Passaggi

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E lì ho capito che la tua vita è talmente organizzata e definita che non potrai trovare posto nemmeno per me. Non ho posto nella tua vita. E se anche tu volessi, non oseresti trovarmi un posto libero nella tua “realtà”. (Forse per questo mi hai fatto entrare con tanto slancio nell’unico luogo in cui era rimasto un posto libero per me: nella tua infanzia.) Non capisco, non ti capisco. Nascondi a lei il mondo della tua immaginazione e a me quello della tua realtà. Come fai a destreggiarti fra tutte quelle porte che si aprono e si chiudono? E qual’è il luogo in cui vivi veramente una vita completa?

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Vedo un uomo che non è un uomo, e un bambino che non è un bambino. Vedo un uomo la cui maturità e la cui virilità sono come una cicatrice che si è chiusa e indurita sulla ferita del bambino. Per te la “cicatrice” si è formata esattamente nel punto d’unione tra l’uomo e il bambino, e questo non è vivo in te, senza essere comunque morto.

[Liberamente tratto da “Che tu sia per me il coltello”, David Grossman, trad. A. Shomroni, Ed. Mondadori]

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Amore è il fatto che tu sei per me il coltello con cui frugo dentro me stesso.

[Da una lettera di Franz Kafka a Milena]

Tanti saluti

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Ricordi? Non so, è passato tanto tempo. Non so nemmeno se abiti ancora nel vecchio cortile vicino alla chiesa. Difficile, ma non impossibile. La vita ha un percorso circolare. Va così con i ricordi, le esigenze, i desideri, le intenzioni. Oggi camminiamo sulla luna e nulla sembra più come prima, nulla sembra impossibile. E allora ripenso a quando la guardavamo insieme la luna, enorme, nei campi di grano, prima che partissi per il fronte. E alle lettere che ti scrissi nelle prime settimane di addestramento a Vicenza. Ti dissi cose che non ricordo, ma so che per te disegnai a parole il profilo delle montagne. Noi gente di pianura, senza orizzonti. Oggi basta una cartolina. Ho scelto questa. Ti pensavo, ti chiamavo, ti desideravo, la sera, da quella balaustra. Poi sono scomparso, per mesi, anni. E tu hai trovato la tua strada, per continuare a vivere. Non ti biasimo, ho fatto lo stesso. Chissà che effetto ti farà ricevere questa cartolina. Chissà che effetto ti farà rileggere quello strano nome, me lo desti tu. Basterà a riaprire il cassetto in cui hai chiuso i nostri ricordi. Perché niente si cancella. La vita ha un percorso circolare, prima o dopo si torna al punto di partenza. E al mio ci sei sempre tu.
“Tanti saluti.”

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Cosa si nasconde dietro due parole di saluto e una vecchia cartolina?

L’idea di Matteo e Luca (www.brododibecchi.com, facebook) è quella di provare a scoprirlo.

Occhi

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Pensavo che l’avrei guardata profondamente negli occhi, avvicinando il viso. Più vicino, sempre più vicino, finché il mio occhio avrebbe toccato il suo. Proprio toccato. Non solo le ciglia o le palpebre, ma i globi oculari, l’iride e i dotti lacrimali. Naturalmente sarebbero subito sgorgate le lacrime. Il corpo è fatto così. Ma noi non avremmo ceduto, non ci saremmo arresi ai riflessi condizionati e alla burocrazia del corpo finché non fossero emerse le immagini più offuscate e remote delle nostre anime. Questo voglio ora. Vedere l’oscurità che c’è nell’altro. Perché accontentarsi? Perché non chiedere, per una volta, di poter piangere con le lacrime di un altro?

Liberamente tratto da “Che tu sia per me il coltello”, David Grossman, trad. A. Shomroni, Ed. Mondadori

@-anasia

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Qualcosa dentro di te ti impone di sparire

di sottrarti al mondo virtuale, morire alla tua parte

ad un ruolo che non senti più tuo.

Non riesci più a scinderti, sei un cuneo

pezzo unico di pietra grezza, conficcata nel cuore della terra

condannato a una rapida sera.

Sei solo un numero, un uno.

Integro, compatto.

Solido, immobile.

Non voli più.

Sei ciò che fai, meccanicamente

dall’alba al tramonto.

Se pensi a tutti gli altri che sei stato, scuoti la testa incredulo

Non è possibile – dici – lasciandoti morire.

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[P.B., 25/06/2022]

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Immagine di copertina: Gianluca Fretti

Genesi 1, 26-28

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Siamo diventati
il sole delle nostre anime
e ci nutriamo
come si nutre l’universo
e ci scambiamo il calore
come si scalda questa terra
e ci doniamo il vivere
come vive dio

[Antonio Bianchetti]

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L’estate della maturità io e tre miei compagni di classe andammo al mare in Toscana. Viaggio in treno, zaini, sacchi a pelo e due canadesi sulle spalle. Usciti dalla stazione, ci incamminammo verso il mare e fiancheggiammo una pineta per cinque o sei chilometri. Al terzo campeggio, stanchi e sudati, decidemmo che era quello giusto e ci accampammo in una piazzola piuttosto angusta, in una striscia d’erba chiusa tra due stradine di ghiaia quasi completamente occupata da tende, brandine e tavolini. Teli da mare e panni stesi ci separavano dagli altri campeggiatori.

Fu una vacanza del tutto “normale”. Voglio dire, una vacanza ben poco libertina: eravamo dei bravi ragazzi, con una moderata inclinazione alla trasgressione, che tenevamo a bada senza troppa fatica, concentrando i nostri sforzi sulla gestione parsimoniosa della cassa comune. Concedersi svaghi e qualche eccesso senza sprecare denaro fu forse il vero mantra di quel nostro soggiorno.

Ricordo lunghe serate in spiaggia con la chitarra, bottiglie di un terribile vinaccio forniteci di contrabbando dal gestore del mini-market e svuotate sul molo al tramonto; pasta e scatolette di tonno, scatolette di tonno e pasta; pranzi e cene a scrocco nel bungalow delle ragazze di Milano, quelle con la macchina – finché è durata, era come domenica; qualche flirt (ah, l’olandesina!), le maratone volley sulla spiaggia, qualche marachella notturna (compreso lo scherzo di svuotare una bottiglia d’acqua sulla tenda di qualcuno simulando una clamorosa pisciata…).

Insomma, le solite cose. Oggi insignificanti, allora erano tutto.

Le rare volte che cenavamo fuori dalle nostre due tende, seduti in quel metro quadrato di spazio che ci rimaneva, ci capitava di incrociare gli sguardi di una coppia di nostri vicini, forse gli unici che avessimo mai visto in faccia, in effetti. Era una coppia sui trent’anni, anno più, anno meno. Ai miei occhi di diciottenne erano due “vecchi”, al pari di tutti quelli che avevano più di ventidue anni. Ricordo che ci salutavano sempre con un cenno del capo e un sorriso garbato. Col passare dei giorni capimmo di essergli simpatici, nonostante i nostri continui andirivieni, i rumori notturni, il disordine delle nostre cose accatastate fuori dalle tende. Probabilmente suscitavamo in loro un sentimento di tenerezza. Per noi loro erano una coppia posata (probabilmente anche sposata), che nella nostra immaginazione trascorreva le proprie giornate senza cercare stimoli o fantasie. Due persone che si accontentano, senza particolari slanci o bisogni, una coppia abitudinaria e seduta, non in cerca di emozioni e divertimento. Noi, invece, con ogni probabilità dovevamo ricordargli la loro adolescenza, le prime vacanze da soli, la maturità (gli esami, appena passati, erano sempre nei nostri discorsi), i pochi soldi in tasca e i tanti espedienti per fare serata con quel che si ha. Il vivere i giorni in funzione delle serate. Le attese, i sogni, le prime delusioni. Ci avranno osservati e poi, rimasti soli, avranno commentato e riso del nostro affannoso girare su noi stessi. Fra loro parlavano sempre sottovoce, in qualsiasi momento del giorno. Vivevano per lo più in silenzio. Si cambiavano in silenzio, cucinavano in silenzio, cenavano sussurrando, seduti a un tavolino quadrato su sedie pieghevoli di plastica, che, finita la cena, prima di uscire, riponevano ai lati della tenda. Quelle che una volta, mossi dalla disperazione, per stare un po’ più comodi, prendemmo a prestito senza chiedere il permesso, rimettendole poi al loro posto senza farci beccare. Qualche giorno dopo, tornati dalla spiaggia, li vedemmo rientrare e come sempre ci salutarono con il sorriso negli occhi. Mentre discutevamo le nostre prossime mosse (doccia, procacciamento di alcol e cibo, vaglio delle idee per la serata), la giovane donna ci si avvicinò e con fare riguardoso disse di non farci problemi, se volevamo, quando loro non c’erano, avremmo potuto usare tavolino e sedie, erano a disposizione.

Il fatto è che la sera non se ne andavano quasi mai. Stavano quasi sempre lì, fuori dalla tenda, leggendo alla luce di una lampadina appesa a un ramo, in silenzio. Quel modo di vivere la vacanza ci intristiva, stare uno accanto all’altra in silenzio per noi equivaleva a non avere niente da dirsi. Pensandoci bene, però, i loro occhi non erano tristi, né insoddisfatti. Non erano eccitati, né ansiosi. Erano pacati, appagati. Questo apparente contrasto originava in noi, ragazzi inquieti, curiosità e sgomento. Leggevano per ore e questo dava loro una forma di piacere. Non che noi neodiplomati non avessimo familiarità con saggi e romanzi, io stesso, sull’onda dell’entusiasmo, il giorno della partenza misi nello zaino una copia dell’Ulisse. Ma la muta forma di appagamento che trapelava dai volti di quei due, intenti a leggere seduti uno accanto all’altra al fresco della sera, per noi era qualcosa ancora da venire. Per la cronaca: il mio Ulisse rimase per settimane in un angolo sempre più sabbioso della tenda, per poi venirne definitivamente espulso e terminare la vacanza irrimediabilmente gonfio e deformato a seguito di un temporale.

Oggi, quando ripenso a quella vacanza, rivedo quella giovane coppia, vicini di tenda. Non l’avrei mai immaginato, ma credo sia il ricordo più bello che mi è rimasto: i loro sorrisi, i loro sguardi consapevoli e luminosi, il loro parlare con gli occhi. Quel loro modo di stare insieme semplice e bastante, come un Adamo ed Eva al centro dell’universo del loro essere uno di due due di uno. Quei loro gesti lenti e affiatati. I loro silenzi, così densi di significato. Allora non lo capii, ma quei due mi diedero qualcosa.

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[P.B., 01/05/2022]

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Immagine di copertina: web

Nel punto bianco e vuoto al centro dell’essere

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Hai scritto che, se non fossi certa che alla fine verrò da te, allo scoperto e con coraggio, mi avresti già lasciato perdere. Lo so. Ma dentro di me nutro anche il timore che non riuscirai nel tuo intento. Vorrei aiutarti, lo vorrei davvero, ma ne sono assolutamente incapace. Cerca di capire. Lo sono per legge, la mia legge insensata. C’è qualcosa di inanimato laggiù, nel punto bianco e vuoto al centro dell’essere. Qualcuno è steso là, morto. Io posso solo guardare i tuoi eroici sforzi di rianimazione come uno spettatore impotente, niente di più. E pregare che non ti dia per vinta.

(da Che tu sia per me il coltello, di David Grossman, Ed. Mondadori, trad. A. Shomroni)

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Foto: Gianluca Fretti

Arriva il momento in cui capisci

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Arriva il momento in cui capisci

nulla ha più significato

senza quello sguardo.

Ti manca il suo sorriso

ironico e disincantato

quella sua calma indisponente

quella fermezza, egoistica se vuoi

inopponibile.

Era un uomo testardo

era il pater familias

il vuoto lasciato non si può riempire.

Te lo ripeti ogni volta

la casa da cui un giorno sei scappato

è la stessa in cui oggi ti vuoi rifugiare.

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[P.B., 12/04/2022]

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Immagine: Gianluca Fretti

L’attimo

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Ti posasti accanto a me
proprio tu, quella che tutti guardavano
invidiando chi ti avrebbe portata via con sé
o già ti possedeva.
Eri così giovane, così bella.
Eri il meglio che la vita potesse offrire
l’occasione, la stagione irripetibile.
Eri desiderio irruente
sputato fuori in povere parole
ché non si poteva realizzare.
Ma sei venuta da me, e io non ci credevo.
Siamo rimasti in bilico, poggiati a una ringhiera
guardando la gente ballare
il nulla che si muoveva intorno a noi.
Non ebbi il coraggio di guardarti
di scoprire i tuoi occhi
i tuoi capelli
le tue spalle nude.
Li sapevo, li sentivo
e ne avevo paura.
Soprattutto del sorriso
che m’avrebbe tolto ogni cosa
prima di tutto la parola
che già mi mancava.
Senza voltarmi, in silenzio
ti dissi un sacco di cose.
Non saprò mai se le hai ascoltate
se anche tu hai avvertito il tempo infinito
in cui tu e io siamo stati.
Non saprò mai se sia stata la brezza del mare
o un breve refolo di solitudine
a farti sussultare
l’attimo prima di riprendere il volo.

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[P.B., 01/04/2022]

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Immagine: Gianluca Fretti

(…)

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Sai invece quando ho veramente provato una stretta al cuore? Quando hai descritto te stessa per eliminare qualsiasi dubbio e, chissà perché, ti sei riassunta in una sola frase, oltretutto tra parentesi (“piuttosto alta, capelli lunghi, ricci e ribelli, occhiali…”).

Se è davvero così, se ti senti tra parentesi, permettimi allora di infilarmici dentro, e che tutto il mondo ne rimanga fuori, che sia solo l’esponente al di fuori della parentesi e ci moltiplichi al suo interno.

(da Che tu sia per me il coltello, di David Grossman, Ed. Mondadori, trad. A. Shomroni)

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Foto: Giovanni Beretta