Manuale malincomico

di Odette Copat

.

.

“Sono spesso i bambini a notarlo per primi, che come tutto inizia tutto finisce, credo che perché essendo nati ieri, hanno avuto meno tempo per attaccarsi al domani.”

[A Venezia con la sportina]

.

.

.

.

.

.

Prendete una borsa piena di oggetti che manco sapete di avere. Svuotatela per terra e osservateli attentamente. Nessuno è inutile. Ci sono cose fondamentali, quelle che non ricordavate di averci messo, altre di dubbia provenienza. Brandelli di vita che tornano a battere alle porte della memoria insieme ad oggetti molto più quotidiani, come le chiavi di casa o il biscottino per il cane. Il fatto è che ogni cosa, a guardarla bene, ha una storia da raccontare. Dipende da noi.

“Non resta che raccogliere le carte che si hanno in mano e mettersi a ricomporle con gioco combinatorio perché, sempre, è con gli insiemi finiti che si impara a creare, non con le infinite possibilità.”

[Come Quando Fuori Piove]

.

.

Adesso provate a rimettere tutto dentro. Non ci riuscirete. Perché una volta estratti e in qualche modo vissuti, quegli oggetti prendono vita, si espandono, vi percorrono. Ecco perché è difficile o forse del tutto privo di senso scrivere un articolo su un libro come “Manuale malincomico“. Bisogna leggerlo, e basta.

E’ un libro grande, non un grande libro. Non ne faccio una questione di “letteratura”, anche se vi ho trovato uno dei racconti più belli che abbia letto negli ultimi anni. Parlo di umanità, spirito, ironia, la cui definizione è iscritta proprio nelle pagine di questo libro: lo scarto che ci permette di osservare le cose in modo diverso, di analizzarle, interpretarle, setacciarle e ricondurle a una nuova verità, che poi nuova non è, perché è sempre stata lì sotto i nostri occhi, in attesa di essere vista. L’arte di non prendersi mai troppo sul serio e di riconoscere il senso di tante “piccole” cose, che tali sono solo all’apparenza.

“Anche se io penso che certi cuori leggeri siano il frutto di partite pesanti. Campi bagnati e scivoloni. Ginocchia sbucciate e cerotti smangiati, che addosso ai bambini sono toppe magiche in grado di guarire ogni graffio, ma negli adulti, negli adulti sono richieste d’amore.”

[A cuor pesante]

.

.

Questo “prontuario” va tenuto sul comodino o sulla scrivania – come meglio credete, anche in ufficio come fanno certe mie sagge colleghe, sbocconcellato e letto alla bisogna, anche in compagnia, a voce alta. Sa essere un oracolo, un toccasana, una perla di saggezza o di “stupidera”: quel che serve a farvi sentire il passo più lieve così come a ponderarne l’importanza.

“Quella mattina ho visto tua madre buttare la spazzatura. Era scesa in ciabatte per strada. L’assenza, tutta lì.”

[Per strada]

.

.

Odette sfrutta il susseguirsi delle stagioni per snocciolare i suoi tanti racconti e constatazioni, le sue quotidiane riflessioni, le sue poesie, le sue esternazioni. Nel farlo ne aggiunge una in più, di stagione, mostrando – se ce ne fosse stato bisogno, che ci sono libertà che non solo è lecito, ma è bene concedersi. Alla sua scrittura non mancano mai ritmo, musicalità e originalità. Non solo: è una continua illuminante esperienza del potere semantico e taumaturgico della parola, talvolta dialettale, contaminata o di nuova fattura (e lo dice uno che non stravede per i neologismi).

Ma c’è di più. Leggendo il suo diario, pensi che Odette sia la mamma che avresti voluto avere, l’amante fragile e stravagante cui avresti voluto offrire il braccio, l’amica con cui avresti dovuto parlare – davanti a un buon “taglio” di vino – per capire quanto sei (stato) scemo, ma che la vita, in fondo, ti offre sempre un’altra occasione.

“Ma la volta dopo riprendi a sbocconcellare, che è una via di mezzo tra il nutrirsi e il ballare. Perché hai la sindrome della scimmia e non ti passa, e quel che non passa lo sminuzzi e non ti ammazza.”

[La sindrome della scimmia]

.

Buona lettura.

P.