Qualcosa che comunichi

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Allungo le braccia, mi distendo sul pavimento freddo.
Se volessi definire i miei movimenti: nascono pigri e muoiono pesanti. Fuori la primavera chiama e siamo tutti dentro. Lo spazio è arbitrario. Quello che io abito fuori, mi sembra abbia un confine più o meno rassicurante. Quello dentro ha le sue barriere. La rabbia di dover adottare una resilienza che il corpo rifiuta di incarnare, è racchiusa nel mio bisogno di trasgredire. La paura dell’oltre è la paura di perdersi. È la paura di dover andare oltre la perdita degli affetti. Il desiderio che il corpo manchi a questa sofferenza diventa una scappatoia estemporanea. Prima o poi i conti con i morti dovranno essere fatti. Anche con i miei.

Raccolgo le gambe, ripeto i gesti. Dal pavimento mi alzo e mi ritrovo in posizione eretta. Le piante dei piedi definiscono uno degli spazi che mi sono indispensabili. Mi accorgo che non oso movimenti ampi, sono legata da corde immaginarie.
Invento un ritmo, seguo la mia musica interna per riuscire a muovermi. Improvviso una danza che mi richiama le origini, batto i piedi e lo spazio che mi definiva prima si allarga e modifica.

La superficie per danzare si allarga. Ora mi sento in un rito. Il pensiero che niente sia mai abbastanza, che non faccia mai abbastanza, è l’elemento di disturbo che mi accompagna dall’inizio e ritorna nel gesto.

Se non posso fare abbastanza scelgo almeno come farlo. I piedi sono ben piantati nel pavimento, le ginocchia un po’ flesse, è una posizione comoda e stabile che mi permette di muovere agevolmente le braccia. Mentre mi sperimento, sento che sono alla ricerca dell’esattezza. Rinuncio alla perfezione, cerco un ordine, qualcosa di netto, che comunichi.

Il pollice e l’indice delle due mani si toccano. Le altre dita sono estese.
Il compito che mi sono data è che le due mani si incontrino.
L’aria fra loro è spessa.
In questo strano mudra mi ritrovo.
Ad occhi chiusi il mio cuore, tra tanto dolore, si diverte.

 

[I.P., 1/5/2020]