Domanda (by fiochelucilontane)

Solo due righe di introduzione. Per non rovinare nulla.
Ho avuto l’onore di ricevere e quindi ospitare questo brano di fiochelucilontane. Intenso, femminile. Intensamente femminile. Forte, palpitante, vivo.
Trae ispirazione dal mio recente racconto, da cui il titolo. Ma vive di vita propria e credo che ne meriterebbe uno tutto suo. Ma non sta a me decidere.
A voi. Buona lettura.
Grazie, Luci.

Domanda

Quando sono entrata ho sentito subito il tuo respiro pesante. Nel buio ho camminato percorrendo i sentieri della casa che conoscevo, e intanto mi chiedevo se ricordassi che avevo ancora le chiavi. Non prevedevo di trovarti in quelle condizioni, ma il piano era preciso e lo avrei portato a termine comunque. Riguardava me, tu non eri che parte della soluzione, sai? E la prima cosa vedendoti è stata ridere, e indossare la maschera che avevo preparato.
Ti ho visto sconcertato, e al mio gesto familiare di arruffarti i capelli i tuoi occhi si sono dilatati. Ho fatto movimenti che conoscevi dopo aver ascoltato il tuo balbettare malaticcio, e seduta davanti a te ho fatto in modo che fra le nostre parole scorresse di nuovo una sorta di confidenza. Pensavo che sarei stata confusa, ma più passava il tempo più mi sentivo sicura. Ti ho chiesto anche come stavi, non che mi interessasse più di tanto, il punto era come stavo io, e poi sei cascato nel mio gioco musicale. Ricordi? I primi scambi fra noi furono canzoni, versi, melodie; quasi troppo facile rifarlo. Sentivo che mi luccicavano gli occhi, era il riflesso del fulmine che mi percorreva, della certezza che volevo trovare.
Ti sei lasciato andare, hai scoperto il lembo della ferita, e io ero tremendamente eccitata all’idea di affondare il coltello. E l’ho fatto. Toccarti era cosa abituale, per quanto mai avessimo fatto l’amore per davvero, ma ritrovare la sensibilità della tua pelle e l’odore di muschio e stanchezza che avevi addosso è stato in qualche modo tenero. Tu non lo sai, ma mentre danzavo con il pavimento pelvico sul tuo io sentivo una canzone, e nella cavità uterina c’era un dolore così profondo da lacerarmi come un parto, la sensazione che le donne provano quando hanno una paura fottuta. E insieme un piacere così violento da farmi dolorare i capezzoli e da strapparmi le labbra a morsi mentre percorrevo il tuo torace scarno con dita di farfalla, con mano di impastatrice lenta, con il tocco di un arpista e i palmi di un ceramista. Ti sentivo lievitare sotto di me, nel punto preciso della cucitura dei jeans, e ogni infinitesimale sussulto del tuo crescere mi faceva gocciolare la schiena, e la mia colonna prendeva la forma del cavalluccio marino mentre il mio pube ti chiamava insistente, insistente, insistente. E tu rispondevi, ma solo con una parte di te. Il resto era lontano, annebbiato, assente e perduto nei pensieri sempre uguali, nei timori indecisi, nelle prudenze perbeniste.

Dove la volevi ficcare eh amore quell’erezione da adolescente? Erezione. Perdio. Ergiti per una volta, mio bianco cavaliere, ergiti maledizione! Non con il corpo però… cosa c’è in te che non sale, cresce, esplode?

Ci avrei giurato, ero venuta apposta, ci contavo forse. Non per far male a te, no. Dovevo guarire dalla tua incertezza. Stavo per arrivare al punto di non ritorno, ma io non ho pensieri o prudenze come te. Potevo affondare il colpo, sfilare i vestiti e portarti alla petite mort, ma spettava a te. Ho staccato la presa, ho tremato per un istante – nonostante tutto lo sforzo io ero presente interamente – e poi mi sono presa la giacca: conoscevo la mia decisione.
Mi hai seguito alla porta come un bambino spaurito, le mani sui genitali e la tua arma in evidenza. Sinceramente era ridicolo, e ho riso di gusto. Ti ho dato una carta, “dobbiamo fare l’amore”, e tu hai fatto come il giocatore di poker che non sa bluffare per vincere. “Non posso, sai Marcus…”. Oh sì, dimenticavo, Marcus, mio marito. Cazzo tesoro, che novità! Dentro la mia testa c’erano insulti, ma ti ho dato una risposta scontata, quella che avresti voluto, quella che ti aspettavi per sentirti tranquillo. “Io voglio te” avrei voluto dire, “te. Senza condizione, senza paura, voglio scoparti, amarti, ferirti, ridere e fottermene del resto intorno. E tu che cazzo vuoi, amore?”. Ma ti ho accarezzato il collo, e sono scesa con i miei tacchi rumorosi per le scale di marmo. E fra il rumore di galoppo che rimbombava per l’androne ti ho sentito farfugliare “ti amo”. Fanculo.
Io, mentre facevo l’amore con te e tu non te ne accorgevi, sentivo Leo Ferré nella testa, solo che la sua voce era la tua, e io ero lei.

Il tuo stile, Leo Ferré.

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Erezione

Escalier

Escalier – web: cherchezbeauté.blogspot.com

Dovevo essermi addormentato quando udii dei passi venire verso la mia stanza. Non avevo sentito bussare, né aprire la porta, ma riconobbi il rumore dei suoi stivali. Feci appena a tempo a sedermi sul letto che vidi il suo caschetto biondo fare capolino da dietro la libreria.
Ero disorientato. Mi sentivo la febbre e non avevo idea di che ora fosse. Appena rientrato, mi ero infilato i pantaloni del pigiama, un maglione di lana e mi ero buttato sul letto. Non mi andava di farmi trovare in quello stato. Ma non dovevamo non vederci più?
Fissò la mia faccia e si mise a ridere. Si avvicinò, con una mano mi scompigliò i capelli. Le dissi che non mi sentivo molto bene. In cuor mio speravo che non mi chiedesse di uscire. Infatti insisté perché non mi alzassi ma restassi dov’ero. Andò di là e preparò qualcosa di caldo. Senza spogliarsi, si sedette per terra di fronte al letto. Incrociò le gambe avvolte nei jeans attillati. Sollevò la tazza fumante e assaporò il suo tè.
Parlammo. Fuori imbruniva e c’era un silenzio irreale. Lasciammo che l’oscurità ci avvolgesse, mentre le stanze vuote trattenevano l’eco delle nostre voci. Volle sapere come stavo. Dentro di me non c’era nulla di chiaro, nulla di certo. Amore, legami, ne sapevo gran poco. Mi ascoltò diligentemente finché a un certo punto distolse lo sguardo e mi accorsi che non mi stava seguendo. Nei suoi occhi balenò qualcosa che cercai di interpretare: insofferenza, sfida. Si alzò, levò il giubbotto di pelle e la sciarpa. Da una tasca estrasse un lettore, si sedette sul bordo del letto porgendomi un paio di cuffiette.
“Tieni”, disse. “Adoro questa cantante. Le sue canzoni parlano di cosa succede quando due persone si amano”.
“E di cosa succede quando le storie finiscono”, aggiunse.
Ascoltai un paio di brani mentre lei li ripercorreva a memoria seguendo il mio sguardo. Voce e chitarra, nient’altro. Cantava nella sua lingua, non comprendevo il senso delle parole che stavo ascoltando, ma ne avvertivo il calore, il sapore. Di legno, e muschio, pensai.
Tradusse per me alcuni versi, me li rifece ascoltare cantandoci sopra, muovendo le mani. Chiusi gli occhi e mi lasciai trasportare da quella corrente per qualche minuto. Ero un tronco tagliato da mano esperta di bosco, trasportato dal fiume scendevo verso la foce.
Mi ritrovai fra le sue braccia, immerso nel profumo della sua pelle. Ci baciammo con dolcezza, lentamente. Sfilò gli stivali e si stese sul letto accanto a me. Ci carezzammo in silenzio. Ci nutrivamo di quel silenzio. Dava voce alle nostre mani, ai nostri corpi, murando parole e pensieri inespressi.
Si erse sopra di me, le gambe aperte sul mio ventre. Eravamo vestiti, ci sentivamo attraverso la stoffa. Ma mentre mi guardava dall’alto, gli occhi socchiusi di desiderio, era come fossimo nudi. Sentivo le sue cosce stringermi i fianchi, mentre mi esplorava a occhi chiusi, leggendomi con le mani. Poi prese a muoversi piano, dando vita a una specie di danza. Mentre la vedevo strusciarsi e flettersi sopra di me, un’erezione incontenibile attirò la mia attenzione. Non volevo che la sentisse, non volevo che capisse che approfittasse della mia vulnerabilità. Scivolai un poco più in basso, ma lei intuì le mie intenzioni e mi impedì di farlo stringendo più forte. Con un ghigno mi alzò il maglione fino all’altezza del collo, strappandomi un gemito. Ero la sua preda, non potevo evitarlo. Consapevole del suo potere, continuò a carezzarmi facendomi rabbrividire. Sorrideva compiaciuta, mentre la fissavo ipnotizzato dai suoi movimenti, che cominciai ad assecondare. Fremevo, ero terribilmente eccitato. Temevo di venire da un momento all’altro e quel pensiero non faceva altro che peggiorare la situazione. Non volevo accadesse, non era previsto. Nulla di tutto ciò era previsto. Non potevamo, non ancora, ce l’eravamo promessi.
Una donna mi stava chiedendo di fare l’amore con lei col solo desiderio di prendersi cura di me e che io facessi altrettanto. Ma in quel momento per me lei era una minaccia. La sua sensualità era pari soltanto all’assurdità dei miei freni.
Continuò la sua danza. Ascoltava il suo corpo aggrappandosi al mio, gemendo a occhi chiusi. Tenevo gli occhi fissi su di lei godendo e trattenendomi ad ogni sua spinta. A tratti un sorriso illuminava il suo volto arrossato. Allora apriva gli occhi e come in trance mi lanciava uno sguardo velato, inarcandosi, respirando piano. Finché, proprio in uno di quei momenti, ebbe un’esitazione. Emise un lungo sospiro, si fermò, si piegò in avanti, girandosi di lato. La sentii tremare, le braccia puntate sul materasso. Io, immobile sotto di lei, ero teso, sconvolto. Lentamente riprese il controllo. Si sollevò e scese dal letto. Raggiunse la parete e raccolse la giacca, si voltò. Disse che tornava a casa, che potevo tenere il lettore, le faceva piacere se l’ascoltavo.
L’accompagnai alla porta. L’aprii, ci salutammo sul pianerottolo. Faceva freddo ed ero confuso. Avrei voluto trattenerla, la desideravo terribilmente. Farfugliai qualche parola. Mi sentii nudo. Lei si voltò e raggiunse la scala. La chiamai, le chiesi un ultimo bacio, maledicendo la mia stupidità.
Lei sorrise e tornò sui suoi passi. Mi ravviò i capelli. Disse che l’indomani, se fossi stato meglio, avremmo fatto una passeggiata insieme. Poi, allontanandosi, rise di gusto e indicò il mio pigiama. “Niente male!” esclamò.
Mi guardai e cercai inutilmente di coprirmi. L’erezione, ben lungi dall’esaurirsi, mi deformava i pantaloni del pigiama. Ero bagnato.
Lei rise ancora più forte.
“Mi piaci da morire”, dissi. Spostai le mani fissandola senza pudore.
Lei si avvicinò e mi carezzò il volto, prendendolo fra le mani.
“Dobbiamo fare l’amore”, disse a pochi centimetri dal mio viso.
“E Marcus? Così non posso, lo sai. Non ce la faccio…”
“Vorrei potesse essere tutto diverso”.
Mi sfiorò i capelli e il collo. L’abbracciai. Le mie mani accennarono una presa sui fianchi. Guardandomi, si liberò e arretrò d’un passo. Poi di un altro, in silenzio. I nostri occhi non si lasciavano. Non volevano che fosse un addio. Non volevano cambiare nome alle cose. Ero io che chiedevo di farlo? Non ne ero sicuro. Ma se le stavo dicendo di andarsene, mi rimangiavo la parola all’istante.
Un sorriso le schiarì di nuovo il volto. Il mio era un punto di domanda.
Scese i primi gradini. Le sua labbra si mossero. Non so cosa dissero, forse che non era finita. Mi mossi verso di lei, la porta di casa sbatté alle mie spalle. Lei si voltò e scese le scale di corsa.
“Ti amo”, sussurrai, mentre i suoi stivali rombavano sotto di me.