Pigiama party

Mazzancolle

Foto – web

Mi portò nella sua casa in collina, l’aprì apposta per noi. Dentro faceva ancora freddo, era chiusa da Natale, spiegò. Si procurò della legna e accese il camino.
“Mettiti comoda”, disse. “Ho preso qualcosa di fresco”, e andò a trafficare in cucina. Mi sedetti sul divano. Non sapevo cosa fare. Mi strinsi nella giacca imbottita e mi guardai intorno. Ero a disagio, mi sentivo un’intrusa. Lui era allegro, loquace. Quando si affacciava dalla cucina, mi sorrideva eccitato e prendeva a raccontare episodi d’infanzia vissuti in quella casa. Istintivamente cercai i segni delle persone che l’abitavano, cercai tracce di lui. Provai a immaginare com’era, che aspetto avesse alla mia età.
Aprì una bottiglia di vino bianco e me ne portò un bicchiere. A me, che bevo solo acqua, o al più una coca. Gli piaceva fare gli onori di casa e questa cosa mi faceva un po’ tenerezza. Fu ospitale e affettuoso, ma non riuscivo a dargli la giusta attenzione. Lo ascoltavo parlare e nella mia testa continuava a girare una domanda: che ci faccio io qui? Avvertivo le sue intenzioni, ma non sapevo fin dove volevo che arrivasse. Quando ci penso, mi chiedo ancora come sia potuto accadere: io lì da sola con lui, in quella casa.
Furono mesi convulsi, estranianti. Accadde tutto così in fretta, all’inizio era così eccitante. I miei non sapevano nulla. Quella volta gli avevo detto che avrei passato la notte a casa di un’amica. Non hanno mai sospettato niente. E guai se avessero saputo, apriti cielo, sarebbe stato un disastro. Un uomo tanto più grande di me. L’uomo di un’altra. Inconcepibile, una pugnalata alle spalle.
All’inizio fu assurdo anche per me, non riuscivo a comprendere cosa mi stesse accadendo. Ci sentivamo e mi piaceva cosa diceva, come mi faceva sentire. Poi cominciammo a vederci e dopo un po’ la cosa smise di farmi paura. Sapevo chi era, sapevo che aveva un’altra, ma mi convinsi che con me era diverso, unico. Credo di essermi innamorata veramente. Stava succedendo un casino, lo sapevo, eppure camminavo a un metro da terra. Non so come fosse possibile: ignoravo, sovvertivo tutto e mi sentivo viva più che mai. Mi lasciavo tutto alle spalle e sentivo di essere me stessa in qualsiasi cosa facessi. Mi muovevo di nascosto, ma quella persona che agiva nell’ombra era la vera me, finalmente.
Volevo capire cosa significhi stare fra le braccia di un uomo, fin dove potessi arrivare. Non volevo più avere limiti.
Notai la delusione nel suo sguardo quando scorse il mio bicchiere ancora pieno appoggiato sopra una pila di riviste. Lo prese e lo posò sul tavolo apparecchiato per due. Riempì di nuovo il suo.
Mangiammo che erano passate le nove. Aveva preparato una pasta con zucchine e mazzancolle. Odio i crostacei, mi fanno schifo, come i molluschi, non posso farci niente. Per una volta, però, non lo diedi a vedere, li assaggiai e per non deluderlo ne mangiai ancora qualche boccone. Il resto lo lasciai nel piatto. Mi scusai, dissi di non aver appetito. Chissà cosa avrà pensato: che ero a disagio, nervosa, magari in soggezione. Ma in fondo credo non non ci fece caso.
Ero stata io a proporre l’idea di passare una notte insieme. Pigiama party, l’avevo chiamato. Avevo bisogno di passare più tempo con lui, di stargli accanto e condividere tutto. Volevo che fosse mio per un giorno e una notte. In fondo, credo che desiderasse la stessa cosa. Un po’ di intimità, di calore.
Dopo cena ci sedemmo accanto al camino. Spegnemmo le luci, rimase solo la fiamma. Aprimmo il nuovo libro di un autore che entrambi amavamo. Me l’aveva regalato lui. Si mise a leggerlo ad alta voce. Il crepitio della legna e il sospiro della fiamma accompagnavano la sua voce. Che lui, lo so, avrebbe voluto più calda, ma a me piaceva così com’era. Mi strinsi a lui, poggiai il capo sulla sua spalla, mi lasciai cullare.
Quella notte, alla fine, non accadde nulla. Non lo facemmo. Dormimmo in stanze separate: io in camera da letto, lui sul divano. Indossai il pigiama e lo salutai sulla porta come in un film d’altri tempi. Non mi addormentai subito, nemmeno lui. La luce in soggiorno rimaneva accesa. Lo udii rimestare la brace e mettere altra legna sul fuoco. Credo sia andato avanti a leggere per ore.
Mi addormentai pensando a come era stato bello sentire il suo abbraccio e il suo respiro accanto al fuoco. A come si era sforzato di leggere bene, con intonazione, finché la voce non gli si era smorzata. A come mi guardava prima di baciarmi. Al profumo della sua pelle.
Non gli avevo detto di essere vergine, non ce n’era bisogno, l’aveva capito. Chissà, forse pensava davvero che fossi troppo giovane per lui.
Fu l’aroma del caffè a svegliarmi, avevo dormito a lungo, il sole era già alto. Mi affacciai in soggiorno e lui era lì, aveva già apparecchiato. “Ma come”, protestai. “Dovevi svegliarmi”. Mi abbracciò. Poi sorrise indicando l’orsacchiotto disegnato sulla blusa del mio pigiama. “E’ pronto il caffè”, disse.
Dopo aver fatto colazione uscimmo per una passeggiata. C’era il sole, ma tirava un po’ di vento e l’aria era frizzante. Misi la sciarpa e i guanti di lana. Mi condusse per un sentiero in salita che collegava gruppi di case sparpagliate sulle colline. Ogni tanto si fermava a contemplare il paesaggio e annuiva in silenzio. Guardavo anch’io e ciò che vedevo era il risveglio della natura, gemme e timide macchie di colore sui rami ancora intirizziti dal freddo. Era una meravigliosa mattina di primavera. Allora lui abbracciava e mi baciava.
Mentre costeggiavamo una stalla, un cane sbucò da dietro un muretto di pietra e ci aggredì abbaiando e ringhiando. Era incatenato, non me ne resi subito conto. D’istinto feci un balzo indietro e mi aggrappai a lui, tirandolo per la giacca. Lui restò immobile, mi fece da scudo. Fu solo uno spavento, questione di un attimo, ma da quel momento non lasciò più andare la mia mano. Mentre camminavamo in silenzio, sentivo le sue dita stringere le mie, indovinando la pelle sotto la lana del guanto.
Rientrati a casa, lui aveva fame, ma a me proprio non andava di mangiare. Mi sedetti vicino al camino e lo guardai mentre mangiava un piatto di pasta riscaldato. L’odore di marcio del pesce mi urtò, davvero non capivo come facesse a mandar giù quella roba, con tanta foga per giunta. Terminato il suo spuntino, sistemò i piatti e si sedette sul divano. Ci fissammo in silenzio. “Vieni qui”, disse, facendomi posto accanto a sé. Da lì, attraverso la finestra, si godeva di una vista stupenda.
Ci stendemmo uno accanto all’altro. Lui mi abbracciò da dietro. Mi piaceva sentire il suo corpo, il suo calore. Guardavamo fuori dalla finestra le colline irrorate dal sole. Restammo così per qualche minuto, non ricordo se parlammo, di cosa parlammo. Ricordo che stavo bene, che sarei rimasta così per ore.
Poi, però, mi baciò sul collo. Non mi diede fastidio, ma le sue mani, che cominciarono a muoversi su di me, quelle sì. Mentre mi giravo per baciarlo, prese più confidenza e mi strinse un seno. Mi irrigidii, rimasi immobile. Lui fece finta di niente e andò avanti. Ora sentivo il suo bacino premere leggermente contro di me e la sua mano che mi carezzava sul ventre, sempre più in basso.
Non ero pronta. Non sapevo cosa fare, se dirglielo o rimanere ferma in attesa che capisse da solo. Ma non lo fece. Emise un sospiro, una specie di gemito e infilò la mano nei jeans. Ero paralizzata. Adesso lo fermo, pensai, ma non riuscivo a muovermi. Quando i suoi polpastrelli premettero sulla pelle del pube attraverso le mutandine, ebbi un sussulto e lo bloccai. “Queste mani”, esclamai. “Non ti va, non ti piace?”, sussurrò lui sollevando la testa. Mi sistemai i pantaloni e guardai fuori dalla finestra. Non risposi, non mi sembrava così difficile da capire. E invece lo era, per me lo era eccome.
Fu molto dopo che decisi di farlo. A quel punto lui era già cambiato, mi trattava con deferenza, con distacco. Non so se ne rendesse conto, ma stava rovinando tutto. Anche questo non ci voleva molto a capirlo.
Aveva iniziato a chiudere casa, quando a un tratto lo abbracciai e lo strinsi forte. Allora capì, nei suoi occhi lessi dubbio e eccitazione.
Andammo in camera, era ancora fredda e già buia. Accendemmo la luce. Lo facemmo sopra le coperte, in fretta, non avevamo più molto tempo. Lui era atteso per cena, io avrei già dovuto essere a casa. Fremetti di freddo quando mi sfilò le mutandine, sopra ero ancora vestita. Fu presto dentro di me. Fu strano. Rimasi sospesa per qualche secondo cercando di capire cosa provassi realmente. Non mi fece male, per niente, era una mia paura. Cercai di comprendere cosa significasse averlo dentro di me. Lo sentivo, mi ascoltavo. Non era piacere, non sapevo dare un nome a ciò che stavo provando.
Stetti ferma, a capo chino, gli occhi serrati. Respirai piano per qualche secondo. Mentre lui cominciò a muoversi. Ero sopra di lui, mi spinse verso l’alto. Prima piano, poi più forte. I suoi gesti si fecero più decisi, più veloci. Cominciò a gemere, e anch’io. Non potevo trattenere il respiro che mi cresceva dentro rincorrendo il ritmo del suo corpo. Ero sopra di lui, che mi muoveva da dentro. Strinsi le mani sul suo petto, mi aggrappai alla maglia. Lui si mosse ancora più forte, più veloce. Le spinte divennero colpi. Ero fra i flutti del mare, in balia degli eventi. Stavo per perdermi, volevo perdermi, volevo naufragare.
Venne. Fu un lungo gemito trattenuto. Rallentò bruscamente e si fermò. Mi carezzò, mi trasse a sé. Con un mano sollevò la coperta e me la gettò sulla schiena. A fatica mi rilassai su di lui. Dentro di me era un fiume in piena, mi sentivo soffocare in quell’abbraccio. Lentamente mi ritrovai, mi placai.
Lo tirò fuori e continuò a carezzarmi le gambe, la schiena.
Ci alzammo. Ci rivestimmo. Rimettemmo in ordine il letto. C’era qualcosa di strano in lui adesso, il suo comportamento mi incuriosì. “Che c’è?”, chiesi. “Niente”, rispose mentre cercava fra letto e parete. “Non lo trovo”, disse guardandomi imbarazzato. Non afferrai subito. “Il coso”, disse alludendo al preservativo, “mi si è sfilato, non me ne sono nemmeno accorto… Non lo trovo”.
Sorrisi. Lui no. S’intestardì in quella ricerca, sollevò copriletto e lenzuola, ma nulla, non saltava fuori. Ormai era tardi, dovevamo andare.
Chiuse casa e salimmo in macchina. Facemmo il viaggio in silenzio. Era pensieroso, preoccupato. Non diceva nulla, né io non sapevo cosa dire. Non mi chiese nulla. Ero certa che stesse ancora pensando a quel maledetto affare.
Mi lasciò a un isolato da casa. Non dovevamo farci vedere. Andava a cena fuori con lei, ricordò, non potevo chiamare. Si sarebbe fatto vivo lui, disse. Presto.
Quando entrai in casa, mia madre mi aspettava sulla porta. “Dove sei stata tutto questo tempo? Dovevi esser qui per le cinque”, disse a muso duro. La ignorai e andai dritta in camera mia senza dire un parola.
Mi stesi sul letto e ripensai a quello che era successo. Misi una mano sotto il maglione e mi sfiorai. Volevo sentire la mia pelle, volevo capire cos’era cambiato, se davvero qualcosa era cambiato.
Prima di cena andai in bagno a lavarmi e fare la pipì. Fu così che lo trovai. Il preservativo. Resistetti al senso di schifo e lo estrassi piano. Non riuscivo a guardarlo, mi veniva da vomitare. Lo avvoltolai nella carta igienica e lo infilai in una tasca della felpa. Con una scusa uscii di casa e lo gettai nel primo cestino della spazzatura che trovai sulla strada. Rabbrividii. Ero nauseata, terrorizzata. E se fosse uscito del seme?
Cercai di rimanere lucida e calma, ripercorsi tutti i gesti che avevo compiuto. Ci ragionai su e alla fine mi convinsi che le probabilità erano molto remote. Tornai verso casa. Ero stravolta e preoccupata, ma soprattutto ero delusa. Era questo, dunque, l’amore? Mi domandai, mentre le lacrime mi annebbiavano la vista.
Il cellulare vibrò. Era lui. Come stai? Tutto bene?
Cancellai il messaggio e rimisi il telefono in tasca. Mi asciugai gli occhi, aprii il portone e lentamente salii le scale di casa.

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La controra

Controra

“Riposo pomeridiano”, V. Van Gogh – web

Lo mise dentro e spinse piano fino in fondo, appoggiandosi a lei.
Stette fermo così, annusandole il collo. Aprì la bocca e lo morse dolcemente, lo leccò fino all’orecchio. Poi sfiorò le sue labbra, che non risposero. La guardò. Aveva gli occhi chiusi, in attesa.
Cominciò a premere. Prima piano, poi più forte. Lei lo lasciò fare. Guardò i suoi seni sobbalzare, s’inarcò e le leccò un capezzolo, poi l’altro, eccitandosi. Lei allargò le braccia e s’aggrappò alle lenzuola. Si voltò e sprofondò il viso nel cuscino, abbandonandosi.
Ma non gemeva, non diceva niente. Lui continuò a muoversi sopra di lei in cerca di un sospiro, una parola che lo guidasse.
Ora la prendeva con forza, ansimando. Alzò lo sguardo alla testiera del letto, poi più su, al crocefisso appeso sulla parete di tufo. Aveva caldo.
Pensò a quando avevano deciso di farlo: erano le due e, col caldo che faceva, di andare in spiaggia non se ne parlava nemmeno.
Si fermò. Era sudato. Lo tirò fuori. Guardò sua moglie, che aprì gli occhi per capire cosa stava succedendo. Non disse niente, lo mise dentro di nuovo. Poi si ritrasse e la penetrò ancora. E ancora. Ma mai fino in fondo. Aveva bisogno di sentire le sue labbra avvolgerlo e inghiottirlo ogni volta. Continuò a muoversi a quel modo, trattenendosi appena oltre la soglia. Ripeté quei gesti affrettandoli man mano, trastullandosi con gli orli della sua pelle.
Adesso sapeva di poter venire da un momento all’altro e in fondo aveva voglia di farlo. Lei era tutta bagnata, ma continuava a tacere.
Seguitò a giocare con i lembi della sua vagina, penetrandola sempre più rapidamente. Era convinto di farla godere. Puntò le ginocchia, le strinse forte i seni e le braccia, accelerò con movenze da film porno, estasiato dal liquore che lo avvolgeva e dalla sensazione di continuare a entrare dentro di lei.
“Che stai facendo?”, le udì dire a un tratto.
S’interruppe di colpo e la guardò titubante.
“Entra bene”, lo redarguì. “Così non sento niente”.
Mortificato, smise di giocare. Ubbidì, andò fino in fondo e ricominciò a muoversi.
Lei richiuse gli occhi. Lo fece anche lui.
Spinse sempre più forte finché venne, accasciandosi su di lei.
Per un po’ rimasero in silenzio.
“Sei tutto sudato”, disse lei, toccandogli una spalla.
Si sollevò sulle braccia. Con un sorriso rispose allo sguardo infastidito di sua moglie e scartò di lato.
Si chiese se le avrebbe fatto piacere che la toccasse. Non aveva molta voglia di farlo, in verità. Provò a dire qualcosa, rise.
Per tutta risposta lei scimmiottò la sua risata.
“Ridi sempre così”, disse aspra, tirandosi a sedere. “Quella tua risata falsa, di circostanza”. La imitò ancora un paio di volte, con sarcasmo. Sapeva di umiliarlo. “Vado a fare una doccia”, concluse, alzandosi dal letto.