Felicità

Fuori dal mondo
immersi nelle onde del respiro
del ricordo.

Lama che penetra ed esce
ed entra ancora, senza pietà
né resistenza.

Io dentro di te.
Chi sono?         [stringo le tue mani]
Chi sei?             [tu che tremi e ridi]

Felicità è paura
è l’attimo in cui sfiori l’orlo
il confine dell’ombra.

Il medico competente

Non bado molto alla salute, non vado mai dal dottore. Tanto, prima o dopo, passa sempre tutto. O, almeno, è andata così fino adesso. L’altro giorno, però, ci son dovuto passare: visita medica sul lavoro. Una premurosa ragazza dell’amministrazione me l’ha ricordato con una settimana di anticipo. “Martedì, alle due e un quarto. Ci sarai vero?”, mi ha chiesto con evidente sfiducia nella mia puntualità. “Certamente”, le ho risposto. Quando c’è in ballo la salute, al di là di tutto, non mi va tanto di scherzare. Ammetto, però, che già sul momento la cosa mi ha messo un po’ d’apprensione: non avevo memoria dell’ultima visita, son passati cinque anni, e non avevo idea di cosa mi avrebbe detto il dottore dei lavoratori; che poi non mi è chiaro se curi i sani o i malati. Martedì alle due, comunque, eccomi là che inganno gli ultimi minuti d’attesa. Alle due e un quarto spaccate mi affaccio in infermeria, ma non trovo nessuno. Allora do un’occhiata all’ingresso: nessuno anche lì. Lascio passare altri cinque minuti e torno di nuovo: nessuno. Nel frattempo la collega rientra dalla pausa pranzo e chiedo a lei. “Strano,” fa lei spulciando l’agenda, “doveva esser già qui. Faccio subito una telefonata.” Segue una serie di tentativi a vuoto. Finché, dopo esser riuscita a parlare con qualcuno, forse la moglie, si arrende: “Il dottore non è in studio oggi e non c’è modo di rintracciarlo. Fisserò un altro appuntamento.”
Con una punta di fastidio faccio ritorno in reparto: avrei preferito chiudere la partita al più presto. Un medico senza cellulare, penso, mi sta quasi simpatico. Poi però, mi torna in mente un episodio di qualche anno fa. Avevamo preso un lavoro in Africa, dovevo partire e mi servivano i vaccini. Allora mi rivolsi a lui, al dottore, il quale disse che non ne aveva di scorta, ma che non c’era problema, li avrebbe ordinati. Lasciai passare qualche giorno e lo contattai di nuovo. Cioè, ci provai. Non fu per niente facile, in ambulatorio non c’era mai. Dovetti fare una lunga serie di telefonate e qualche incursione a sorpresa prima di stanarlo. Quando vi riuscii, mancava poco alla partenza ormai e lui, con calma disarmante, mi informò che la mia richiesta non era mai stata inoltrata. La mia profilassi era andata a farsi benedire. Età indefinita fra i cinquanta e i sessant’anni, affabile, cordiale, irreperibile e smemorato, con quella sua aria serafica, come se non esistesse urgenza in grado di turbarlo, il dottore smonterebbe chiunque.
La mia visita, dunque, viene rinviata a data da definirsi. Ovviamente passa del tempo prima che ciò avvenga. “Fissato! Lunedì, alle due e un quarto. Ti va bene?”, chiede qualche giorno dopo l’impiegata con rinnovata apprensione. M’accorgo di non essere più l’unico responsabile del suo disagio. “Ti ha risposto finalmente”, sdrammatizzo, ma dentro di me riprende a montare quella strana agitazione. Nel frattempo, però, ho verificato. Vaccinazioni a posto, niente richiami da fare. Il mio quadro clinico negli ultimi anni è sostanzialmente invariato: nessun infortunio, niente operazioni, nessun acciacco degno di nota. Cosa avremmo fatto allora? Che cosa ci saremmo detti? Ero curioso.
Il giorno della visita, sono di nuovo puntuale, il dottore un po’ meno. Vengo anche a sapere che con me deve visitare altri colleghi, ma non c’è traccia di un elenco. Passo davanti alla porta chiusa dell’infermeria, busso, vedo che sta visitando e mi defilo. Ripasso dopo un po’: ce n’è sotto un altro. Vado a prendermi un caffè e dopo qualche minuto mi affaccio di nuovo: non hanno ancora finito. Allora chiedo di essere chiamato quando sarà il mio turno e me ne torno in officina. Finalmente tocca a me, sono le tre e mezza. Mi siedo di fronte al dottore, eccitato dalla lunga attesa. Lui mi sorride affabile, mentre batte rumorosamente sulla tastiera di un computer, sillabando parte di ciò che scrive. Mentre aspetto che finisca di aggiornare la scheda del collega che mi ha preceduto, provo a ricordare di cosa mi stessi occupando all’epoca della visita precedente. E così mi accorgo che proprio in quel periodo mi stavo separando da mia moglie. Ecco, penso, e la mia agitazione si trasforma in altro. E allora mi tocca ammettere che anche oggi, a ben vedere, le cose non vanno poi così meglio, anzi. A distanza di anni, sono di nuovo reduce da un recente, doloroso naufragio. Coincidenze, mi dico, punti che vanno a capo.
“Allora. Il signor…”, esordisce il dottore, aprendo il mio file. “Sposato”, legge. “Figli?” Chiede guardandomi.
“Divorziato. Niente figli”, schiarisco la voce. “Evidentemente l’altra volta non gliel’avevo detto”, aggiungo sorridendo nervosamente.
Il dottore abbassa lo sguardo con aria dispiaciuta.
“Come non detto”, muove il mouse. “Aggiorniamo.”
Aggiunge anche un mi dispiace, cui non riesco a non assentire.
Proseguiamo. Passiamo in rassegna vaccinazioni, occupazioni e carichi di lavoro, altre attività.
“Sport?”, chiede a un tratto.
“Non agli stessi livelli e più saltuariamente.”
“Fumi ancora?” Ora mi dà del tu.
“No, ho smesso.”
Batte sulla tastiera con aria soddisfatta.
“Bene”, dice alzandosi. “Vediamo se hai ancora il cuore da atleta.”
Per un lungo minuto mi ausculta in silenzio, un silenzio che sopporto a fatica, come i miei battiti, che sento rimbombare per la stanza.
“Il cuore batte forte come un tempo”, sentenzia mentre allaccia la fascia dello sfigmomanometro e comincia a pompare. Io chiudo gli occhi, inspiro lentamente mentre la fascia mi stringe il braccio. Faccio fatica, non so perché, a stare fermo, a rimanere lì. Mi sento premere dentro ed è come se mi vedessi da fuori. Ecco, ora sono in piedi, di schiena, davanti a una lavagna, vuota.
“Ottanta, centoventi”, la voce del dottore mi riprende chissà dove. “Tutto a posto, quindi”, conclude tornando a sedersi davanti al computer.
Ma quando fa per salutarmi ha la faccia di chi ha dimenticato qualcosa, senza sapere esattamente cosa. Guarda per terra, cercando le parole, che poi arrivano su un filo di voce, un po’ roca. “Bisogna darsi un proposito per la prossima volta”, dice fissandomi.
Sorrido, non so da dove cominciare. Mi limito ad annuire, anche se ne avrei di cose da dire. Metto una mano sul tavolo e mi alzo. Non riesco a respirare. Poi mi fermo e sfiato appena un “Ma”. Solo Ma, nient’altro. Proprio non ci riesco a dire quello che mi si rovescia dentro. Lo fa lui.
“Un proposito potrebbe essere quello di trovare la persona giusta.” Si alza e mi tende la mano sopra il tavolo. Non è un saluto quello.
Rido, espiro, mi svuoto. Stringo la sua mano tesa, a un tratto vorrei abbracciarlo.
“Farò del mio meglio”, dico col fiato rotto.
Esco dalla stanza, ho voglia di gridare.
Non so se sono sano. Ma sono ancora vivo, questo sì.
Arrivederci, dottore. A fra cinque anni.

Stare, essere

stasi-equilibrio-sospensione

 

“Sembra che a volte tutto si fermi. Uno dopo l’altro i tuoi mondi smettono di muovere. E tu sei fermo con loro, nel tempo.”

In oscillazione.

Rimanere in quell’attimo di apnea, dove tutto continua ad essere possibile. E la forma di quel che sono è fluida. Libertà potenziale.

O ridare respiro al reale. Quello che c’è. Quello che sono. Quello che posso. In un divenire lento che però mi definisce. Acqua su pietra.

Sto. In questi pluriversi paralleli. E forse, IO SONO, solo nell’equilibrio instabile di questa molteplice appartenenza.

Aurelia