L’emporio del vincolo

(quo-pro-quo)

L’incontro con te
mi chiede di essere
damasco di seta,
punto che tiene.
Bottone e asola.
Abito e mantello.
Potrò mai io,
cascame di lana,
farmi per te ordito
e trama?
Sii per me
un sapiente arcolaio.

[I.P., 22/8/2017]

Dopo la tua voce

Annoto
l’area fredda
Fossa delle Marianne
che si apre
in linea retta
sopra l’ombelico.
Attraversata dall’effluvio di tenerezza.
Scavata.
Più giù ci sono le carni.
Sotto le coltri si dilata lo spazio.
Il pertugio
chiede ascolto
silenzio
ovatta tutto intorno.
E’ un nido!
Sporgono piccoli pigolanti.
Paradosso difficile
sopportare tanto calore.

[I.P., 17/8/2017]

Scrittura ironica (e antieconomica) – Consigli di lettura

Amate ferie. Tempo di lettura: amore, tesoro, libertà ritrovata. Maltrattata, trascurata, allontanata, gioco-forza per troppi mesi. Ma finalmente eccoci qui. A noi due. Steso sul piano basso di un anacronistico lettino a castello di casa di montagna, accompagnato da adorabili (e pure violenti) temporali estivi che mi precludono la gita e mi riducono a claustrale esistenza in compagnia di un pesciolino rosso, pupazzi e ninnoli da pesca di beneficenza, coppe e medaglie dei tempi andati, e gigantografie di epiche, immemorabili nevicate. Fra le mani, a tratti alterni, un libro, una matita, un quadernetto e la tastiera di questo pc. In attesa di una fonte di ispirazione che mi permetta di imbrattare la pagina, mettendo fatalmente piede in quel limbo autistico, sfera ovattata-sottovuoto che molti di voi conosceranno bene (come si suol dire: “mal comune…”), mi posso finalmente immergere con tutto me stesso in qualcosa di veramente bello e farmi placidamente trasportare altrove. Ovunque. Ovunque, sì, è proprio il caso di dirlo.
Dall’alto della mia ignoranza, o scarsa pratica e conoscenza – suona decisamente meglio, voglio anch’io consigliare, per puro spirito di condivisione, una lettura che trovo davvero interessante e divertente. Non ne faccio trattato o recensione. A) perché non l’ho ancora terminata, B) perché non ne sarei capace. Dico solo che, come per pochi altri libri che mi è capitato di leggere (ma sono io il collo di bottiglia), ha una marcia in più. Anzi, più d’una.
E’ un libro ironico. Dote essenziale, per me, per riuscire gradevole, d’appeal, far contemporaneamente sorridere e riflettere, e tenere a galla il lettore meno attrezzato anche quando le acque possono essere per lui poco invitanti, o torbide, o burrascose.
E’ un libro di fantasia e immaginifico (dote che invidio mortalmente a molti Autori). Basti pensare alla citazione scelta in esergo: “Todo futuro es fabuloso” [Alejo Carpentier].
E’ un meta-libro, in cui il narrato è a tratti tale e dominante, a tratti (i più, direi) puro pretesto per dare libero, pindarico, esilarante sfogo alle profondissime capacità dell’Autore. La lettura acquista quindi svariate altre dimensioni e sfaccettature. Personalmente adoro i momenti in cui uno Scrittore riesce, con pari eleganza e acume, a inserire innesti, riflessioni, speculazioni solo apparentemente occasionali. Quando gioca con i suoi personaggi. Quando i dialoghi diventano al contempo surreali e colmi di significato. Quando egli stesso appare tra le righe e prende serenamente e autorevolmente la parola, intrattenendo il lettore in giustificazioni, spiegazioni, anche tecniche ed erudite, senza risultare mai di troppo o fuori luogo.
E’ arte. E non è da tutti. Affatto. Un’imitazione, per quanto studiata e motivata da preziosismi stilistici (e forse proprio per questo) risulterebbe irrimediabilmente stonata e ridicola al terzo rigo (anche prima). Credo che nella naturalezza, nella leggerezza con cui un Autore riesce a portare il proprio, complesso e articolato, bagaglio culturale sulla pagina, risieda la sua indiscutibile grandezza e bravura.
Ci vuole capacità, stile. Ma prima di tutto ci vuole il bagaglio.
Scimmiottare il primo è ridicolo. Non avere il secondo, irrimediabile.
Mi rendo conto di aver scritto tutto quanto sopra (parole a sbalzo, le mie, spero non del tutto vane) senza dare un minimo d’indirizzamento.
Eccolo: “La zattera di pietra“, di José Saramago, 1986.
Lo sto leggendo nella traduzione di Rita Desti, 3° ed. Feltrinelli 2017.
Non vi dico nulla – e nulla in fondo ho detto. Né trama, né idea, né personaggi, né struttura, stile, punteggiatura ecc., ecc., ecc.. Lascio solo un minimo, infinitesimo assaggio di quello potrete trovare in questo libro, peraltro (per me) incontenibile e indefinibile (sensazione provata leggendo ad esempio Queneau, Calvino, Marquez…).

“La Due Cavalli attraversa lentamente il ponte alla velocità minima consentita per dare allo spagnolo il tempo di ammirare la bellezza dei paesaggi di terra e di mare, oltre che la grandiosa opera di ingegneria che collega le due rive del fiume, la costruzione, stiamo parlando della frase, è perifrastica, l’abbiamo usata solo per non ripetere la parola ponte, che sarebbe risultato un solecismo, del tipo pleonastico o ridondante. Nelle varie arti, e in quella dello scrivere per eccellenza, la via migliore fra due punti, anche se vicini, non è stata e non sarà, e non è la linea che si chiama retta, mai e poi mai, un modo, questo, energico ed enfatico di rispondere ai dubbi, mettendoli a tacere.”

Buone ferie, buone letture a tutti.
P.

Voce

La sua voce. Dote naturale, educata, addestrata per anni. Oggi forse un po’ ingombrante, talvolta imbarazzante. Un talento non messo a frutto, come spesso accade, ma non solo. Motivo di contesa e discordia fra lei e la madre. Alla ribellione succedette lo strappo, il silenzio. Sicché oggi è raro sentirla cantare. Ma quando succede – e per mia fortuna accade sempre più spesso, la sua voce mi avvolge e mi trattiene prima ch’io possa fare o pensare. E’ qualcosa di sorprendente; metamorfosi ai miei occhi, magia per i miei orecchi. In quei momenti è come se la sua persona mutasse e assumesse proporzioni diverse.

Ha un corpicino minuto. E quando canta, l’attimo appena prima, si contrae riducendosi ulteriormente. Poi, solleva i polsi e stringe indici e pollici afferrando delle redini invisibili. Chiude gli occhi. Mi pare di sentire l’energia accumularsi all’altezza del suo stomaco. E sgorgare, da lì, in un lungo gemito profondo, crescente, sempre più potente, inseguito, ascoltato, modulato. Domato. La sua voce come altro da sé, come bestia addomesticata. Quando la lascia andare, la sua forza sproporzionata mi disorienta. Immerso in quel suono, la vedo con altri occhi. Il suo corpo uno strumento smisurato.

“Ti canto un pezzo della Cenerentola di Rossini”, dice dopo aver scaldato la voce. E’ contralto, merce rara. Di una bellezza ambigua e schiva, ancor più difficile da accettare. Ma in lei vivono tante voci e a me piace ascoltarle tutte. Quella un po’ roca, sospirata e tesa, dei momenti in cui vivere sembra una trappola senza via d’uscita. Quella misurata, ma energica e decisa, che così ben s’accorda alle lezioni di psicologia. Quella sopra le righe, esasperata e urlata, per sfogo o protesta. Quella stridula e lacerata dei momenti di paura.
Ne conosco i picchi, l’onda gonfia. Il frangersi in risata, il dilaniarsi in pianto rabbioso. Il mugolio amoroso. E il tono brusco e canzonatorio con cui mi rimbrotta, mi pungola, mi promuove. Quello delizioso e crudele con cui si fa beffa di me.

Ma c’è un momento in cui riesce ancora a sorprendermi. Accade quando è più allegra, un po’ su di giri. Mentre beviamo un bicchiere di vino stuzzicandoci a vicenda e infine lei prende l’iniziativa e mi scuote con le sue domande. E’ in quel tempo di lieta attesa, in cui mi invita ad avventurarmi con lei in un dove inesplorato, è allora che odo un mugghiare di metallo morbido attraversarle la gola, e le sue parole vibrare come cristallo strofinato dal vento. Ascolto inebriato quel riverbero e vi riconosco un’armonica, una nota dominante, che è solo sua. La adoro, come amo il modo in cui si manifesta, a un tratto, luce al tramonto sulle rocce, illuminandole il volto.

Humus

Ferma.
Accanto al ciglio della strada.
Sono passati minuti
secoli.
La nostra carne
i nostri umori si sono incontrati
laddove i cuori ancora non si conoscono.
Tra i ricordi, quelli prossimi
che premono
incalzano
divergono
ci sono labbra di gelato alla pesca.
Mi attacco ad un pensiero, come fosse un tralcio
come fossi appena nata.
Il tuo profilo
è fatto di occhi neri, sassi di fiume
buchi nel cielo di astri partiti.
Più sotto
abbozzata
irregolare
una forzatura prossima a dileguarsi, la bocca.
Stranezze agostane, sotto frescure riposano
cattive intenzioni e buone stelle.
Gli umori, quelli, si leccano sulle dita.
Leggo il livido che infliggo alla tua pelle
ma scompare quando il pensiero si fa ripido
quando apre al possibile.
E’ allora che un corpo si radica alla terra,
che geme d’amore e morte.

[I.P., 7/8/2017]