Kintsugi

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Stefano Colletti fa poesia intima e universale. I suoi versi sono una riproduzione pittorica della natura specchio dell’anima. La luce dà forma, colore, movimento, vita a ogni cosa. La plasma, la definisce, e nel farlo rappresenta il mondo interiore dell’autore.

“L’idea del Kintsugi è che gli oggetti, gli utensili di porcellana che cadono e si spezzano, possano trarre da questa rottura una nuova bellezza: l’artigiano rimette insieme i pezzi grazie a una saldatura in oro fuso. Una cicatrice molto evidente, quindi, che però impreziosisce il piatto, l’urna, la tazza”.

Kintsugi è in qualche modo un racconto in versi, delicato e malinconico. Un percorso introspettivo in un preciso periodo della vita di un uomo, durato sei anni. Niente di straordinario, precisa l’autore:

“… questi sei anni, che hanno visto la crisi e poi la fine del mio matrimonio. Nulla di particolarmente originale, di questi tempi, ma da una parte l’acutezza e la saturazione con cui il dolore si è manifestato, dall’altra il poter scrivere di un’esperienza assai comune e davvero di portata esistenziale, mi hanno spinto a redigere una sorta di cronaca in tre momenti di come un amore appassisca, finisca lasciando il vuoto e lo sgomento, e infine permetta al terreno arso di ritrovare rugiada.”

Nulla di particolarmente originale e tuttavia essenziale, esistenziale, determinate, stravolgente, come solo l’ordinarietà delle cose sa essere. Prezioso come l’oro dei versi che hanno dato vita a questa raccolta.

La separazione genera una nuova persona, una nuova sensibilità. Il processo di rinascita e ricostruzione è lento e faticoso, paziente. Origina da cocci e frammenti di qualcosa che era prima ed è andato in pezzi. Ora è altra cosa, simile solo in apparenza a ciò che era prima. Arricchita, trasfigurata dal lavoro stesso di ricomposizione, “la ferita è risanata nel modo più prezioso” (Giancarlo Sissa).

Il Kintsugi di Stefano è durato anni. Maturato nella parola vissuta, avvicinata e trattata con cura e devozione, fino a farne elegante e avvolgente poesia di luce, armoniosamente attraversata e donata al lettore.

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L’opera di Stefano Colletti si divide in tre parti, che seguono una cronologia. Riporto di seguito solo qualche estratto della prima, dal titolo: “I fogli del libeccio“. Mi ripropongo di proporne altri in futuro, condividendo così qualche frammento di un importante percorso che invito a compiere per intero.

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QUATTRO VITE

1

La semplice luce del sole, l’erba che si fa blu

All’orizzonte e il temporale che è solo

Una vescica di ruggiti – a questo meccanismo

Di precisione mancava solo la tua rotella dentata.

La nocchia bivalve è perfetta, tu sei la perla.

Non lo sarai a lungo, poi non lo sarai più.

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2

Forse c’è vita anche dove si va

Per un motivo. Ieri il motivo era afferrare

La stanchezza per la gola e tenerla ferma

Per farne un ritratto. Non ce l’ho fatta,

Ho navigato il calore per nulla.

Sceso rive su rive per nulla.

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3

Quello che ammazza sono le mattine.

Il ghiaccio fin dentro la terra, il momento

In cui è chiaro che sopravvivrai da solo.

Le siepi non sanno, né tua madre né

Il tuo stesso sangue, che il tuo nome soffoca

E la tua carne è pietra per i licheni.

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4

Canta per il tuo compleanno,

Canta d’agosto, perché non sai più

Le preghiere che ti avevo insegnato.

Quando la neve verrà sul grano

Che sarà, e lustrerai gli sci

E salirai in montagna – canta la canzone

D’agosto che è la migliore che sai.

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FAME DELLA CARNE

Agli angoli di strada sosta

L’umanità che non alza lo sguardo

Per il volo di un airone.

Qui non fa mai

Temporale, al più piove

Pioggia torbida che porta via

Mozziconi di sigarette

E lembi di stoffa bigi,

Strappati di dosso a chissà chi.

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Le voci lasciano cerchi

Graziosi come sassi in un’acqua nera.

Guardo la sera dietro

Le finestre, i cani al parco

Ne imbastiscono l’orlo.

E in tutto questo, io

Non ho capito

Altro: il fluido sparire

Incessante del mondo di uomini

E animali, città e campi dissacrati,

Il vento cieco, il sole

E le stagioni,

Sono solo la fame della carne –

L’episodio elettromagnetico

Che pulsa e tace

E si nasconde,

E torna a pulsare negli aeroporti

O sui boulevard

Come un’infezione.

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ADESSO CHE NON CI SEI

Adesso che non ci sei,

La casa si flette appena come le erbe

Alte dei campi, e io resto seduto

E guardo con occhi di uccello

La pianura di pioggia chiara

E i laghi di silenzio che hai lasciato.

Ma è più di questa casa a galleggiare

Alla deriva, la città intera sta scendendo

A valle e ognuno si porta dietro, alla fine,

Qualche respiro dell’infanzia e pochi

Spiccioli, cani cani senza guinzaglio

E canarini senza gabbia.

Di libri e stivali pareva

Non si potesse fare a meno,

Ma adesso che non ci sei

I posti solitari dove le cose pulsavano

Sono vuoti e il buio ci s’infila,

Entra nelle tasche dei vestiti e li logora.

Adesso è l’ora degli aironi,

Della luce che cresce nelle anse

Del fiume dove pescavano i vecchi

Di quand’ero bambino.

I desideri della sera cadono

In un punto dove i viaggi vanno

sempre a finire.

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CASE IN AFFITTO

Mi chiesero

“E il fantasma della vecchia l’hai visto?

Qui cadono i libri dagli scaffali…”

La vecchia trovata morta,

Appresi, davanti alla tv.

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Avevamo così poco allora.

Una bandiera sbiadita sbatteva al vento

In una stazione di servizio.

Anni trasparenti, il paese amabile.

Il sole di luglio che penetrava

Un minuto alla volta.

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Qui sono stipate montagne di cenere,

Molti colori, nessuno escluso,

Rauchi di onde e d’aria,

Di campi rugosi sotto le scarpe.

Questi muri di rami intrecciati,

Così forti al tatto,

Hanno visto partire chiunque,

E vagare con l’anima in fiamme,

Tornare la sera a coricarsi,

Accontentarsi del sussurro insonne

Di un abat-jour.

Il suono mesto di quelle stanze

Era l’autunno bagnato

Che ho provato a incidere

Sul legno di queste parole.

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[Stefano Colletti, da Kintsugi – I fogli del libeccio, 2020, Terra d’ulivi edizioni]

Menabò

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Una piccola segnalazione.

Il 24/4/2021 è nato Menabò online, rivista internazionale di cultura poetica e letteraria di Terra d’ulivi Edizioni.

La rivista cartacea, quadrimestrale, compie ormai 2 anni ed è una bella avventura, densa di spunti e collaborazioni.

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Nella versione online in futuro potrete leggere anche qualche mio articolo, spero di vostro interesse.

Avrò modo inoltre di collaborare anche con la redazione di Menabò cartaceo nella selezione e proposta di brevi testi letterari allegati alla rivista.

Grazie dell’attenzione.

P.

trasfigurazione

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l’acqua dei fiori, stanotte

è gocciolata in silenzio

da una fessura invisibile.

legno grezzo l’ha accolta

e con esso un drappo

umile sudario bianco

imbevuto d’indaco e ocra

cielo e terra

io e tu

in una mescola informe.

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sulla carta è rimasta un’impronta

un glifo, una runa

che non ha traduzione.

non siamo più lì, siamo altrove

trasfigurati, disciolti

per una nuova stagione.

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[P.B., 17/04/2021]

Amar-Si

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È facile amare qualcun altro, ma amare ciò che sei, quella cosa che coincide con te, è esattamente come stringere a sé un ferro incandescente: ti brucia dentro, ed è un vero supplizio. Perciò amare in primo luogo qualcun altro è immancabilmente una fuga da tutti noi sperata, e goduta, quando ne siamo capaci. Ma alla fine i nodi verranno al pettine: non puoi fuggire da te stesso per sempre, devi fare ritorno, ripresentarti per quell’esperimento, sapere se sei realmente in grado d’amare. È questa la domanda – sei capace d’amare te stesso? – e sarà questa la prova.

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[C. G. Jung, Seminari Lo Zarathustra di Nietzsche]

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Immagine di copertina di Laura Salvi

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Postfazione a cura di Flavio Almerighi

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Disponibile presso il sito di Terra d’ulivi edizioni al presente link (o cliccando sull’immagine di copertina).

Gentile cliente

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Mi è successa ‘sta cosa del satellitare della macchina, l’ennesima seccatura. Sarà che io e l’elettronica non andiamo d’accordo, sono un po’ all’antica, ma stavolta davvero non è colpa mia.

Mi spiego meglio: cinque o sei anni fa, ricevo una chiamata da un numero sconosciuto e una voce cordiale, quasi entusiasta, dice di chiamare per conto della mia compagnia di assicurazioni: – Gentile cliente, – dice, – la compagnia le propone un upgrade della sua polizza auto. Costless -. Il disagio provocatomi da quell’uso scellerato della lingua e il silenzio che ne deriva non scoraggiano la voce, che continua: – Senza costi aggiuntivi, installeremo un nuovo dispositivo elettronico sulla sua auto. Si tratta di un sistema GPS, un dispositivo elettronico prodotto da un’azienda leader di mercato nel controllo satellitare. L’apparecchio comunicherà la sua posizione in tempo reale a un servizio di assistenza online, twenty-four seven, su tutto il territorio nazionale… -. Non contenta, la voce enumera termini e condizioni contrattuali con la velocità e la passione di un droide di Star Wars, seguiti da altri dieci secondi di silenzio attonito.

– Ripeto: wireless and costless, – riprende, – ultima tecnologia, massima affidabilità. Ti trovano ovunque sei (chi?!, mi chiedo mentre ascolto), zero costi aggiuntivi: un servizio riservato ai nostri migliori clienti.

– …

– Che macchina ha lei? Mi faccia controllare… -. Parla da solo, fa tutto da solo.

Non sono nemmeno sicuro che abbia chiamato la persona giusta. Gentili clienti lo siamo un po’ tutti, no? E di certo con solo una polizza auto all’attivo non mi sarei mai considerato uno dei loro migliori clienti.

Lo sento ticchettare su una tastiera e me lo immagino davanti al monitor come un personaggio dei film, camicia cravatta cuffie e microfono, che lavora in un loculo di vetro e cartone fra decine di persone come lui, in un enorme salone, una specie di alveare di agenti e venditori che passano le giornate a rompere le scatole al prossimo.

Dopo una breve attesa, riempita dalle voci attenuate provenienti dagli altri loculi, la voce torna a squillare: – Trovata! Targa DY230GF immatricolata nel 2010 -. Ero proprio io, o meglio, la mia macchina.

Lo lascio parlare ancora un po’, poi gli dico che ci penserò su, lo saluto e riattacco. Ma qualche giorno dopo, con una telefonata dello stesso tenore, anzi identica – sembrava un disco rotto, la voce del loculo mi convince ad accettare. D’altronde era costless

Via email mi danno istruzioni per recarmi presso un elettrauto, che provvederà ad installare il dispositivo. Un ragazzone alto e simpatico, di quelli che lavorano in maglietta anche a gennaio, in meno di un’ora sistema tutto senza chiedermi un euro, mi fa solo firmare una carta, ed io tutto contento riprendo la mia macchina, che sembra quella di prima, a meno di un bottoncino nero in più appena sotto il cruscotto. Costless, sorrido, avviando il motore.

Silenzioso, inerte, era come non averlo ‘sto GPS, anche se lui, ripensandoci, registrava ogni mio spostamento. A dir la verità, una volta è entrato in azione. Una sera, qualche mese dopo, un tipo mi tampona mentre son fermo a uno stop. Stiamo compilando la constatazione amichevole sul cofano della mia macchina, quando sentiamo squillare un telefono. E’ il mio. Stavolta è una voce di donna: – Servizio assistenza, – dice. – Abbiamo ricevuto una segnalazione dal suo trasmettitore. E’ successo qualcosa? Sta bene? Ha bisogno di aiuto? – incalza con grinta e determinazione da operatore del 118. La informo dell’accaduto: l’altro mi aveva toccato appena, un micro-tamponamento, roba da nulla, solo un fastidioso contrattempo. La rassicuro: stiamo tutti bene. Lei assume un tono più rilassato e chiude la pratica in un click.

Da quella volta ogni volta che non vedevo un dosso mi aspettavo una telefonata. Invece è stata l’unica chiamata in cinque anni, per fortuna.

Col tempo mi sono completamente dimenticato di averlo, il trasponder. Poi l’anno scorso decido di cambiare compagnia di assicurazioni. Avete presente il bracco che parla in televisione? Quello con la voce di Robin Williams, razza weimeraner (suona meglio bracco, in effetti), bellissimo: ne adotterei uno, se non rischiassi di sentirmi obbligato a scindere un contratto a settimana. Fatto sta che seguo il suo consiglio, faccio il mio compitino confrontando un po’ di preventivi e scopro di poter risparmiare una bella manciata di euro. Detto fatto: alla scadenza disdico e migro altrove.

Ovviamente nessuno mi dice niente. Peccato che quando son passati tredici mesi dalla disdetta puntuale mi arriva una raccomandata.

Rientrando a casa, controllando la cassetta delle lettere, provo sempre un tuffo al cuore. Da ragazzo, accadeva se ricevevo una cartolina da una ragazza. Oggi, se infilando la mano nella scatola delle lettere potessi venir morso da un crotalo, come ho visto accadere una volta in un film, avrei meno paura. Le raccomandate fanno più male. Sono più subdole. Non colpiscono subito, prima ti arriva il mancato recapito: ti avvertono, sta per succedere. Così passerai il tempo che ti separa dalla punizione, interrogandoti su come, quando e perché tu possa aver suscitato l’ira funesta del Sistema Erariale, che ci controlla sempre, giorno e notte, senza perdersi la nostra più piccola mossa falsa. I suoi sicari sono l’Agenzia delle Entrate, l’INPS, la Polizia Locale, ma anche quell’infiltrato del tuo vicino di casa, che sostiene che fai andare la lavatrice di notte e di trovare ciocche dei tuoi capelli nel suo giardino.., O peggio ancora, la Compagnia di Telecomunicazioni che da un loculo tunisino, approfittando di un tuo momento défaillance, o di depressione, è riuscita magicamente a rifilarti nell’ordine: modem, smart-box-sticazzi, abbonamento a pay-tv a tradimento e contratto di expertise and maintenance (de che?! – parte l’attacco isterico…) da pagare in 400 comode rate, incluso il servizio di consegna dell’elenco telefonico (quello della SIP, ve lo ricordate?), i cui ultimi esemplari trovati in fondo a un armadio li hai gettati in un falò l’epifania di almeno otto anni fa. E dopo che ti sei finalmente deciso a cambiare operatore telefonico, ti massacra di fatture, solleciti e lettere minatorie di un’agenzia di recupero crediti, finché devi scegliere se aprire un mutuo o pagare un avvocato.

Non sto esagerando, mio padre è andato avanti così per due anni, prima di essere internato. Una vera persecuzione. Ancora adesso, in istituto, quando sente la voce di Mina alla tv del soggiorno, nell’ora d’aria, gli prendono le convulsioni…

Insomma, tiro fuori la mano dalla cassetta delle lettere senza un graffio, ma fra le dita stringo una cartolina postale che, ahimè, non riporta la foto di una spiaggia tropicale in una cornice a forma di cuore, ma una casellina spuntata in fretta, data e firma illeggibili.

Quando finalmente entro in possesso della raccomandata, leggo qualcosa del genere: “Gentile cliente, nel controllare la sua pratica di mancata prosecuzione della polizza assicurativa con la Compagnia tal dei tali sul veicolo targato… ed alla cessazione del contratto di fornitura di servizi con la nostra Società, ci siamo avveduti che non ha ancora provveduto all’obbligazione contrattualmente assunta di restituzione dell’apparato satellitare di nostra proprietà.”

Premesso che tecnicamente non sono più un loro cliente, e che consapevolmente non ho assunto un bel niente, né sarei in grado di smontare la scatola nera che qualcuno ha installato sulla mia auto e inviarla a un indirizzo sconosciuto, nel resto della raccomandata trovo precise indicazioni per pagare una mora e avviare la procedura di disinstallazione dell’aggeggio satellitare presso un loro centro autorizzato.

Mi torna in mente il sorriso del giovane elettrauto caloroso e qualcosa mi dice che è giunto il momento di pagarlo. Hanno semplicemente aspettato che maturassero i tempi per presentarmi il conto. “Qualora non procedesse alla disinstallazione, – chiosa borbonicamente la missiva, – la Società si riserva di procedere con ulteriori azioni a tutela della propria proprietà della scrivente con le misure e nelle sedi ritenute idonee”. Ma andassero affan’…

In un mondo ideale il Gentile cliente, alla scadenza di un contratto, si vedrebbe recapitare una lettera di promemoria, un’email, un messaggio. In un mondo ideale non si aspetta un anno per coglierlo in flagrante e bacchettarlo sulle dita.

Avrebbero potuto far suonare il dispositivo satellitare; possibile che in un simile concentrato di tecnologia non sia stata prevista una sveglia? Beep-beep! E’ ora di rispedirmi sul pianeta Ork, dal quale provengo! Rigorosamente con la voce registrata di Robin Williams.

Oppure avrebbero potuto farmi chiamare da Signorina 118 o, se lei si occupa solo delle emergenze, da un operatore qualsiasi chiuso in un loculo qualsiasi sparso sulle coste del Mediterraneo.

Nel mondo reale, invece, il Gentile cliente, se non sta attento, è solo un pollo da spennare.

Nel mondo reale, stranamente, il Cliente è gentile a prescindere, anche quando non è più un cliente. Quello di Gentile cliente è un titolo a vita, come per i senatori, solo che ai Gentili clienti non viene in tasca nulla, anzi.

Gentile cliente un cazzo, penso, mentre vado in posta a pagare.

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[P.B., 11/4/2021]

Perle d’ironia

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Un po’ d’ironia kafkiana.

Due piccole perle.

La seconda forse nota ai più, avendo per tema la letteratura.

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[Cartolina di posta pneumatica di Franz Kafka all’amico scrittore Max Brod, inviatagli una domenica mattina dall’ufficio dell’agenzia Assicurazioni Generali Trieste di Praga, dov’era impiegato. Da Un altro scrivere, Trad. Marco Rispoli, Ed. Beat]

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Praga, il: 29 marzo 1908

Reparto: triste del lavoro di domenica mattina

Mio caro Max,

che iniziale sfavorevole che hai!

Ma dal momento che ho troppo da fare e qui splende il sole, nell’ufficio vuoto ho avuto un’idea quasi perfetta, attuarla è poi cosa quasi economica. Invece della nostra pianificata vita notturna da lunedì a martedì potremmo organizzare una bella vita mattutina, incontrandoci alle 5 e 30 o alle 6 presso la statua della Madonna – con le donne, poi, non può andarci male – e andare al Trocadero o al Kuchelbad o all’Eldorado. Poi, se ci sta bene, possiamo bere caffè nel giardino sulla Moldava, o anche appoggiati alla spalla della Josci. Entrambe le cose sarebbero lodevoli. Al Trocadero infatti non ce la passeremmo male; ci sono milionari e gente ancora più ricca che alle 6 di mattina non ha più un soldo e noi arriveremmo allora, ripuliti da tutte le altre cantine, ormai purtroppo nell’ultima, per bere un minuscolo caffè, visto che ne abbiamo bisogno, e solo per fatto che eravamo milionari – oppure lo siamo ancora, chi lo sa più di mattina? – siamo in grado di pagare una seconda tazzina.

Come si vede, per questa cosa non c’è bisogno di nient’altro che di un portamonete vuoto e io posso prestartelo se vuoi. Ma se per una simile impresa tu dovessi essere troppo poco coraggioso, troppo poco spilorcio, troppo poco energico, allora non c’è bisogno di scrivermi e mi incontrerai lunedì alle 9; ma se lo sei, scrivimi immediatamente una cartolina di posta pneumatica con le tue condizioni.

Ho scoperto in effetti quella principessa montenegrina sulla via per l’Eldorado e allora pensai – tutto si dispone per l’ingresso in questo porto – che potremmo prendere le due ragazze come prima colazione, che a te è tanto cara.

Franz

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[Lettera di Franz Kafka a Max Brod, che aveva citato l’amico – e compagno di studi all’università di Legge – in un suo articolo del 9 febbraio 1907, apparso sulla nota rivista letteraria berlinese Die Gegenwart, nel quale paragonava lo stile di Kafka a quello di H. Mann, F. Wedekind e G. Meyrink; articolo del quale Kafka, che fino a quel momento non aveva ancora pubblicato nulla, si fa cinicamente beffa con ironia e compostezza ineguagliabili. Da Un altro scrivere, Trad. Marco Rispoli, Ed. Beat]

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Praga, 12/2/1907

Caro Max,

ti scrivo volentieri ancora, prima di mettermi a dormire; sono soltanto le quattro.

Ho letto ieri la Gegenwart, tuttavia con un po’ di inquietudine perché ero in compagnia e ciò che è stampato nella Gegenwart vuole essere sussurrato all’orecchio.

Dunque questo è carnevale, proprio carnevale, ma dei più adorabili. – Bene, così anche quest’inverno alla fine ho fatto un passo di danza.

Mi compiaccio particolarmente del fatto che non tutti riconosceranno in questo punto la necessità del mio nome. Infatti si dovrebbe leggere in quest’ottica già il primo capoverso e annotarsi il passo che tratta dell’armonia delle frasi. In quel caso si capirebbe che una lista di nomi che finisce con Meyrink (questo è evidentemente un riccio richiuso su se stesso) risulta impossibile all’inizio di una frase, se le parole seguenti devono avere ancora respiro. Inserire qui un nome con vocale aperta alla fine significa salvare la vita di ogni parola. Il mio merito, in ciò, è cosa da poco.

Triste è soltanto il fatto – so che tu non avevi questa intenzione – che a questo punto pubblicare in seguito qualcosa è diventato per me un’azione indecente, la tenerezza di questo debutto avrebbe un danno completo. E mai troverei un effetto che fosse pari a quello che è concesso al mio nome nella tua frase.

Tuttavia questa è oggi solo una riflessione marginale, sto piuttosto cercando di conoscere con certezza i confini della mia attuale fama, visto che sono un bravo bambino e un amante della geografia. Dalla Germania, credo, posso aspettarmi ben poco al momento. Infatti quanta gente lì legge una critica con attenzione costante fino all’ultimo capoverso? Questa non è fama. Diverso però è per i tedeschi all’estero, per esempio nelle provincie del Baltico, ancor meglio in America o addirittura nelle colonie tedesche, poiché il tedesco abbandonato legge la sua rivista interamente. La mia fama perciò è più salda che mai a Dar-es-Salaam, Ugigi, Windhoek. Ma proprio per tranquillizzare questa gente che si interessa così in fretta (è bello: fattori, soldati), avresti dovuto scrivere ancora tra parentesi: “Questo nome dovrà essere dimenticato”. Ti bacio, dà presto l’esame

Tuo Franz

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Curiosità: la posta pneumatica di inizio ‘900 può essere paragonata all’ email di oggi.

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Immagine di copertina: parte di mosaico delle Terme Deciane, conservato presso i Musei Capitolini, raffigurante la maschera teatrale tragica accanto a quella comica.

Il bianco e il nero

In attesa di qualcosa di fresco (che arriverà, con calma, ma arriverà), ripubblico un mio breve racconto di tanto tempo fa, nel quale sono inciampato nel mio periodico riordinare file e cartelle (per poi puntualmente non ritrovare più nulla).

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– Non toccherebbe sempre a me il nero, – dico mettendo mano svogliatamente ai miei pezzi.
– Sì, invece, risponde lei, carezzando un suo alfiere bianco, come fosse un soldato dell’esercito del bene. Mentre il nero, penso, dovrebbe essere quello del male; che in francese, con la e muta, significa maschio. Ma la mia anima è bianca. Bianca, sì, la mia anima è vergine. Credo di non aver mai amato, di non esserci mai riuscito. In fondo, penso che questo lei l’abbia capito benissimo. Come dovrebbe aver capito che detesto questo teatrino della partita a scacchi. Non serve a niente, le cose non cambiano. Vorrebbe costringermi, torturarmi forse, ma non si accorge che così fa male solo a se stessa. Su quei riquadri bianchi e neri sono invulnerabile; come nella vita, a quanto pare.
– Odio questo gioco, – dico.
– Se vinci sempre tu! – esclama lei fingendo di non capire. Sembra una bambina. Ora incrocia le braccia in atteggiamento d’attesa, fissando le mie mani; dice che le piacciono tanto.
Il nero annulla ogni colore assorbendolo in sé, rifletto. Lei si prende sempre i bianchi, ma credo che in fondo invidi il mio colore. Solo che ne ha un timore riverenziale, non si fida.
Finisco di disporre i miei pezzi, poi levo i cuscini da sotto il sedere, voglio sentire il duro del pavimento. Freddo, meglio così.
– Allora ti piace perdere, – sussurro senza alzare lo sguardo.
– Sono io che ti lascio vincere, cosa credi? – ridacchia, concentrandosi sulla sua apertura, come se non l’avesse già pronta da un pezzo.
Ogni volta rispondo a una sua prima mossa, peraltro quasi sempre la stessa. Non dovrebbe essere così. E’ proprio testarda. E ogni volta s’illude di prendere in mano la situazione.
– Sono altre le libertà che dovresti concedere, prima di tutto a te stessa -. Stavolta la guardo, ma lei non alza gli occhi dalla scacchiera, come fosse ipnotizzata dal quadrato bicromatico. Ma che t’affanni a fare?, penso, l’amore non ha forma, né geometria. Non servono strategie, mosse e contromosse, serve solo l’istinto, quella cosa nella pancia che ti dice se stai facendo la cosa giusta.
Una cosa, però, pare averla capita: se lasciasse a me la prima mossa, la partita potrebbe anche non avere inizio. Io credo che pensi che se stesse a me aprire, la nostra storia potrebbe finire, ora, in questo preciso istante. Quello che non sa, invece, è che potrebbe essere tutto diverso, che farebbe bene a rischiare.

Giochiamo. Il bianco apre le danze e combatte con onore. S’arrocca, si difende, s’illude e infine perde, annullato, risucchiato dal nero, come sempre. I nostri colori si oppongono, si escludono, ma non si mischiano mai.
E’ così anche quando facciamo l’amore. E’ lei a chiedermi di farlo. Quando esco dal letto, però, non parla più. Fissa il soffitto e non vede nient’altro, come se non esistesse che lo spazio bianco in cui pare essersi rifugiata. Chiude gli occhi e ho la sensazione che stia per mettersi a piangere. – Vai via, lasciami sola, – dice coprendosi la faccia con un cuscino.

Quel che rimane è il silenzio assordante dei miei pensieri che rimbalzano sulle pareti della stanza. Mi sento soffocare, vorrei dire parole che le farebbero male, ma sarebbe un dolore utile a entrambi. Invece sto zitto, non me la sento e mi allontano, ogni volta un po’ di più.

Se per una volta lasciasse a me il bianco. Se mi permettesse di amarla.

[P.B., 2013]

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Immagine di copertina tratta dal web

Venerdì santo

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Scassinerà la morte, quella
fortezza buia, sposterà il pietrone ridendo
cucirà le ferite senza ago solo andando
in un punto del respiro, vincerà
sulla materia e per questo poi salirà
senza peso. Vincerà la gravità
la consistenza l’odore il nome,
risorgerà non più creato ma creatore, saprà
la formula il contatto fra ovulo e sperma fra
spora e tronco e seme e terra. Saprà
il principio d’ogni cosa la durata
saprà l’eterno il paradiso di Dante
l’avrà a memoria ogni verso e
anche le parole scritte ora
lui le avrà già sapute quella volta
lì nel sepolcro al fresco dove
la morte è uno stecco un niente
un avanzo un imbroglio e il resto
tutto il resto vita solo vita
solo luce e vita niente altro.

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[da Senza polvere senza peso – So dare ferite perfette, Mariangela Gualtieri, 2006, Ed. Einaudi]

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Immagine di copertina, opera di Laura Salvi

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La lavanda dei piedi

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Io lo conosco:
ha riempito le mie notti con frastuoni orrendi,
ha accarezzato le mie viscere,
imbiancato i miei capelli per lo stupore.
Mi ha resa giovane e vecchia
a seconda delle stagioni,
mi ha fatta fiorire e morire
un’infinità di volte.
Ma io so che mi ama
E ti dirò, anche se tu non mi credi,
che si preannuncia sempre
con una grande frescura in tutte le membra
come se tu ricominciassi a vivere
e vedessi il mondo per la prima volta.

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[Da Corpo d’amore, Alda Merini]

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Immagine di copertina, opera di Laura Salvi

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