bisogno di occhi per vedere.

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E ricevere.
Verità.
E luce.

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“Mille anni ancora”

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[Ricordando Fabrizio De André, Bergamo, Teatro Donizetti, 15/04/2014]

 

Non ho conosciuto Fabrizio De André, anche se avrei potuto, non sono un giovincello. A dire il vero, quando ascolto le sue canzoni e rileggo i suoi testi – e non è cosa frequente – non lo ripasso, né lo riscopro. Per me Fabrizio, “Faber”, ha ancora il gusto della scoperta. Lui non c’è più, certo, se n’è andato troppo presto. Ma c’è chi ancora ce lo fa incontrare. Come se fosse ancora qui, tra noi. Mi viene in mente un paragone che, seppur sentito e vero, risulterebbe un po’ scontato, mentre quello che vorrei dire qui è tutto fuorché banale, anche se corre l’inevitabile rischio di esserlo.
Ciò che si è manifestato ieri sera non è un miracolo, né la mistificazione di un gruppo di nostalgici. E’ umanità, tanta semplice, nuda umanità. Niente più di questo. Quanto basta per vedere lassù, sul palco, il volto solcato di un uomo ormai vecchio, che grida alla vita, le urla in faccia con voce che taglia, tuona e quasi si schianta come legno spezzato. Nel tempo, sul tempo. Il suo, il nostro. Gli anni che sono passati e non sai dove sono finiti, gli anni di cui inizi a sentire l’amaro sapore e quelli che iniziano forse ad averne uno. Eravamo tanti e diversi, ieri sera, e per ognuno di noi c’era una voce da ascoltare. E c’era chi in questo ti poteva aiutare. Un gruppo di vecchi compagni di viaggio, conosciutisi lungo un cammino iniziato tanti anni fa, che non è ancora finito. E non finirà mai. C’era la voce dell’uomo che sa raccontare, la voce dell’amico, la voce del ricordo, che mentre l’ascolti diventa anche tuo. C’erano le voci di un coro e mani che si trovavano, si riunivano. C’era l’abbraccio, spontaneo, fraterno, c’era il passo di quella danza che è festa e espiazione insieme. E c’era anche il tempo, sì, che è volato via, è tornato da dove era venuto. Mentre lì, a luci accese, restavamo noi. Con un po’ meno paura.