Maturità

Roberto entrò nell’aula con le braccia cariche di libri e la carta d’identità in bocca. Non fu esattamente quello che si definirebbe un ingresso trionfale. Il Presidente gli piantò addosso due occhi blu smeraldo da sopra un paio di occhiali da lettura, sguardo di cui Roberto nemmeno s’accorse finché non si liberò dei chili di cultura che portava inutilmente con sé e su indicazione del proprio membro interno, la professoressa Patrizi, si decise a porgergli il documento.

Lui prese l’identità di Roberto con due dita, la ispezionò brevemente e la passò alla professoressa alla sua sinistra affinché compilasse il verbale. Scrutò di nuovo il maturando, con circospezione, poi, lentamente, riportò lo sguardo nel punto in cui l’aveva alzato, la seconda colonna di un articolo di politica interna del Corriere della Sera.

Con un impacciato sorriso stampato in faccia, Roberto percorse il semicerchio di scrivanie davanti a sé in cerca di un qualche cenno di consenso, che non trovò. Scorse, invece, all’estremità alla sua destra, la mano sollecita della professoressa Patrizi che gli ingiungeva di sedersi.

– Eccoci qua…, – sussurrò piegandosi al proprio destino. La sedia stridette rumorosamente, al che Roberto farfugliò qualcosa, un po’ per smorzare il baccano, un po’ per riempire il silenzio che l’aveva accolto. Non s’accorse di quanto fosse scomodo e duro il sedile di plastica sul quale, pur occupando l’estremità anteriore, avrebbe sudato per la successiva mezz’ora.

Il fatto è che non aveva una strategia. Anzi, era frastornato, confuso. Aveva impiegato l’ultima mezz’ora fuori dall’aula nel vano tentativo di mandare a memoria l’intero Sistema Solare. – Ma la prof. di scienze non è una vulcanologa? – aveva chiesto, la voce rotta dalla disperazione. Sì lo era, gli risposero, ma se fino a quel giorno aveva basato le proprie interrogazioni su magma e mineralogia, quella mattina sembrava aver cambiato totalmente rotta e ai primi due interrogati aveva chiesto solo luna e pianeti.

– Ah, cazzo.

– Non li hai ripassati? – Chiese Luca, il suo compagno di banco, senza riuscire a trattenere un ghigno.

– No, cazzo

Le mani di Roberto aprirono meccanicamente lo zaino ed estrassero un pesante tomo dal titolo Elementi di scienze della terra. Iniziò a sfogliarlo nervosamente.

– Stai tranquo, – disse Luca, che l’orale ce l’aveva di lì a qualche giorno. – Non ti preoccupare, ci son qua io, andrà tutto bene.

– No! Non li hai studiati?! – Esclamò Enrico, melodrammatico, scuotendo la testa e battendosi la fronte.

Roberto deglutì piano trattenendo un conato. Come se non bastasse, arrivò anche Caterina, la secchiona della classe. Che diavolo ci faceva lì? Doveva fare l’esame nel pomeriggio, aveva detto che avrebbe passato la mattina a casa a ripassare. A lei bastò uno sguardo per capire la gravità della situazione che, dall’espressione schifata che fece, dovette giudicare irrimediabile. Cazzo…

Seguirono circa quindici minuti in cui i timpani di Roberto vennero percossi stereofonicamente dai due compagni con raggi, circonferenze, orbite e rivoluzioni, equinozi, solstizi, masse e forze gravitazionali. Luca ed Enrico si alternavano elencando le caratteristiche di Venere, Mercurio, Marte e Plutone, l’immancabile Giove e Saturno con i suoi anelli, infine la Luna. La Luna, certo, così vicina, la nostra amata Luna… Cazzo.

L’orale non era ancora cominciato, ma la schiena di Roberto era tutta sudata.

Il Commissario di Scienze, una donna scialba, sulla quarantina, con un caschetto di capelli scuri, labbra sottili e dei grandi occhiali, sfogliò distrattamente il registro in cerca d’ispirazione. Dava l’idea di conoscere già il finale della storia. Esitava sulla linea di porta senza decidersi a buttar dentro un goal già fatto. La mattina dopo la finale dei Mondiali, intravista a sprazzi interrompendo il ripasso al richiamo delle urla in salotto, la metafora calcistica veniva facile.

– Bene. Di cosa vogliamo parlare? – Disse, chiudendo il registro e posando uno sguardo calmo sull’esaminato. Non era una domanda quella, era una frase di passaggio, un’introduzione. La domanda c’era, eccome, ma prima che la professoressa riuscisse a formularla, Roberto le fu addosso come un fulmine. Vulcani! Parlerò dei vulcani, sì! Sono la mia passione. Glieli racconto…. La bocca della docente era ancora aperta e Roberto già dissertava di lava acida e basica, di forma conica, a scudo, di eruzioni storiche, cristallizzazioni metamorfiche, temperatura, viscosità, faglie trasformi… terremoti!

Ed ecco che, in tralice, gli occhi del Presidente, laconici e lucenti, furono su di lui un’altra volta. – Parliamo di vulcani… – intervenne. – Io sono di Catania, mi dica un po’ dell’Etna… Fu come sfondare una porta aperta, opporre all’impeto dell’onda marina un timido argine di sabbia. Seguì una vera e propria inondazione. Roberto dilagò tirando tutte le frecce che aveva alla faretra, che tutto sommato non erano poche.

Il Commissario, tradito dalla falsa partenza non redarguita, provò invano a intervenire, riprendere in mano le redini della discussione e dirigerla altrove, con ogni probabilità oltre la stratosfera. Roberto, terrorizzato all’idea che ciò potesse accadere, non le diede mai modo di farlo. Ogni volta che lei prendeva fiato o alzava un dito, un sopracciglio, tentando d’interromperlo, la difesa di Roberto raddoppiava, triplicava, subissandola di parole; l’accerchiava rubandole palla senza darle nemmeno il tempo di alzare la testa. Lo spirito di sopravvivenza aveva dato a Roberto la forza di un fiume in piena, una colata lavica, una sciara del fuoco. E l’efficacia di un catenaccio degno del Trap.

La professoressa desistette. Serrò un’ultima volta la bocca e strinse gli occhi sullo sguardo eccitato dell’esaminato, incredulo di aver concluso il primo tempo senza subire goal. – Va bene così, – sentenziò. In fondo, il proprio dovere l’aveva fatto.

Fu la volta del Commissario di Lettere.

– Come cambiano… – furono le sue prime parole, mentre cercava una corrispondenza fra la foto del sedicenne appiccicata alla carta di identità aperta sulla cattedra, e il viso coperto di peluria dell’esuberante diciottenne che le stava seduto di fronte. Roberto colse lo sguardo incuriosito della donna e sorrise. Occorre dire che, inconsciamente, se ne innamorò all’istante. Colpo di fulmine, come si suol dire; a diciott’anni ci può stare. Nel suo caso, almeno un paio di volte al giorno. Ma quella volta, date le circostanze, era destinata a rimanere impressa per sempre nella sua memoria.

Occhi verdi. Capelli lunghi rossi, puntati qua e là da un fermaglio d’argento. Macchie di efelidi decoravano la sua pelle chiara esaltando il colore degli occhi. Ogni volta che muoveva le mani, il suono dei bracciali che portava ai polsi per Roberto era un invito alla danza.

Sorrise anche lei.

– Si parlava di vulcani, – disse.

Roberto annuì rapito.

– Anche in letteratura se ne parla…, – continuò la docente.

Ci fu un momento di silenzio. Roberto assentì, senza capire di dover proseguire la frase.

– Ricordi qualche brano letterario che parla di vulcani? – Lo aiutò lei.

– Uh! Sì, certo… -. Mentre riordinava le idee, Roberto pensò che fosse una di quelle domande aperte, di ragionamento, fatte per sondare la tua preparazione. In pochi istanti ripercorse il programma dell’intero quinquennio e pensando che non avrebbe trovato di meglio, si fermò al primo spunto che gli venne in mente. Lanciò un’occhiata alla Patrizi, la sua insegnante di lettere, già visibilmente sulle spine, e senza troppa convinzione affermò: – La letteratura classica. Quella latina per la precisione. Plinio il Vecchio, ad esempio, ci ha consegnato una significativa testimonianza delle eruzioni del Vesuvio…

– Qualcosa di più recente? – Lo interruppe la professoressa.

– Di più recente? – Fece eco Roberto.

– Sì, qualcosa di più vicino a noi, qualcosa di molto noto…

Per quanto si sforzasse, a Roberto non veniva in mente nient’altro. Evidentemente gli stava sfuggendo qualcosa d’importante, qualcosa di grosso, ma per lui era il vuoto totale.

– Più recente… Noto… – Prese tempo.

Cominciò ad agitarsi, lo sguardo smarrito, annaspava di fronte a un muro bianco. Alla sua destra la Patrizi saltava sulla sedia.

I secondi scorrevano inesorabili, come le gocce di sudore sulla sua schiena, cominciò ad udirsi un brusio alle sue spalle. La vergogna lo stava paralizzando del tutto, la Patrizi fremeva, mordeva il freno quando avrebbe voluto sbracciare e urlare come un allenatore a bordo campo. Roberto, ormai disposto a prendersi sulle spalle la piena responsabilità del fallimento, teneva ostinatamente lo sguardo dritto davanti a sé. Finché improvvisamente udì una sorta di fruscio, un agitarsi di foglie al vento… sss…stra…estrnestrLa ginestra!, sibilò a chiare lettere la Patrizi, lo sguardo furente.

– Ma porca putt… Porcaccia la miseriaccia! – Esclamò in due tempi Roberto. – Ma certo! Leopardi, La ginestra!

Le risa alle sue spalle ruppero la tensione, ma non fu nemmeno necessario, il Commissario dagli occhi verdi l’aveva già perdonato. E, di riflesso, anche la Patrizi. Imbarazzato e deluso per non esserci arrivato da solo, rischiando di rovinare tutto, Roberto accolse l’assist del proprio membro interno e cercò lo slancio per involarsi di nuovo verso la porta. Doveva portare a termine il compito e cercò di farlo al meglio.

Rispose puntualmente alle domande successive e si procurò da solo, di lì a poco, l’occasione per un abile dribbling dal sapore pirandelliano. Cinguettò con la professoressa a sonagli per diverse manciate di minuti, che volarono via con leggerezza finché, recitato il rituale canto dantesco, si pose fine all’idillio. Lei si appoggiò allo schienale con un sorriso enigmatico che, concluse Roberto, doveva significare una certa soddisfazione, e prima di consegnarlo al professore di matematica, volle fare un rapido excursus sulla sua prova scritta. Con fare a un tratto formale disse che anche Roberto, come altri, era caduto nella trappola della traccia, sbagliando approccio: la tesi di D’Annunzio andava confutata. Ma nello sposarla Roberto aveva dimostrato una fondata capacità di argomentazione. La valutazione del suo lavoro, pertanto, era più che positiva.

Ecco. I ricordi di Roberto si fermano più o meno qui. O forse qualche attimo prima. Ad uno sguardo. Quello che se non maturo, per la prima volta lo fece sentire uomo.

[P.B., 12/7/2020]

Se non ricorso male, il 9 Luglio, il giorno dopo la finale dei mondiali del ’90, sostenni il mio esame orale di maturità. Raccogliendo un la (o un assist) ispiratomi da Katia, ho deciso di raccontarlo attraverso il mio alter ego Robert(o). Sono passati trent’anni ormai… Che dire? Bei tempi!

In copertina: dal film Notte prima degli esami, web.