Il segnale

Ticchettio

Da tempo non prendevamo più precauzioni. Era bello farlo senza condizionale, come la chiamavamo. Ma quel senso di libertà e spregiudicatezza si trasformò ben presto in qualcos’altro. Non era più come prima. Non c’era il trasporto, l’eccitazione di una volta. Non c’era più il desiderio, sembrava tutto calcolato. Gesti disinvolti e spensierati erano diventati meccanici, forzati. S’erano guastati.
Dovevamo ammetterlo, cambiare rotta. Non c’era più gusto a fare sesso in quel modo. Era una pratica ostinata, priva di ogni forma di seduzione. Specie per mia moglie, che sembrava rispondere al comando del proprio orologio biologico.

Voleva essere madre, se n’era parlato. A me l’idea della paternità non dispiaceva. Ma dopo mesi di tentativi senza rimanere incinta credo che la cosa per lei fosse ormai un’ossessione.
A volte la trovavo in camera, nuda, intenta a guardare la propria immagine riflessa nello specchio grande dell’armadio. Si sfiorava la pancia con una mano. Diceva di sentire un calore all’altezza del ventre, una specie di tepore liquido, estraneo e suo allo stesso tempo. Diceva proprio così.
Poi arrivava il ciclo e cambiava subito umore. Diventava impaziente, nervosa, era quasi intrattabile.

Finché ci fu quella volta. Me ne stavo seduto da solo, in salotto. La testa abbandonata sul divano, ascoltavo un po’ di musica a occhi chiusi. Pensavo alla ragazza del bar, che non credeva che fossi sposato. Per il tuo fine settimana, aveva detto, mettendomi in mano un cd con una raccolta canzoni fatta da lei. Mi aveva sorpreso.
Mia moglie entrò nella stanza, non me ne accorsi subito. Aprii gli occhi e lei era lì, in piedi di fronte a me, nel suo pigiama di lanetta grigia un po’ spessa. L’avevo lasciata che faceva un solitario al computer ascoltando un talent show in televisione e adesso mi stava fissando dall’alto.

Stropicciai gli occhi chiedendomi cosa volesse. Abbassai il volume. Lei rimase dov’era e mi sorrise in silenzio. La guardai, feci altrettanto. Allora lei alzò un sopracciglio, più volte, velocemente. La fissai. Lo fece di nuovo.
Sapevo cosa significava quel gesto, era il segnale.
Non disse niente e uscì dalla stanza senza aspettarmi.
Mi afflosciai sul divano, le mani dietro la nuca. Espirai lentamente.
Ero stanco, terribilmente stanco.

In camera faceva freddo. Si era tolta il pigiama e si era infilata sotto il piumone.
Mi spogliai, misi in ordine i vestiti sopra la sedia. Entrai nel letto, mi mi misi supino, faccia al soffitto. La sentii mettersi sul fianco.
“Che c’è?” domandò.
“Niente”. Chiusi gli occhi.
Mi mise una mano sulla spalla e mi abbracciò. Sentii le sue labbra sulle mie, che risposero controvoglia.
Il suo seno mi premeva lo sterno, sentivo il calore del suo respiro sulla faccia, l’odore del suo alito. Le sfiorai il collo, con due dita scivolai lungo la schiena. Era inutile.
“Si può sapere che hai?” chiese inviperita.

Dissi che non me la sentivo, che ero troppo stanco. La verità è che non sarei mai riuscito a farlo. Pensai al baccalà con patate che avevo mangiato appena rientrato. Serviti, te ne ho lasciato un piatto nel forno. L’avevo scaldato al microonde e mandato giù avidamente, da solo, in cucina. Come mai così tardi?
Mentre il corpo di mia moglie mi schiacciava lo stomaco, per un momento il mio pensiero andò ancora a lei.
Passò la lingua sulle mie labbra chiuse, le leccò due o tre volte come un animale, pensando di eccitarmi. La sentii premere più forte, sapeva quanto mi piacesse stringere le sue tette gonfie quando mi veniva sopra.

Mi montò. Sentii battere il suo sesso, poi un sospiro e mi baciò di nuovo. Il letto cigolò tristemente. Rimasi immobile, inerte, gli occhi che fissavano il soffitto da sotto le palpebre. Deglutii piano.

Si sollevò bruscamente e si lasciò cadere nella sua parte del letto. Il materasso sobbalzò. Si girò dall’altra parte strattonando il lenzuolo, spense la luce. Udii ancora un soffio, una parola, o forse un singhiozzo.
Rimasi immobile, le braccia lungo il corpo, per un tempo infinito.
Nella stanza il frastuono del ticchettio della sveglia.

[P.B., 26/5/2019]

Immagine di copertina – web

41 thoughts on “Il segnale

    • Noia, sì. Obiettivi (auto)imposti che vengono vissuti in modo deviato e (auto)lesionista.
      Una relazione degna di questo nome è in grado di far evolvere dentro di sé queste mutazioni epocali, generazionali, le sa gestire, con fatica magari, ma le incanala, le nutre, le fa maturare. Ma serve amore, quello vero. Mettersi in gioco consapevolmente, non dare niente per scontato. Serve essere nella relazione, non due persone messe una accanto all’altra. (…)
      Grazie della lettura, Manuel. E’ sempre un piacere.

  1. Questa anatomia ha nel titolo il germe della fine. Mi piace la scelta dell’articolo determinativo. Mi piace tutto il percorso. Mi piace questa celebrazione del momento della fine, perfetta con la colonna sonora delle canzoni di un’altra. O di un altro. Oh!, sono io che la vedo come celebrazione. Anche le storie che non esistono più reclamano qualcuno che le racconti, con protagonisti diversi, magari a ruoli invertiti. E poi questa arriva così bene, nel giorno dell’anniversario del mio matrimonio. Come un regalo.

    • Mi piace lavorare a questi piccoli frammenti, miniature, anatomie, appunto. Ci si può soffermare con la lente di ingrandimento, fermare il tempo (e il battere dell’orologio) nell’istante in cui si compie la piccola-grande scoperta. Il dettaglio contiene già tutto. Ha in sé l’innesco e la forza deflagrante.
      Scrivere un racconto – hai ragione – è già un modo di celebrare. Il ricordo è tempio. E’ sacro. Perché è lezione e fonte di vita, che si rinnova ogni volta.
      Le coincidenze fra me e te, cara poetessa, direi che di sprecano. Magari giochiamoci i numerini al superenalotto. Si sa mai… Sono lieto di averti fatto a mia insaputa un regalo. Ho la sensazione che la cosa non finisca qui… 🙂
      Buona giornata! Buoni ricordi, buone invenzioni!

    • Grazie.
      Sul senso (anche stilistico, direi principalmente stilistico) dei finali anatomici e dei brevi racconti in genere si potrebbe discutere a lungo. Quando chiudo così, di solito sento sulla pelle il freddo dell’acciaio del tavolo autoptico…
      Ma parliamo del tuo di finale. Inventarsi una scusa, ho capito bene? (per non arrendersi a un’evidenza per quanto triste e vera, comunque superabile)

      • No scusa: mi sono espressa male causa poco caffè in circolo

        pensavo all’aspetto – tristemente – realistico, di quanto sia facile nella realtà scivolare in dinamiche simili, che hai descritto molto bene

        e pensavo anche che sia in fondo una scusa, la situazione, per scivolare dove non si dovrebbe.

      • Adesso è tutto chiaro. E sono d’accordo. In certe situazioni, nelle fasi più impegnative o di stanca di un rapporto, è troppo facile fuggire, approfittare della prima finestra aperta che faccia entrare un po’ d’aria fresca (per rimanere in metafora). E’ in trincea che si fa fatica a restare.
        Sono scelte.
        Molte volte si dice che le generazioni che ci hanno preceduto fossero più resilienti in questo senso, vuoi per educazione, vuoi per mancanza di libertà, vuoi per scelta e convinzione, vuoi per tutte queste cose messe insieme. Di quest’ultima c’è un buon esempio letterario, freschissimo, in un (bellissimo) personaggio del romanzo “Fedeltà” (appunto) di M. Missiroli. Una lettura che ti consiglio vivamente, se non l’hai già fatta.

      • Poi magari non è di tuo gusto. Però dalla sua ha sicuramente ritmo, densità, intensità (è “giovane”, fra i 35 e i 50 ci siamo dentro un po’ tutti), analisi emotiva. E un’interessante ricerca della definizione/declinazione del concetto di “fedeltà”, appunto.

      • Allora sono curioso di sentire le tue considerazioni in merito. L’autore indugia a lungo su una sottile (solo per lui?) linea di confine, interpretando, credo, una buona parte del disorientamento e disagio dei giovani adulti di oggi. Debolezza?

      • Ecco, sono già incazzata.

        Non è debolezza, è paraculismo: se pensi il massimo della vita sia trombare in giro, se hai lo spazio emotivo che corrisponde allo span d’attenzione di un pesce rosso

        lì il problema è a monte.

        Allora lo dichiari e si va tutti d’accordo o non tingi di foschi interrogativi la banalità di un pisello più intraprendente del cervello.

        La linea di confine non è sottile, al massimo è scarno lo spessore personale.

        Poi gli errori o gli sbandamenti possono averli persone di tutte le carature, per carità

        ma se si iniziano a far contrattazioni su principi banali, io mi chiamo fuori

      • Fantastica!
        Detta così suona benissimo. Ci sta.
        Eppure. Mi vien da dire eppure. Una possibilità al Missiroli gliela darei. Anche solo perché scrive “bene”. Ma mi conosco e so di non essere categorico di natura.
        [Alla fiera del Libro, comunque, a Torino, dovevi andarci tu: gli facevi un culo così! :-)))]

      • Ma sai… a me piace leggere, se non mi piace quello che leggo passo oltre e addio

        mica ho voglia di stare a segnalarlo: se lui lo ha scritto, a lui piacerà 🤷🏼‍♀️

      • Beh, giustissimo.
        Non mi fosse piaciuto, me lo sarei già dimenticato pure io, in effetti.
        Mo’, però, basta promo-Missiroli, che mi pare di essere il suo agente… (me ne venisse in tasca qualcosa, ancora ancora…) :-))

    • Mi permetto di consigliare Fedeltà per più di un motivo. Intanto il titolo, non ha alcun articolo e le storie raccontate sono diverse declinazioni di fedeltà: sono le fedeltà. Da leggersi anche come infedeltà nel momento in cui vengono messe alla prova e ridurle alle sole fedeltà/infedeltà coniugali è un gravissimo errore. Sono sicuramente il fil rouge della narrazione, ma c’è molto, moltissimo altro. A cominciare da uno spaccato di vita attualissimo, radiografato soprattutto, al di là dei fatti raccontati, delle storie in sé, nella parte vissuta e non detta (nel mero senso di pronunciata), nei pensieri pensati dai personaggi, nella loro vita interiore. Perché noi siamo per un pezzo una parte che tutti vedono e una parte che nessuno vede, e che anche quando la condividiamo, passa sempre attraverso un filtro che la rende comprensibile e adattata all’interlocutore.
      Il libro non celebra l’infedeltà, il trombare il giro, e non ho trovato personaggi con la faccia di palta, c’è davvero un sacco di cervello e pochissimo pisello. E non è uno di quei libri che ti scopano il cervello.
      I principi sono qualcosa di fluido, e non sono più i sani principi. I principi (penso che tu intenda morali) sono un’idea da seguire in modo dinamico, non sono dogmi perché la vita e le relazioni, sono adattamento.
      Fedeltà è anche un libro sull’adattamento, sull’essere adulti molto diversi dai modelli dei nostri genitori, è un romanzo sui nostri tempi, ne dà uno spaccato verosimile, una versione attendibile. Non intende promuovere alcun comportamento immorale o amorale, semplicemente lo ammette e lo racconta, senza darne un giudizio o una giustificazione (sono i personaggi caso mai che accettano o non accettano dei comportamenti, riguardo a se stessi in primis e poi agli altri, e proprio qui sta il “gioco” delle fedeltà).
      E’ chiaro che il libro mi è piaciuto. Tantissimo. Come ha detto Missiroli: “ la mia vita è scandita da libri che mi gestiscono la felicità e l’infelicità . è impossibile decifrare la vita senza quel lato lì”. Fedeltà mi ha reso felice. (ma io sono mediamente strana)

      • Ciascuno chiama idee chiare quelle che hanno lo stesso grado di confusione delle proprie. E’ un modo per salvarsi. Confusa e felice. (caso mai ce la ascoltiamo) .
        I libri li leggo di pancia, e dopo, se mi hanno detto qualcosa ci rifletto e mi parte lo spiegone. In Fedeltà i personaggi cercano di assecondare la propria natura, non li chiamerei istinti. Cercano di essere fedeli al momento. Hanno degli obbiettivi da perseguire, ma quello che ce li fa apprezzare è il percorso che compiono. Ne esce una storia fatta di momenti. Non una singola storia. I momenti , gli istanti che ci ricordiamo, quelli che ci vengono raccontati nel libro sono funzionali alla narrazione perché ci tratteggiano la natura dei personaggi. La bellezza sta nella ricerca di una coerenza (fedeltà) non ad un qualche principio quando ad una percezione di un momento, che non si può ripetere ma che si incolla addosso e li muove alla ricerca di una fedeltà al sentire di quel momento. Chiaro il giro di parole?
        Tornando alle idee chiare, perché non chiedersi: cosa è per me la fedeltà?
        Il nostro (il tuo) protagonista, che non ha un cavolo di voglia di fare l’amore con sua moglie e ha in testa la barista (non sappiamo com’è), sta ascoltando la musica che lei gli ha regalato (e questo dettaglio ci basta a dirci che lei lo ha colpito) è fedele?

      • Chiarissimo.
        Dare una mia definizione di fedeltà? Difficile e relativo. Hai ragione. Faccio parte anch’io dell’humus che ha generato il libro. Per questo l’ho apprezzato.
        Se di morale e di giudizio morale parliamo, forse non mi salvo. Forse. Perché l’esperienza del perdono e dell’espiazione, in una vita umana – e anche questo si legge nel libro – sono fondamentali.
        Il mio personaggio?
        Lui, a mio avviso è ancora su una soglia. Forse dietro (la ragazza del bar, di qui o di là del bancone, è solo un fantasia e potrebbe restare tale), forse c’è proprio sopra.
        E’ un personaggio un po’ “grezzo”, così almeno lo avverto io, per cui forse il ragionare col pisello (“alla glande”, come disse un mio caro amico una volta) per lui un po’ ci starebbe. Nella lettura del mio racconto sarei abbastanza d’accordo con MT. Il protagonista non dà molto affidamento.

      • Non lo so. Tu hai scritto e avevi un intento. Io ci vedo una lei un po’  rompixxxxx e un lui scazzato che ha perso il desiderio. Il mezzo non sempre giustifica il fine. Voglio dire, poteva accontentarla e pensare alla barista. Invece è onesto. Preferisce pensare alla barista e lo apprezzo. Sono cinica?

        Piega anche i vestiti prima di infilarsi a letto… certe donne potrebbero apprezzare! 

        Il racconto già sai che mi piace e come spesso accade mi trovo più in linea col personaggio maschile. 

        (Anche se non piego i vestiti…!)

        (Son dell’idea poi che noi donne sappiamo essere attraenti anche col pigiama di lanetta, nel qual caso funziona l’autoironia e il non prendersi troppo sul serio, ma questa è un’altra storia)

        (La barista è andata a dormire col pigiama con gli orsacchiotti!)

        (Sto pensando a cosa mettermi stasera)

        (Lascio la terza parentesi o la cancello?)

  2. Triste e soffocante, come avere i piedi nel fango, fino alle caviglie, vedendo chiaramente il paesaggio.
    “Dovete sapere che la creazione di una grande compilation, così come una separazione, richiede più fatica di quanto sembri. Devi iniziare alla grande, devi catturare l’attenzione! Allo stesso livello metti il secondo brano, poi devi risparmiare cartucce inserendo brani di minore intensità. Eh… sono tante le regole. Comunque… ho iniziato a pensare a una cassetta per Laura. Conosco i suoi gusti e cercherò di farla felice. E per la prima volta, so di poterci riuscire. ( Alta Fedeltà. Nick Hornby)

      • La musica, per quanto mi riguarda, non è mai cosa da poco. Regalare una compilation (in generale della musica) vuol dire regalare tempo, pensieri, sensazioni e in qualche modo un po’ di sogni. Non è mai un contorno frivolo.
        E quando si sta in una situazione melmosa, un regalo così può essere davvero una boccata d’aria. E un arma a doppio taglio.

      • Beh, sul valore e la forza della musica, direi che siamo oltremodo d’accordo (e posso dire di conoscere un po’ i tuoi gusti e argomenti in materia). Su quanto la musica possa raccontare, interpretare, arricchire (più che accompagnare banalmente) le relazioni umane in genere, Hornby ha pensato bene di scrivere un romanzo (e non è l’unico). Direi che la cosa la dice lunga.

      • La musica ha il potere evocativo della poesia associata ad una carica emotiva più istintiva e animalesca.
        Per una come me diventa inevitabile amare Alta fedeltà ( sia libro che film) fin dalla prima pagina.

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