trasfigurazione

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l’acqua dei fiori, stanotte

è gocciolata in silenzio

da una fessura invisibile.

legno grezzo l’ha accolta

e con esso un drappo

umile sudario bianco

imbevuto d’indaco e ocra

cielo e terra

io e tu

in una mescola informe.

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sulla carta è rimasta un’impronta

un glifo, una runa

che non ha traduzione.

non siamo più lì, siamo altrove

trasfigurati, disciolti

per una nuova stagione.

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[P.B., 17/04/2021]

Amar-Si

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È facile amare qualcun altro, ma amare ciò che sei, quella cosa che coincide con te, è esattamente come stringere a sé un ferro incandescente: ti brucia dentro, ed è un vero supplizio. Perciò amare in primo luogo qualcun altro è immancabilmente una fuga da tutti noi sperata, e goduta, quando ne siamo capaci. Ma alla fine i nodi verranno al pettine: non puoi fuggire da te stesso per sempre, devi fare ritorno, ripresentarti per quell’esperimento, sapere se sei realmente in grado d’amare. È questa la domanda – sei capace d’amare te stesso? – e sarà questa la prova.

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[C. G. Jung, Seminari Lo Zarathustra di Nietzsche]

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Immagine di copertina di Laura Salvi

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Postfazione a cura di Flavio Almerighi

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Disponibile presso il sito di Terra d’ulivi edizioni al presente link (o cliccando sull’immagine di copertina).

Venerdì santo

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Scassinerà la morte, quella
fortezza buia, sposterà il pietrone ridendo
cucirà le ferite senza ago solo andando
in un punto del respiro, vincerà
sulla materia e per questo poi salirà
senza peso. Vincerà la gravità
la consistenza l’odore il nome,
risorgerà non più creato ma creatore, saprà
la formula il contatto fra ovulo e sperma fra
spora e tronco e seme e terra. Saprà
il principio d’ogni cosa la durata
saprà l’eterno il paradiso di Dante
l’avrà a memoria ogni verso e
anche le parole scritte ora
lui le avrà già sapute quella volta
lì nel sepolcro al fresco dove
la morte è uno stecco un niente
un avanzo un imbroglio e il resto
tutto il resto vita solo vita
solo luce e vita niente altro.

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[da Senza polvere senza peso – So dare ferite perfette, Mariangela Gualtieri, 2006, Ed. Einaudi]

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Immagine di copertina, opera di Laura Salvi

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La lavanda dei piedi

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Io lo conosco:
ha riempito le mie notti con frastuoni orrendi,
ha accarezzato le mie viscere,
imbiancato i miei capelli per lo stupore.
Mi ha resa giovane e vecchia
a seconda delle stagioni,
mi ha fatta fiorire e morire
un’infinità di volte.
Ma io so che mi ama
E ti dirò, anche se tu non mi credi,
che si preannuncia sempre
con una grande frescura in tutte le membra
come se tu ricominciassi a vivere
e vedessi il mondo per la prima volta.

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[Da Corpo d’amore, Alda Merini]

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Immagine di copertina, opera di Laura Salvi

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La pendola

A volte ritornano, si dice.

E’ un periodo un po’ complicato per tanti motivi che non sto qui a dire. Sicché la mia presenza nella blogsfera come lettore, ma soprattutto come scrittore, si è ridotta di molto.

Ma per fortuna segnali e impulsi arrivano in tanti modi diversi, sempre e comunque.

Vi ricordate di Stefano, il mio collega, Fusto per gli amici?

Ecco un’altra sua piccola perla notturna. Ricevuta e subito trafugata.

Poggiata alla parete

la pendola,

amica del tempo,

rintocca,

sparando sentenze.

Inutile

accusare la memoria,

che avvelenandoti il cervello,

fa solamente il suo dovere.

[S.F., 14/3/2021]

Flowers in the snow

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Di tanto in tanto amo dare risonanza ai versi, oltre che ai preziosi scatti, di Aurelia, che ringrazio.

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È possibile. É sempre possibile attendersi.
Attendersi a fiorire anche dentro stagioni sbagliate.


Dare tempo al tempo. Dare tempo ad ogni tempo.
Che ogni fine possa compiersi. E ogni inizio trovare nutrimento.


Concedersi l’attesa. La rabbia. La confusione.
Concedersi il fallimento.


Solo resistere alla resa.


Sperare il nuovo. Cercare il nuovo.
Come una disciplina.


In quotidiana cura.

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[Aurelia, chouckydoux, 2/1/2021]

le radici dell’io

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ho passato una vita a cancellare ogni traccia

perché mi si vedesse per come sono realmente.

ho dimenticato, rimosso

pulito i miei occhi.

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oggi, con la punta smussata di uno scalpello

dissotterro reperti in una stanza d’albergo.

di chi furono?

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il ferro dorato, in cui un tempo fui chiuso

ancora mi accoglie, invitandomi al volo.

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[P.B., 3/1/2021]

Dolcezze

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Mi è stato fatto notare, a ragione, che il mio filtro da lettore, che definirei amaro, non è stato del tutto (affatto) equo nella selezione di poesie del collega e amico Stefano, pubblicate qui.

Colgo allora l’occasione della pubblicazione di una delle citate poesie nella rassegna domenicale di Flavio Almerighi (gioielli rubati) per… aggiungere un po’ di zucchero alla precedente proposta.

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Cuore

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Ti desidero…

E non capisco…

Non sono le tue forti gambe,

e neppure le tue dita eleganti.

Non sono i tuoi lisci capelli,

e neppure i tuoi occhi castani.

Non è il tuo splendido decolté,

e neppure il tuo sedere rotondo.

Non è la tua schiena dritta,

e neppure il tuo esile seno.

E’ quel tuo sorriso storto che mi fotte,

e rende stupenda ogni parte di te.

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Pericolo

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Ti ho notata.

Ti ho salutata.

Semplicemente.

Poi una tua richiesta.

Banale.

Poi una coincidenza voluta,

un’occasione al coraggio.

Poi una distesa di parole dette,

tanto che il tempo non è più esistito.

Poi una smisurata quantità di parole scritte.

Futili.

Poi quella tua frase,

da cui tutto ha avuto inizio.

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Gioielli

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Parole.

Un sacco di parole.

Per celare la mia vera intenzione.

Poi rapido.

Furtivo.

Un bacio.

Poi, ad occhi chiusi,

l’attesa interminabile

di un tuo enorme schiaffo.

Poi le labbra.

Le tue.

Prima delicate.

Poi decise.

Sono in paradiso.

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Cigni

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Arroccati

dentro i nostri timori,

immobili,

attendiamo il coraggio altrui.

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Trappola di cristallo

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Sospeso,

come adescamento

di singolare eleganza,

di pregiata fattura.

Surclassato,

da ciò che lo attornia

di introvabile dolcezza,

di irripetibile creazione.

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[Stefano Fustinoni]

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Fotografie: Silvia Tironi (titoli miei)

Notturni

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Dopo anni di convivenza pressoché silenziosa a pochi metri di distanza, un giorno Stefano si affaccia ed entra felpato nel mio ufficio. Non è per questioni di lavoro, deduco osservandolo scrutare fuori dalla finestra in silenzio. Se parla di lavoro è per rompere il ghiaccio, mi dico. E così è. Dopo qualche balla su quel tal progetto e i conti che, come sempre, non torneranno, fa per uscire quand’ecco si volta, si irrigidisce, mi punta un indice addosso e spara: Tu sei un poeta, no? Ora sono io a irrigidirmi: è una domanda cui non so rispondere. Se lo faccio, dico sempre qualcosa di cui pentirmi. Per cui sorrido, in silenzio, sprofondando un po’ sulla sedia, i miei monitor mi fissano come due condanne.

E’ così che alcune pagine dattiloscritte sono finite sulla mia scrivania.

Ah, non è mica stato così semplice. Stefano, Fusto per chi lo conosce un po’ meglio, è persona accurata, ponderata, riflessiva e molto cauta. Le sue parole, quelle giuste, bisogna saperle aspettare. Ti si avvicina, ti scruta con uno di quegli sguardi che ti fan dubitare che sia davvero lì con te e, se non è ancora il momento, scuote la testa e se ne va senza dire niente. Col tempo si impara ad attenderlo, il momento.

E’ così che ho scoperto che Stefano, la notte, scrive.

Lo fa su un quaderno a quadretti con i fogli tenuti insieme da una spirale, qualche giorno dopo me l’ha mostrato. L’ha sfogliato con aria complice e ha detto: Adesso ne trascrivo qualcuna, non l’ho mai fatto. Sono seguiti sguardi, mezze parole e ammiccamenti nei corridoi dell’ufficio, finché una mattina apro la posta elettronica e trovo una sua mail. Il nostro piccolo grande segreto, da trattare con cura.

Io non so se Stefano sia un poeta. So che anche lui come tanti avverte l’esigenza di tracciare sulla carta sensazioni, pensieri, memorie, sogni, ferite. E lo fa senza cercare parole speciali o costruire immagini, bensì usando gli strumenti che ha a portata di mano. Io me lo sono immaginato, nella sua taverna, la stessa in cui scolpisce il legno e distilla liquori. Me lo son visto seduto sul suo divanetto rivestito di lana, un bicchiere in una mano, l’altra che gli tormenta il volto. O al tavolo di cucina, la mattina presto, prima di andare al lavoro. Come Paterson, il protagonista dell’omonimo film.

Io non so cosa sia la poesia, ma ho capito che a volte è fatta di cose semplici, e vere.

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Padre di figlie femmine,

occultatore di cadaveri,

minaccia per giovinastri malintenzionati,

gambizzatore a domicilio.

Padre di figlie femmine,

finto libertino,

nottambulo tachicardico.

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Parole.

Un sacco di parole.

Per celare la mia vera intenzione.

Poi rapido.

Furtivo.

Un bacio.

Poi, ad occhi chiusi,

l’attesa interminabile

di un tuo enorme schiaffo.

Poi le labbra.

Le tue.

Prima delicate.

Poi decise.

Sono in paradiso.

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Ora sono sveglio.

Peccato.

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Eccoti.

Sei arrivata.

Ora non sento più nulla,

ma non mi importa.

Ora nulla ha più senso,

sono completamente assente.

Ora sento tutto,

sento tutto molto forte.

Non sento più caldo,

ma neppure freddo.

Non ho più tristezza,

ma neppure allegria.

Non ho più entusiasmo,

ma non saprei cosa farmene.

Non sento dolore,

ma neppure piacere.

Non sento più fame,

tuttalpiù sete.

Non so che giorno è,

ma non è rilevante.

non so che ore sono,

non so dove sono,

non so chi sono,

non sento la pioggia.

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Tutto mi hai tolto.

Tutto ciò che mi faceva volare.

Tutto il mio essere.

Tutto il mio sangue.

Tutto il mio corpo.

Tutta la mia anima.

Ora hai tutto di me.

Sono morto più e più volte,

e più e più volte sono risorto,

per poterti dare ancora qualcosa.

Ma ora è finita,

sono completamente svuotato.

Anzi no.

Ora sono pieno si sensi di colpa,

perché non posso più darti nulla.

Mi hai tolto tutto.

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Piedi fracassati,

mani insanguinate,

porte disfatte,

mignoli gonfi,

urla urlate,

polsi doloranti,

ginocchia piegate,

pianti accarezzati.

Dure sentenze

acclamate dall’interno

basate su giudizi

di gente senza senno.

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Non cercate una metrica,

non la troverete.

L’Amore non si può definire,

né tantomeno misurare.

Non cercate delle rime,

non le troverete.

Le Emozioni non vanno in coppia,

sono uniche ed irripetibili.

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[Stefano Fustinoni, Novembre 2020]

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Immagini di copertina: Lucciole elettriche e Specchio di neve, di Laura Salvi