Il preservativo

Anna rientrò alle tre e mezza del mattino, dopo aver fatto chiusura. Gettò la giacca sul divano e appoggiò la busta coi soldi sul tavolino del soggiorno. Sfilò gli stivali lentamente, senza fare rumore. A piedi nudi, al buio, andò in bagno e si sciacquò la faccia.
Mentre si asciugava, premendo la spugna sugli occhi, si chiese se avesse ancora fame. Il crampo che l’aveva assalita mentre tornava a casa, sembrava scomparso. Poi accese la lampadina sopra lo specchio e la luce le ferì gli occhi. Abbassò lo sguardo e, di lato, sul mobiletto accanto al lavandino, scorse un oggetto che luccicava.
Trasalì. Non credeva ai propri occhi: era l’involucro di un preservativo. Grigio, metallico, aperto su un lato. Era stato usato.
Sconcertata, lo sfiorò con un dito. Non le sembrava possibile, eppure quell’oggetto era lì veramente. L’involucro di un preservativo usato giaceva sul primo ripiano del mobile del bagno di casa sua, fra spazzole e boccette di profumo.
Provò un profondo ribrezzo.
Poi, cominciarono le domande.
Non voleva credere che Attilio l’avesse usato per scoparsi qualcuno, né riusciva a immaginare un’altra donna intrufolarsi in casa loro, nel loro letto. Chi, poi?
Era più propensa a pensare che se lo fosse messo per gioco, proprio lì, davanti allo specchio, per eccitarsi e dar più consistenza a una fantasia erotica.
Non facevano l’amore da tantissimo tempo, pensò, un nodo che non avevano saputo sciogliere. In realtà ne avevano parlato e lei aveva confessato che era un problema suo, che non ne sentiva più il bisogno. Ed era vero: farlo per lei era diventato macchinoso e falso; faceva fatica, non vi si ritrovava.
Erano passati mesi dal giorno di quel chiarimento, ma nulla era cambiato.
Anna guardò il suo viso riflesso nello specchio. Un’ombra le segnava gli occhi. Rimase immobile qualche istante e poté udire il respiro lento e profondo di Attilio, nella camera accanto. Non l’avrebbe raggiunto, non poteva più dormire con lui, in quel letto.
Con due dita sollevò l’involucro argentato del preservativo, andò in cucina e lo gettò nel cestino della spazzatura. Si sciacquò le mani e le asciugò in uno strofinaccio. Si versò un bicchiere d’acqua, bevve e lo depose nel lavello.
Solo allora si rese conto di quanto fosse stanca.

***   ***   ***

Al mattino, alla solita ora, Attilio si alzò per andare al lavoro. Andò in bagno, si vestì e si diresse in cucina a prepararsi un caffè.
Quando vide Anna, in soggiorno, sdraiata sul divano, rimase alquanto sorpreso. Non l’aveva sentita rientrare, né se l’aspettava: aveva detto che sarebbe andata da sua madre. Si chiese come mai non fosse venuta a letto.
Per un momento, rimase lì a guardarla, indeciso sul da farsi. La stanza era invasa dalla luce, ma lei dormiva profondamente, nonostante la posizione innaturale che il divano, corto e stretto, le imponeva. Una gamba era leggermente flessa all’insù e il piede nudo spuntava da sotto la coperta con le dita aggrappate al bracciolo del divano, dando l’impressione che lo stesse scalando. Le braccia stringevano caparbiamente un cuscino, mentre il collo e la testa, puntati al bracciolo opposto, erano a loro volta ricurvi all’indietro. Sul suo volto addormentato era inciso un sorriso obliquo, che dava l’idea di quanto dovesse essere scomoda quella postura.
Attilio rinunciò al suo caffè per paura di svegliarla, recuperò la giacca, le chiavi della macchina e fece per uscire. In quel momento Anna schiuse gli occhi e si guardò intorno con aria disorientata. Lo vide e fece una smorfia, poi si girò bruscamente dall’altra parte, senza dire nulla.
Lui le si avvicinò, stupito delle sue stesse intenzioni. Si chinò, le mise una mano sulle spalle e le baciò i capelli, chiedendosi se fosse sveglia.
Lei ricevette quel saluto in silenzio, senza muoversi. Rimase immobile, finché non lo udì chiudere la porta dietro di sé. Allora sollevò la testa. Come un’estranea, guardò il soggiorno illuminato, poi affondò la faccia nel cuscino nel vano tentativo di ritrovare il sonno, e di dimenticare.

***   ***   ***

Si alzò con calma, fece una doccia e si vestì. Si preparò un panino e lo mangiò mentre faceva i conti dell’incasso della sera prima. Estrasse i soldi dalla busta, li contò più volte e annotò l’importo sul taccuino che portava sempre con sé. Era già quasi ora di andare: prima di raggiungere il bar, doveva comprare il pane e ritirare la biancheria in lavanderia. Si ricordò di avere degli scontrini nel portafoglio, li tirò fuori e aggiornò la lista delle spese. Verificò i conti un’ultima volta.
Aveva quasi finito, quando Attilio tornò inaspettatamente a casa. Anna riconobbe i suoi passi sulle scale, prima di udire la chiave nella porta. Era seduta al tavolo del soggiorno e lo guardò entrare con aria sorpresa.
“Devo cambiare la camicia”, disse lui vedendola. “Quella che ho messo stamattina mi si è completamente macchiata.” Sorrise mostrandole un’enorme chiazza di caffè all’altezza dello stomaco.
Era allegro, eccitato. Aveva fretta, doveva tornare subito in ufficio, tuttavia sembrava contento di essere passato per casa e di averla trovata lì.
Avviandosi, la salutò e parve cercare qualcosa da dire.
Anna lo fissò, cercando di capire cosa gli passasse per la testa.
Attilio le si avvicinò di nuovo, le cinse le spalle con un braccio e la baciò sulla fronte. A suo modo, fu un gesto paterno.
“Uno di questi giorni, pranziamo insieme”, disse sorridendo. “Non lo facciamo da mesi”.
Anna lo guardò andarsene senza battere ciglio, le labbra serrate in un ghigno incredulo.

***   ***   ***

Aspettò che le chiavi smettessero di dondolare. Sulla parete, accanto alla porta, era appesa una foto di lei da piccola, l’aveva scattata suo padre. Aveva cinque anni e stringeva a sé un enorme papero di peluche, alto quanto lei.
Si alzò, andò in cucina e frugò nel sacchetto della spazzatura. Tornò in bagno e rimise l’involucro del preservativo là dove l’aveva trovato. Controllò che fosse esattamente nella stessa posizione. Lo contemplò. Poi ci ripensò e lo gettò nel lavandino, proprio sopra lo scarico.
Andò in camera, aprì l’armadio e prese i vestiti per qualche giorno. Recuperò la busta coi soldi, il taccuino, mise tutto in una borsa e uscì in fretta. Sulla soglia, diede un’ultima occhiata in giro con la sensazione di aver dimenticato qualcosa, poi alzò le spalle e chiuse la porta.

***   ***   ***

Quella sera, rientrato a casa, Attilio andò in bagno. Tirò l’acqua, accese la luce sopra lo specchio e fece per sciacquarsi le mani. Fu allora che lo vide.
Rimase immobile, impietrito, senza togliere la mano dall’interruttore.
“Non così…”, alitò, prima ancora che la sua mente riuscisse a formulare un pensiero coerente, prima di riuscire a ripercorrere la sequenza degli eventi.

La frequentava da qualche settimana, si erano conosciuti in un bar. Avevano attaccato bottone e si erano incontrati altre volte, sempre nello stesso posto. Si chiamava Nadia e non disdegnava bere qualche bicchiere in compagnia. Alla fine Attilio, aveva deciso di invitarla a cena. Era accaduto la sera prima.
Dopo cena, le chiese se voleva andare a casa sua e poco dopo si ritrovarono stesi sul letto. A un dato momento, Attilio andò in bagno e si mise un preservativo. Quando la raggiunse, era sdraiata sulla pancia, le braccia abbandonate lungo il corpo. Pensò che avesse bevuto troppo e che avrebbe dovuto svegliarla, ma poi si stese accanto a lei. Nadia si voltò lentamente verso di lui con gli occhi semi chiusi. Con le dita di una mano si sfiorò un labbro, come per assicurarsi che fosse ancora lì.
Per un po’ rimasero sdraiati uno accanto all’altra senza toccarsi, in silenzio. Attilio si girò stancamente sulla schiena e il suo sguardo venne inghiottito dal soffitto. Chiuse gli occhi. A un tratto sentì quelli di lei su di sé, calmi e inespressivi, e pensò a quanto sarebbe stato faticoso, di lì a poco, rivestirsi e accompagnarla a casa.

“Non così”, ripeté davanti allo specchio, senza riuscire ad alzare lo sguardo.