Un lavoretto fatto bene

Martedì grasso_sul carro

1.

Non ha potuto partecipare alla sfilata d’apertura. E’ arrivato la sera dopo, in pullman. Marco e la zia sono venuti a prenderlo in stazione. Giusto il tempo di mangiare un boccone e poi dritto a letto. Domani bisogna alzarsi presto.
E’ stata un’idea di suo cugino, ha insistito tanto perché partecipasse anche lui. L’ha iscritto nella squadra delle Picche, la più popolare e ambita. Arruolamento spuntato a fatica poiché di regola un forestiero non avrebbe diritto a prender parte alla manifestazione. Ma Marco e la mamma sono riusciti a far digerire la cosa al comitato rionale e a noleggiare una delle ultime divise rimaste, un po’ grande in verità, ma la zia è riuscita a sistemarla.
Casacca e pantaloni sono stesi sul letto ora, in attesa di essere indossati. Sono belli nei loro colori rosso blu. Il fazzoletto nero con la picca bianca, invece, ha un che di sinistro: il richiamo della battaglia. Prima di coricarsi, Piero si rende conto di cosa lo aspetta. Tre giorni di guerriglia, tre lunghi pomeriggi al freddo a lanciare e schivare arance. Con la possibilità di farsi male, anche, un rischio che non sa valutare. E’ tutto nuovo per lui: il rituale, il conflitto, la paura.
Assistere da spettatore è diverso. Questa volta, invece, lo attende un ruolo con delle regole di comportamento ben precise, lo attende l’azione. In fondo, ne è convinto, è solo un gioco, una specie di corrida. La festa tanto attesa per la quale ha chiesto e ottenuto il permesso dei genitori di saltare due giorni di scuola. L’esperienza di cui si vanterà coi suoi compagni di classe, la prova di coraggio di cui si fregerà davanti alle ragazze. Ma alla vigilia, in piedi davanti al letto, tutto assume un’aria più cupa.
Sarà all’altezza?, pensa preoccupato. In questo suo cugino non gli è stato di grande aiuto. Anzi, da quando è arrivato, non ha fatto che elencare con ghigno sadico e compiaciuto una serie di dettagli inquietanti: l’effetto che può fare ricevere un’arancia in piena faccia a cento all’ora, il numero dei ricoverati dell’anno scorso, le bravate dei più arditi, le dimostrazioni di coraggio. Per finire, gli atti di nonnismo e le punizioni in cui possono incappare gli esordienti inesperti.
Piero decide di non pensarci. Sistema la divisa su una sedia, solleva le coperte e spegne la luce. Ritrova il letto al buio e vi s’infila rapidamente. Rimane un po’ rannicchiato in attesa di scaldarsi. Non sente più un rumore. La stanza degli ospiti si trova in un’ala laterale della grande casa degli zii. Cosa staranno facendo gli altri, si chiede, staranno già dormendo? Si allunga fra le lenzuola con un sospiro. Per un po’ prova a immaginare la piazza nel bel mezzo del combattimento. Come sarà domani?, si chiede ancora. Finché finalmente la stanchezza prevale sulla sua agitazione e un sonno profondo mette fine a quelle domande.

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The Hounds of Winter

The Hounds of Winter

Mercury falling
I rise from my bed,
Collect my thoughts together
I have to hold my head
It seems that she’s gone
And somehow I am pinned by
The Hounds of Winter
Howling in the wind
I walk through the day
My coat around my ears
I look for my companion
I have to dry my tears
It seems that she’s gone
Leaving me too soon
I’m as dark as December
I’m as cold as the Man in the Moon

I still see her face
As beautiful as day
It’s easy to remember
Remember my love that way
All I hear is that lonesome sound
The Hounds of Winter
They follow me down

I can’t make up the fire
The way that she could
I spend all my days
In the search for dry wood
Board all the windows and close the front door
I can’t believe she won’t be here anymore

I still see her face
As beautiful as day
It’s easy to remember
Remember my love that way
All I hear is that lonesome sound
The Hounds of Winter
They follow me down

A season for joy
A season for sorrow
Where she’s gone
I will surely, surely follow
She brightened my day
She warmed the coldest night
The Hounds of Winter
They got me in their sights

I still see her face
As beautiful as day
It’s easy to remember
Remember my love that way
All I hear is that lonesome sound
The Hounds of Winter
They harry me down

 

[“The Hounds of Winter“, Sting, dall’album “If on a Winter’s Night”, 2009]

inverno

ti sottrai invano
ai refoli taglienti
quotidiane dosi d’umana indifferenza.
sei strumento che vibra
e freme
fra dita sagge e crudeli.
anima morente
affronti il tuo viaggio.
traverserai luoghi colmi d’assenza
finché, inattesa
una carezza
libererà di nuovo il pianto.

certezze

poche sono le vere certezze
il distributore automatico di sigarette
ad esempio, è una di quelle.
o il supermercato
gli scaffali pieni di roba
la gente che ti ronza intorno.
lo è un piatto caldo da tua madre
– santa donna.
il traffico
le donne attraenti
il desiderio
il baccano
la solitudine.

poi può accadere che tu e lei vi amiate
che decidiate di metter su casa
cucina, letto, scrivania
tende alle finestre
e libri sugli scaffali.
finché un giorno, però
– non saprai mai perché
andrà tutto a puttane.
allora, puoi star certo
riprenderai a fumare
a detestare il chiasso e la folla
tornerai a bere birra
e a pisciare in piedi.

La morte dell’anima

Ed ecco che il sipario delle abitudini, il confortevole tessuto dei gesti e delle parole in cui il cuore si assopisce, si alza lentamente e scopre finalmente la faccia livida dell’inquietudine.
L’uomo è di fronte a se stesso: lo sfido ad essere felice…
Eppure in questo il viaggio lo illumina.
Si fa un grande disaccordo tra lui e la casa.
In questo cuore meno solido, entra più facilmente la musica del mondo.
In questa grande mancanza, il più piccolo albero isolato diventa la più tenera e la più fragile delle immagini.
(…)
E poi, alla fine del giorno, questa stanza d’albergo dove qualcosa si scava di nuovo in me come una fame dell’anima.

[A. Camus, “Il rovescio e il diritto”, “La morte dell’anima”]

Fra le lenzuola

Nightbook

Dalla cover di “Nightbook”, L. Einaudi, 2009

Giungono alla spicciolata, qualcuno da molto lontano. Madrid, Stoccolma, Parigi. Il loro è una specie di raduno, il calendario, i falò sono solo un pretesto. Approdano e popolano chiassosamente l’appartamento di un elegante palazzina appena fuori Torino. E’ casa di Andrea, ma lui non è lì con loro. E’ da Mia, la sua nuova ragazza. Grande novità. Ci pensa sua sorella Paola a fare gli onori di casa e comunicare che il cenone non si farà più lì da loro, ma da Mia, in collina. Hanno già pensato a tutto, dice sventolando l’elenco delle cose da fare. Si son divisi i compiti e le portate da preparare. Loro si occuperanno degli antipasti e dei secondi, ai primi e al dolce ci penseranno gli altri della ‘casa in collina’.
Elaborano una lunga lista e vanno a fare la spesa. Tengono nota di tutto, che poi si divide. Al supermercato si chiamano e si rincorrono fra le corsie: patatine, insaccati, pane morbido, salse e ingredienti per le tartine; un po’ di frutta, che non deve mai mancare; il cotechino, anzi i cotechini; e poi lenticchie, pomodoro e cipolla, e patate, per il purè. Infine birra, bibite, vino e spumante in abbondanza.
In una grande cucina ben accessoriata lavorano tutto il pomeriggio tra sorsate di birra e sigarette. All’alba delle otto è tutto pronto: bottiglie, tante, pane e companatico, pentole e padelle avvolte in canovacci con cura da esperte massaie. Indossano giacche a vento, guanti e berretti, che fuori nevica da ore e non accenna a smettere, caricano tutto in macchina e s’avviano.
Due macchine piene come uova si dirigono verso le colline innevate. Non ci vuole molto per capire che le strade sono già al limite del praticabile. Le prime salite fanno paura, ma i nostri eroi non demordono: l’altra metà del convito sta apparecchiando la tavola. Avanzano fra lazzi e scongiuri finché arriva la china decisiva, ripida e scivolosa, e la piccola carovana deve accodarsi a una fila di macchine ferme in difficoltà. Le ruote slittano, le auto fanno un metro avanti e due indietro, si intraversano, ostruiscono la carreggiata. Chi scende a spingere, chi mette le catene, chi ha già lasciato lì tutto e si è allontanato a piedi.
I nostri accennano un improbabile slalom fra le auto arenate, ma si arrendono ben presto all’evidenza. Non si riesce ad andare oltre. Scendono tutti e confabulano sul da farsi, quando all’improvviso alcuni di loro devono gettarsi su un furgone che arretra scivolando senza controllo sventando d’un soffio la collisione fra spintoni e strida, seguite da risate incredule e gran pacche sulle spalle.
Davvero non si aspettavano una cosa del genere. E comunque non c’è niente da fare: dall’alto fanno cenno di tornare indietro, di lì non si può passare. Gli spalaneve non arriveranno e la situazione può solo peggiorare.
Scornati, risalgono tutti in macchina, invertono la rotta con cautela e si dirigono verso casa. Da mangiare ne abbiamo fino a mai, si consolano, c’è roba per venti persone.

Sono le dieci passate quando stanno apparecchiando in sala da pranzo. Ma poi ci ripensano: staranno meglio in cucina, è più intimo. Mangiano pensando all’altra metà del cenone, ai sorrisi, agli abbracci mancati, alle tante cose da raccontarsi. Si rifaranno il giorno dopo, dicono. Se smetterà di nevicare, però, perché di questo passo rischiano di rimanere murati in casa.
Si guardano: la sorte ha fatto sì che rimanessero in otto, quattro uomini e quattro donne. Due coppie già fatte e una serie di sguardi e battute pronte a propiziare gli altri abbinamenti. A ben vedere non c’è un gran che da scegliere o da incoraggiare, due dei single sono già sulla via di Damasco, quindi ne restano soltanto due, i quali reggono il gioco dissimulando un certo imbarazzo.
Guy e Roberto prendono presto il centro della scena. Il primo, parigino, sfuggito alla furia violenta del padre quando era ancora un ragazzo. E’ un artista di strada, uno che ha dovuto imparare presto a sopravvivere nel mondo. Quello dei marciapiedi, delle case occupate, degli affitti non pagati, delle moquette bruciate dai mozziconi di sigaretta. Ha un volto graffiato e un sorriso bambino, due gocce luminose al posto degli occhi. Mi chiamo Guy, come Guy de Maupassant, ama ripetere presentandosi, poi s’inchina scimmiottando un baciamani alla Delon. Che poi a Delon assomiglia veramente. Paola ne è follemente innamorata, è tutto il giorno che aspetta il momento in cui potrà rimanere sola con lui.
Roberto è un adone dallo sguardo misterioso, fascino da palcoscenico. La bellezza dei suoi occhi verdi incorniciati da lunghe ciglia scure è pari solo alla contagiosa lentezza con cui sembra assaporare la vita. E’ accompagnato da Daniela, la sua fidanzata. Agli occhi dei loro amici appaiono come una coppia sposata. Insieme dai tempi del liceo, belli, pieni di promesse e di interessi. Parlano di girare insieme il mondo, appena dopo la laurea, hanno già qualche progetto concreto. Non è esattamente quello che i loro genitori avevano immaginato per loro, ma poco importa. Hanno le idee chiare e ce li vedi davvero a Ginevra, Bruxelles, Londra, o magari più in là, uniti nell’idilliaco connubio che li contraddistingue.
Manolo, Madrid, e Sandra, Stoccolma animano la serata con la loro esuberanza. Flirtavano già in Erasmus. Cosa sia successo al rientro non è dato sapere e poco cambia. E’ passato più di un anno e non si sono più rivisti, ma glielo si legge in faccia, nel modo in cui si guardano mentre spolpano lici, come intendono concludere la serata.
Infine i due numeri primi. Davide e Giorgia. Lui un ex compagno di corso di Andrea, lei sua cugina. Mai incontrati prima. Lui con l’aria da bravo ragazzo, sportivo, gentile, riservato. Lei bellezza cupa e ribelle, fuori corso in accademia e, parrebbe, qualcosa da dimenticare. Fra un fanculo e un buon anno, sarà la prima a rollare e far girare una canna, per la gioia dei presenti. Davide parteciperà al rito in silenzio, visibilmente attratto dal fascino ombroso e contestatore di quella giovane donna che sembra abitare sul lato opposto del suo stesso pianeta. Ti è andata bene, eh?, gli fa Manolo a un tratto dandogli una gomitata.
La serata procede senza inciampi fra rivelazioni e racconti. Si parla, si beve e si fuma scambiandosi pezzi di sé e qualche lettura improvvisata.
Davide studia Giorgia a lungo. Si mette di lato e la osserva da dove non può essere visto. Mentre fumo e alcol fanno effetto, la guarda ballare eccitata, gli occhi chiusi, le braccia sopra la testa. Gli piace, ne è attratto fisicamente. Quanto basta, si dice. Superato l’iniziale imbarazzo da gioco delle coppie, Giorgia sembra non accorgersi più di lui, che invece avverte la profondità del pozzo dei suoi pensieri e sarebbe tentato di raggiungerne l’orlo.

Dopo i botti escono a fare due passi nel parco coperto di neve. Il suolo e gli alberi imbiancati li accolgono nel loro morbido silenzio, mentre le eco dei festeggiamenti si fanno sempre più rade.
Per un po’ vagano senza meta. Manolo, armato di un paio di bottiglie, offre ancora spumante a tutti, che a turno snocciolano desideri e propositi nel buio di un luogo che non conoscono. Quando è il suo turno, Giorgia rimane zitta e si allontana fra gli alberi con la neve che le arriva alle ginocchia. Le braccia raccolte sotto un poncio scuro, scompare come un’ombra fra i tronchi di betulla.
Rientrati, vagano per l’appartamento ascoltando musica e accennando passi di danza, fumando e vuotando gli ultimi bicchieri. Guy e Paola ballano un paio di lenti poi si dirigono in camera da letto. Roberto e Daniela chiacchierano con Giorgia in soggiorno, mentre Manolo e Sandra sul balcone alternano baci e chiassose risate.
Davide si sposta da una stanza all’altra senza sapere dove stare. Conosce bene quella cosa, l’ha provata altre volte. Prima o dopo giunge il momento in cui sente il bisogno di rimanere solo. Non c’è un motivo preciso. Troppe voci, forse, troppe differenze. E lui è sempre fuori tempo, in ritardo. Come adesso: vorrebbe avvicinare Giorgia, stabilire un contatto, ma prima dovrebbe capire cosa vuole veramente. Ogni volta è la solita storia e alla fine l’occasione va persa. Si chiede come facciano gli altri, perché lui si sente diverso da loro. Un estraneo. E più vulnerabile. A volte basta una parola, una domanda troppo diretta o una provocazione. Lui incassa, ammutolisce e batte in ritirata. Fuga. Silenzio. Come stavolta.
Ora è in cucina, al riparo da voci e rumori. La luce è spenta, sul tavolo fra piatti e bottiglie fiammeggiano una dozzina di candele, alcune delle quali sono quasi consumate e la cera è colata sulla tovaglia. Quello scenario gli restituisce l’immagine di un altare squassato. Si china su una candela e si accende una sigaretta. Espira la prima boccata guardandosi intorno. Nessuno lo vede, nessuno si accorge della sua assenza. Questo pensiero gli provoca un brivido di piacere.

Che fai qui tutto solo? esclama Guy accendendo la luce.
Senza rispondere Davide gli porge una birra.
Cercavo proprio quella! fa lui, e s’avvicina frugando nella tasca della camicia di jeans. Ce l’hai una sigaretta?
Davide gliene dà una e lui l’accende tirando un paio di fameliche boccate. Allora, come sta andando?
Bene, direi. Tu? Con Paola… Davide non finisce la frase.
E’ una ragazza dolcissima, dice Guy. Va così, aggiunge alzando le spalle. Le cose vanno così, no? Capisci quello che voglio dire?
Davide annuisce. Non ha capito, ma fa lo stesso.
Settimana prossima viene con me a Parigi. Si fermerà un paio di settimane. Perché non vieni anche tu? La camera di Andrea è libera. Credo che resterà libera per un po’, aggiunge ridacchiando.
Ci penso, risponde Davide.
Come va con Giorgia? Chiede Guy.
Con fare complice avvicina il viso a quello di Davide che di riflesso si irrigidisce mentre la mano dell’amico gli carezza amichevolmente il collo.
Mah…
E’ carina, non trovi?
Certo, molto.
E allora?… Che c’è che non va?
Non la conosco…
Guy si scosta per guardarlo meglio.
Ah-ah!, esclama fissandolo come se lo vedesse per la prima volta. I suoi occhi blu s’illuminano mentre un ghigno incredulo gli deforma il volto.
Cerchi l’amore, è così?, dice stringendogli la spalla.
Sì, è così. Tu cerchi quella giusta, aggiunge schioccando la lingua.
Si potrebbe pensare che lo stia prendendo in giro, ma non è così. L’animo di Guy è come la pelle del suo viso: segnata, ma autentica.
Scuote un poco la testa in silenzio, sorride. Poi cerca qualcosa sul tavolo.
Ce ne sono altre nel frigo, gli dice Davide.
Lui tira fuori un paio di birre fresche e si fa dare un’altra sigaretta.
Ça va, sfiata annuendo, Ça va, ripete.
E se ne va spegnendo la luce.

Guy e Paola sono in camera già da un po’, poi viene il turno di Roberto e Daniela e poco dopo vanno tutti a dormire. Buona notte, buon anno. Spengono le luci.
Ma Davide non si addormenta subito. Le persiane del salotto sono rimaste aperte e il biancore della neve fuori invade la stanza. Si rigira sul materasso del divano letto osservando i chiaroscuri su mobili e pareti. Pensa ai suoi amici di là, li immagina mentre fanno l’amore. Pensa a Giorgia da sola nella stanza di sua cugina. Potrebbe essere là con lei. Eppure sta bene lì dov’è, non gli manca niente. Ha bevuto molto, ha fumato, ma la sua mente è ancora lucida, attiva. Non ha voglia di dormire, questo prezioso momento nel silenzio ovattato della notte è tutto suo.
Cerca l’interruttore di una lampada a stelo, l’accende. Dallo zaino tira fuori un libro che ha portato con sé. Non l’ha ancora iniziato, ma non vede l’ora di farlo. Si sdraia sul materasso, lo mette nel cono di luce della lampada carezzandone la copertina. Lo sfoglia velocemente pregustando il piacere della lettura. E’ un libro di racconti di McEwan, “Primo amore, ultimi riti”. A lui sembra di non avervi mai preso parte. All’amore, al rito. A ciò che si sta celebrando di là, in camera da letto, ai desideri di Giorgia.
Comincia a leggere e si addormenta dopo poche pagine.
E’ la luce grigia del giorno a svegliarlo. Apre gli occhi e si gira nel letto chiedendosi che ora sia, indeciso se alzarsi e farsi un caffè, o rinunciarvi per non disturbare. Indugia a lungo gustandosi la tenue luce diffusa che penetra dalle finestre senza clamore. Dal cielo carico di neve filtra il chiarore indistinto di un giorno senza inizio né fine e Davide si immerge in quel flusso senza timore. Accanto a sé trova il libro aperto e riprende a leggere come se non si fosse interrotto, avvolto dal tepore delle lenzuola, dal grigiore e dal clima opprimente del racconto.
A un certo punto si alza per andare a pisciare. Apre la porta del corridoio e nella penombra cerca quella del bagno. La apre ma si accorge che è occupato, qualcuno sta facendo la doccia. Cerca l’altro bagno, ma sbaglia porta e apre quella della camera da letto dei genitori di Andrea. In controluce vede la schiena di Guy e le gambe aperte di Paola sotto di lui, avvolte nel lenzuolo. Un gemito lo fa sussultare e si ritrae turbato. Ma che stava facendo?
Uscito dal bagno ripercorre il corridoio in silenzio. Sta per tornare in soggiorno, ma ci ripensa e fa dietro front. Apre piano un’altra porta ed entra di soppiatto nella stanza. Avanza di qualche passo senza fare rumore. Ora è in piedi accanto al letto di Giorgia, che dorme profondamente. Un braccio le penzola di lato da sotto la coperta. Davide si china su di lei e la ascolta respirare con la bocca leggermente aperta. I capelli sugli occhi, la pelle del viso rilassata e senza trucco. E’ ancora più bella. Sembra una ragazzina indifesa. Con una mano le carezza la nuca senza svegliarla.
Esce dalla stanza chiudendo piano la porta. Torna in salotto, si sdraia. Il letto è ancora caldo. Riprende in mano il suo libro, è all’ultima pagina di un racconto. Si gira su un fianco e la legge avidamente, gustandosi l’ultimo scampolo di silenzio.

Mi sento escluso. Non ho bisogno del sesso, di quelle cose lì. Se vedo una ragazza carina come quella di cui ti ho parlato mi sento tutto rimescolare dentro, poi torno qui e me lo sbatto, come t’ho raccontato. Non ce ne devono essere molti come me. Quella coperta che ho rubato la tengo nell’armadio. Lo voglio riempire di dozzine di cose così. Ormai non esco più molto. È due settimane che sono uscito da questa soffitta l’ultima volta. Così ho comprato qualche barattolo di cibo anche se non ho mai molta fame. Per lo più sto seduto nell’armadio pensando ai vecchi tempi a Staines, rimpiangendoli. Quando di notte piove le gocce battono sul tetto e io mi sveglio. Penso alla ragazza che adesso vive nella nostra casa, sento il vento e il traffico. Vorrei avere di nuovo un anno. Ma non succederà. Mi sa proprio di no.