SANGUE RAPPRESO – II

II

 
 
 
«Laura è mancata oggi, dopo travagliati giorni di straziante agonia. Siamo affranti, distrutti. Stretti in quest’immenso dolore, ci rimettiamo ai Vostri doveri di marito e di padre.
F. e A.»
 
 
Anni addietro, a La Spezia, Mirto conobbe la donna che sarebbe diventata sua moglie. Era un giorno d’estate, il primo di un’insperata vacanza. Di famiglia borghese, agiata – il padre era un attivo commerciante di tessuti, istruita, colta, Laura era una donna estremamente attraente ed egli se ne innamorò dal primo istante. E ancora l’amava, se solo fosse stato in grado di dimostrarlo. Ma questa era una cosa che sapeva di non possedere, né d’aver mai appreso. Se ne innamorò, conquistò il suo cuore, le offrì la sicurezza di una vita agiata e la condusse nella propria terra, a Sarnico, sulla riva di un lago sottile e profondo, scura ferita inferta dal ghiaccio in un costato di livida roccia. In quei luoghi, così diversi, lontano da casa, dalla sua città e dal mare, nel nord della provincia lombarda che ancora non conosceva, Laura venne presa in sposa. Era un inverno umido e ostile, di un freddo subdolo, penetrante, mitigato appena dal lago, unico sollievo. Laura fu moglie e poi madre orgogliosa dei figli di suo marito, cui avrebbe tanto voluto dare un erede. Ma non smise mai di essere donna. Affascinante, volitiva, moglie devota, rispettosa, mai sottomessa. Amava suo marito, ma non mise a tacere il bisogno d’essere libera di farlo a modo suo.
Avevano avuto giorni felici. Quando l’aveva al suo fianco, nelle piacevoli passeggiate domenicali per le vie del paese, sul lungo lago e per i sentieri che costeggiano le prime anse dell’Oglio, Mirto rispondeva radioso ai saluti e agli omaggi di chi incontravano. Le stringeva allora la mano inorgoglito, mentre Laura, da sotto l’ombrellino, con fare dolce e maestoso, piegava appena la testa sorridendo, mostrando la linea morbida del collo impreziosita da un nastro di pizzo. Si diceva che erano una coppia stupenda e che non vi fossero ombre sul loro futuro. Del resto, si sa, salute, malattia, figli, prosperità, si era tutti nelle mani della Provvidenza.
Negli ultimi tempi, tuttavia, gli affari di Mirto avevano avuto delle brusche battute d’arresto, dovute a difficoltà sempre crescenti nei rapporti con i consolidati clienti austriaci, uomini d’affari e membri delle istituzioni che fino ad allora avevano dato credito e fiducia indiscussi alla sua impresa e alle sue capacità individuali. Ma lo scoppio della guerra in Serbia, la reazione delle alleanze e il rapido moltiplicarsi dei fronti, per non parlare della sempre meno credibile neutralità del Regno d’Italia, stavano rovinando ogni cosa. I giorni in cui suo padre veniva ricevuto all’alba dall’Imperatore in persona per discutere di un nuovo progetto per l’acquedotto di Vienna, sembravano ormai incredibilmente lontani. Ogni cosa adesso veniva messa in discussione, ovunque venivano trovati impedimenti e cavilli di carattere burocratico e legale, anche sui contratti e gli incarichi già acquisiti. Le frontiere erano ormai un limite quasi invalicabile; alcuni cantieri, diventati pericolosi e impraticabili, di fatto avevano dovuto essere abbandonati. Gli italiani erano ormai ritenuti ostili e la loro politica internazionale sempre più ambigua. Né il conflitto dava l’impressione d’esaurirsi nei tempi che i capi di stato avevano inizialmente propagandato. Anzi, tutto lasciava presagire il contrario: la progressiva degenerazione, l’espandersi a macchia d’olio della morsa paralizzante che nei paesi coinvolti avrebbe richiamato sempre più uomini dalle città e dalle campagne per condurli al fronte. Da molti il coinvolgimento del Regno era ormai considerato inevitabile e imminente.
Mirto, dal suo canto, non si era schierato, né riusciva a orientarsi nel vorticoso evolvere di eventi e situazioni di quegli ultimi mesi. Talvolta assisteva attonito a discussioni e dibattiti, preoccupato per lo scenario politico e sociale che si stava delineando nel paese. Non si ritrovava nella voce dei più. Nemmeno in quella della stampa, esasperata e adescatrice. Dal suo punto di vista, interessi concreti misti a un ingiustificato, mistificato fervore nazionalista impedivano a tutti, politici, filosofi, oratori, e infine alla gente comune una visione obiettiva della situazione. Il rigurgito di slogan risorgimentali, gli accessi spudoratamente retorici di quei giorni, poi, gli risultavano addirittura ridicoli. E tuttavia, le piazze si riempivano, si animavano, le stesse parole erano sulle bocche di tutti. Guerra, opportunità, affermazione. Identità, nazione, intervento. Concetti o semplici motti che permeavano i pensieri della gente attraversando le classi sociali, già ampiamente turbate dai movimenti e dalle manifestazioni degli ultimi anni. Era già scorso del sangue, troppo, in seno alla patria; perché incitare a spargerne altro, perché partecipare alla logica folle del conflitto fra popoli e razze? Erano dunque una minaccia gli Austro-Ungarici, o i Tedeschi? Potevano essere nemici coloro i quali per anni avevano intrattenuto con lui onesti e prolifici rapporti commerciali? Per non parlare del fatto che oggi un ramo della sua stessa famiglia parlava la loro lingua e viveva nelle loro città, al di là delle Alpi.
Eppure, anche in seno al pensiero popolare, al movimento dei lavoratori, cui Mirto non poteva essere indifferente, gli stessi dubbi, le stesse pulsioni, gli stessi attriti. Mirto, in fondo, non era che un imprenditore, un uomo attento alle regole del commercio, alla diplomazia che regola i rapporti e gli equilibri fra le parti. Era un liberale. Nella sua famiglia, da che ne aveva memoria, si respirava uno spirito d’autonomia e individualismo cui lui stesso naturalmente aderiva. Conforme alla tradizione, Mirto incarnava la convinzione di dover preservare la libertà di intraprendere azioni per il proprio interesse personale e per quello della propria famiglia, senza per questo dover rendere conto a nessuno, tanto meno a un sindacato. Cosa che, suo malgrado, aveva dovuto cominciare a fare.
“La libertà non può prescindere da questo”, ripeteva spesso suo padre, “cosa pretendono i Socialisti, che siamo tutti uguali? Vorrebbero vederci con un fazzoletto al collo o il distintivo di una corporazione sul petto? Tutti uguali, tutti orientati, tutti allineati. Al volere di chi? Non mi vengano a parlare del Popolo. A quale progresso porterebbe una società del genere, una tale parificazione?” La voce profonda del padre riecheggiò per la stanza in cui Mirto si trovava. Poteva vedere il suo sguardo illuminato dalla luce del camino. Un uomo che metteva soggezione, Pietro, suo padre. Uomo di poche parole, onesto, esigente e severo, a volte anche duro, prima di tutto con i propri familiari. Proprio per questo Mirto gli aveva sempre riconosciuto un’indiscutibile equità d’animo. In quel momento i suoi occhi neri e autoritari, lo stavano fissando dall’ovale di una preziosa cornice d’argento sul pianoforte. Mirto ne contemplò la fronte alta, aperta, i lunghi baffi spioventi che confluivano in un’imponente barba bianca. Accanto a quella foto poté osservare se stesso, in piedi, una mano posata sullo schienale di un’enorme poltrona di vimini nella quale sedeva sua moglie Laura. Lui rigido, impettito, statuario, alla destra di sua moglie. Lei elegante, armoniosa, il bel viso luminoso, come un’alba. E alla sua sinistra Lina, la primogenita, che ritta su di uno sgabello fissava l’obiettivo poggiando il capo sulla spalla di lei, abbandonandosi a quella posa con sguardo sognante. Vi si poteva leggere tutto l’amore e la devozione che la piccola nutriva per sua madre. Davvero sembrava non curarsi dello scenario artefatto di una veranda con palmizi e drappi posticci, né delle reiterate indicazioni di un fotografo zelante; in quel momento per lei esisteva solo la mamma, la sua posa esprimeva la volontà e la gioia di concedersi un gesto di totale fiducia nei suoi confronti, di immortalarlo. Laura sorrideva amabile come sempre, sembrava che nulla potesse turbare quella sua placida confidenza nella vita. E poi? Che  cos’era accaduto in seguito, cos’era cambiato? Perché se n’era andata? Forse era delusa, stanca, provò a rispondere Mirto. Forse non si era mai sentita veramente a casa, riconosciuta e accolta dalla sua famiglia. Forse era lui che non l’aveva permesso. Era spaventata dall’idea della guerra e dalle conseguenze che essa avrebbe potuto avere per loro, questo sì gliel’aveva detto tante volte. Era preoccupata per le bambine. E forse alla fine aveva deciso di non aspettare più; era partita, era andata via da lì, aveva cercato rifugio altrove. Aveva lasciato Mirto al suo posto, baluardo a difesa di qualcosa che non condivideva o che riteneva anacronistico, vano. Forse aveva ragione lei, pensò Mirto, forse non c’era altro da fare; bisognava evolvere, cambiare, muovere; prendere posizione, in una direzione o in un’altra. Forse, invece, Laura aveva bisogno di più attenzione, di condivisione e calore, per sé, per le bambine. E che cosa aveva fatto lui perché rimanessero con lui? Mirto, che ora scrutava pensieri e intenzioni passati, fissati sui volti di una fotografia e destinati a echeggiare per sempre, perché non era stato in grado di leggere il presente? Dov’era allora? Perché non aveva saputo ascoltare la voce di sua moglie quando era ancora lì con lui, reale, viva?
Guardando con occhi diversi quella fotografia, così familiare, Mirto notò per la prima volta che se c’era una persona che non appariva per quello che era, ma per il ruolo che aveva consapevolmente assunto, quello era lui. Eccolo, inesorabilmente fedele a ciò che rappresentava e dichiarava di essere, anche attraverso un ritratto. Il cittadino rispettabile e onesto, l’affidabile e facoltoso uomo d’affari, il pater familias, ligio assertore dei propri doveri di padre e di marito. Si riconobbe infine nelle lapidarie parole della cognata. Era all’uomo racchiuso in quella cornice che erano state rivolte. Dunque, avrebbe fatto il suo dovere, si disse, giacché era questo che tutti si aspettavano da lui. E in quel momento erano due le cose che più di ogni altra sentiva di dover fare: riportare a casa il corpo di sua moglie, riabilitarla agli occhi di tutti onorandola di un funerale degno, e riabbracciare al più presto le sue bambine. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che le aveva tenute fra le sue braccia? Chissà quante volte, in quei mesi, avevano chiesto del loro papà. E cosa avrà detto loro la madre?

All’ufficio postale, Mirto dettò al telegrafista le sue disposizioni: il feretro della povera moglie doveva partire quanto prima per Sarnico. E doveva essere fatto in modo che anche le bambine lo raggiungessero al più presto. D’ora in avanti, di loro si sarebbe occupato il padre. Inviò una lettera alla cognata in cui dava precise indicazioni per il viaggio in treno del feretro e delle figlie; le avrebbe fatto avere il denaro necessario. Si raccomandò che lei e il marito assolvessero alle pratiche necessarie e che venisse svolto sul posto un primo rito religioso. La vera cerimonia funebre sarebbe stata celebrata a Sarnico, non appena le spoglie della povera moglie fossero giunte a casa.
 
 
 
 
 
Capitoli precedenti:
 
PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)

Leuca

Vorrei riprodurre il suono del vento
fragore molle che carezza il collo
scosta i capelli, sazia la pelle
dissecca il mio sguardo
smanioso, rivelatore
di un segno.

Vorrei tornare a quel crocevia sconosciuto
al ruvido assito dove muovevi languido il passo.
All’oasi asciutta in cui intrecciavamo lo sguardo
scandendo imponderabili granelli di tempo.

[Tutto è fermo. Un uomo sciabatta fra i tavoli. Li spolvera e poi li batte con un martello. Li passa tutti, uno a uno. Il nostro no, lo salta. Ci guarda e se ne va indolente, senza domandare. Eccitate, le tue dita giocano con un anello, per i miei occhi. I tuoi sono al sicuro, dietro un sipario.]

Vorrei riascoltare il canto del vento
assistere di nuovo a quella danza.
E attendere l’ora in cui, fuori dalla tenda
sui nostri occhi, le nostre mani
calerà il silenzio.

Brevi viaggi della mente

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 Belgrado

Quella volta, all’aeroporto Isaac non prese il taxi, ma noleggiò un’auto e si diresse con calma verso il centro. Aveva tutto il pomeriggio per sé. Passeggiò a lungo sul fiume e quando fu l’ora di chiusura, passò davanti alla biblioteca. Uscendo con le colleghe, Mirna lo riconobbe subito, sul marciapiede opposto, vicino alla fermata dell’autobus. Sorrise incredula. Non lo vedeva da settimane, né pensava che sarebbe successo ancora.
Fecero l’amore in macchina, a pochi isolati da lì. In quell’anonimo spazio sconfinato. Lo fecero con gesti rapidi e risoluti. Famelici, implacabili. Come le dita di lei, esigenti artigli vellutati. E il soffio crescente di quel suo piacere ostinato, consumato e offerto. Il celebrarlo muto di lui, rilasciato e teso come una corda all’ormeggio. Crepitante, sotto di lei, respirando l’alito caldo del suo ventre disvelato.
Lo fecero in silenzio, senza parole, ché non ne avevano in comune.
Si trovarono a occhi chiusi, scrutandosi da dentro.
Più tardi, sulla terrazza di un bistrot, guardarono la città luccicare.
Non avevano parole su cui volare, né una ragione per cercarne.
 
 
 

Lost in Translation

Nel buio delle ultime file, i primi baci, le prime carezze. Il film, lento, ovattato, stentava a decollare, né poteva schermare l’attrazione che ci univa. Le nostre labbra si fusero in un silenzioso canto di desiderio, mentre le mani, temerarie, penetravano al buio fra giacche e maglioni. Nella sala gremita, inno alla trasgressione, ci rifugiammo in un abbraccio che mascherasse quei gesti, sempre più precisi. Aggrappati a quello scoglio, intuivamo l’uno il piacere dell’altro dai pochi sussulti concessi e subito lo soffocavamo, mordendoci le labbra. Trattenemmo il fiato, emergendo solo a tratti da quell’apnea incondizionata. E continuammo così, assorti, fino all’approdo.
Quando riaprimmo gli occhi, ci fissammo spaesati. Le nostre iridi dilatate riflettevano la luminosità diffusa dello schermo. Dov’eravamo? Mi giunsero le note di un piano, ora potevo udirle. Mi voltai e mi immersi nella luce soffusa di una sala d’albergo. Un occidentale in abito da sera sedeva di schiena al bancone del bar. Solo, spaesato, pareva perso. Come noi. Rilasciai gradualmente la presa, sfuggendo alla stretta di quel nostro abbraccio che, esauritosi, diventava scomodo. Rinfilai la camicia bagnata nei pantaloni. Incredulo, girai uno sguardo timoroso sulla sala. I volti delle persone mi apparivano solo a tratti, illuminati da spot di luce riflessa. Per un momento fissai le loro espressioni esanimi, intenti a guardare il film. Sembravano teste di terracotta. Poi mi voltai verso di lei: percepii il calore sul suo volto, il suo respiro. La fissai finché non incrociò il mio sguardo. Sorridemmo sollevati, quasi fossimo gli unici sopravvissuti in quel deserto d’inumani. Non resistemmo, cominciammo a ridere, isterici, a labbra tese. Restammo così a lungo, sospesi, persi, fra imbarazzo e un innegabile senso d’appagamento.

SANGUE RAPPRESO – I

PRIMA PARTE

«In quella notte io passerò e colpirò ogni primogenito, uomo o bestia… Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro: io vedrò il sangue e passerò oltre, non vi sarà per voi flagello di sterminio…»
[Es 12,12]

I

(Prologo)

Per i corridoi e le stanze vuote di una delle più antiche case del borgo risuona l’eco solenne dei passi di un uomo. Autorevole, alto, dall’aria vagamente ombrosa. Allo specchio, mentre s’annoda la cravatta, scruta la propria immagine riflessa nella cornice dorata: alla luce livida della sera, pare uno dei ritratti di famiglia che torreggiano sui mobili di casa. In tutto simile a suo padre, pensa, rivedendolo, statuario, accanto alla moglie adorata. Eredità, continuità, mormora fra sé. Orme, senso, direzione. Scandisce quelle parole come se dovesse valutarne il peso e la fattura. Destino, solitudine. Si ferma, tace. Parla da solo ormai, e non se ne vergogna. Non più, vi ha fatto l’abitudine. Non tanto al suono fraterno e indisturbato della propria voce, o al tono con cui si rivolge a se stesso; né a che talvolta sembri essere un altro a farlo al posto suo, bensì al fatto che nessuno ormai, tranne lui, possa più udire quelle parole. Quinto di undici figli, più della metà già morti, Mirto è un sopravvissuto, un predestinato. Riservato, schivo; in paese lo conoscono tutti, ma pochi vi hanno confidenza. Ingegnere, figlio di costruttori, da qualche anno alle redini dell’impresa di suo padre. Membro di una famiglia che negli anni s’è ramificata oltralpe, estendendo i propri interessi commerciali dall’operosa provincia italiana fin oltre i confini nazionali. Austria, Slovenia e giù, fino in Montenegro, a bucar montagne, spianare strade, tirare i binari della ferrovia imperiale. Ciononostante, Mirto non ha mai pensato di abbandonare il paese in cui è nato, né di lasciare la vecchia casa di famiglia e l’antica corte disadorna; contrada San Paolo e le cinque vie che dal borgo conducono al lago; né tanto meno la tenuta fuori porta, a lui così cara: gli orti, la vigna, le balze piantumate ai piedi della collina scavata della cava. L’isola felice dove può darsi al lavoro manuale, fra rovi, sterpaglie e virgulti, a rivoltare zolle e irrorar radici, le sue.
Ma non la pensava così sua moglie Laura, che una mattina di sei mesi fa, senza preavviso, se n’è andata via. Ha lasciato tutto ed è partita, è tornata a casa, nella capitale, portando con sé le bambine. Lina, sei anni, e Luciana, di sole otto settimane.
Con un gesto di stizza Mirto calca il cappello sulla fronte ed esce di casa. E’ la sera del Giovedì Santo e, come ogni anno da quando non era che un bambinetto nelle mani dei propri genitori, compie a piedi il tragitto che da casa conduce alla chiesa. Cammina lentamente, avvolto nel suo pastrano, lo sguardo sull’acciottolato. Chi lo incrocia attende invano un saluto, un cenno da quel volto mutilato dalla tesa del cappello.
Kyrie Eleison,
Kyrie Eleison,
Kyrie Eleison…
Mirto fissa la schiena ornata del sacerdote sull’altare finché svanisce fra i fumi d’incenso. E con lui ogni cosa intorno. Ritto nel banco di famiglia, trova un posto sicuro in cui raccogliersi in silenzio, senza curarsi degli sguardi di chi lo circonda, siano essi mossi da sincera compassione o da meschina curiosità. C’è solo un luogo dove egli possa trovare rifugio e conforto, e non è in quel tempio, ma dentro di sé.
Tornato a casa, si corica con un’ansia sottile in petto, una specie di subdola, penetrante malia. Ma non vi ragiona, non vuole indagare, né dare importanza a ciò che gli increspa il battito del cuore, rendendolo a un tratto fragile, come appeso alla volontà di un respiro. Ecco, è come se da quel momento avesse in capo anche l’onere di decidere se continuare a respirare. E prestandovi attenzione, quell’insidiosa sensazione di vuoto pare guadagnare terreno, la minaccia di avere il sopravvento. Mirto cerca rifugio in una lettura con l’intento di procurarsi il sonno, il quale però giunge tardi ed è agitato.
Il giorno seguente, come sempre, si sveglia all’alba. Per un po’, immemore dell’apprensione che l’ha assalito la sera prima, si gode le energie rinnovate dalle poche ore di sonno. Finché, rammentandosene, viene colto dal timore di ritrovarsi quella sera in preda allo stesso affanno. A forza ricaccia il pensiero di sé steso nel letto, intento a contrastare il vuoto e l’anarchia del proprio respiro. E’ in quel momento che rinviene uno dei sogni della notte.
Topi. Enormi, luridi topi, neri come la pece. Una moltitudine di ratti giganteschi e minacciosi, che improvvisamente gli vanno contro. Mirto tiene in braccio la piccola Luciana e Lina per una mano. Alla vista di quelle bestie schifose, foriere di malattia e sventura, viene preso dal panico. Stringe a sé le figlie, si guarda intorno, scorge un capanno abbandonato. Solleva anche Lina e corre attraverso un prato in cerca di un rifugio. La porta del casotto è aperta, entra e la richiude subito dietro di sé, tirando un chiavistello. Si ritrovano così tutti e tre abbracciati nell’oscurità di un sudicio stanzone vuoto. Scende il buio. Solo allora Mirto s’accorge che Laura, sua moglie, che faceva al suo fianco, non è lì con loro. Non ha idea di dove sia. In quel luogo inospitale, ma protetto, Mirto veglia sulle sue bambine. Da fuori, intanto, lontano dalla loro vista, s’ode un grande trambusto: stridere di animali, latrati. Il baccano cresce, si fa sempre più vicino, assordante, inumano. Mirto riconosce il gemito immondo delle bestie che l’hanno inseguito; sono lì, affollate fuori dal capanno, squittiscono atrocemente graffiando l’uscio. Mirto tiene strette a sé le bambine, coprendone il capo con le mani, mentre le unghie dei ratti solcano il legno della porta sbarrata. Finché, a un tratto, improvvisamente cala il silenzio. Dopo tutto quello strazio, un lungo silenzio ininterrotto. In quella pace, lui e le bambine cedono finalmente al sonno. Al mattino, non sentendo più rumori, Mirto decide di uscire dal riparo. All’esterno, però, non trova nulla, nessuna traccia dei malefici topi. Allora sveglia le figlie e s’incamminano rapidamente per la paura che possano tornare da un momento all’altro. Nell’erba, però, Mirto nota qualcosa. Riconoscendo il manto scuro di quelle bestie, non riesce a far a meno di avvicinarsi. Raggelando, da una parte trova l’inequivocabile residuo delle loro lunghe code rosa, dall’altra i loro corpi mutilati, gettati al suolo a formare una massa informe. Fatica a considerarli corpi: non c’è traccia delle teste, né delle interiora che avrebbero dovuto riempire quelle pellicce straziate. Li rinviene poco più avanti, insieme agli arti strappati e impilati in una specie di macabra catasta. In tutto questo Mirto rileva un ordine e una precisione raccapriccianti. Di qualunque essere si trattasse, uomo o animale, chi ha perpetrato quello scempio, ha compiuto un atto orrendo e meticoloso allo stesso tempo, come si trattasse di un lavoro. L’ultima cosa che Mirto è costretto a osservare, prima di abbandonare definitivamente quell’impressionante scenario di devastazione, sono i corpicini rosei di un numero indefinito di cuccioli di ratto. Intatti, mai nati, gli occhi ancora sigillati. Giacciono sparpagliati nell’erba in pozze di liquido amniotico. Avvolti nei loro filamenti appiccicaticci, gli provocano un immediato disgusto, subito seguito, però, da un profondo senso di pietà.
Questo, in fin dei conti, è il sentimento che più di ogni altro gli suscita la rievocazione di quel sogno. E’ la mattina del Venerdì Santo del 1915, il giorno in cui Mirto apprende della morte di sua moglie Laura.

Viaggio Capena – Roma

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[Roma, Stazione Flaminio – fonte: web]

Apro gli occhi e cerco istintivamente di trovare una motivazione alla cosa. Ce ne deve essere per forza una? Il fatto stesso che me lo stia chiedendo mi fa credere di sì. Passa qualche secondo, o qualche minuto, un’unità di tempo indefinita perché il pensiero nella testa non si è ancora coagulato e finché ciò non avverrà, il tempo rimarrà un concetto perfettamente astratto, un fenomeno essenzialmente aleatorio. Dove sono? Incalza la seconda domanda. Le sinapsi si stanno rimettendo alacremente al lavoro, vedo. Il che ora è? è in dirittura d’arrivo, questione di poco, gli ingranaggi si muovono, il sangue circola e irrora. Va tutto bene. Dove sono, quindi. Cominciamo da lì. Perché quella in cui mi trovo, evidentemente, non è camera mia. Eh, certo che no, sono fuori casa, questo me lo ricordo bene: sono in viaggio, in vacanza. Consapevolezza della congiuntura storica, molto bene. E ora calma, un lungo respiro distensivo, inspirazione-dilatazione-accrescimento, espirazione-contrazione-svuotamento. Dentro-fuori. Un battito, un passo avanti. Cos’ho fatto negli ultimi giorni? Mentre il cervello, in background, assembla una risposta alla domanda che si è appena posto, i sensi lo precedono di gran carriera, facilitandogli il compito. La via della deduzione, si sa, è  più facile, o quanto meno in discesa.
Un lucernario sopra la mia testa, dal quale la luce, schermata, filtra soffusa, innocua: davvero non saprei dire che ora è, intrigante. Il letto singolo in cui giaccio, le lenzuola di cotone brandelli arrotolati ai miei piedi. Mi sento riposato, rigenerato: il materasso, ben più rigido e confortevole di quello del letto di casa, mi è congeniale – ma quando la smetterò di dormire in un divano letto?! Non fa caldo, si sta bene: ovvio, sono in un seminterrato. Fin qui, tutto bene, andiamo oltre. Il tavolino basso ai piedi del letto, con sopra libri e dépliant sparsi: so benissimo che leggendone uno potrei accedere a un sacco di informazioni aggiuntive, ma preferisco farmi condurre dagli elementi al contorno. In cuor mio (siamo sicuri che sia proprio lì?) so già dove sono, l’ho capito benissimo, me lo ricordo, il sakè di ieri sera non può aver fatto danni, ma voglio giocare ancora un po’ agli indovinelli. Un vaso con dei ramoscelli di salice essiccati e striminziti che nell’insieme ricorda un albero in inverno. Un altro tavolino con sopra un vecchio televisore a tubo catodico, il videoregistratore, lo stereo e un buon numero di dischi e cassette: la saletta tv adattata a camera per gli ospiti, ricordo di aver pensato ieri sera. Vado avanti. Il soffitto inclinato per via della scala, le pareti bianche, le fotografie appese… Stop. Fine del gioco. Ora è pura lettura, o rilettura, ripasso di ciò che hai scrutato ieri sera. Ti sei divertito? Mi chiede il mio membro pensante. Già, pare che ami parlare con se stesso. Ma lo fa proprio come se si trattasse di un altro, specie quando è incazzato. Dovreste sentire che cazziatoni gli fa… O forse dovrei dire si fanno? Insomma, non mi è ben chiaro chi sia chi e cosa ci faccia io nel mezzo, sta di fatto che, per non sbagliare, spesso parlo, parliamo di me al plurale, di noi. Ci viene spontaneo. Come stai? Bene, non ci lamentiamo, Cosa hai fatto oggi? Lavorato senza sosta, di sto passo usciamo matti, Ti andrebbe un cinema stasera? Ci pensiamo, ok?, Un sushi? Non so, valutiamo…. Ho reso l’idea? La mia ex sbroccava per sta cosa del noi, oltre che per la storia del divano letto e della mia cosiddetta “teoria della precarietà”. Io ci difendevo come potevo, parlavo di modi di dire, di plurale maiestatis, cose così. Minimizzavo. Per me era la normalità. Lei – ma questo l’ho capito dopo, e comunque troppo tardi, lei era spaventata, glielo leggevo negli occhi. Ma sotto sotto mi interrogavo anch’io, davvero: Raga, in quanti siamo, qui dentro?… Preoccupante. Tutte cose da approfondire adeguatamente, magari con l’aiuto di un buon analista. Già, quando avremo un po’ di calma. Appunto. Anche se, diciamocelo, non è poi così male assistere a certi dibattiti interni… (Calma. Siamo in due o in tre?) Dovresti fare così…, Ecco, vedi? Hai sbagliato di nuovo…, Sei sempre il solito, perché non dici mai quello che pensi e vuoi veramente? Quest’ultima, fra tutte, è di gran lunga la mia preferita. Difficile che avvenga il contrario: cioè che A faccia un complimento a B o viceversa, che si scambino smancerie di sorta. Questa cosa fa riflettere: nell’esultanza, nel benessere, nel godimento non si avverte scissione (Sì, a questo punto l’impersonale è d’obbligo). La dicotomia è funzionale, serve a prendere le distanze, a mettere a fuoco l’errore, a giudicarlo dall’esterno, a starne fuori. E’ funzionale, ma inutile. E’ comoda, ma non corregge alcunché. Se nella mia testa c’è chi eccepisce, strepita, sbraita, denuncia, rimprovera, in quella stessa stanza c’è anche chi è sordo come una campana ad ogni tipo di richiamo, chi si lascia scivolare addosso ogni cosa, chi non cambierà mai atteggiamento o convinzione. L’integrità imporrebbe una presa di posizione, il rispetto di una linea unitaria. E unità significa coerenza. Certo che, Paolo, visto così sei proprio messo male! Ecco, ci risiamo… Cambiamo discorso. Dov’eravamo rimasti?… Ok, ok. Faccio uno sforzo.
Foto, cornici, quadretti. Li osservo un’altra volta, che ieri, quando Anna mi ha lasciato solo, l’ho già fatto e con molta attenzione. Ripasso le espressioni più o meno sorridenti, più o meno orgogliose degli adulti, quelle più o meno disinteressate o infastidite dei bambini. Analizzo i sorrisi in cerca di tracce di felicità. Mi ha sempre impressionato osservare le fotografie a distanza di anni, rivedere l’immagine che di noi rendiamo nel tempo, chi eravamo. Negli anni settanta, gli ottanta, i novanta: le foto nel tempo hanno una loro grana, un loro mélange, una specifica gradazione di colore, e la sensazione è che anche noi, allora, vedessimo allo stesso modo, come se i nostri sensi allora fossero diversi. Noi eravamo diversi. E nel frattempo siano mutati, evoluti con gli anni, così come la tecnologia deputata a salvare i nostri ricordi. E’ fuorviante associare la crescita anagrafica a quella degli strumenti a nostra disposizione per raccontarla e immortalarla. Tuttavia, sono convinto che a quelli della mia generazione sia andata così. Di fatto, esistono ricordi analogici e digitali, in alta e bassa definizione. Memorie già sfuocate e periture, quelle dell’infanzia, e memorie riproducibili o addirittura, modificabili, quelle dell’età adulta. Impressionante, se riportato alla capacità acquisita nel frattempo di descrivere e raccontare, o reinventare il proprio vissuto. Esperienze più o meno discretizzate e più o meno approssimative. Dettagli e impressioni, suggestioni che possono essere filtrate eluse, indirizzate. Ma su tutto, in fondo, in barba a ogni nostro sforzo di ricordare, o di ricordare solo ciò che ci fa piacere, un giorno passerà, come uno scanner demolitore, lo sguardo velato del disfacimento senile. Azzerandoli.
Riguardo Anna, il suo incarnato nel costume a due pezzi, così pallido, anemico direi quasi. Le gambe affusolate, da ballerina. I capelli lisci, corvini, raccolti in una spessa fascia di cotone rosso scuro che le corona la fronte, sono più lunghi e non curanti dell’elegante caschetto che porta adesso. Lei e la figlia più grande, sulla battigia. Ancora loro due, qualche anno dopo, mentre si immergono in un campo di lavanda, in Provenza. Accanto a sua figlia, Anna ricorda la rappresentazione di un angelo protettore. Altro scatto: lei con un uomo, dovrebbe essere l’ex-marito. Non l’ho conosciuto. Nemmeno le figlie, d’altronde. E’ la prima volta che metto piede in casa sua. Strano, conosciuti attraverso parole scritte, pagine di libri, racconti, dialogando via email; senza esserci nemmeno visti in faccia, siamo diventati intimi conoscenti. E c’è voluto un po’ per vincere l’imbarazzo del primo incontro. “Allora, com’è di persona?”, ha rotto il ghiaccio imboccando il raccordo anulare. Ma sto divagando… Vediamo un po’ che ora è.
Esco dalla stanza. Il soggiorno è luminoso, guardo l’orologio sopra il frigorifero: le undici. Pensavo peggio. Ero stanco, Anna è andata al lavoro e mi ha lasciato riposare. Apro il frigo e tiro fuori uno degli yogurt che abbiamo comprato al supermercato ieri, appena arrivati. Prendo anche il succo agli agrumi. Devo fare una doccia. Poi un bel caffè. Vado in bagno: sono fortunato, adoro i box doccia spaziosi. E ancor più un bel getto potente, largo, di quelli che ti fan credere di esporti a un tiepido diluvio equatoriale. Regolo la temperatura dell’acqua finché non trovo quella a me più congeniale, sbraccio e canto senza preoccuparmi che qualcuno mi senta, non c’è nessuno in casa. Esco dalla doccia e infilo un comodo accappatoio di spugna che Anna ha insistito che usassi. Accendo sotto il caffè e mi godo la sensazione di fresco e pulito che danno capelli e barba bagnati. L’aroma del caffè che gorgoglia. Lo verso in una tazza, apro la porta finestra che dà sul giardinetto dietro casa: non è il mio ambiente, ma non sento mancarmi niente, sono padrone di questo momento. Mi siedo sulla panchina. E Anna?, mi chiedo a un tratto. Ieri sera ha detto che non sapeva se sarebbe riuscita a liberarsi per pranzo. Recupero il cellulare, lo accendo: tre messaggi e un tentativo di chiamata.
– Buongiorno, le cose per fare colazione sono nel frigo. Ti ho messo anche della marmellata e del latte fresco. Non so se ti piace, è lì.
– Ciao, ti sei alzato? Qui sul lavoro la situazione è un po’ complicata. Sai, con mezzo ufficio in cassa ci tocca sbrigare tutto in due. Non riesco a liberarmi per il pomeriggio. Magari per pranzo. Un boccone veloce, però, prima che tu vada in città.
– Sveglia dormiglione! Ho provato a chiamarti, ma è staccato. Ho fatto squillare il telefono di casa. Sei lì? Quando ti svegli o quando puoi, chiamami, così mi organizzo.

A: “Sei il solito maleducato, Paolo. Trascurato e cafone, degli altri non te ne frega un cazzo!”
B: “Ma che vuoi? Stai calmo! Sei peggio di una madre e una suocera messe insieme. Ora la chiamo, va bene?”
Ma passa ancora un po’ di tempo prima che lo faccia. Ho un blocco nei confronti del telefono: non mi piace, faccio fatica. Sarà perché è già faticoso mettere d’accordo A con B, ci manca solo l’elemento esterno, sperando che almeno lui venga da solo. Per iscritto è diverso, ne puoi gestire uno alla volta. Puoi decidere chi sei anche strada facendo. Capita che inizi a scrivere A e poi strada facendo la cosa passi in mano a B. Prima della fine c’è sempre modo di decidere chi dei due prevalga. Non è sempre facile, ma può anche essere divertente e istruttivo. Ma torniamo a noi… Io, qui a Capena, intendo… In realtà sono un po’ imbarazzato, perché non so esattamente come mai mi trovi qui. Anna è gentile, accogliente, generosa. Anna mi conosce e mi chiede, si racconta, con quel suo modo così esatto e sensibile, così femminile. E’ lei: precisa, profonda, fine, colta. Mi fa stare bene e mi fa sentire piccolo al tempo stesso. E’ la stessa cosa quando leggo ciò che scrive. E’ così che l’ho conosciuta: l’ho letta. Ma noi due, qui, a pochi centimetri di distanza che ci si può sfiorar la pelle, noi, chi diavolo siamo?… La chiamo.
Ci accordiamo per mangiare un panino in un bar alla fermata dell’autobus, passa a prendermi lei. In macchina ascoltiamo la sua musica preferita. Non la conosco affatto e la cosa mi sorprende. E’ la differenza d’età, penso, ma non sono convinto. Io quel gruppo non lo conosco proprio. Anna canta sopra una canzone muovendosi mentre guida. Il brano ricorda la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80. Movenze leggere, ritmate, note danzerine, cantabili. Veli di seta colorati, tacchi alti, contorni sfuocati. Qualcosa di più elaborato e vario della musica dei Bee Gees. Il gruppo – non trattengo il nome – è inglese, ma non così lontano da quella stessa febbre volatile e gaia, vagamente isterica. Non mi piace quella musica: è brezza, non graffia, non ha lama, né spessore, non mi prende. Ma non oso confessarlo, Anna ne è entusiasta, non dico niente.
Al bar lei sceglie un tramezzino. Vuole stare leggera, deve tornare subito in ufficio. Le faccio compagnia ordinando la stessa cosa fredda e farcita dall’aria non troppo invitante. Mangiamo, beviamo una coca, chiacchieriamo. Devo comprare il biglietto del pullman e chiedo al signore dietro il bancone: No, lui non li tiene più da parecchio tempo, devo rivolgermi alla cartoleria che si trova dall’altra parte della strada, loro dovrebbero averne ancora. Saluto Anna sotto il sole cocente, la osservo fare manovra e immettersi sulla strada trafficata in direzione della capitale, attraverso. Il negozio del cartolaio è particolarmente dimesso, gli scaffali sono semivuoti, si respira aria da esaurimento scorte. Tiene anche sigarette e giornali, ridotti anche loro a qualche copia sparuta, distribuita disordinatamente sui ripiani di un portariviste sopra il bancone. Il locale sembra sproporzionato ed è curiosamente popolato di persone che non sembrano avere una ragione ben precisa per stare lì.
“Un biglietto per Roma”, chiedo quando gli occhi del titolare si posano su di me.
Mi fissa per un momento, poi mi dice: “Non ne ho più”.
Non mi sembra molto convinto e credo che legga l’esitazione dipinta sulla mia faccia. Fa il gesto di aprire un lungo cassettone di legno davanti a sé, sposta delle carte e lo richiude bruscamente. Mi fissa di nuovo: “Niente. Non ne ho più”.
“Provi a farlo sull’autobus”, aggiunge, con un vago cenno di compassione per il forestiero che ha davanti.
“Ah, è possibile farlo sull’autobus…”, ripeto meccanicamente.
“Potrebbe”.
Esco. Mi porto sul lato giusto della carreggiata e cerco un po’ d’ombra mentre aspetto la corriera. Non c’è alcun segnale o palina di fermata, né vedo altre persone in attesa, ma Anna mi ha assicurato che il pullman si sarebbe fermato davanti al bar. Attendo. Dopo qualche minuto un paio di ragazzi si portano vicino a me, sul ciglio della strada. Ne avvicino uno con un’ingombrante borsa a tracolla, di quelle per andare in palestra.
“C’è modo di fare il biglietto sull’autobus?”, chiedo.
Il ragazzo mi guarda con aria canzonatoria. E’ un po’ più basso di me, capelli castani, ha in bocca una sigaretta spenta che non sembra aver intenzione di fumare. Sorride, non so se per la stupidità della mia domanda o l’accento della mia parlata.
“Ci può provare”, mi dice con un ghigno. Mi dà del lei, peraltro, voglio credere per semplice cortesia. Mi scosto e faccio finta di aver inteso il non detto. Lui si infila un auricolare e sorride nel vuoto. Poco dopo, un autobus azzurro pieno zeppo di persone esce dalla curva, rallenta e si ferma con stridore di freni.
Di salire davanti non se ne parla neanche: la corsia è gremita di persone fin sul predellino, non ci si muove di un passo. Salgo con gli altri dal portello posteriore. Raggiungere il conducente da lì è impensabile. Mi guardo intorno. Il ragazzo castano sguscia abilmente verso il fondo del mezzo perforando un muro di persone con l’ingombro aggiuntivo della sua borsa. L’altro, alle mie spalle, è incollato allo schermo del suo cellulare. Guardo la ressa di persone attorno a me, sedute e in piedi, mi accorgo del loro intenso vociare che si sovrappone al frastuono sferragliante del bus, una miscela di idiomi, fra i quali stento a individuare il mio.
Superati un paio di centri abitati e qualche fermata, alla seguente un drappello di persone fra cui quelle sedute accanto a me, si alzano e scendono in rapida processione. Prima che lo faccia qualcun altro, occupo un posto libero accanto a un ragazzo di colore. Ha le cuffie, lo sento mugolare in francese. Davanti e dietro di me, idiomi che mi evocano l’Africa Centrale. Guardo fuori dal finestrino isolandomi senza troppa fatica. Ogni tanto vengo colpito da uno scorcio, un anfratto, un monumento, l’apertura di una una piazzetta o l’apparizione improvvisa del muro di cinta di una villa arroccata di cui, curvandomi in avanti, faccio malapena a tempo a scorgere la sagoma nascosta fra le fronde di pini e cipressi. Stipato nel mio sedile, sotto gli occhi delle persone sul corridoio, non posso leggere né scrivere, ma va bene così. Mi concentro sui suoni, i rumori, gli odori che mi circondano. L’idea che un controllore possa salire sull’autobus si dissolve ben presto e con essa il residuo dei miei sensi di colpa. Cerco solo di non distrarmi, è la prima volta che faccio quella tratta e non vorrei perdere la fermata di Prima Porta e la coincidenza col treno per Roma. Osservo attentamente i centri abitati che attraversiamo e in cui sostiamo, tengo d’occhio le persone che si preparano a scendere. Ma quando arriviamo a Prima Porta l’intero carico di passeggeri si riversa  sul corridoio, rovesciandosi all’esterno. Mi incolonno anch’io e raggiungiamo tutti l’ingresso della stazione. Seguendo la fiumana, però, mi ritrovo senza accorgermene all’imbocco del tunnel d’uscita. Le persone davanti a me procedono in senso contrario e scavalcano bellamente i tornelli senza pensarci due volte. Mi avvicino, penso che non ho il biglietto, che stavolta avrei forse modo di farlo, mi chiedo se ci siano delle telecamere… Troppo tardi. Sono al tornello, getto via il pensiero e faccio esattamente come il giovane davanti a me: punto le mani e salto l’asta d’acciaio con un gesto che ricorda il salto della cavallina. Un secondo e sono dentro anch’io, come quelli che mi hanno preceduto e quelli che mi stanno seguendo: entrati dalla porta posteriore. Raggiungo la banchina del treno, direzione Roma-Flaminio. Resto al sole con addosso la sensazione un po’ spavalda di aver infranto la regola e il rinfrancante senso di comunanza con i miei compagni di viaggio, se non tutti, molti. E se incrocio quello di uno di loro, non abbasso lo sguardo. Sorrido. Mi accendo una sigaretta godendomi il paesaggio riarso della banchina di cemento, lo squallore di una pensilina di plastica e acciaio, indecente. Ma a volte c’è un gusto buono, anche se amaro, nell’indecenza e nella sporcizia. E quando riesco a coglierlo, in definitiva, lo apprezzo.
Mi accorgo di una donna in piedi a pochi metri da me. E’ al telefono e mi dà la schiena. La dà a tutti, in realtà, perché sta parlando girata verso il muro di cinta. Ha un abbigliamento vistoso: camicetta succinta e pantaloni rosso acceso, molto attillati, che mettono in risalto la forma del fondo schiena. Passeggio un poco avanti e indietro, lei non si muove, sposta il peso da una gamba all’altra, passando una mano nei lunghi capelli neri. Vorrei carpire il tono della telefonata. Non è civetteria la mia, mi interessa il timbro, dà spessore all’abbozzo di quel ritratto. La donna, peraltro, parla ad alta voce, incurante di chi le sta accanto. Ascolto un paio di frasi senza capire un’acca. Rumeno, penso. Strano, la fisionomia mediterranea della donna mi suggeriva qualcosa di più nostrano. Ritorno al mio posto senza riuscire a cogliere il suo sguardo dietro le lenti avvolgenti degli occhiali da sole.
Quando arriva il treno, cerco un posto isolato. Il mio vagone è semi vuoto, non è difficile. Prendo posto in un comparto da quattro, sul corridoio, per poter allungare le gambe. Poco dopo, però, mi raggiunge il ragazzo della fermata dell’autobus, quello col borsone sportivo. Si siede di fronte a me, accanto al finestrino. Io tiro fuori il mio taccuino e prima di aprirlo provo a ripercorrere il filo dei pensieri trascritti nei giorni scorsi.
“Posso farle una domanda?” Chiede il ragazzo di lì a poco. Usa un tono di voce non compatibile con il frastuono del treno, i finestrini abbassati e la scarsa inclinazione ad entrare in contatto con gli altri che mi contraddistingue. Dopo un breve intervallo di “latenza”, però, mi accorgo di lui. Alzo lo sguardo e ritrovo quel sorriso un po’ beffardo, forse per l’attesa. Mi metto istintivamente sulla difensiva. E come sempre sorrido facendo finta di niente.
“Scusa, non ti avevo sentito”, dico.
Il ragazzo si sporge un po’ in avanti.
“Lei non è di qui, vero?”, sorride. “Da dove viene?”
“Milano”, rispondo con ponderata approssimazione.
“Si vede”, fa lui. Al più si sente, penso io.
“Scusi”, riprende, “posso chiederle una cosa? Lei mi sembra la persona giusta a cui chiedere”, e dà proprio l’impressione di aver ben valutato la cosa.
“Scrive?”, aggiunge indicando il mio taccuino ancora chiuso.
“Appunti, note di viaggio.”
Lui fa cenno di aver capito, poi guarda fuori dal finestrino in silenzio organizzando i pensieri. Avrà al più diciotto anni.
“Viaggia molto? Che mestiere fa?”, chiede. Sembra davvero interessato.
“Sono in vacanza, viaggio di piacere”, rispondo vago. E lui viene al dunque.
“Conosce il francese?”
“Un tempo lo parlavo molto bene”, rispondo.
“Non avevo dubbi, ha l’aria della persona per bene.” Rido. Lo faccio spesso: quando mi diverto, quando sono a disagio, quando devo prendere tempo, quando mi faccio scivolare le cose di dosso. Se c’è da pensare o prendere una decisione, per prima cosa rido.
“Cosa te lo fa pensare?”, chiedo.
“Si vede!”, fa lui, sorpreso dell’ingenuità della mia domanda. “Ha l’aria di uno che ha viaggiato, di una persona istruita.” Sono colpito. Mi interrogo sull’immagine che do di me.
“Vede”, aggiunge lui, “le volevo chiedere un favore.” Ecco, ci siamo: captatio benevolentiae e rottura di coglioni al seguito. Come da programma. Mi irrigidisco. Lui, invece, si sporge un po’ più avanti sul sedile, con fare vagamente cospirativo. Il suo sorriso mi ispira sempre meno.
“E’ che non conosco il francese…”, mi confida. “Finché si tratta di parlare non c’è problema, mi faccio capire”, agita le mani con fare esplicativo, “ma quando si tratta di scrivere…”
“Capisco”, dico, “è la parte più difficile, indubbiamente.” Che diavolo vuole chiedermi?, penso.
“Potrebbe scrivere un paio di messaggi per me?”, e tira fuori un cellulare dalla tasca dei pantaloni facendo il gesto di volermelo mostrare. “Devo rispondere a una ragazza”, dice quasi sotto voce con una nuova luce negli occhi. Inizio a pensare che stia succedendo qualcosa di particolare. Mi avvicino un po’ anch’io, fosse solo per capire quello che ha da dire.
“Diamoci del tu”, propongo.
Lui cerca nella memoria del telefono, ma improvvisamente si irrigidisce e lo mette via. “Non con questo”, dice guardando con sospetto in direzione dello scomparto alle mie spalle. “Aspetti, ne ho un altro…” Dalla borsa estrae un modello più vecchio, un po’ malconcio. Istintivamente mi volto e do un’occhiata dietro di me. Non noto nulla di strano: un giovane di spalle di cui vedo solo le gambe divaricate, i jeans strappati e le scarpe da ginnastica slacciate, una coppia di colore intenta in una conversazione in una lingua sconosciuta… Di riflesso, però, tasto il portafogli nella tasca dei pantaloni.
Nel frattempo il ragazzo mi porge il cellulare con il cursore lampeggiante sul display retroilluminato arancione. Nuovo messaggio.
“L’ho conosciuta al mare, tre settimane fa, è francese”, introduce. “Ci siamo frequentati un po’…”
“Bene. Mi sembra una bella cosa. Vi state scrivendo, quindi…”
“Sa, ci siamo baciati e…”, sorride. “Mi manca.”
“Da qualche giorno non la sento più”, aggiunge un attimo dopo.
“Le hai scritto e lei non risponde?”
Fa cenno di sì. “Non so come riprendere la nostra conversazione”, ammette. Mi balza agli occhi il registro delle sue parole, come se il parlare con me di quella ragazza le rendesse più garbate, le nobilitasse. La cosa mi commuove. Mi piacerebbe poter fare qualcosa per lui.
“E’ tornata in Francia nel frattempo?”, chiedo.
“Sì, mi sembra di sì.”
“E tu le piaci, giusto?”
“Certo, è stato molto bello… Però non sono riuscito a dirle quello che provavo, capisce?…”
“Hai provato in inglese?”
Scuote significativamente la testa.
“Ok. Cosa vi siete detti nei precedenti messaggi?”
“Niente di che, sa, le cose che si dicono sempre… Come stai, Mi piaci, Mi manchi… E’ difficile…”
“Certo. Cosa vorresti scriverle adesso?”
“Ecco, vorrei farle capire che sento la sua mancanza, che mi piacerebbe tanto poterla sentire di nuovo. Ricevere qualche parola da parte sua mi fa piacere. Mi piacerebbe rivederla.”
“Bene. Possiamo chiederle se è ancora in Italia, o se in futuro le piacerebbe venire a Roma, che ne dici?… Lei di dov’è?”
“Non lo so esattamente”, risponde con una punta di impazienza.
“Non fa niente”, dico. Siamo ad Acqua Acetosa, non manca molto al capolinea. Il ragazzo deve avere ciò che desidera prima che scendiamo dal treno.
Gli chiedo di impostare la lingua del telefono. “Sai, gli accenti per i francesi sono importanti…”, dico ridendo di me stesso. Mi calo nel personaggio, inizio a scrivere.
Ça fait longtemps que… Je regrette de ne pas t’avoir… …
Mentre scrivo, traduco ad alta voce chiedendogli conferma. Lui alterna cenni d’entusiasmo alla necessità di rivelare qualche dettaglio in più, al bisogno di rendere il tutto più personale, più reale.
Il me ferait plaisir de… T’es la chose la plus belle qui m’est arrivée depuis… Ton sourire…
Alzo gli occhi: troppo mieloso? Fa cenno di proseguire.
Le righe si sommano sul display e sto attento a non cancellare tutto premendo involontariamente un tasto sbagliato.
Tes yeux… “Colore?”
“Blu, come il mare”, dice sospirando.
“Sei un poeta.”
“Grazie per quello che stai facendo.” Alzo gli occhi e leggo speranza, nostalgia, orgoglio mescolarsi nel suo sguardo. Avverto la vicinanza. E’ curioso, penso, quanto ci si possa affidare alle parole, il potere che hanno. Taumaturgico, illusorio, distruttivo. Ça dépend. Penso a come le uso, a ciò che hanno fatto di me, e mi assale un improvviso senso d’impotenza. Lo schivo e riprendo imperterrito il mio compito.
Rilancio chiedendo alla francesina, di cui  mi sono ormai fatto un’immagine deliziosa, dei suoi programmi futuri, sbilanciandomi nel prospettarle una possibile trasferta oltralpe in tarda estate. E infine concludo, siamo quasi arrivati.
Bisoux… Tendrement…
Sono un po’ arrugginito in effetti. In materia linguistica e in tema di corteggiamento. Che poi, ne sono certo, sarebbe stato meglio essere diretti e concreti, corporei. Un ghigno sarcastico blu Tirreno aleggia sbeffeggiante al di là del display, la piccola zattera luminosa che ha sorretto il fugace, romantico naufragare mio e del mio giovane compagno di viaggio.
“Salviamo?”, chiedo.
“Sì, così lo rileggo prima di inviarlo”, fa lui coscienzioso.
Ricontrollo rapidamente i verbi e l’accordo degli aggettivi, mentre il treno rallentando imbocca l’ultimo tunnel. Siamo arrivati. Rendo il cellulare al suo legittimo proprietario.
“Grazie”, dice.
“E’ stato un piacere.”
“Sai”, aggiungo, “è successa una cosa simile anche a me qualche settimana fa. Lei è partita. Adesso è lontana, in mezzo al Mediterraneo. In barca, irraggiungibile.” Vorrei dirgli quello che provo. Le mie domande. Raccontargli tutto e chiedergli cosa ne pensi. Se è innamorata di me, oppure no. Se mi sono illuso. Se la rivedrò ancora. “Mi manca”, dico soltanto. “Già”, fa lui.
Camminiamo lentamente verso la luce accecante all’uscita della galleria. Superiamo i tornelli, usciamo sul piazzale. Appena fuori, il mio giovane amico dà uno strattone alla sacca e scarta improvvisamente a destra, allontanandosi di qualche passo in direzione delle bancarelle. Sembra volersene andare senza salutare, come se si fosse ricordato di una faccenda urgente da sbrigare, dimenticandosi di tutto il resto. Ma si ferma poco dopo, voltandosi. Il suo sguardo, però, è mutato: è diffidente, inquieto. Mi fissa, si guarda intorno. Di riflesso lo faccio anch’io. Non noto nulla di strano, se non degli uomini in divisa e due auto della polizia parcheggiate poco distante.
“Allora grazie e buona giornata”, dice lui frettolosamente. Poi si volta e se ne va.
Resto solo con le mie sensazioni. Non mi va di articolare pensieri e supposizioni. Non mi va nemmeno di pensare all’itinerario del mio pomeriggio romano.
Mi accendo una sigaretta, espiro, m’incammino lentamente sotto il sole in direzione di Piazza del Popolo.
A un tratto provo un brivido di piacere. Sorrido.
Certi viaggi, penso, si fanno senza biglietto.

Tu, la notte

tu-la-notte

 

“La cosa più superba è la notte

quando cadono gli ultimi spaventi

e l’anima si getta all’avventura…

[Alda Merini]

 

 

 

Parole. Percorsi. Solchi.

E noi, sulla soglia.

Coincidenze, specchi.

Rivelazioni.

Tu, la notte.

Verità già scritta.

Sulla tua pelle, la mia.

Conosciuta, saputa.

Da prima. Da sempre.