All’origine di un abuso

Adolescenza

“Adolescenza”, E. Munch, 1894-95 – Fonte: web

Non penserete che le persone traumatizzate siano infelici… come vi sbagliate! Dico solo che a sedici anni e mezzo essere abusata da un trentottenne bello, ambito e intelligente non è così male. Se poi sei bruttina alle prese con i cambiamenti del corpo, una sessualità acerba e un cambio epocale per la tua immatura capacità di socializzazione, vi assicuro che è una manna. Vi prego, non inorridite. Questo capita a chi come me, ha avuto una madre senza la forza né il coraggio di guardarti in faccia e di amarti così come sei, piena di difetti e imprecisioni, lontana dalla perfezione assoluta a cui eri votata sin dal concepimento.
Eh si, il mio abuso è sorto da una serie infinita di equivoci che hanno avuto come protagonista il desiderio. Sin da piccola ho avuto una maestra ineccepibile, mia madre, alla quale non rimprovero gran che se non una serie di depressioni e cattiverie alternata a riparazioni maldestre, a sua volta vittima del desiderio represso esito infelice di un’altra relazione disastrosa: quella con la sua di madre, mia nonna.
Ma a furia di discolpare tutti ho discolpato anche il mio abusante. Buffo, ma l’unica a cui non ho perdonato nulla, almeno fino ad oggi, sono stata io. Non vi dico quali castighi mi sono inflitta, ma in fondo meglio farsi male da soli che dare il potere di farlo agli altri, soprattutto se questi dovrebbero garantirti protezione e sicurezza.

Già in tenera età il mio desiderio era indirizzato a tutto ciò che era giusto, bello, controllato e condiviso. Ovviamente, piccola come ero, non potevo neanche pensare che avesse a che fare con il corpo e il sentire. Ma inconsciamente lo sapevo così profondamente da esserne già vittima. Risultato: una precoce nevrosi isterica. Me lo avessero detto subito mi sarei risparmiata anni di analisi e mi sarei permessa qualche vacanza in più.
Ricapitolando. Mia madre mi imponeva cosa e in quale misura dovevo desiderare, il mio corpo prendeva il largo, il mio sentire si amplificava e io stavo in mezzo alla tempesta. Per sopravvivere avevo imparato l’arte del sogno, una protezione magica dalla cruda realtà. In questo mi aiutava la mia accesa fantasia che sopperiva alla mancanza di libertà.
Sì, avevo compagni con cui giocare e un’amica del cuore, ma nutrivo precocemente l’idea della venuta di un principe azzurro, tanto coraggioso da rapirmi e portarmi via. Questo perché abitavo una casa in cui non sentivo di esistere. Per anni mi sono creduta un'”aliena”, in un ambiente in cui era vietata l’espressione di qualsiasi emozione io ero un tumulto incontrollato, un marasma. La domanda ricorrente era: perché solo io sono così?
Per mia madre gli scoppi di rabbia che mi visitavano erano agiti del demonio. Secondo la leggenda che mi rappresenta, avevo con lui una certa familiarità, sin dalla nascita. Fino ai sei mesi lo avevo tenuto in grembo. Pianti, insonnia e malnutrizione ne erano la rivelazione Avrei appreso col tempo che con una madre depressa è difficile crescere sani, paffutelli e con la voglia di stare al mondo.

Credo che il germe della mia necessità di espiare risalga ad allora. La mia natalità difettosa non aveva assolto al compito di restituire a mia madre la possibilità di amarmi come si conviene, né aveva riempito il suo vuoto narcisistico. Per tutto questo soffrivo di una colpa giusta. L’ingratitudine verso la persona che mi aveva generato era una falla ontologica a cui avrei dovuto porre rimedio.
Si era costruito in me il più grande tra gli equivoci, quello che avrebbe condizionato tutta la mia vita: l’amore è un ammenda alle mancanze dell’altro, un risarcimento che richiede il sacrificio di sé. Amare è accontentare, riparare e annullarsi.
Ora è facile capire che dietro ad una vittima si cela un certo godimento nello scegliersi il proprio carnefice, l’altare sul quale sacrificarsi. Io l’avevo a portata di mano o meglio di viaggio. E le cose andarono esattamente così.

Quando incontrai G. avevo quasi sedici anni ed ero al secondo anno di liceo.
Drasticamente passata da un paesino di 600 anime alla città con tutti gli annessi e connessi: spazi dilatati, traffico moltiplicato, ore a zonzo in attesa del bus, una serie infinita di facce e di compagni che incontravo quotidianamente. Professori nuovi, tanti, e materie d’insegnamento sconosciute. Allora non capivo ma soffrivo tremendamente di una nostalgia acuta per tutto quello che era stato il mio piccolo mondo antico in cui non mi ero mai sentita fuori posto, dove tutto era a mia misura. Lo studio era un’impresa, affaccendata come ero nel mio processo di adattamento tutto appariva più faticoso, impercorribile. Al pomeriggio dormivo sopra i testi, la resa era scarsa le frustrazioni in aumento. Mia madre era ignara di tutto questo, del resto a scuola fino ad allora non avevo avuto problemi, anzi ero stata a lungo tra le migliori senza troppi sforzi. Mente adamantina,così mi definiva la mia maestra elementare.

Iniziai a raccontare bugie, prima a me stessa, poi a mia madre. Il disagio che andavo via via manifestando era inguardabile, fuori dalla cornice, per un madre perfetta poteva esserci solo una figlia perfetta. Potete immaginare cosa significò per me incontrare lo sguardo di un uomo, insistente e sorridente ogni mattino.
Era l’autista del bus, impeccabile nella sua divisa, la sua voce calda e accogliente per me era come una carezza. Iniziai a fantasticare che questo suo modo di essere fosse in realtà un’attenzione particolare nei miei confronti. Condivisi questa speranza con alcune compagne di viaggio, anche loro infatuate. Ecco, non doveva essere che un pettegolezzo, una fantasia. E invece no.

Passarono i giorni e i mesi. Andavo in cerca di G. sempre più spesso. Conoscevo i suoi turni, modulavo il mio rientro a casa secondo i suoi orari, trovando mille scuse per mia madre. Mi ero via via persuasa che davvero anche lui provasse interesse per me. Lo sapevo sposato con una donna molto avvenente, che ogni tanto lo accompagnava. La giudicavo volgare, inadeguata, forse per le gonne strizzate addosso e il trucco pesante che accentuava le labbra, già molto evidenti. Non mi importava, mi sudavano le mani ogni volta che lo vedevo e cercavo di essere all’altezza dei suoi panegirici.
Si prospettava davanti a me la linea rossa del sacrificio, che mi attraeva paurosamente: io eroina del nulla potevo sperare di diventare qualcuno, la contendente di un uomo come G.
Lui mi scelse, e io mi ritrovai nel deposito della stazione sugli ultimi sedili di un bus con la sua lingua in bocca e il suo membro in mano.

Non conoscevo nulla del sesso, non avevo avuto esperienze. Lui fece tutto senza dire, con una certa dose di tenerezza, spenta dall’urgenza del piacere. Io ero sotto choc, immaginavo un momento romantico, un approccio delicato al mio desiderio di vicinanza. Mossi la mano su suo invito. Oggi ricordo solo il calore e il fastidio di quel movimento. Il liquido caldo e le mie guance che si infervoravano per la vergogna.
Lui era appagato, io non sapevo dove posare lo sguardo. Non mi chiese, né mi parlò di quanto accaduto. Io, dopo essermi ripresa, ero raggiante: finalmente era mio.

Tutto ciò che accadde dopo tra noi fu un grandissimo equivoco. Più cercavo comprensione, vicinanza e condivisione, più ottenevo ulteriori attenzioni sessuali.
Non sapevo dire di no e non potevo farlo, tanto più che G. ai miei occhi si era presentato come marito infelice e padre “obbligato”. Dovevo sacrificarmi, io ero diversa, ero nata per fare felice gli altri. Dovevo pagare, espiare ed essere così al di sopra di tutti.
La cosa che oggi mi è chiara è che, nonostante tutto, mi ero messa su un piedistallo, una condizione terribile sì, ma pur sempre di privilegio. Avevo quello che Freud tradurrebbe in incesto perfetto. Perché mio padre, di cui non ho ancora detto, era il grande assente della mia vita. Evirato dal potere di mia madre, concentrato nel suo lavoro e infinitamente lontano emotivamente. Pochi gesti affettuosi, pochi interventi decisivi per la mia storia, mio padre viveva in una bolla emotiva dove poco entrava e poco usciva. G., invece, nel bene e nel male mi prometteva amore eterno, mi rendeva felice: ero diventata la sua musa.

Nell’esclusività di quella relazione era compresa una forma di gelosia patologica. Avevo mollato tutti gli amici, non uscivo più la sera, nessun hobby, diversivo o divertimento. Vivevo involontariamente dentro un plagio e tolleravo l’abuso del mio corpo, che sarebbe stato fatale per il resto della mia vita.
Mi incontravo con lui in luoghi ameni e lontani dagli occhi la gente. Trovavo ritagli di tempo per poter stare con lui alla ricerca di un corpo che mi avvolgesse, ma in realtà il suo corpo mi invadeva. Invadeva la mia volontà.
L’amore lo feci per la prima volta in casa sua, nel letto coniugale. Fu tremendo, ma talmente esaltante che dolore e desiderio si fusero definitivamente. Provai gusto nel soffrire. Quell’annientamento e quella morte continui mi affascinarono, mi vinsero. G. volle fotografarmi col suo gatto e capii a distanza che ne voleva fare un trofeo. Ed io continuavo a pensare che quello fosse amore. Improvvisai una seconda me, una che non aveva vergogna una che non riconosceva di aver peccato di onnipotenza. Mi lasciai squartare e penetrare a suo piacimento, in cambio io ottenevo il mio nutrimento: l’esaltazione di essere vista voluta e cercata.

Non fui salvata da nessuno. G. era un maestro, sapeva muovere la mia pietà raccontandomi delle sue disgrazie. Io continuavo a salvarlo, continuavo a vivere per lui. Il resto erano solo accidenti che dovevo affrontare.
Abbandonai la terza liceo nel momento in cui i miei profitti erano così bassi da prospettare una bocciatura. Mi finsi depressa, ma in realtà lo ero veramente. Dormivo ore sul divano. Mia madre per tener fede alla leggenda mi condusse da un esorcista per farmi guarire. Non capiva, non l’avrebbe mai fatto. Segnali ne aveva avuti e tanti, anche solo le continue telefonate. Io correvo a rispondere inventando ogni volta una scusa, una nuova amica.

Erano passati ormai due anni con un uomo che non aveva nome né faccia. G. avrebbe lasciato la moglie. Non era più solo una vaga promessa, era una realtà.
Anche quella volta fece tutto senza dire e affittò un appartamento dove avremmo dovuto trasferire prima i nostri incontri amorosi, poi noi. Non mi aveva chiesto nulla. Non si era mai posto il problema di cosa avrebbero potuto dire o pensare i miei. La sua sottile violenza era stata uno stillicidio e aveva via via bloccato la mia volontà. Non potevo decidere nulla, eroina del nulla avevo giocato a stare nell’equivoco e avevo affidato al mio carnefice la mia salute mentale e fisica. Divenni infermiera mantenendo la relazione con lui e posticipando la convivenza. Poi un giorno, la tragedia che si stava preparando ebbe compimento: mia madre scoprì tutto.

Fu una vera e propria bufera, quel giorno in cucina c’era tutta la famiglia e mi si accusava di qualsiasi nefandezza. Nessuno mi ha mai chiesto in quell’occasione, né dopo cosa fosse realmente accaduto. Io ero la “bambina” sprovveduta, ormai irreparabilmente macchiata, G. era il mostro. Mai che i miei abbiano avuto il coraggio di apprendere come fossero andate esattamente le cose, mai che i miei abbiano avuto il benché minimo desiderio di affrontare G. Se davvero i tuoi genitori pensano che qualcuno ti ha ferita profondamente, perché non muovono un dito, ma pensano solo a insabbiare il tutto il prima possibile?
Mia madre provava una grande vergogna perché ai suoi occhi ero una sgualdrina. In quel momento per lei era impossibile sostenere la rabbia e il proprio senso di colpa. In quella cucina, mentre tutti si preoccupavano della loro reputazione io tornavo ad essere il solito niente, più qualcosa di tarato da nascondere.

Lasciai G., non per volontà dei miei genitori, ma perché da tempo non reggevo più le sue richieste e la mia assoluta mancanza di libertà. Mi risvegliai così da un lungo sogno in cui la protagonista era stata svuotata della propria adolescenza. Ero tutta da rifare, da ricostruire, ma il desiderio si era ormai definitivamente ammaccato.
G. mi stalcherizzò per alcuni mesi, lo trovavo ovunque in lacrime, pentito per avermi fatto del male, minaccioso e alterato quando gli ribadivo la mia posizione nei suoi confronti. Non lo volevo più, l’illusione era svanita. Il dolore si mescolava alla rabbia. Quando arrivò la rabbia fu la mia salvezza, ma prima dovetti espiare le mie “malefatte” con un bel periodo di depressione. In fondo questo mi accomuna a mia madre.

Via via, G. sparì dalla mia vista e dalla mia esistenza.
Ci sono state altre relazioni simili nella mia vita, in cui gli abusi però non furono così eclatanti. Cambiarono sembianze, divennero più sofisticati. Ma furono abusi.
Lavoro tutt’oggi su quelle esperienze, ma ora mi è tutto più chiaro. Oggi è difficile per me separare il desiderio dal dolore e dalla coercizione, ma appena si profila un rapporto di quel tipo me ne sto ben alla larga.
So che è possibile subirne ancora il fascino e che devo fare un atto di volontà per non ricaderci. Quello che la maggior parte delle persone non capisce è che a volte una relazione abusante è così totalizzante da apparire come una droga. La coercizione a ripetere è una forma di dipendenza.
E’ lungo il percorso che una persona abusata deve compiere per ritrovarsi alle prese con un desiderio “buono” che gli dia valore e il potere di dire di no. Tracciare i confini dell’altro è un esercizio di volontà che lo accompagnerà tutta la vita.

[Un’amica, 13/1/2019]

E’ molto importante per me ospitare questo brano. Le ragioni sono già chiare, non c’è bisogno di approfondirle. Aggiungo solo che sono felice di aver ricevuto il testo da una persona a me veramente cara, intuendone la portata e quanto può esserle costato scriverlo.
Sono anche lieto di collaborare così, con lei, a un progetto globale, serio e quanto mai attuale. Il progetto Me Too, nato per aiutare donne sopravvissute alla violenza sessuale, scoperto grazie al blog di trattodunione, che ringrazio e cui rimando per una migliore presentazione.
Leggendo le testimonianze apparse sulle sue pagine mi sono appassionato al tema (svegliandomi da un torpore ingiustificato) ed è nata l’idea di portare nero su bianco il testo che ho proposto. Ho letto e ascoltato le voci di persone sconosciute e non (alcune sono blogger che seguo). Ho ammirato il loro coraggio nel dire, la forza nel superare, rivivere, elaborare, la sensibilità e la capacità nell’esprimere e raccontare. La dignità nell’essere. Donne.

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Finzioni di poesia

Giorgio Montanari

2018, Bertoni Editore

Ho ricevuto copia di questo libro di poesie direttamente dall’autore con la richiesta di leggerlo e scriverne un commento. Nello spirito di reciproca lettura e scambio che contraddistingue spazi come questo, ho deciso di riportare qualche estratto e alcune mie note, esprimendo così, in modo squisitamente personale e in tutta onestà, quanto suscitatomi dalla lettura del suo lavoro.

La poesia raccolta in questo libro mi suona giovane, acerba. A tratti ruvida, sproporzionata, naif. Forse ancora prigioniera di un’estetica e una musicalità che sembrano in via di definizione.
Eppure c’è qualcosa di familiare in tutto questo, qualcosa che mi avvicina all’autore e mi fa dire che sì, ci sono passato anch’io (anche se non ho idea di dove mi trovi in questo momento). Io che prima di tutto non sono un letterato, un addetto ai lavori, un appartenete alla cosiddetta Patria Letteratura. Io che pronuncio la parola “poesia” con paura di compiere una profanazione. Ma in questo Giorgio Montanari è estremamente onesto, fin dall’inizio.

Fingendo La Poesia

Ti ho autorizzato
a sbirciare
fra gli scritti di una vita.

Mi rincuora l’idea
di offrirti un’emozione.
Mi inquieta
avere esposto
a sconosciuti
pagine salvate negli anni,
figlie di pensieri fragili,
frutto di istanti di ispirazione.

Non è facile dipingere
per chi, a fatica, distingue i colori.
È molto arduo cantare
per chi non riconosce le note.

Da bambino
mi è stato insegnato che
i libri non si buttano mai via.
Se anche tu
avessi ricevuto questa indicazione
ti avrei donato l’eternità.

Scrivere è una forma di sensibilità,
è un gioco serio, profondo:
mostrarsi oltre gli ingranaggi
in un imprevedibile equilibrio
dove l’innocenza segue l’esperienza.

Ecco perché,
conscio dei miei limiti,
sto fingendo la poesia.

La tavolozza è semplice, non ha pretese di incantare. Su questo l’autore non finge affatto, non prende in giro nessuno. Entra nella sfera d’attenzione e nel vissuto del lettore usando i mezzi che ha a disposizione, parlandogli direttamente, evocando immagini e archetipi essenziali, a volte abusati. Sinceri, questo sì, si avverte.

Ma il senso di vicinanza cui alludevo non riguarda solo la forma. Ciò che ho rivisto nei versi di Giorgio Montanari è il giovane uomo che si misura con la vita, giorno per giorno. Fronteggiando i primi scogli, i primi naufragi, le prime grandi disillusioni. Annotando sulla pagina di un diario rivelazioni e interrogativi che tutti prima o poi in qualche modo affrontiamo.
Ciò che ne risulta è quella che definirei poetica “dell’alfa e dell’omega”. Versi che affrontano il ciclo e la parabola della vita traendone il ben noto senso di impotenza e annichilimento.

Albero Della Vita

Sono nato grazie al seme
che la terra ha fecondato
custodendone l’affetto:

ogni giorno, mentre vivo,
solidifico radici
di legami familiari.

Il vigore sta nel tronco
che, robusto a sufficienza,
mi fa crescere leale.

Elevandosi al cielo
braccia magre quanto rami
si aggrappano ai sogni.

La foresta di persone
con frenetici rituali
copre estese superfici.

Gli anelli del mio corpo
sono rughe circolari
consapevoli del tempo.

Foglie a terra, ingiallite,
resistendo alle stagioni,
ritrarranno la saggezza.

Domande sull’origine, il destino, l’unicità dell’individuo permeano l’intera raccolta.

[…]

Ora che le parole hanno smesso di rimare
nel cuore vedo nascere l’ombra.
Il crepuscolo esplode nella mia mente
e sento ogni istante infinito.
Dilatato, il respiro
si perde in sfide e ambizioni.
Crolla ogni scia ricoperta
d’oro e resta una pietra:
la pietra tombale.

Credo che con questo libro Giorgio Montanari ci stia dando appuntamento al giorno, non troppo lontano, in cui potremo avvertire il sapore del legno invecchiato in cui il suo animo oggi ancora si dibatte impaziente.

Disoccupazione Della Creatività

Gli istanti sono gocce di un temporale
nella penombra di questa stanza:
qui la luce è artificiale
ed è astratto quello che sento.

Il rischio della scelta; le conseguenze
del giudizio cambiano a seconda del tono
con cui si esprime il giudizio.

Persone che osservano
altre persone sul palco di un teatro;
uno spettacolo di luci e suoni,
artificiali, astratti.

Spreco ore digitando la stessa password
e fingo la poesia su un foglio di carta.

Sono giorni di passaggio,
sogno giorni di stima.

La pioggia dei minuti
lava via la musa
trascinando la mia statua
verso la solita password
nel chiaroscuro di questa stanza.

Giornalismo

Una bolla mi conduce
verso una passione piena di Grazia.
Benedetti e Amati furono quei tentativi
da quando tutto nacque per caso.

L’abbonamento a una rivista che nessuno leggerà.

Un dono che ricambia un favore.
Continuare a giocare sperando
che agli altri piaccia.
Con i miei ritmi.

Per chi volesse leggere e approfondire il lavoro di Giorgio Montanari: http://www.giorgiomontanari.it/poesia/

Finzioni di poesia

“Finzioni di poesia” – Copertina e note biografiche dell’autore

Perché mi manchi

lei

G.H. Breitner, “Girl in white kimono”, 1893 – web

 

È semplice. È che ho voglia di te. Cosa c’è di strano? Ho voglia di parole, quelle tue che mi scrivi come solo tu sai fare. Mi mancano. Mi manca quando mi racconti le storie degli altri, che poi sono la mia e la tua, anche se cambi i nomi, anche se non ci conosciamo. Che poi nemmeno adesso ci conosciamo davvero. Chi sei? Chi sono? Chi siamo? Noi esistiamo. Come quel brivido quando una notifica mi dice che sotto il cielo vispo c’è qualcosa di nuovo. Che mi dice che esisti. Ma adesso tu non ci sei. Sei lontano, in Giappone a caccia di giovinetti imberbi, a spiare da dietro le tende ragazzine con la gonnellina corta scozzese, i calzini e la cravatta. Mi vuoi così? O mi preferisci geisha, per la cerimonia del te? Per te. Dai portami a Tokio, in un love hotel, e poi ci salutiamo alla fermata della metro… “Addio Watanabe”. Ho comprato una cassetta di arance e le ho tirate contro il muro. L’ultima rimasta me la sono mangiata, ho tolto la buccia e ho affondato i denti nella polpa. Era dolcissima. Avevo le labbra rosse di succo. Banale pensare di affondare i miei denti nella tua carne, per poi leccarti le ferite. So cosa ti piace. La vita a morsi. E io sono così affamata. A volte quando sono così, così insoddisfatta, così capricciosa, così volubile vorrei lasciarti. Scriverti qualcosa tipo “Questa è l’ultima volta, brutto stronzo”. Ma non posso farlo. Non sono la tua ragazza. Non posso nemmeno lasciarti. Sono condannata dentro questo limbo di parole, che ti entreranno dentro, ti accarezzeranno, seguiranno il profilo di tutti i tuoi desideri, quelli che tu chiami supplizio, perché noi esistiamo. Ma le parole vivono per noi. Dannazione eterna la scrittura. Vorrei essere un’analfabeta dell’amore, potresti essere il mio maestro. E sarebbe una storia già scritta. Una storia con l’ultima pagina. Quella che noi non scriveremo mai.

[Lei, 9/1/2019]

Rumori

Tum, tum, tum…
Il passo smisurato del padre. Suole di cuoio sui gradini delle scale in un fragore amplificato. Un baccano di piedi che per il ragazzo ha l’effetto di una sirena. Sussulta, s’irrigidisce, i suoi gesti si fanno convulsi.
Tum, tum… Restano pochi secondi.
Tira su i pantaloni. La cintura non l’allaccia, non ha tempo: prima deve far scomparire quei corpi nudi e sussultanti dal monitor del computer.
S’affanna col mouse per qualche istante, cliccando su una serie di finestre che dardeggiano pericolosamente ribellandosi alla censura. Impreca in silenzio. Ha la camicia fuori dai pantaloni e il cuore in gola. Ma in fondo sa che, se anche aprisse la porta dello studio in quel momento, suo padre non noterebbe nulla. Né la cintura slacciata, né l’inequivocabile rigonfiamento delle sue braghe.
Infatti, quando s’affaccia, il vecchio mostra la sua solita espressione vagamente indagatrice, poi gli domanda qualcosa facendogli capire di non voler aspettare la risposta. Al che lui gli rivolge un vacuo sorriso fingendo di tornare a leggere la posta elettronica.
Tutto lì.
Scampato il pericolo, il ragazzo spegne il computer rimontato dai sensi di colpa. Il padre, invece, prosegue incurante verso la cantina, dove, pensando di non essere mai stato scoperto, nasconde in fondo a uno scaffale una scorta di bottiglie di vino, dalla quale attinge sistematicamente.
Una porta di ferro stride sui cardini. Silenzio.
Il figlio lo immagina intento nel suo rituale e prova una profonda vergogna. Disapprova e detesta quella sua debolezza. Come può credere che lui e mamma non abbiano ancora capito?
Al pensiero dello stolido sorriso del padre riflesso nel suo, gli sale la rabbia e tira un calcio alla sedia.
Corre di sopra e raggiunge la madre in cucina.
“Dov’è andato papà?”, domanda lei.
“Chiamalo, digli che è pronta la cena.”
“Papà!…”, grida da in cima alle scale.
“Papa!….”, ripete un altro paio di volte.
“Arrivo”, fa eco una voce da sotto.
Un cigolio e una porta di ferro che si chiude.

Supplicium

san sebastiano - reni

San Sebastiano, G. Reni, 1625 ca. – Fonte: web

 

1.

Sono tutti in fila, seduti sulle panchine. L’istitutrice, in piedi di fronte a loro, continua a parlare. Non uno che ascolti. Aspettano solo il cambio nel tono della sua voce, il segnale per gettarsi in cortile. Tutti tranne quei due, che la fissano in continuazione. Il Santo è dietro di lei, devono fare attenzione. Il che rende il loro gioco ancora più divertente. Ogni volta che suor Letizia distoglie lo sguardo, scocca una freccia. Ora tu, poi io. Vengono trafitti a turno. Prima a una gamba, poi a un braccio, per ultimo alla pancia e al petto. A quel punto alzano la maglietta e ci infilano una mano contorcendosi nello spasmo. Nel farlo si guardano ridendo. E’ piacevole essere colpiti. Ancor di più l’attimo che precede, quando la freccia arriva e tu sai che non mancherà il bersaglio. E’ struggente sapere di non avere scampo. Né tu, né l’amico che ti si dimena accanto. Proprio come il Santo laggiù, legato a un albero con la corda. Chissà se prova anche lui quello che provano loro. Lo scocco, il sibilo, lento e inesorabile, la penetrazione. Di pelle e di carne. Meno dolorosa di un pizzicotto, più eccitante di un salto nel vuoto. Dolce, come una carezza.

2.

Un bel giorno in bagno compare un giornaletto porno. Un pezzo, poche pagine strappate e infilate in mezzo a una vecchia rivista. Tutti lo sanno, nessuno le fa sparire. Lui non sa bene che farci. Se non rimanere con gli occhi incollati a quelle cosce aperte sopra le sue, accoglienti e calde. E’ in quel cesso che viene per la prima volta. Pancia a terra, i pantaloni abbassati, un suo compagno sopra di lui, che spinge. Non se ne rende conto subito, è travolto da una sensazione nuova. Rapito, non riesce a dire nulla. L’altro si è già alzato, si sta allacciando le braghe. Sente i suoi occhi interrogativi sulla schiena mentre esce veloce dal bagno. Ma lui rimane lì, a terra, il viso schiacciato sul pavimento. Si mette in ginocchio. Una lacrima opaca, densa e appiccicosa, gli bagna il prepuzio. Intenso, ma breve. E’ già finito. A pensarci fa quasi male.

3.

E’ passato tanto tempo, ma non dimentica. Certe cose non possono essere rimosse. Ripensarci gli dà ancora un fremito. Lo scantinato, la palestra, la spalliera. La luce a piombo su quel corpo nudo, appeso, le coste in evidenza. Procace, nella sua virilità esposta. Osceno, offerto di schiena. Voglioso, dei colpi della sua frusta.

(Liberamente ispirato a “Confessioni di una maschera” di Yukio Mishima)

 

Un lavoretto fatto bene

Martedì grasso_sul carro

1.

Non ha potuto partecipare alla sfilata d’apertura. E’ arrivato la sera dopo, in pullman. Marco e la zia sono venuti a prenderlo in stazione. Giusto il tempo di mangiare un boccone e poi dritto a letto. Domani bisogna alzarsi presto.
E’ stata un’idea di suo cugino, ha insistito tanto perché partecipasse anche lui. L’ha iscritto nella squadra delle Picche, la più popolare e ambita. Arruolamento spuntato a fatica poiché di regola un forestiero non avrebbe diritto a prender parte alla manifestazione. Ma Marco e la mamma sono riusciti a far digerire la cosa al comitato rionale e a noleggiare una delle ultime divise rimaste, un po’ grande in verità, ma la zia è riuscita a sistemarla.
Casacca e pantaloni sono stesi sul letto ora, in attesa di essere indossati. Sono belli nei loro colori rosso blu. Il fazzoletto nero con la picca bianca, invece, ha un che di sinistro: il richiamo della battaglia. Prima di coricarsi, Piero si rende conto di cosa lo aspetta. Tre giorni di guerriglia, tre lunghi pomeriggi al freddo a lanciare e schivare arance. Con la possibilità di farsi male, anche, un rischio che non sa valutare. E’ tutto nuovo per lui: il rituale, il conflitto, la paura.
Assistere da spettatore è diverso. Questa volta, invece, lo attende un ruolo con delle regole di comportamento ben precise, lo attende l’azione. In fondo, ne è convinto, è solo un gioco, una specie di corrida. La festa tanto attesa per la quale ha chiesto e ottenuto il permesso dei genitori di saltare due giorni di scuola. L’esperienza di cui si vanterà coi suoi compagni di classe, la prova di coraggio di cui si fregerà davanti alle ragazze. Ma alla vigilia, in piedi davanti al letto, tutto assume un’aria più cupa.
Sarà all’altezza?, pensa preoccupato. In questo suo cugino non gli è stato di grande aiuto. Anzi, da quando è arrivato, non ha fatto che elencare con ghigno sadico e compiaciuto una serie di dettagli inquietanti: l’effetto che può fare ricevere un’arancia in piena faccia a cento all’ora, il numero dei ricoverati dell’anno scorso, le bravate dei più arditi, le dimostrazioni di coraggio. Per finire, gli atti di nonnismo e le punizioni in cui possono incappare gli esordienti inesperti.
Piero decide di non pensarci. Sistema la divisa su una sedia, solleva le coperte e spegne la luce. Ritrova il letto al buio e vi s’infila rapidamente. Rimane un po’ rannicchiato in attesa di scaldarsi. Non sente più un rumore. La stanza degli ospiti si trova in un’ala laterale della grande casa degli zii. Cosa staranno facendo gli altri, si chiede, staranno già dormendo? Si allunga fra le lenzuola con un sospiro. Per un po’ prova a immaginare la piazza nel bel mezzo del combattimento. Come sarà domani?, si chiede ancora. Finché finalmente la stanchezza prevale sulla sua agitazione e un sonno profondo mette fine a quelle domande.

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The Hounds of Winter

The Hounds of Winter

Mercury falling
I rise from my bed,
Collect my thoughts together
I have to hold my head
It seems that she’s gone
And somehow I am pinned by
The Hounds of Winter
Howling in the wind
I walk through the day
My coat around my ears
I look for my companion
I have to dry my tears
It seems that she’s gone
Leaving me too soon
I’m as dark as December
I’m as cold as the Man in the Moon

I still see her face
As beautiful as day
It’s easy to remember
Remember my love that way
All I hear is that lonesome sound
The Hounds of Winter
They follow me down

I can’t make up the fire
The way that she could
I spend all my days
In the search for dry wood
Board all the windows and close the front door
I can’t believe she won’t be here anymore

I still see her face
As beautiful as day
It’s easy to remember
Remember my love that way
All I hear is that lonesome sound
The Hounds of Winter
They follow me down

A season for joy
A season for sorrow
Where she’s gone
I will surely, surely follow
She brightened my day
She warmed the coldest night
The Hounds of Winter
They got me in their sights

I still see her face
As beautiful as day
It’s easy to remember
Remember my love that way
All I hear is that lonesome sound
The Hounds of Winter
They harry me down

 

[“The Hounds of Winter“, Sting, dall’album “If on a Winter’s Night”, 2009]