Istantanee del dopo guerra

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Voglio terminare questo viaggio in compagnia di nonno Virgilio sul fronte della Grande Guerra, riportando alcune sue annotazioni che si riferiscono al dopo. Sono due istantanee. Una scattata immediatamente a ridosso del termine del conflitto; siamo nel dicembre del 1919 e dal racconto si percepisce il forte fermento socio politico in atto in quei mesi. L’altro è un piccolo frammento, una scheggia raccolta a distanza di più di dieci anni, a migliaia di chilometri di distanza dai luoghi narrati fin qui e dal vecchio continente.

In conclusione voglio ringraziare mio nonno per questa testimonianza (e suo figlio, Pier Luigi, che per primo, vent’anni fa, l’ha riportata alla luce per farne memoria condivisa), che pur apparendo volutamente obiettiva e distaccata, nell’intento di narrare soltanto i fatti salienti, in realtà rivela anche molto di un uomo, un familiare, che in vero non ho conosciuto. E così pure per il racconto degli eventi, oculatamente calato nel loro contesto, talvolta arricchito di preziosi dettagli, che è stato per me alquanto istruttivo.

P.

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Milano, dicembre 1919

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Prima pagina del giornale “Avanti!”, Aprile 1919 – web

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Nel dicembre del 1919 mi trovavo ancora a Novara, in forza al 23° Reggimento di fanteria, in attesa di congedo. Una mattina lessi sul “Corriere” di un processo al tenente Sabatini, promosso dai tenenti Ceridoni e Giordano, i quali lo accusavano di essersi arreso quando era ancora possibile resistere nell’episodio dell’anno precedente, a ottobre, quando oltrepassammo il Piave. A parte qualunque altra considerazione, il fatto mi indignò, perché, come ho precisato nel mio racconto, i due tenenti erano venuti dal collega Sabatini a consigliargli la resa ben prima della sua decisione, ed erano stati da lui respinti in malo modo.

Il processo avrebbe avuto luogo a Milano, presso il Tribunale Militare. Difensore del tenente Sabatini era l’onorevole Gasparotto ex combattente nell’arma di fanteria e autore del libro “Il diario di un fante”, in cui descrive episodi di guerra ai quali aveva partecipato quando anche lui faceva ancora parte dell’arma dei bombardieri. Non persi tempo e la mattina successiva partii da Novara alla volta di Milano per incontrarmi con l’onorevole Gasparotto ed offrirmi come teste a discarico.

Arrivato a Milano, fui sorpreso di trovare la città deserta e senza servizi pubblici. Mi avviai così a piedi, dalla stazione lungo i bastioni, per raggiungere Corso Venezia, dove si trovava un ristorante in cui lavorava un mio cugino. Avevo in programma di recarmi poi di lì allo studio dell’onorevole Gasparotto, nei pressi del Palazzo Reale.

Erano giorni di elezioni e, ritenendolo particolarmente occupato, essendo candidato, pensavo di andare da lui nella tarda serata. Fermato uno dei rari passanti, appresi che era in atto uno sciopero generale, ma non me ne seppe spiegare i motivi. Imboccai Corso Venezia e all’altezza dei giardini pubblici mi venne incontro un corteo di scioperanti, sventolando bandiere rosse e gridando slogan. Il corteo procedeva ordinato sulla strada, senza invadere il marciapiede. Mi fermai ad osservare, quando a un tratto un gruppetto si staccò dal corteo e venne a circondarmi, spalle all’inferriata dei giardini. Sentii uno gridare: “L’è chi el militar!”, se ne poteva tradurre il senso in: “Ecco qui quello che fa al caso nostro!”. Un altro cominciò a interrogarmi, insistendo soprattutto per sapere dove mi trovassi la sera precedente. Mi fu facile dimostrarlo esibendo il mio biglietto ferroviario. Questo però non placò gli animi di tutti e diversi insistevano per darmi una lezione, particolarmente perché dalla mia divisa avevano capito che ero un ardito. Seguirono brutti momenti.

Alla fine di fece largo ed uscì dal corteo, che continuava a sfilare, quello che doveva essere un dirigente del partito; si rese conto dei rischi della situazione, mandò tutti nei ranghi e si fermò al mio fianco. Le persone continuavano a passare, ad un certo punto il mio angelo custode chiamò un compagno a sostituirlo e questo rimase fermo al mio fianco finché il corteo non fu terminato. Ripresi allora il mio cammino per la strada deserta e raggiunsi finalmente il ristorante dove ero diretto.

Appena entrato, mi venne incontro la padrona che, dopo i convenevoli, mi pregò di non trattenermi vicino alla porta di ingresso, dove la mia presenza avrebbe potuto essere notata dalla strada. Mi ritirai disciplinatamente in una saletta interna, dove ebbi finalmente la spiegazione della caccia all’ardito. La sera precedente alcuni di loro avevano lanciato bombe contro la sede dell'”Avanti!” in via San Damiano, lì vicino. Di qui la reazione dei partiti della sinistra, la proclamazione dello sciopero generale e l’organizzazione di cortei di protesta e comizi in piazza. Nel clima politico del 1919 questi episodi erano all’ordine del giorno.

Al ristorante mi offrirono degli abiti borghesi, ma io rifiutai. A sera inoltrata uscii per recarmi dall’onorevole Gasparotto. Le strade erano deserte, ma presidiate da picchetti di carabinieri e poliziotti. La mia presenza non mancava di attirare la loro attenzione. All’altezza del Duomo trovai una pattuglia particolarmente numerosa. Il comandante, un tenente dei carabinieri, ordinò a due dei suoi di scortarmi fino allo studio di Gasparotto, che trovai assai euforico perché era terminato da poco lo spoglio delle schede elettorali ed aveva appena saputo di essere stato confermato deputato. Ascoltato ciò che avevo da dire, disse che la mia deposizione avrebbe potuto decidere le sorti del procedimento.

Dopo il colloquio, ripassando dietro al Duomo, mi fermai a ringraziare il comandante dei carabinieri e tornai al ristorante senza ulteriori inconvenienti. L’indomani la situazione era rientrata nella normalità e ripartii per Novara.

Tornai a Milano per il processo Sabatini. Quando, interpellatomi, accennai alla circostanza che in effetti i due sottotenenti accusatori erano venuti dal Sabatini a proporgli la resa ed erano stati rispediti malamente, l’onorevole Gasparotto si alzò e disse: “Da questo testimone sappiamo la verità sui fatti”.

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Due nemici

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Anno 1932.

Mi trovavo a Giava, quando ebbi bisogno di un otorinolaringoiatra. A Bandung, la città nel centro dell’isola, capitale estiva, c’era un professore austriaco di buona fama e mi recai da lui.

Era un ex ufficiale di artiglieria e scoprimmo di aver combattuto uno di fronte all’altro sulla Bainsizza, dove lui era stato fatto prigioniero. Il suo pezzo, piazzato sulle alture di Auzza, era stato colpito e distrutto da una bomba da 240 delle nuove bombarde di tipo L.L., sparata da Ronzina. Mi disse che ritenevano la loro artiglieria al sicuro dal tiro delle nostre bombarde e che erano rimasti sorpresi da quelle nuove, a lunga gittata. Era la prima volta infatti che le L.L. entravano in azione.

Lo informai che io mi trovavo esattamente di fronte a lui e che avevo sparato bombe in quella direzione per tutto il giorno.

“Una cosa sporca, la guerra,” commentò. “Abbiamo fatto del nostro meglio per eliminarci a vicenda e ora sono qua che le metto a disposizione la mia scienza per salvarle un orecchio.”

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[dal memoire sulla Grande Guerra di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Nonno Virgilio e i nipoti (io sono quello più piccolo, a destra) – Inverno 1977-78

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Grazie a tutti dell’attenzione.

P.

L’irreale diventa reale. Un’illusione d’amore.

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E. Schiele, “Abbraccio” – web

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Quando ti si ascolta – interruppe Agathe il fratello con un rimprovero che tradiva la sua partecipazione interiore – allora si dovrebbe pensare che la persona reale non si ama realmente, e la persona irreale, realmente!

Proprio questo ho voluto dire, e qualcosa di simile ho anche sentito da te.

Ma in realtà le due persone sono infine una sola! […] Forse anche la persona reale diventa del tutto reale solo nell’amore? Forse prima non è completa?

[R. Musil, da “L’uomo senza qualità”, romanzo incompiuto]

Musil e la “romantica” ricerca di una soluzione all’eterno dilemma esistenziale, rappresentata nell’amore “impossibile” fra fratello e sorella (Ulrich e Agathe nel romanzo).

Prigioniero. Gli ultimi giorni di guerra.

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Arciduchessa Zita (1916) al “Feldspital” (rancio)

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La prima tappa da prigionieri la facemmo al castello di Susegana, dov’ero arrivato come fresca recluta un anno e mezzo prima. Ci fermammo ad una postazione di artiglieria, dove un graduato era intento a distribuire il caffè ai suoi soldati. In vita non ho mai agognato un caffè come in quel momento.

Qui successe un fatto curioso.

C’era fra noi un caporalmaggiore genovese che lavorava al porto come capo squadra degli scaricatori. Il comandante ungherese della batteria di artiglieria era, da borghese, rappresentante di una società di trasporti di Budapest al porto di Genova, e l’incontro fra i due fu assai cordiale e piuttosto chiassoso. Il graduato che stava distribuendo il caffè, accigliato in volto per la bisogna, seccato da una rumorosa risata del caporalmaggiore, si voltò di scatto e gli diede il mestolo in faccia. L’ufficiale ungherese reagì contro il suo subordinato e gli diede due nerbate con una specie di scudiscio che teneva in mano, accompagnandole con una filza di improperi, o minacce che siano state. Chiamò poi un soldato e fece accompagnare il prigioniero al posto di medicazione.

Dal castello di Susegana scendemmo poi al paese. Mentre attraversavamo la piazza principale, arrivò una granata che miracolosamente non fece vittime; era la prima granata italiana, alla quale molte altre dovevano seguire, specie nel primo tratto verso il nord.

Attraversammo Conegliano, apparentemente deserta, ma in effetti con la popolazione tappata in casa, che socchiudeva le finestre al nostro passaggio. Sotto i portici della cittadina, una ragazza aprì l’uscio di casa e ci fece delle domande. Un soldato della scorta allungò una mano per farle una carezza e ricevette i più coloriti apprezzamenti contemplati dal vocabolario del dialetto veneto…

In tutti i paesi che attraversammo suscitavamo la curiosità della gente, avida di notizie sull’andamento della guerra. Le nostre divise, non ancora sciupate, denotavano che eravamo prigionieri appena catturati, portatori di notizie fresche.

Che ci fosse qualcosa di nuovo, potevamo arguirlo dal cannoneggiamento in corso lungo il fronte di guerra. marciavamo tutto il giorno con soste di notte in campi che ospitavano anche altri prigionieri. La fame ci torturava, perché ci davano al più due o tre fette di pane nero al giorno. Attraversando un paesetto del Friuli, camminando rasente le case, vidi un giorno socchiudersi una porta e una mano che allungava un cartoccio, che subito afferrai: conteneva castagne arrosto, e furono le castagne più buone che abbia mai mangiato in vita mia.

Dopo tre o quattro giorni di cammino imboccammo la Valle Fella, sulla via del confine di Pontebba. La strada era intasata di traffico in direzione del confine, il che significava che gli Austriaci erano in ritirata. Le nostre guardie però erano sempre ligie al loro compito, dovevano portarci al confine. Quando vi arrivammo, ci abbandonarono al nostro destino e noi prendemmo la via del ritorno.

C’erano ormai due correnti di persone, una verso l’Italia, l’altra verso l’Austria; la prima composta da ex-prigionieri, la seconda da un esercito in rotta. La parola “Kamerad” si scambiava da una fila all’altra. Io mi ero accompagnato con un commilitone, tale Agosti di Brescia. Costui, durante una sosta della nostra lunga marcia, era sceso sul greto del fiume, dove una cucina mobile austriaca stava preparando il rancio ed aveva disposto sui sassi diversi tranci di carne. Agosti manovrò in maniera da prelevarne uno, avvolgendolo nella coperta che avevamo in dotazione. Io avevo notato una cascina sull’altra sponda del Fella, verso la quale ci dirigemmo. Al punto giusto attraversammo il fiume e risalimmo per il sentiero che portava alla cascina. Prima di arrivarci, incontrammo un gruppo di prigionieri italiani che scendevano dalla montagna scortati da soldati austriaci. Spiegammo loro la situazione e che arrivati sulla strada principale, potevano dirigersi verso l’Italia, anziché verso l’Austria. Mentre parlavamo, i soldati della scorta si dileguarono.

Raggiungemmo il cascinale ed entrammo. Era abitato da una contadina e dalla figlia, una ragazza dai capelli rossi. Dopo che ci ebbero riconosciuti come soldati italiani, fummo accolti con entusiasmo. Le donne prepararono un bollito, al quale aggiunsero delle patate che tenevano nascoste in un fienile. Dopo mangiato, io e il mio compagno andammo a dormire nel fienile. Ci svegliammo il giorno dopo, alle dieci.

Riprendemmo il cammino verso valle, seguendo il sentiero sulla riva sinistra del fiume, perché la strada sulla riva opposta era occupata dall’esercito austriaco in ritirata. Verso mezzogiorno arrivammo ad un gruppo di case ed entrammo in una di esse, in una stanza che ospitava una grande cucina economica. L’attenzione dei presenti, e nella stanza credo che si fossero radunati tutti gli abitanti del luogo, fu subito attratta dalle buone condizioni delle nostre divise, che dichiarava il nostro stato di prigionieri recenti.

Fummo bersagliati da domande e le nostre risposte riuscirono a chiarire qual’era la situazione attuale del fronte: l’esercito austriaco era davvero in ritirata, e per sempre. Domandammo l’uso della cucina per cucinare un po’ di carne, cosa di cui si incaricò subito una donna. Ad un tratto si affacciò alla porta d’ingresso un ufficiale austriaco; nel frattempo si erano uniti a noi altri prigionieri italiani di vecchia data. Indirizzandosi al nostro gruppo, l’ufficiale domandò in francese chi fra noi lo parlasse. Mi feci avanti. L’ufficiale mi informò che stavano trasportando un maggiore austriaco ferito e mi chiese il permesso di usare la cucina per preparare un po’ di cibo. “Après nous”, risposi, quasi con arroganza, effetto degli sviluppi della guerra. Fino a quel momento prigioniero sottomesso alla volontà altrui, sentii che la situazione si era rovesciata. Ma subito dopo, invitai l’ufficiale a disporre della cucina. Fecero entrare il maggiore ferito, adagiato su una rudimentale barella portata da quattro soldati, mentre altri quattro erano di riserva per il cambio. Era ferito ad una gamba, ma non domandai la natura della ferita: probabilmente un incidente, poiché il fronte di combattimento era lontano.

Dopo esserci rifocillati, Agosti ed io riprendemmo la marcia verso sud. Seguimmo ancora il sentiero sulla sponda sinistra del torrente, finché a un tratto sentii il caratteristico colpo secco del 91, il fucila in dotazione al nostro esercito, e il crepitio di una mitragliatrice. Arrivavano i nostri. Passammo il torrente e ci trovammo sulla strada completamente intasata. Il traffico si era fermato, i soldati austriaci erano indaffarati a liberarsi delle armi.

Alla prima svolta ci apparve il ponte di Moggio: ne ostruiva l’entrata un’autoblinda italiana piena di bersaglieri. Un ufficiale invitava noi prigionieri, o ex prigionieri, ad armarci con i fucili del nemico perché i rinforzi della piccola pattuglia erano ancora lontani e avrebbero potuto essere sopraffatti. Fummo in pochi ad armarci.

Le parti si erano invertite: quelli che fino a poco prima erano prigionieri, si misero a spogliare i loro ex carcerieri, razziando portafogli, orologi e tutto ciò che avesse un qualche valore. Uno spettacolo deplorevole.

Con gli ex prigionieri armati, l’ufficiale che capitanava la pattuglia dispose un picchetto sulla testata del ponte, con l’ordine di non lasciare passare nessuno, e un secondo picchetto a metà ponte, cui fui assegnato anch’io, nel caso il primo fosse stato travolto. Dall’altra parte del ponte erano rimasti imbottigliati due reggimenti austriaci, ai quali una sola autoblinda italiana andava a chiedere la resa.

Non passò molto tempo che arrivarono altri mezzi blindati e corazzati dei nostri, e poi bersaglieri e truppe autotrasportate. Con il loro arrivo, il nostro compito era finito. Al di là del ponte innalzarono bandiere bianche in segno di resa.

Nella loro ritirata, ormai diventata una rotta, gli Austriaci abbandonavano tutto e all’imbocco della Valle Fella, avevano lasciato liberi cavalli e carriaggi in quantità. Agosti, seguendo l’esempio di altri, si impadronì dell’avantreno di una cucina mobile austriaca, abbandonata con i due cavalli, e con quel mezzo proseguimmo il nostro viaggio. Man mano che penetravamo nel nostro territorio, aumentavano ordine e controllo, molti prigionieri vendevano i cavalli recuperati ai contadini prima che gli venissero requisiti dall’esercito ai posti di blocco. Il giorno seguente, infatti, fummo fermati e ci presero i cavalli, ordinandoci di dirigerci ad un posto di raccolta in un paese di cui non ho più nessun ricordo. Qui mi offrirono di rimanere perché avevano urgente bisogno di scritturali, aggiungendo che, se avessi accettato, alla chiusura del centro, avrei avuto una licenza più lunga di quella accordata a tutti gli ex prigionieri. Accettai.

Al termine della licenza, mi ripresentai al punti di partenza, ovvero al distretto militare di Voghera e di qui fui destinato al 23° Reggimento fanteria di stanza a Novara, dove rimasi fino al congedo.

La vita militare per me era ormai terminata. Ritornai a scuola, questa volta all’Istituto di Agraria Coloniale a Firenze. Eravamo nel 1920 e avevo 22 anni.

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[dal memoire sulla Grande Guerra di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Immagine di copertina tratta dal web

Ripassiamo il Piave

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Abbazia di Nervesa, 1918.
Nervesa fu uno dei fulcri della Grande Guerra sul Piave e in particolare durante la “Battaglia del Solstizio” del giugno 1918. La cittadina venne rasa al suolo durante i combattimenti e fu detta da allora “della Battaglia”; ottenne la Medaglia d’Oro al Merito Civile poiché «centro strategicamente importante tra il Piave ed il Montello, durante la prima guerra mondiale, fu teatro di violenti scontri tra gli opposti schieramenti che causarono la morte di numerosi concittadini e la totale distruzione dell’abitato. La popolazione costretta allo sfollamento e all’evacuazione, nonché all’abbandono di tutti i beni personali, dovette trovare rifugio in zone più sicure, tra stenti e dure sofferenze. I sopravvissuti seppero reagire, con dignità e coraggio, agli orrori della guerra e affrontare, col ritorno alla pace, la difficile opera di ricostruzione. Ammirevole esempio di spirito di sacrificio ed amor patrio».

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Dopo qualche settimana, finalmente scendemmo al piano e il 28 ottobre, a notte avanzata, attraversammo il Piave.

Tutta la 1° Divisione d’Assalto era ammassata lungo il fiume, all’altezza della Nervesa. Noi eravamo di punta, dietro di noi un reggimento di Bersaglieri. Ci traghettavano i soldati del genio pontieri su barconi di lamiera metallica.

Passò la prima, poi la seconda compagnia, infine la terza, alla quale appartenevo. Non fummo ostacolati dal fuoco nemico e non subimmo perdite.

Mentre stavamo ancora prendendo posizione, all’improvviso ci arrivò l’ordine, anzi, il contrordine di ritornare dall’altra parte del fiume. Passarono la prima e la seconda compagnia; la terza fu sorpresa dal chiarore del giorno e rimase sul greto del Piave, sulla sponda nemica. Alle spalle avevamo il fiume in piena, di fronte le postazioni austriache.

L’offensiva da noi avviata era stata sospesa perché improvvise piogge avevano provocato la piena del fiume e, d’altra parte, nostre truppe più a monte avevano già stabilito una testa di ponte in territorio nemico, per cui non era più indispensabile gettarne una seconda.

Venne la luce del giorno e fummo subito sottoposti al fuoco di fucileria, per la verità piuttosto sporadica, del nemico. La nostra linea di difesa naturale era costituita dal riparo che offriva, almeno per il fuoco di fucileria, il dislivello fra il greto del fiume ed i campi coltivati confinanti che, nel punto in cui ci trovavamo, era piuttosto marcato. Io mi ero subito costruito una specie di nicchia per ripararmi dalle fucilate, scavando una buca e spostando e ammucchiando i sassi davanti a me.

Ad un certo punto, fui invitato dal comandante della compagnia, il tenente medaglia d’oro Sabatini, ad unirmi a lui e al portaordini, raggiungendoli nella loro postazione, che era certamente migliore, dato che in quel punto il dislivello fra il greto e il campo coltivato era molto più alto. Non dovevamo temere il fuoco dell’artiglieria perché eravamo a ridosso delle difese nemiche e non avrebbero sparato per non rischiare di colpire i propri soldati.

Prevedibilmente la situazione si sarebbe risolta durante la notte. Noi, infatti, alla luce del giorno non avevamo la possibilità di ritirarci e se il nemico ci avesse attaccato, si sarebbe esposto a gravi perdite con il solo fuoco della nostra fucileria. Così la giornata trascorse calma, anche se rimanemmo senza approvvigionamenti.

Venne a sorvolarci un nostro aereo, portava il numero 78. Mi sarei aspettato che buttasse giù delle cibarie, ma si limitò a dei cenni di saluto, almeno così li interpretai (seppi in seguito, a guerra finita, che l’aereo 78 era pilotato dal sergente Salamina). Appena venne buio, il nemico si fece vivo con tutte le sue forze.

Eravamo schierati su una sola linea, vulnerabile in ogni punto, ma specialmente alle due estremità. La mia posizione era abbastanza centrale, perciò difficile da aggirare, e non dovevamo temere attacchi alle spalle. Attaccandoci frontalmente il nemico non si sarebbe esposto che a gravi perdite.

Era l’ala sinistra del nostro schieramento quella sottoposta a maggiore pressione, con continui attacchi da parte del nemico. Ebbi l’impressione che fossero attacchi di disturbo, soprattutto con l’intenzione di farci consumare munizioni, di cui non potevamo fare rifornimento. Sulla sinistra dello schieramento c’erano i sottotenenti Ceridoni e Giordana, i quali dopo qualche attacco vennero dal tenente Sabatini a proporgli di arrenderci. Sabatini rifiutò.

Alla fine fu la mancanza di munizioni a costringerci alla resa. Nella nostra postazione avevamo una mitragliatrice-pistola che a un certo punto di inceppò a causa della sabbia, le munizioni dei moschetti erano esaurite.

Presa la decisione della resa, all’avvicinarsi dei soldati nemici, scappai dalla parte opposta, verso il Piave, con l’intenzione di attraversarlo a nuoto; come seppi dopo, in quattro ci riuscirono. Avevo fatto poca strada quando incappai in una pattuglia nemica di sei uomini che mi costrinsero a fare dietro front. Per fortuna non mi spararono addosso; l’avrebbero fatto certamente, se avessi insistito a correre nella direzione del fiume. Risalii sul campo e mi aggregai ai compagni catturati: un gruppo di una cinquantina di prigionieri.

Un soldato nemico, per pura malvagità, buttò contro di noi una bomba a carbone, che ha schegge di latta, facendo diversi feriti. Me ne procurai una anch’io, al polso. Da quel momento la mia situazione cambiò: ero un prigioniero.

Al mattino, appena fu chiaro, ci contammo: eravamo rimasti in quarantasette. Avevamo passato il Piave in trecento.

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Tenente degli Arditi, Carlo Sabatini.
Fu l’autore, con altri 4 soldati, della rischiosissima scalata e presa del Monte Corno.

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(Continua)

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[dal memoire sulla Grande Guerra di Virgilio Giorgi]

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Immagini e fonti tratte dal web

Con gli Arditi

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Gli Arditi

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Non avevo ancora finito il turno di riposo che mi arrivò l’ordine di trasferimento al corpo degli Arditi, per cui avevo fatto domanda dieci mesi prima. Fui inviato in un reparto di trasferimento, in attesa della destinazione definitiva. Ero in un paese della provincia di Padova, chiamato Vo, di cui ho pochi ricordi.

Gli arditi fino ad allora erano impiegati al fronte soltanto per azioni offensive e cedevano le posizioni ad altri corpi, risparmiandosi così la vita grama e logorante di trincea. Non fu così per me, che dovetti sperimentare la vita di trincea proprio nel corpo degli arditi.

E veniamo subito a questa vita di trincea, perché delle lunghe permanenze in una paese o nell’altro non c’è materia di interesse da ricordare. Così da giugno facciamo un salto ad ottobre.

Gli arditi, costituiti inizialmente come reparti indipendenti, sono cresciuti fino a costituire addirittura due divisioni, ma il corpo ha mantenuto le sue originarie caratteristiche. Il mio reparto, il 5°, faceva parte della 1° Divisione d’Assalto, la quale ai primi di ottobre fu mandata a presidiare le posizioni dei Monti Grappa, Asolone, Pertice ed altri.

Una vita infernale. Ci avevano buttati sulle cime di queste montagne, dove non erano mai esistite trincee, ma camminamenti scavati nei sassi, stretti, aperti al cielo, dove marcivamo di giorno e di notte. Ricordo che dormivo in uno scavo a cielo aperto che era stato in parte coperto da lastroni di pietra, sostenuti da pali di ferro che si usavano per i reticolati. Per non dormire nel fango avevo sotto di me una grata di legno. Le lastre disposte a mo’ di tetto servivano tutt’al più a nascondermi le stelle. Di giorno stavamo pigiati negli stretti camminamenti, senza possibilità di uscirne. E’ il ricordo peggiore che ho della guerra.

Ci dissero che avremmo dovuto fare delle azioni di sorpresa per rettificare la linea in vista della prossima grande offensiva, ma restammo a marcire in trincea tutto il tempo.

Una mattina, unico di tutto il reparto, mi svegliai con un principio di congelamento ad un piede. Il dottore mi ordinò una lunga camminata, così scesi a valle; sapevo che c’era una cantina dei soldati del genio e mi ci rifugiai, godendo del tepore di una stufa per mezza giornata… Il periodo di tempo passato sui monti rappresenta ancor oggi il più brutto ricordo che abbia della guerra.

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Trincee sul Monte Grappa

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(Continua)

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[dal memoire sulla Grande Guerra di Virgilio Giorgi]

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Immagini tratte dal web

Ta-pum

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“Ho lasciato la mamma mia,
l’ho lasciata per fare il soldà.

ta pum! ta pum! ta pum!
ta pum! ta pum! ta pum!

Quando portano la pagnotta
il cecchino comincia a sparar.”

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Cecchino tedesco

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L’offensiva austriaca del giugno del 1918 nella zona di San Donà di Piave penetrò nel nostro territorio per circa sei o sette chilometri. Come ho già avuto modo di dire, la nostra ritirata, sotto la pressione di forze nemiche superiori, fu molto ordinata e combattuta. Non ci fu nessuna rottura di fronte ed ogni metro di terreno guadagnato era pagato a caro prezzo dal nemico, tanto che la sua capacità offensiva si esaurì in una decina di giorni.

La nostra controffensiva fu invece immediata e veloce.

La zona in cui operavo era cosparsa di fossi, ricchi d’acqua, ai margini dei quali vegetavano rigogliosi pioppi, olmi ed altri alberi. Noi avanzavamo lungo i bordi di questi campi, lungo le file delle piante. Ogni tanto, per ragioni tattiche, si sostava qualche tempo.

Fu in una di queste occasioni che mi sdraiai sull’orlo di un fosso pieno d’acqua, per asciugarmi al sole. Mi arrivava il ta-pum caratteristico di un fucile austriaco, con regolare cadenza di colpi, ma non mi resi conto che il suo bersaglio era proprio la mia persona. Furono i miei compagni, al riparo dentro il fosso, ad avvertirmi e dovetti tornare nuovamente in acqua per proteggermi. Era un cecchino su un albero in fondo al campo che mi aveva preso di mira. Quando venne l’ordine di avanzare, partimmo alla caccia del cecchino, il quale però fu svelto svelto a scendere dall’albero e scomparire.

Entrando in un campo coperto di erba medica molto alta, mi accorsi di un nemico che, al riparo di una pianta di gelso, da sdraiato sparava con calma come fosse alle esercitazioni di tiro. Fatti ancora pochi passi, arrivai alla sua altezza. Si trovava a poche decine di metri, alla mia sinistra. Avevo un petardo e glielo lanciai contro. Se ne accorse e tentò di alzarsi, ma ormai era troppo tardi. Il petardo gli scoppiò all’altezza dello stomaco mentre stava sollevandosi sulle braccia e ricadde morto.

Non mi fermai, non mi avvicinai al caduto. Fu poco più tardi, durante una pausa dell’avanzata, che un compagno d’armi mi consegnò un notes trovato nelle tasche del soldato. C’erano inserite diverse fotografie fatte in occasione di ricompense al valore. Il caduto era un sottufficiale pluridecorato e di essere un uomo valoroso l’aveva dimostrato fino all’ultimo. Probabilmente era il medesimo cecchino che poco prima si era appostato sull’albero, di cui ero stato l’inconsapevole bersaglio. Sceso a terra davanti alla nostra avanzata si era subito appostato in una nuova posizione di tiro verso il prato d’erba medica sottostante.

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Continuò così la nostra marcia verso il Piave, senza più trovare resistenza alcuna e senza incontrare un solo nemico sulla nostra strada. Il giorno dopo avvenne il cambio con la fanteria e noi tornammo nella nostra sede di riposo a Preganziol, presso Mogliano Veneto. Fu in quell’occasione che domandai al tenente il permesso di raggiungere il luogo dove avevo dovuto abbandonare il lanciabombe, di cui conservavo gelosamente il percussore. Era scomparso.

La fallita offensiva del giugno del 1918 fu l’ultimo sforzo di cui fu capace l’esercito austriaco e il suo fallimento segnò la fine della potenza militare dell’Austria. Io ricevetti allora un nuovo incarico particolare. Passai direttamente al comando della divisione e fui incaricato di lanciare materiale propagandistico sulle linee nemiche; in un primo tempo con il lanciabombe, in seguito con speciali razzi che scoppiavano per aria lasciando cadere manifesti in diverse lingue, a seconda delle truppe che ci stavano di fronte, fossero esse ungheresi, rumene, ceche o slave. Le bombe erano in effetti involucri cilindrici con un tappo a vite e delle iscrizioni che invitavano ad aprirli, ché non c’era alcun pericolo. Alle “bombe” succedettero presto dei razzi con un involucro di cartone che scoppiava in alto, liberando una pioggia di manifestini.

Era un lavoro che mi piaceva e lo svolgevo lungo tutto il fronte coperto dalla divisione. La gittata del lanciabombe mi permetteva di operare ovunque; con il lancia razzi, invece, dovevo agire dagli avamposti sul greto del Piave. Non mai subito una reazione ostile da parte del nemico, il che era un indice evidente della demoralizzazione dell’esercito. Mi ricordo di una vedetta che si sporse fino alla cintola, sopra i sacchetti di sabbia, facendo entusiastici cenni di saluti. Nella zona del Sile, dove il nemico era a portata di voce, trovai dei soldati rumeni, i quali, a quanto mi riferirono, con l’aiuto dei nostri genieri riuscirono a traghettare sulla nostra riva una ventina di loro ex commilitoni.

Avevo ancora questo incarico quando mi giunse l’ordine di trasferimento a Vo, per presentarmi al campo di smistamento degli Arditi.

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(Continua)

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(*) Nelle riflessioni che chiudono il diario, riferendosi all’episodio del cecchino austriaco, il nonno commenterà:

“Posso dire di aver avuto una buona dose di fortuna. Probabilmente non mi aveva visto entrare nel campo di erba medica perché era appostato ai piedi del gelso dalla parte opposta. Arrivato alla sua altezza, lanciai il petardo, come ho raccontato: un tiro preciso e fortunato.”

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[dal memoire sulla Grande Guerra di Virgilio Giorgi]

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Immagine di copertina tratta dal web

Ancora sul Piave

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Continua il racconto di guerra del nonno, che nel fissare a distanza di tanti anni gli episodi più importanti della sua avventura al fronte, dove ha visto morire e a sua volta ha cercato di colpire e sopravvivere, conserva un sorprendente sguardo obiettivo e critico sull’accaduto.

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Dall’inizio dell’offensiva austriaca, il 204° reggimento era schierato lungo lo scolo Palumbo, un canale di derivazione dal Piave, a poca distanza da un nodo stradale chiamato Capo d’Argine. Eravamo schierati a sud del canale in postazione difensiva. Appena oltre il canale, alla stessa altezza dove era piazzato il mio lanciabombe, c’era la postazione di un cannone di campagna, che un giorno cominciò a sparare in direzione nord. Era segno che il nemico stava avanzando.

Passarono un paio di giorni e una mattina constatai che il cannone era scomparso: il nemico era ormai vicino. Le granate austriache arrivavano sulle nostre postazioni con maggiore frequenza e intensità. Sul terreno da noi occupato non erano state disposte difese, non erano state scavate trincee, né eretti ripari con sacchi di sabbia. Esattamente dove mi trovavo io c’era una casa colonica, quasi completamente distrutta dai bombardamenti.; a fianco, un campo con un grande pozzo e diverse grosse piante di gelsi. Il campo confinava con un boschetto di robinie che nascondeva la ferrovia e un casello ferroviario.

Tra i ruderi della casa un gruppetto di bersaglieri stava tranquillamente consumando il rancio. Io non avevo obiettivi da battere, né potevo sceglierli, se non in casi particolari, di mia iniziativa. Mi intrattenni a discorrere con i bersaglieri fra una granata nemica e l’altra, che fortunatamente non fecero alcuna vittima. I bersaglieri si erano appena allontanati, quando arrivò un caporalmaggiore della Brigata Sassari, seguito da quattro o cinque soldati. Masticava rabbiosamente un sigaro toscano e incitava i suoi uomini a vendicare il capitano, evidentemente caduto in combattimento. I sardi, che si muovevano lungo le rive dello scolo Palumbo, erano diretti verso il casello della ferrovia. Quando arrivarono all’altezza del pozzo in mezzo al campo, furono fermati da un nutrito fuoco di mitragliatrici. Sparavano dall’interno del casello.

Pochi minuti più tardi arrivò un loro capitano, prese informazioni dal caporalmaggiore e venne da me, mi domandò se avessi istruzioni particolari che mi impedissero di riceverne altre e, alla mia risposta negativa, mi ordinò di battere con il lanciabombe il casello ferroviario che evidentemente era stato occupato dal nemico ed era diventato un nido di mitragliatrici. Gli dissi che ero già sul punto di farlo di mia iniziativa. Avevo già studiato la situazione accorgendomi di avere due possibilità: o mi piazzavo al riparo del pozzo, oppure dietro un enorme gelso poco distante.

Scelsi la seconda, perché il gelso avrebbe coperto tutta la mia persona, mentre il muretto del pozzo era alto sì e no un metro. Dei quattro soldati addetti al lanciabombe me ne erano rimasti soltanto due, gli altri si erano rifugiati nel fondo della galleria di quel nostro cannone piazzato oltre il canale e poi ritirato per non farlo cadere in mano agli Austriaci. Ma questo episodio preferisco non ricordarlo. I soldati del capitano mi aiutarono a spostare le bombe e a piazzare il pezzo, operazioni che riuscii a fare in tutta tranquillità perché ero nascosto al nemico dalle robinie che circondavano il casello. Non ero a più di trecento metri dal bersaglio e dopo pochi tiri lo colpii in pieno. Fu tale la sorpresa del nemico che non ebbe nemmeno il tempo di indirizzare il tiro delle mitragliatrici verso di me o, se lo fece, lo fece molto male.

Fu un’azione brevissima. I soldati della Sassari, appena cessai il fuoco, occuparono il casello, che nel frattempo era stato abbandonato. Il capitano tornò da me a complimentarsi e a promettermi una ricompensa al valore militare, di cui in seguito non ebbi più alcuna notizia. La Brigata Sassari, composta quasi esclusivamente da Sardi, è quella che più di ogni altra si è distinta nella guerra del ’15-’18. Non posso nemmeno pensare che un ufficiale della stessa abbia mancato alla propria parola; eravamo in piena offensiva, nella zona in cui si svolsero questi fatti i combattimenti erano fra i più accaniti, molto probabilmente il capitano cadde in battaglia.

I soldati che occuparono il casello furono concordi nell’affermare di aver catturato sei mitragliatrici. A me questa cifra è sempre sembrata esagerata; se era vera, è stato un errore del nemico. Non si piazzano sei mitragliatrici in due stanzette di un casello ferroviario, che presenta possibilità molto limitate di tiro, visto che la cosa può avvenire solo attraverso porte e finestre. Due o tre giorni dopo questo episodio venne l’ordine di ritirarci sulle successive linee di difesa.

Con tutta calma svitai l’otturatore del lanciabombe, per renderlo inservibile, e mi avviai fra campi e vigneti in direzione sud con i miei compagni. Sulla destra, al termine dei filari di vite, con coltivazione di grano negli interfilari, vidi ad un tratto due soldati austriaci che tenevano lo stesso mio passo. Accelerai, perché ero disarmato e non volevo prestarmi come bersaglio. Era con me un bersagliere originario di un paese vicino a Godiasco con il quale, scoperto di avere conoscenze in comune, stavo chiacchierando: questi, alla vista degli Austriaci si allarmò e si mise a correre verso le nostre postazioni difensive. Quando vi giunsi anch’io, senza affanno, mi venne incontro un capitano dei bersaglieri, minaccioso, con la rivoltella in mano, accusandomi di aver buttato il fucile. Gli spiegai che ero il più giovane capo pezzo della sezione lanciabombe e che per noi era consuetudine non essere armati: levai l’otturatore e glielo mostrai, gli dissi che mi procurasse un fucile, ché non chiedevo di meglio che schierarmi con i suoi bersaglieri per fronteggiare il nemico in arrivo. Fu completamente persuaso e mi dette le istruzioni necessarie per raggiungere il mio reparto, che si era già ritirato nella nostra sede di riposo a Preganziol, lungo la strada Treviso-Venezia.

La zona in cui mi trovavo era quella in cui gli Austriaci, nella loro grande offensiva del Piave, nel giugno del 1918, hanno esercitato il massimo della pressione e dove sono penetrati di più nelle nostre linee, se non erro per circa otto chilometri. Questi otto chilometri io li ho percorsi tutti e posso dire che la difesa era organizzata bene. I soldati in ritirata, sotto la pressione nemica, si muovevano con ordine, spostandosi da una linea di difesa all’altra. Ad ogni linea di difesa il nemico trovava schierate truppe fresche, perché i reparti stanchi o comunque logorati, venivano subito spediti nelle retrovie.

Fu anche il mio caso: per quanto mi fossi offerto di fermarmi a combattere con i bersaglieri, per disposizioni precedenti fui inviato alla nostra sede di riposo. Fui l’ultimo della sezione a raggiungerla: nessun morto fra i nostri durante l’azione, ma cinque feriti. Intanto l’offensiva nemica si stava smorzando e in pochi giorni il nemico venne ributtato oltre il Piave. Appena seppi che le nostre truppe avevano nuovamente raggiunto lo scolo Palumbo, domandai al tenente il permesso di andare a recuperare il lanciabombe. Due compagni si offrirono di venire con me ma, come avrei dovuto immaginare, del nostro lanciabombe più nessuna traccia.

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(Continua)

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[dal memoire sulla Grande Guerra di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Immagine di copertina: postazione di mitragliatrice austro-tedesca (web)

Nessuno è normale

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Questi racconti hanno molto da dire e altrettanto da dare… C’è la pace ricercata, la connessione con gli elementi della vita, il percepire delle vibrazioni visive e sensoriali… Se ti avvicini ad ascoltare la loro musica silenziosa, puoi sentire questi canti nascere in bellezza.

[Catia Dinoni]

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Suocera

Nonostante viva nel suo mondo idealizzato dove ha viaggiato in tutto il mondo, fatto ogni sport, ogni lavoro, letto ogni libro e visto ogni film, da solo non se la sa cavare.

Uomo distinto, con un curioso ciuffo sulla fronte, inequivocabile retaggio di una gioventù vissuta negli anni ’80.

Non riconosce nessuna sua difficoltà e, a suo dire, si trova in comunità per una malattia polmonare.

Ha scelto la nonna.

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(Siamo negli anni ’60)

Nonna siede sul dondolo dove passa tutti i pomeriggi a sferruzzare. Rocchetto, ferri, forbici sempre a portata di mano. I suoi occhi sognanti guardano altrove, senza accorgersi del gatto siamese che srotola gomitoli di lana ai suoi piedi.

Un tempo, ci fu un forte terremoto nella città dove vive nonna.

Era il periodo di carnevale,

ma tutti si misero a ricostruire la città distrutta.

Il gatto si allontana da lei per sedersi sulla staccionata ed osservare la città da lontano.

Nonnina lascia per un attimo i ferri e va a prendere una foto di quando era giovane.

Ricorda il passato e ritrova, nella foto che ha in mano, la quercia sotto la quale si sedeva a riposare.

Sarà ancora lì?

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Foto di: Leo Fortuna, Carmelo Provazza, Margherita Dahò, Attilio Rossetti

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Antonietta

Ogni tanto, quando la chiamiamo per esteso, primo, secondo nome e cognome, lei ci aggiunge un Antonietta… Così, perché le piace.

Ma potrebbe benissimo chiamarsi Enrico VIII, pensando alla quantità di teste che ha fatto saltare fra i suoi amministratori di sostegno. Insomma, un peperino.

Lei ha fatto più fatica di tutti a scegliere le immagini, perché ci vede davvero molto poco.

Antonietta è andata nel bosco.

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Appena smise di nevicare uscirono dalla capanna e si addentrarono felici nel bosco.

Iniziava a imbrunire e i tronchi neri degli alberi risaltavano sul tappeto soffice ai loro piedi, immacolato. Affondarono i calzari in quel manto senza fare rumore. Il tonfo dei grumi di neve che scivolavano dai rami, il loro respiro affannoso misto alle grida di gioia erano gli unici suoni che potevano udire.

Superarono le balze di corsa, senza paura di cadere. Erano invincibili, nulla poteva fermarli.

Finché a un tratto, in mezzo a una radura, la videro.

Un’enorme casa con le finestre spalancate e un gattino al portone, spaventato per la forte musica che proveniva da poco lontano.

I ragazzi decisero di andare a vedere da dove arrivasse.

C’era una festa, tanta gente che ballava

e le bolle di sapone per i bambini.

Tutto ad un tratto, un temporale:

un fulmine fortissimo illuminò il cielo e fu così che i ragazzi scoprirono di essere vicino al mare.

Era una bella città sul mare.

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Foto di: Barbara Bernabei, Michele Cannavò, Massimo Borri, Margherita Dahò, Carmelo Provazza

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Csaba

Se segui un po’ di TV, non puoi non conoscere Csaba (conduttrice televisiva). La nostra di Csaba guarda molta TV, le piacciono programmi di cucina, di incontri romantici, di arredamento, ecc.

Prima di entrare in comunità dipendeva completamente da una signora, gentile e disponibile, che si è sempre fatta carico di lei e dei figli. Csaba parla pochissimo, il suo linguaggio è molto povero, e forse per questo non è mai riuscita a instaurare un dialogo e a comunicare con “la Signora”.

Ha scelto il sogno.

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Quasi ogni notte il ragazzo fa lo stesso sogno.

E’ in un bosco, manca poco all’alba. Fa freddo ma lui non lo avverte, anche se il fiato gli si appiccica al naso.

Si muove piano fra i sassi coperti di muschio, ascoltando ogni rumore. Il bosco a quell’ora pullula di vita: sui rami, nei cespugli. Anche le rocce sembrano parlare.

Raggiunge un corso d’acqua. Sul bordo dell’acqua si guarda attorno e, certo di essere solo, si china a bere.

Quando alza gli occhi, vede un cavallo dall’aspetto particolare: è un cavallo magico.

Era spuntato da un pozzo

e aveva il potere di far maturare la gente.

E così fece anche con il ragazzo.

Dopo una forte pioggia, il bosco del sogno divenne brutto e marcio.

Con il dono del cavallo però, il ragazzo riuscì a trasformare il bosco in un posto bellissimo, lo rinverdì e lo fece fiorire di nuovo.

Svegliatosi, incontrò il cavallo del sogno, che adesso era un cavallo normale, e si incamminarono di nuovo verso il bosco.

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(*) Nota di Silvia: ho chiesto specificatamente se con “maturare” volesse intendere “invecchiare”… Ma no, maturare! – ha risposto Csaba corrucciata.

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Foto di: Stefano Giustini, Gianluca Lisco, Barbara Pasquariello, Andrea Salvucci, Antonello Turchetti

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Jonathan

Eh…, Jonathan scrive, di lui leggeremo altre cose.

Classico personaggio “originale” del paese. Da giovane, e non solo, se ne andava a zonzo di notte in vestaglia predicando a squarciagola l’amore del Signore. Parla spesso con Dio.

E’ dotato di una sensibilità e di una capacità di ascoltarsi che ben pochi, fra i “sani”, possiedono.

Nella sua brevissima fiaba Jonathan ha scelto di rappresentare il protagonista nella prima immagine: una culla.

Una sua poesia recita:

Stasera mi sento come un bimbo abbandonato,

poco prima mi sentivo un Santo. 

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Da piccolo, d’estate, nonna lo obbligava a fare un sonnellino appena dopo pranzo.

A lui questa regola non piaceva, perché non riusciva a dormire e non vedeva l’ora di uscire a giocare. Invece era costretto a passare un’ora al buio, le tapparelle abbassate, mentre fuori infuriavano le cicale.

Anche schiacciando la testa sul cuscino, non riusciva ignorare il richiamo del mondo fuori di lì.

Così prese a fare un mio piccolo gioco.

Si avvicinava alla porta e guardava nel foro della serratura.

Dal buco della serratura il bambino vide il nido di un passero pieno di margherite.

Vide anche che le persone erano libere e potevano riposare e prendere il sole, mentre lui era in gabbia.

Rifletté su se stesso, si sentì solo.

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Foto di: Margherita Dahò, Elena Vestri, Michele Cannavò, Stefano Giustini, Monica Accordini

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(*) Tutte le immagini fotografiche sono state selezionate dagli autori.

Siate folli

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I mini-meta-racconti che seguono sono stati composti da persone con problematiche di tipo psicotico, disturbi dell’umore e disturbi di personalità. Vivono in una comunità riabilitativa dove frequentano un laboratorio ideato per loro da Silvia Tironi, specializzata in fotografia terapeutica nonché cara amica, che ho avuto il piacere di supportare.

I vari contributi, che per comodità suddivido in due post, prendono spunto da degli incipit già scritti e si sviluppano intrecciando immagini e narrato. Faranno parte di un cine-racconto collettivo che conto di poter ospitare in futuro.

Ho deciso di pubblicare il “grezzo” dei racconti perché sono frutto di uno sforzo che è davvero difficile misurare o anche solo immaginare, e perché ritengo che nella loro essenzialità abbiano qualcosa da dire.

Ogni brano è preceduto da alcune note biografiche sugli autori, che portano nomi di fantasia. Esse sono volutamente ironiche, perché la follia, quella sana di cui tutti abbiamo bisogno, comincia col non prendersi troppo sul serio.

P.

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Banana

Tre sorelle espulsive, di cui una disabile; un fratello assente.

Leggendo l’incipit ha detto: mi ricorda la mia nonna.

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Nonna sedeva sul dondolo dove passava tutti i pomeriggi a sferruzzare. Rocchetto, ferri, forbici sempre a portata di mano. I suoi occhi sognanti vedevano altrove, senza curarsi del gattino che srotolava i gomitoli di lana ai suoi piedi.

Mentre nonna lavorava ad un golf, le tre figlie su una panchina ascoltavano le sue storie.

Raccontava del passato, di come un tempo i prati erano in fiore con le margherite, quelle alte

e al lungo tavolo ci si trovava tutti insieme per mangiare e festeggiare.

Al piano superiore la nipote stava dormendo in un sacco a pelo.

Svegliata dalle chiacchiere, si prepara una buona colazione.

Guarda fuori dalla finestra e ammira le bellezze del creato e la tranquillità.

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Foto di: Maria Elisa Buzzeo, Daniela Bertuletti, Silvia Casarone, Riccardo Ruspi, Carmelo Provazza.

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Superman

Genio della matematica. Se gli fai una domanda, risponde dopo qualche minuto.

Solo, niente genitori. Se ne prendono cura due zii, che però non sono all’altezza della situazione.

Gli sono piaciuti i ragazzi nel bosco.

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Appena smise di nevicare uscirono dalla capanna e si addentrarono felici nel bosco.

Iniziava a imbrunire e i tronchi neri degli alberi risaltavano sul tappeto soffice ai loro piedi, immacolato.

Affondarono i calzari in quel manto senza fare rumore.

Il tonfo dei grumi di neve che scivolavano dai rami, il loro respiro affannoso misto alle grida di gioia erano gli unici suoni che potevano udire.

Superarono le balze di corsa, senza paura di cadere.

Erano invincibili, nulla poteva fermarli.

Finché a un tratto, solo, in mezzo a una radura, lo videro.

Un orso, nel buio del bosco.

Iniziarono a correre perché inseguiti dall’animale e attraversarono un torrente per seminarlo

(sai la storia dell’odore che se ne va, se ci si lava).

Incapparono in una rete da cacciatore e vi rimasero impigliati.

L’orso era sempre più vicino finché, invece di mangiarli, li aiutò a liberarsi.

Era un orso buono e fecero amicizia.

Riconobbero lo steccato vicino a casa ed invitarono l’orso per una cena,

diventando grandi amici.

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(*) Nota di Silvia: al termine, Superman mi guarda negli occhi ridendo e dice: “Non esistono orsi buoni da invitare a cena”.

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Foto di: Riccardo Ruspi, Morena Petrongolo, Daniela Valli, Philippa Stannard, Andrea Cardacaccia, Margherita Lazzati.

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Minù

Si chiama così perché miagola sempre in cerca di attenzioni, come la Minù degli Aristogatti.

A suo dire non è in grado di fare nulla, quando in realtà le basta avere qualcuno accanto e se la cava benissimo da sola.

Il suo sogno è quello di tornare a casa sua, ma non può ancora permetterselo. Ogni tanto delle voci bruttissime la trasformano nella pazza del grande schermo e allora urla roba del tipo sei una puttana!, ti scanno!, eccetera, eccetera.

E’ sola, ma ha un amico di 80 anni che prima del virus veniva a trovarla tutti i giorni.

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Dicevano tutti che era fortunato, che i suoi alberi erano sempre verdi, la staccionata in ordine e tinteggiata di fresco.

Ammiravano il suo prato ben rasato, le finestre di casa ridenti, i gerani rossi ai davanzali.

Erano invidiosi.

Ci provavano a ribaltare la situazione, a mettere tutto sotto sopra.

Lo giravano all’ingiù e quando lo riportavano con i piedi per terra, una tormenta di neve improvvisa copriva ogni cosa.

Poi tutto si chetava: i fiocchi diradavano, il cielo si tingeva di nuovo di azzurro, il sole tornava a splendere sul suo giardino illuminato.

Ma a lui questo non bastava, voleva conoscere il mondo al di fuori della sua sfera, della stanza e della casa in cui era contenuta.

Un giorno di primavera vide che il giardino della casa che lo “ospitava” era bello più di quello nella sua palla di cristallo.

C’erano alberi e fiori bellissimi e si accorse che forse chi portava la neve non era geloso del paesaggio nella sua boccia.

Uscito in esplorazione sentì il rumore delle onde del mare e vi si avvicinò.

Dal mare uscì una sirena, desiderosa di lasciare la sua “bolla”, il mare, e di andare in esplorazione del mondo.

L’omino della bolla di neve, allora, accompagnò la sirena nell’esplorazione del mondo. Tornarono a casa e entrarono insieme nella sua boccia di neve.

Si erano innamorati.

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Foto di: Daniela Bertuletti, Mara Ronchi, Emanuela Saita, Carmelo Provazza.

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Francesco

Vista la sua religiosità, non potevamo chiamarlo che così.

Famiglia molto molto molto numerosa, ma completamente assente. Lui non li cerca e loro nemmeno, forse per il passato burrascoso.

Vive in comunità da molti anni e nonostante desideri tornare a casa, non l’ha ancora fatto per l’aggravarsi ciclico della sua condizione, che spesso lo porta ad assomigliare a un deportato dei campi nazisti.

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Quasi ogni notte il ragazzo fa lo stesso sogno.

E’ in un bosco, manca poco all’alba. Fa freddo ma lui non lo avverte, anche se il fiato gli si appiccica al naso.

Si muove piano fra i sassi coperti di muschio, ascoltando ogni rumore. Il bosco a quell’ora pullula di vita: sui rami, nei cespugli. Anche le rocce sembrano parlare.

Raggiunge un corso d’acqua. Sul bordo dell’acqua si guarda attorno e, certo di essere solo, si china a bere.

Attraversa il fiume e, sulla via, incontra un bambino che gioca con un aquilone.

Chiacchierano un po’, poi riprende il cammino.

Vede un fiore bellissimo – sembra una calla della Prima Comunione – e lì accanto una rondine.

La rondine sta su un trespolo e non sa dove andare, così chiede all’aquilone – che il ragazzo si è fatto lasciare – quale sia la via per il nido.

L’aquilone risponde che avrebbe trovato il nido dove ci sono molte case.

Seguendo il percorso del fiume il ragazzo si ritrova al mare. Osservandolo è invaso da una grande tranquillità.

Quando si sveglia, si accorge di essersi addormentato sotto una grande roccia.

Soffia un forte vento.

Il rumore si fonde con quello del fiume.

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Foto di: Massimo Borri, Paola Giustini, Barbara Bernabei, Monica Accordini.

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(*) Tutte le immagini fotografiche sono state selezionate dagli autori.

Mai stato meglio

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Cose che arrivano da lontano.

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L’asfalto puzza di birra e piscio. Fa caldo, il parcheggio è quasi deserto. Seduto su un blocco di cemento, Dario piega l’incarto stando attento a non ungersi le mani. Aspetta che Cloe, assorta nei propri pensieri, finisca il suo trancio di pizza. Perché mi guardi così? Fa lei. Dario continua a fissarla senza dire niente, poi sorride distogliendo lo sguardo. Fa caldo, dice. Cloe annuisce deglutendo. Guarda il proprio pezzo di capricciosa sentendosi a disagio: Dario ha fatto sparire la sua in pochi bocconi. Sembra aver fretta di andarsene, è di cattivo umore e lei non capisce perché.

E’ una domenica come tante altre. Certo non è stata una grande idea quella di infilarsi in un centro commerciale, ma almeno lì c’era l’aria condizionata e alla fine è stato divertente. Le è sempre piaciuto girare per negozi, la distrae. Fra gli scaffali le vengono un sacco di idee, anche se alla fine non compra niente. Osserva e a casa riproduce ciò che ha visto con quello che trova. Fa un po’ di tutto, dal soprammobile, al centrino, al capo di abbigliamento. Sa disegnare e cucire, sì; niente di complicato, ma se la cava. Ciò che conta, dice sempre, è creare. Adora i lavori manuali, sono gli unici che le danno soddisfazione.

Beve un sorso di sprite e appoggia la lattina accanto a sé, sul marciapiede. Dario è nervoso. Che cos’hai? Gli chiede. Niente, risponde lui alzandosi in piedi e avviandosi verso i bidoni della spazzatura. Getta i rifiuti, indeciso se prendersi un’altra birra, mentre osserva l’insegna sbiadita del fast food. Accanto c’è un panificio che apre solo la sera e rimane aperto fino a mattina. Ci si è fermato qualche volta, rientrando dal turno di notte, le brioche non sono male. Le altre vetrine hanno tutte le saracinesche abbassate, i bar lavorano solo con il multisala dell’isolato accanto. Di giorno quel posto cambia faccia, pensa. Niente luci, niente musica, niente rumore, niente gente che va e viene accalcandosi ai banconi. Alla luce del sole gli edifici non sono altro che degli enormi scatoloni di vetro e cemento, vuoti e abbandonati.

Vorrebbe essere solo, pensa. Lontano da lì e solo. Cloe non può capire cosa si provi, cosa significhi tagliare i ponti con tutto, ribaltare la propria vita, trovarsi un altro posto dove andare e ripartire di nuovo da capo, da zero. Cloe non sa e non deve sapere. Lei non c’entra, ha fatto tutto da solo, su questo non ha alcun dubbio. Chi rompe paga. La vita è la sua, lui ne decide la rotta, lui ne subisce le conseguenze. Ha avuto ciò che voleva, comunque, qualsiasi cosa possa essergli costato.

Una monovolume s’avvicina a velocità un po’ sostenuta, svolta attraversando il parcheggio desolato e si ferma a pochi metri da loro. Scendono mamma, papà e due ragazzini seduti dietro, cui il padre spalanca la portiera sottraendoli alle rispettive console. Andiamo, ordina, mandandoli avanti. Si aggiusta i pantaloni e li segue premendo il radiocomando, confortato dal lampeggio dell’auto. Il passo, fronte alta, mento sollevato, denota la sicurezza compiaciuta di un uomo che si sente arrivato. Non è molto alto ed è un po’ sovrappeso, la polo rigonfia in morbide balze. Raggiunge i suoi, lanciando una rapida occhiata in giro prima di entrare nel locale. Dario e Cloe fan parte dello sfondo dell’anonimo pianeta in cui ha l’aria di essere appena sbarcato, pur con l’intenzione di non trattenersi a lungo.

Liberatasi dei resti del pranzo, Cloe si volta a guardare i nuovi arrivati. Guardali, commenta Dario sogghignando, la famigliola perfetta. Bella macchina, bei vestiti, la sicurezza che ti dà avere un po’ di soldi in tasca. Quanto basta a non vedere più in là del tuo naso. A non vederti da fuori. Due bambocci a immagine e somiglianza del loro papà. La vedi anche tu, la loto imbarazzante normalità? Chiede. Tutto sembra perfetto, ma dietro all’apparenza cosa c’è, eh? Crolleranno da un giorno all’altro senza nemmeno sapere perché… Mi fanno pena. Guardarli fa quasi male…, aggiunge con un filo di voce.

Cloe si volta preoccupata. Dario riprende a parlare fissando l’asfalto assolato: Sono ciechi. Vivono seguendo schemi prefissati, pensando di essere felici, e invece sono degli illusi, vittime indifese dei loro sogni di carta, di loro stessi.

Cloe ha gli occhi umidi. Mi fai paura quando parli così, dice con voce tremante.

Dario la fissa incuriosito dall’alto del suo metro e novanta, poi la sua espressione muta in un sorriso, uno di quelli che sanno rassicurare anche i pazienti più spaventati. Che fai, piangi? Chiede, carezzandole i capelli. Su, su, vieni qui. Si avvicina e la prende sotto braccio. Per loro non c’è futuro, riflette, ma non è colpa di nessuno. Le loro vite si sono incrociate per caso, perché è così che doveva andare. Ma se prova a immaginare la propria vita d’ora in avanti, è da solo che si vede. Cloe non può capire, ma in cuor suo anche lei sa bene che non può durare. E in fondo è ciò che vuole.

La famigliola felice esce dal locale e s’infila rapidamente in auto, confidando nel climatizzatore.

Non farci caso, sussurra Dario. Sto bene. Mai stato meglio.

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[P.B., 12/1/2021]

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Immagine di copertina: Laura Salvi