15.30 Robert Farragh, taglio

de lapoetessarossa

Secondo la buona, vecchia abitudine di scambiarsi suggestioni contaminandosi a vicenda, propongo questo bel pezzo di S.G., in arte lapoetessarossa, ispirato al mio Tutte le donne del mondo.

Un’altra volta c’era di mezzo una sedia, adesso una poltrona… Buona lettura!

P.

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Ore 15.30 Robert Farragh, taglio.

Non ho mai visto questo Robert, è ospite dei Moore. I Moore sono i proprietari della villa appena prima della foresta e hanno l’abitudine di invitare gli amici nei mesi estivi. Chissà che tipo è? Sarà come al solito uno di città, abituato a saloni un po’ asettici dai nomi altisonanti, dove il personale è tutto vestito allo stesso modo e ha modi gentili e affettati, e il sorriso perenne stampato in faccia. Il mio salone, semplicemente Elizabeth, si trova in un appartamento al primo piano di una vecchia casa in legno, con i pavimenti che scricchiolano sotto i piedi e il profumo di resina che si mescola a quello dello shampoo.

Robert Farragh arriva con buon quarto d’ora di anticipo, è un cinquantenne alto e ben piazzato, riconosco in lui il fisico di chi ha giocato a football in gioventù. Saluta e si presenta con nome e cognome e orario dell’appuntamento. Faccio finta di controllare sull’agenda e gli dico di accomodarsi sulla poltroncina accanto alla finestra. Sarò da lui tra pochi minuti.

Lavoro da sola nel mio salone, posso ospitare un cliente alla volta perché questa è la mia filosofia; mi piace prendermi cura dei capelli dall’inizio alla fine e penso che ogni persona abbia diritto ad un trattamento unico nelle mani di un’unica persona. I capelli sono una parte del corpo, come le gambe e le braccia e anche se sono esposti e visibili a tutti non per questa ragione la loro cura deve essere palesemente condivisa con il resto del mondo.

Congedo la signora Robinson e invito Robert Farragh a sedersi al lavatesta. Indossa una camicia chiara e un paio di pantaloni leggeri, scarpe sportive di marca e un vistoso orologio al polso. Gli chiedo se ha una qualche fragranza che preferisce. Ho l’abitudine di mettere qualche goccia di olio essenziale sui polsi dei miei clienti, gli spiego brevemente. Mi risponde che è il profumo di resina, che sta respirando in questo momento e che, aggiunge, non si sarebbe mai aspettato di sentire in un negozio di parrucchiere. “Ho il mio barbiere di fiducia a Boston, ci andava mio padre e prima ancora mio nonno, tre generazioni e una sola identica acqua di colonia”. Mi sorride e quasi si scusa “Tom ha chiuso il negozio per qualche mese, sta curando il padre che è gravemente malato…” “Capisco, non si preoccupi. In estate mi capita di avere clienti nuovi… ” e mentre scelgo lo shampoo aggiungo “I Moore mi raccomandano sempre i loro amici…sarei felice se tornasse anche il prossimo anno…”

Gli chiedo di appoggiarsi bene al lavatesta e di trovare una posizione comoda. Ha i capelli grigi ancora piuttosto folti, un po’ più radi solo sulle tempie. E’ evidente che non vedono le forbici di Tom da un pezzo. Appena entrato gli avevo notato un’ombra di trascuratezza che faceva a pugni con il resto della sua figura.

Robert Farragh chiude gli occhi e l’acqua inizia a bagnargli i capelli; non accenna alla temperatura e vedo i suoi tratti rilassarsi. Dovrebbe andare bene. Sciolgo lo shampoo nel dosatore e lo distribuisco sulla cute con gesti leggeri e inizio a massaggiare con le mani aperte per creare la schiuma.

Ogni testa è diversa e ogni persona può amare o odiare un movimento, una pressione, uno sfioramento. Devo intuire cosa piace e studiare le espressioni del viso è l’unico modo per capirlo al volo, prima che il cliente possa esternare qualche disagio.

Comincio un lento massaggio con i polpastrelli, sui lati del capo, scorrendo piano fino alla fronte e tornando indietro fino a scendere sotto la nuca, ripetendo i movimenti più volte con una precisa sequenza.  Premo solo un poco più forte ad ogni nuovo inizio. L’ultima sequenza è la più vigorosa. Robert Farragh ha il viso disteso e i suoi respiri si sono fatti più profondi e ampi, senza essere trattenuti. Apre gli occhi per un istante brevissimo e mi sorride. Penso di poter concludere con qualcosa di più deciso e scendo fino alla base del collo, abbraccio i lati della testa con le mani, tirando leggermente verso l’alto; ripeto un paio di volte. Mi bisbiglia un “Grazie Elizabeth”, che mi coglie un po’ di sorpresa. Devo sciacquare e credo di poter azzardare con lui, così procedo, giro la manopola del rubinetto verso l’acqua fredda e inizio a togliere la schiuma abbassando progressivamente la temperatura. I capelli non devono essere strizzati, così prendo un asciugamano e tampono l’acqua in eccesso.

“Dovrò consigliare a Tom questa sua astuzia dell’acqua fredda, non me la aspettavo ma…come dire… la desideravo”. E’ proprio così, è arrivato dove volevo portarlo. Con un tono forse un po’ troppo professionale gli rispondo: “L’acqua fredda sulla testa non è quasi mai spiacevole, solo che se lo facciamo sotto una doccia sono le spalle a non gradirla; in questo modo abbiamo solo il beneficio. Sono sicura che Tom apprezzerà il suggerimento e ne farà buon uso!”

“Ora ci spostiamo sulla poltrona in fondo alla stanza, davanti allo specchio”

Robert Farragh dà un’occhiata all’orologio, si alza con una lieve smorfia di disappunto e percorre in pochi passi lo spazio che lo separano dalla poltrona e si siede. Mentre appoggio le mie mani sulle sue spalle incrocio il suo sguardo nello specchio, ha gli occhi castani, scuri e luminosi. Mi sorride e mi domanda dubbioso “E adesso, cosa facciamo?”

“Adesso signor Farragh, tagliamo!”

E mentre pronuncio la frase impugno le forbici chiuse e senza esitare le affondo nella giugulare.

[lapoetessarossa, 3/8/2020]

Tutte le donne del mondo

Le sue dita carezzarono i capelli e scorsero delicatamente la curva della nuca. Robert la lasciò fare rilassando i muscoli della schiena. Pensò alle sue mani abbronzate e allo smalto chiaro delle unghie, color madreperla. Chiuse gli occhi. Sapeva che lei lo stava osservando, attenta al più piccolo segnale del suo corpo.

Era una professionista, si vedeva, ci sapeva fare. Ma c’era dell’altro. Quella ragazza univa in sé giovinezza, bellezza e la delicata, autorevole presenza di una madre. Era seria e sensuale. La sua pelle non aveva una ruga, ma le sue mani lo accoglievano e lo guidavano come un bambino in fasce. E Robert non desiderava altro che lei si prendesse cura di lui.

Sorrise. Le sorrise. Immaginò gli occhi ridenti di lei. Come aveva detto che si chiamava?, si chiese. Lisa, Linda?… Cercò di non mugolare mentre le dita della ragazza gli massaggiavano il collo. Distese ulteriormente i muscoli, affidandosi alla decisa delicatezza delle sue dita.

Liz, Lucy, Lauryn?… Riaprì un momento gli occhi e incrociò quelli di lei, neri, luminosi; la carnagione, i capelli crespi raccolti ordinatamente in uno chignon: poteva essere una mulatta. Leila, Laura?…

Con voce suadente la donna gli ordinò di alzarsi e gli mise in mano un asciugamano. Indossava un abitino grigio che le copriva appena le natiche. Ha buon gusto, rifletté Robert, ed è incredibilmente sexy. Non vedeva l’ora di sollevarle il vestito e scoprire la consistenza delle sue cosce ambrate. Non si era ancora fatta toccare. Comandava lei il gioco. Aveva stile, era sexy e sicura di sé, sapeva come farti star bene e come tenerti al tuo posto.

Lo fece sedere sulla poltrona in fondo alla stanza. Robert l’aveva notata subito: enorme, di pelle nera, lo schienale alto, reclinabile. Sulla parete di fronte c’era uno specchio senza cornice che staccava col resto dell’arredamento art déco, che Robert trovava un po’ sopra le righe. La donna, da dietro, gli mise le mani sulle spalle.

Luann, Lucile?… Che importanza aveva? Lei era tutte le donne del mondo, era l’unica donna sulla faccia della terra.

Le vedeva solo la testa. Forse si era tolta il vestito, stando seduto non poteva saperlo. Indossava un maschera, ma i suoi occhi nello specchio luccicavano più che mai. Si chinò lentamente su di lui, mentre le sue mani esperte armeggiavano con un laccio. Robert chiuse di nuovo gli occhi abbandonando le braccia sulla poltrona. Lei avvicinò il volto alla sua guancia, poteva sentire il suo respiro attraverso la maschera: non aveva mai udito nulla di più eccitante. Per poco non emise un gemito.

– Come li tagliamo? – Chiese guardandolo nello specchio.

China nel vento

di Melchiorre Livoti

I libri ti chiamano.

Così, grazie all’emozione suscitatami dalla suggestiva immagine di copertina, ho scoperto China nel vento, silloge di Melchiorre Livoti (Terra d’ulivi edizioni, 2020).

Le foglie rosse di Elio Scarciglia, autore della fotografia, mi hanno attratto subito. Non sapevo il perché, l’ho capito leggendo le poesie di Livoti.

Osservando la copertina avevo inteso si alludesse all’inchiostro (china) di parole scritte e gettate, disperse nel vento (blowing in the wind), ma qualcosa non tornava.

Le foglie, così rosse, rutilanti, a contrastare lo sfondo neutro, nerissimo.

Il loro calore, colto da una luce artificiale, quasi orizzontale (non un vero tramonto); un colore vivo, che fiammeggia di suo e nulla deve al mondo, annullato e vuoto, che lo circonda.

Foglie pendenti, chine, ma non arrese.

Foglie vivide, rosseggianti, passionali ancorché crepuscolari.

Leggendo i versi di Livoti ci si accorge che l’inchiostro scorre come linfa vitale nelle loro nervature. Solo qualche macchia sui lembi le fa simili a pelle livida, inducendo a pensare che sia ormai prossimo il momento della caduta.

Ma è l’ora della riflessione, della melancolia, sentimento caldo e buono se attraversato in tutta la sua portata di senso; è il momento in cui chi, come l’autore, dotato di animo sensibile e acceso, può rivivere il tragitto di una vita con la medesima intensità con cui vi ha mosso ogni passo; è l’istante immortale della creazione poetica, della parola, non più inutile e spazzata dal vento, della parola che guida i sensi, a far credere che non sia così.

Melancolie

Serti di parole

avremo da quelle labbra

mai sfiorate,

non anche i petali

per ricomporre la rosa

della nostra giovinezza?

E la sera si dissolve

nel dire suo

con l’armonia dell’attesa:

vicino fiore

dai profumi delicati

nella malia del giungere

della notte:

timida ancella

di sogni mai perduti.

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Perché l’età?

Cerchiamo il fuoco

talvolta, ci ritraiamo;

nel calore improvviso

troviamo la parola,

nel suo svanire

la quiete del raccontare

ignari di sé

non dei silenzi cullati dalla nostalgia

di essere stati vento

e ora come fronde raggiunte

dalle luci ultime

del tramonto inatteso.

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La poesia di Livoti, come dice Gianni Mazzei (cfr. Menabò, n. 5, Terra d’ulivi edizioni), ha la dote affatto scontata della “semplicità”, che è altro dal “semplicismo”: è l’arte del saper rendersi chiaro, affabile alla comunicabilità della parola, essenziale, senza orpelli e scorie.

Addio

Non andare!

Disse

una foglia a un’altra

color d’oro.

Ma partì.

La vide volteggiare

arrivare al suolo.

Provò tristezza

la foglia sull’albero

pensando all’addio

avanzò la bruma

stillò acqua dal cielo

ed essa rimase sola in cima.

Dover partire e non avere

nessuno cui lanciare

china nel vento

un addio!

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Ogni poesia accompagna con delicatezza il lettore, lo sguardo disincantato e al contempo innamorato di tutto ciò che ancora può avvicinare.

Scrive di sé Livoti:

Ho vissuto la giovinezza tra cieli e mari, visioni di colli illegiadriti dalla primavera. Dal ricordo ammaliato, talvolta, permetto che la melancolia mi raggiunga, e mi volgo allora con dolcezza a figurare un volto di fanciulla che i colori dell’aurora possegga, e l’animo abbia dei cieli colmi di quell’azzurro che è segno di eternità.

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E’ commovente e seducente questo rapporto con la memoria e il proprio vissuto, in cui la nostalgia si mescola al sogno.

Il lume

E’ mano di fanciulla

che accende un lume

di sera nella casa

tra gli ulivi mormoranti,

o il silenzio pensoso

in cerca della verità

di un uomo in pace

col tempo e con il vento?

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Melodia e nostalgia

Ci sono anime che hanno

stelle azzurre

mattini lucenti

tra le foglie del tempo;

e angoli casti

che conservano un antico

suono di nostalgia

e di sogni.

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La giovinezza

A centellinare il tempo

mi ritrovo

la fuga temendo

il ritorno

dei ricordi leggeri

or che sui rami

primavera appone

i fiori suoi,

indomita aleggia

disdegnando i clangori

non le parole

come carezze sul volto

della giovinezza lieve:

incantata fanciulla

senza tremori

senza attese

con tra le mani ardenti

i prodromi del domani.

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insipienza

Dirimpetto

a tutta la verità negata

a quel che sono

e a quel che sono stata

frantumo

il ritornello delle tue parole dure.

Non sono gli errori nascosti nei cespugli

che flagellano le caviglie,

né gli amori immolati al tuo altare

a segnare la mia insipienza.

Un solo tagliente riflesso,

un grumo di polvere

sollevata dal tappeto

è sufficiente perché incida

di netto il diritto

di sollevare la mano

per esistere.

[I.P., 27/7/2020]

Miriam

Era un martedì sera come tanti, mancava poco a mezzanotte. Tornavo a casa dopo una cena con una coppia di amici. A pochi chilometri da casa mi fermo al solito distributore per fare benzina. Mi capita abbastanza spesso di farlo di notte, nella quiete della statale semi deserta.

Esco dall’auto e mi guardo attorno: se non fosse per i fari e il rumore di qualche camion di passaggio, il mondo sembrerebbe esaurirsi nel cono di luce della stazione di servizio.

C’è un’altra macchina, giunta prima di me, l’ho notata arrivando. Nell’abitacolo, il profilo e i capelli biondi di una donna. Mi squadra al volo anche lei, distogliendo lo sguardo. Coraggiosa, penso, uscendo dall’auto. Di notte quel posto non è adatto a una donna. Il più delle volte condivido la mia sosta con qualche avventore della prostituta di turno. Ma quella che passeggia sul ciglio della strada stasera sembra non avere clienti.

Sgranchisco le gambe e apro lo sportellino del serbatoio. Tiro fuori il portafogli, infilo venti euro nella cassa automatica. Sull’altra banchina la mia compagna compie gli stessi gesti, sento lo strepitio all’attivarsi della sua pompa. Mi volto: è carina, sulla trentina, forse qualcosa di più; elegante, in un tricot di cotone e dei pantaloni scuri a gamba larga che svolazzano nell’aria tiepida della notte. Mi vien quasi voglia di attaccare bottone. Ci scambiamo un brevissimo sorriso, o almeno così credo.

– Scusa, se non disturbo…, – una voce di donna, roca e dal vago accento spagnolo, mi fa sussultare.

– Scusa, se chiedo…

La ragazza che camminava al confine del mondo visibile, oltre la siepe che separa la stazione dalla statale, mi sta sorridendo da sopra la pompa di benzina.

– Ciao…, – dico goffamente, realizzando di non aver mai rivolto la parola a una prostituta.

Bianca, un metro e sessanta più altri dieci di tacco; ricci neri, folti e voluminosi. Non la guardo con attenzione, di quel volto ricordo solo il sorriso. Raddrizzo la schiena e cerco di capire cosa possa volere da me.

– Stai tornando a casa? – Fa lei.

– Sì, – rispondo meccanicamente, dicendomi che in realtà non sarebbero fatti suoi.

– Ti chiedo un favore, se non disturba… -. Stringo le labbra e faccio un profondo respiro con la pistola di benzina a mezz’aria. Ma che diavolo di accento ha?

– Mi porti al…? – Fa il nome di un motel a cinque o sei chilometri da lì, dando per scontato che io sappia esattamente quale sia e dove si trovi. – Se non disturba… – Ripete alla perplessità dipinta sulla mia faccia.

– Va bene, – dice la mia voce educata.

– Grazie! – Risponde lei entusiasta. – Se no, devo farla a piedi… -. Solleva lo smartphone che tiene in una mano, digita veloce un messaggio e si dirige di nuovo verso la strada senza aggiungere altro.

Sento i tacchi allontanarsi. Non la guardo, non voglio vedere come è vestita. Infilo la pistola e tengo la leva tirata fissando distrattamente le cifre scorrere sul contatore. Alea iacta est.

Alle mie spalle l’elegante biondina sale in macchina, chiude la portiera e mette in moto.

E’ una perfetta sconosciuta, una puttana.

Habisogno di un passaggio, è sola e appiedata.

Dov’è la mia mascherina? E lei, ce l’aveva?

Una puttana, sospiro, dandomi dell’imbecille. Sta cosa la non la dovrà sapere nessuno...

Chissà a chi aveva scritto poco prima. Davvero le prostitute chiedono un passaggio per tornare a casa? E che faceva, abitava in un motel?

Trascorro un lungo minuto fra pensieri ed emozioni contrastanti. Da un lato sono tentato di lasciar perdere, dall’altro la cosa mi eccita un po’. Non so com’è, ma non ho mai pensato di starmi ficcando in un guaio.

Appena salgo in macchina, la ragazza sbuca di nuovo dal nulla e con allegri passettini si avvicina alla portiera del passeggero. Indosso la mascherina che avevo lasciato sul sedile accanto al mio e le faccio segno di salire.

– Io sono Roberto, – le dico trattenendomi dal darle la mano.

– Miriam, – risponde con un largo sorriso.

– Piacere, – dico immettendomi sulla statale dietro uno dei tir che di notte la percorrono come tanti bisonti sonnambuli. – A piedi è un po’ lunga, – aggiungo, faticando a immaginarmi la ragazza camminare per chilometri sul quella strada. – Di notte, poi…

– Sì, l’ho fatto qualche volta, che fatica! – Commenta Miriam con la punta del naso che fa capolino da sopra una mascherina a pois. – Sei molto gentile sa? Avevo chiamato il mio amico… – fa un nome – ma non è in zona stasera. Lui è sempre disponibile, davvero, ma stasera non poteva. Guarda…, – mi mostra il cellulare. – Grazie a te, grazie.

Non sta ferma un secondo, si agita sul sedile con il display del cellulare illuminato da una chat. Parla velocemente storpiando l’italiano, ma non è sudamericana, non riesco a indovinare la sua provenienza.

A un tratto vorrei sapere qualcosa di lei. Sto per chiederle come sia andata la serata, ma taccio. Miriam armeggia con una borsetta di plastica uscita da chissà dove e ne estrae una maglia o qualcosa di simile.

– Mi cambio, – spiega senza tanti convenevoli, e contorcendosi agilmente nell’abitacolo infila dei fuseaux a fiori sopra il body che a fatica le copriva l’inguine.

Sembra un pigiama, penso sorridendo. Lei non smette mai di farlo.

E’ lei a chiedermi come va, come ho passato il lockdown. Ma senza ascoltare la mia risposta, inizia a raccontare ciò che ha vissuto: due mesi senza lavoro, tutto il tempo chiusa in una stanza d’albergo, senza mai vedere un amico, nessuno. Quelli del motel sono stati gentilissimi, dice, non le hanno fatto pagare niente finché non ha ripreso a lavorare.

– Sarà una crisi globale, una crisi mondiale, – afferma con sicurezza.

Mi parla del suo paese, l’Albania, dice che per ora lì il virus là non è ancora arrivato, ma lo farà sicuramente. Telefona tutti i giorni sua madre che abita vicino a Tirana e fa l’insegnante, spera di riuscire a vederla prima della fine dell’estate.

– Torneremo in quarantena, – dice scuotendo la testa.

Metto la freccia e svolto nel parcheggio del motel, malamente illuminato da un led violaceo che incornicia l’ingresso e le finestre del piano terra. Ho sempre pensato che quel luogo primeggiasse per squallore.

Miriam mi saluta festosa, ringraziandomi ancora, ma non apre subito la portiera. – Se passi… Se ti va, qualche volta, sai dove trovarmi… -. Aggiunge: – Possiamo fare il viaggio insieme.

– Mi capita abbastanza spesso, – rispondo. – Abito qui vicino, – indico un punto sul finestrino.

Lei scende dalla macchina e corre su per gli scalini salutandomi con la mano, la chioma di ricci neri ondeggia festosa sulla sua schiena.

Ancora un po’ e ci scambiavamo i numeri di telefono, commento girando l’auto. Abbasso entrambi i finestrini, libero la bocca dalla stoffa e respiro vorace l’aria fresca della notte.

Parcheggio sotto casa e raccolgo le mie cose. La mascherina è dove si è seduta Miriam. Questa è da buttare, mi dico, passando istintivamente il palmo della mano sul sedile, come in cerca di qualcosa. E una cosa in effetti la trovo: un oggetto arrotondato che luccica nel buio. Lo rigiro fra pollice e indice, osservandolo alla luce di un lampione: è un piccolo gioiello, un orecchino o un pendente di pietra scura.

Sorrido incredulo e me lo metto in tasca.

[P.B., 25/7/2020]

In erba

di Federica Ziarelli

Terra d’ulivi edizioni, 2019

Lo ammetto, per un bel pezzo ho pensato di “avere a che fare” con una giovane donna di … 20 anni? Per il suo aspetto fisico, indubbiamente, ma anche per il “timbro” della sua cifra poetica. Perché in realtà, il tema dell’età del sentire è in qualche modo centrale nell’opera di Federica Ziarelli e lei stessa l’ha sottolineato nel titolare la sua ultima raccolta di poesie.

Poiché non sono un critico letterario, però, né mi reputo in grado di scrivere una recensione, per far intendere quello che avverto leggendo i suoi versi, prendo a prestito le parole, efficaci ed esaustive, di Francesco Palmieri, tratte da un articolo per la rubrica “Stanza critica” della rivista letteraria Menabò (N. 5) di Terra d’ulivi edizioni.

“… una poesia in erba, ma non per ragioni anagrafiche, non per indicare che si tratta di versi scritti da una penna giovane o giovanissima, bensì per la cifra stilistica che la caratterizza. E’ la stessa autrice, nella poesia d’apertura, ad indicare il tempo generico del suo sentimento poetico – ‘Annusai un profumo a quattro anni…’ – un’età in cui sicuramente non è la parola a fotografare quanto della realtà viene percepito, un tempo in cui non c’è sintassi, dialettica, costruzione grammaticale complessa, ma sensazione, emozione, thauma aristotelico, meraviglia e, perché no, anche l’intuizione di un terrore ancestrale, primario, legato non tanto al presentimento del dramma della condizione umana, quanto invece a quell’immensità e assolutezza agorafobica del cosmo la cui percezione, a confronto della nostra infinitesimalità, non può che determinare lo sconcerto dell’io. E nella poesia della Ziarelli li incontriamo entrambi questi due paradigmi psichici; meraviglia e orrore, dove a prevalere però è il primo.”

Con il pastello bianco

tempestavo il buio di stelle.

Invece della noia

cominciai a disegnare

qualcosa:

faceva più chiarore.

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Visto che ho un mucchio di semi dentro

rido

perché sono piccina piccina

e gli anni mi germoglieranno

dalla bocca giardini.

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La morte non è

campo che si secca

ma cervo

che al termine della sua corsa

si ritira dietro il grande cespuglio.

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Continua puntuale Palmieri:

“L’espressione ‘In erba’, qui, non è sinonimo di ingenuità o di linguaggio ancora immaturo, è invece una condensazione semantica i cui costitutivi fondamentali sono, da una parte l’immedesimazione identitaria con una Natura innocente, drammatica eppure rigenerativa, dall’altra la ferma fedeltà ad un linguaggio emozionale che cerca di mantenere integra la comunione sacrale e primigenia fra percezione e parola.”

“… ‘poesia necessaria’, dove la necessità non è determinata dalla penuria di produzione poetica oggi fin troppo sterminata bensì dall’urgenza necessaria di ritrovare e ridare allo sguardo e al sentire umano quella verginità sensoriale ed immaginativa che, oltre alla riscoperta delle percezioni primigenie e in qualche modo ‘infantili’ del mondo, sappia dare – nella loro forma verbale – quella risonanza semantica che solo la poesia riesce a creare.”

Prendi il mio amore

con allegria

come a bocca aperta

la pioggia un ragazzino.

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La costanza è del mare

e tutto quel cielo

sulle sue spalle

all’infinito.

Federica Ziarelli (1980) vive a Perugia. Scrittrice, saggista, poetessa, ha esordito con il romanzo Sono venuto a portare il fuoco (Porzi editoriali, 2010). Ha pubblicato nel 2016 la raccolta di racconti e poesie Aspettando l’aurora (Midgrad Editrice) e nello stesso anno la silloge poetica Gli occhi dei fiori (Premio Midgrad Poesia). E’ del settembre 2019 il saggio Un’oscura capacità di volo, poete e poetiche dell’Umbria di oggi (Edizioni Era Nuova). Coordina eventi artistici. Sue poesie sono apparse su antologie, blog e riviste di letteratura.

corravam la morta gora

L’attraversamento della palude Stigia illustrato da Gustave Doré

A sei mesi dalla pubblicazione del mio libro di racconti Ci vediamo stasera per i tipi di Terra d’ulivi edizioni, sono felice di condividerne la recensione a cura di Gianni Mazzei.

Più di “Ci vediamo stasera” che dà il titolo al libro di Beretta, mi intriga tra i 23 racconti presenti, uno che, a mio parere, è fondamentale per capire i vari aspetti, di scrittura e di contenuto, espressi dall’autore.

Mi riferisco a “Negative space” in cui l’autore fa precedere il racconto con una citazione poetica di Italo Testa, tratto da “L’indifferenza naturale”.

È il mattino del primo dell’anno, nebbioso.

Carol, la compagna londinese di Vania, dopo aver preso il caffè chiede di uscire a prendere un po’ d’aria.

La città è deserta, i negozi chiusi, ci si ferma all’unico fast food aperto nel piazzale della stazione per prendere bibite e panini.

Tra i due il dialogo stenta: lei al secondo anno fuori corso all’università si mantiene con lavori occasionali; egli, musicista, ha visto sfumare la grande occasione per avere visibilità e affermarsi. All’entusiasmo iniziale del primo incontro, fatto da parte di lei, dal sentirsi protetta, e dall’attrazione da parte di lui della sua bellezza eterea, ora, come la città deserta, nella nebbia, in loro è subentrato accettazione, passività. “Cosa hai”, chiede lei. “Niente”, risponde l’altro.

La mattina si trascina stancamente, senza entusiasmo, fino ad andare in un luogo, scelto da Carol, una galleria, lei che per altro non ha grande interesse per l’arte.

La ragazza guarda distrattamente le opere, il ragazzo nella stanza “negative space variation” è attratto da una musica, una melodia primordiale in cui egli par scorgere sospiri siderei che lo chiamano. Ma per rispetto a Carol non si ferma, non coglie l’occasione di essere se stesso.

Usciti dalla galleria, Carol ha una telefonata e comunica a Vania che è intenzionata a ritornare a Londra per lavoro, un progetto di cui lei l’ha tenuto all’oscuro e anche ora non glielo rivela per scaramanzia.

Vania, come è stato chiuso alla chiamata di essere diverso nella galleria (la sua vocazione artistica) per rispetto a Carol, ora resta chiuso alla voglia di libertà, di essere diversa di lei e, in modo stupido le chiede se questo suo andare a Londra nasconda l’interesse per un altro. “Stronzo”, è la lapidaria risposta della ragazza.

Il non capire l’altro, il non avere rispetto per l’altro e per se stesso, agendo come meccanismi naturali (le abitudini, il conformismo, anche l’accettazione passiva dell’altro) fa in modo che si diventi falliti, si diventi indifferenti.

In Beretta sono questi meccanismi psicologici, esemplificati spesso nel godimento occasionale del sesso, a creare questo stato di cose.

La sessualità come modalità di dialogo non cresce, non va oltre il piacere fisico, non diventa comprensione, dialogo di sguardi, di pensieri, cura, attenzione, incanto del quotidiano. Resta compulsione sessuale che crea sopravvissuti, resta abuso fisico, o isteria possessiva di avere un figlio.

Beretta si distingue però da altri tipi d’indifferenza presenti nella letteratura.

Non è quella prettamente etica e di impegno politico di Gramsci, quando, giovane, incitava a non essere indifferenti. Neppure è l’indifferenza di Moravia o il vuoto interiore che sentono i protagonisti di Sartre. Non è nemmeno la crisi esistenziale che porta al suicidio il protagonista di “Una vita” di Svevo o ha connotazioni metafisiche direi come la “Divina indifferenza” di Montale.

È una società, spesso di giovani, media borghese, che vive il rapporto sessuale come godimento, un mordi e fuggi da esteta alla don Giovanni di Kierkegaard, senza farsi tanti scrupoli.

Sono situazioni che richiamano, tra gag consumate in una pagina sola, o situazioni più complesse fino ad arrivare alla caratterizzazione dei personaggi, emotivamente e caratterialmente, la commedia di Monicelli e altri registi dei “I nuovi mostri”, senza però gli aspetti sboccati e triviali dei film di Pierino interpretato da Alvaro Vitali o le implicanze sociologiche, di costume della commedia all’italiana degli anni ’60 e quella ironia amara e graffiante.

Beretta ha un tocco leggero, galante, godibile, seduttivo, nella parola e nelle scene che sa condurre con ritmo, musicalità e finezza di variazione nei dialoghi.

Sia in queste scene d’intimità erotica che in altre che riguardano la famiglia, nella passività di madri, di assenza di padri, di isteria di compagne, di dolorosa impotenza dinnanzi alla morte.

Pure, se poi si guarda con maggiore attenzione, questo bel libro è anche un’iniziazione alla vita, dando quasi una visione unitaria al possibile protagonista dei racconti, e con una speranza di uscire dall’indifferenza a vivere nella solarità di una progettualità esistenziale.

Si va dall’infanzia del protagonista (e di ogni lettore che vi si riconosce) che sente la solitudine di essere lasciato solo nella “morta gora” di una pozzanghera senza che qualcuno intervenga: i fratelli a ridere e a prenderlo in giro, la madre distante, il padre, vanesio che certo non può essere comprensivo della fragilità e difficoltà del figlio.

Ma ci sono altri incipit d’infanzia: quella negata , nella solitudine cupa di un rapporto consumato (il bagno e i giornali pornografici) o, peggio, stuprato da un compagno.

Ma poi, anche quella allegra e spensierata raccontata nella “La giostra” e negli occhi vigili del padre e della bimba di cui il figlio si è infatuato; o anche dei primi turbamenti e struggimenti del corpo in “Supplicium” (“Paradiso”).

Sono gli albori di una possibile diversità di essere, in cui la sessualità non diventa possesso, consumo, ma diventa poeticamente attesa, come nel bacio in Amore e Psiche del Canova, non dato; in quel saper aspettare si può costruire un progetto, con la ragazza della moto in “Va bene così”.

L’importante è non fermarsi al primo ostacolo, a voler razionalizzare, senza discutere come avviene in “Test”.

Il godimento per il godimento non costruisce; diventa paura di una figliolanza in “Pigiama party” o isteria o ossessione se non è condivisa tale scelta come in “Tic tac”.

La vita ha senso in una dualità vissuta intimamente, con lo stupore di ogni giorno: è quella “pensosa leggerezza” di cui parla Calvino nelle “Lezioni americane”.

Beretta la realizza nello stile.

Sa adattare il ritmo della parola alle varie situazioni, ha una capacità descrittiva degli interni degli ambienti, della variazione di umori dei protagonisti in relazioni alle atmosfere e paesaggi (la collina, il mare, il lago, ecc.).

Conosce modalità di vita dei giovani, della città, sprovincializzando lingua e comportamenti in un contesto che non è più solo italiano (Italia del nord, con qualche cenno anche ad atteggiamenti, simpatici ma inopportuni, del meridione: a far rumore fino al mattino in albergo), ma europeo (anche usando espressioni inglesi e francesi).

E siccome lo stile è l’uomo, è la società, la realizza, tendenzialmente (come già rimarcato) anche a livello di vita: essa non è occasione sporadica o addirittura sciupata del bello, ma sua concretizzazione quotidiana e progettuale. La vita è in fieri, avventura come curiosità di essere e diventare, rinnovarsi, conservare la pericolosità di non omologarsi “solo che è un po’ pericoloso. Perché tu non sei finito. Perché tu non sei tu. Non ancora” (“Nella nebbia”).

Beretta concede al lettore , nella prima lettura, godimento epidermico , voluttuoso della carne, in succosi bozzetti e scene trionfanti, lussureggianti, senza ambascia etica (amanti, amore omosessuali, ecc.).

Quando, da critico, vuoi fare la verifica, come san Tommaso, per vedere se quella bellezza è solo illusione e prurito di pelle oppure è vita, con vertigini, vibrazioni di mente e di sentimenti, ti accorgi che, mettendo la mano nel costato, nel corpus della parola, la prova non delude.

Beretta è maestro di bellezza, è maestro di vita.

[G.M, 1/7/2020]

apparizione

apparizione sei

sguardo al petto

corrucciato

miope

come un desiderio

irrealizzato.

al tuo incedere lento

nell’afasia di un giorno

come tanti, senza direzione

né orizzonti

sovrappongo il ricordo

di te,

di noi.

e il tuo oscillare

ancora

è musica

per i miei sensi.

[P.B., 14/7/2020]

Maturità

Roberto entrò nell’aula con le braccia cariche di libri e la carta d’identità in bocca. Non fu esattamente quello che si definirebbe un ingresso trionfale. Il Presidente gli piantò addosso due occhi blu smeraldo da sopra un paio di occhiali da lettura, sguardo di cui Roberto nemmeno s’accorse finché non si liberò dei chili di cultura che portava inutilmente con sé e su indicazione del proprio membro interno, la professoressa Patrizi, si decise a porgergli il documento.

Lui prese l’identità di Roberto con due dita, la ispezionò brevemente e la passò alla professoressa alla sua sinistra affinché compilasse il verbale. Scrutò di nuovo il maturando, con circospezione, poi, lentamente, riportò lo sguardo nel punto in cui l’aveva alzato, la seconda colonna di un articolo di politica interna del Corriere della Sera.

Con un impacciato sorriso stampato in faccia, Roberto percorse il semicerchio di scrivanie davanti a sé in cerca di un qualche cenno di consenso, che non trovò. Scorse, invece, all’estremità alla sua destra, la mano sollecita della professoressa Patrizi che gli ingiungeva di sedersi.

– Eccoci qua…, – sussurrò piegandosi al proprio destino. La sedia stridette rumorosamente, al che Roberto farfugliò qualcosa, un po’ per smorzare il baccano, un po’ per riempire il silenzio che l’aveva accolto. Non s’accorse di quanto fosse scomodo e duro il sedile di plastica sul quale, pur occupando l’estremità anteriore, avrebbe sudato per la successiva mezz’ora.

Il fatto è che non aveva una strategia. Anzi, era frastornato, confuso. Aveva impiegato l’ultima mezz’ora fuori dall’aula nel vano tentativo di mandare a memoria l’intero Sistema Solare. – Ma la prof. di scienze non è una vulcanologa? – aveva chiesto, la voce rotta dalla disperazione. Sì lo era, gli risposero, ma se fino a quel giorno aveva basato le proprie interrogazioni su magma e mineralogia, quella mattina sembrava aver cambiato totalmente rotta e ai primi due interrogati aveva chiesto solo luna e pianeti.

– Ah, cazzo.

– Non li hai ripassati? – Chiese Luca, il suo compagno di banco, senza riuscire a trattenere un ghigno.

– No, cazzo

Le mani di Roberto aprirono meccanicamente lo zaino ed estrassero un pesante tomo dal titolo Elementi di scienze della terra. Iniziò a sfogliarlo nervosamente.

– Stai tranquo, – disse Luca, che l’orale ce l’aveva di lì a qualche giorno. – Non ti preoccupare, ci son qua io, andrà tutto bene.

– No! Non li hai studiati?! – Esclamò Enrico, melodrammatico, scuotendo la testa e battendosi la fronte.

Roberto deglutì piano trattenendo un conato. Come se non bastasse, arrivò anche Caterina, la secchiona della classe. Che diavolo ci faceva lì? Doveva fare l’esame nel pomeriggio, aveva detto che avrebbe passato la mattina a casa a ripassare. A lei bastò uno sguardo per capire la gravità della situazione che, dall’espressione schifata che fece, dovette giudicare irrimediabile. Cazzo…

Seguirono circa quindici minuti in cui i timpani di Roberto vennero percossi stereofonicamente dai due compagni con raggi, circonferenze, orbite e rivoluzioni, equinozi, solstizi, masse e forze gravitazionali. Luca ed Enrico si alternavano elencando le caratteristiche di Venere, Mercurio, Marte e Plutone, l’immancabile Giove e Saturno con i suoi anelli, infine la Luna. La Luna, certo, così vicina, la nostra amata Luna… Cazzo.

L’orale non era ancora cominciato, ma la schiena di Roberto era tutta sudata.

Il Commissario di Scienze, una donna scialba, sulla quarantina, con un caschetto di capelli scuri, labbra sottili e dei grandi occhiali, sfogliò distrattamente il registro in cerca d’ispirazione. Dava l’idea di conoscere già il finale della storia. Esitava sulla linea di porta senza decidersi a buttar dentro un goal già fatto. La mattina dopo la finale dei Mondiali, intravista a sprazzi interrompendo il ripasso al richiamo delle urla in salotto, la metafora calcistica veniva facile.

– Bene. Di cosa vogliamo parlare? – Disse, chiudendo il registro e posando uno sguardo calmo sull’esaminato. Non era una domanda quella, era una frase di passaggio, un’introduzione. La domanda c’era, eccome, ma prima che la professoressa riuscisse a formularla, Roberto le fu addosso come un fulmine. Vulcani! Parlerò dei vulcani, sì! Sono la mia passione. Glieli racconto…. La bocca della docente era ancora aperta e Roberto già dissertava di lava acida e basica, di forma conica, a scudo, di eruzioni storiche, cristallizzazioni metamorfiche, temperatura, viscosità, faglie trasformi… terremoti!

Ed ecco che, in tralice, gli occhi del Presidente, laconici e lucenti, furono su di lui un’altra volta. – Parliamo di vulcani… – intervenne. – Io sono di Catania, mi dica un po’ dell’Etna… Fu come sfondare una porta aperta, opporre all’impeto dell’onda marina un timido argine di sabbia. Seguì una vera e propria inondazione. Roberto dilagò tirando tutte le frecce che aveva alla faretra, che tutto sommato non erano poche.

Il Commissario, tradito dalla falsa partenza non redarguita, provò invano a intervenire, riprendere in mano le redini della discussione e dirigerla altrove, con ogni probabilità oltre la stratosfera. Roberto, terrorizzato all’idea che ciò potesse accadere, non le diede mai modo di farlo. Ogni volta che lei prendeva fiato o alzava un dito, un sopracciglio, tentando d’interromperlo, la difesa di Roberto raddoppiava, triplicava, subissandola di parole; l’accerchiava rubandole palla senza darle nemmeno il tempo di alzare la testa. Lo spirito di sopravvivenza aveva dato a Roberto la forza di un fiume in piena, una colata lavica, una sciara del fuoco. E l’efficacia di un catenaccio degno del Trap.

La professoressa desistette. Serrò un’ultima volta la bocca e strinse gli occhi sullo sguardo eccitato dell’esaminato, incredulo di aver concluso il primo tempo senza subire goal. – Va bene così, – sentenziò. In fondo, il proprio dovere l’aveva fatto.

Fu la volta del Commissario di Lettere.

– Come cambiano… – furono le sue prime parole, mentre cercava una corrispondenza fra la foto del sedicenne appiccicata alla carta di identità aperta sulla cattedra, e il viso coperto di peluria dell’esuberante diciottenne che le stava seduto di fronte. Roberto colse lo sguardo incuriosito della donna e sorrise. Occorre dire che, inconsciamente, se ne innamorò all’istante. Colpo di fulmine, come si suol dire; a diciott’anni ci può stare. Nel suo caso, almeno un paio di volte al giorno. Ma quella volta, date le circostanze, era destinata a rimanere impressa per sempre nella sua memoria.

Occhi verdi. Capelli lunghi rossi, puntati qua e là da un fermaglio d’argento. Macchie di efelidi decoravano la sua pelle chiara esaltando il colore degli occhi. Ogni volta che muoveva le mani, il suono dei bracciali che portava ai polsi per Roberto era un invito alla danza.

Sorrise anche lei.

– Si parlava di vulcani, – disse.

Roberto annuì rapito.

– Anche in letteratura se ne parla…, – continuò la docente.

Ci fu un momento di silenzio. Roberto assentì, senza capire di dover proseguire la frase.

– Ricordi qualche brano letterario che parla di vulcani? – Lo aiutò lei.

– Uh! Sì, certo… -. Mentre riordinava le idee, Roberto pensò che fosse una di quelle domande aperte, di ragionamento, fatte per sondare la tua preparazione. In pochi istanti ripercorse il programma dell’intero quinquennio e pensando che non avrebbe trovato di meglio, si fermò al primo spunto che gli venne in mente. Lanciò un’occhiata alla Patrizi, la sua insegnante di lettere, già visibilmente sulle spine, e senza troppa convinzione affermò: – La letteratura classica. Quella latina per la precisione. Plinio il Vecchio, ad esempio, ci ha consegnato una significativa testimonianza delle eruzioni del Vesuvio…

– Qualcosa di più recente? – Lo interruppe la professoressa.

– Di più recente? – Fece eco Roberto.

– Sì, qualcosa di più vicino a noi, qualcosa di molto noto…

Per quanto si sforzasse, a Roberto non veniva in mente nient’altro. Evidentemente gli stava sfuggendo qualcosa d’importante, qualcosa di grosso, ma per lui era il vuoto totale.

– Più recente… Noto… – Prese tempo.

Cominciò ad agitarsi, lo sguardo smarrito, annaspava di fronte a un muro bianco. Alla sua destra la Patrizi saltava sulla sedia.

I secondi scorrevano inesorabili, come le gocce di sudore sulla sua schiena, cominciò ad udirsi un brusio alle sue spalle. La vergogna lo stava paralizzando del tutto, la Patrizi fremeva, mordeva il freno quando avrebbe voluto sbracciare e urlare come un allenatore a bordo campo. Roberto, ormai disposto a prendersi sulle spalle la piena responsabilità del fallimento, teneva ostinatamente lo sguardo dritto davanti a sé. Finché improvvisamente udì una sorta di fruscio, un agitarsi di foglie al vento… sss…stra…estrnestrLa ginestra!, sibilò a chiare lettere la Patrizi, lo sguardo furente.

– Ma porca putt… Porcaccia la miseriaccia! – Esclamò in due tempi Roberto. – Ma certo! Leopardi, La ginestra!

Le risa alle sue spalle ruppero la tensione, ma non fu nemmeno necessario, il Commissario dagli occhi verdi l’aveva già perdonato. E, di riflesso, anche la Patrizi. Imbarazzato e deluso per non esserci arrivato da solo, rischiando di rovinare tutto, Roberto accolse l’assist del proprio membro interno e cercò lo slancio per involarsi di nuovo verso la porta. Doveva portare a termine il compito e cercò di farlo al meglio.

Rispose puntualmente alle domande successive e si procurò da solo, di lì a poco, l’occasione per un abile dribbling dal sapore pirandelliano. Cinguettò con la professoressa a sonagli per diverse manciate di minuti, che volarono via con leggerezza finché, recitato il rituale canto dantesco, si pose fine all’idillio. Lei si appoggiò allo schienale con un sorriso enigmatico che, concluse Roberto, doveva significare una certa soddisfazione, e prima di consegnarlo al professore di matematica, volle fare un rapido excursus sulla sua prova scritta. Con fare a un tratto formale disse che anche Roberto, come altri, era caduto nella trappola della traccia, sbagliando approccio: la tesi di D’Annunzio andava confutata. Ma nello sposarla Roberto aveva dimostrato una fondata capacità di argomentazione. La valutazione del suo lavoro, pertanto, era più che positiva.

Ecco. I ricordi di Roberto si fermano più o meno qui. O forse qualche attimo prima. Ad uno sguardo. Quello che se non maturo, per la prima volta lo fece sentire uomo.

[P.B., 12/7/2020]

Se non ricorso male, il 9 Luglio, il giorno dopo la finale dei mondiali del ’90, sostenni il mio esame orale di maturità. Raccogliendo un la (o un assist) ispiratomi da Katia, ho deciso di raccontarlo attraverso il mio alter ego Robert(o). Sono passati trent’anni ormai… Che dire? Bei tempi!

In copertina: dal film Notte prima degli esami, web.

Est-ce que ce monde est sérieux?

Dopo tanto tempo, stamattina mi sono tornate alla mente le note di questa meravigliosa canzone. Mentre mi preparavo per uscire e andare al lavoro, i versi si dipanavano alla memoria come brume del mattino… consegnandomi una domanda.

“Je pensais pas qu’on puisse autant
S’amuser autour d’une tombe…”

“Est-ce que ce monde est sérieux?”

La corrida

Depuis le temps que je patiente

Dans cette chambre noire

J’entends qu’on s’amuse et qu’on chante

Au bout du couloir

Quelqu’un a touché le verrou

Et j’ai plongé vers le grand jour

J’ai vu les fanfares, les barrières

Et les gens autour

Dans les premiers moments j’ai cru

Qu’il fallait seulement se défendre

Mais cette place est sans issue

Je commence à comprendre

Ils ont refermé derrière moi

Ils ont eu peur que je recule

Je vais bien finir par l’avoir

Cette danseuse ridicule

Est-ce que ce monde est sérieux?
Est-ce que ce monde est sérieux?

Andalousie je me souviens

Les prairies bordées de cactus

Je ne vais pas trembler devant

Ce pantin, ce minus!

Je vais l’attraper, lui et son chapeau

Les faire tourner comme un soleil

Ce soir la femme du torero

Dormira sur ses deux oreilles

Est-ce que ce monde est sérieux?
Est-ce que ce monde est sérieux?

J’en ai poursuivi des fantômes

Presque touché leurs ballerines

Ils ont frappé fort dans mon cou

Pour que je m’incline

Ils sortent d’où ces acrobates

Avec leurs costumes de papier?

J’ai jamais appris à me battre

Contre des poupées

Sentir le sable sous ma tête

C’est fou comme ça peut faire du bien

J’ai prié pour que tout s’arrête

Andalousie je me souviens

Je les entends rire comme je râle

Je les vois danser comme je succombe

Je pensais pas qu’on puisse autant

S’amuser autour d’une tombe

Est-ce que ce monde est sérieux?
Est-ce que ce monde est sérieux?

Si, si hombre, hombre

Baila, baila

Hay que bailar de nuevo

Y mataremos otros

Otras vidas, otros toros

Y mataremos otros

Venga, venga a bailar

Y mataremos otros

[Francis Cabrel, 1994]