corravam la morta gora

L’attraversamento della palude Stigia illustrato da Gustave Doré

A sei mesi dalla pubblicazione del mio libro di racconti Ci vediamo stasera per i tipi di Terra d’ulivi edizioni, sono felice di condividerne la recensione a cura di Gianni Mazzei.

Più di “Ci vediamo stasera” che dà il titolo al libro di Beretta, mi intriga tra i 23 racconti presenti, uno che, a mio parere, è fondamentale per capire i vari aspetti, di scrittura e di contenuto, espressi dall’autore.

Mi riferisco a “Negative space” in cui l’autore fa precedere il racconto con una citazione poetica di Italo Testa, tratto da “L’indifferenza naturale”.

È il mattino del primo dell’anno, nebbioso.

Carol, la compagna londinese di Vania, dopo aver preso il caffè chiede di uscire a prendere un po’ d’aria.

La città è deserta, i negozi chiusi, ci si ferma all’unico fast food aperto nel piazzale della stazione per prendere bibite e panini.

Tra i due il dialogo stenta: lei al secondo anno fuori corso all’università si mantiene con lavori occasionali; egli, musicista, ha visto sfumare la grande occasione per avere visibilità e affermarsi. All’entusiasmo iniziale del primo incontro, fatto da parte di lei, dal sentirsi protetta, e dall’attrazione da parte di lui della sua bellezza eterea, ora, come la città deserta, nella nebbia, in loro è subentrato accettazione, passività. “Cosa hai”, chiede lei. “Niente”, risponde l’altro.

La mattina si trascina stancamente, senza entusiasmo, fino ad andare in un luogo, scelto da Carol, una galleria, lei che per altro non ha grande interesse per l’arte.

La ragazza guarda distrattamente le opere, il ragazzo nella stanza “negative space variation” è attratto da una musica, una melodia primordiale in cui egli par scorgere sospiri siderei che lo chiamano. Ma per rispetto a Carol non si ferma, non coglie l’occasione di essere se stesso.

Usciti dalla galleria, Carol ha una telefonata e comunica a Vania che è intenzionata a ritornare a Londra per lavoro, un progetto di cui lei l’ha tenuto all’oscuro e anche ora non glielo rivela per scaramanzia.

Vania, come è stato chiuso alla chiamata di essere diverso nella galleria (la sua vocazione artistica) per rispetto a Carol, ora resta chiuso alla voglia di libertà, di essere diversa di lei e, in modo stupido le chiede se questo suo andare a Londra nasconda l’interesse per un altro. “Stronzo”, è la lapidaria risposta della ragazza.

Il non capire l’altro, il non avere rispetto per l’altro e per se stesso, agendo come meccanismi naturali (le abitudini, il conformismo, anche l’accettazione passiva dell’altro) fa in modo che si diventi falliti, si diventi indifferenti.

In Beretta sono questi meccanismi psicologici, esemplificati spesso nel godimento occasionale del sesso, a creare questo stato di cose.

La sessualità come modalità di dialogo non cresce, non va oltre il piacere fisico, non diventa comprensione, dialogo di sguardi, di pensieri, cura, attenzione, incanto del quotidiano. Resta compulsione sessuale che crea sopravvissuti, resta abuso fisico, o isteria possessiva di avere un figlio.

Beretta si distingue però da altri tipi d’indifferenza presenti nella letteratura.

Non è quella prettamente etica e di impegno politico di Gramsci, quando, giovane, incitava a non essere indifferenti. Neppure è l’indifferenza di Moravia o il vuoto interiore che sentono i protagonisti di Sartre. Non è nemmeno la crisi esistenziale che porta al suicidio il protagonista di “Una vita” di Svevo o ha connotazioni metafisiche direi come la “Divina indifferenza” di Montale.

È una società, spesso di giovani, media borghese, che vive il rapporto sessuale come godimento, un mordi e fuggi da esteta alla don Giovanni di Kierkegaard, senza farsi tanti scrupoli.

Sono situazioni che richiamano, tra gag consumate in una pagina sola, o situazioni più complesse fino ad arrivare alla caratterizzazione dei personaggi, emotivamente e caratterialmente, la commedia di Monicelli e altri registi dei “I nuovi mostri”, senza però gli aspetti sboccati e triviali dei film di Pierino interpretato da Alvaro Vitali o le implicanze sociologiche, di costume della commedia all’italiana degli anni ’60 e quella ironia amara e graffiante.

Beretta ha un tocco leggero, galante, godibile, seduttivo, nella parola e nelle scene che sa condurre con ritmo, musicalità e finezza di variazione nei dialoghi.

Sia in queste scene d’intimità erotica che in altre che riguardano la famiglia, nella passività di madri, di assenza di padri, di isteria di compagne, di dolorosa impotenza dinnanzi alla morte.

Pure, se poi si guarda con maggiore attenzione, questo bel libro è anche un’iniziazione alla vita, dando quasi una visione unitaria al possibile protagonista dei racconti, e con una speranza di uscire dall’indifferenza a vivere nella solarità di una progettualità esistenziale.

Si va dall’infanzia del protagonista (e di ogni lettore che vi si riconosce) che sente la solitudine di essere lasciato solo nella “morta gora” di una pozzanghera senza che qualcuno intervenga: i fratelli a ridere e a prenderlo in giro, la madre distante, il padre, vanesio che certo non può essere comprensivo della fragilità e difficoltà del figlio.

Ma ci sono altri incipit d’infanzia: quella negata , nella solitudine cupa di un rapporto consumato (il bagno e i giornali pornografici) o, peggio, stuprato da un compagno.

Ma poi, anche quella allegra e spensierata raccontata nella “La giostra” e negli occhi vigili del padre e della bimba di cui il figlio si è infatuato; o anche dei primi turbamenti e struggimenti del corpo in “Supplicium” (“Paradiso”).

Sono gli albori di una possibile diversità di essere, in cui la sessualità non diventa possesso, consumo, ma diventa poeticamente attesa, come nel bacio in Amore e Psiche del Canova, non dato; in quel saper aspettare si può costruire un progetto, con la ragazza della moto in “Va bene così”.

L’importante è non fermarsi al primo ostacolo, a voler razionalizzare, senza discutere come avviene in “Test”.

Il godimento per il godimento non costruisce; diventa paura di una figliolanza in “Pigiama party” o isteria o ossessione se non è condivisa tale scelta come in “Tic tac”.

La vita ha senso in una dualità vissuta intimamente, con lo stupore di ogni giorno: è quella “pensosa leggerezza” di cui parla Calvino nelle “Lezioni americane”.

Beretta la realizza nello stile.

Sa adattare il ritmo della parola alle varie situazioni, ha una capacità descrittiva degli interni degli ambienti, della variazione di umori dei protagonisti in relazioni alle atmosfere e paesaggi (la collina, il mare, il lago, ecc.).

Conosce modalità di vita dei giovani, della città, sprovincializzando lingua e comportamenti in un contesto che non è più solo italiano (Italia del nord, con qualche cenno anche ad atteggiamenti, simpatici ma inopportuni, del meridione: a far rumore fino al mattino in albergo), ma europeo (anche usando espressioni inglesi e francesi).

E siccome lo stile è l’uomo, è la società, la realizza, tendenzialmente (come già rimarcato) anche a livello di vita: essa non è occasione sporadica o addirittura sciupata del bello, ma sua concretizzazione quotidiana e progettuale. La vita è in fieri, avventura come curiosità di essere e diventare, rinnovarsi, conservare la pericolosità di non omologarsi “solo che è un po’ pericoloso. Perché tu non sei finito. Perché tu non sei tu. Non ancora” (“Nella nebbia”).

Beretta concede al lettore , nella prima lettura, godimento epidermico , voluttuoso della carne, in succosi bozzetti e scene trionfanti, lussureggianti, senza ambascia etica (amanti, amore omosessuali, ecc.).

Quando, da critico, vuoi fare la verifica, come san Tommaso, per vedere se quella bellezza è solo illusione e prurito di pelle oppure è vita, con vertigini, vibrazioni di mente e di sentimenti, ti accorgi che, mettendo la mano nel costato, nel corpus della parola, la prova non delude.

Beretta è maestro di bellezza, è maestro di vita.

[G.M, 1/7/2020]