SANGUE RAPPRESO – IV

IV

(In trincea)

“Sedici anni! Buon Dio, una ragazzina di sedici anni?! Come hanno potuto pensare di affidare le mie bambine e le spoglie della loro povera madre – Dio ne abbia misericordia -, a una ragazzina?!… Dite, avete inteso bene?…”
Mirto uscì dall’ufficio postale stringendo quel che restava del foglio che aveva accartocciato sotto gli occhi del telegrafista. Era indignato.
Non aveva mai nutrito particolare stima nei confronti della cognata e quel giorno aveva avuto la conferma dell’irresponsabilità e dell’inadeguatezza di quella donna. Per mesi e mesi non l’aveva degnato di una risposta e, anzi, aveva volutamente ignorato i suoi reiterati tentativi di mettersi in contatto con Laura. Nessuna risposta alle numerose missive inviatele invitandola, via via implorandola di avviare un dialogo. Nulla. Non una parola scritta da parte di Laura, né tanto meno un aiuto da parte di Adele, che, certamente prevenuta, aveva eretto un muro d’ostilità e silenzio nei suoi confronti. Mirto, all’inizio, non si sarebbe certo aspettato qualcosa di diverso da parte di sua moglie. E questo poteva anche accettarlo. Ma pensava di trovare almeno un piccolo supporto, uno spiraglio di fiducia, se non proprio un alleato, nella cognata o in suo marito.
“Franco non ha polso, è perfettamente succube dei voleri di quell’arpia…”, ringhiò, avviandosi verso casa. “Dovevo immaginare…” Ed io?, si chiese però subito dopo, Cosa avrei dovuto fare?

Quale condotta avrebbe dovuto tenere Mirto, rispetto a ciò che effettivamente fece? Questa era la domanda. Se la pose una volta ancora, anche se tardivamente. Era destinato a farlo infinite volte. E ancora una volta provò a darsi una risposta. Da solo. Non si poteva dire che in questo l’avessero mai aiutato, nemmeno le persone a lui più vicine. I suoi fratelli infatti gli manifestarono una solidarietà schietta e determinata, ma muta. Si schierarono, fecero scudo, certo. Eressero la loro barricata e fecero in modo che Mirto vi occupasse il suo posto. Non poteva essere diversamente. Bisognava arginare, fare fronte. Alla situazione, all’onta, all’insulto, alla vergogna. Al dolore? No, non ce ne sarebbe stato. Né dolore, né debolezza. E non bisognava porsi troppe domande, ragionare. Prima di tutto, prendere posizione. Fermamente.
Il fatto che Laura fosse uscita di casa, che avesse abbandonato Mirto, che gli avesse sottratto le figlie, era qualcosa di inconcepibile, di ignobile. Andava semplicemente rigettato, rinnegato. Diedero tutti per scontato che Mirto reagisse allo stesso modo all’affronto di quella donna e all’assurdità di quella situazione. Egli, poi, sarebbe stato assolutamente in grado di venirne a capo e l’avrebbe fatto nel migliore dei modi. Ne erano certi. Mirto era nel giusto, era fuori discussione. Sapeva lui come mettere a posto quella là.

Quella là. Così, in paese, si prese a dire di Laura. Va detto che alcuni non le avevano mai tolta l’etichetta di forestiera, quasi si trattasse di un marchio indelebile, quasi la considerassero una straniera a tutti gli effetti. E a dire il vero Laura aveva ben poco da spartire con quelle persone. Era una mosca bianca fra le donne del paese, un oggetto luminoso nel buio. L’intelligenza, la singolarità del suo sguardo si coglievano da subito. Non era solo un fatto d’istruzione, di educazione o abitudini differenti, di classe. Era il suo modo di essere, di vedere. Laura soffrì da subito le abitudini, i modi di quella gente: erano rigidi, severi, ombrosi, come il clima della loro terra. Provinciali, gente di paese, d’accordo, ma Laura non riusciva proprio ad accettare quella loro esasperata forma di chiusura, la loro supina rassegnazione. Come si poteva sperare che soffiasse un vento di novità su quelle teste perennemente rivolte a terra? Chinavano il capo senza discutere, nulla poteva scalfire il loro pregiudizio. Bigotti, stolti, ascoltavano e mettevano in pratica unicamente ciò che l’istituzione o una tradizione indiscusse, o l’esortazione impartita dal pulpito di una chiesa imponeva loro di fare. Laura non era figlia di quella cultura, non poteva stare nella parte di chi si sottometteva. E non sopportava che lo facesse suo marito.
Mirto non amava e in certa misura s’opponeva alle esplicite prese di posizione di sua moglie. Erano scomode, lo mettevano in difficoltà, in imbarazzo. Tuttavia, benché quella fosse la sua gente e il loro ruvido idioma la sua stessa lingua, benché le loro origini, le loro abitudini e convenzioni fossero anche sue, egli non poteva nemmeno negare le ragioni e le idee di Laura. La sua indipendenza, quella straordinaria capacità di capire le persone l’avevano colpito e attratto dal primo momento. Non poteva ammetterlo apertamente e non ne faceva parola con nessuno, ma Mirto capiva e in fondo condivideva l’intolleranza e l’irrequietezza di sua moglie. Ma non poteva appoggiarle. Non gli era possibile, non nell’immediato. Col tempo, forse.

Ne discussero qualche volta, ma con fatica. Fu la punta paziente e ostinata della volontà di Laura a incidere il silenzio granitico del marito. Ancora qualche giorno prima dell’improvvisa partenza, provò ad abbattere il muro della sua incapacità di esprimere il proprio sentire, di aprire gli occhi, di ammettere, di cambiare. Ma non le riuscì. Cedette, lasciò la presa. Forse fu solo un ultimo disperato tentativo di ottenere la risposta che attendeva, che non arrivò. E allora partì e portò con sé le bambine, la gioia di quella casa.
Fu troppo. Questo Mirto davvero non se l’aspettava. Fu un tradimento, un affronto. Venne prima l’onda bruciante dell’offesa, solo dopo l’amara risacca del dispiacere. Dopo l’umiliazione e la rabbia venne il vuoto, il senso d’abbandono. Una solitudine  imposta che sedimentò lentamente in un dolore profondo, solido, impenetrabile. Egli lo portò con sé, in trincea. In quel solitario silenzio la lacerazione crebbe e prese coscienza di sé. Mirto dovette prendersene cura, custodirla, proteggerla dalla curiosità e dal vendicativo spirito di solidarietà dei suoi familiari. La curò, la cullò, la coltivò. Solo così poté timidamente cominciare ad alimentare una tacita speranza. Perché Mirto amava sua moglie e riuscì a comprenderne l’intenzione, la richiesta. Oltre le barriere del proprio orgoglio, ad un livello più inconscio ma vero, egli seppe il dolore e l’amore di Laura. Volle cogliere allora l’opportunità ch’ella gli offriva di riparare, dimostrarle di aver capito, di poter percorrere la via che gli stava indicando.

Raccolse il proprio fardello senza protestare. Assunse il proprio compito in nome di un insospettabile senso di colpa che progressivamente si fece largo in lui. Nel silenzio della trincea trovò il coraggio di affrontare una possibile riconciliazione. Scrisse una prima lettera, non ne fece parola con nessuno. Attese. Attese un segnale, anche un piccolissimo segnale di disgelo, che non arrivò. Scrisse di nuovo. Poi ancora, e ancora. Nessuna risposta.
Accolse quel rifiuto. Non scrisse più e attese, di nuovo, attese se stesso. Si diede il tempo e il modo di vincere il proprio orgoglio. Lo scavò, lo scalzò lentamente, giorno dopo giorno. In questo le malelingue del paese e la miope intransigenza dei suoi familiari non gli furono certo d’aiuto. Pensavano di proteggerlo, di rinsaldarlo, quando in realtà Mirto stava prendendo le distanze da loro e da tutto ciò che rappresentavano. Si stava affrancando. Fronteggiava quotidianamente la tentazione di sottrarsi a ciò che Laura gli stava chiedendo. Ma nonostante tutto, un muto, faticoso cammino di conversione stava avendo luogo dentro di lui.
Ma non ebbe il tempo di giungere a termine.

La lettera con la quale Adele lo metteva al corrente delle ormai gravissime condizioni di salute di Laura lo paralizzò. Non era preparato, come avrebbe potuto?
Spiazzato e trafitto, quando ormai si stava convincendo a compiere l’ultimo passo: raggiungerla, chiederle di perdonarlo. Riconquistare la sua fiducia.
La volontà di Dio, disse qualcuno, ma Mirto non accettò la sentenza, né volle dare un nome al proprio dolore. Non ebbe che qualche giorno per capacitarsi di cosa stesse accadendo. Laura stava morendo. Era l’epilogo, la fine. Ed ecco che tutto gli apparve sotto una luce diversa. Il silenzio dei mesi d’attesa divenne crudele, schiacciante, come un macigno. Si chiese se partire per Roma, tempestivamente. Ma qualcosa lo frenò. Fu sempre lei, Laura, a impedirglielo. Il suo dolore, il suo soffrire per mesi da sola, in silenzio. Senza ammetterlo, senza concedergli la possibilità di compatirla. Non lo riteneva degno. E forse davvero non lo era. Ebbe paura. Di prevaricare, di ferire. Si sentì sporco, abietto. Pensò a lei, o forse pensò ancora una volta a se stesso. Si disse che nulla avrebbe più potuto cambiare il corso degli eventi.

Laura era morta ormai. Un velo di lacrime gli offuscò la vista. Si sorprese di poter piangere ancora. La solitudine, l’isolamento, pensò, l’avevano infragilito. Avesse almeno potuto parlare con qualcuno, liberarsi.
Troppo tardi, continuava a ripetersi.
E le bambine, che ne era di loro? Come potevano affrontare da sole tutto questo?
Che aspetto avrà avuto ora la piccola Luciana? Non la conosceva nemmeno…
Gli mancavano. Gli erano mancate tanto! Ora lo sentiva terribilmente. Come aveva potuto restar lontano da loro per così tanto tempo?!
“Cosa gli avranno detto?” Immaginò l’ira di Adele, di Franco. Il fronte del giudizio. Poteva udire le loro parole, colme di risentimento, d’estraniazione, di delegittimazione.
“Povere piccole, tornerete da vostro padre. Vi farà vedere lui il bene che vi vuole! Ma dove saranno ora?” Si chiese. In viaggio, già, in viaggio…
“Una ragazzina! Perdio, una ragazzina!” Sbraitò mentre affrettava il passo.
Ma solo un attimo dopo, quel volto corrucciato trasfigurò in un incontenibile sorriso: finalmente avrebbe riabbracciato le sue bambine.

Capitoli precedenti:

PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)

Anima

Si dice di petali
si dice di colore giallo che spacca
si dice di luce che ripudia l’indefinito.
Non si dice di te
che alla terra vorresti essere restituita.
Io ti amo così, profondamente.
Germe d’anima inascoltata.
Tu che non rinunci a trovare via che possa germogliare.
Ed io ti lodo, ora, come fiore d’iris.

[I.P., 17/4/2017]

Anatomia dell’amore – IV


 

Uomini e donne
di carta e di cera.
Di aliti ventosi.
Un piccolo rivolo di fortuna.
Ma cari miei
solo acqua che fugge via!

[I.P., 9/4/2017]

 


 

“Certo che ha un bell’odore il tuo coso, lì”, disse senza distogliere lo sguardo dalla tv.
Si voltò a guardarla. Sorrideva divertita continuando a fissare lo schermo, in attesa.
Non aprì bocca, non disse nulla. Aveva capito, ma fece finta di no. Lo faceva spesso, prendeva tempo.
Lei lo sapeva. E lo aspettava.

Erano seduti sul divano, vicino alla stufa. Si erano tolti le scarpe e poggiavano entrambi i piedi su una sedia.
“Non dici niente?”, lo spronò lei. Fece un cenno col mento e mosse gli indici delle mani che teneva intrecciate in grembo.
Lui guardò là dove lei gli aveva indicato, poi dritto su di sé. Infine fece finta di annusare l’aria sporgendosi prima verso di lei poi piegandosi su se stesso.
“Ma cosa fai, stupido?!” Esclamò lei, mettendosi a ridere. “Smettila, che già mi mette abbastanza imbarazzo.”

L’odore, era vero, si sentiva bene.
“In effetti si sente bene”, disse lui.
“Sicura che non sono io?”
“Ma va!”
“Sai, non ho nemmeno fatto una doccia.”
“Nemmeno io. Mi sono sciacquata, ma non ho tolto tutto. Ne era rimasto un po’. E’ sceso.”
Lui la fissò un momento. Poi la baciò sulla fronte.
La fissò nuovamente.

“Perché mi guardi così?”, disse lei. “Sorridi, sembri quasi contento.”
Rise, poi si ritrasse un poco verso il suo angolo di divano.
Faceva sempre così. Si scostava e lo guardava da un po’ più lontano.
Lo faceva per vedere meglio. Per capire. Per capire se quello che sentiva era vero.
Gli occhi interrogativi di lei guizzavano di lato, ora qui ora là, senza incrociare i suoi. Cercava una comprova. La conferma che qualcosa tornasse.
A lui sembrava che gli leggesse dentro.
Non era sempre facile lasciarsi guardare così. Né rispondere alle domande che normalmente seguivano. Era come se quel suo sguardo lo trapassasse, come essere trasparente ai suoi occhi.

Adesso ridevano.
Gli piaceva.
Gli piaceva lei, gli piaceva come parlava.
Di tutto, anche di quello.
Di come voleva farlo, di come voleva essere sfiorata.
Dell’odore che rimaneva. Addosso a lei, a lui, sulle lenzuola.

“Vieni qui”, gli disse.
Lui l’abbracciò. Non desiderava fare altro.
In realtà lasciò che fosse lei ad abbracciarlo.
Si stese su di lei e poggiò il capo sul suo seno.
Lei lo strinse a sé. Sapeva che ne aveva bisogno.
Lei sapeva ogni cosa.
E a lui piaceva che le cose stessero così.
Potersi fidare.

“Mi spiace che tu non possa averne”, gli aveva detto il giorno prima.
Era tanto che non ne parlavano. Stavano bevendo un caffè al tavolino di un bar, prima di andare al lavoro, e lei aveva pronunciato quelle parole come se non avessero alcun peso. L’attimo dopo sembrava già pensare ad altro.
E invece pesavano quelle parole, eccome se pesavano. Anche per lei.
Ma trattarle così era meglio. Per entrambi.
Lei sapeva anche questo.

“Spiace anche a me”, le aveva risposto.

Stare con lei era come essere nudi. Sempre. Lo faceva stare bene.
Per questo non aveva detto niente. Lei sapeva la risposta prima che lui riuscisse ad articolarla. Aveva sorriso. Non poteva fare altro.

Ripensò a loro due seduti sul divano a guardare la tv.
A lei che lo chiama sul balcone per salutare la luna.
Alle lacrime che le increspano gli occhi, nel bosco, al ricordo.
Al suo ventre.
Alle sue cosce.
A quel calore.
A quell’odore.
A quel rivolo.

“Perché mi piacerebbe potesse venirne fuori qualcosa.”

SANGUE RAPPRESO – III

III

(Ester)

 
 
 
TBC, tubercolosi, un intero dramma riassunto in tre lettere. Asciutte, spietate. Hanno l’effetto di un verdetto, di una condanna, quella che, inesorabile, in poche settimane si portò via Laura. Nulla poterono il vento mite d’inizio primavera, né l’aria del mare di Civitavecchia, dove la povera donna fu presto trasferita, aprendo anticipatamente le imposte della residenza estiva di famiglia. E nulla poté lenire lo strazio delle sue ultime ore, vissute nell’apnea di un respiro affogato, sommerso. Meglio sarebbe stato per lei sprofondare nei flutti screziati del mare, che nella veglia poteva intravedere da una finestra, piuttosto che esaurirsi in quel refolo umido e sottile, sempre più faticoso, tanto da trasformarsi in un sibilo, un ultimo spasmo macchiato di sangue.
 
Le bambine seguirono la mamma in quella che prima di allora era stata solo una casa di vacanza, un’isola felice e assolata dove trascorrere giorni di svago. Ma le condizioni di Laura si aggravarono rapidamente e fu loro consentito di  trascorrere con lei intervalli di tempo sempre più limitati. Adele, infatti, pensava di sottrarle a un ingiusto tormento negando loro la vista della sofferenza della madre. Ben presto, quindi, vennero affidate alle cure di una balia.
Da quel momento fu Ester, una giovane nutrice romana, a soddisfare i bisogni della piccola Luciana e a passare i pomeriggi con Lina, giocando con lei in giardino o passeggiando in riva al mare. Lei e la bambina parlavano molto, talvolta discutendo animatamente. Era lei la prima a rispondere alle sue innumerevoli domande, lei che affrontava le sue dolorose esplosioni di rabbia. Finché, alla morte di Laura, fu deciso che fosse proprio la giovane balia ad accompagnare le bambine nel loro lungo viaggio verso nord e la casa del padre, insieme alle spoglie della loro povera mamma.
 
“Bada almeno a far bene il tuo dovere!” Le raccomandò più volte Ernestina, l’anziana domestica di famiglia. “Povere bambine, hanno già sofferto tanto.” Aggiungeva protestando inutilmente. “Non poteva venire il padre a prenderle, invece di starsene lassù, immerso nei suoi affari? Ma no, il signore non si muove! Lui dà gli ordini, quello sì che è capace di farlo. Si preoccupa solo di farle dire un bel funerale. E basta. Si lava la coscienza. Con così poco! Dio di misericordia… Povera donna. Così giovane, così sfortunata…” Sospirava segnandosi. “E te?! Una ragazzina, sola, in viaggio con una bara…” Scuoteva la testa alzando gli occhi al cielo.
Ma Ester, a differenza dell’anziana governante, non si faceva impressionare facilmente. Con un’alzata di spalle – ardita agli occhi di quella – si scrollò di dosso gli umori e i presagi ispirati da un viaggio in compagnia di una morta.
Giunta a Roma dalla Ciociaria che era ancora bambina, attaccata alle vesti della madre, divenuta presto sguattera e servetta nelle case dei signori, Ester aveva conosciuto il mondo dal basso, apprendendo ben presto quale fosse il posto a lei riservato e l’ampiezza del proprio orizzonte. Sedici anni, madre di un bambino sottrattole con la forza, che forse non avrebbe più rivisto, Ester era un bocciolo di donna germogliato in fretta.
La tragica morte di Laura, però, le concedeva forse un’occasione. Quella di intraprendere una strada nuova, lontano da lì, al nord, in luoghi a lei sconosciuti. Sebbene corresse il rischio di ritrovarsi al punto partenza – ne era consapevole, valeva la pena tentare. Questo andava ripetendosi. Ed era ciò che sentiva veramente, non un modo per sfuggire i cattivi pensieri o la superstizione delle altre persone a servizio della casa.
 
Fu così che la domenica di Pasqua, di prima mattina, Ester e le due bambine si trovarono sulla banchina della stazione di Civitavecchia in attesa del treno che le avrebbe condotte a Genova. Una volta arrivate lì, avrebbero preso un secondo treno alla volta di Milano, dove finalmente avrebbero trovato Mirto ad attenderle.
Era il primo viaggio in treno per la giovane balia, e per una tratta così lunga per giunta, lei che una volta arrivata a Roma non ne era mai uscita se non per brevi tragitti fuori porta in barroccio. Ma la ragazza, forse incosciente, di certo non istruita e nemmeno così ammaestrata, non soffrì mai simili timori. C’era ben altro di cui preoccuparsi.
Roma era tutta un fermento. Ester non sapeva né leggere, né scrivere, ma capiva benissimo cosa recitava la carta stampata nelle mani di chi era in grado di farlo. Così come le scritte a caratteri cubitali sui muri e le porte dei palazzi, nelle scuole, nelle botteghe, all’ingresso delle piazze e dei mercati. La guerra era imminente, la gente ne parlava per le strade animandosi, sempre di più. Gli sguardi infervorati degli uomini radunati nelle piazze, il levarsi di voci, di cori, le braccia alzate e i pugni tesi; quelli sì, le mettevano paura. Forse là dove sono diretta non è come qui, si augurava. Ma non le era dato saperlo. Quando poteva, ascoltava i discorsi dei padroni e partecipava in silenzio alle discussioni delle persone che frequentavano la loro casa. Negli ultimi tempi, però, con l’aggravarsi del suo male e il progressivo preannunciarsi della morte, le attenzioni di tutti erano state rivolte alla povera signora malata. Di fronte al livido pallore di quel bel volto trasfigurato, ogni altra cosa sembrò d’un tratto incredibilmente distante.

Ester conobbe Laura che era già molto malata e le veniva ormai proibito di allattare la sua seconda. Non seppe mai le ragioni del suo ritorno a Roma, da sola, lontano dal marito e dalla loro casa. Le fu fatto intendere che fosse per via della malattia, nella speranza che un clima più mite potesse aiutarla a guarire. Ma Ester non si bevve mai quella verità posticcia ed ebbe presto accesso a un’altra: le bambine.
In breve stabilì con entrambe un legame viscerale, profondo. La piccola Luciana le s’attaccava al seno con grande voracità e Lina vedeva in lei una persona di cui poteva fidarsi. Ester per lei non era una sostituta, un’estranea con il mero compito di prendersi cura di lei e della sorellina. Lina provava per lei un sentimento di vera e propria sorellanza. Ester, cresciuta in fretta, mamma a soli quindici anni, nonostante tutto era ancora in grado di capire il suo animo di bambina, e in fondo lo era un poco anche lei. Sognatrice, entusiasta, piena di vita. Sempre sorridente, con quei suoi denti larghi, bianchissimi, che contrastavano la carnagione bruna e i foltissimi capelli neri, ricci, addomesticati a mala pena dall’ampia fascia di lino che le scendeva fin sulla fronte. Conservava intatta una curiosità ingenua, un candore che non mostrava a nessuno, se non a Lina, a lei soltanto, in segreto, al sicuro da occhi e orecchi indiscreti.
Ester e Lina non faticarono a fare amicizia, anzi divennero presto confidenti e compagne.
 
Il naturale affezionarsi delle bambine alla balia infuse nella loro mamma una serena fiducia, frutto della convinzione che in quel modo, forse, non avrebbero percepito per intero il tragico distacco cui erano destinate. Dal suo canto, Ester nutriva per Laura affetto e devozione sinceri. La compativa, al punto da ritrovarsi spesse volte con le lacrime agli occhi e la necessità di nascondere alle bambine la grande tristezza che la sua condizione le suscitava. Era come se nel dolore di quella donna Ester ne presentisse uno più grande, universale, un dolore che toccava e coinvolgeva tutti, anche lei.
Vederla spegnersi progressivamente fu straziante. Ma fino all’ultimo Laura preservò una forma di pacata, dolce riconoscenza nei confronti di chi le era vicino. Era sorprendente il contegno, la fiera eleganza con cui fronteggiava la morte. La nobilitava. Nobilitava la morte, sì, quella morte rea, ingiustificata e abietta che agli occhi di Ester destava sdegno e paura. Lei che voleva vivere, più di ogni altra cosa.
Il giorno in cui Laura morì, pensò che la morte non era un arcano mistero e nemmeno la lama spietata di una falce. Erano fragili dita incrociate sul petto. Occhi chiusi, in rilievo, sul marmo gelido di un volto. Occhi che guardano altrove, lontano, dentro di sé.
Il giorno dopo le venne ordinato di compiere quel lungo viaggio. Era una prova, un segno del destino. La volontà del Signore, disse Ernestina. Un’opportunità, pensò Ester. Partire significava frapporre una distanza fra sé e i luoghi di un’infanzia di povertà e sottomissione; qualcosa in cui Ester, forse inconsapevolmente, riversava la speranza di lasciare il passato alle proprie spalle.
Partiva, dunque. Lasciava una vita nella speranza di cominciarne una nuova.
 
“Mamma ci può sentire adesso?” Lina fissava la bara, una semplice cassa disadorna, lo spoglio mezzo che riportava a casa il corpo della sua povera mamma.
“Mamma è in cielo ora”, le rispose Ester.
“Certo che ci sente”, aggiunse subito dopo. “Ascolta la voce degli angeli del cielo, così come ascolta noi che parliamo, o il canto degli usignoli.”
“Ma come fa, se è chiusa lì dentro?”
Ester non rispose.
La luce intensa del mattino illuminava la bara per metà, rivestendola di un bianco accecante. Ester vi immaginò all’interno il corpo della povera donna composto per quel lungo viaggio. Si chiese se sarebbe stato in grado di sopportarlo.
 
 
 
 
Capitoli precedenti:
 
PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)

SANGUE RAPPRESO – II

II

(Fotografia)

 
 
 
«Laura è mancata oggi, dopo travagliati giorni di straziante agonia. Siamo affranti, distrutti. Stretti in quest’immenso dolore, ci rimettiamo ai Vostri doveri di marito e di padre.
F. e A.»
 
 
Anni addietro, a La Spezia, Mirto conobbe la donna che sarebbe diventata sua moglie. Era un giorno d’estate, il primo di un’insperata vacanza. Di famiglia borghese, agiata – il padre era un attivo commerciante di tessuti, istruita, colta, Laura era una donna estremamente attraente ed egli se ne innamorò dal primo istante. E ancora l’amava, se solo fosse stato in grado di dimostrarlo. Ma questa era una cosa che sapeva di non possedere, né d’aver mai appreso. Se ne innamorò, conquistò il suo cuore, le offrì la sicurezza di una vita agiata e la condusse nella propria terra, a Sarnico, sulla riva di un lago sottile e profondo, scura ferita inferta dal ghiaccio in un costato di livida roccia. In quei luoghi, così diversi, lontano da casa, dalla sua città e dal mare, nel nord della provincia lombarda che ancora non conosceva, Laura venne presa in sposa. Era un inverno umido e ostile, di un freddo subdolo, penetrante, mitigato appena dal lago, unico sollievo. Laura fu moglie e poi madre orgogliosa dei figli di suo marito, cui avrebbe tanto voluto dare un erede. Ma non smise mai di essere donna. Affascinante, volitiva, moglie devota, rispettosa, mai sottomessa. Amava suo marito, ma non mise a tacere il bisogno d’essere libera di farlo a modo suo.
 
Avevano avuto giorni felici. Quando l’aveva al suo fianco, nelle piacevoli passeggiate domenicali per le vie del paese, sul lungo lago e per i sentieri che costeggiano le prime anse dell’Oglio, Mirto rispondeva radioso ai saluti e agli omaggi di chi incontravano. Le stringeva allora la mano inorgoglito, mentre Laura, da sotto l’ombrellino, con fare dolce e maestoso, sorridendo piegava appena la testa mostrando la linea morbida del collo, impreziosita da un nastro di pizzo. Si diceva che erano una coppia stupenda e che non vi fossero ombre sul loro futuro. Del resto, si sa, salute, malattia, figli, prosperità, si era tutti nelle mani della Provvidenza.
Negli ultimi tempi, tuttavia, gli affari di Mirto avevano avuto delle brusche battute d’arresto, dovute a difficoltà sempre crescenti nei rapporti con i consolidati clienti austriaci, uomini d’affari e membri delle istituzioni che fino ad allora avevano dato credito e fiducia indiscussi alla sua impresa e alle sue capacità individuali. Ma lo scoppio della guerra in Serbia, la reazione delle alleanze e il rapido moltiplicarsi dei fronti, per non parlare della sempre meno credibile neutralità del Regno d’Italia, stavano rovinando ogni cosa. I giorni in cui suo padre veniva ricevuto all’alba dall’Imperatore in persona per discutere di un nuovo progetto per l’acquedotto di Vienna, sembravano ormai incredibilmente lontani. Ogni cosa adesso veniva messa in discussione, ovunque venivano trovati impedimenti e cavilli di carattere burocratico e legale, anche sui contratti e gli incarichi già acquisiti. Le frontiere erano ormai un limite quasi invalicabile; alcuni cantieri, diventati pericolosi e impraticabili, di fatto avevano dovuto essere abbandonati. Gli italiani erano ormai ritenuti ostili e la loro politica internazionale sempre più ambigua. Né il conflitto dava l’impressione d’esaurirsi nei tempi che i capi di stato avevano inizialmente propagandato. Anzi, tutto lasciava presagire il contrario: la progressiva degenerazione, l’espandersi a macchia d’olio della morsa paralizzante che nei paesi coinvolti avrebbe richiamato sempre più uomini dalle città e dalle campagne per condurli al fronte. Da molti il coinvolgimento del Regno era ormai considerato inevitabile e imminente.
 
Mirto, dal suo canto, non si era schierato, né riusciva a orientarsi nel vorticoso evolvere di eventi e situazioni di quegli ultimi mesi. Talvolta assisteva attonito a discussioni e dibattiti, preoccupato per lo scenario politico e sociale che si stava delineando nel paese. Non si ritrovava nella voce dei più. Nemmeno in quella della stampa, esasperata e adescatrice. Dal suo punto di vista, interessi concreti misti a un ingiustificato, mistificato fervore nazionalista impedivano a tutti, politici, filosofi, oratori, e infine alla gente comune una visione obiettiva della situazione. Il rigurgito di slogan risorgimentali, gli accessi spudoratamente retorici di quei giorni, poi, gli risultavano addirittura ridicoli. E tuttavia, le piazze si riempivano, si animavano, le stesse parole erano sulle bocche di tutti. Guerra, opportunità, affermazione. Identità, nazione, intervento. Concetti o semplici motti che permeavano i pensieri della gente attraversando le classi sociali, già ampiamente turbate dai movimenti e dalle manifestazioni degli ultimi anni. Era già scorso del sangue, troppo, in seno alla patria; perché incitare a spargerne altro, perché partecipare alla logica folle del conflitto fra popoli e razze? Erano dunque una minaccia gli Austro-Ungarici, o i Tedeschi? Potevano essere nemici coloro i quali per anni avevano intrattenuto con lui onesti e prolifici rapporti commerciali? Per non parlare del fatto che oggi un ramo della sua stessa famiglia parlava la loro lingua e viveva nelle loro città, al di là delle Alpi.
Eppure, anche in seno al pensiero popolare, al movimento dei lavoratori, cui Mirto non poteva essere indifferente, gli stessi dubbi, le stesse pulsioni, gli stessi attriti. Mirto, in fondo, non era che un imprenditore, un uomo attento alle regole del commercio, alla diplomazia che regola i rapporti e gli equilibri fra le parti. Era un liberale. Nella sua famiglia, da che ne aveva memoria, si respirava uno spirito d’autonomia e individualismo cui lui stesso naturalmente aderiva. Conforme alla tradizione, Mirto incarnava la convinzione di dover preservare la libertà di intraprendere azioni per il proprio interesse personale e per quello della propria famiglia, senza per questo dover rendere conto a nessuno, tanto meno a un sindacato. Cosa che, suo malgrado, aveva dovuto cominciare a fare.
 
“La libertà non può prescindere da questo”, ripeteva spesso suo padre, “cosa pretendono i Socialisti, che siamo tutti uguali? Vorrebbero vederci con un fazzoletto al collo o il distintivo di una corporazione sul petto? Tutti uguali, tutti orientati, tutti allineati. Al volere di chi? Non mi vengano a parlare del Popolo. A quale progresso porterebbe una società del genere, una tale parificazione?” La voce profonda del padre riecheggiò per la stanza in cui Mirto si trovava. Poteva vedere il suo sguardo illuminato dalla luce del camino. Un uomo che metteva soggezione, Pietro, suo padre. Uomo di poche parole, onesto, esigente e severo, a volte anche duro, prima di tutto con i propri familiari. Proprio per questo Mirto gli aveva sempre riconosciuto un’indiscutibile equità d’animo. In quel momento i suoi occhi neri e autoritari, lo stavano fissando dall’ovale di una preziosa cornice d’argento sul pianoforte. Mirto ne contemplò la fronte alta, aperta, i lunghi baffi spioventi che confluivano in un’imponente barba bianca. Accanto a quella foto poté osservare se stesso, in piedi, una mano posata sullo schienale di un’enorme poltrona di vimini nella quale sedeva sua moglie Laura. Lui rigido, impettito, statuario, alla destra di sua moglie. Lei elegante, armoniosa, il bel viso luminoso, come un’alba. E alla sua sinistra Lina, la primogenita, che ritta su di uno sgabello fissava l’obiettivo poggiando il capo sulla spalla di lei, abbandonandosi a quella posa con sguardo sognante. Vi si poteva leggere tutto l’amore e la devozione che la piccola nutriva per sua madre. Davvero sembrava non curarsi dello scenario artefatto di una veranda con palmizi e drappi posticci, né delle reiterate indicazioni di un fotografo zelante; in quel momento per lei esisteva solo la mamma, la sua posa esprimeva la volontà e la gioia di concedersi un gesto di totale fiducia nei suoi confronti, di immortalarlo. Laura sorrideva amabile come sempre, sembrava che nulla potesse turbare quella sua placida confidenza nella vita. E poi? Che  cos’era accaduto in seguito, cos’era cambiato? Perché se n’era andata? Forse era delusa, stanca, provò a rispondere Mirto. Forse non si era mai sentita veramente a casa, riconosciuta e accolta dalla sua famiglia. Forse era lui che non l’aveva permesso. Era spaventata dall’idea della guerra e dalle conseguenze che essa avrebbe potuto avere per loro, questo sì gliel’aveva detto tante volte. Era preoccupata per le bambine. E forse alla fine aveva deciso di non aspettare più; era partita, era andata via da lì, aveva cercato rifugio altrove. Aveva lasciato Mirto al suo posto, baluardo a difesa di qualcosa che non condivideva o che riteneva anacronistico, vano. Forse aveva ragione lei, pensò Mirto, forse non c’era altro da fare; bisognava evolvere, cambiare, muovere; prendere posizione, in una direzione o in un’altra. Forse, invece, Laura aveva bisogno di più attenzione, di condivisione e calore, per sé, per le bambine. E che cosa aveva fatto lui perché rimanessero con lui? Mirto, che ora scrutava pensieri e intenzioni passati, fissati sui volti di una fotografia e destinati a echeggiare per sempre, perché non era stato in grado di leggere il presente? Dov’era allora? Perché non aveva saputo ascoltare la voce di sua moglie quando era ancora lì con lui, reale, viva?
 
Guardando con occhi diversi quella fotografia, così familiare, Mirto notò per la prima volta che se c’era una persona che non appariva per quello che era, ma per il ruolo che aveva consapevolmente assunto, quello era lui. Eccolo, inesorabilmente fedele a ciò che rappresentava e dichiarava di essere, anche attraverso un ritratto. Il cittadino rispettabile e onesto, l’affidabile e facoltoso uomo d’affari, il pater familias, ligio assertore dei propri doveri di padre e di marito. Si riconobbe infine nelle lapidarie parole della cognata. Era all’uomo racchiuso in quella cornice che erano state rivolte. Dunque, avrebbe fatto il suo dovere, si disse, giacché era questo che tutti si aspettavano da lui. E in quel momento erano due le cose che più di ogni altra sentiva di dover fare: riportare a casa il corpo di sua moglie, riabilitarla agli occhi di tutti onorandola di un funerale degno, e riabbracciare al più presto le sue bambine. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che le aveva tenute fra le sue braccia? Chissà quante volte in quei mesi avevano chiesto del loro papà. E cosa avrà detto loro la madre?
 
 
All’ufficio postale, Mirto dettò al telegrafista le sue disposizioni: il feretro della povera moglie doveva partire quanto prima per Sarnico. E doveva essere fatto in modo che anche le bambine lo raggiungessero al più presto. D’ora in avanti, di loro si sarebbe occupato il padre. Inviò una lettera alla cognata in cui dava precise indicazioni per il viaggio in treno del feretro e delle figlie; le avrebbe fatto avere il denaro necessario. Si raccomandò che lei e il marito assolvessero alle pratiche necessarie e che venisse svolto sul posto un primo rito religioso. La vera cerimonia funebre sarebbe stata celebrata a Sarnico, non appena le spoglie della povera moglie fossero giunte a casa.
 
 
 
 
 
Capitoli precedenti:
 
PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)

Leuca

Vorrei riprodurre il suono del vento
fragore molle che carezza il collo
scosta i capelli, sazia la pelle
dissecca il mio sguardo
smanioso, rivelatore
di un segno.

Vorrei tornare a quel crocevia sconosciuto
al ruvido assito dove muovevi languido il passo.
All’oasi asciutta in cui intrecciavamo lo sguardo
scandendo imponderabili granelli di tempo.

[Tutto è fermo. Un uomo sciabatta fra i tavoli. Li spolvera e poi li batte con un martello. Li passa tutti, uno a uno. Il nostro no, lo salta. Ci guarda e se ne va indolente, senza domandare. Eccitate, le tue dita giocano con un anello, per i miei occhi. I tuoi sono al sicuro, dietro un sipario.]

Vorrei riascoltare il canto del vento
assistere di nuovo a quella danza.
E attendere l’ora in cui, fuori dalla tenda
sui nostri occhi, le nostre mani
calerà il silenzio.

Brevi viaggi della mente

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 Belgrado

Quella volta, all’aeroporto Isaac non prese il taxi, ma noleggiò un’auto e si diresse con calma verso il centro. Aveva tutto il pomeriggio per sé. Passeggiò a lungo sul fiume e quando fu l’ora di chiusura, passò davanti alla biblioteca. Uscendo con le colleghe, Mirna lo riconobbe subito, sul marciapiede opposto, vicino alla fermata dell’autobus. Sorrise incredula. Non lo vedeva da settimane, né pensava che sarebbe successo ancora.
Fecero l’amore in macchina, a pochi isolati da lì. In quell’anonimo spazio sconfinato. Lo fecero con gesti rapidi e risoluti. Famelici, implacabili. Come le dita di lei, esigenti artigli vellutati. E il soffio crescente di quel suo piacere ostinato, consumato e offerto. Il celebrarlo muto di lui, rilasciato e teso come una corda all’ormeggio. Crepitante, sotto di lei, respirando l’alito caldo del suo ventre disvelato.
Lo fecero in silenzio, senza parole, ché non ne avevano in comune.
Si trovarono a occhi chiusi, scrutandosi da dentro.
Più tardi, sulla terrazza di un bistrot, guardarono la città luccicare.
Non avevano parole su cui volare, né una ragione per cercarne.
 
 
 

Lost in Translation

Nel buio delle ultime file, i primi baci, le prime carezze. Il film, lento, ovattato, stentava a decollare, né poteva schermare l’attrazione che ci univa. Le nostre labbra si fusero in un silenzioso canto di desiderio, mentre le mani, temerarie, penetravano al buio fra giacche e maglioni. Nella sala gremita, inno alla trasgressione, ci rifugiammo in un abbraccio che mascherasse quei gesti, sempre più precisi. Aggrappati a quello scoglio, intuivamo l’uno il piacere dell’altro dai pochi sussulti concessi e subito lo soffocavamo, mordendoci le labbra. Trattenemmo il fiato, emergendo solo a tratti da quell’apnea incondizionata. E continuammo così, assorti, fino all’approdo.
Quando riaprimmo gli occhi, ci fissammo spaesati. Le nostre iridi dilatate riflettevano la luminosità diffusa dello schermo. Dov’eravamo? Mi giunsero le note di un piano, ora potevo udirle. Mi voltai e mi immersi nella luce soffusa di una sala d’albergo. Un occidentale in abito da sera sedeva di schiena al bancone del bar. Solo, spaesato, pareva perso. Come noi. Rilasciai gradualmente la presa, sfuggendo alla stretta di quel nostro abbraccio che, esauritosi, diventava scomodo. Rinfilai la camicia bagnata nei pantaloni. Incredulo, girai uno sguardo timoroso sulla sala. I volti delle persone mi apparivano solo a tratti, illuminati da spot di luce riflessa. Per un momento fissai le loro espressioni esanimi, intenti a guardare il film. Sembravano teste di terracotta. Poi mi voltai verso di lei: percepii il calore sul suo volto, il suo respiro. La fissai finché non incrociò il mio sguardo. Sorridemmo sollevati, quasi fossimo gli unici sopravvissuti in quel deserto d’inumani. Non resistemmo, cominciammo a ridere, isterici, a labbra tese. Restammo così a lungo, sospesi, persi, fra imbarazzo e un innegabile senso d’appagamento.