L’aratro

(espiazione)

 

Seguo una linea
avanzando piano.
Ciò che era vicino
si fa via via più distante.
Ma la memoria, l’inciampo
giunge ancora nell’urto.
Sono sassi, macerie.
Con i palmi segnati
raccolgo l’aratro
e avanzo così
lentamente
in quest’arido solco.
Così al sole mi affanno
sospirando, chiedendo
finalmente
perdono.

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La sedia

Ero da lei sempre più spesso, i bambini non mi facevano più paura. Non mi fermavo a dormire, anche se tornare a casa in quelle notti gelide era faticoso. Capitava che ci addormentassimo sul divano con la televisione accesa. Stavamo lì, stesi uno accanto all’altro, a metà della notte. A volte mi svegliavo di soprassalto, un po’ sudato: il calore della coperta, il contatto del suo corpo, le mie ansie. Mi sottraevo al morbido abbraccio del divano che ci ospitava, lo stesso sul quale avevo visto saltare i ragazzi riottosi al momento della buona notte. Lo stesso divano scuro, un po’ logoro, sul quale s’appisolava il loro papà, quando mamma era in libera uscita. Il corpo molle e avvolgente sul quale amoreggiavamo.

Non potevamo fare l’amore lì, s’era chiarito subito. La cosa, però, non mi tratteneva da continuare a chiedere. Le prime volte che frugai sotto la coperta, le sue mani bloccarono le mie in un categorico no: non pensarci nemmeno. Ma non mi diedi per vinto, anzi continuai a intentare l’accidentato cammino fra le pieghe di quella lana. Col tempo le sue mani divennero più indulgenti, poi più deboli, fino a cedere del tutto e a chiedere che continuassi. Mi piaceva quel suo dibattersi fra desiderio e negazione. Poteva bastare, potevo saziarmi della conquista del suo piacere. Ma capii che soffriva ancor di più nel sapermi lì, racchiuso in quelle carezze.

 

Una notte mi prese per mano e mi portò con sé. Come una sonnambula mi precedette lungo un breve corridoio buio. Aprì una porta, lasciò la mia mano e si immerse nel buio della stanza, senza accendere la luce. Rimasi fermo sulla soglia per paura di urtare contro qualcosa.

La televisione in salotto rumoreggiava indisturbata lanciando lampi di luce azzurrina. La intravidi mentre spostava un oggetto ingombrante, forse uno stendi panni, poi si chinò e raccolse della biancheria da un ripiano più basso. Mi chiesi cosa stesse accadendo e se i bambini, di sopra, stessero dormendo. Lei si voltò e venne verso di me. Mi prese per i polsi e mi fece avanzare di qualche passo. Alle sue spalle vidi la sedia che aveva appena liberato. Di legno, solida, laccata di un colore cupo. Le sue mani mi toccarono senza pudore, invitandomi a slacciare i pantaloni. Lei l’aveva già fatto.

Indossava un maglione scuro, dal quale sbucavano i lembi bianchi della camicia e le gambe nude. Mi sorpresi a pensare quanto poco poetico fosse quel corpo, nudo a metà, immerso nel buio. Ma non indugiai, mi tolsi i pantaloni senza cerimoniali: non avevamo tempo da perdere. La baciai. Quei gesti impazienti mi fecero salire il respiro.

Sollevai il maglione, le presi i seni fra le mani. La baciai con desiderio. Abbassai le mutandine, strinsi le sue natiche, feci scivolare le mani fra le cosce.

Lei mi fece sedere sulla sedia, che mi accolse con un cigolio. Si sedette su di me, fui subito dentro di lei. Il suo calore mi percorse dal basso. Provai a muovermi, d’istinto, inutilmente. Lei mi prese il capo fra le mani e lo strinse al petto, mentre s’inarcava con forza sopra di me.

Lo schienale emise un lamento, ed io con lui.

Mi abbandonai a quell’altalenare sordo. Aggrappato a lei, schiacciato su quel legno, strinsi forte il suo corpo raccolto nell’impeto. Baciai il suo respiro roco mentre giungeva al culmine. Mi lasciai andare come un fiume urlante in una notte d’agosto.

Amai quel sesso senza trucco. Rapinavamo la vita. La prendevamo a morsi.

 

Riaprii gli occhi fra schegge di luce riflessa. La guardai: sorrideva scuotendo la testa. Disse che non sarebbe più dovuto accadere. Disse che non desiderava altro.

Ci sentivamo come ragazzi, profanatori di un tempio. Ma eravamo dei sopravvissuti, aggrappati a una sedia come a una zattera in mezzo al mare.

Raccogliemmo i vestiti in silenzio.

Stavo bene. Anche il suo cuore era in pace. Non avevamo giocato.

 

Andò in bagno e l’aspettai sulla soglia della stanza, mentre la sigla di un telegiornale scuoteva i miei sensi.

La porta s’aprì e incontrai il suo sguardo sereno. La seguii in salotto. Ma prima guardai ancora la sedia, spoglia, piantata in mezzo alla stanza.

Chiusi la porta.

No, non avevamo giocato.