Domanda (by fiochelucilontane)

Solo due righe di introduzione. Per non rovinare nulla.
Ho avuto l’onore di ricevere e quindi ospitare questo brano di fiochelucilontane. Intenso, femminile. Intensamente femminile. Forte, palpitante, vivo.
Trae ispirazione dal mio recente racconto, da cui il titolo. Ma vive di vita propria e credo che ne meriterebbe uno tutto suo. Ma non sta a me decidere.
A voi. Buona lettura.
Grazie, Luci.

Domanda

Quando sono entrata ho sentito subito il tuo respiro pesante. Nel buio ho camminato percorrendo i sentieri della casa che conoscevo, e intanto mi chiedevo se ricordassi che avevo ancora le chiavi. Non prevedevo di trovarti in quelle condizioni, ma il piano era preciso e lo avrei portato a termine comunque. Riguardava me, tu non eri che parte della soluzione, sai? E la prima cosa vedendoti è stata ridere, e indossare la maschera che avevo preparato.
Ti ho visto sconcertato, e al mio gesto familiare di arruffarti i capelli i tuoi occhi si sono dilatati. Ho fatto movimenti che conoscevi dopo aver ascoltato il tuo balbettare malaticcio, e seduta davanti a te ho fatto in modo che fra le nostre parole scorresse di nuovo una sorta di confidenza. Pensavo che sarei stata confusa, ma più passava il tempo più mi sentivo sicura. Ti ho chiesto anche come stavi, non che mi interessasse più di tanto, il punto era come stavo io, e poi sei cascato nel mio gioco musicale. Ricordi? I primi scambi fra noi furono canzoni, versi, melodie; quasi troppo facile rifarlo. Sentivo che mi luccicavano gli occhi, era il riflesso del fulmine che mi percorreva, della certezza che volevo trovare.
Ti sei lasciato andare, hai scoperto il lembo della ferita, e io ero tremendamente eccitata all’idea di affondare il coltello. E l’ho fatto. Toccarti era cosa abituale, per quanto mai avessimo fatto l’amore per davvero, ma ritrovare la sensibilità della tua pelle e l’odore di muschio e stanchezza che avevi addosso è stato in qualche modo tenero. Tu non lo sai, ma mentre danzavo con il pavimento pelvico sul tuo io sentivo una canzone, e nella cavità uterina c’era un dolore così profondo da lacerarmi come un parto, la sensazione che le donne provano quando hanno una paura fottuta. E insieme un piacere così violento da farmi dolorare i capezzoli e da strapparmi le labbra a morsi mentre percorrevo il tuo torace scarno con dita di farfalla, con mano di impastatrice lenta, con il tocco di un arpista e i palmi di un ceramista. Ti sentivo lievitare sotto di me, nel punto preciso della cucitura dei jeans, e ogni infinitesimale sussulto del tuo crescere mi faceva gocciolare la schiena, e la mia colonna prendeva la forma del cavalluccio marino mentre il mio pube ti chiamava insistente, insistente, insistente. E tu rispondevi, ma solo con una parte di te. Il resto era lontano, annebbiato, assente e perduto nei pensieri sempre uguali, nei timori indecisi, nelle prudenze perbeniste.

Dove la volevi ficcare eh amore quell’erezione da adolescente? Erezione. Perdio. Ergiti per una volta, mio bianco cavaliere, ergiti maledizione! Non con il corpo però… cosa c’è in te che non sale, cresce, esplode?

Ci avrei giurato, ero venuta apposta, ci contavo forse. Non per far male a te, no. Dovevo guarire dalla tua incertezza. Stavo per arrivare al punto di non ritorno, ma io non ho pensieri o prudenze come te. Potevo affondare il colpo, sfilare i vestiti e portarti alla petite mort, ma spettava a te. Ho staccato la presa, ho tremato per un istante – nonostante tutto lo sforzo io ero presente interamente – e poi mi sono presa la giacca: conoscevo la mia decisione.
Mi hai seguito alla porta come un bambino spaurito, le mani sui genitali e la tua arma in evidenza. Sinceramente era ridicolo, e ho riso di gusto. Ti ho dato una carta, “dobbiamo fare l’amore”, e tu hai fatto come il giocatore di poker che non sa bluffare per vincere. “Non posso, sai Marcus…”. Oh sì, dimenticavo, Marcus, mio marito. Cazzo tesoro, che novità! Dentro la mia testa c’erano insulti, ma ti ho dato una risposta scontata, quella che avresti voluto, quella che ti aspettavi per sentirti tranquillo. “Io voglio te” avrei voluto dire, “te. Senza condizione, senza paura, voglio scoparti, amarti, ferirti, ridere e fottermene del resto intorno. E tu che cazzo vuoi, amore?”. Ma ti ho accarezzato il collo, e sono scesa con i miei tacchi rumorosi per le scale di marmo. E fra il rumore di galoppo che rimbombava per l’androne ti ho sentito farfugliare “ti amo”. Fanculo.
Io, mentre facevo l’amore con te e tu non te ne accorgevi, sentivo Leo Ferré nella testa, solo che la sua voce era la tua, e io ero lei.

Il tuo stile, Leo Ferré.

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Erezione

Escalier

Escalier – web: cherchezbeauté.blogspot.com

Dovevo essermi addormentato quando udii dei passi venire verso la mia stanza. Non avevo sentito bussare, né aprire la porta, ma riconobbi il rumore dei suoi stivali. Feci appena a tempo a sedermi sul letto che vidi il suo caschetto biondo fare capolino da dietro la libreria.
Ero disorientato. Mi sentivo la febbre e non avevo idea di che ora fosse. Appena rientrato, mi ero infilato i pantaloni del pigiama, un maglione di lana e mi ero buttato sul letto. Non mi andava di farmi trovare in quello stato. Ma non dovevamo non vederci più?
Fissò la mia faccia e si mise a ridere. Si avvicinò, con una mano mi scompigliò i capelli. Le dissi che non mi sentivo molto bene. In cuor mio speravo che non mi chiedesse di uscire. Infatti insisté perché non mi alzassi ma restassi dov’ero. Andò di là e preparò qualcosa di caldo. Senza spogliarsi, si sedette per terra di fronte al letto. Incrociò le gambe avvolte nei jeans attillati. Sollevò la tazza fumante e assaporò il suo tè.
Parlammo. Fuori imbruniva e c’era un silenzio irreale. Lasciammo che l’oscurità ci avvolgesse, mentre le stanze vuote trattenevano l’eco delle nostre voci. Volle sapere come stavo. Dentro di me non c’era nulla di chiaro, nulla di certo. Amore, legami, ne sapevo gran poco. Mi ascoltò diligentemente finché a un certo punto distolse lo sguardo e mi accorsi che non mi stava seguendo. Nei suoi occhi balenò qualcosa che cercai di interpretare: insofferenza, sfida. Si alzò, levò il giubbotto di pelle e la sciarpa. Da una tasca estrasse un lettore, si sedette sul bordo del letto porgendomi un paio di cuffiette.
“Tieni”, disse. “Adoro questa cantante. Le sue canzoni parlano di cosa succede quando due persone si amano”.
“E di cosa succede quando le storie finiscono”, aggiunse.
Ascoltai un paio di brani mentre lei li ripercorreva a memoria seguendo il mio sguardo. Voce e chitarra, nient’altro. Cantava nella sua lingua, non comprendevo il senso delle parole che stavo ascoltando, ma ne avvertivo il calore, il sapore. Di legno, e muschio, pensai.
Tradusse per me alcuni versi, me li rifece ascoltare cantandoci sopra, muovendo le mani. Chiusi gli occhi e mi lasciai trasportare da quella corrente per qualche minuto. Ero un tronco tagliato da mano esperta di bosco, trasportato dal fiume scendevo verso la foce.
Mi ritrovai fra le sue braccia, immerso nel profumo della sua pelle. Ci baciammo con dolcezza, lentamente. Sfilò gli stivali e si stese sul letto accanto a me. Ci carezzammo in silenzio. Ci nutrivamo di quel silenzio. Dava voce alle nostre mani, ai nostri corpi, murando parole e pensieri inespressi.
Si erse sopra di me, le gambe aperte sul mio ventre. Eravamo vestiti, ci sentivamo attraverso la stoffa. Ma mentre mi guardava dall’alto, gli occhi socchiusi di desiderio, era come fossimo nudi. Sentivo le sue cosce stringermi i fianchi, mentre mi esplorava a occhi chiusi, leggendomi con le mani. Poi prese a muoversi piano, dando vita a una specie di danza. Mentre la vedevo strusciarsi e flettersi sopra di me, un’erezione incontenibile attirò la mia attenzione. Non volevo che la sentisse, non volevo che capisse che approfittasse della mia vulnerabilità. Scivolai un poco più in basso, ma lei intuì le mie intenzioni e mi impedì di farlo stringendo più forte. Con un ghigno mi alzò il maglione fino all’altezza del collo, strappandomi un gemito. Ero la sua preda, non potevo evitarlo. Consapevole del suo potere, continuò a carezzarmi facendomi rabbrividire. Sorrideva compiaciuta, mentre la fissavo ipnotizzato dai suoi movimenti, che cominciai ad assecondare. Fremevo, ero terribilmente eccitato. Temevo di venire da un momento all’altro e quel pensiero non faceva altro che peggiorare la situazione. Non volevo accadesse, non era previsto. Nulla di tutto ciò era previsto. Non potevamo, non ancora, ce l’eravamo promessi.
Una donna mi stava chiedendo di fare l’amore con lei col solo desiderio di prendersi cura di me e che io facessi altrettanto. Ma in quel momento per me lei era una minaccia. La sua sensualità era pari soltanto all’assurdità dei miei freni.
Continuò la sua danza. Ascoltava il suo corpo aggrappandosi al mio, gemendo a occhi chiusi. Tenevo gli occhi fissi su di lei godendo e trattenendomi ad ogni sua spinta. A tratti un sorriso illuminava il suo volto arrossato. Allora apriva gli occhi e come in trance mi lanciava uno sguardo velato, inarcandosi, respirando piano. Finché, proprio in uno di quei momenti, ebbe un’esitazione. Emise un lungo sospiro, si fermò, si piegò in avanti, girandosi di lato. La sentii tremare, le braccia puntate sul materasso. Io, immobile sotto di lei, ero teso, sconvolto. Lentamente riprese il controllo. Si sollevò e scese dal letto. Raggiunse la parete e raccolse la giacca, si voltò. Disse che tornava a casa, che potevo tenere il lettore, le faceva piacere se l’ascoltavo.
L’accompagnai alla porta. L’aprii, ci salutammo sul pianerottolo. Faceva freddo ed ero confuso. Avrei voluto trattenerla, la desideravo terribilmente. Farfugliai qualche parola. Mi sentii nudo. Lei si voltò e raggiunse la scala. La chiamai, le chiesi un ultimo bacio, maledicendo la mia stupidità.
Lei sorrise e tornò sui suoi passi. Mi ravviò i capelli. Disse che l’indomani, se fossi stato meglio, avremmo fatto una passeggiata insieme. Poi, allontanandosi, rise di gusto e indicò il mio pigiama. “Niente male!” esclamò.
Mi guardai e cercai inutilmente di coprirmi. L’erezione, ben lungi dall’esaurirsi, mi deformava i pantaloni del pigiama. Ero bagnato.
Lei rise ancora più forte.
“Mi piaci da morire”, dissi. Spostai le mani fissandola senza pudore.
Lei si avvicinò e mi carezzò il volto, prendendolo fra le mani.
“Dobbiamo fare l’amore”, disse a pochi centimetri dal mio viso.
“E Marcus? Così non posso, lo sai. Non ce la faccio…”
“Vorrei potesse essere tutto diverso”.
Mi sfiorò i capelli e il collo. L’abbracciai. Le mie mani accennarono una presa sui fianchi. Guardandomi, si liberò e arretrò d’un passo. Poi di un altro, in silenzio. I nostri occhi non si lasciavano. Non volevano che fosse un addio. Non volevano cambiare nome alle cose. Ero io che chiedevo di farlo? Non ne ero sicuro. Ma se le stavo dicendo di andarsene, mi rimangiavo la parola all’istante.
Un sorriso le schiarì di nuovo il volto. Il mio era un punto di domanda.
Scese i primi gradini. Le sua labbra si mossero. Non so cosa dissero, forse che non era finita. Mi mossi verso di lei, la porta di casa sbatté alle mie spalle. Lei si voltò e scese le scale di corsa.
“Ti amo”, sussurrai, mentre i suoi stivali rombavano sotto di me.

Test

Lausanne, coucher de soleil

Coucher de soleil sur Ouchy, Lausanne, Suisse – by Jaquette, su flickr

 

Stava per tramontare. Sopra Ginevra morbidi strati di nuvole preparavano uno spettacolo cui non si era ancora abituato. Faceva parte delle novità, delle meraviglie di quelle prime settimane, dell’eccitazione che da quando si era trasferito animava le sue giornate.
Decise di abbandonare l’avenue e imboccò la ciclabile che attraversava il parco, immergendosi in un tripudio di colori autunnali. Alla sua sinistra il lago si piegava in sottili lamine d’argento per volere di una brezza gentile, la stessa che gli scompigliava i capelli e alla quale s’abbandonava inebriato, inspirando forte. Poco più in là incrociò un gruppo di ragazzi sui roller. Nel passare sfiorò il campanello e alzò una mano in segno di saluto, cui loro risposero mostrando le gomitiere. Al bivio successivo tenne la destra e costeggiò l’enorme prato della biblioteca, gustandosi la vista suggestiva della lunga vetrata illuminata, davanti alla quale si stagliava l’imponente chioma di un castagno secolare. Ancora poche pedalate ed era arrivato. Frenò e s’accostò a un semaforo, al verde riattraversò avenue de Rhodanie e si infilò sotto il porticato del foyer in cerca di un buco nelle rastrelliere piene di biciclette. Riconobbe quella di lei, costosa, da corsa, e il lucchetto che le aveva prestato. Non siamo in Italia, le aveva detto, ma nemmeno in Svezia, meglio non fidarsi. Spostò la bici accanto e vi mise la sua. Le legò insieme con un sogghigno, immaginandosi la faccia di lei. Non lo stava aspettando, le faceva una sorpresa, a lezione non avevano parlato di vedersi quella sera.

Probabilmente ha già cenato, pensò, attraversando la hall e prendendo la scala del blocco C. Fece i gradini due a due. Arrivato al terzo piano, per prima cosa s’affacciò alla cucina, da dove aveva sentito arrivare delle voci. Trovò tre ragazzi, due al tavolo chiacchieravano davanti a una tazza di tè, il terzo dall’aria nordafricana stava facendo bollire della verdura in un pentolone fumante. La ragazza seduta si interruppe fissandolo incuriosita, ma lui girò i tacchi e andò dritto alla stanza 385, in fondo al corridoio. Bussò. Attese qualche secondo, ma non ci fu risposta. In una delle camere a fianco qualcuno ascoltava musica etnica ad alto volume. Bussò di nuovo, più forte, la porta oscillò. Ma nulla, nessuna risposta. Rimase un po’ in piedi davanti alla porta laccata bordò, scrutò la targhetta col numero in rilievo, pendeva da una parte, mancava una vite. Strano, pensò, la bici è qui sotto. Sarà uscita a fare due passi. Guardò fuori dalla finestra del corridoio. La luce del tramonto infuocava le cime degli alberi, mentre in alto il cielo invocava la notte.

Tornò lentamente sui suoi passi. Dalla porta aperta di una camera scorse una ragazza e un ragazzo seduti sul letto, immersi in una vivace discussione. Incrociò un ragazzo di colore che gli era stato presentato qualche giorno prima, in cucina, mentre facevano da mangiare. Si erano alternati più volte ai fornelli per poi decidersi a cenare insieme e condividere ciò che avevano preparato. Il ragazzo lo riconobbe, si salutarono. Pensò di chiedergli se l’avesse vista, ma non lo fece. Scese un paio di rampe di scale, quando a un tratto udì la sua voce. Guardò in su e in giù cercando di capire da dove provenisse. Non parlava francese, né inglese, ma era la sua, ne era sicuro. Nell’atrio al piano di sotto c’erano le cabine telefoniche, una aveva la porta socchiusa, scorse il piede che oscillando la teneva aperta. Sorrise. Scese i gradini e si avvicinò in silenzio, indeciso se farle uno scherzo o non disturbare. Da dov’era udiva ciò che stava dicendo, ma non capiva assolutamente nulla. Lo svedese al suo orecchio era uno sbrodolare di parole quasi totalmente privo di intonazione. Doveva essere una lingua difficilissima da imparare. Le poche parole che gli stava insegnando erano già un’impresa. Ti amo – Iog asgar dei, o come diavolo si pronunciava. Vorrei fare l’amore con te… Ecco. Non l’avevano ancora fatto, anche se lei gliel’aveva chiesto, più d’una volta. Ed era stata lei a baciarlo per prima. Era successo proprio lì, in camera sua, al piano di sopra. Avevano passato buona parte del pomeriggio a rileggere gli appunti delle lezioni, poi come facevano sempre, si erano svagati raccontandosi a vicenda. Adorava il suo entusiasmo, la vivacità con cui si descriveva. La curiosità con cui voleva sapere di lui. Era affascinato dal suo mondo, dalla sua indipendenza. Ed era innamorato dei suoi occhi di cristallo un po’ orientali, dei suoi capelli dal taglio corto e spavaldo, della sua passione per lo sport, la musica, qualsiasi cosa facesse. Avevano mangiato in camera, incastrando un tavolino basso fra il letto e la scrivania. Quando aveva fatto per andarsene, lei gli aveva chiesto di restare. Non aveva mai visto quello sguardo sul volto di una ragazza. Lei aveva chiuso la porta alle sue spalle e ce l’aveva spinto contro. Aveva sentito il suo seno premere forte, poi il bacino e una coscia, mentre sollevava una gamba avvinghiandosi alla sua. Mentre la lingua di lei guizzava facendosi strada fra le sue labbra, la porta prese a sbattere rumorosamente sullo stipite.

Ma lei aveva un altro, un fidanzato, a casa. Un brav’uomo, diceva, un agricoltore. Aveva una fattoria a nord di Stoccolma. Gli aveva anche mostrato la fotografia che teneva nel portafoglio. Allora lui aveva fatto un passo indietro. Come in quel momento, mentre risaliva le scale in silenzio, senza disturbare quel flusso di parole rotolanti come sassi sul fondo di un fiume. Senza interrompere quella telefonata. Perché era con lui che stava parlando, l’aveva capito.
Tornò di sopra, al terzo piano. Il corridoio illuminato era un via vai di persone. La luce negli spazi comuni si spegne alle 22. E’ raccomandato il silenzio, recitava un cartello nella bacheca del soggiorno. Raggiunse la stanza 385, aprì lo zainetto e strappò un foglio di quaderno. Le avrebbe lasciato un biglietto, per farle sapere che era passato. Si appoggiò alla porta e cominciò a scrivere. Il legno malfermo crepitò sotto la sua mano e poco dopo la porta, che non era chiusa a chiave, si aprì. La luce era accesa, entrò, chiuse la porta. Nell’aria c’era odore di lei. Raggiunse la finestra e si girò guardandosi intorno, assaporando le tracce della sua presenza. Per un momento fu tentato di farle una sorpresa e farsi trovare lì. Si sedette sulla poltroncina da lettura, poggiò i gomiti sui braccioli, fissò le impronte sul letto. Era indeciso. Non si sentiva a suo agio, si sentiva un intruso. Era un intruso. Si alzò, in mano aveva ancora il foglio di carta. Si mise alla scrivania e riprese a scrivere. Je suis passé te chercher… Scorse un oggetto accanto a sé, una specie di evidenziatore, ma più sottile, con la punta coperta da un cappuccio rosa semitrasparente. Lo prese in mano, sul lato c’era una scritta: Test de grossesse. Lo lasciò cadere sul tavolo. D’istinto accartocciò il foglio su cui stava scrivendo e lo infilò in tasca. Mise a posto la sedia, andò alla porta. Si voltò, controllò di non aver dimenticato nulla.
Fece il corridoio di corsa, poi giù per le scale e fuori di lì.
Non guardò, ma passando era convinto che lei stesse ancora parlando.

La controra

Controra

“Riposo pomeridiano”, V. Van Gogh – web

Lo mise dentro e spinse piano fino in fondo, appoggiandosi a lei.
Stette fermo così, annusandole il collo. Aprì la bocca e lo morse dolcemente, lo leccò fino all’orecchio. Poi sfiorò le sue labbra, che non risposero. La guardò. Aveva gli occhi chiusi, in attesa.
Cominciò a premere. Prima piano, poi più forte. Lei lo lasciò fare. Guardò i suoi seni sobbalzare, s’inarcò e le leccò un capezzolo, poi l’altro, eccitandosi. Lei allargò le braccia e s’aggrappò alle lenzuola. Si voltò e sprofondò il viso nel cuscino, abbandonandosi.
Ma non gemeva, non diceva niente. Lui continuò a muoversi sopra di lei in cerca di un sospiro, una parola che lo guidasse.
Ora la prendeva con forza, ansimando. Alzò lo sguardo alla testiera del letto, poi più su, al crocefisso appeso sulla parete di tufo. Aveva caldo.
Pensò a quando avevano deciso di farlo: erano le due e, col caldo che faceva, di andare in spiaggia non se ne parlava nemmeno.
Si fermò. Era sudato. Lo tirò fuori. Guardò sua moglie, che aprì gli occhi per capire cosa stava succedendo. Non disse niente, lo mise dentro di nuovo. Poi si ritrasse e la penetrò ancora. E ancora. Ma mai fino in fondo. Aveva bisogno di sentire le sue labbra avvolgerlo e inghiottirlo ogni volta. Continuò a muoversi a quel modo, trattenendosi appena oltre la soglia. Ripeté quei gesti affrettandoli man mano, trastullandosi con gli orli della sua pelle.
Adesso sapeva di poter venire da un momento all’altro e in fondo aveva voglia di farlo. Lei era tutta bagnata, ma continuava a tacere.
Seguitò a giocare con i lembi della sua vagina, penetrandola sempre più rapidamente. Era convinto di farla godere. Puntò le ginocchia, le strinse forte i seni e le braccia, accelerò con movenze da film porno, estasiato dal liquore che lo avvolgeva e dalla sensazione di continuare a entrare dentro di lei.
“Che stai facendo?”, le udì dire a un tratto.
S’interruppe di colpo e la guardò titubante.
“Entra bene”, lo redarguì. “Così non sento niente”.
Mortificato, smise di giocare. Ubbidì, andò fino in fondo e ricominciò a muoversi.
Lei richiuse gli occhi. Lo fece anche lui.
Spinse sempre più forte finché venne, accasciandosi su di lei.
Per un po’ rimasero in silenzio.
“Sei tutto sudato”, disse lei, toccandogli una spalla.
Si sollevò sulle braccia. Con un sorriso rispose allo sguardo infastidito di sua moglie e scartò di lato.
Si chiese se le avrebbe fatto piacere che la toccasse. Non aveva molta voglia di farlo, in verità. Provò a dire qualcosa, rise.
Per tutta risposta lei scimmiottò la sua risata.
“Ridi sempre così”, disse aspra, tirandosi a sedere. “Quella tua risata falsa, di circostanza”. La imitò ancora un paio di volte, con sarcasmo. Sapeva di umiliarlo. “Vado a fare una doccia”, concluse, alzandosi dal letto.

Voce

La sua voce. Dote naturale, educata, addestrata per anni. Oggi forse un po’ ingombrante, talvolta imbarazzante. Un talento non messo a frutto, come spesso accade, ma non solo. Motivo di contesa e discordia fra lei e la madre. Alla ribellione succedette lo strappo, il silenzio. Sicché oggi è raro sentirla cantare. Ma quando succede – e per mia fortuna accade sempre più spesso, la sua voce mi avvolge e mi trattiene prima ch’io possa fare o pensare. E’ qualcosa di sorprendente; metamorfosi ai miei occhi, magia per i miei orecchi. In quei momenti è come se la sua persona mutasse e assumesse proporzioni diverse.

Ha un corpicino minuto. E quando canta, l’attimo appena prima, si contrae riducendosi ulteriormente. Poi, solleva i polsi e stringe indici e pollici afferrando delle redini invisibili. Chiude gli occhi. Mi pare di sentire l’energia accumularsi all’altezza del suo stomaco. E sgorgare, da lì, in un lungo gemito profondo, crescente, sempre più potente, inseguito, ascoltato, modulato. Domato. La sua voce come altro da sé, come bestia addomesticata. Quando la lascia andare, la sua forza sproporzionata mi disorienta. Immerso in quel suono, la vedo con altri occhi. Il suo corpo uno strumento smisurato.

“Ti canto un pezzo della Cenerentola di Rossini”, dice dopo aver scaldato la voce. E’ contralto, merce rara. Di una bellezza ambigua e schiva, ancor più difficile da accettare. Ma in lei vivono tante voci e a me piace ascoltarle tutte. Quella un po’ roca, sospirata e tesa, dei momenti in cui vivere sembra una trappola senza via d’uscita. Quella misurata, ma energica e decisa, che così ben s’accorda alle lezioni di psicologia. Quella sopra le righe, esasperata e urlata, per sfogo o protesta. Quella stridula e lacerata dei momenti di paura.
Ne conosco i picchi, l’onda gonfia. Il frangersi in risata, il dilaniarsi in pianto rabbioso. Il mugolio amoroso. E il tono brusco e canzonatorio con cui mi rimbrotta, mi pungola, mi promuove. Quello delizioso e crudele con cui si fa beffa di me.

Ma c’è un momento in cui riesce ancora a sorprendermi. Accade quando è più allegra, un po’ su di giri. Mentre beviamo un bicchiere di vino stuzzicandoci a vicenda e infine lei prende l’iniziativa e mi scuote con le sue domande. E’ in quel tempo di lieta attesa, in cui mi invita ad avventurarmi con lei in un dove inesplorato, è allora che odo un mugghiare di metallo morbido attraversarle la gola, e le sue parole vibrare come cristallo strofinato dal vento. Ascolto inebriato quel riverbero e vi riconosco un’armonica, una nota dominante, che è solo sua. La adoro, come amo il modo in cui si manifesta, a un tratto, luce al tramonto sulle rocce, illuminandole il volto.

Acqua

 

uomini e donne
di carta e di cera
di aliti ventosi
rivoli di fortuna.
ma cari miei
solo acqua che fugge via!

(I. Pedretti)

“Certo che ha un bell’odore il tuo coso, lì”, disse senza distogliere lo sguardo dalla tv.
Lui si voltò. Sorrideva divertita. Continuava a fissare lo schermo, in attesa.
Aveva capito, ma fece finta di no, non disse nulla. Lo faceva spesso, prendeva tempo. Lei lo sapeva. E lo aspettava.
Erano seduti sul divano, vicino alla stufa. Si erano tolti le scarpe e poggiavano entrambi i piedi su una sedia.
“Non dici niente?”, lo spronò. Fece un cenno col mento e mosse gli indici delle mani, che teneva intrecciate sul grembo. Lui guardò nella direzione che aveva indicato, dritto su di sé. Si sporse verso di lei e fece finta di annusare l’aria. “Ma cosa fai, stupido?!”, esclamò lei, mettendosi a ridere. “Smettila, che già mi mette abbastanza imbarazzo”. L’odore, era vero, si sentiva bene.
“In effetti si sente bene”, disse lui. “Sicura che non sono io?”
“Ma va!”
“Sai, non ho nemmeno fatto una doccia”.
“Nemmeno io. Mi sono sciacquata, ma non ho tolto tutto. Ne era rimasto un po’. E adesso è sceso”. Lui la fissò, poi la baciò sulla fronte. La fissò nuovamente.
“Perché mi guardi così?”, chiese lei. “Sorridi, sembri quasi contento”, si ritrasse un poco nel suo angolo di divano. Faceva sempre così. Si scostava e lo guardava da un po’ più lontano. Lo faceva per vedere meglio. Per capire. Per capire se quello che sentiva era vero. I suoi occhi guizzavano in cerca di una conferma.
A lui sembrava che gli leggesse dentro. Non era sempre facile lasciarsi guardare così. Né rispondere alle domande che normalmente seguivano. Era come se lo trapassasse.
“Vieni qui”, disse lei.
Lui l’abbracciò. In realtà lasciò che fosse lei ad abbracciarlo. Non desiderava altro. Si stese su di lei e le poggiò il capo in grembo. Lei lo strinse a sé. Sapeva che ne aveva bisogno. Lei sapeva ogni cosa. E a lui andava bene che le cose stessero così. Potersi fidare.
“Mi spiace che tu non possa averne”, gli aveva detto il giorno prima.
Era tanto che non ne parlavano più. Stavano bevendo un caffè al tavolino di un bar prima di andare al lavoro, quando lei aveva pronunciato quelle parole come se non avessero alcun peso. L’attimo dopo sembrava che stesse già pensando ad altro. E invece pesavano quelle parole, eccome se pesavano. Anche per lei. Ma trattarle così era meglio. Per entrambi. Lei sapeva anche questo.
“Spiace anche a me”, le aveva risposto lui.
Stare con lei era come essere nudi. Sempre. Lo faceva stare bene. Per questo motivo oggi non diceva niente. Perché non ce n’era bisogno. Lei sapeva la risposta prima ancora che lui riuscisse a formularla. E allora rimase in silenzio.
Chiuse gli occhi e pensò a lei che lo chiama sul balcone per salutare la luna. Alle lacrime che le increspano gli occhi, per un ricordo. Al suo ventre. A quel calore. A quell’odore. A quel rivolo.
Riaprì gli occhi. “Sarebbe bello potesse venirne fuori qualcosa”.

L’uncino

uncino

Mercato coperto, Sulaimanya, Iraq

Eravamo in una camera d’albergo di terza categoria. Era inverno, il pavimento di graniglia era gelido, i termosifoni appena accesi fischiavano disperatamente. Stavamo distesi sul grande letto a due piazze, vestiti. Di lì a un poco avremmo fatto l’amore, ma c’era ancora tempo. La luce delle abat-jour ai lati del letto squarciava il buio di quello stanzone freddo. Se non fosse stato per il via vai sul piano, l’aprirsi e chiudersi di porte sul corridoio e il clamore improvviso degli ultimi arrivi, avremmo anche potuto essere in una tomba. Ero stanco del viaggio e di tutto ciò che l’aveva preceduto, mi stavo acclimatando. Avevo voglia di lei, la desideravo, ma non ero ancora pronto per toccarla, né toglierle i vestiti di dosso. Non ricordo di cosa stessimo parlando, forse di Roy, il festeggiato, che cercava di farsi Claire, ma lei gliela faceva solo annusare. Lui era troppo buono, era il suo più grande difetto, e glielo leggevi subito in faccia, nonostante il metro e novanta, la palestra che gli gonfiava la camicia, i piercing e i solchi nei capelli. O forse parlavamo di noi, che tutto sommato stavamo bene, scopavamo, tanto e di gusto. In quel momento eravamo una zattera in balia della corrente e il mare era incredibilmente piatto. Forse eravamo felici, chissà. Fatto sta che a un tratto lei si tirò su sulle ginocchia e guardandomi dall’alto mi disse: “Adesso ti rivelerò una cosa”, usò proprio quella parola, rivelare. Si sedette sulle caviglie e si sporse un po’ in avanti, senza toccarmi. Abbassò la voce per essere sicura di essere udita da me soltanto, per accertarsi che ascoltassi bene ciò che stava per dirmi. E il tono della sua voce, in effetti, divenne quello di una sorta di ammonimento. “E’ il tuo pene, la forma che ha, che mi piace”, disse. “E’ giusta per me, capisci, sembra fatta apposta. E’ di quelli ad uncino, ma ce l’ha nel punto giusto”, continuò, “mi stimola proprio lì”. E mosse eloquentemente il dorso di una mano nell’incavo dell’altra. “E’ per quello che se non sto attenta vengo subito”. Silenzio. Per un lungo istante il bambino guardò la maestra inebetito. Ed io che credevo di essere bravo a letto, pensai. Grazie al cazzo, invece. Uncinato, a quanto pare. Alla fine annuii, feci intendere di aver capito e mentre nel frattempo scacciavo dalla mente l’immagine poco gradevole di un pezzo di carne appeso in una macelleria. “Facciamo in fretta”, disse lei, “fra un po’ verranno a chiamarci per uscire”, e prese a sbottonarsi la camicia da sotto il maglioncino di lana. Io rimasi immobile ancora un momento. Chiusi gli occhi e infilai le mani nelle tasche dei pantaloni in cerca di un po’ di calore. Nonostante tutto, faceva ancora maledettamente freddo.