nostalgie

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non so se le cose andassero veramente bene.

è forse un’illusione.

allora, vivevo una forma di cecità.

e adesso ancora, non leggo il presente.

è forse un rifiuto.

amo immergermi nel ricordo

vivere nostalgie

attraversare il tempo

elencando le verità del poi.

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[P.B., 25/11/2022]

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Foto di copertina: Gianluca Fretti

La mia versione capovolta

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La mia versione capovolta è riflessa in una pozzanghera dopo un temporale estivo.

L’aria fresca, il profumo della pioggia,

se chiudo gli occhi li respiro tutti gli istanti in cui l’ho sentito.

Le nuvole si sfilacciano in forme grigie e rosa.

Un pino marittimo mi riporta indietro nel tempo,

mentre torno dalla spiaggia, ho l’età indefinita dei bambini

che costruiscono ancora castelli di sabbia.

Attraverso la pineta umida, raccolgo un ago appuntito con cui mi scrivo sulla pelle.

Uno scarabocchio rosso, un graffio con cui firmo un momento per il futuro.

Senza saperlo ancora. Arriva adesso.

Un refolo d’aria dal passato. Del passato.

Un refolo d’aria per qualcuno a cui so di poter raccontare.

La mia versione capovolta è riflessa in una pozzanghera dopo un temporale estivo.

Basta un sassolino per provocare una piccola onda e mescolare i contorni.

Solo per gioco.

Poi lentamente il buio cala, la pozzanghera si asciuga.

La mattina dopo l’asfalto è asciutto.

Tutto è tornato come prima del temporale.

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[Anita Giani, Luglio 2022]

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Il bello di avere una “finestra pubblica” sul mondo è che poi si ricevono regali come questo. Tenuto nel cassetto per un po’ di tempo, riletto, ho deciso che non rimanesse più lì.

Grazie, Anita.

Anche la foto è sua.

Grand Hotel

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Vieni cara, ti mostro una cosa, una vecchia foto, ha quasi settant’anni. È una cartolina, ce la spedirono i parenti di Forlì, la tua prozia Loredana, sua sorella Lucetta e due loro cugine, Bruna e Ives. Era la fine degli anni cinquanta, tu non eri ancora nata e io ero ancora una ragazzina… Guarda, erano in vacanza a Cesenatico e quella nella foto era la novità del momento: il Grand Hotel, l’inizio di una nuova era.

Erano a Cesenatico, ma poteva essere America. Nel dopoguerra l’Italia fu di nuovo terra di conquista, sai? Il mare Adriatico, un orizzonte piatto per gli animi intraprendenti e speranzosi di nuovi pionieri. Sabbia e acqua, un vuoto su cui costruire.

Oh, era così bello il Grand Hotel! Non sfarzoso ed elegante come quello di Rimini, certo, con i suoi fasti da belle époque. Era più sobrio, liscio, squadrato, ben esposto e illuminato. Essenziale e perfetto, come un assunto inopinabile, una promessa di certa realizzazione. Un edificio neoclassico piantato in mezzo al deserto, come un re in attesa del proprio entourage che, nel frattempo, si mostra per quello che è nel sole del mattino, con quella sua luce inaspettata e calda, un mezzogiorno orizzontale, che ispessisce gli spigoli a china e stira le ombre dei pochi elementi verticali piantati in una piazza semi vuota. Guarda: l’hotel sembra quasi disegnato, finto, una specie di foto… come si dice?, come una di quelle diavolerie di oggigiorno.

Devi sapere che qualche anno dopo che tuo padre e io ci sposammo, non so come, mi capitò fra le mani questa cartolina e ne fui stranamente colpita, ma senza capire il perché. Non era per via del Grand Hotel, né per la coincidenza che il tuo babbo fosse nato proprio a Cesenatico. Delle zie Loretta e Lucetta, poi, non conservo un grande ricordo…

Stavo per buttarla via, ma qualcosa mi impedì di farlo.

Qualche giorno fa, mentre svuotavo il suo lato dell’armadio, l’ho ritrovata in fondo a un cassetto. E finalmente ho capito.

Osserva bene, qui in basso, vedi?, sotto quel filare di pini marittimi appena piantati, c’è un giovanotto che cammina piano in pantaloni corti, le gambe nude e una camicia bianca che si intravede appena fra le fronde. Il volto non si vede, lo so, ma… Sono certa che quel giovanotto fosse proprio il tuo povero papà. Nessuno poteva saperlo, tantomeno io, ma in quella foto la vera promessa, il vero futuro era lui. Il mio.

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Mi ritrovo di nuovo a fantasticare rimirando una vecchia cartolina del… – non si legge bene, 1959? – sulla vita di cose e persone, cristallizzata, a distanza di decenni.

Lo spunto è sempre un invito di Matteo e Luca (www.brododibecchi.com, facebook), due giganti del volley con tante idee buone per la testa e uno sguardo attento a progetti di solidarietà.

Lo chalet

di Giada Ventura

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Ogni tanto accade questa cosa della contaminazione. Che poi non è proprio così che funziona. Nessuno ispira nessuno, nessuno suggerisce, nessuno raccoglie. Piuttosto ci sono persone, anime, storie, e quindi anche scritti, che si incontrano, a prescindere dallo spunto originante, da dove essi provengano.

Pubblico un bel racconto di Giada Ventura dal titolo “Lo chalet”, lo stesso del mio ultimo pezzo, col quale ha un trait d’union.

Parla di tristezza, di nostalgia, di vita passata, del vuoto che ha lasciato, e di tante altre cose.

La prosa di Giada, densa di ricerca e di significato, mi ha affascinato.

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Vorrei smettere di essere triste, di cercare le parole per tradurre, forse potrei dire trasformare oppure anche rendere comprensibile, un miscuglio di elementi emotivi che una sola parola, tristezza appunto, non può racchiudere. Ma non posso non essere triste. Voglio dire, non sono sempre triste ma spesso lo sono. Io sono così. La mia tristezza è un lenzuolo polveroso, che diventa polveroso. Come le lenzuola che ricoprivano i mobili di questa casa, stese in un tempo antico, e come potrei chiamarlo altrimenti? per evitare che la polvere si depositasse sulla credenza, sul divano, sui tavoli e sulle sedie. Tutto era ricoperto, come messo a riposo. La mia tristezza non mi fa riposare, a pensarci bene, no, non va affatto bene l’immagine del lenzuolo. E la polvere di solito con un soffio se ne va, si disperde. Ma per la mia tristezza non basta un soffio. Ci vuole il vento. Anzi una tempesta o un evento climatico estremo, per riallacciare i miei paragoni all’attualità, uno di quelli capaci di modificare il paesaggio. Così si potrebbe raccontare che le raffiche hanno abbattuto, scoperchiato, stracciato, divelto la tristezza. E poi è arrivato il sereno, che dovrebbe essere la felicità.
Un temporale effettivamente si è abbattuto, su questa casa. Un temporale di fine estate, breve e violento, e ha lasciato la sua traccia indelebile. Un fulmine ha colpito il pino cembro che mio nonno aveva piantato in giardino, quando era diventato ordinario di Botanica e si era trasferito in questa città senza montagne. Il fulmine ha spezzato la cima della pianta, condannandola. Ora non è che un tronco rinsecchito, questo pino cembro che era riuscito a crescere rigoglioso in un ambiente a cui non apparteneva. Il nonno lo aveva curato con mani esperte, come tutta questa casa, che aveva costruito con le sue mani, a immagine e somiglianza del maso in cui era nato.
La tristezza e la felicità. La felicità non può esistere senza il suo opposto. Come il bianco il nero? O come yin e yang? Due poli opposti che si attraggono o due poli che si respingono? O due stati che si compenetrano, e si allungano l’uno nell’altro, come spire, e si abbracciano? Mi domando se mio nonno qui sia stato mai davvero felice. Forse all’inizio sì, perché all’inizio era pieno di entusiasmo e intorno a questa casa si stendeva ancora la campagna, e dalle finestre poteva vedere il verde dei prati, e i campi che cambiavano colore a seconda delle stagioni. Poi sono arrivate nuove case, sono arrivati i palazzi. Li chiamava le montagne di cemento. Il paesaggio era cambiato, la natura era sparita, e la sua casa qualcuno lo aveva battezzato “Lo Chalet”, era diventata solo la bizzarria di uno strambo, osservata con curiosità e divertimento da chi ci passava accanto.
Adesso non ci sono più i gerani fioriti sui balconi e le tende ricamate alle finestre, molte travi di legno sarebbero da sostituire e i muri necessiterebbero una mano di vernice. Lo sguardo di quell’uomo che è appena passato davanti dice tutto. Questa casa è vecchia e decadente come la signora anziana che sta accompagnando, sorreggendola amorevolmente con un braccio. A questa casa manca l’amore di chi l’ha vissuta. Mancano la vita e gli abbracci. Sono solo muri abbandonati, condannati ad una apnea di sentimenti. I giochi sparsi dai miei figli sul terrazzino sono l’ombra opaca di un tempo passato, quando la casa era invasa dai nipoti. Correvamo scalzi gridando i nomi di piante e fiori, in latino, perché il nonno ci teneva che li imparassimo a memoria quei nomi buffi. Pinus Cembra. Picea abies. Acer rubrum. Alnus glutinosa.
La mia tristezza, dicevo. Una tristezza a frammenti. E i frammenti sono tenuti insieme da una forza invisibile. Forse è il magnetismo di questa stanza disadorna che li tiene incollati e non permette loro di sbriciolarsi. Li sento uniti in modo casuale: una tristezza sempre diversa, non esistono regole di composizione, essa ha più dimensioni. Qui la vedo capace di ripiegarsi su se stessa per nascondersi, mentre sorride strizzando l’occhio, per dire ehi ci sono, non ti puoi liberare di me. Non ti puoi liberare dei ricordi. Il filo elettrico che pende dal soffitto, la sua ombra proiettata sulla parete. Un lampadario che non esiste più. E la luce del tramonto che sta colorando il cielo. Felicità?
La tristezza. Non è proprio tristezza. Esagero forse? L’ho chiamata così per semplificare. In genere semplificare aiuta a non farsi inghiottire da qualcosa che quando apre troppo le fauci diventa un problema. Un sentimento affamato, ingordo, di tempo, desideroso di fare da cifra stilistica dell’esistenza. La tristezza è, per fare un esempio, noia. Disincanto. Rassegnazione a volte. Oppure nostalgia, che ha quella dignità cristallina conferita dalla sua etimologia. Il dolore del ritorno. Il ripercorrere con la memoria un istante, inciso nei neuroni, immerso nella corteccia cerebrale, un istante di vissuto, che è divenuto una sorta di romanzo d’appendice, a furia di sfogliarlo quando sei alla ricerca di un pensiero accomodante in cui rifugiarti. Un pensiero consolatorio, perché trattasi di un ricordo formidabile, che ha acquisito potenza anno dopo anno, ad ogni ritorno ha ricaricato la sua batteria al cento per cento. La spina di Rosa Canina conficcata nella mano e il nonno che la toglie con pazienza mentre lo osservo in silenzio, senza versare una lacrima. I miei cugini intorno che trattengono il fiato. L’applauso finale.
La strada per arrivare qui è un’altra nostalgia perfetta. Ci sono strade che si percorrono per un certo periodo di tempo, magari per raggiungere qualcuno, poi c’è un’ultima volta (e non sai mai che quella è l’ultima volta) e poi passano anni prima che ti ci ritrovi. E fatichi a riconoscere il percorso. La vegetazione è cambiata. I negozi non sono più gli stessi. Hanno sostituito un semaforo con un rondò. Tu stessa non guidi più la stessa automobile. O forse, pensandoci bene, non avevo mai guidato io per arrivare fin qui. No, non sono triste. Non proprio. Questa è una nostalgia con cui si può fare la pace. La lascio andare un momento prima che abbia terminato la sua missione. La libero, prima che mi scoppi tra le dita, come si fa con i palloncini gonfiati ad elio. Apro la mano che tiene il cordino e la nostalgia vola via, leggerissima. La vedo allontanarsi da me, sempre più piccola, sempre meno visibile. Fino a quando non si confonde con il cielo. Con il viso del nonno. Dentro questo tramonto che riesce a colorare anche questi palazzi grigi di una enrosadira urbana, come la definiva lui, che dalla nostalgia per le sue montagne non è mai guarito.
Dicevo del disincanto. Che cosa può avere a che fare un sentimento di liberazione con la tristezza? È semplice, il disincanto chiude il cerchio dello stato di grazia. Non è la disperazione del down, quando lo stato di grazia cambia nome e si mostra per quello che è: una illusione. Quando improvvisamente la gravità torna a farsi sentire e si smette di fluttuare giulivi nel giardino dell’Eden insieme alla chimera del momento, precipitando a terra, pesanti e ingrassati dalla potenza di sogni ormai infranti. Il disincanto è quando ti rialzi in piedi e, consapevole di esserci cascata, metti a dieta le emozioni. E la tristezza che gli fa da contorno sta proprio qui, nella consapevolezza che la libertà pura non esiste, ma che ci si può accontentare di un momento di liberazione. Un moto, un cambio di stato. Una nuova possibilità.
Domani verranno ad abbattere quello che resta del pino cembro. La casa è stata dichiarata inagibile e sarà demolita nei prossimi giorni. Rimetterla a posto ha un costo che non mi posso permettere. L’ho svuotata di quello che conteneva e ho chiuso tutto in un deposito. La mia tristezza no, non riesco a rinchiuderla dentro qualcosa. E’ radicata dentro di me come una pianta. E io la nutro, la annaffio e la curo, perché sa darmi frutti che nulla hanno di amaro, parole sempre diverse, con cui la scrivo e la racconto.

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Alla mia tristezza mancava una storia, alla tua donna mancava qualcosa che non sapeva definire.

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[Giada Ventura, 19/09/2022]

Varykino

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L’Angelus di Millet, Salvador Dalì – web

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Che felicità lavorare per se stessi e per la famiglia dall’alba al tramonto, costruirsi un tetto, coltivare la terra per nutrirsi, farsi il proprio mondo, come Robinson, imitando il creatore nella creazione dell’universo, e rinnovarsi, rinascere continuamente, allo stesso modo di quando nostra madre ci ha dato alla luce.

Quanti pensieri attraversano la mente, quante cose nuove si pensano quando le mani sono occupate da un lavoro materiale, fisico, da un lavoro rude da manovale o da carpentiere, quando ci si propongono compiti ragionevoli, realizzabili con le mani, compensati dalla gioia del successo, quando per sei ore di seguito si sgrossa un pezzo di legno o si zappa la terra sotto il cielo aperto che vi scotta col suo fiato salutare.

E che questi pensieri, queste intuizioni e riflessioni non si mettano su carta, ma si dimentichino in tutta la loro momentanea fuggevolezza, non costituisce una perdita, ma un vantaggio. Eremita di città, che frusti l’immaginazione e i nervi stanchi con un forte caffè nero o col tabacco, tu ignori l’eccitante più efficace, quello che solo sanno offrire le reali necessità e la buona salute!

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[Boris Pàsternak, Il dottor Zivago, Ed. Feltrinelli 1963, Trad. P. Zveteremich, M. Socrate, M. Olsoufieva]

Primavera

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Primavera, Siberia occidentale – web

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Prima che Jurij Andrèevič uscisse dal suo torpore, la primavera fuse e sciolse tutta la neve che era caduta a Mosca il giorno della loro partenza e che aveva continuato a cadere durante tutto il loro viaggio, e quella che per tre giorni avevano rimosso e spalato a Ust-Nemdà e che giaceva a strati spessi e sconfinati su una superficie di migliaia di verste.

In un primo tempo la neve disgelò all’interno, in silenzio e in segreto. Quando una buona metà di quella immane fatica venne compiuta, non fu più possibile tenerla nascosta. E il prodigio si rivelò. Dalla coltre bianca che si fendeva l’acqua corse fuori e cantò. I fondi, impraticabili antri del bosco trasalirono e fu tutto un risveglio.

L’acqua trovava libero sfogo: si precipitava giù dai burroni, si spandeva in stagni, si riversava dovunque. Presto il bosco si riempì del suo rombo, del suo fumido vapore. Nella foresta i torrenti strisciavano come serpi, si impantanavano e affondavano nella neve che ne legava i movimenti, scorrevano sibilando per i ripiani, precipitavano alzando un pulviscolo d’acqua. La terra ormai non poteva più assorbire umidità. Da altezze vertiginose, quasi dalle nubi, se ne abbeveravano invece con le loro radici gli alberi secolari, ai cui piedi si depositava una schiuma bruna che s’asciugava in tanti cerchi, come la schiuma della birra sulle labbra e sui baffi.

La primavera inebriava il cielo, che ne era stordito e si copriva di nuvole. Sopra la foresta navigavano basse nubi di feltro dai lembi sfilacciati che a momenti si abbattevano in tiepidi acquazzoni con un odore di sudore e di terra, a spazzar via gli ultimi resti della nera, squarciata corazza di ghiaccio.

Jurij Andrèevič si svegliò, si chinò verso lo sportello quadrato del finestrino, da cui era stata tolta l’intelaiatura, e, appoggiato a un gomito, si mise in ascolto.

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[Boris Pàsternak, Il dottor Zivago, Ed. Feltrinelli 1963, Trad. P. Zveteremich, M. Socrate, M. Olsoufieva]

Lo chalet

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Finita la messa, mamma e io usciamo sul sagrato. Un centinaio di metri ci separa dalla macchina parcheggiata sulla strada, un tragitto che per lei è abbastanza impegnativo. Le porgo il braccio in aggiunta alla fedele gruccia con cui si accompagna ovunque vada. Avanzando piano sul marciapiede, facciamo qualche breve pausa per alleviare i dolori alla sua schiena. In una di queste, alzo lo sguardo sopra la recinzione di una casa, oltre una striscia di giardino, e scorgo il volto di una donna nel riquadro di una finestra spalancata. Capelli scuri, raccolti, tranne una ciocca ribelle, arricciata di lato sulla fronte, ha l’aria assorta, quasi crucciata, come se sapesse che le manca qualcosa che non sa definire.


Giunti all’auto, lascio che mamma compia le consuete manovre per prendere posto e, mosso da una ragione inspiegabile ma perentoria, torno sui miei passi ripercorrendo il marciapiede fino alla finestra, che adesso mi appare particolarmente grande, forse perché dà su una stanza disadorna, bianca e completamente vuota. Solo la linea di un filo elettrico, separando il soffitto dalla parete di fondo, conferisce con la sua incerta parvenza profondità e volume a quell’ambiente. Al cui interno, come nell’eccentrica composizione di un quadro di Dalì, si staglia, isolata, la testa della donna, che immagino seduta a un tavolo accostato alla finestra.
Sono convinto che poc’anzi anche lei mi abbia guardato. Sarebbe più giusto dire che abbia posato il suo sguardo su di me, distrattamente, come in cerca di un diversivo, un espediente per trovare nuova ispirazione o risolvere il dubbio che le impegna la mente. Quasi certamente sta scrivendo, cosa che, insieme al misterioso rapporto fra il suo sguardo e la grande finestra spalancata davanti a lei, mi incuriosisce molto. Magari invece sta risolvendo un cruciverba, o chissà che altro. Certo è che, di riflesso, guardo anch’io nella stessa direzione imbattendomi in un filare di ontani e, sullo sfondo, oltre il profilo di alcune case, un’ampia distesa di campi, sovrastata da cumuli di nuvole che, muovendo da ovest, sembrano allestire la coreografia di un temporale serale.


Odo chiudersi la portiera dell’auto, ma mi trattengo ancora un istante: la giovane donna – non arriva ai quaranta, è nella stessa posizione di prima, il capo lievemente inclinato su una spalla, sul volto la medesima espressione incantata e interrogativa al contempo.
Ecco, mi scorge di nuovo, mi osserva anche, ma subliminalmente, rimandando a un secondo momento, forse, l’elaborazione di quanto registrato in superficie, proiettando anzi su di me, l’ombra del proprio dubbio, della propria esitazione. Ed è proprio questo il motivo per cui sono tornato da lei.
Mentre mi chiedo cosa stia guardando realmente, metto a fuoco il grande tronco ramificato di un vecchio pino che si staglia di fronte alla finestra. Finora non l’avevo affatto notato. Capitozzato da qualche tempo, magari in seguito a un fortunale di fine estate, l’albero è ormai completamente rinsecchito: tutti i rami sono spogli e grigi, e così anche il fusto, al punto da diventare nel suo insieme invisibile allo sguardo. Una volta scoperto, però, la sua massa cenerina risalta in tutta la sua funerea imponenza. Il giardino in cui si trova, di per sé abbastanza ordinato, non è certo lussureggiante, né curato. Osservandola meglio, l’intera abitazione appare scialba e in disarmo, aspetto forse aggravato dal fatto di essere stata edificata in uno stile inadatto al quartiere in cui si trova, alla periferia di un grosso centro urbano. Pare infatti la goffa imitazione di uno chalet di montagna: legno scuro sul tetto e nel rivestimento del piano superiore, altrove finiture povere e essenziali. Ovunque il legno risente dell’incuria, è secco e scrostato, conferendo alla casa l’immagine di qualcosa di vecchio, trascurato e decadente. È particolarmente triste vedere un’abitazione lasciata in balia dell’azione del tempo. È come leggere la traccia, incisa nella materia dei luoghi in cui hanno soggiornato, di esistenze ormai prossime alla fine, di una generazione che passa senza tramandare a quella che segue, per i più svariati motivi, i propri interessi, le proprie esigenze o aspirazioni, i propri gusti o inclinazioni. Non c’è niente di più struggente del sovrapporre all’immagine di un’abitazione in rovina memoria o fantasia di vite e persone che per decenni l’hanno popolata e animata. Niente di più scoraggiante del fare i conti col fatto che tutto prima o poi si esaurisce e si svuota, ogni cosa prima o poi perde la propria linfa vitale, rinsecchisce e muore.
Eppure, ripensando all’aria compresa di quella donna, qualcosa non torna. Inizio a formulare delle ipotesi su chi sia, che relazione abbia con la casa in cui si trova. Se sia lei la proprietaria e da quando, se l’abbia ereditata. Se sia sola… Lo stato dimesso e semi abbandonato dell’abitazione mi induce a immaginare uno scenario infelice.


Con un’ombra di malinconica remissione raggiungo l’auto e metto in moto. Passo ancora una volta davanti alla finestra spalancata, alle aiuole abbandonate, alle ringhiere scolorite. Sospiro senza farmi scorgere da mamma, che invece si gode i raggi di luce all’orizzonte che irrompono da dietro i cumuli di nubi tingendoli di rosa. Girato l’angolo, getto un ultimo sguardo alla casa e con mia grande sorpresa scorgo i colori vivaci di giocattoli e palloni disseminati su una terrazzina laterale, alludendo a un recente via vai di bambini che mi scalda subito il cuore. In quel momento, mamma, con tono un po’ trasognato, dice: “Anche stasera non pioverà. Ci aspetta uno di quei bei tramonti di qui, quelli che piacevano tanto a papà”.

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[P.B., 12/09/2022]

missa est

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Farsesco biascicare

di formule esauste

la mente altrove.

Chiacchiericcio blasfemo

che disturba chi dorme

in eterno.

Non c’è rispetto,

nemmeno per un vecchio.

Da un tempio incerto

voci scordate abbisognano

di una mano ferma

una guida vera

o un grido più alto

che le copra per sempre.

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[P.B., 19/08/2022]