A te

A te

Nasco oggi sotto il castagno,
riccio da aprire.
Appena un punto più su,
sopra il tuo pollice,
una goccia.

Ti avevo avvisato.
Una ferita è una ferita.
Niente.
Sei sordo.
Infili il polpastrello
dentro la buccia vellutata tra
i frutti carnosi.
Ancora a scovare la mia felicità.
Niente.
Sei cieco.
Ti avevo scongiurato.
Addenti la polpa
amarognola,
leguminosa.
Quasi ti ci strozzi.
Non ti persuadi,
non ti arrendi,
questo può far di me
un cattivo raccolto.
Niente.
Sei silenzioso.
Sai.
Ci credi.
E’ dalla tua questa ostinazione.

Così, senza pudore né preavviso, mi salvi.

[I.P., 17/5/2017]

A mia madre

A mia madre

Riprese, perse,
sparite fra i giorni e le cose fatte.
Ci siamo stese e rialzate.
Allontanate forse,
guardate di sbieco più e più volte.
Rapinate da un rimprovero,
una frase rimasta nella lingua.
Occhi chiari e celestini
i tuoi,
verdi bosco, come ami dire tu, i miei.
In qualche ora del mattino hanno preso il caffè insieme senza vedersi.
Il tuo cuore automatico si è aperto.
E io ho ceduto, volevo essere diversa da te.
Ma ho preferito fare dei tuoi giorni
un poco della mia vita.
A tutti i costi contro per anni,
ora non più,
non è tardi.
Le lotte furibonde sono neve al sole: una pozzanghera.
Acqua e fango, da filtrare e bere in due.

[I.P., 15/5/2017]

Leggendo Moby-Dick, Note a margine (La fenomenologia del bianco)

Trascrivo note, impulsivamente. Mi muovo sul posto, avanti e indietro. Lo spazio, al margine, è ristretto. L’orizzonte illimitato.
Sono sul ponte. Cacciatore a mia volta, mio malgrado. Di significati, messaggi, rivelazioni. Questo m’induce la lettura. E’ qualcosa che va oltre l’iniziale disegno, ne sono convinto. Ma è così, credo, che doveva andare, questa infine la sorte. Un testimone che passa di mano.
Eccomi qui, Ahab sono io, che cammino inquieto sul ponte, aspettando la resa dei conti. E chiamatemi pure Ishmael, mentre fuggo all’oppressione del mio stesso pensiero, alla noia, al vuoto dei giorni, al male di vivere.
La notte, mi rifugio qui. Cerco anch’io qualcosa, forse una cura. E a rimedio ho scelto anch’io il mare. Siano pure lui e il suo nulla pregno di significato la mia panacea e la mia tomba.
Eccomi, sono io: mi sporgo oltre il bordo della pagina come il marinaio alla “murata”, o il “colombiere”. I miei occhi, la mia mente sono in cerca di una traccia, di un segnale, una conferma…

La fenomenologia del bianco

[L’orrore]

Ma non abbiamo ancora sciolto la malia del bianco, né inteso perché faccia tanta presa sull’anima; né, fatto strano e assai più portentoso, perché, come abbiamo visto, sia a un tempo il simbolo più significativo delle cose spirituali, anzi il velo stesso della Divinità cristiana, e tuttavia debba essere, qual’è, il fattore aggravante nelle cose che più atterriscono l’umanità.

No. Non l’abbiamo fatto. Ci siamo fermati [e mi riferisco al mio precedente post] ad una delle prime suggestive immagini del quarantaduesimo capitolo, alla prima, profetica manifestazione del bianco. Per quanto tragica in quel suo afferire alla cupa sfera della premonizione, l’immagine dell’Albatro è solo un’introduzione. Nella sua veste poetica, è la prefigurazione di un dolore e una sofferenza che devono ancora giungere. E lo faranno, ne siamo certi. E’ una minaccia, una macabra annunciazione. Ma da dove arriva tutto questo? sembra allora chiedersi l’Autore. Perché viene avvertito così nitidamente? Ed ecco che infatti, se non la sorgente, egli decide di analizzare la modalità, il linguaggio attraverso i quali la triste presa di coscienza di fatto avviene.
Come è già accaduto più volte nelle prime duecento pagine della sua narrazione, sviluppate comunque agilmente tutto intorno a un’ombra che, per quanto imponente, è ancora lontana, Melville indugia volentieri. Sfrutta svariate occasioni per arricchire la racconto, e il lettore, con accurate descrizioni e approfondimenti, che infine, però, fanno sempre ritorno alla psicologia umana, materializzata nei suoi personaggi. E si torna all’origine della loro missione, del loro viaggio, di quella convivenza isolata, estraniata sul legno di un vascello che, allontanandosi sempre più dalla costa e da casa, nell’oceanico vuoto [che a distanza di un secolo sarebbe stato soppiantato da quello della Galassia] risuona ai loro passi come l’assito di un proscenio.
Si appassiona Melville. Pare divagare, pare prendere tempo, approfittare della nostra attenzione per architettare didattiche divagazioni sul mondo e le pratiche marinaresche, a lui [e ai suoi lettori] così care. Approfondisce, seziona, schematizza, con quel suo fare enciclopedico e (auto)ironico al contempo.
Ma qui, qui c’è qualcosa di diverso. Il timbro si fa subito cupo, lievemente angosciato, via via più compreso, infervorato. Non si tratta di considerazioni storiche o sociali, né di un approfondimento sulla pratica e l’economia della pesca alla balena [che a metà dell’Ottocento, negli Stati Uniti, valeva decine di milioni di dollari] con i suoi proventi e derivati. Né di un trattato naturalistico. No. Stavolta, con quel suo stesso incedere ricco di esemplificazioni, paragoni, citazioni e riferimenti, Melville mette piede, e lo fa con autorevole, a tratti lirico, partecipato affondo, nella natura umana.
Evocando il canto straziante di un albatro, materializzatosi sotto i nostri occhi increduli e rapiti, si passa rapidamente dalla celebrazione della maestosa imponenza dell’orso polare, dall’inafferrabile bellezza del destriero banco, all’elencazione di tutta una serie di impalpabili, insidiose, terree manifestazioni del… Bianco. Il colore, sì. Questo dunque il canone, questo il linguaggio.
Scontate potevano essere, se vogliamo, la citazione del bianco spettrale, o l’elencazione di una serie di luoghi e personaggi, più o meno comuni. Molto meno, ad esempio l’analisi psicologica dell’irritante fastidio attribuito all’albino di pelle e ciglia, quasi assumano di per sé un’incresciosa valenza morale; o il modo in cui si possa arrivare a percepire l’aurea nefasta di taluni paesaggi nevosi…

Lo so che il comune sentire non riconosce nel fenomeno del bianco la causa principale nell’accrescere il terrore di oggetti di per sé terribili; […]

Il lettore, infatti, si trova via via a riflettere. A riscontrare il paradosso insito in quel colore, così innocuo, così spaventoso. E attraverso questo excursus comincia a vedere sotto tutt’altra luce il dorso bianco, sfregiato dalla battaglia con l’umano barbiglio, della leggendaria Balena.
Per dare un’idea a chi non l’avesse già letto, il massimo nella costruzione di questa “critica del bianco” a mio parere è raggiunto qui:

Il marinaio che accosti nottetempo ai lidi di terre sconosciute, se ode il mugghio dei marosi si mette in stato di allerta e prova quel po’ di trepidazione che gli acuisce tutte le facoltà; ma se in circostanze assolutamente analoghe lo tirano giù dalla branda e vede la nave veleggiare su un mar di mezzanotte bianco latteo, come se dai circonvicini promontori orsi bianchi pettinati gli nuotassero intorno a branchi, allora avverte, un muto superstizioso orrore; il sudario fantasma delle acque imbiancate lo inorridisce come un vero spettro; invano lo scandaglio lo assicura che è ancora lontano dalle secche; il cuore gli si stringe come a stringere il vento: non avrà pace finché sotto di lui l’acqua non sarà tornata azzurra. Però dove lo trovi il marinaio disposto a confessare: “Non era tanto la paura di andare a sbattere contro scogli sommersi, signore, a scombussolarmi così, quanto la paura di quel bianco schifoso?”

Quel “bianco schifoso”. Un sentimento di rabbia, l’impeto di una reazione iniziano a farsi sentire. E c’è un perché.

… il marinaio che contempla lo scenario dei mari antartici dove a volte, per un infernale gioco di prestigio delle potenze del gelo e dell’aria, tremante e quasi naufrago, anziché arcobaleni apportatori di speranza e conforto al suo tormento, scorge una specie di sterminato cimitero che coi suoi stenti monumenti diacci e le sue croci a schegge lo schernisce.

“Croci a schegge”, fantastico.
Ma ecco che si inizia a puntare il dito su qualcosa, su qualcosa di preciso. Lo sguardo si è alzato prima al cielo, poi è passato sui monti, sui ghiacci… Non trova, e penso che in fondo nemmeno lo cerchi, un Dio.
[Melville, ovviamente, prende a piene mani dalla cultura e tradizione cristiana, dalla Bibbia; ma equamente e senza pregiudizi, dà spazio anche ad altri culti, anche a quelli degli abitanti delle isole sperdute del Pacifico, “pagani” ancora dediti al cannibalismo].

Per molti aspetti questo mondo visibile sembra improntato all’amore, le sfere invisibili furono improntate alla paura.

“Le sfere invisibili”. Melville conserva la limpidezza speculativa del passo che l’ha portato fin qui. E riporta su un piano razionale, quasi filosofico la sua disanima sulla “malia” del bianco [ricordando in questo celeberrimi versi d’italiana memoria…].

Non sarà che con la sua indefinitezza adombra i vuoti e le immensità crudeli dell’universo e così, mentre contempliamo i bianchi abissi della via lattea, ci pugnala alle spalle col pensiero dell’annientamento; oppure è perché il bianco in fondo non è tanto un colore quanto l’assenza visibile di colore e al tempo stesso il condensato di tutti i colori: per queste ragioni c’è una così muta vacuità, pregna di senso, in un vasto paesaggio innevato, un incolore onnicolore d’ateismo che ci fa ritrarre? E quando consideriamo l’altra teoria dei filosofi della natura, cioè che tutte le altre tinte della terra, ogni belluria augusta oppur leggiadra, le soavi sfumature dei boschi e dei cieli al tramonto, sì, e i vellutini dorati delle farfalle e le gote di farfalla delle fanciulle: tutti questi altro non sono che sottili inganni, non inerenti di fatto alle sostanze, ma applicati dall’esterno; perché la deificata Natura tutta quanta s’imbelletta né più né meno di una baldracca che dietro le attrattive cela solo carcame; e quando ci spingiamo oltre e consideriamo come l’arcano cosmetico che produce ogni singola sua tinta, il grande principio della luce, rimanga sempre in sé bianco o incolore, e se operasse sulla materia senza filtri, darebbe a ogni oggetto, perfino a rose e tulipani, un tocco della sua vacua tintura… Se teniamo tutto questo ben presente, […]

Già. La grande presa in giro. L’uomo illuso, vilipeso. Peggio: burattinato. No, questo proprio non si può accettare.
Siamo al dunque. Melville va oltre, va lontano. Vuole capire, quantomeno provarci. Ma nel farlo è l’orgoglio dell’uomo che non si sottomette ch’egli desta. E’ quella di Ahab la voce che risuona nelle ultime battute di questo bellissimo capitolo. Nel bianco, di fronte al bianco, il pensiero di quell’uomo non si perde, non annichilisce. Al contrario, in mare aperto, lo specchio ricurvo dell’orizzonte pare aiutarlo a mettere a fuoco. A eleggere il suo nemico. Perché lui, infatti, non ha ceduto all’inganno, non vuole essere vittima della “deificata Natura”. Ahab è l’uomo che si ribella, che reagisce.

La balena albina era di tutte queste cose il simbolo. E vi stupisce la ferocia della caccia?

[Cit. H. Melville, Moby-Dick o la balena, Cap. 42 – Il bianco della balena, Trad. O. Fatica, Ed. Einaudi, 2015]

Leggendo Moby-Dick, Note a margine (L’albatro)

Approfitto di questo spazio per condividere qualche piccolo “appunto di viaggio” (o navigazione) in questa lettura, per molto tempo preconizzata e rimandata, finalmente goduta, che sarà oggetto di scambio in un gruppo di lettura di cui faccio parte. Nessuna pretesa di commento o approfondimento. E come potrebbe, prima della fine? No, solo miopi note a margine, quelle che facciamo nel poco spazio non inchiostrato della pagina. Per gustarsi il passo, verso la fine, la scoperta, magari la delusione… Chissà che alla fine, però, non vi sia ancora dell’altro. Chissà. Nel frattempo leggiamo.

L’albatro

[La sacralità del bianco]

“Ricordo il primo albatro che vidi. Fu durante una burrasca prolungata, in acque prossime ai mari antartici. Dopo la guardia mattutina sottocoperta, risalii sul ponte obnubilato e lì, riverso sui boccaporti di maestra, scorsi un essere pennuto, regale, di un bianco immacolato, dal sublime becco adunco romano. A tratti arcuava innanzi a sé le vaste ali d’arcangelo, ad abbracciare quasi un’arca santa. Fremiti e sussulti portentosi lo scotevano. Nei suoi strani occhi indescrivibili mi parve di cogliere segreti che angosciavano Dio. Come Abramo al cospetto degli angeli m’inchinai: così bianco era quell’essere bianco, così ampie le ali, mentre io in quelle acque di perenne esilio avevo perso i miseri ricordi distorti di tradizioni e città. […]”

[H. Melville, Moby-Dick o la balena, Cap. 42 – Il bianco della balena, trad. O. Fatica, ed. Einaudi, 2015]

Estremamente evocativo. Melville fonda sul colore del mostro marino, del leviatano, una profonda simbologia. Lo fa dichiaratamente. Sceglie il bianco. Ecco, dunque, che la balena, l’imprendibile [sanguinario, vendicativo, giustiziere?] spermaceto diviene un’enorme massa bianca che traccia, sfiora, infine perfora la superficie del mare [il limite dell’ignoto]. Il leviatano appare di un colore limpido e inequivocabile. Il bianco. Esso indica sì purezza, ma soprattutto evoca il soprannaturale, forza inarrivabile, un mistero insolubile [inviolabile?]. Non a caso, l’Autore spende una consistente, poetica nota parlando di altri emblematici e indomabili animali bianchi, da cui l’estratto. Fra questi l’albatro, un essere che, per come viene descritto, ha nelle proprie fattezze, nella sua stessa posa un ché di divino. Qui, rimandando esplicitamente alla nota Ballata del vecchio marinaio di Coleridge, esso viene paragonato a un arcangelo, a un triste, straziante messaggero, comunque in grado di incutere rispetto, riverenza, timore, sottomissione. E’ una presenza biblica, profetica. Moby-Dick deve ancora apparire. Ma c’è chi lo precede: la sua fama, la leggenda, l’avorio della gamba di Ahab, ancor più le sue stesse parole, il suo volto marchiato, la rabbia, la sete di vendetta e affermazione [desiderio di auto-determinazione]. La sua figura di uomo, folgorato, schiantato, mutato. Ossessionato. Melville prepara pazientemente il momento in cui il leviatano si mostrerà per la prima volta. Non solo. Si dà il tempo di definire, di creare ciò che l’animale alla fine rappresenterà per ognuno dei membri dell’equipaggio (di per sé abbastanza variegato), creando nel lettore un clima di attesa e premonizione sempre crescenti. Dando anche a lui (il lettore), però, tempo e modo di scegliersi il significato più congeniale per l’animale, il mostro, il simbolo. E per l’intera vicenda.

Germinazioni

A briciole,
a piccoli sprazzi,
a gocce,
a coriandoli sparsi,
mi incontro
in questo pomeriggio di attesa.
Mi ascolto.
Un amore che deve venire,
forse,
un intero da costruire.
Ma di piccoli difetti è fatto
il mio cuore impaziente.
E luce che filtra nei suoi atri.
E io non so ancora se tu hai imparato i suoi flutti.

E tu che piano, tra paura e desiderio,
mi fai sentire la solitudine
e mi obblighi a spuntare.

[I.P., 1/5/2017]

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SANGUE RAPPRESO – IV

IV

(In trincea)

“Sedici anni! Buon Dio, una ragazzina di sedici anni?! Come hanno potuto pensare di affidare le mie bambine e le spoglie della loro povera madre – Dio ne abbia misericordia -, a una ragazzina?!… Dite, avete inteso bene?…”
Mirto uscì dall’ufficio postale stringendo quel che restava del foglio che aveva accartocciato sotto gli occhi del telegrafista. Era indignato.
Non aveva mai nutrito particolare stima nei confronti della cognata e quel giorno aveva avuto la conferma dell’irresponsabilità e dell’inadeguatezza di quella donna. Per mesi e mesi non l’aveva degnato di una risposta e, anzi, aveva volutamente ignorato i suoi reiterati tentativi di mettersi in contatto con Laura. Nessuna risposta alle numerose missive inviatele invitandola, via via implorandola di avviare un dialogo. Nulla. Non una parola scritta da parte di Laura, né tanto meno un aiuto da parte di Adele, che, certamente prevenuta, aveva eretto un muro d’ostilità e silenzio nei suoi confronti. Mirto, all’inizio, non si sarebbe certo aspettato qualcosa di diverso da parte di sua moglie. E questo poteva anche accettarlo. Ma pensava di trovare almeno un piccolo supporto, uno spiraglio di fiducia, se non proprio un alleato, nella cognata o in suo marito.
“Franco non ha polso, è perfettamente succube dei voleri di quell’arpia…”, ringhiò, avviandosi verso casa. “Dovevo immaginare…” Ed io?, si chiese però subito dopo, Cosa avrei dovuto fare?

Quale condotta avrebbe dovuto tenere Mirto, rispetto a ciò che effettivamente fece? Questa era la domanda. Se la pose una volta ancora, anche se tardivamente. Era destinato a farlo infinite volte. E ancora una volta provò a darsi una risposta. Da solo. Non si poteva dire che in questo l’avessero mai aiutato, nemmeno le persone a lui più vicine. I suoi fratelli infatti gli manifestarono una solidarietà schietta e determinata, ma muta. Si schierarono, fecero scudo, certo. Eressero la loro barricata e fecero in modo che Mirto vi occupasse il suo posto. Non poteva essere diversamente. Bisognava arginare, fare fronte. Alla situazione, all’onta, all’insulto, alla vergogna. Al dolore? No, non ce ne sarebbe stato. Né dolore, né debolezza. E non bisognava porsi troppe domande, ragionare. Prima di tutto, prendere posizione. Fermamente.
Il fatto che Laura fosse uscita di casa, che avesse abbandonato Mirto, che gli avesse sottratto le figlie, era qualcosa di inconcepibile, di ignobile. Andava semplicemente rigettato, rinnegato. Diedero tutti per scontato che Mirto reagisse allo stesso modo all’affronto di quella donna e all’assurdità di quella situazione. Egli, poi, sarebbe stato assolutamente in grado di venirne a capo e l’avrebbe fatto nel migliore dei modi. Ne erano certi. Mirto era nel giusto, era fuori discussione. Sapeva lui come mettere a posto quella là.

Quella là. Così, in paese, si prese a dire di Laura. Va detto che alcuni non le avevano mai tolta l’etichetta di forestiera, quasi si trattasse di un marchio indelebile, quasi la considerassero una straniera a tutti gli effetti. E a dire il vero Laura aveva ben poco da spartire con quelle persone. Era una mosca bianca fra le donne del paese, un oggetto luminoso nel buio. L’intelligenza, la singolarità del suo sguardo si coglievano da subito. Non era solo un fatto d’istruzione, di educazione o abitudini differenti, di classe. Era il suo modo di essere, di vedere. Laura soffrì da subito le abitudini, i modi di quella gente: erano rigidi, severi, ombrosi, come il clima della loro terra. Provinciali, gente di paese, d’accordo, ma Laura non riusciva proprio ad accettare quella loro esasperata forma di chiusura, la loro supina rassegnazione. Come si poteva sperare che soffiasse un vento di novità su quelle teste perennemente rivolte a terra? Chinavano il capo senza discutere, nulla poteva scalfire il loro pregiudizio. Bigotti, stolti, ascoltavano e mettevano in pratica unicamente ciò che l’istituzione o una tradizione indiscusse, o l’esortazione impartita dal pulpito di una chiesa imponeva loro di fare. Laura non era figlia di quella cultura, non poteva stare nella parte di chi si sottometteva. E non sopportava che lo facesse suo marito.
Mirto non amava e in certa misura s’opponeva alle esplicite prese di posizione di sua moglie. Erano scomode, lo mettevano in difficoltà, in imbarazzo. Tuttavia, benché quella fosse la sua gente e il loro ruvido idioma la sua stessa lingua, benché le loro origini, le loro abitudini e convenzioni fossero anche sue, egli non poteva nemmeno negare le ragioni e le idee di Laura. La sua indipendenza, quella straordinaria capacità di capire le persone l’avevano colpito e attratto dal primo momento. Non poteva ammetterlo apertamente e non ne faceva parola con nessuno, ma Mirto capiva e in fondo condivideva l’intolleranza e l’irrequietezza di sua moglie. Ma non poteva appoggiarle. Non gli era possibile, non nell’immediato. Col tempo, forse.

Ne discussero qualche volta, ma con fatica. Fu la punta paziente e ostinata della volontà di Laura a incidere il silenzio granitico del marito. Ancora qualche giorno prima dell’improvvisa partenza, provò ad abbattere il muro della sua incapacità di esprimere il proprio sentire, di aprire gli occhi, di ammettere, di cambiare. Ma non le riuscì. Cedette, lasciò la presa. Forse fu solo un ultimo disperato tentativo di ottenere la risposta che attendeva, che non arrivò. E allora partì e portò con sé le bambine, la gioia di quella casa.
Fu troppo. Questo Mirto davvero non se l’aspettava. Fu un tradimento, un affronto. Venne prima l’onda bruciante dell’offesa, solo dopo l’amara risacca del dispiacere. Dopo l’umiliazione e la rabbia venne il vuoto, il senso d’abbandono. Una solitudine  imposta che sedimentò lentamente in un dolore profondo, solido, impenetrabile. Egli lo portò con sé, in trincea. In quel solitario silenzio la lacerazione crebbe e prese coscienza di sé. Mirto dovette prendersene cura, custodirla, proteggerla dalla curiosità e dal vendicativo spirito di solidarietà dei suoi familiari. La curò, la cullò, la coltivò. Solo così poté timidamente cominciare ad alimentare una tacita speranza. Perché Mirto amava sua moglie e riuscì a comprenderne l’intenzione, la richiesta. Oltre le barriere del proprio orgoglio, ad un livello più inconscio ma vero, egli seppe il dolore e l’amore di Laura. Volle cogliere allora l’opportunità ch’ella gli offriva di riparare, dimostrarle di aver capito, di poter percorrere la via che gli stava indicando.

Raccolse il proprio fardello senza protestare. Assunse il proprio compito in nome di un insospettabile senso di colpa che progressivamente si fece largo in lui. Nel silenzio della trincea trovò il coraggio di affrontare una possibile riconciliazione. Scrisse una prima lettera, non ne fece parola con nessuno. Attese. Attese un segnale, anche un piccolissimo segnale di disgelo, che non arrivò. Scrisse di nuovo. Poi ancora, e ancora. Nessuna risposta.
Accolse quel rifiuto. Non scrisse più e attese, di nuovo, attese se stesso. Si diede il tempo e il modo di vincere il proprio orgoglio. Lo scavò, lo scalzò lentamente, giorno dopo giorno. In questo le malelingue del paese e la miope intransigenza dei suoi familiari non gli furono certo d’aiuto. Pensavano di proteggerlo, di rinsaldarlo, quando in realtà Mirto stava prendendo le distanze da loro e da tutto ciò che rappresentavano. Si stava affrancando. Fronteggiava quotidianamente la tentazione di sottrarsi a ciò che Laura gli stava chiedendo. Ma nonostante tutto, un muto, faticoso cammino di conversione stava avendo luogo dentro di lui.
Ma non ebbe il tempo di giungere a termine.

La lettera con la quale Adele lo metteva al corrente delle ormai gravissime condizioni di salute di Laura lo paralizzò. Non era preparato, come avrebbe potuto?
Spiazzato e trafitto, quando ormai si stava convincendo a compiere l’ultimo passo: raggiungerla, chiederle di perdonarlo. Riconquistare la sua fiducia.
La volontà di Dio, disse qualcuno, ma Mirto non accettò la sentenza, né volle dare un nome al proprio dolore. Non ebbe che qualche giorno per capacitarsi di cosa stesse accadendo. Laura stava morendo. Era l’epilogo, la fine. Ed ecco che tutto gli apparve sotto una luce diversa. Il silenzio dei mesi d’attesa divenne crudele, schiacciante, come un macigno. Si chiese se partire per Roma, tempestivamente. Ma qualcosa lo frenò. Fu sempre lei, Laura, a impedirglielo. Il suo dolore, il suo soffrire per mesi da sola, in silenzio. Senza ammetterlo, senza concedergli la possibilità di compatirla. Non lo riteneva degno. E forse davvero non lo era. Ebbe paura. Di prevaricare, di ferire. Si sentì sporco, abietto. Pensò a lei, o forse pensò ancora una volta a se stesso. Si disse che nulla avrebbe più potuto cambiare il corso degli eventi.

Laura era morta ormai. Un velo di lacrime gli offuscò la vista. Si sorprese di poter piangere ancora. La solitudine, l’isolamento, pensò, l’avevano infragilito. Avesse almeno potuto parlare con qualcuno, liberarsi.
Troppo tardi, continuava a ripetersi.
E le bambine, che ne era di loro? Come potevano affrontare da sole tutto questo?
Che aspetto avrà avuto ora la piccola Luciana? Non la conosceva nemmeno…
Gli mancavano. Gli erano mancate tanto! Ora lo sentiva terribilmente. Come aveva potuto restar lontano da loro per così tanto tempo?!
“Cosa gli avranno detto?” Immaginò l’ira di Adele, di Franco. Il fronte del giudizio. Poteva udire le loro parole, colme di risentimento, d’estraniazione, di delegittimazione.
“Povere piccole, tornerete da vostro padre. Vi farà vedere lui il bene che vi vuole! Ma dove saranno ora?” Si chiese. In viaggio, già, in viaggio…
“Una ragazzina! Perdio, una ragazzina!” Sbraitò mentre affrettava il passo.
Ma solo un attimo dopo, quel volto corrucciato trasfigurò in un incontenibile sorriso: finalmente avrebbe riabbracciato le sue bambine.

Capitoli precedenti:

PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)