Finzioni di poesia

Giorgio Montanari

2018, Bertoni Editore

Ho ricevuto copia di questo libro di poesie direttamente dall’autore con la richiesta di leggerlo e scriverne un commento. Nello spirito di reciproca lettura e scambio che contraddistingue spazi come questo, ho deciso di riportare qualche estratto e alcune mie note, esprimendo così, in modo squisitamente personale e in tutta onestà, quanto suscitatomi dalla lettura del suo lavoro.

La poesia raccolta in questo libro mi suona giovane, acerba. A tratti ruvida, sproporzionata, naif. Forse ancora prigioniera di un’estetica e una musicalità che sembrano in via di definizione.
Eppure c’è qualcosa di familiare in tutto questo, qualcosa che mi avvicina all’autore e mi fa dire che sì, ci sono passato anch’io (anche se non ho idea di dove mi trovi in questo momento). Io che prima di tutto non sono un letterato, un addetto ai lavori, un appartenete alla cosiddetta Patria Letteratura. Io che pronuncio la parola “poesia” con paura di compiere una profanazione. Ma in questo Giorgio Montanari è estremamente onesto, fin dall’inizio.

Fingendo La Poesia

Ti ho autorizzato
a sbirciare
fra gli scritti di una vita.

Mi rincuora l’idea
di offrirti un’emozione.
Mi inquieta
avere esposto
a sconosciuti
pagine salvate negli anni,
figlie di pensieri fragili,
frutto di istanti di ispirazione.

Non è facile dipingere
per chi, a fatica, distingue i colori.
È molto arduo cantare
per chi non riconosce le note.

Da bambino
mi è stato insegnato che
i libri non si buttano mai via.
Se anche tu
avessi ricevuto questa indicazione
ti avrei donato l’eternità.

Scrivere è una forma di sensibilità,
è un gioco serio, profondo:
mostrarsi oltre gli ingranaggi
in un imprevedibile equilibrio
dove l’innocenza segue l’esperienza.

Ecco perché,
conscio dei miei limiti,
sto fingendo la poesia.

La tavolozza è semplice, non ha pretese di incantare. Su questo l’autore non finge affatto, non prende in giro nessuno. Entra nella sfera d’attenzione e nel vissuto del lettore usando i mezzi che ha a disposizione, parlandogli direttamente, evocando immagini e archetipi essenziali, a volte abusati. Sinceri, questo sì, si avverte.

Ma il senso di vicinanza cui alludevo non riguarda solo la forma. Ciò che ho rivisto nei versi di Giorgio Montanari è il giovane uomo che si misura con la vita, giorno per giorno. Fronteggiando i primi scogli, i primi naufragi, le prime grandi disillusioni. Annotando sulla pagina di un diario rivelazioni e interrogativi che tutti prima o poi in qualche modo affrontiamo.
Ciò che ne risulta è quella che definirei poetica “dell’alfa e dell’omega”. Versi che affrontano il ciclo e la parabola della vita traendone il ben noto senso di impotenza e annichilimento.

Albero Della Vita

Sono nato grazie al seme
che la terra ha fecondato
custodendone l’affetto:

ogni giorno, mentre vivo,
solidifico radici
di legami familiari.

Il vigore sta nel tronco
che, robusto a sufficienza,
mi fa crescere leale.

Elevandosi al cielo
braccia magre quanto rami
si aggrappano ai sogni.

La foresta di persone
con frenetici rituali
copre estese superfici.

Gli anelli del mio corpo
sono rughe circolari
consapevoli del tempo.

Foglie a terra, ingiallite,
resistendo alle stagioni,
ritrarranno la saggezza.

Domande sull’origine, il destino, l’unicità dell’individuo permeano l’intera raccolta.

[…]

Ora che le parole hanno smesso di rimare
nel cuore vedo nascere l’ombra.
Il crepuscolo esplode nella mia mente
e sento ogni istante infinito.
Dilatato, il respiro
si perde in sfide e ambizioni.
Crolla ogni scia ricoperta
d’oro e resta una pietra:
la pietra tombale.

Credo che con questo libro Giorgio Montanari ci stia dando appuntamento al giorno, non troppo lontano, in cui potremo avvertire il sapore del legno invecchiato in cui il suo animo oggi ancora si dibatte impaziente.

Disoccupazione Della Creatività

Gli istanti sono gocce di un temporale
nella penombra di questa stanza:
qui la luce è artificiale
ed è astratto quello che sento.

Il rischio della scelta; le conseguenze
del giudizio cambiano a seconda del tono
con cui si esprime il giudizio.

Persone che osservano
altre persone sul palco di un teatro;
uno spettacolo di luci e suoni,
artificiali, astratti.

Spreco ore digitando la stessa password
e fingo la poesia su un foglio di carta.

Sono giorni di passaggio,
sogno giorni di stima.

La pioggia dei minuti
lava via la musa
trascinando la mia statua
verso la solita password
nel chiaroscuro di questa stanza.

Giornalismo

Una bolla mi conduce
verso una passione piena di Grazia.
Benedetti e Amati furono quei tentativi
da quando tutto nacque per caso.

L’abbonamento a una rivista che nessuno leggerà.

Un dono che ricambia un favore.
Continuare a giocare sperando
che agli altri piaccia.
Con i miei ritmi.

Per chi volesse leggere e approfondire il lavoro di Giorgio Montanari: http://www.giorgiomontanari.it/poesia/

Finzioni di poesia

“Finzioni di poesia” – Copertina e note biografiche dell’autore

Annunci

La fragilità dei sogni

spaventevole rosa

Leggendo F. S. Fitzgerald, “Il Grande Gatsby”.
Traduzione a cura di Fernanda Pivano, ed. Einaudi.

 

 

Ho l’impressione che Gatsby stesso non credesse che sarebbe giunto, e forse non gliene importava più. Se era vero, doveva essergli parso di aver perduto il calore del vecchio mondo, di aver pagato un prezzo molto alto per aver vissuto troppo a lungo con un unico sogno. Doveva aver guardato un cielo insolito fra foglie spaventevoli e rabbrividito nello scoprire che cosa grottesca è una rosa e come è cruda la luce del sole su un’erba quasi non ancora creata.

 

 

Gli elementi, che fino a poco fa profumavano un velleitario ottimismo, decoravano un ideale, incorniciavano l’illusione di un amore premeditato, rincorso, nel tempo, sono qui finalmente denudati, resi palesi e freddi, al punto da risultare ostili.

La forza dell’intero romanzo si manifesta nella potente ambivalenza di queste immagini, abituali e rivelatrici; nell’impressionante cambio nella luce e nella percezione del mondo che esse raffigurano.

E’ il brusco, improvviso passaggio in ombra di un cielo primaverile. Quel che rimane, sotto quelle nubi agitate, è un’alba gelida, che, nell’illuminare l’angolo anonimo di uno sfarzoso giardino, porta con sé l’eco e il grigiore di uno schianto interiore, un crollo sordo.

Un mutamento repentino e epocale, in grado di svuotare un uomo dal suo interno.

Tale, la fragile gabbia di un sogno.

Al sopraggiungere dell’ombra

Non è possibile non intendere il fascino della parabola di vita narrata da Terrence Malick. Non è possibile sottrarsi al richiamo atavico della sua poesia.

images

Che è fatta di colori, forme, immagini, rumori, cellule, foglie, embrioni, eliche, suoni, falangi…

The_Tree_of_Life_(trailer)

Infine sguardi, percezioni…
Parole.
E racconto.

terrencemalick_40

Come non essere condotto per mano da una così essenziale e potente narrazione?
Attraverso le età e le prese di coscienza.
La formazione dell’essere e del carattere.

the-tree-of-life-film_75149-1920x10801

Fino a giungere alla visione.
Retrospettiva. Adulta.
Consapevole.

tree-of-life-movie-picture-23

Alla soglia dell’ombra.
Laddove lo sguardo non ha più bisogno di occhi per vedere.

08_original

E ricevere.
Verità.
E luce.

The-Tree-of-Life-Review

“Mille anni ancora”

Image

 

[Ricordando Fabrizio De André, Bergamo, Teatro Donizetti, 15/04/2014]

 

Non ho conosciuto Fabrizio De André, anche se avrei potuto, non sono un giovincello. A dire il vero, quando ascolto le sue canzoni e rileggo i suoi testi – e non è cosa frequente – non lo ripasso, né lo riscopro. Per me Fabrizio, “Faber”, ha ancora il gusto della scoperta. Lui non c’è più, certo, se n’è andato troppo presto. Ma c’è chi ancora ce lo fa incontrare. Come se fosse ancora qui, tra noi. Mi viene in mente un paragone che, seppur sentito e vero, risulterebbe un po’ scontato, mentre quello che vorrei dire qui è tutto fuorché banale, anche se corre l’inevitabile rischio di esserlo.
Ciò che si è manifestato ieri sera non è un miracolo, né la mistificazione di un gruppo di nostalgici. E’ umanità, tanta semplice, nuda umanità. Niente più di questo. Quanto basta per vedere lassù, sul palco, il volto solcato di un uomo ormai vecchio, che grida alla vita, le urla in faccia con voce che taglia, tuona e quasi si schianta come legno spezzato. Nel tempo, sul tempo. Il suo, il nostro. Gli anni che sono passati e non sai dove sono finiti, gli anni di cui inizi a sentire l’amaro sapore e quelli che iniziano forse ad averne uno. Eravamo tanti e diversi, ieri sera, e per ognuno di noi c’era una voce da ascoltare. E c’era chi in questo ti poteva aiutare. Un gruppo di vecchi compagni di viaggio, conosciutisi lungo un cammino iniziato tanti anni fa, che non è ancora finito. E non finirà mai. C’era la voce dell’uomo che sa raccontare, la voce dell’amico, la voce del ricordo, che mentre l’ascolti diventa anche tuo. C’erano le voci di un coro e mani che si trovavano, si riunivano. C’era l’abbraccio, spontaneo, fraterno, c’era il passo di quella danza che è festa e espiazione insieme. E c’era anche il tempo, sì, che è volato via, è tornato da dove era venuto. Mentre lì, a luci accese, restavamo noi. Con un po’ meno paura.