Questo verbo

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Trovammo il marmo che fu soglia

e tutto tacque:

a te il grido, la parola

obliqua che pende

dal nome: a te quanto

i cieli crollati nel fiore rivelano.

Che la voce redima le vertigini

tra verso e precipizio, che annunci

la crepa nella sfera che ci strazia.

Accolto da una lingua questo verbo

benedica l’avvenire e lo devasti.

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[Mattia Tarantino, da Fiori estinti, Terra d’ulivi edizioni, 2019]

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Questo giovane poeta promette grandi cose.

P.

Vito

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Vito era un comandante,

aveva fatto la guerra.

E ancora dava ordini

a soldati dietro le scrivanie

in attesa di sferrare l’attacco.

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Gli mancava l’adrenalina

prima della battaglia

quella cosa che, difronte al pericolo

fa degli umani un branco compatto.

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Vito rideva l’attimo dopo,

perché si vedeva.

Sono un figlio di puttana – diceva.

Io ho ammazzato.

Scuoteva la testa: il giudizio

di chi non può più essere salvato.

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E Vito sapeva

che la morte se lo stava prendendo.

Ha scelto di fare come voleva,

respingendo le mani di chi

gliene offriva una più lenta

anonima e fredda.

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Col culo mio scopo solo io.

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Al virus sono bastati due giorni

per fottere il suo cuore braccato.

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Vito ha reso le armi

al suono di una sirena.

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[P.B., 17/11/2020]

Domenica per me

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Non so voi, ma io lavoro come un matto tutta settimana. Giornate da dieci, dodici, quattordici ore. Venti minuti di pausa, forse, passati in piedi accanto alla scrivania, giusto per non guardare il computer, masticando un panino, che adesso col lockdown non si può nemmeno scendere al bar. La sigaretta è un toccasana. E’ una vita di merda, sempre sotto pressione. Scadenze, nuovi lavori da prendere, offerte da chiudere, decine di mail da inviare o cui rispondere. Si vive alla giornata, non giorno per giorno. Solo la sera, o la mattina, prima delle otto, si può ragionare. Sta storia del virus sta peggiorando le cose: siamo meno liberi di prima, più sfruttabili di prima. Un giorno ci attaccheranno un catetere e ci inietteranno la fisiologica, così non ci dovremo più nemmeno alzare dalla sedia. Chissà come faranno con gli escrementi… Ah, ma una soluzione la troveranno di sicuro!

E’ così che la domenica – quelle che non passo in ufficio a recuperare gli arretrati – vengo assalito da un’ansia diversa e altrettanto paradossale. E’ l’ansia di leggere, scoprire, gustare, scrivere, condividere. Apro dieci testi diversi, uno dopo l’altro, passando da uno all’altro compulsivamente: libri, riviste, post, racconti… Metto mano ai miei lavori e alterno lettura e scrittura con bulimica frenesia. Godo, ma fino a un certo punto. Accendo il computer, leggo i blog, guardo il cellulare, ricevo e mando mail e messaggi. Insomma, mi incasino di nuovo. Ammetto che i social, le loro contaminazioni, le loro distrazioni, non sempre mi aiutano a fare ordine, a dare le giuste priorità, né forse ad essere veramente creativo. Mi serve staccare. Scrivo molto meglio mentre cammino in un bosco.

Ieri sera mi viene letta una breve citazione tratta dai diari di Etty Hillesum, che, rapportata ai tempi in cui lei li scriveva, mi ha dato parecchio da pensare. Riflettendo – e approfondendo – però, ho rivalutato la vivida e parossistica curiosità, letteraria e filosofica, della mente dell’Autrice e mi sono dato delle risposte. Non c’erano i social o altre forme di “distrazione”, c’era più tempo per fermarsi a pensare, e tuttavia la fame di conoscenza e l’urgenza di soddisfare il proprio bisogno su molti fronti e da più fonti contemporaneamente, sì. Le parole che seguono ne sono una testimonianza. Sta a noi, soltanto a noi, dunque, imparare a far buon uso degli strumenti che abbiamo e a godere delle possibilità che essi ci danno.

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La scusa è sempre la stessa: non ho tempo, ho troppo da fare. Ma l’unica cosa a cui si approda è l’irrequietezza. Non si può permettere al silenzio di svilupparsi appieno, ma bisognerebbe gioire almeno dei brevi momenti di calma e introspezione che sempre più spesso si insinuano nella mia quotidianità. Per pura impazienza, invece, inciampo di continuo in quei brevi intervalli di silenzio, e mi accontento troppo in fretta illudendomi di riuscire ad ascoltarmi dentro; adesso, però, dopo settimane, non appena mi fermo a riflettere che questa mattina è tutta per me, mi rendo conto di quanta impazienza e quanto “vivere giorno per giorno” ci sia ancora in me.

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La mia pazienza deve crescere ancora. Ne ho già conquistata abbastanza per aspettare quello che verrà, per avere fiducia che qualcosa verrà. Non so se avrò la pazienza di camminare per ore da sola attraverso un paesaggio solitario, di vivere da sola per settimane in un villaggio di pescatori sul mare, paga dei miei pensieri. Non ho ancora abbastanza pazienza per occuparmi di fiori, ascoltare musica, guardare dipinti e leggere la Bibbia. Tutto questo devo ancora impararlo, e va imparato per un’intera vita. Credo però di essere all’inizio. E ogni tanto sopraggiunge una grande pazienza, quella che alla lunga sarà la sorgente interiore da cui potrò attingere per il lavoro creativo. Ma sono sicura che quella pazienza sarà ancora interrotta, sul più bello, da una tensione; devo imparare a raccogliere tutta la pazienza che c’è in me, mettere insieme tutti i frammenti di pazienza per formare un’unica grande pazienza. […]

Santo cielo, questa scrivania somiglia proprio al mondo nel primo giorno della creazione! A parte gli esotici gigli giapponesi, il geranio, le rose tee appassite, le pigne che sono diventate reliquie, e una ragazza marocchina dallo sguardo animalesco e limpido, ci sono in giro sant’Agostino e la Bibbia e le grammatiche russe e i dizionari e Rilke e innumerevoli piccoli taccuini, una bottiglia di surrogato di limone, carta per scrivere a macchina, carta copiativa, Rilke, cioè ancora una raccolta, e Jung. E tutto questo è solo ciò che si trova in giro al momento, ci sono anche gli ospiti fissi della scrivania, appoggiata contro il muro. E la cosa più straordinaria è che c’è ancora spazio per me e per il mio quaderno.

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[Etty Hillesum, Diari 1941-1943]

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Ed eccomi qui a scrivere e trascrivere questo post, interrompendo una lettura che denota un’animosità intellettuale fuori dal comune, farcendola del mio vissuto con l’urgenza di farne presto pagina di un mio anomalo diario, aperto sul mondo, per una possibile condivisione.

Diavolo, son già quasi le sei!…

P.

Tutto ciò che so

di Roberto Concu

C’è una parola ricorrente nelle 52 poesie che compongono questa silloge, ed è rivoluzione. Roberto Concu ha la voce dell’uomo vissuto, di colui che è andato al di là del mare e canta l’eredità che il viaggio gli ha lasciato; spesso la sua è la voce di chi si rivolge al più giovane con parole di ammaestramento. Ma Roberto non è ancora giunto, né s’è placata l’eterna rivolta insita nella ricerca della verità, originatrice di poesia. Perché l’ignoto è la memoria che nutre la parola.

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Verrà

verrà il tempo

in cui riabbracceremo

tutto ciò che siamo –

tigre e colomba –

con la compassione

che sola nasce dall’Amore.

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Allora faremo festa insieme

danzeremo

la danza dell’anima

sulla tavola imbandita

faremo rivoluzione insieme

avremo il coraggio di chiamare

Eternità

quel tempo

fosse anche per un istante

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Insegnami

l’essenza dei tuoi sguardi

insegnami

come il mare

a guardare il fondale luminoso

come il vento

ad andare oltre le stagioni

insegnami

la rivoluzione e la compassione

i sogni del silenzio

riconosciuti sul palmo delle tue mani

Insegnami

la danza della leggerezza

il passo dell’amore che salva

imprimi in me

il sigillo dei tuoi passi

come fossi sabbia

.

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Dormono nella campagna

le bianche rose, le calendule, i nasturzi

se sapessero della nostra pena

ne morirebbero

perché siamo come loro

fiori tra i fiori

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è tutto ciò che so

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Nevicano fiori

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la mattina

è una coperta fredda

sulle tue labbra

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con l’addio della luna

bacio le tue palpebre

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la luce è l’anima dei tuoi occhi

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Non aver paura di seguire

il cuore sin dentro te stesso

laddove tutto è chiaro e possibile

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Lascia che le illusioni

scivolino via tra le dita

quando sarà il momento del coraggio

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non far differenza

tra verità e paure

son come fiori

la cui freschezza annuncia

la loro stessa rovina

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non temere di percorrere

le strade dei sogni e osa

osa

perché ogni rivoluzione

passa per l’audacia del sogno

e il coraggio dell’azione

.

Non aver paura di

osservare come lente

crescono le querce

di guardare gli altri negli occhi

senza giudicare

scoprirai che la vita non è lotta

se non per i cuori grevi

e ogni sogno

sarà l’osare dell’amare

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[Roberto Concu, Tutto ciò che so, Terra d’ulivi edizioni, 2015]

Specchio

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Robert stava leggendo quando, poco prima della mezzanotte, ricevette un messaggio sul telefonino. Con sorpresa vide che proveniva da un numero sconosciuto, l’aprì e lo scorse rapidamente fino in fondo. Era firmato Sylvia.

Sylvia, Sylvia…, rifletté. Ma certo, Sylvia, quella del corso di fotografia, la studentessa dell’Accademia… Lesse il messaggio.

Sylvia sapeva, lui probabilmente non ricordava – ne avevano parlato dopo una lezione, che Robert possedeva un libro su Man Ray, una monografia fuori stampa, impossibile da trovare…

Robert saltò alla parte finale del messaggio. In sostanza la ragazza chiedeva se potesse prendere il libro in prestito per qualche settimana. Robert sospirò. Chissà cosa si aspettava.

Rilesse l’ultima riga, Un saluto, Sylvia. Per fortuna non mi ha dato del lei, pensò. Mise via il telefono, riaprì il libro e cercò il punto in cui si era fermato. S’interruppe poco dopo e agguantò il cellulare. Meglio rispondere.

Si mostrò disponibile ad accontentarla, ma volle prima informarsi sulle ragioni di quella richiesta. Sylvia rispose dopo qualche minuto motivando che il testo le serviva per un workshop del corso di scenografia – scusa non avevo specificato: era in cerca di materiale per lo sviluppo di un’idea dadaista. Un’idea dadaista, scrisse proprio così.

Robert rilesse il messaggio un paio di volte soppesando le parole, poi gliene inviò alcuni spiegandole che il volume era ricchissimo di approfondimenti trasversali su fotografia, arte figurativa e letteratura. Gliene citò qualcuno ed elencò anche alcune letture correlate che le sarebbero state certamente utili. Scrisse proprio così.

Attese qualche minuto senza ricevere risposta. Aveva esagerato? Aveva certamente esagerato, aveva fatto la figura del sapientone.

Ma il cellulare vibrò di nuovo, e con sollievo Robert notò che Sylvia non aveva alcuna intenzione di far cadere la conversazione, anzi incalzava con le domande. Si alzò dal letto e recuperò la monografia da uno scaffale, le inviò qualche foto, poi andò a prendere un altro libro e ne trascrisse degli estratti.

R: E, dimmi, ti piace la poesia?

S: Sì, ogni tanto scrivo. Scrivo poesie, intendo. E tu, ti ho interrotto, cosa stavi leggendo?

Si scambiarono messaggi per ore, discutendo di cose che non avrebbero mai pensato di avere in comune, rivelandosi cose che di persona non sarebbero mai stati in grado di dirsi. Complice la notte, ponte sospeso fra le loro due camere da letto.

Col tempo Robert dimenticò l’emozione provata quella volta, quando non riusciva a staccare le dita dalla tastiera del telefono e i pensieri di Sylvia si intrecciavano ai suoi come i respiri di due amanti. A malincuore aveva abbandonato il letto un paio di volte per andare in bagno, sperando che lei non lo lasciasse, che non si addormentasse.

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Nei giorni seguenti parlarono di sesso. Lo fecero come se fosse la cosa più naturale del mondo, l’evoluzione prevedibile e necessaria della loro corrispondenza notturna. Si piacevano, erano attratti l’uno dall’altra e non c’era modo migliore di quello per dirselo.

Avviarono una specie di gioco erotico a distanza.

Iniziò Sylvia, fu lei a condurre Robert su quel terreno. Era certa che avrebbe gradito, che non aspettasse altro. Anche a lei piaceva, ma era l’idea di poter insegnare qualcosa a un uomo più grande di lei a solleticarla più di ogni altra cosa. Voleva mostrarsi all’altezza, voleva stupirlo.

A ben vedere, le cose stavano così dall’inizio. Dal primo istante Sylvia si era posta nei confronti di Robert e della cerchia dei compagni del corso di fotografia come una giovane donna disinibita, sicura di sé e consapevole dell’ascendente che la sua irrequieta bellezza suscitava negli uomini con cui entrava in contatto. Era sfuggente e provocante allo stesso tempo.

Per settimane lei e Robert erano stati due perfetti sconosciuti. Si incrociavano, si osservavano, si evitavano educatamente. Certo Sylvia si faceva notare. Le sue dita si muovevano rapide sugli obiettivi, così come la mente scartava e divorava in fretta le idee. Nonostante la sua giovane età, sembrava sapere già tutto della vita e non aver tempo da perdere. Il suo fare risoluto e spavaldo mascherava una sottile inquietudine.

Robert era un architetto di quarant’anni, single. Un po’ trascurato o incurante, a giudicare dal taglio irrisolto di capelli e da quello antiquato dei jeans che indossava. Di poche parole, ombroso, o forse solo timido, sempre con l’aria di aver perso qualcosa. Affatto degno di nota agli occhi di una studentessa d’Accademia di ventun’anni. Eppure sono proprio certi dettagli, certe debolezze, certe insicurezze, le cricche e le imperfezioni in un pezzo di marmo, su una tela, così come nella vita, a incuriosire e attrarre la sensibilità di alcune persone. Sylvia era una di quelle.

Mandò a Robert un proprio scritto, un breve racconto di due ragazzi che, studiatisi e annusatisi nei loro viaggi in treno fra casa e università, dopo qualche breve schermaglia, si ritrovano finalmente a casa di lei e fanno l’amore.

Robert, incredulo, lesse il brano più volte. Dapprima con un fremito, poi più freddamente. Non si trattava di un capolavoro per originalità e immaginazione, ma era molto convincente e particolarmente riuscito nelle descrizioni del finale, sensuali e per niente scontate, esplicite e affatto prove di poesia. Si vedeva tutto, niente veli o dissolvenze, ma non c’era volgarità, niente di urtante. Era un sesso bello, vissuto con intensità, senza censure né inibizioni, liberamente. Robert, infine, ripercorse il racconto con lo spirito per il quale era stato composto, lasciandosi solleticare dalla fantasia, eccitandosi e sussultando come la pelle della protagonista in preda ai palpiti dell’ultima pagina.

Il giorno seguente volle rispondere a tono. Rispolverò un vecchio quaderno e un suo breve componimento di quando si trastullava con l’idea di scrivere. La scena raffigurava, in toni un po’ aulici, due amanti impazienti che fanno sesso in un cinema.

… si strinsero in uno scomodo abbraccio che mascherasse i loro movimenti, sempre più esigenti e precisi. Soffocarono i gemiti mordendosi le labbra a vicenda, intuendo l’uno il piacere dell’altra dai pochi spasmi concessi ai loro muscoli contratti. I loro corpi s’adattavano, guidati da mani vogliose, celando al mondo il piacere arroccato di quella posa…

Un po’ desueto, pensò. Lo aggiustò qua e là, e lo trascrisse in un’email. Premendo il tasto invio, sorrise al pensiero della faccia che avrebbe fatto Sylvia leggendolo.

… Trattennero il fiato emergendo a tratti da quell’apnea incondizionata e continuarono così, rapiti, devoti, fino all’approdo...

Sylvia rispose entusiasta con un lungo commento appassionato, che fece esultare Robert con un grido di gioia. E rilanciò.

Questa volta descrisse una scena di autoerotismo nel salotto di casa. Usò volutamente la prima persona e il tempo presente, descrisse i dettagli della stanza in penombra, illuminata appena dallo schermo del televisore che guardava svogliatamente; il divano di pelle sul quale il suo corpo si abbandonava, scivolando lentamente, strusciandosi, contorcendosi, infine sciogliendosi. Si spogliò per lui, offrendoglisi completamente, come un corpo in rilievo su sfondo neutro e scuro, come una Bella Rafaela, o una Maya desnuda, la sua.

Quella rappresentazione fu accolta da parte di Robert con una serie di concitate esternazioni, cui lei contrappuntò compiaciuta, ormai certa di poterlo condurre ovunque volesse con un semplice gesto. Eccitato, Robert non poté fare a meno di prolungare quel piacere. Immaginò se stesso in piedi accanto al sofà che aveva appena accolto il corpo di Sylvia, lo sfiorò, era ancora caldo. Lei non era più lì, ma nell’aria era rimasto il suo profumo. Si inginocchiò e a occhi chiusi posò le labbra sulla pelle del divano carezzandone gli incavi, intuendo le forme che avevano avvolto; guidato dal suo afrore, aprì la bocca e baciò voluttuosamente il suo sesso, calò i pantaloni e guidò il suo fra le pieghe dei cuscini…

Quando riaprirono gli occhi, si fissarono spaesati, le loro iridi dilatate riflettevano la luminosità diffusa dello schermo. Dov’erano?

Bene, ci siamo fatti entrambi il divano, commentò Sylvia, ironica, in un ultimo messaggio. Non potevano più aspettare.

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***

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Robert rilesse il messaggio che aveva appena inviato: Dove sei? Si vergognò dell’urgenza sottesa alle sue parole, sintomo di debolezza.

Si rimise a leggere. Faceva fatica a concentrarsi, cionondimeno sottolineò un verso ripetendolo ad alta voce con l’esigenza di condividerlo; glielo avrebbe letto non appena fosse arrivata, pensò.

Scrutò di nuovo il telefonino: nessuna risposta.

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Giunta sotto casa, leggendo il suo nome sul citofono, Sylvia fu assalita dall’emozione, al punto da cominciare a tremare. A fatica controllò desiderio e rabbia che s’affollavano dentro di lei. Alla luce del portone guardò la propria mano stringersi a pugno e rimase così, immobile, per qualche istante. Sarebbe stata capace di fargli del male, pensò. Sarebbe stata capace di fare del male a se stessa. Poteva tornare indietro, era ancora in tempo.

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La prima volta aveva voluto sorprenderlo. Si era presentata con un vestitino stretto e i tacchi alti, lui che era abituato a vederla con pantaloni strappati e scarpe da ginnastica senza stringhe. Sotto aveva indossato una guêpière. Voleva fargli provare qualcosa di insolito, di nuovo. Voleva che conoscesse fino fondo il potere della seduzione di cui era capace. Quella volta accolse il suo piacere nella propria bocca, accompagnandolo e carezzandolo fino alla fine.

In seguito, si chiese molte volte cosa l’avesse spinta a comportarsi a quel modo. Forse era per via del ruolo che dall’inizio aveva deciso di interpretare, della volontà di intuire e soddisfare ogni suo desiderio e fantasia. Lei per lui voleva impersonare l’archetipo della donna che conosce il piacere, lo cerca e lo pratica senza inibizioni. Non solo, per lui avrebbe incarnato la giovinezza, la libertà, la vita. E tutto questo, in fondo, così come il modo appassionato e devoto in cui Robert si prendeva cura di lei, le piaceva.

Ma non durò a lungo. Col passare del tempo Robert divenne dipendente e possessivo, si affezionò a lei al punto di voler entrare nella sua vita e manifestare apertamente l’insofferenza che provava per la sua assenza. C’erano giorni in cui le scriveva continuamente, tempestandola di messaggi.

Tutto ciò non era previsto, non era nemmeno possibile. Sylvia era una studentessa del secondo anno, viveva ancora con i suoi genitori. Più Robert diventava invadente, più lei era costretta a evitarlo, a nascondersi, ritraendosi in lunghi giorni di forzato silenzio.

Robert divenne geloso e ossessivo, finché un giorno Sylvia decise che era giunto il momento di troncare, gli diede appuntamento in un locale e gli comunicò che era finita.

Non fu facile, nemmeno per lei. Non l’aveva considerato.

Non si sentirono più per alcune settimane, in cui Sylvia si ritrovò a non aver più voglia di uscire, a rimanere a casa la sera, chiusa in camera sua, a rileggere scritti, poesie e citazioni che dall’inizio, soprattutto all’inizio, lei e Robert si erano scambiati.

Tutt’a un tratto i giorni le sembrarono lunghi e vuoti, allora cominciò a tenere un diario, in cui cercò di annotare e descrivere l’inquietudine che stava vivendo. Rientrata dall’Accademia, trovava una scusa per rifiutare gli inviti e scriveva per ore, di getto, abbandonandosi al flusso del proprio pensiero. Era convinta che fra le pagine di quel quaderno avrebbe trovato delle risposte alle proprie domande.

Ma in fondo era a lui che stava scrivendo.

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Non avrebbe dovuto accettare, si disse. Ma non era riuscita a dire di no. Aveva risposto ai messaggi di Robert mantenendo un voluto distacco, cercando di apparire fredda e insensibile, lontana da qualsiasi forma di trasporto o di coinvolgimento. Robert doveva pensarla affrancata, libera, indifferente. Il loro tempo era scaduto, il giocattolo si era rotto. La verità era che, a dispetto delle sue millantate intenzioni, Robert non sapeva affatto giocare. Lei non gli apparteneva, non gli era mai appartenuta, sibilò. Doveva farsene una ragione, una volta per tutte.

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***

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Robert si comportò secondo il solito copione, cercando di apparire a proprio agio, affabile e accogliente, come se non fosse successo nulla, come se fosse di nuovo la loro prima volta. Ma quando Sylvia entrò in soggiorno e scorse il libro aperto, la bottiglia, i bicchieri, avvertì subito un profondo senso di fastidio. Non poteva funzionare, pensò, non più.

Solo sesso, si erano detti.

Allora perché Robert le parlava di ciò che stava leggendo? Perché declamava versi in piedi in mezzo alla stanza? Sylvia udiva le parole, ma non poteva coglierne il senso. Tutto ciò era fuori luogo, la irritava. Detestava il modo in cui Robert le si rivolgeva, il timbro della sua voce, come muoveva le mani, l’assurda scintilla che gli illuminava lo sguardo.

Robert s’interruppe e la fissò interrogativo.

– Andiamo di là, – disse Sylvia, asciutta.

– Va bene, – acconsentì Robert, appoggiando il libro sul tavolo, un po’ deluso. – Non mi hai nemmeno chiesto di chi è.

– Non mi interessa, – rispose lei precedendolo.

Quando Robert la raggiunse, Sylvia era già seduta sul letto, nuda. Una piccola croce d’oro le brillava sullo sterno.

Robert si spogliò in fretta e si sedette accanto a lei. Le carezzò le spalle sorprendendosi ancora una volta del biancore della sua pelle. La sfiorò con le labbra. Quanto gli era mancata, pensò.

Sylvia si allungò sopra le lenzuola e Robert fece altrettanto. Per un po’ si toccarono in silenzio, poi cominciarono a fare l’amore. Non parlavano, si muovevano senza indugio in un territorio noto e abituale, ma i loro gesti rimanevano freddi e privi di sentimento. Lui provò a baciarla un paio di volte, ma lei scostò il viso ritraendosi. Si girò bruscamente invitandolo a prenderla da dietro. Lui si diede da fare finché lei si fermò di nuovo bruscamente.

– Vuoi provare? – Gli chiese senza voltarsi.

Spiazzato da quella proposta, Robert non rispose. Così non l’avevano mai fatto.

– Se vuoi, adesso puoi farlo, – aggiunse Sylvia guardando dritto davanti a sé.

Robert rimase fermo. Sylvia si girò di tre quarti: allora?, sembrò chiedere con impazienza.

Robert la fissò ancora. Per tutta risposta lei scivolò giù dal letto e uscì dalla stanza. I piedi nudi tamburellarono sul pavimento.

Tornò poco dopo reggendo il grosso specchio che stava appeso alla parete vicino all’ingresso. Robert la osservò mentre cercava il punto più adatto in cui appoggiarlo.

– Qui va bene, – disse dopo aver controllato l’immagine di loro due riflessa nello specchio da sopra il materasso. – Ti darà l’ispirazione.

Robert riprese a muoversi un po’ goffamente, lanciando di tanto in tanto qualche occhiata ai loro corpi nudi che si muovevano come quelli di due sconosciuti.

– Non ci riesco, – sbottò poco dopo, fermandosi. – Non mi va, lasciamo perdere, – aggiunse accasciandosi sul letto e fregandosi gli occhi con i palmi delle mani.

Sylvia si girò e si stese lentamente accanto a lui. Si levò su un gomito e lo fissò, ma Robert non ricambiò lo sguardo.

– Non è stata una buona idea, – constatò.

Robert annuì.

Allora Sylvia sollevò il lenzuolo e lo gettò sullo specchio.

– Così va meglio, – disse.

Si avvicinò a Robert e lo baciò dolcemente su una guancia. Lui la strinse a sé. Si baciarono sulla bocca, per la prima volta.

Ripresero a fare l’amore, intensamente, con trasporto. Lui era sopra di lei e nel momento in cui sentì che stava per venire, si tirò su senza preavviso e glielo fece prendere in bocca. Lei, sorpresa, acconsentì senza entusiasmo e lo fissò per qualche istante senza capire. Venendo, Robert emise un gemito e farfugliò qualcosa. Sylvia riuscì a udire la parola amore.

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Si rivestirono in silenzio.

Sylvia era esausta, svuotata. Frastornata, non capiva cosa fosse successo, chi avesse di fronte. Quando Robert riprese a parlare, non ascoltò nemmeno una parola. Si sentì sporca, umiliata. Visse gli ultimi istanti con l’urgenza di uscire al più presto da quella casa. Salutò Robert abbozzando un sorriso forzato, lasciandolo sulla soglia a interrogarsi sul suo significato.

Non ci vedremo mai più, giurò dentro di sé.

Rimasto solo, Robert si guardò intorno con aria un po’ confusa. Com’era andata? Cosa avevano fatto? Si chiese. Scrollò le spalle, in fondo stava bene.

Riordinò in soggiorno e andò in bagno. In camera trovò lo specchio, lo sollevò e lo rimise al suo posto, vicino all’ingresso. Vedendo la propria immagine riflessa, d’un tratto si sentì di nuovo a disagio. Istintivamente si tolse i vestiti e rimase nudo davanti allo specchio. Chi era l’uomo che aveva di fronte? Cosa voleva veramente? Prima, in camera da letto, per un istante si era sentito nudo. Era stata Sylvia a spogliarlo e lui, forse per la prima volta, si era visto. Stava cominciando a capire…

In quel momento il suo cellulare vibrò.

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[P.B., 31/10/2020]