Always the Same Never Alike

Sound_Madonna

 

“Erano in salotto a chiacchierare, i suoi genitori e quei loro amici che avevano conosciuto al mare e che, si era poi scoperto, abitare molto vicino. Era un sabato sera d’inverno e lei avrà avuto quindici o sedici anni. Non usciva ancora, se non raramente, solo se si organizzava qualche festa, o un cinema. I sabato sera erano ancora tempo da passare in famiglia. Ma quei due proprio non li sopportava. Il marito faceva l’assicuratore e non stava zitto un attimo. Raccontava aneddoti e rideva fragorosamente. La moglie aveva una voce acuta, gli faceva da spalla. “Dai racconta di quell’altro…” non la finivano più. Avevano due figli grandi e ovviamente non li avevano portati con loro. Stufa di quel teatrino decise di dare la buonanotte e ritirarsi in camera sua. Chiuse la porta, si sdraiò sul letto in pigiama, non aveva sonno. Si mise le cuffie del walkman e ci infilò la cassetta di Madonna, The Immaculate Collection, quella con Justify My Love. L’aveva comperata proprio per quella canzone. Lei i dischi di Madonna li aveva tutti e li sapeva a memoria. Già, Madonna, quella canzone e il video, lo mostravano su Videomusic, quasi censurato. Il video che era riuscita a registrare sul vhs. Madonna era bellissima, cantava con quella voce calda, vestita in quel modo provocante, che si faceva toccare in quel modo da un tipo pieno di crocifissi al collo. E quel modo di ballare…
Schiacciò il tasto forward fino a quando non la trovò. Poi, dopo le prime note, spense il walkman e rimase in silenzio. Sentiva il vociare e le risate. Erano ancora lì, e a giudicare da quanto si stavano divertendo ci sarebbero stati ancora per molto. Si alzò dal letto, si tolse il pigiama e rimase con le mutandine, degli slip bianchi di cotone, senza fronzoli, senza pizzi. Tolse dal cassetto della biancheria un reggiseno, bianco anch’esso, con un piccolo fiocchetto, ancora bianco, in mezzo alle coppe. Lei lo portava già dalle medie ma era un oggetto che ancora le risultava fastidioso.
Fastidioso in realtà era il pensiero, perché in fondo scomodo non lo era affatto. Lo indossò, aprì l’anta dell’armadio dove c’era lo specchio e ci si mise davanti, con l’aria imbronciata. Si guardò con attenzione. Tirò su i bordi degli slip per renderli più sgambati e così facendo si infilarono un po’ tra le natiche. Si girò per guardarsi. Non era certo il pizzo nero di Madonna… Il reggiseno non aveva proprio niente a che vedere. Prese il walkman, la musica ripartì. Justify My Love le entrò nelle orecchie, alzò il volume e si mise a ballare. All’inizio senza convinzione, come se fosse una marionetta. Poi pian piano ci prese gusto, il video l’aveva visto decine di volte. Si lasciò andare, canticchiando la canzone a voce bassa, muovendosi con malizia fino a quando non iniziò a sentire il calore tra le gambe.
Era quello che voleva no? Non si era messa ballare per quello? Quando la canzone finì spense il walkman e si abbandonò sul letto. Di là ancora voci. Ancora risate. Sospirò , appoggiò una mano sulle mutandine. Erano umide. La infilò dentro e cominciò ad accarezzarsi piano. Non voleva che arrivasse subito quella sensazione. Doveva imparare ad essere più lenta. Si accarezzò sulla superficie, sentendo i peli del pube che si bagnavano sempre di più, poi, quando non riuscì più a trattenersi premette più forte e infilò un dito dentro. Fu questione di attimi. Attimi brevissimi. Il respiro si fece affannoso. Era difficile trattenere quella voglia di gridare quanto era bello, quanto era sempre più bello. L’orgasmo arrivò al culmine di quelle carezze. Sentì le contrazioni prima veloci poi sempre più lente, fino quasi a scomparire del tutto. Solo allora tolse la mano, bagnata di quegli umori. Si sentì ancora una volta triste. Tristissima. Non lo capiva. Non avrebbe potuto. Per un po’ le restava addosso qualcosa di vago, un accenno di nodo in gola a cui non sapeva dare un nome. Dovette scacciare quel pensiero non appena udì la voce di sua madre “Vediamo. Se non dorme la salutate voi”. Spense rapida la luce, si coprì con il piumone così com’era e si girò verso il muro, con la testa sprofondata nel cuscino, fingendo di dormire. La madre socchiuse la porta. “Dorme dorme…” disse piano. “Allora salutacela tu”, disse la moglie dell’assicuratore con la sua voce stridula.”

Anna rilesse tutto da capo. Miriam, la sua amica psicologa, stava raccogliendo dei brevi racconti sulla sessualità nell’adolescenza da proporre a scuola nel laboratorio di educazione sessuale. Il progetto andava avanti bene da qualche anno e alla proposta del successivo voleva dare un taglio più letterario. Così le aveva chiesto di scrivere qualcosa, vista la sua passione per la scrittura.
Si era divertita a scrivere, ci aveva pensato un po’ su, voleva trovare la chiave giusta per inserire l’argomento, ma voleva arrivarci per gradi, per non dargli subito troppa importanza. Non spaventarli! Le aveva detto Miriam scherzando. Sperava di esserci riuscita imbastendo i suoi ricordi e, perché no, i suoi desideri. Verità e invenzione. Così, mentre scriveva, era tornata ragazzina, nella sua cameretta con i poster di Madonna e George Michael, la scrivania in disordine, le musicassette…
Rilesse un’altra volta, tolse qualche ripetizione e aggiustò la punteggiatura. Poteva andare. Ne stampò una copia per Miriam, poi le avrebbe inviato il file.
Chiuse il laptop e lo ripose nello zaino. Spense la luce dello studio e solo in quel momento si accorse del lampeggiare della lucina arancione sul cellulare. Un messaggio, di Brando. “Fuori a cena con un collega russo e una collega svedese. Potrebbero finire a letto. Lei merita, ma lui sta bevendo troppo e sta iniziando a perdere di vista l’obbiettivo. Faccina che ammicca. Secondo te dovrei avvertirlo oppure cogliere la palla al balzo?”
Anna rispose con una faccina sorridente “Italia-Russia 1-0. Com’era quella frase…Italians do it better?”
Anche con lui avrebbe dovuto arrivarci per gradi? E dove poi? Erano niente e tutto. Brando aveva la sua donna. Lei aveva il suo uomo. Si raccontavano i loro scazzi, i problemi di coppia, e altre cose divertenti.
Anna ce l’aveva in testa, certi giorni più di altri e adesso era proprio uno di quei periodi in cui il pensiero di lui danzava nella sua testa come una ballerina alla prima del Bolshoi. Era un giornalista, si occupava di energie rinnovabili, ed era spesso in giro per il mondo a seguire convention e incontri di vario tipo. Si erano conosciuti un paio di anni prima su un volo per Madrid, vicini di posto, avevano attaccato discorso. Nel salutarsi lui le aveva lasciato il suo biglietto e lei aveva ricambiato la cortesia. Si vedevano di tanto in tanto, ma non era mai successo niente, camminavano sul bordo del bicchiere di uno dei cocktail che bevevano insieme sotto i portici di Bologna.
Tempo addietro, durante un viaggio di lavoro in Polonia, Brando le aveva mandato delle foto: la camera dell’hotel, il dettaglio del letto da un paio di angolazioni, la vista dalla finestra e poi, come se niente fosse, la sua foto nudo, davanti allo specchio del bagno, con un sorriso che non sapeva se definire beffardo, compiaciuto o solo divertito. Era una sfida? Il giorno dopo aveva spiegato il suo gesto: voleva che lei lo vedesse come era davvero, nudo, fragile, con i suoi difetti e i suoi desideri. Aveva detto proprio così. Lei aveva guardato quella foto come se appartenesse a qualcun altro, perché si era immaginata più di una volta nell’atto di scoprirlo poco per volta, e quel corpo messo lì le aveva cancellato di colpo la fantasia.
Non ne avevano più parlato. Lei aveva salvato la foto e, di tanto in tanto, la guardava. Come ora. Sfiorava lo schermo del cellulare, ingrandiva i particolari, si soffermava su certi dettagli che le piacevano particolarmente, e col pensiero andava dove le sue mani o le sue labbra avrebbero voluto essere. A pensarci bene non era proprio il suo tipo, eppure lo trovava eccitante e la sua immaginazione si perdeva e si ritrovava in variazioni sul tema, ad essere sinceri, nemmeno troppo originali. Quei pensierini per niente casti finivano per portarla quasi sempre a un dunque.
Si domandò, sorridendo tra sé, se avrebbe potuto scriverne un secondo racconto… Avrebbe anche potuto farglielo leggere… Ci avrebbe pensato, l’idea non era male… Ma non ora… Non adesso…

[Silvia Giusti, lapoetessarossa, 30/7/2019]

 

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Dal finestrino

Elena Adorni 1970_The trip magazine

Il locale rallenta e si avvia piano in stazione.
In quel tempo dilatato la gente impaziente si porta alle uscite accalcandosi sui gradini. L’aria abusata della carrozza sfiata a fatica dai finestrini abbassati, fa caldo, tutto a un tratto è esplosa l’estate.
Oltre il corridoio una giovane donna, come me, resta seduta, immersa in una conversazione telefonica, faccia al finestrino. La cosa va avanti già da un po’. Lei dice no e lui insiste, non s’arrende. Posso quasi sentire quella voce lamentosa, il riverberare delle sue risposte ottuse da bambino. E mi colpisce il contrasto con la limpida fermezza di quella di lei, che non ha niente a che vedere con l’aria opprimente che si respira qui dentro.
Faccio finta di niente e continuo ad ascoltare. L’esattezza compita di quelle risposte, l’inamovibilità della sua posizione. Nonostante il caldo, la fine di una lunga giornata di lavoro, la stanchezza.
La sfioro con lo sguardo, ne carpisco la bellezza. Pantaloni scuri, eleganti e leggeri, le caviglie sottili che s’infilano in un paio di All Star chiare, alla moda. I capelli morbidi e fluenti, puntati ad arte con qualche fermaglio, il profilo affilato, fiero.
Ha le idee chiare, ama il proprio lavoro d’haute couture e ne va fiera. Sa farsi valere, eccome. Questo lui dovrebbe saperlo. No, Eric, giovedì devo impostare il lavoro con loro, non posso fare diversamente. Venerdì. Venerdì sì, lavorerò da casaNo, Eric, giovedì no. Te l’ho già detto, chiudiamola qui…
Eric non s’arrende, la vorrebbe anche giovedì, ma lei non si muove di un centimetro, deve onorare l’impegno, da troppo tempo trascura quel cliente. Lui dovrebbe sapere anche questo, ma si rifiuta di farlo.
E’ sordo e cieco l’impeto di un innamorato. E’ infantile, stupido.
Ti ho già detto che non si può fare… E comunque il mio lavoro me l’organizzo io.
Basta, questo muro contro muro mi ha stufato. Questa donna mi ha stufato. Il suo profilo, la sua voce troppo fresca, il suo argomentare esatto, mi danno la nausea, li detesto. Sarà perché sono abituato a picchiare la faccia, a soffrire. Sarà perché anch’io so essere sordo, cieco e muto. Sarà che non voglio capire.
Tanto lo so dove andranno a finire. Dove andiamo tutti a finire, prima o poi.
Mi volto, guardo fuori dal mio finestrino. Il treno sfila a passo d’uomo fra palazzine spoglie, a pochi metri dalla banchina. Osservo i loro balconi scialbi, i panni stesi, l’intonaco scrostato. Sotto di me un’auto medica a lampeggianti accesi, la fisso nell’attimo in cui spingono dentro una barella, faccio a tempo a vedere due piedi. Sul lato opposto una donna armeggia fiacca in cucina come se niente fosse. E in fondo niente è successo. Solo una vita, scorsa sotto i miei occhi in un attimo, senza far rumore.
Mi alzo. Scuoto le gambe intorpidite nei pantaloni sudati.
La giovane professionista è ancora alle prese col suo amante capriccioso.
Fisso il display del mio cellulare. Nessun messaggio. Penso a lei. Chissà adesso dov’è.
E sento la vita, la mia, scivolarmi fra le dita.

[P.B., 6/6/2019]

Immagine di copertina – Elena Adorni, su http://www.thetripmag.com

Il segnale

Ticchettio

Da tempo non prendevamo più precauzioni. Era bello farlo senza condizionale, come la chiamavamo. Ma quel senso di libertà e spregiudicatezza si trasformò ben presto in qualcos’altro. Non era più come prima. Non c’era il trasporto, l’eccitazione di una volta. Non c’era più il desiderio, sembrava tutto calcolato. Gesti disinvolti e spensierati erano diventati meccanici, forzati. S’erano guastati.
Dovevamo ammetterlo, cambiare rotta. Non c’era più gusto a fare sesso in quel modo. Era una pratica ostinata, priva di ogni forma di seduzione. Specie per mia moglie, che sembrava rispondere al comando del proprio orologio biologico.

Voleva essere madre, se n’era parlato. A me l’idea della paternità non dispiaceva. Ma dopo mesi di tentativi senza rimanere incinta credo che la cosa per lei fosse ormai un’ossessione.
A volte la trovavo in camera, nuda, intenta a guardare la propria immagine riflessa nello specchio grande dell’armadio. Si sfiorava la pancia con una mano. Diceva di sentire un calore all’altezza del ventre, una specie di tepore liquido, estraneo e suo allo stesso tempo. Diceva proprio così.
Poi arrivava il ciclo e cambiava subito umore. Diventava impaziente, nervosa, era quasi intrattabile.

Finché ci fu quella volta. Me ne stavo seduto da solo, in salotto. La testa abbandonata sul divano, ascoltavo un po’ di musica a occhi chiusi. Pensavo alla ragazza del bar, che non credeva che fossi sposato. Per il tuo fine settimana, aveva detto, mettendomi in mano un cd con una raccolta canzoni fatta da lei. Mi aveva sorpreso.
Mia moglie entrò nella stanza, non me ne accorsi subito. Aprii gli occhi e lei era lì, in piedi di fronte a me, nel suo pigiama di lanetta grigia un po’ spessa. L’avevo lasciata che faceva un solitario al computer ascoltando un talent show in televisione e adesso mi stava fissando dall’alto.

Stropicciai gli occhi chiedendomi cosa volesse. Abbassai il volume. Lei rimase dov’era e mi sorrise in silenzio. La guardai, feci altrettanto. Allora lei alzò un sopracciglio, più volte, velocemente. La fissai. Lo fece di nuovo.
Sapevo cosa significava quel gesto, era il segnale.
Non disse niente e uscì dalla stanza senza aspettarmi.
Mi afflosciai sul divano, le mani dietro la nuca. Espirai lentamente.
Ero stanco, terribilmente stanco.

In camera faceva freddo. Si era tolta il pigiama e si era infilata sotto il piumone.
Mi spogliai, misi in ordine i vestiti sopra la sedia. Entrai nel letto, mi mi misi supino, faccia al soffitto. La sentii mettersi sul fianco.
“Che c’è?” domandò.
“Niente”. Chiusi gli occhi.
Mi mise una mano sulla spalla e mi abbracciò. Sentii le sue labbra sulle mie, che risposero controvoglia.
Il suo seno mi premeva lo sterno, sentivo il calore del suo respiro sulla faccia, l’odore del suo alito. Le sfiorai il collo, con due dita scivolai lungo la schiena. Era inutile.
“Si può sapere che hai?” chiese inviperita.

Dissi che non me la sentivo, che ero troppo stanco. La verità è che non sarei mai riuscito a farlo. Pensai al baccalà con patate che avevo mangiato appena rientrato. Serviti, te ne ho lasciato un piatto nel forno. L’avevo scaldato al microonde e mandato giù avidamente, da solo, in cucina. Come mai così tardi?
Mentre il corpo di mia moglie mi schiacciava lo stomaco, per un momento il mio pensiero andò ancora a lei.
Passò la lingua sulle mie labbra chiuse, le leccò due o tre volte come un animale, pensando di eccitarmi. La sentii premere più forte, sapeva quanto mi piacesse stringere le sue tette gonfie quando mi veniva sopra.

Mi montò. Sentii battere il suo sesso, poi un sospiro e mi baciò di nuovo. Il letto cigolò tristemente. Rimasi immobile, inerte, gli occhi che fissavano il soffitto da sotto le palpebre. Deglutii piano.

Si sollevò bruscamente e si lasciò cadere nella sua parte del letto. Il materasso sobbalzò. Si girò dall’altra parte strattonando il lenzuolo, spense la luce. Udii ancora un soffio, una parola, o forse un singhiozzo.
Rimasi immobile, le braccia lungo il corpo, per un tempo infinito.
Nella stanza il frastuono del ticchettio della sveglia.

[P.B., 26/5/2019]

Immagine di copertina – web

Il velo

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“Con la rosa tra le labbra”, Ettore Tito, 1895

“Tu ti masturbi mai?”
Per la prima volta sollevò il velo.
Fu una violenza, consapevole.
Fu come violare il suo mistero per la prima volta. Fu come essere in lei di nuovo, come la prima volta.
Non aveva mai osato tanto. Non avevano mai parlato di certe cose, non avevano mai parlato di quelle cose.
La complicità fra loro si fondava sul silenzio. Erano i loro corpi a parlare.
Ecco. La mano di lei sotto il sacco a pelo che scivola sul suo pene turgido e impaziente, quella volta al rifugio, quando lo fecero in silenzio per non farsi scoprire. La sua mano delicata e gentile. La sua mano, inaspettatamente istruita, attenta, mano di donna bambina.
Quella mano lo sconvolgeva ogni volta, era il massimo della trasgressione. Era la trasgressione.

Ammutolì, arrossì, scosse la testa. Deviò lo sguardo risentita, stordita. Avrebbe preferito uno schiaffo a quelle parole.
Da sempre metteva alla prova la sua capacità di sopportazione, si comportava con lei come l’adolescente con il genitore. Poco importava se fra loro le cose stavano all’inverso.
Tutt’a un tratto le due chiacchiere davanti a una tazzina di caffè si trasformavano in un peso insostenibile, un vero e proprio incubo.
Perché doveva rovinare sempre tutto? Perché non la lasciava in pace?
Non gli erano bastate le avance indecenti di un tempo, l’abuso della sua posizione, del ruolo, dell’ascendente che esercitava su di lei?
Non gli era bastata la loro dannata avventura, la vergogna, il tradimento?
E non gli era bastato averla messa nella stessa condizione: prima amante, poi rinnegata. Ingannata, vilipesa. Tradita.
Per poi tornare ancora da lei, cane bastonato e penitente, a sedurla con l’impudenza di un bambino.
Erano passati anni, ormai.
Non potevano essere amici?
No, non gli bastava tutto quello che le aveva fatto passare, l’aveva capito.
L’aveva sempre saputo. Anche quando l’aveva invitato a passare da lei, quando aveva aperto la porta, quando l’aveva fatto entrare nella sua cucina disadorna. Per spogliarla.

“Io lo faccio spesso”, aggiunse cercando il suo sguardo.
Voleva uscire allo scoperto, dirle tutto, confessare tutto. Voleva che fra loro non ci fossero più segreti.
Erano dei sopravvissuti. Erano ancora vivi. Erano ancora lì, uno di fronte all’altro, col desiderio di scoprirsi, sentirsi, toccarsi.
Voleva che il loro rapporto, scampato a mille tempeste, evolvesse una volta per tutte, che fosse diverso, unico, spudoratamente autentico. Assoluto.
“Se penso a te, vengo subito”.

[P.B., 22/5/2019]

“Anatomia” estratta da un tentativo di romanzo in corso…

La giostra

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Viviamo vite parallele, da sempre.
Pur di sopravvivere agli eventi, di non sovvertire l’ordine naturale delle cose. Pur di sottrarsi alla necessità di cambiare, di prendere posizione, di rinunciare a qualcosa di sé in favore di una responsabilità maggiore, un uomo è disposto a scindersi.
Si spacca in due, dieci, mille frammenti. Fra loro diversi e pur derivanti da una sola matrice.
Prendi me, ad esempio. Io iniziai presto l’apprendistato dell’arte della dissimulazione. Ancora bambino, creavo già le mie maschere e mi infilavo con sorprendente agilità nella faticosa giostra dei miei personaggi.

Rammento una domenica pomeriggio, avevo otto o nove anni.
Mio padre mi accompagnò ad una fiera di paese, fra zucchero filato e giochi chiassosi all’ombra di un campanile sperduto in mezzo ai campi.
Era fine febbraio, faceva ancora freddo. Erano pochi i bambini che si muovevano fra seggiolini e automobiline elettriche, avvolti dalla sonorità esagerata di melodie artefatte e voci da imbonitore.
Fin da piccolo non fui particolarmente attratto da quelle feste chiassose e dalle loro roboanti macchine da intrattenimento. Sono quasi certo che anche in quell’occasione non fossi stato io a chiedere di andarci.

Esitante, stretto nella mia giubba beige imbottita, in tinta con i pantaloni di velluto larghi in caviglia, vagavo frastornato fra pistoni, carrozze e le grida entusiaste o querule degli altri bambini, tenuti a stento dai loro genitori. Dal mio canto, me ne stavo saldamente aggrappato alla mano calda di mio padre, il quale di tanto in tanto dall’alto mi indirizzava sguardi incoraggianti, chiedendomi quale gioco volessi provare.
Dopo un lungo giro d’osservazione, ammisi di essere attratto da forma e colore di un’auto da corsa, una delle tante immerse in un mucchio confuso fra elicotteri, cavalli, carri armati e astronavi che scorrevano volteggiando sulla piattaforma rotante di una giostra. Soddisfatto, mio padre acquistò subito un biglietto e, quando fu il mio turno, tolse le protezioni e mi aiutò a salire sulla vettura da gara che avevo scelto.

Feci il mio primo giro riconoscente, trattenendo a stento una gioia sincera. Mio padre mi sorrideva calmo, muovendo appena la mano con la sigaretta accesa.
Quando sparì di nuovo alla mia vista, mi concentrai sulla guida stringendo voluttuosamente il volante del mio bolide e studiando lancette e spie luminose che ne costellavano il cruscotto.
Percorrendo l’orbita di quel navigare solitario emergevo a tratti dagli scenari che si moltiplicavano nella mia mente e cercavo lo sguardo di mio padre che, immobile, segnalava puntuale la sua presenza. Ricambiavo divertito il suo saluto e affondavo il piede sull’acceleratore.

Dopo qualche giro la vidi. Lì, in piedi davanti a me, fra le persone che attendevano la fine della corsa.
I suoi occhi erano su di me da un tempo indefinito e io in un attimo dimenticai tutto: la volata verso il traguardo testa a testa con il mio acerrimo nemico, la pista assolata, lo stridore della folla… Mollai il volante, il motore si spense.
Katia. Facevamo la terza elementare e stavamo insieme.
Il che comportava, se non altro, che all’uscita della scuola, pigiati davanti al portone dalla calca di ragazzini in attesa dello squillo di campanella, di nascosto e con indescrivibile gaudio, ci scambiassimo dei bigliettini amorosi.
Quando succedeva, ogni volta che sentivo la sua mano intrufolarsi furtiva nella tasca del mio grembiule o del mio giubbino – era questione di un attimo, il cuore mi batteva in gola e la gioia pregustata di leggere il suo messaggio una volta rimasto solo riempiva ogni attimo del mio viaggio verso casa.
Alle volte, per timore di destare la curiosità di mamma o di mio fratello, prolungavo ulteriormente l’attesa rimandando l’ora della rivelazione a dopo pranzo, quando finalmente avrei potuto estrarre dalla tasca quel pezzetto di carta vergato e piegato con cura per me, solo per me. Ritirarmi nella mia cameretta, o in bagno, e leggerlo con un tuffo al cuore ancora più amplificato.
Ricordo che stendevo quel ritaglio di pagina di quaderno esaminandone ogni minimo dettaglio: il colore della carta, dell’inchiostro – quelle in rosso erano le lettere più appassionate, il loro profumo; la calligrafia, i bordi strappati in fretta o tagliati a forbice e decorati; il modo in cui era stato piegato e confezionato, la dedica sull’ultimo risvolto e, solo alla fine, le parole che vi erano state scritte.
Frutto di un fuoco non ancora nostro, prese a prestito da un vocabolario sconosciuto, oscuro, solo immaginato.

Katia era lì, a pochi metri da me, in quella folla diradata.
Le gote arrossate dal freddo, affondava il mento in una sciarpa di lana. La luce obliqua del pomeriggio infiammava i suoi ricci castani.
Non era sola. Ma senza farsi notare mi fissava con un sorriso che non saprei definire: scherno, sorpresa, ammirazione. Chissà.
Il cuore in gola, corsi subito ai ripari. Feci finta di non vederla e assunsi una posa visibilmente distaccata, insofferente. Al giro seguente la salutai.
Il caso volle che incontrassi i suoi occhi solo quando quelli ignari di mio padre scomparivano dietro il profilo animato della giostra. I due si trovavano infatti agli estremi opposti di quel mio carosello.
Fu così che per il tempo rimanente diedi vita a due personaggi distinti, entrambi in grado di sostenere lo sguardo e le attese del proprio pubblico.
Da un lato, sfilavo al cospetto del mio papà. Sterzando, controsterzando, derapando e raddrizzando. Senza mai perdere il controllo del mio bolide, ma dando lustro alla mia compiaciuta maestria.
Dalla parte opposta del cerchio mi sgonfiavo all’istante, dissimulando. Allungato sullo schienale dell’automobilina di plastica, lanciavo sguardi complici alla mia bella manifestando tutta la noia e la frustrazione per esser stato costretto, per non far torto a mio padre, a montare sul palco di quel ridicolo teatrino.

[P.B., 29/4/2019]

Fin qui tutto bene

Fin qui tutto bene

Con la preziosa partecipazione de lapoetessarossa.

“Quanto è durato il tuo matrimonio?”, chiede lei.
“Tre anni e mezzo. Ma era finito poco dopo il primo”, risponde lui.
“Il mio primo tradimento…”, aggiunge distogliendo lo sguardo. E’ così facile parlare con gli sconosciuti, pensa.
“Il mio primo tradimento”, ripete lei, ironica. “Li hai contati?”
“Ci deve pur essere una prima volta, non credi?
E tu? Quanto è durato il tuo matrimonio?”, chiede.
“Tre anni, anche per me. Ma abbiamo convissuto quasi per sei. Perciò posso dire che il mio matrimonio è finito ancora prima di cominciare. E non è una frase fatta”.
“Da sposata l’ho tradito a settembre…”, aggiunge dopo aver succhiato il cucchiaino.
“La prima volta non me la ricordo”.
“Dai, la prima volta non si scorda mai!”, fa lui con un certo imbarazzo.
“Non mi sto vendendo bene, vero?”, dice.
Un’ombra le attraversa il volto. Forse sta esagerando, pensa.
Lo sguardo di lui si perde fra le guglie del Duomo.
Qualcosa di simile al piacere che prova solo spogliandosi per un uomo la spinge a continuare. “Hai mai visto l’Odio? Il film…”, chiede.
Lui fa cenno di no, anche se quel titolo affonda come una lama nella sua memoria.
“E’ la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: Fin qui, tutto bene. Fin qui, tutto bene. Fin qui, tutto bene… Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio“.
Lui quella scena l’ha vista, molte volte. Ma fa finta di niente, la guarda, attende il resto.

“Era estate”, riprende lei carezzando il manico della tazzina.
“Certi fine settimana, anche se vivevamo già insieme, lui tornava dai suoi in Veneto. Odiavo quei luoghi e potevo ancora permettermi il lusso di non accompagnarlo. La prima volta che ci sono andata sono stata male tutta notte. Il corpo non mente mai…”.
Guarda dentro il bar, come se cercasse di mettere a fuoco una scritta, qualcosa.
Era un collega del mio ex. Era di Genova, ma lavorava a Milano. Ci sentivamo ogni tanto.
L’ho accompagnato al treno una volta, era un venerdì sera e ci siamo visti per un aperitivo, sua moglie era in vacanza col bambino.
Abbiamo parlato tutta sera, ma dovrei dire tutta la notte… Mi ha riaccompagnata a casa che era già chiaro. Avevo lasciato l’auto sotto casa sua con il contrassegno dei residenti, ricordo questo particolare. Sono tornata in treno il pomeriggio del giorno dopo a riprenderla…”
Fa una pausa, solleva lo sguardo incrociando gli occhi di lui, che non l’hanno lasciata un momento.
“Fin qui tutto bene”, dice.
Lui ha un brivido. Conosce bene quella sensazione, non la prova da tanto tempo, troppo.
Adesso Irene gli sembra diversa. Quando l’ha vista, all’uscita della metro, con quel suo pastrano colorato e le scarpe da ginnastica, non molto alta, dall’aria insicura, di primo acchito le era parsa una tipa modesta, una di quelle che vuole apparire alternativa a tutti i costi, che tengono sempre un libro o due nella loro borsa di tela consumata e indossano vestiti di qualche taglia in più, fuori moda, e quegli assurdi berretti di lana.
Un altro granchio, ha pensato. Per questa qui rimango Marco e le lascio un numero sbagliato.
Ora gli sembra incredibilmente sexy. In tutto quello che fa, in quello che dice. La sua voce. Forse è stata quella la svolta. Una voce da ragazzina un po’ saputella e irriverente in un corpo che non le appartiene. E’ la sua anima nascosta. E più la ascolta raccontare, più la trova sensuale, invitante. Come il modo in cui inumidisce le labbra, o l’intelligenza provocante che ha nello sguardo, di quelli che sanno tutto di te senza che tu dica niente.
Irene, pensa, chissà come si chiama veramente.

“Anche a te è andata bene, almeno per un po?”, chiede lei scrutandolo.
“Cosa, il matrimonio o la relazione extra-coniugale?”, prende tempo.
“La seconda. Della prima non mi interessa un gran che…”.
“E’ stato romantico”, fa lui, chiedendosi come gli sia venuto in mente quell’aggettivo.
“Romantico…”, fa eco lei.
“Sì, dai, eravamo giovani… E’ stato divertente”, ridacchia, non sa ancora se ha voglia di raccontare la verità.
“Avevo trent’anni e lei venti”, aggiunge. “Ci eravamo conosciuti in piscina, per poi scoprire che lavoravamo nello stesso palazzo, lei al quarto, io al sesto piano”.
“Quanti piani aveva il palazzo?”
“Non arrivava a cinquanta. E comunque, se ci tieni a saperlo, non mi sono mai buttato…”
Ridono tutti e due.
Marco si accende un’altra sigaretta. Un cameriere esce in grembiule e maniche di camicia, con gesti sbrigativi ed esperti accende il fungo accanto al loro tavolino. La piazza brilla di luce artificiale.
“Dopo un po’ che ci incrociavamo senza compiere il passo, lei mi ha fatto trovare un biglietto”.
“Romantico…”, lo prende in giro Irene, poggiando i gomiti sul tavolo e il mento sui palmi all’insù.
“Vuoi qualcos’altro, una cioccolata?”, le chiede Marco.
Lei fa no con la testa.
“Hai freddo, vuoi entrare?”
“Vai avanti, timidone”, forse non è scemo come sembra, pensa. E poi, quella luce negli occhi…
“Un biglietto… Che cosa ti aveva scritto?”
“Non era soltanto un biglietto, c’era un cioccolatino Lindt”.
“Mm-mm…”
“Sul biglietto aveva scritto un saluto tipo buon rientro, qualcosa del genere. Pur sapendo il mio nome, mi aveva chiamato Pericolo. Mi rimase impresso…”
Irene lo fissa con tenerezza.
“L’aveva appiccicato sullo specchietto sinistro della macchina. Era buio quando sono uscito dall’ufficio e me ne sono accorto solo in tangenziale, a momenti faccio un incidente!…”
“Allora sei veramente pericoloso! Aveva visto bene”, lo punzecchia lei.
“Dopo qualche tempo l’ho invitata ad uscire. La prima volta andammo fuori città, in campagna, sul fiume. Avevo una paura fottuta di incrociare qualcuno di noto”, Marco sorride scuotendo la testa.
“E’ normale”, fa lei, anche se non ricorda di aver mai fatto un pensiero simile.
“E poi?”

“E poi per un po’ non successe niente, niente di niente. Ero un uomo sposato di dieci anni più grande. Lei era una ragazzina, ma per quanto attraente, riuscii a restare al mio posto”.
“Finché un giorno…”
“Finché un giorno… Non so perché accadde… Ero dai miei, non vedevo mia moglie da giorni, all’epoca lavorava a Reggio Emilia e stava fuori tutta settimana. Forse avevamo litigato, o forse mi sentivo solo, fatto sta che la chiamai e ci trovammo in un parcheggio che era quasi mezzanotte.
Riconobbe la mia auto e salì. Pioveva, era aprile.
La subissai di parole e parole, finché mi implorò di baciarla.
Non fu una preghiera, fu una pretesa. Ricordo perfettamente, mise le mani sulle ginocchia, strinse i pugni e disse: voglio un bacio.
La baciai… E, niente… Mi riportò in vita”.
Agli occhi di Irene tutto cambia colore. Rivede la scena come in un vecchio film in bianco e nero. Anche i capelli dell’uomo che ha di fronte non sono più castano chiari, il colletto della sua camicia non fa più a pugni con quello della giacca di velluto, che lo invecchia un po’, e la smodata quantità di acqua di colonia che si dev’essere rovesciata addosso prima di uscire ha assunto un sinuoso aroma di sandalo e cuoio.
C’è qualcosa in lui, un che di familiare, che le fa chiedere di sapere di più.

“Una volta arrivata alla macchina l’ho chiamato per chiedergli cosa fare del contrassegno”, dice.
“Lavorava, mi ha chiesto se potevo aspettare che finisse il turno, che se mi andava potevamo cenare insieme. Mi andava, eccome se mi andava. La sera prima non era successo niente, ma lui era stato sicuramente il mio primo pensiero della mattina, e il secondo, il terzo, tanto che non avevo mi ero dimenticata di chiamare mio marito.
Mentre lo aspettavo ho fatto un giro in centro. Non è che fossi uscita di casa con l’idea di rimanere fuori, così mi sono comperata due cose nuove e sono andata ai bagni della rinascente a cambiarmi”.
Sfila la sigaretta dall’indice e medio di Marco e tira una boccata voluttuosa che le toglie il respiro. Tossisce rumorosamente scusandosi ripetutamente. “E’ una vita che non fumo… Mamma mia, non sono più abituata”.
“Non so cosa mi avesse preso”, riprende a raccontare. “O forse lo sapevo, visto che avevo comperato della biancheria intima. Niente di sfacciato, non pensare, una cosa carina.
Sono andata a casa sua, ho citofonato e sono salita…
Quando ha aperto la porta era in accappatoio, appena uscito dalla doccia. Sono entrata in casa, non sapevo dove guardare, ero imbarazzatissima, ho pensato: che cazzo sto facendo?
Mi ha portato in soggiorno ed è andato a vestirsi, quando l’ho visto vestito mi sono rilassata. Siamo andati a mangiare una pizza dall’altra parte di Milano e abbiamo continuato a parlare come la sera precedente. Siamo stati gli ultimi a uscire dalla pizzeria, c’erano già le sedie sui tavoli, sono venuti a dirci che dovevano chiudere.
Siamo saliti in auto, al primo semaforo rosso mi ha baciata fino a quando non ci hanno suonato.
Ha fatto così a tutti i semafori, fino a casa sua. Ridevamo come due scemi.
Mi ha detto: adesso facciamo il giro della città e ti bacio a tutti i semafori.
Siamo saliti a casa sua, ha chiuso la porta, mi ha preso per mano e ha detto: andiamo in camera.
Ricordo che l’ho fermato e gli ho detto: in camera no.
Allora siamo andati in sala, prima sul divano, poi sul tappetto.
Quando ha visto il completino nuovo mi ha detto: sei una birichina…”

Blu turchino, pensa Marco. L’intimo che indossava quando la spogliò la prima volta, a casa sua. Il giorno prima aveva accompagnato sua moglie all’aeroporto, partiva per una settimana di mare con una collega dell’università. Una vacanza premio al termine di una lunga ricerca di laboratorio. Marco aveva pensato a tutto. Cenetta in casa, a lume di candela, con la musica giusta…
Ricorda ancora la sua pelle. Aveva un tatuaggio in fondo alla schiena, uno di quei disegni tribali, non vistoso, elegante. L’aveva notato una volta che si era chinata a raccogliere qualcosa con i jeans a vita bassa.
Questo però non lo racconta, ha paura di apparire il solito maschio insensibile e materiale.
“La prima volta che venne a casa mia”, dice, “non poté fermarsi a dormire per via di suo padre. L’accompagnai alla macchina e mi addormentai appena toccato il letto. Non sentii l’sms con cui mi avvisava di essere arrivata, né le due chiamate di mia moglie dall’Egitto.
Tornò il mattino dopo. Era domenica, facemmo colazione sul balcone. Aveva portato dell’olio e mi massaggiò i piedi, poi tornammo in camera da letto, piena di luce… Il suo corpo mi pareva diverso, continuavo a carezzarlo senza decidermi a entrare dentro di lei…”.
Marco solleva lo sguardo. Gli occhi di Irene lo accolgono in un abbraccio liquido che lo solleva portandolo non sa dove, ma al sicuro.

“Ci siamo frequentati per un po’”, dice lei.
“Se aveva libero il pomeriggio, provavamo a incontrarci. Mi prendevo un paio d’ore di permesso e ci vedevamo da qualche parte. Lo facevamo in macchina e ridevamo sempre un sacco. Era simpatico, brillante. In casa aveva non so quanti libri. Lavorava per la polizia giudiziaria, aveva i suoi casini lavorativi e io comunque avevo dei margini d’azione molto più ristretti dei suoi. Anche quando non ci siamo più visti abbiamo continuato a sentirci di tanto in tanto, mi tirava su di morale”.
Ruba l’ultima boccata e spegne la cicca spalmandola sul fondo di vetro del posacenere.
“Credo faccia ancora lo stesso lavoro, se google non mente…”, dice pensierosa.
“Sai una cosa? Quella volta, la prima, sono atterrata bene. Sono atterrata sul morbido. Mi sono divertita. Non c’era tormento. Era un gioco. Era bello. Stavamo bene. Andava tutto bene, a entrambi”.
“Il mio atterraggio fu un po’ più traumatico”, dice Marco ridendo. “Fu addirittura ridicolo”.
“Quella domenica, sarà stato più o meno l’ora di pranzo, eravamo ancora stesi sul letto, quando sento un tramestio in ingresso. Non me ne rendo conto subito, ma il rumore in fondo al corridoio non smette, anzi si fa più insistente.
Mi alzo e in punta di piedi mi avvicino alla porta. Lei fa altrettanto e ci ritroviamo entrambi nudi a fissare le chiavi oscillare nella serratura.
A quel punto sento delle voci, che riconosco subito. Sono quelle di miei. La chiave non gira, dicono, ci son dentro le altre. Dev’essere in casa, suoniamo?
Mi volto e incrocio lo sguardo terrorizzato di lei. Porto un indice alle labbra e le faccio segno di allontanarsi in silenzio. Torniamo in camera, metto mutande e maglietta e penso al da farsi.
Suona il campanello. Mi pare di sentire la voce roca di mia madre che dice: Marco, ci sei?
Le dico di chiudersi in bagno, che vado ad aprire e li liquido, mi invento qualcosa…”
Marco si interrompe bruscamente. “Una birra?”
“Bevo un sorso della tua”, dice Irene. “Continua, com’è andata a finire?”
“Bel nome Irene”, fa lui.
“Vai avanti, non divagare!”
“Mia madre non è un tipo facile, diciamo. Non ci fai nemmeno entrare?, dice. Almeno offrici un caffè… Che stavi facendo?… E in men che non si dica son seduti in soggiorno, mentre io mi domando cosa stia facendo la ragazza in mutandine e reggiseno chiusa nel mio bagno.
Faccio il caffè, sono lunghi interminabili minuti. Dico che non sto bene, che devo tornare a letto, ma niente, anzi mia madre si offre di riordinare la casa, di cucinare per me. Sembra trovare ogni scusa per fare una ricognizione e capire in quali condizioni viva suo figlio.
Inutile dire che mi trovo davanti alla porta del bagno abbozzando una scusa affinché non la apra. Tutto inutile. Infila il braccio, abbassa la maniglia, la spalanca. Chiudo gli occhi, non ho il coraggio di voltarmi.
E c’era bisogno di fare tante scene? esclama.
Mi volto. Lei non c’è.
Guardo nella vasca da bagno. Non c’è.
Guardo mia madre. Sorrido come un deficiente.
Fammi sentire la fronte, fa lei, devi avere la febbre.
Con molta fatica la risospingo in salotto, dove mio padre sta fumando placidamente guardando la tv.
Mentre mia madre lava i piatti della sera precedente – mi domando ancora come mai non abbia detto niente trovando il doppio di ogni cosa -, io faccio capolino in camera da letto.
Le non c’è”.
Irene alza un dito.
“Primo piano”, fa lui. “Ma non si è buttata. Era nascosta sotto al letto. Mi inginocchio, la vedo. Meglio, vedo due occhi di gatto terrorizzati, inferociti.
Rido. Rido, sì, istericamente. Sottovoce le dico di stare tranquilla, che se ne stanno andando. Li accompagnerò in quel negozio di mobili, come avevo promesso – me n’ero completamente dimenticato.
Farò finta di chiudere la porta. Quando non senti più nulla, scappa…
Ridono entrambi, a lungo.
Irene vorrebbe accarezzargli il viso, ma si trattiene.
“Continuavo a ridere, sai? Anche dopo, al negozio. Mia madre mi chiedeva consiglio e io ridevo come uno scemo”.

“Che dici, ce ne andiamo? S’è fatto buio e fa un po’ freddo…”.
“C’è pure un po’ di nebbia”.
Attraversano la piazza in silenzio.
“E’ stato bello”, dice Irene.
“Anche per me, è stato bello conoscerti”, dice Marco.
La accompagna fino all’ingresso della metro.
“Allora… Ci sentiamo?”, chiede. “Ti lascio il mio numero…”
Lei scende qualche scalino, poi si volta sorridendo.
“Fin qui tutto bene”.

Immagine di copertina – web