Electrified desires

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ELECTRIFIED DESIRES

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we don’t cut the cuticles

that leave their heads in our electrified desires

as ticks do

we don’t even trim the nails

to have them under control behind the bars

of the computer keyboard

we don’t even file them to protect ourselves from scratching

while we write down the passwords

with which we enter

the three gates of our single cell

in which we are keeping our freedom so passionately

just for ourselves

we are alone – in between the automatic electronic messages

whose endings are all the same

and the life that keeps failing to begin

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DESIDERI ELETTRIFICATI

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non tagliamo le cuticole

che lasciano la testa

nei nostri desideri elettrizzati

come fanno le zecche

non tagliamo nemmeno le unghie

per averle sotto controllo

dietro le sbarre della tastiera del computer

non le limiamo nemmeno

per proteggerci dai graffi

mentre annotiamo le password

con cui entriamo nei tre cancelli

della nostra unica cella

in cui custodiamo così appassionatamente

la nostra libertà solo per noi stessi

siamo soli – tra i messaggi elettronici automatici

– i cui esiti sono tutti uguali –

e la vita che continua a non iniziare.

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Traduzione dall’inglese a cura di Claudia Piccinno.

Altri inediti dell’Autrice sono disponibili su menabonline.

Vivo come un’eccedenza

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Vivo come un’eccedenza

sono in più.

In questo spazio aperto di vertigini irrisolte

il mio corpo rovina greve.

Brama di riposare dentro al ventre da cui fu espulso.

Con tutto il suo essere spinge di nuovo verso l’eclissi,

sfugge la sfiducia di abbracci persi e calore mancato.

Cerca una quadra,

un breve incanto.

Ma non può che sagomarsi a ciò che il reale gli preme addosso.

e quel che più lo sconcerta è la libertà

scambiata per camicia di forza.

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[I.P., 14/07/2021]

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Immagine di copertina: Le grotte dell’Etna, di Francesco Platania

sei nervo scoperto

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sei nervo scoperto

organo vigile a se stesso

occhio che osserva il cervello

martelletto che batte e sussulta ad ogni pulsazione.

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lingua che rincorre il respiro

e contorcendosi s’avvolge

nella camicia di forza della parola.

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sei riflesso condizionato

ad un’oscillazione d’umore.

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i tuoi occhi nei miei si interrogano

mi esaminano senza sosta.

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fra le mie braccia sei una dieci cento teste

e altrettante domande senza risposta

o forse sempre la stessa.

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le tue labbra sulle mie tremano

d’indecisione e felicità.

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[P.B., 8/7/2021]

farfalla

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Domande

e assenze

e tutti i dov’eri quando

che con le gambe tremanti

sui bordi di precipizi

di baci incerti

avrei voluto

dirti

e scambierei una moneta d’argento

per quell’ultimo mai dato

poi sarei caduta di sotto

nel solco dei nostri due mondi

volando come una farfalla

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[Lei, datazione incerta]

Ode alla madre

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Mariangela Ruggiu ci offre una piccola silloge dal valore inestimabile.

Ode alla madre. Una raccolta di versi nati in momenti, epoche, vissuti diversi; nel corso di un’esistenza e di una costante, immanente meditazione sul rapporto madre-figlia, sull’essere madre e sull’essere figlia, l’una e l’altra in un reciproco darsi, confrontarsi, confondersi, mescolarsi, distinguersi e identificarsi.

E’ un’opera interamente femminile. Un’ode alla madre, alla donna e al femminile. Alla possibilità e alla capacità di partorire e partorirsi in un’esistenza piena, integrale. Non mi avventuro, privo di mezzi adeguati, in un’analisi della profonda e ispirante reciprocità di ruoli e rapporti che anima le poesie raccolte in questa silloge. Mi limito a dire l’immediata commozione che suscita leggere questi versi, di cui mi permetto di fare qualche anticipazione.

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ti guardo che vai, mi cammini davanti

e non so trattenerti

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sento ancora l’odore caldo del pane

e il tepore del letto con la tua impronta

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non so quando verrà il tempo di salutaci

così ti saluto ogni giorno che sei

,

quando sarà conterò le cose che saranno perse

e imparerò l’angoscia di farmele mancare

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quando sarà smetterò di essere figlia

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e solo sarò madre a me stessa

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questo vorrebbero nasconderci della vita

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madre

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quell’assenza negli occhi, questa pelle bianca

e questo ricamo di vene

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il passo inchiodato, il cuore impazzito

e quella porta che si apre e poi si richiude

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ma noi lo sappiamo che sarà

e tutto diventa prezioso, moneta da spendere ora

investimento in sorrisi, fioritura di ricordi

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memoria del dolore presente

questo odore per sempre

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e tutto l’amore non detto

passato attraverso la pelle

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Sull’opera sono già disponibili in rete:

  • Una presentazione/intervista dell’Autrice, condotta da Angela Schiavone, qui
  • Un articolo di Carol Guarascio su Menabò online, qui

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Buone letture,

P.

Kintsugi

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Stefano Colletti fa poesia intima e universale. I suoi versi sono una riproduzione pittorica della natura specchio dell’anima. La luce dà forma, colore, movimento, vita a ogni cosa. La plasma, la definisce, e nel farlo rappresenta il mondo interiore dell’autore.

“L’idea del Kintsugi è che gli oggetti, gli utensili di porcellana che cadono e si spezzano, possano trarre da questa rottura una nuova bellezza: l’artigiano rimette insieme i pezzi grazie a una saldatura in oro fuso. Una cicatrice molto evidente, quindi, che però impreziosisce il piatto, l’urna, la tazza”.

Kintsugi è in qualche modo un racconto in versi, delicato e malinconico. Un percorso introspettivo in un preciso periodo della vita di un uomo, durato sei anni. Niente di straordinario, precisa l’autore:

“… questi sei anni, che hanno visto la crisi e poi la fine del mio matrimonio. Nulla di particolarmente originale, di questi tempi, ma da una parte l’acutezza e la saturazione con cui il dolore si è manifestato, dall’altra il poter scrivere di un’esperienza assai comune e davvero di portata esistenziale, mi hanno spinto a redigere una sorta di cronaca in tre momenti di come un amore appassisca, finisca lasciando il vuoto e lo sgomento, e infine permetta al terreno arso di ritrovare rugiada.”

Nulla di particolarmente originale e tuttavia essenziale, esistenziale, determinate, stravolgente, come solo l’ordinarietà delle cose sa essere. Prezioso come l’oro dei versi che hanno dato vita a questa raccolta.

La separazione genera una nuova persona, una nuova sensibilità. Il processo di rinascita e ricostruzione è lento e faticoso, paziente. Origina da cocci e frammenti di qualcosa che era prima ed è andato in pezzi. Ora è altra cosa, simile solo in apparenza a ciò che era prima. Arricchita, trasfigurata dal lavoro stesso di ricomposizione, “la ferita è risanata nel modo più prezioso” (Giancarlo Sissa).

Il Kintsugi di Stefano è durato anni. Maturato nella parola vissuta, avvicinata e trattata con cura e devozione, fino a farne elegante e avvolgente poesia di luce, armoniosamente attraversata e donata al lettore.

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L’opera di Stefano Colletti si divide in tre parti, che seguono una cronologia. Riporto di seguito solo qualche estratto della prima, dal titolo: “I fogli del libeccio“. Mi ripropongo di proporne altri in futuro, condividendo così qualche frammento di un importante percorso che invito a compiere per intero.

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QUATTRO VITE

1

La semplice luce del sole, l’erba che si fa blu

All’orizzonte e il temporale che è solo

Una vescica di ruggiti – a questo meccanismo

Di precisione mancava solo la tua rotella dentata.

La nocchia bivalve è perfetta, tu sei la perla.

Non lo sarai a lungo, poi non lo sarai più.

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2

Forse c’è vita anche dove si va

Per un motivo. Ieri il motivo era afferrare

La stanchezza per la gola e tenerla ferma

Per farne un ritratto. Non ce l’ho fatta,

Ho navigato il calore per nulla.

Sceso rive su rive per nulla.

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3

Quello che ammazza sono le mattine.

Il ghiaccio fin dentro la terra, il momento

In cui è chiaro che sopravvivrai da solo.

Le siepi non sanno, né tua madre né

Il tuo stesso sangue, che il tuo nome soffoca

E la tua carne è pietra per i licheni.

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4

Canta per il tuo compleanno,

Canta d’agosto, perché non sai più

Le preghiere che ti avevo insegnato.

Quando la neve verrà sul grano

Che sarà, e lustrerai gli sci

E salirai in montagna – canta la canzone

D’agosto che è la migliore che sai.

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FAME DELLA CARNE

Agli angoli di strada sosta

L’umanità che non alza lo sguardo

Per il volo di un airone.

Qui non fa mai

Temporale, al più piove

Pioggia torbida che porta via

Mozziconi di sigarette

E lembi di stoffa bigi,

Strappati di dosso a chissà chi.

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Le voci lasciano cerchi

Graziosi come sassi in un’acqua nera.

Guardo la sera dietro

Le finestre, i cani al parco

Ne imbastiscono l’orlo.

E in tutto questo, io

Non ho capito

Altro: il fluido sparire

Incessante del mondo di uomini

E animali, città e campi dissacrati,

Il vento cieco, il sole

E le stagioni,

Sono solo la fame della carne –

L’episodio elettromagnetico

Che pulsa e tace

E si nasconde,

E torna a pulsare negli aeroporti

O sui boulevard

Come un’infezione.

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ADESSO CHE NON CI SEI

Adesso che non ci sei,

La casa si flette appena come le erbe

Alte dei campi, e io resto seduto

E guardo con occhi di uccello

La pianura di pioggia chiara

E i laghi di silenzio che hai lasciato.

Ma è più di questa casa a galleggiare

Alla deriva, la città intera sta scendendo

A valle e ognuno si porta dietro, alla fine,

Qualche respiro dell’infanzia e pochi

Spiccioli, cani cani senza guinzaglio

E canarini senza gabbia.

Di libri e stivali pareva

Non si potesse fare a meno,

Ma adesso che non ci sei

I posti solitari dove le cose pulsavano

Sono vuoti e il buio ci s’infila,

Entra nelle tasche dei vestiti e li logora.

Adesso è l’ora degli aironi,

Della luce che cresce nelle anse

Del fiume dove pescavano i vecchi

Di quand’ero bambino.

I desideri della sera cadono

In un punto dove i viaggi vanno

sempre a finire.

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CASE IN AFFITTO

Mi chiesero

“E il fantasma della vecchia l’hai visto?

Qui cadono i libri dagli scaffali…”

La vecchia trovata morta,

Appresi, davanti alla tv.

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Avevamo così poco allora.

Una bandiera sbiadita sbatteva al vento

In una stazione di servizio.

Anni trasparenti, il paese amabile.

Il sole di luglio che penetrava

Un minuto alla volta.

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Qui sono stipate montagne di cenere,

Molti colori, nessuno escluso,

Rauchi di onde e d’aria,

Di campi rugosi sotto le scarpe.

Questi muri di rami intrecciati,

Così forti al tatto,

Hanno visto partire chiunque,

E vagare con l’anima in fiamme,

Tornare la sera a coricarsi,

Accontentarsi del sussurro insonne

Di un abat-jour.

Il suono mesto di quelle stanze

Era l’autunno bagnato

Che ho provato a incidere

Sul legno di queste parole.

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[Stefano Colletti, da Kintsugi – I fogli del libeccio, 2020, Terra d’ulivi edizioni]

trasfigurazione

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l’acqua dei fiori, stanotte

è gocciolata in silenzio

da una fessura invisibile.

legno grezzo l’ha accolta

e con esso un drappo

umile sudario bianco

imbevuto d’indaco e ocra

cielo e terra

io e tu

in una mescola informe.

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sulla carta è rimasta un’impronta

un glifo, una runa

che non ha traduzione.

non siamo più lì, siamo altrove

trasfigurati, disciolti

per una nuova stagione.

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[P.B., 17/04/2021]

Amar-Si

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È facile amare qualcun altro, ma amare ciò che sei, quella cosa che coincide con te, è esattamente come stringere a sé un ferro incandescente: ti brucia dentro, ed è un vero supplizio. Perciò amare in primo luogo qualcun altro è immancabilmente una fuga da tutti noi sperata, e goduta, quando ne siamo capaci. Ma alla fine i nodi verranno al pettine: non puoi fuggire da te stesso per sempre, devi fare ritorno, ripresentarti per quell’esperimento, sapere se sei realmente in grado d’amare. È questa la domanda – sei capace d’amare te stesso? – e sarà questa la prova.

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[C. G. Jung, Seminari Lo Zarathustra di Nietzsche]

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Immagine di copertina di Laura Salvi

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Postfazione a cura di Flavio Almerighi

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Disponibile presso il sito di Terra d’ulivi edizioni al presente link (o cliccando sull’immagine di copertina).