La sedia (3. melogrande)

Io so tutto.
I grandi pensano che I bambini siano stupidi, che non si accorgano di nulla, che non vedano e non sentano. Eppure sono stati piccoli anche loro, e dunque se un bambino non sa com’è essere adulti, un adulto lo dovrebbe sapere sì, com’era essere bambino. Ma si vede che ci si dimentica.

E dunque, che tra la mamma e quel certo signore ci fossero delle tenerezze io l’avevo capito da un pezzo, bastava vedere come lo guardava lei e come si imbarazzava lui quando eravamo presenti mia sorella ed io.
Non era nemmeno antipatico, quel signore, neanche un po’, solo faceva effetto vedere un adulto così imbranato e allora un po’ facevamo apposta ad entrare in sala quando lui non se lo aspettava, con qualche scusa, e ci godevamo l’effetto due volte, sul momento e poi più tardi, a letto, quando Sandra ed io gli facevamo il verso soffocando le risa per non farci sentire.

Non che quei due sentissero un gran che, a dire il vero, se ne stavano sempre lì accoccolati sul divano a guardare la televisione, col plaid tirato fino al collo pure se non faceva tanto freddo, e mi sa che lui si divertiva sempre a farle il solletico, perché la mamma ridacchiava, diceva smettila ma mica si spostava sulla poltrona che stava giusto lì di fianco, forse non aveva un altro plaid.

Quella sera però fu diverso.
Me ne stavo come al solito accucciato sotto le coperte, facendo finta di dormire, mentre Sandra si era addormentata davvero, mi pare, e sentivo le solite risatine soffocate venire dalla sala, ma ad un certo punto ci fu silenzio, un silenzio che durò un po’, e dopo sentii che si alzavano, facendo piano per non svegliarci, solo che io ero già sveglio e sentivo tutto, camminare piano lungo il corridoio, aprire la porta dello stanzino, così ho pensato che forse volevano cambiare gioco, magari giocare a nascondino, però non è che ci siano tanti posti per nascondersi nello stanzino, molto meglio andare in giardino se non fosse che era buio.
Così li sentii un po’ tramestare di là, poi lui doveva averla acchiappata e tenuta stretta stretta, tanto che la mamma ansimava, i ragazzi grandi non si rendono conto di quanto forte stringono quando ti abbracciano, anche lui però aveva un po’ di fiatone, lo sentivo attraverso la parete, poi lui finalmente la lasciò andare, e la mamma fece un gridolino di sollievo.

Quella volta fu diverso, dicevo, ed anche se dopo quella volta non tornarono più a giocare nello stanzino, tutto era cambiato, persino il modo in cui si guardavano o stavano in silenzio, uno accanto all’altra, e forse anche per quello, o non so per quale altro motivo, Sandra ed io non lo prendemmo più in giro e cominciammo a volergli anche un po’ bene.

Certo che l’indomani mi venne subito voglia di andare a vedere lo stanzino, ma era proprio il solito stanzino, piccolo ed ingombro, con lo stendino da una parte e la grande sedia rossa dove la mamma ammucchiava i panni che doveva stirare, solo che la sedia era vuota, ed i panni per terra, ed allora capii che col gioco che avevano fatto la sera prima doveva entrarci per forza, quella sedia.

[Francesco, melogrande, 12/10/2017]

[Ringrazio tantissimo Francesco di aver aderito e risposto alla proposta di dare nuove differenti versioni dello stesso breve racconto. Un piccolo gioco-esperimento che può rivelarsi un’interessante mescola di creatività, tecnica e personalità.

Versioni precedenti: La sedia (2), La sedia (1).

Se qualcun altro volesse farmi felice partecipando con la propria originale visione e inventiva: paolo.beretta.email@gmail.com]

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