La sedia (2. lapoetessarossa)

Non voglio lasciare questa casa, che è stata la mia vera e unica casa, la nostra casa.
Una casa dove sono entrato a poco a poco. Me la ricordo, la prima volta, che sono stato qui. Una provvida sventura ti costrinse ad accogliermi in casa tua, una di quelle nostre sere che una febbre improvvisa della bambina ti avrebbe altrimenti negato.
Non fu la sera in cui facemmo l’amore per la prima volta, ma la prima in cui respirai  il profumo di una vera casa, nonostante temessi i tuoi figli (o il tuo ruolo di madre), accettai il tuo invito. Mi sentii a casa, sì, fu come un ritorno.

Erano passati parecchi mesi dal nostro primo incontro.
Tuo marito era morto da tre anni, me lo avevano detto i colleghi, dopo che mi avevano visto chiacchierare con te, alla festa di Natale. Avevo visto che portavi la fede, pensavo fossi sposata. Invece.
Io andavo spesso in giro, quell’anno mi avevano spedito in Canada, ricordo ancora il freddo. Ti avevo raccontato qualcosa quella sera. Era stato piacevole. Mi stavo separando. Vivevo , se così si può dire, in una casa che non era la mia, ospite fino a quando non avessi trovato una nuova sistemazione. La mia ex moglie mi doveva sopportare solo per brevi periodi.
Ci siamo rivisti per un caffè, una volta che ero tornato. Eri bella. Mi piacevi. Ma non sapevo bene cosa volevo e il Canada era buona scusa, per bei racconti e per non avvicinarmi troppo. Non parlavi molto di te. Non mi avevi detto nulla. Né io ti chiedevo. Avevo paura.
Ci eravamo ripromessi un pranzo insieme e così al mio ritorno definitivo, ti ho invitata. “Ciao Canadese”, sono state le tue prime parole, ed è così che mi hai sempre salutato, ogni volta che tornavo a casa, che fosse il Pakistan, la Russia, la Finlandia.
Quando ci siamo salutati e ti ho chiesto se ti avrebbe fatto piacere vederci qualche altra volta, con quella tua naturalezza che mi ha sempre spiazzato mi hai detto: “Sono, anche, una mamma, ho due bambini, un maschio e una femmina. Hanno 7 e 4 anni. E sono vedova, ma questo lo sai. Però la parola vedova non mi piace”. Poi hai aggiunto: “Ho una sera libera alla settimana, Massimo e Sandra hanno dei nonni fantastici”.

La tua sera libera alla settimana diventò la nostra.
La passavamo fuori, camminavamo e parlavamo. Genova ci accoglieva nei sui caruggi, sul lungo mare. Così, come due adolescenti, ci baciavamo agli angoli delle strade, seduti su una panchina davanti al mare, soffocando il desiderio in una ritrosia affettata. Continuavo a non avere una casa. Continuavi a non accennare un invito.
“Non posso uscire. Sandra ha la febbre e non vuole stare con i nonni.  Vieni qui. Suona al numero 75”.
La casa era disordinata e colorata, piena dei tuoi bambini. Mi sedetti sul divano, ero imbarazzato.
Poi dopo quella sera ne vennero tante altre. E il mio imbarazzo era nello starti accanto e non poterti avere. Ti cercavo. Ti aspettavo. Ma non mi raggiungevi mai.
Quello che accadde infine quella notte è ancora tutto sulla mia pelle, come se fosse appena successo, anche se sono passati tanti anni. Lo facemmo aggrappati a una sedia come a una zattera. Aggrappati alla vita. Poi abbiamo fatto l’amore infinite volte, dentro lenzuola fresche e al caldo di un piumone, o con il sole sulla pelle che filtrava dalle persiane. E ogni volta era un po’ come la prima, ci salvavamo a vicenda.

Tu non ci sei più da tanti, troppi anni, ma per me è sempre ieri che sei morta.
I nostri quattro figli sono diventati uomini e donne,  sono qui con me adesso e mi guardano con indulgenza. Pensano che sia un vecchio rincoglionito perché mi dimentico i rubinetti dell’acqua aperti, brucio il latte nel pentolino e non mi cambio le mutande.
Sì, sono un povero vecchio che non se ne vuole andare da questa casa. Quelli del trasloco hanno già portato via tutto. E io sono qui, in questa stanza ormai vuota, sono un vecchio rincoglionito che piange come un bambino, seduto su una vecchia sedia rossa.

[S.G., lapoetessarossa, 29/9/2017]

[Ringrazio di cuore Silvia del suo meraviglioso dono.
La precedente versione del racconto è disponibile qui: La sedia.
Se qualcun altro volesse darne una propria visione o interpretazione, ne sarei infinitamente felice.
Nel caso: paolo.beretta.email@gmail.com]

Annunci

10 thoughts on “La sedia (2. lapoetessarossa)

  1. confesso che non ricordavo la prima versione, sono dovuto tornare a leggerla e mi ha confortato il commento di allora, coincidente con quello di oggi.
    la versione di oggi aggiunge dettagli di inquadramento storico alla vicenda e allo stesso tempo la svincola dal reale affidandola alla memoria malferma del protagonista divenuto “vecchio rincoglionito”.
    piaciuto come, pur differenziandosi, si mantenga nello stesso solco di narrazione maschile.
    ml

    • … e io sono andato a rileggere il tuo commento (che condivido ancora appieno). Grazie.
      Anche a me è piaciuto molto il taglio che ha dato Silvia. Sempre maschile, retrospettivo. E’ un punto di vista, quello dell’uomo anziano, che mi affascina sempre molto. Ed è stato un piacere ritrovarlo in questo brano. Pensavo infatti di trovarmi di fronte a un contraltare femminile: la versione di lei. E invece. Piaciuto, molto, anche a me.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...