Always the Same Never Alike

Sound_Madonna

 

“Erano in salotto a chiacchierare, i suoi genitori e quei loro amici che avevano conosciuto al mare e che, si era poi scoperto, abitare molto vicino. Era un sabato sera d’inverno e lei avrà avuto quindici o sedici anni. Non usciva ancora, se non raramente, solo se si organizzava qualche festa, o un cinema. I sabato sera erano ancora tempo da passare in famiglia. Ma quei due proprio non li sopportava. Il marito faceva l’assicuratore e non stava zitto un attimo. Raccontava aneddoti e rideva fragorosamente. La moglie aveva una voce acuta, gli faceva da spalla. “Dai racconta di quell’altro…” non la finivano più. Avevano due figli grandi e ovviamente non li avevano portati con loro. Stufa di quel teatrino decise di dare la buonanotte e ritirarsi in camera sua. Chiuse la porta, si sdraiò sul letto in pigiama, non aveva sonno. Si mise le cuffie del walkman e ci infilò la cassetta di Madonna, The Immaculate Collection, quella con Justify My Love. L’aveva comperata proprio per quella canzone. Lei i dischi di Madonna li aveva tutti e li sapeva a memoria. Già, Madonna, quella canzone e il video, lo mostravano su Videomusic, quasi censurato. Il video che era riuscita a registrare sul vhs. Madonna era bellissima, cantava con quella voce calda, vestita in quel modo provocante, che si faceva toccare in quel modo da un tipo pieno di crocifissi al collo. E quel modo di ballare…
Schiacciò il tasto forward fino a quando non la trovò. Poi, dopo le prime note, spense il walkman e rimase in silenzio. Sentiva il vociare e le risate. Erano ancora lì, e a giudicare da quanto si stavano divertendo ci sarebbero stati ancora per molto. Si alzò dal letto, si tolse il pigiama e rimase con le mutandine, degli slip bianchi di cotone, senza fronzoli, senza pizzi. Tolse dal cassetto della biancheria un reggiseno, bianco anch’esso, con un piccolo fiocchetto, ancora bianco, in mezzo alle coppe. Lei lo portava già dalle medie ma era un oggetto che ancora le risultava fastidioso.
Fastidioso in realtà era il pensiero, perché in fondo scomodo non lo era affatto. Lo indossò, aprì l’anta dell’armadio dove c’era lo specchio e ci si mise davanti, con l’aria imbronciata. Si guardò con attenzione. Tirò su i bordi degli slip per renderli più sgambati e così facendo si infilarono un po’ tra le natiche. Si girò per guardarsi. Non era certo il pizzo nero di Madonna… Il reggiseno non aveva proprio niente a che vedere. Prese il walkman, la musica ripartì. Justify My Love le entrò nelle orecchie, alzò il volume e si mise a ballare. All’inizio senza convinzione, come se fosse una marionetta. Poi pian piano ci prese gusto, il video l’aveva visto decine di volte. Si lasciò andare, canticchiando la canzone a voce bassa, muovendosi con malizia fino a quando non iniziò a sentire il calore tra le gambe.
Era quello che voleva no? Non si era messa ballare per quello? Quando la canzone finì spense il walkman e si abbandonò sul letto. Di là ancora voci. Ancora risate. Sospirò , appoggiò una mano sulle mutandine. Erano umide. La infilò dentro e cominciò ad accarezzarsi piano. Non voleva che arrivasse subito quella sensazione. Doveva imparare ad essere più lenta. Si accarezzò sulla superficie, sentendo i peli del pube che si bagnavano sempre di più, poi, quando non riuscì più a trattenersi premette più forte e infilò un dito dentro. Fu questione di attimi. Attimi brevissimi. Il respiro si fece affannoso. Era difficile trattenere quella voglia di gridare quanto era bello, quanto era sempre più bello. L’orgasmo arrivò al culmine di quelle carezze. Sentì le contrazioni prima veloci poi sempre più lente, fino quasi a scomparire del tutto. Solo allora tolse la mano, bagnata di quegli umori. Si sentì ancora una volta triste. Tristissima. Non lo capiva. Non avrebbe potuto. Per un po’ le restava addosso qualcosa di vago, un accenno di nodo in gola a cui non sapeva dare un nome. Dovette scacciare quel pensiero non appena udì la voce di sua madre “Vediamo. Se non dorme la salutate voi”. Spense rapida la luce, si coprì con il piumone così com’era e si girò verso il muro, con la testa sprofondata nel cuscino, fingendo di dormire. La madre socchiuse la porta. “Dorme dorme…” disse piano. “Allora salutacela tu”, disse la moglie dell’assicuratore con la sua voce stridula.”

Anna rilesse tutto da capo. Miriam, la sua amica psicologa, stava raccogliendo dei brevi racconti sulla sessualità nell’adolescenza da proporre a scuola nel laboratorio di educazione sessuale. Il progetto andava avanti bene da qualche anno e alla proposta del successivo voleva dare un taglio più letterario. Così le aveva chiesto di scrivere qualcosa, vista la sua passione per la scrittura.
Si era divertita a scrivere, ci aveva pensato un po’ su, voleva trovare la chiave giusta per inserire l’argomento, ma voleva arrivarci per gradi, per non dargli subito troppa importanza. Non spaventarli! Le aveva detto Miriam scherzando. Sperava di esserci riuscita imbastendo i suoi ricordi e, perché no, i suoi desideri. Verità e invenzione. Così, mentre scriveva, era tornata ragazzina, nella sua cameretta con i poster di Madonna e George Michael, la scrivania in disordine, le musicassette…
Rilesse un’altra volta, tolse qualche ripetizione e aggiustò la punteggiatura. Poteva andare. Ne stampò una copia per Miriam, poi le avrebbe inviato il file.
Chiuse il laptop e lo ripose nello zaino. Spense la luce dello studio e solo in quel momento si accorse del lampeggiare della lucina arancione sul cellulare. Un messaggio, di Brando. “Fuori a cena con un collega russo e una collega svedese. Potrebbero finire a letto. Lei merita, ma lui sta bevendo troppo e sta iniziando a perdere di vista l’obbiettivo. Faccina che ammicca. Secondo te dovrei avvertirlo oppure cogliere la palla al balzo?”
Anna rispose con una faccina sorridente “Italia-Russia 1-0. Com’era quella frase…Italians do it better?”
Anche con lui avrebbe dovuto arrivarci per gradi? E dove poi? Erano niente e tutto. Brando aveva la sua donna. Lei aveva il suo uomo. Si raccontavano i loro scazzi, i problemi di coppia, e altre cose divertenti.
Anna ce l’aveva in testa, certi giorni più di altri e adesso era proprio uno di quei periodi in cui il pensiero di lui danzava nella sua testa come una ballerina alla prima del Bolshoi. Era un giornalista, si occupava di energie rinnovabili, ed era spesso in giro per il mondo a seguire convention e incontri di vario tipo. Si erano conosciuti un paio di anni prima su un volo per Madrid, vicini di posto, avevano attaccato discorso. Nel salutarsi lui le aveva lasciato il suo biglietto e lei aveva ricambiato la cortesia. Si vedevano di tanto in tanto, ma non era mai successo niente, camminavano sul bordo del bicchiere di uno dei cocktail che bevevano insieme sotto i portici di Bologna.
Tempo addietro, durante un viaggio di lavoro in Polonia, Brando le aveva mandato delle foto: la camera dell’hotel, il dettaglio del letto da un paio di angolazioni, la vista dalla finestra e poi, come se niente fosse, la sua foto nudo, davanti allo specchio del bagno, con un sorriso che non sapeva se definire beffardo, compiaciuto o solo divertito. Era una sfida? Il giorno dopo aveva spiegato il suo gesto: voleva che lei lo vedesse come era davvero, nudo, fragile, con i suoi difetti e i suoi desideri. Aveva detto proprio così. Lei aveva guardato quella foto come se appartenesse a qualcun altro, perché si era immaginata più di una volta nell’atto di scoprirlo poco per volta, e quel corpo messo lì le aveva cancellato di colpo la fantasia.
Non ne avevano più parlato. Lei aveva salvato la foto e, di tanto in tanto, la guardava. Come ora. Sfiorava lo schermo del cellulare, ingrandiva i particolari, si soffermava su certi dettagli che le piacevano particolarmente, e col pensiero andava dove le sue mani o le sue labbra avrebbero voluto essere. A pensarci bene non era proprio il suo tipo, eppure lo trovava eccitante e la sua immaginazione si perdeva e si ritrovava in variazioni sul tema, ad essere sinceri, nemmeno troppo originali. Quei pensierini per niente casti finivano per portarla quasi sempre a un dunque.
Si domandò, sorridendo tra sé, se avrebbe potuto scriverne un secondo racconto… Avrebbe anche potuto farglielo leggere… Ci avrebbe pensato, l’idea non era male… Ma non ora… Non adesso…

[Silvia Giusti, lapoetessarossa, 30/7/2019]

 

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Meeting

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Gli si concesse subito. Ne aveva voglia. Forse anche più di lui.
Avrebbero potuto farlo in spiaggia, tanta era l’urgenza. Ma fu lei a chiedere di tornare in albergo, mentre le sue mani la frugavano ovunque.
– Che ne dici di andare in camera? Sussurrò più volte baciandolo sul collo.
Finché anche lui si convinse che non sarebbe più tornato indietro.

Lui era sposato. Lei infelice, ma al sicuro.
Una relazione in crisi, un cuore spezzato.
Erano entrambi ubriachi, ma sapevano bene quello che stavano facendo.
Ne avevano voglia, entrambi, che male c’era?
Fecero un chilometro a piedi abbracciati. Ridendo in continuazione, increduli. Risero anche in faccia al concierge, presero la chiave e si avviarono all’ascensore. Qualcuno aspettava prima di loro, non ci pensarono due volte e si avviarono per le scale.
Siamo sportivi, dissero sghignazzando.
Approdarono alla stanza 105.
In tutto, quel viaggio durò forse un minuto.

Fecero una doccia, prima lui, poi lei. Mentre l’acqua scrosciava, lui regolò le luci e l’aspettò steso sul letto. Lei uscì dal bagno avvolta in un asciugamano di spugna bianco, stretto sul seno. Gli si stese accanto. Parlarono un po’.
– Togliamo questo coso, disse lei a un certo punto, slacciandogli l’accappatoio.
Lui lasciò che lo guardasse. Poi la tirò a sé senza fatica e la fece sdraiare sopra.
Si baciarono di nuovo. Lui la spogliò. Ora erano pelle.
Le sue mani scivolarono sulle sue natiche piccole e rotonde, poi sulla schiena. Lei si sollevò e lo guidò dentro sé con naturalezza, poi prese a oscillare leggera. Continuò per un po’ sollevandosi e ricadendo a occhi chiusi.
– Che ne dici se mi giro? Chiese a un tratto.
Lui annuì felice.
Continuarono così per un po’, poi lei si sdraiò di schiena e lui fu fra le sue cosce. Infine sopra di lei, con impeto, fra sospiri, risate, e mani che si aggrappavano alla sua schiena, battendo al ritmo del piacere.
Fecero una pausa.

Parlarono ancora un po’, placati.
Lei tirò fuori il cellulare e gli mostrò alcune fotografie. Parlarono di conoscenze comuni, del direttore commerciale che aveva dato le dimissioni in diretta. Si sorpresero a scoprire i rispettivi punti di vista sulle cose. Indugiarono in quella straniante forma di confidenza, finché ripresero a scopare. Lui venne fuori, appena in tempo.

Si addormentarono esausti, stesi uno accanto all’altro, le braccia intrecciate.

Bussarono alla porta, erano quasi le tre.
Lei trovò quindici chiamate perse. Riconobbero la voce della collega dell’ufficio marketing, la sua compagna di stanza.
Lui aprì la porta con un asciugamano in vita.
– Dammi un minuto, disse lei alle sue spalle.
La collega fece qualche passo indietro sbirciando l’interno della stanza.
– Le dica che l’aspetto in camera.
Lei raccolse in fretta le sue cose e se ne andò avvolta nella spugna.
A metà corridoio si voltò, si salutarono appena.

Lui chiuse la porta. Andò in bagno. Si scrutò allo specchio, si sedette sulla tazza. E’ successo, pensò. Non riusciva a farsene una colpa.

– Ho parlato tutta sera con uno, disse la collega dell’ufficio marketing. Mi ha fatto star bene.
– Non so perché l’ho fatto, disse lei.
Erano entrambe sdraiate sul letto, supine, parlavano a una placca di plastica grigia in mezzo al soffitto.
– Avrei voluto baciarlo. Da tanto non mi sentivo più così, capisci?… Voluta, coccolata…, disse la collega in un singhiozzo.
Lei le prese la mano e la strinse forte.
– Ti meriti di più.
– Non voglio…
Chiusero gli occhi in silenzio.
– Mi manca tanto, sai?… disse lei tra le lacrime.
– E’ che lo amo…
– … da morire.

[P.B., 25/6/2019]