Una notte

Erbaio

 

Nel punto più oscuro di una mia notte insonne, è emersa, dalle segrete feritoie degli scantinati dell’anima, un’altra notte, bianca anch’essa, che trascorsi o non trascorsi con un compagno, dispersi su tenebrosi dirupi tra rovi non visti e suoni insaputi, notturni, a ricercare una strada, metafora di una svolta inseguita e non ancora scoperta, come adesso, al culmine dei miei ripensamenti, salimmo verso una cima, senza logica, in linea retta verso l’altezza, tagliammo sentieri, boschi, massi, non sapevamo, si presagiva, eravamo animati da una vitalità stremata che spingeva sui nostri muscoli più di quanto potessimo aspettarci, attori e spettatori salimmo ineluttabili alture come la caduta di due gravi, ascendevamo, andavamo là dove si può vedere, al di sopra delle cime, la possibile conformazione delle creste, dei ruscelli e delle valli, dei bacini, là dove senza l’ansia delle ombre, è il potere di tracciare rotte, direttrici, come ora, dal fondo di questa notte infernale così distante dai ristretti confini del concepimento e attraversamento quotidiani della vita, si può considerare da sotto il nostro fragile galleggiare, il nostro andare, ed allora, dal nostro salire così agile e veloce che ci portò prima del tramonto sulla vetta dove mangiammo al lume di una candela che lasciammo consumare tra le parole e il calare del sole, mentre ogni tanto l’attenzione percepiva il crescere del nero nelle valli sottostanti a contrastare i colori del cielo ancora così chiari, era una sera d’estate e volevamo rischiare, continuammo a parlare facendo finta di niente, presagivamo i segreti intenti che animavamo il nostro stare, e rimanemmo fino al buio, oltre al glauco serale del giorno, fino a quando una luna nuova s’immerse dietro le crode e la candela, ormai spenta, non ci dissero che si poteva scendere, confondersi nelle ombre più oscure che dal fondo sembravano chiamarci attraverso i suoni dei boschi e i richiami dei cinghiali, ci alzammo dunque, avevo tolto gli occhiali per riposare al suono libero delle nostre parole ed il mio amico, inavvertitamente, li ruppe nel mettersi in piedi, prendemmo l’accadere come un segno di conferma e, riposti gli avanzi del pasto frugale ed il resto degli occhiali, cominciammo a scendere dall’altra parte di quella che fu la nostra ultima cena sulla cima del paradiso dei nostri pensieri, senza conoscere, senza intuire se non le ombre e il nostro desiderio di disperdersi nella notte, di confonderci, come da quest’ora di ghiaccio, fuori dalle coperte del consueto riposo, mi sono imbattuto in un ripercorso mai vissuto per perdermi e ritrovarmi forse ancora, uguale o diverso, fuori dai dannati sentieri dell’esistere, riproduco insonni modelli d’esistenza in simboli narranti, e per istanti raccordo e smorzo il turbamento, racconto, non vi era un sentiero ma un terreno digradante molto meno erto del versante risalito, noi avanzavamo regolari, velate macchie bianche testimoniavano sassi che sentivamo sotto i passi, si potevano vedere solo senza fissarli, erano scialbe stelle sfuggenti alle nostre occhiate più dirette, procedevamo cauti e risoluti e una vergogna stupida ci impediva di prenderci per mano, ma ci tenevamo accanto, poi il mio amico vacillò per un momento e capimmo di calpestare il ciglio di un sentiero, un po’ delusi e un po’ contenti ci facemmo accompagnare per un tempo da quel tracciato, anch’io adesso sto seguendo una pista per un periodo, quella di due amici che camminarono nel buio, io e il mio alter ego nella notte fredda, insonne, febbricitante, tinta dal mio malessere, odore e dolore d’esistenza, la mia anima mi priva della partecipazione, intorno a me tutto s’avanza ma sono intollerante agli spasimi vitali, un’auto in strada passa verso il corso, un uomo dopo l’amore avrà riportato una donna alla sua casa, solo nella notte, pieno della serata si dirige verso il centro a ripiombare nel caos pulsante, estraniante, oppure torna a letto se domani ha un lavoro che lo attende, io ‘sta notte non sono uscito come tutte le mie sere, devo trovare un ove dove andare, tuffarmi in un ignoto che sappia di sale, d’oro dei giorni, di sogni, oggi sono su un sentiero in alta quota, un amico davanti a me mi propone di legarci con le nostre cinture, mi chiedo se sia precauzione di giudizio o perdita d’occasione, accetto ed avanziamo su un prato sempre più nero, il sentiero si è disperso come il mio filo d’ora, incontro rumori domestici che non aspettavo, sfarfallii, sibili, furono suoni sconosciuti a spaventarci più del grufolare dei cinghiali, andavamo più piano tenendoci vicini, un’erba alta ci limitava i passi e profumava la notte che, troppo impegnati ad avanzare, ci eravamo scordati di sentire, con tutto il suo splendore di stelle, fragranze e misteri, avevamo fino a quel punto gustato solo la paura, avevamo resistito e lì sapemmo di avanzare in un ignoto meraviglioso ove tutto può accadere, si sudava, immersi in questi sentimenti il mio compagno si fermò di colpo e urtai a mia volta contro una parete calda e vellutata, da diversi minuti sentivamo campane, avevamo sbattuto su una mucca di cui sentimmo il soffio caldo sulla pelle, in viso, stupiti dal percepire senza guardare non avevamo collegato i suoni alle presenze, indietreggiammo senza fiatare e cambiammo direzione, fermi sul prato potevamo ora indovinare vaghe macchie più scure riposanti ruminare il giorno nella notte, seguendo adesso l’immagine di allora sento come i miei cocenti pensieri possano, in questi attimi di memoria inventati all’oblio, riposarsi e ruminare, anch’essi come i sogni rimasticano ciò che è stato ingerito in fretta, senza la chiarezza possibile dalle cime, senza il tempo insonne della notte, dilatazioni, e da quel prato capimmo che saremmo dovuti scendere nel nero che da un po’ inavvertitamente schivavamo percorrendo il prato che ormai era divenuto piano, la mandria era il pensiero, noi dovevamo affrontare l’ignoto, avevamo riflettuto per anni ed anni, ora era il momento del coraggio, sapevamo che lì sotto ci aspettavamo, e cominciammo la discesa nell’ombra senza sole, i suoni diventavano più cupi e i primi alberi che incontrammo ci fecero l’effetto inverso di quando si incrociano di giorno, nell’oscurità non un tetto si desidera per rifugio, ma il cielo aperto, le stelle, radure, nel buio le sagome delle piante erano più nere, misteriose, ma, malgrado la paura, ci sentivamo pronti ad affrontare il bosco, coi suoi segreti, coi suoi intricati meandri e vicoli ciechi, gli arborei silenzi, i cinghiali ed i rumori, sopra le nostre teste le chiome lasciavano intravvedere solo più scampoli di cielo, da quegli spiragli le stelle ci salutavano serene, noi scendevamo accogliendo il loro viatico nel cuore, il nostro avanzare si fece più lento, guardingo, fino a porre un piede vicino all’altro per tastare il terreno per un appoggio, con le braccia ci tenevamo ai rami, ai tronchi, non sentivamo troppo le spine e gli arbusti sulle gambe, senza lamentarci volevamo solo il nostro desiderio d’affondare, scendevamo, alcune ragnatele ogni tanto ci avviluppavano quasi l’intero viso e ricordo di essere più volte rabbrividito all’idea di schiacciare con le dita grosse lumache sull’umido dei tronchi, lui avanzava avanti a me di un passo, sapevo i suoi pensieri, erano poco diversi dai miei, ma il suo silenzio mi rincuorava, nemmeno adesso, pur se avessi un notturno interlocutore, non arriverei fino a ridiscendere l’anima senza torcia, senza la ragione che agisce con le energie biologiche d’un ritmo di veglia e le sicurezze dei contorni delle cose, il caldo della casa, un tè con un biscotto e un amico a cui dire, non ce l’ho ora e allora ve ne era uno specchio, che amavo per quello che facevamo, persi e graffiati fino al cuore, nelle mani, sulle gambe, continuavamo a brancolare tra suoni d’ansia e appoggi malsicuri, come i nostri petti che avevano bisogno di vuoti sospesi sui burroni per disperdervi l’esistenza, per dirimerla, decifrare, ad un certo punto sentii una brusca forza strattonarmi la vita, era il mio amico che era caduto in un dirupo, poggiava ora su dei rovi protesi verso il basso, mi diceva, io intanto sentivo meno il peso sulla cinghia, abbracciai più saldamente il tronco a cui m’aggrappavo, ne provai il radicamento e issai il mio amico dal vuoto in cui si era perso, ci fu un abbraccio e cambiammo direzione, fummo costretti a risalire e, solo quando sentimmo di aver superato la voragine verticale, ricominciammo la discesa, procedevamo sempre vicini e legati anche se molte volte perdevamo i minuti a slegare a mani nude le nostre cinghie intrecciate con gli arbusti, spesso cercavamo con braccia cieche altri alberi davanti a noi per trovare prove del terreno sotto i futuri passi che compivamo lenti cercando gli appoggi a tentoni, continuavamo stremati ad avanzare lentamente nel folto di quel bosco di cui non sapevamo il fondo, fino a quando non scorgemmo un branco di cinghiali attraversare correndo una mulattiera sotto la nostra posizione, ci fermammo muti e immobili, quando il mio compagno si girò verso di me un suono fresco di foglie calpestate ci sorprese e, dopo poco, due cervi e una cerbiatta per un attimo apparvero sulla strada e proseguirono verso l’alto, da dove noi arrivavamo, furono visioni improvvise, stupefacenti, ci fecero sentire partecipi di un tutto da sfiorare, senza prendere, ci abbracciammo, sembrava che qualcosa di importante fosse successo, un senso, significato, la pista immobile era ancora sotto di noi, forse era quello che sentivamo il fondo che cercavamo?

Non rimanemmo e non risalimmo, ricominciammo a scendere, nostro unico fine che si esauriva avverandosi in quelle ore, in quei minuti, ancora per un poco almeno, come ora che scrivendo d’allora m’annullo e vivo, stanco, avvizzito, ma abile a esistere senza la possibilità di chiedermi se mi sento vivere, però quest’ultimo tratto non piace alla mia notte, il mio turbamento si è fatto più torbido, la penombra che mi ha accompagnato si è stemperata e una luce di razionalità, sebbene fioca, presagisco in cielo dagli spiragli dell’anima, mi costringe a serrare le palpebre, forse l’imminente incontro con la stabilità del mondo con l’uscita dall’eterno in cui eravamo piombati in quella notte mi disturba, tra le ciglia vedo colori cangianti, prismi scomposti di chiarori smorti, e allora ritrovo vie interrotte, sentieri da continuare, e torno sulla strada scorta dalle foglie basse dei primi cedui del versante, i cinghiali le paure, i cervi la visione, passaggio atemporale d’anima, io e il mio amico piangemmo stremati, ecco quello che accadde, tornare indietro era impossibile, sarebbe stato tutto perso, oltrepassare la cima per poi tornare senza attraversare l’esistenza, ora dovevamo continuare la discesa verso il basso, verso il caldo che ricominciava, l’ombre più scure, ma oltre la strada un vuoto scuro divorava ripido il versante, poteva essere il muro verticale di riporto della mulattiera, non potevamo vederlo, non ne sapevamo l’altezza e le nostre stanchezze ci impedivano di perseverare sulla sterrata, ci sporgemmo sul ciglio esterno per capire il dislivello di quella parete verticale che ci separava dalla terra sottostante, impossibile comprendere, prendemmo senza parole la strada nella direzione della discesa contro la fatica, continuammo fino a quando la pista non ricominciò a salire, allora ci sedemmo sulle pietre del ciglio esterno sopra al muraglione per riposare, ogni pensiero era lontano, il sudore ci impregnava le magliette, le gambe ci bruciavano, i cuori forti pompavano il nostro sangue nei muscoli stremati, decidemmo di saltare, più in fondo, a guardar bene, con la coda dell’occhio ci pareva vi fossero ombre più oscure, le interpretammo come le chiome d’alberi, doveva esserci qualcosa di simile a un prato in discesa sotto il muro, quelle ombre sembravano ora poco più in basso rispetto alla nostra posizione, non sembravano lontane, ci alzammo e cominciammo a farci coraggio, a confermare quelle ipotesi, fugaci percezioni che solo la visione laterale era in grado di rimandarci, e alla fine saltammo, insieme, con coraggio, atterrammo su un gerbido d’erbe alte e sassi, fu poco il tempo, non sapevamo le altezze e ci incassammo in un impatto che sorprese i nostri corpi ancora distesi nella caduta, poi rotolammo qualche metro sull’erbaio digradante e, infine, ci fermammo.

 

È l’alba. Dagli spiragli delle imposte un grigiore scialbo cerca di svegliare i miei pensieri. Vorrei fumare. Vorrei continuare il viaggio. Ripercorrerlo e continuarlo. Una ragionevole prudenza mi consiglia; una sigaretta potrebbe far meno male. La luce smorta entrando dalle persiane acuisce la mia vista. Posso ancora vedere con la periferia del mio campo visivo. Un poco.

 

Anche su quel prato abbiamo aperto gli occhi dopo il salto. Una calma serena si era espansa dopo i colpi del cadere. Sull’altro versante della valle, in alto, si intravvedeva un chiarore cifrato nelle linee delle creste. Mi girai per cercare lo sguardo del mio compagno. L’erba alta mi impediva la visione. Ero sicuro che stesse provando la calma che sentivo.

 

Ho aperto la finestra. Schiuso le persiane. Ho acceso la sigaretta. Un uomo è sceso in strada ed è salito in auto. Il rumore di una serranda si fa udire. Presto scenderò per un caffè ristoratore.
Vorrei capire cosa successe su quell’erbaio.

 

[Andrea De Martino, 2008]

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Biglietto per un amico

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Che era stata felicità. Che non l’aveva solo sfiorata. Che l’aveva sentita addosso. E se lo ripeteva come un mantra, assecondando il ritmo della sua testa che pulsava dopo la sbornia della notte appena passata. Seduto in riva al mare aspettava il sole. Le mani appoggiate sulla sabbia fresca. Le cuffie nelle orecchie ascoltava in loop la stessa canzone. Lei se ne era andata per sempre. Era diventata un momento, un istante immortale. La vita che schiaccia il tasto pausa e tutto si ferma. E lui e lei avevano fluttuato, come anime nello spazio profondo. Avevano incrociato le loro orbite. Si erano precipitati addosso. Erano esplosi. In un tempo che non ha la misura delle ore ma solo dell’intensità. Il mare era calmo e l’orizzonte solo una linea immaginaria che lui aveva raggiunto, sui cui aveva danzato. Si tolse in vestiti e si buttò in acqua. Nuotò a lungo verso il sole che sorgeva e gli illuminava il viso e la pelle. Una volta al largo si girò a guardare la riva. La spiaggia con gli ombrelloni ancora chiusi era lontana. Tutto appariva piccolo. Ma sapeva che anche questa era un’illusione. Riprese a nuotare lentamente, fino a quando non toccò con i piedi il fondo del mare. Poche bracciate lo avrebbero riportato al largo, dove avrebbe potuto ancora danzare. Sentirsi senza peso. Ci sarebbe tornato. Lo sapeva. Sarebbe successo ancora. Ancora tante volte o una soltanto non gli importava. Perché la vita non è la felicità. Perché la vita non è l’amore. Perché nella vita esistono i momenti migliori ma occorre toccare la terra per darsi la spinta e volare.

[lapoetessarossa, 9/6/2019]

Non confondere l’amore con la vita

Pier Vittorio Tondelli

Pier Vittorio Tondelli – web

 

Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di questo abbraccio e non chiedere altro perché la sua vita è solo sua e per quanto tu voglia, per quanto ti faccia impazzire non gliela cambierai in tuo favore. Fidarsi del suo abbraccio, della sua pelle contro la tua, questo ti deve essere sufficiente, lo vedrai andare via tante volte e poi una volta sarà l’ultima, ma tu dici stasera, non è già l’ultima volta? Vedere il lato bello, accontentarsi del momento migliore, fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla, fidarsi del suo addio, avere più fiducia nel tuo amore che non gli cambierà la vita, ma che non dannerà la tua perché se tu lo ami, e se soffri e se vai fuori di testa, questi sono problemi solo tuoi; fidarsi dei suoi baci, della sua pelle quando sta con la tua pelle, l’amore è niente di più, sei tu che confondi l’amore con la vita.

[Da “Biglietti agli amici” di Pier Vittorio Tondelli]

Dal finestrino

Elena Adorni 1970_The trip magazine

Il locale rallenta e si avvia piano in stazione.
In quel tempo dilatato la gente impaziente si porta alle uscite accalcandosi sui gradini. L’aria abusata della carrozza sfiata a fatica dai finestrini abbassati, fa caldo, tutto a un tratto è esplosa l’estate.
Oltre il corridoio una giovane donna, come me, resta seduta, immersa in una conversazione telefonica, faccia al finestrino. La cosa va avanti già da un po’. Lei dice no e lui insiste, non s’arrende. Posso quasi sentire quella voce lamentosa, il riverberare delle sue risposte ottuse da bambino. E mi colpisce il contrasto con la limpida fermezza di quella di lei, che non ha niente a che vedere con l’aria opprimente che si respira qui dentro.
Faccio finta di niente e continuo ad ascoltare. L’esattezza compita di quelle risposte, l’inamovibilità della sua posizione. Nonostante il caldo, la fine di una lunga giornata di lavoro, la stanchezza.
La sfioro con lo sguardo, ne carpisco la bellezza. Pantaloni scuri, eleganti e leggeri, le caviglie sottili che s’infilano in un paio di All Star chiare, alla moda. I capelli morbidi e fluenti, puntati ad arte con qualche fermaglio, il profilo affilato, fiero.
Ha le idee chiare, ama il proprio lavoro d’haute couture e ne va fiera. Sa farsi valere, eccome. Questo lui dovrebbe saperlo. No, Eric, giovedì devo impostare il lavoro con loro, non posso fare diversamente. Venerdì. Venerdì sì, lavorerò da casaNo, Eric, giovedì no. Te l’ho già detto, chiudiamola qui…
Eric non s’arrende, la vorrebbe anche giovedì, ma lei non si muove di un centimetro, deve onorare l’impegno, da troppo tempo trascura quel cliente. Lui dovrebbe sapere anche questo, ma si rifiuta di farlo.
E’ sordo e cieco l’impeto di un innamorato. E’ infantile, stupido.
Ti ho già detto che non si può fare… E comunque il mio lavoro me l’organizzo io.
Basta, questo muro contro muro mi ha stufato. Questa donna mi ha stufato. Il suo profilo, la sua voce troppo fresca, il suo argomentare esatto, mi danno la nausea, li detesto. Sarà perché sono abituato a picchiare la faccia, a soffrire. Sarà perché anch’io so essere sordo, cieco e muto. Sarà che non voglio capire.
Tanto lo so dove andranno a finire. Dove andiamo tutti a finire, prima o poi.
Mi volto, guardo fuori dal mio finestrino. Il treno sfila a passo d’uomo fra palazzine spoglie, a pochi metri dalla banchina. Osservo i loro balconi scialbi, i panni stesi, l’intonaco scrostato. Sotto di me un’auto medica a lampeggianti accesi, la fisso nell’attimo in cui spingono dentro una barella, faccio a tempo a vedere due piedi. Sul lato opposto una donna armeggia fiacca in cucina come se niente fosse. E in fondo niente è successo. Solo una vita, scorsa sotto i miei occhi in un attimo, senza far rumore.
Mi alzo. Scuoto le gambe intorpidite nei pantaloni sudati.
La giovane professionista è ancora alle prese col suo amante capriccioso.
Fisso il display del mio cellulare. Nessun messaggio. Penso a lei. Chissà adesso dov’è.
E sento la vita, la mia, scivolarmi fra le dita.

[P.B., 6/6/2019]

Immagine di copertina – Elena Adorni, su http://www.thetripmag.com

ritratto

appunti di viaggio

Le dita intrecciate
sono legno intarsiato.
Il volto
marmo cavato
raschiato a sabbia.
Una macchia di colore
sotto la guancia
desta il mio sguardo intorpidito.
Un papavero
cresciuto nell’erba disseccata
spuntato da sotto il lenzuolo.

[P.B., 30/5/2019]