Una notte

Erbaio

 

Nel punto più oscuro di una mia notte insonne, è emersa, dalle segrete feritoie degli scantinati dell’anima, un’altra notte, bianca anch’essa, che trascorsi o non trascorsi con un compagno, dispersi su tenebrosi dirupi tra rovi non visti e suoni insaputi, notturni, a ricercare una strada, metafora di una svolta inseguita e non ancora scoperta, come adesso, al culmine dei miei ripensamenti, salimmo verso una cima, senza logica, in linea retta verso l’altezza, tagliammo sentieri, boschi, massi, non sapevamo, si presagiva, eravamo animati da una vitalità stremata che spingeva sui nostri muscoli più di quanto potessimo aspettarci, attori e spettatori salimmo ineluttabili alture come la caduta di due gravi, ascendevamo, andavamo là dove si può vedere, al di sopra delle cime, la possibile conformazione delle creste, dei ruscelli e delle valli, dei bacini, là dove senza l’ansia delle ombre, è il potere di tracciare rotte, direttrici, come ora, dal fondo di questa notte infernale così distante dai ristretti confini del concepimento e attraversamento quotidiani della vita, si può considerare da sotto il nostro fragile galleggiare, il nostro andare, ed allora, dal nostro salire così agile e veloce che ci portò prima del tramonto sulla vetta dove mangiammo al lume di una candela che lasciammo consumare tra le parole e il calare del sole, mentre ogni tanto l’attenzione percepiva il crescere del nero nelle valli sottostanti a contrastare i colori del cielo ancora così chiari, era una sera d’estate e volevamo rischiare, continuammo a parlare facendo finta di niente, presagivamo i segreti intenti che animavamo il nostro stare, e rimanemmo fino al buio, oltre al glauco serale del giorno, fino a quando una luna nuova s’immerse dietro le crode e la candela, ormai spenta, non ci dissero che si poteva scendere, confondersi nelle ombre più oscure che dal fondo sembravano chiamarci attraverso i suoni dei boschi e i richiami dei cinghiali, ci alzammo dunque, avevo tolto gli occhiali per riposare al suono libero delle nostre parole ed il mio amico, inavvertitamente, li ruppe nel mettersi in piedi, prendemmo l’accadere come un segno di conferma e, riposti gli avanzi del pasto frugale ed il resto degli occhiali, cominciammo a scendere dall’altra parte di quella che fu la nostra ultima cena sulla cima del paradiso dei nostri pensieri, senza conoscere, senza intuire se non le ombre e il nostro desiderio di disperdersi nella notte, di confonderci, come da quest’ora di ghiaccio, fuori dalle coperte del consueto riposo, mi sono imbattuto in un ripercorso mai vissuto per perdermi e ritrovarmi forse ancora, uguale o diverso, fuori dai dannati sentieri dell’esistere, riproduco insonni modelli d’esistenza in simboli narranti, e per istanti raccordo e smorzo il turbamento, racconto, non vi era un sentiero ma un terreno digradante molto meno erto del versante risalito, noi avanzavamo regolari, velate macchie bianche testimoniavano sassi che sentivamo sotto i passi, si potevano vedere solo senza fissarli, erano scialbe stelle sfuggenti alle nostre occhiate più dirette, procedevamo cauti e risoluti e una vergogna stupida ci impediva di prenderci per mano, ma ci tenevamo accanto, poi il mio amico vacillò per un momento e capimmo di calpestare il ciglio di un sentiero, un po’ delusi e un po’ contenti ci facemmo accompagnare per un tempo da quel tracciato, anch’io adesso sto seguendo una pista per un periodo, quella di due amici che camminarono nel buio, io e il mio alter ego nella notte fredda, insonne, febbricitante, tinta dal mio malessere, odore e dolore d’esistenza, la mia anima mi priva della partecipazione, intorno a me tutto s’avanza ma sono intollerante agli spasimi vitali, un’auto in strada passa verso il corso, un uomo dopo l’amore avrà riportato una donna alla sua casa, solo nella notte, pieno della serata si dirige verso il centro a ripiombare nel caos pulsante, estraniante, oppure torna a letto se domani ha un lavoro che lo attende, io ‘sta notte non sono uscito come tutte le mie sere, devo trovare un ove dove andare, tuffarmi in un ignoto che sappia di sale, d’oro dei giorni, di sogni, oggi sono su un sentiero in alta quota, un amico davanti a me mi propone di legarci con le nostre cinture, mi chiedo se sia precauzione di giudizio o perdita d’occasione, accetto ed avanziamo su un prato sempre più nero, il sentiero si è disperso come il mio filo d’ora, incontro rumori domestici che non aspettavo, sfarfallii, sibili, furono suoni sconosciuti a spaventarci più del grufolare dei cinghiali, andavamo più piano tenendoci vicini, un’erba alta ci limitava i passi e profumava la notte che, troppo impegnati ad avanzare, ci eravamo scordati di sentire, con tutto il suo splendore di stelle, fragranze e misteri, avevamo fino a quel punto gustato solo la paura, avevamo resistito e lì sapemmo di avanzare in un ignoto meraviglioso ove tutto può accadere, si sudava, immersi in questi sentimenti il mio compagno si fermò di colpo e urtai a mia volta contro una parete calda e vellutata, da diversi minuti sentivamo campane, avevamo sbattuto su una mucca di cui sentimmo il soffio caldo sulla pelle, in viso, stupiti dal percepire senza guardare non avevamo collegato i suoni alle presenze, indietreggiammo senza fiatare e cambiammo direzione, fermi sul prato potevamo ora indovinare vaghe macchie più scure riposanti ruminare il giorno nella notte, seguendo adesso l’immagine di allora sento come i miei cocenti pensieri possano, in questi attimi di memoria inventati all’oblio, riposarsi e ruminare, anch’essi come i sogni rimasticano ciò che è stato ingerito in fretta, senza la chiarezza possibile dalle cime, senza il tempo insonne della notte, dilatazioni, e da quel prato capimmo che saremmo dovuti scendere nel nero che da un po’ inavvertitamente schivavamo percorrendo il prato che ormai era divenuto piano, la mandria era il pensiero, noi dovevamo affrontare l’ignoto, avevamo riflettuto per anni ed anni, ora era il momento del coraggio, sapevamo che lì sotto ci aspettavamo, e cominciammo la discesa nell’ombra senza sole, i suoni diventavano più cupi e i primi alberi che incontrammo ci fecero l’effetto inverso di quando si incrociano di giorno, nell’oscurità non un tetto si desidera per rifugio, ma il cielo aperto, le stelle, radure, nel buio le sagome delle piante erano più nere, misteriose, ma, malgrado la paura, ci sentivamo pronti ad affrontare il bosco, coi suoi segreti, coi suoi intricati meandri e vicoli ciechi, gli arborei silenzi, i cinghiali ed i rumori, sopra le nostre teste le chiome lasciavano intravvedere solo più scampoli di cielo, da quegli spiragli le stelle ci salutavano serene, noi scendevamo accogliendo il loro viatico nel cuore, il nostro avanzare si fece più lento, guardingo, fino a porre un piede vicino all’altro per tastare il terreno per un appoggio, con le braccia ci tenevamo ai rami, ai tronchi, non sentivamo troppo le spine e gli arbusti sulle gambe, senza lamentarci volevamo solo il nostro desiderio d’affondare, scendevamo, alcune ragnatele ogni tanto ci avviluppavano quasi l’intero viso e ricordo di essere più volte rabbrividito all’idea di schiacciare con le dita grosse lumache sull’umido dei tronchi, lui avanzava avanti a me di un passo, sapevo i suoi pensieri, erano poco diversi dai miei, ma il suo silenzio mi rincuorava, nemmeno adesso, pur se avessi un notturno interlocutore, non arriverei fino a ridiscendere l’anima senza torcia, senza la ragione che agisce con le energie biologiche d’un ritmo di veglia e le sicurezze dei contorni delle cose, il caldo della casa, un tè con un biscotto e un amico a cui dire, non ce l’ho ora e allora ve ne era uno specchio, che amavo per quello che facevamo, persi e graffiati fino al cuore, nelle mani, sulle gambe, continuavamo a brancolare tra suoni d’ansia e appoggi malsicuri, come i nostri petti che avevano bisogno di vuoti sospesi sui burroni per disperdervi l’esistenza, per dirimerla, decifrare, ad un certo punto sentii una brusca forza strattonarmi la vita, era il mio amico che era caduto in un dirupo, poggiava ora su dei rovi protesi verso il basso, mi diceva, io intanto sentivo meno il peso sulla cinghia, abbracciai più saldamente il tronco a cui m’aggrappavo, ne provai il radicamento e issai il mio amico dal vuoto in cui si era perso, ci fu un abbraccio e cambiammo direzione, fummo costretti a risalire e, solo quando sentimmo di aver superato la voragine verticale, ricominciammo la discesa, procedevamo sempre vicini e legati anche se molte volte perdevamo i minuti a slegare a mani nude le nostre cinghie intrecciate con gli arbusti, spesso cercavamo con braccia cieche altri alberi davanti a noi per trovare prove del terreno sotto i futuri passi che compivamo lenti cercando gli appoggi a tentoni, continuavamo stremati ad avanzare lentamente nel folto di quel bosco di cui non sapevamo il fondo, fino a quando non scorgemmo un branco di cinghiali attraversare correndo una mulattiera sotto la nostra posizione, ci fermammo muti e immobili, quando il mio compagno si girò verso di me un suono fresco di foglie calpestate ci sorprese e, dopo poco, due cervi e una cerbiatta per un attimo apparvero sulla strada e proseguirono verso l’alto, da dove noi arrivavamo, furono visioni improvvise, stupefacenti, ci fecero sentire partecipi di un tutto da sfiorare, senza prendere, ci abbracciammo, sembrava che qualcosa di importante fosse successo, un senso, significato, la pista immobile era ancora sotto di noi, forse era quello che sentivamo il fondo che cercavamo?

Non rimanemmo e non risalimmo, ricominciammo a scendere, nostro unico fine che si esauriva avverandosi in quelle ore, in quei minuti, ancora per un poco almeno, come ora che scrivendo d’allora m’annullo e vivo, stanco, avvizzito, ma abile a esistere senza la possibilità di chiedermi se mi sento vivere, però quest’ultimo tratto non piace alla mia notte, il mio turbamento si è fatto più torbido, la penombra che mi ha accompagnato si è stemperata e una luce di razionalità, sebbene fioca, presagisco in cielo dagli spiragli dell’anima, mi costringe a serrare le palpebre, forse l’imminente incontro con la stabilità del mondo con l’uscita dall’eterno in cui eravamo piombati in quella notte mi disturba, tra le ciglia vedo colori cangianti, prismi scomposti di chiarori smorti, e allora ritrovo vie interrotte, sentieri da continuare, e torno sulla strada scorta dalle foglie basse dei primi cedui del versante, i cinghiali le paure, i cervi la visione, passaggio atemporale d’anima, io e il mio amico piangemmo stremati, ecco quello che accadde, tornare indietro era impossibile, sarebbe stato tutto perso, oltrepassare la cima per poi tornare senza attraversare l’esistenza, ora dovevamo continuare la discesa verso il basso, verso il caldo che ricominciava, l’ombre più scure, ma oltre la strada un vuoto scuro divorava ripido il versante, poteva essere il muro verticale di riporto della mulattiera, non potevamo vederlo, non ne sapevamo l’altezza e le nostre stanchezze ci impedivano di perseverare sulla sterrata, ci sporgemmo sul ciglio esterno per capire il dislivello di quella parete verticale che ci separava dalla terra sottostante, impossibile comprendere, prendemmo senza parole la strada nella direzione della discesa contro la fatica, continuammo fino a quando la pista non ricominciò a salire, allora ci sedemmo sulle pietre del ciglio esterno sopra al muraglione per riposare, ogni pensiero era lontano, il sudore ci impregnava le magliette, le gambe ci bruciavano, i cuori forti pompavano il nostro sangue nei muscoli stremati, decidemmo di saltare, più in fondo, a guardar bene, con la coda dell’occhio ci pareva vi fossero ombre più oscure, le interpretammo come le chiome d’alberi, doveva esserci qualcosa di simile a un prato in discesa sotto il muro, quelle ombre sembravano ora poco più in basso rispetto alla nostra posizione, non sembravano lontane, ci alzammo e cominciammo a farci coraggio, a confermare quelle ipotesi, fugaci percezioni che solo la visione laterale era in grado di rimandarci, e alla fine saltammo, insieme, con coraggio, atterrammo su un gerbido d’erbe alte e sassi, fu poco il tempo, non sapevamo le altezze e ci incassammo in un impatto che sorprese i nostri corpi ancora distesi nella caduta, poi rotolammo qualche metro sull’erbaio digradante e, infine, ci fermammo.

 

È l’alba. Dagli spiragli delle imposte un grigiore scialbo cerca di svegliare i miei pensieri. Vorrei fumare. Vorrei continuare il viaggio. Ripercorrerlo e continuarlo. Una ragionevole prudenza mi consiglia; una sigaretta potrebbe far meno male. La luce smorta entrando dalle persiane acuisce la mia vista. Posso ancora vedere con la periferia del mio campo visivo. Un poco.

 

Anche su quel prato abbiamo aperto gli occhi dopo il salto. Una calma serena si era espansa dopo i colpi del cadere. Sull’altro versante della valle, in alto, si intravvedeva un chiarore cifrato nelle linee delle creste. Mi girai per cercare lo sguardo del mio compagno. L’erba alta mi impediva la visione. Ero sicuro che stesse provando la calma che sentivo.

 

Ho aperto la finestra. Schiuso le persiane. Ho acceso la sigaretta. Un uomo è sceso in strada ed è salito in auto. Il rumore di una serranda si fa udire. Presto scenderò per un caffè ristoratore.
Vorrei capire cosa successe su quell’erbaio.

 

[Andrea De Martino, 2008]

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Dal finestrino

Elena Adorni 1970_The trip magazine

Il locale rallenta e si avvia piano in stazione.
In quel tempo dilatato la gente impaziente si porta alle uscite accalcandosi sui gradini. L’aria abusata della carrozza sfiata a fatica dai finestrini abbassati, fa caldo, tutto a un tratto è esplosa l’estate.
Oltre il corridoio una giovane donna, come me, resta seduta, immersa in una conversazione telefonica, faccia al finestrino. La cosa va avanti già da un po’. Lei dice no e lui insiste, non s’arrende. Posso quasi sentire quella voce lamentosa, il riverberare delle sue risposte ottuse da bambino. E mi colpisce il contrasto con la limpida fermezza di quella di lei, che non ha niente a che vedere con l’aria opprimente che si respira qui dentro.
Faccio finta di niente e continuo ad ascoltare. L’esattezza compita di quelle risposte, l’inamovibilità della sua posizione. Nonostante il caldo, la fine di una lunga giornata di lavoro, la stanchezza.
La sfioro con lo sguardo, ne carpisco la bellezza. Pantaloni scuri, eleganti e leggeri, le caviglie sottili che s’infilano in un paio di All Star chiare, alla moda. I capelli morbidi e fluenti, puntati ad arte con qualche fermaglio, il profilo affilato, fiero.
Ha le idee chiare, ama il proprio lavoro d’haute couture e ne va fiera. Sa farsi valere, eccome. Questo lui dovrebbe saperlo. No, Eric, giovedì devo impostare il lavoro con loro, non posso fare diversamente. Venerdì. Venerdì sì, lavorerò da casaNo, Eric, giovedì no. Te l’ho già detto, chiudiamola qui…
Eric non s’arrende, la vorrebbe anche giovedì, ma lei non si muove di un centimetro, deve onorare l’impegno, da troppo tempo trascura quel cliente. Lui dovrebbe sapere anche questo, ma si rifiuta di farlo.
E’ sordo e cieco l’impeto di un innamorato. E’ infantile, stupido.
Ti ho già detto che non si può fare… E comunque il mio lavoro me l’organizzo io.
Basta, questo muro contro muro mi ha stufato. Questa donna mi ha stufato. Il suo profilo, la sua voce troppo fresca, il suo argomentare esatto, mi danno la nausea, li detesto. Sarà perché sono abituato a picchiare la faccia, a soffrire. Sarà perché anch’io so essere sordo, cieco e muto. Sarà che non voglio capire.
Tanto lo so dove andranno a finire. Dove andiamo tutti a finire, prima o poi.
Mi volto, guardo fuori dal mio finestrino. Il treno sfila a passo d’uomo fra palazzine spoglie, a pochi metri dalla banchina. Osservo i loro balconi scialbi, i panni stesi, l’intonaco scrostato. Sotto di me un’auto medica a lampeggianti accesi, la fisso nell’attimo in cui spingono dentro una barella, faccio a tempo a vedere due piedi. Sul lato opposto una donna armeggia fiacca in cucina come se niente fosse. E in fondo niente è successo. Solo una vita, scorsa sotto i miei occhi in un attimo, senza far rumore.
Mi alzo. Scuoto le gambe intorpidite nei pantaloni sudati.
La giovane professionista è ancora alle prese col suo amante capriccioso.
Fisso il display del mio cellulare. Nessun messaggio. Penso a lei. Chissà adesso dov’è.
E sento la vita, la mia, scivolarmi fra le dita.

[P.B., 6/6/2019]

Immagine di copertina – Elena Adorni, su http://www.thetripmag.com

Il segnale

Ticchettio

Da tempo non prendevamo più precauzioni. Era bello farlo senza condizionale, come la chiamavamo. Ma quel senso di libertà e spregiudicatezza si trasformò ben presto in qualcos’altro. Non era più come prima. Non c’era il trasporto, l’eccitazione di una volta. Non c’era più il desiderio, sembrava tutto calcolato. Gesti disinvolti e spensierati erano diventati meccanici, forzati. S’erano guastati.
Dovevamo ammetterlo, cambiare rotta. Non c’era più gusto a fare sesso in quel modo. Era una pratica ostinata, priva di ogni forma di seduzione. Specie per mia moglie, che sembrava rispondere al comando del proprio orologio biologico.

Voleva essere madre, se n’era parlato. A me l’idea della paternità non dispiaceva. Ma dopo mesi di tentativi senza rimanere incinta credo che la cosa per lei fosse ormai un’ossessione.
A volte la trovavo in camera, nuda, intenta a guardare la propria immagine riflessa nello specchio grande dell’armadio. Si sfiorava la pancia con una mano. Diceva di sentire un calore all’altezza del ventre, una specie di tepore liquido, estraneo e suo allo stesso tempo. Diceva proprio così.
Poi arrivava il ciclo e cambiava subito umore. Diventava impaziente, nervosa, era quasi intrattabile.

Finché ci fu quella volta. Me ne stavo seduto da solo, in salotto. La testa abbandonata sul divano, ascoltavo un po’ di musica a occhi chiusi. Pensavo alla ragazza del bar, che non credeva che fossi sposato. Per il tuo fine settimana, aveva detto, mettendomi in mano un cd con una raccolta canzoni fatta da lei. Mi aveva sorpreso.
Mia moglie entrò nella stanza, non me ne accorsi subito. Aprii gli occhi e lei era lì, in piedi di fronte a me, nel suo pigiama di lanetta grigia un po’ spessa. L’avevo lasciata che faceva un solitario al computer ascoltando un talent show in televisione e adesso mi stava fissando dall’alto.

Stropicciai gli occhi chiedendomi cosa volesse. Abbassai il volume. Lei rimase dov’era e mi sorrise in silenzio. La guardai, feci altrettanto. Allora lei alzò un sopracciglio, più volte, velocemente. La fissai. Lo fece di nuovo.
Sapevo cosa significava quel gesto, era il segnale.
Non disse niente e uscì dalla stanza senza aspettarmi.
Mi afflosciai sul divano, le mani dietro la nuca. Espirai lentamente.
Ero stanco, terribilmente stanco.

In camera faceva freddo. Si era tolta il pigiama e si era infilata sotto il piumone.
Mi spogliai, misi in ordine i vestiti sopra la sedia. Entrai nel letto, mi mi misi supino, faccia al soffitto. La sentii mettersi sul fianco.
“Che c’è?” domandò.
“Niente”. Chiusi gli occhi.
Mi mise una mano sulla spalla e mi abbracciò. Sentii le sue labbra sulle mie, che risposero controvoglia.
Il suo seno mi premeva lo sterno, sentivo il calore del suo respiro sulla faccia, l’odore del suo alito. Le sfiorai il collo, con due dita scivolai lungo la schiena. Era inutile.
“Si può sapere che hai?” chiese inviperita.

Dissi che non me la sentivo, che ero troppo stanco. La verità è che non sarei mai riuscito a farlo. Pensai al baccalà con patate che avevo mangiato appena rientrato. Serviti, te ne ho lasciato un piatto nel forno. L’avevo scaldato al microonde e mandato giù avidamente, da solo, in cucina. Come mai così tardi?
Mentre il corpo di mia moglie mi schiacciava lo stomaco, per un momento il mio pensiero andò ancora a lei.
Passò la lingua sulle mie labbra chiuse, le leccò due o tre volte come un animale, pensando di eccitarmi. La sentii premere più forte, sapeva quanto mi piacesse stringere le sue tette gonfie quando mi veniva sopra.

Mi montò. Sentii battere il suo sesso, poi un sospiro e mi baciò di nuovo. Il letto cigolò tristemente. Rimasi immobile, inerte, gli occhi che fissavano il soffitto da sotto le palpebre. Deglutii piano.

Si sollevò bruscamente e si lasciò cadere nella sua parte del letto. Il materasso sobbalzò. Si girò dall’altra parte strattonando il lenzuolo, spense la luce. Udii ancora un soffio, una parola, o forse un singhiozzo.
Rimasi immobile, le braccia lungo il corpo, per un tempo infinito.
Nella stanza il frastuono del ticchettio della sveglia.

[P.B., 26/5/2019]

Immagine di copertina – web

Il velo

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“Con la rosa tra le labbra”, Ettore Tito, 1895

“Tu ti masturbi mai?”
Per la prima volta sollevò il velo.
Fu una violenza, consapevole.
Fu come violare il suo mistero per la prima volta. Fu come essere in lei di nuovo, come la prima volta.
Non aveva mai osato tanto. Non avevano mai parlato di certe cose, non avevano mai parlato di quelle cose.
La complicità fra loro si fondava sul silenzio. Erano i loro corpi a parlare.
Ecco. La mano di lei sotto il sacco a pelo che scivola sul suo pene turgido e impaziente, quella volta al rifugio, quando lo fecero in silenzio per non farsi scoprire. La sua mano delicata e gentile. La sua mano, inaspettatamente istruita, attenta, mano di donna bambina.
Quella mano lo sconvolgeva ogni volta, era il massimo della trasgressione. Era la trasgressione.

Ammutolì, arrossì, scosse la testa. Deviò lo sguardo risentita, stordita. Avrebbe preferito uno schiaffo a quelle parole.
Da sempre metteva alla prova la sua capacità di sopportazione, si comportava con lei come l’adolescente con il genitore. Poco importava se fra loro le cose stavano all’inverso.
Tutt’a un tratto le due chiacchiere davanti a una tazzina di caffè si trasformavano in un peso insostenibile, un vero e proprio incubo.
Perché doveva rovinare sempre tutto? Perché non la lasciava in pace?
Non gli erano bastate le avance indecenti di un tempo, l’abuso della sua posizione, del ruolo, dell’ascendente che esercitava su di lei?
Non gli era bastata la loro dannata avventura, la vergogna, il tradimento?
E non gli era bastato averla messa nella stessa condizione: prima amante, poi rinnegata. Ingannata, vilipesa. Tradita.
Per poi tornare ancora da lei, cane bastonato e penitente, a sedurla con l’impudenza di un bambino.
Erano passati anni, ormai.
Non potevano essere amici?
No, non gli bastava tutto quello che le aveva fatto passare, l’aveva capito.
L’aveva sempre saputo. Anche quando l’aveva invitato a passare da lei, quando aveva aperto la porta, quando l’aveva fatto entrare nella sua cucina disadorna. Per spogliarla.

“Io lo faccio spesso”, aggiunse cercando il suo sguardo.
Voleva uscire allo scoperto, dirle tutto, confessare tutto. Voleva che fra loro non ci fossero più segreti.
Erano dei sopravvissuti. Erano ancora vivi. Erano ancora lì, uno di fronte all’altro, col desiderio di scoprirsi, sentirsi, toccarsi.
Voleva che il loro rapporto, scampato a mille tempeste, evolvesse una volta per tutte, che fosse diverso, unico, spudoratamente autentico. Assoluto.
“Se penso a te, vengo subito”.

[P.B., 22/5/2019]

“Anatomia” estratta da un tentativo di romanzo in corso…

La giostra

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Viviamo vite parallele, da sempre.
Pur di sopravvivere agli eventi, di non sovvertire l’ordine naturale delle cose. Pur di sottrarsi alla necessità di cambiare, di prendere posizione, di rinunciare a qualcosa di sé in favore di una responsabilità maggiore, un uomo è disposto a scindersi.
Si spacca in due, dieci, mille frammenti. Fra loro diversi e pur derivanti da una sola matrice.
Prendi me, ad esempio. Io iniziai presto l’apprendistato dell’arte della dissimulazione. Ancora bambino, creavo già le mie maschere e mi infilavo con sorprendente agilità nella faticosa giostra dei miei personaggi.

Rammento una domenica pomeriggio, avevo otto o nove anni.
Mio padre mi accompagnò ad una fiera di paese, fra zucchero filato e giochi chiassosi all’ombra di un campanile sperduto in mezzo ai campi.
Era fine febbraio, faceva ancora freddo. Erano pochi i bambini che si muovevano fra seggiolini e automobiline elettriche, avvolti dalla sonorità esagerata di melodie artefatte e voci da imbonitore.
Fin da piccolo non fui particolarmente attratto da quelle feste chiassose e dalle loro roboanti macchine da intrattenimento. Sono quasi certo che anche in quell’occasione non fossi stato io a chiedere di andarci.

Esitante, stretto nella mia giubba beige imbottita, in tinta con i pantaloni di velluto larghi in caviglia, vagavo frastornato fra pistoni, carrozze e le grida entusiaste o querule degli altri bambini, tenuti a stento dai loro genitori. Dal mio canto, me ne stavo saldamente aggrappato alla mano calda di mio padre, il quale di tanto in tanto dall’alto mi indirizzava sguardi incoraggianti, chiedendomi quale gioco volessi provare.
Dopo un lungo giro d’osservazione, ammisi di essere attratto da forma e colore di un’auto da corsa, una delle tante immerse in un mucchio confuso fra elicotteri, cavalli, carri armati e astronavi che scorrevano volteggiando sulla piattaforma rotante di una giostra. Soddisfatto, mio padre acquistò subito un biglietto e, quando fu il mio turno, tolse le protezioni e mi aiutò a salire sulla vettura da gara che avevo scelto.

Feci il mio primo giro riconoscente, trattenendo a stento una gioia sincera. Mio padre mi sorrideva calmo, muovendo appena la mano con la sigaretta accesa.
Quando sparì di nuovo alla mia vista, mi concentrai sulla guida stringendo voluttuosamente il volante del mio bolide e studiando lancette e spie luminose che ne costellavano il cruscotto.
Percorrendo l’orbita di quel navigare solitario emergevo a tratti dagli scenari che si moltiplicavano nella mia mente e cercavo lo sguardo di mio padre che, immobile, segnalava puntuale la sua presenza. Ricambiavo divertito il suo saluto e affondavo il piede sull’acceleratore.

Dopo qualche giro la vidi. Lì, in piedi davanti a me, fra le persone che attendevano la fine della corsa.
I suoi occhi erano su di me da un tempo indefinito e io in un attimo dimenticai tutto: la volata verso il traguardo testa a testa con il mio acerrimo nemico, la pista assolata, lo stridore della folla… Mollai il volante, il motore si spense.
Katia. Facevamo la terza elementare e stavamo insieme.
Il che comportava, se non altro, che all’uscita della scuola, pigiati davanti al portone dalla calca di ragazzini in attesa dello squillo di campanella, di nascosto e con indescrivibile gaudio, ci scambiassimo dei bigliettini amorosi.
Quando succedeva, ogni volta che sentivo la sua mano intrufolarsi furtiva nella tasca del mio grembiule o del mio giubbino – era questione di un attimo, il cuore mi batteva in gola e la gioia pregustata di leggere il suo messaggio una volta rimasto solo riempiva ogni attimo del mio viaggio verso casa.
Alle volte, per timore di destare la curiosità di mamma o di mio fratello, prolungavo ulteriormente l’attesa rimandando l’ora della rivelazione a dopo pranzo, quando finalmente avrei potuto estrarre dalla tasca quel pezzetto di carta vergato e piegato con cura per me, solo per me. Ritirarmi nella mia cameretta, o in bagno, e leggerlo con un tuffo al cuore ancora più amplificato.
Ricordo che stendevo quel ritaglio di pagina di quaderno esaminandone ogni minimo dettaglio: il colore della carta, dell’inchiostro – quelle in rosso erano le lettere più appassionate, il loro profumo; la calligrafia, i bordi strappati in fretta o tagliati a forbice e decorati; il modo in cui era stato piegato e confezionato, la dedica sull’ultimo risvolto e, solo alla fine, le parole che vi erano state scritte.
Frutto di un fuoco non ancora nostro, prese a prestito da un vocabolario sconosciuto, oscuro, solo immaginato.

Katia era lì, a pochi metri da me, in quella folla diradata.
Le gote arrossate dal freddo, affondava il mento in una sciarpa di lana. La luce obliqua del pomeriggio infiammava i suoi ricci castani.
Non era sola. Ma senza farsi notare mi fissava con un sorriso che non saprei definire: scherno, sorpresa, ammirazione. Chissà.
Il cuore in gola, corsi subito ai ripari. Feci finta di non vederla e assunsi una posa visibilmente distaccata, insofferente. Al giro seguente la salutai.
Il caso volle che incontrassi i suoi occhi solo quando quelli ignari di mio padre scomparivano dietro il profilo animato della giostra. I due si trovavano infatti agli estremi opposti di quel mio carosello.
Fu così che per il tempo rimanente diedi vita a due personaggi distinti, entrambi in grado di sostenere lo sguardo e le attese del proprio pubblico.
Da un lato, sfilavo al cospetto del mio papà. Sterzando, controsterzando, derapando e raddrizzando. Senza mai perdere il controllo del mio bolide, ma dando lustro alla mia compiaciuta maestria.
Dalla parte opposta del cerchio mi sgonfiavo all’istante, dissimulando. Allungato sullo schienale dell’automobilina di plastica, lanciavo sguardi complici alla mia bella manifestando tutta la noia e la frustrazione per esser stato costretto, per non far torto a mio padre, a montare sul palco di quel ridicolo teatrino.

[P.B., 29/4/2019]

Antonio Risetto

btr

 

Camminava da molto per una landa innaturale.
Una luce bianca si diffondeva nell’aria senza ritmo, umida, spenta.
Un velo insondabile di nuvolaglia copriva la sfera del cielo e nessun suono aveva accento nella monotonia di quel tragitto.

Si riebbe.
Si spostava da remoti tracciati nei meandri oscuri della mente; solo di questo era sicuro. Non sapeva dove fosse o cosa dovesse fare oltre all’incedere nel quale si trovava. Non ricordava dove stesse andando, ma non diede peso a questi fatti; sapeva da altre volte che perseguendo l’agire del presente poteva emergere lo scopo arcano delle cose.

Decise di voltarsi per vedere se lasciasse tracce nell’andare, voleva comprendere un dove dal quale camminava; così s’accorse in quel momento che il suolo innaturale su cui poggiava era infinito e di cemento, ed ebbe un moto di sgomento: identica in ogni punto una linea bassa distingueva malamente la terra e il firmamento.

Non era più sicuro della direzione del suo avanzare. Scrutando meglio l’orizzonte s’accorse con qualche riserva, che in una direzione vi poteva forse essere un indizio: intuiva un’ombra vaga di cui però non si sentiva certo: esile e indefinito, un corto segmento sembrava apparire molto lontano, tra le pareti d’aria e il pavimento.

Mosse i suoi passi verso quel dubbio e, dopo un tempo indefinito che gli parve comunque lungo, pensò d’essere più vicino.
Guardando attentamente ora, poteva scorgere un bastone piantato nel cemento.

Carico di speranza, continuò a camminare. Cercava di avere un’andatura regolare, un ritmo a declinare i pensieri nel vuoto di quel luogo, ma la sua mente ascoltava eco di labirinti altri, conosciuti, che pur trovava meno anomali di quel posto insolito senza muri, senza specchi.

Dopo un periodo che non avrebbe saputo misurare, s’arrestò per osservare attentamente: era sicuro d’essere più vicino.
Di buona lena ricominciò a camminare nella medesima aria e nell’identica luce di quello che ormai sembrava un luogo smemorato.

Quando fu abbastanza prossimo da poter fissare l’oggetto camminando, avanzò senza più distogliere lo sguardo dalla meta, unico appiglio al quale ancorare il bisogno di senso che ormai sentiva farsi impellente nel suo corpo.
Dopo tanto gli fu finalmente così vicino da poterlo toccare facilmente.

Quando mosse il braccio per tastare il ferro veduto di lontano, s’accorse che dietro vi era fissato un pannello di metallo sostenuto da un’altra identica barra.
Girò intorno alla struttura scarna fino a porvisi di fronte – si trattava di un necrologio che i suoi occhi lessero immediatamente. Una piacevole sorpresa lo colse impreparato.
Con nostalgia e d’improvviso, si ricordò del salto al buio nel lago dell’oblio dopo la corsa irruenta, bella e disperata.
Era stremato.

[Andrea De Martino]

Al tempo della pietra

Al tempo della pietra

Col sole alto tornavamo. Si partiva presto al mattino, a volte il cielo non era ancora chiaro e nell’ora senz’ombra, ritornavamo. Allora, aspettando chi tardava, si spazzava con saggine il suolo terroso dei tuguri, intrecciavamo frasche a tronchi vivi che fungevano da pali, si legavano legni ai rami per salire agevoli ai piani alti delle case.

Nella stagione calda, con bastoni duri tagliavamo foglie verdi che urticavano le gambe nude; crescevano rigogliose per via del rio che scorreva poco lontano; s’allungavano le ore fitte in quel mestiere faticoso che ci univa in gesti antichi ai nostri padri, e sudavamo.
Quando tutti erano rientrati prendevamo i posti nella casa e mangiavamo quello che ciascuno aveva trovato. Ogni tanto ci scambiavamo gli alimenti: gustavamo, assaggiavamo.

Poi venivano le ore più intense: al di là dei prati vivevano altri. Eravamo più forti per numero, ma meno audaci. Erano più grossi e a volte i coraggi ci limitavano a spiare dall’alto dei prati il loro fare similare: avevano una casa uguale. Meglio di noi sapevano costruire armi: archi, lance, e possedevano corde che non producevamo.
A volte, quando ci liberavamo il primo quarto di giro dello splendente disco, ci spingevamo fino vicino al loro fare e, se si poteva, rubavamo qualche oggetto, qualche strumento. Il grosso era nascosto e lo cercavamo quando erano assenti. Avevano anche tele calde che invidiavamo. Sottoterra da qualche parte mettevano gli utensili e il vasellame.

Avevamo un grande vantaggio: il rio scorreva dalla nostra parte dell’erbaio e la loro acqua passava quasi dentro la nostra casa, ma non ci eravamo mai concessi di difenderla a valle dell’abitazione, si cercava di tutelare il tratto che dal bosco scorreva verso il nostro alloggio. Fino a quel punto non erano stati scontri duri.
Quando uno dei nostri, dopo un’incursione nella loro proibita terra, tornò con un arco intatto e tante frecce, ci preoccupammo. I cuori erano quasi offesi verso l’ardire del nostro membro, ci aspettavamo la vendetta per la fine della luce in cielo; non sapevamo come difenderci, la sensazione di inferiorità fisica si faceva palpabile nei muscoli di quelle ore d’attesa e di paura.

Arrivarono. Grossi e furenti ci colpirono con molti dardi. Nessuno di noi riuscì a reagire, stavamo fermi davanti al nemico, senza difendere, senza fuggire. Durò poco l’incursione, fummo costretti ad abbandonare la casa e ci derubarono di tutti i nostri miseri averi. Donne non ne vollero, ne avevano di loro, ma ci imposero un tributo. Ogni giorno, nell’ora senz’ombra, dovevamo offrire loro doni. Ci concedevano il riabitare ma controllavano il nostro fare.
Seguì un lungo tempo di vassallaggio. Poi col passare delle stagioni l’umiliazione dell’offerta divenne quasi un’occasione di scambi. Mutavano i gesti ed i costumi per quel contatto quotidiano coi nostri vincitori.

Finì l’epoca del nostro strazio quando la loro grande capanna si trovò ad essere sempre meno popolata. Dopo una stagione d’offerte alla loro nazione dall’accampamento ormai ridotto e disincantato, decidemmo di smettere il pagare, ci sentivamo graziati e interrompemmo le nostre offerte per troncare l’imbarazzo divenuto generale: non erano più i più forti, non eravamo i vinti, ancora, eravamo due popoli divenuti diversi: avevamo acquisito i loro usi, avevano accettato le nostre offerte: ci sentivamo uguali.
Le scorribande nel prato si fecero disinvolte. Vedevamo la loro casa sempre più disabitata. Un giorno entrammo nel suolo sotto gli alberi che erano stati loro e bruciammo le erbe ormai cresciute sul terreno dell’abitazione, ci appropriammo delle armi e dei materiali incustoditi, orinammo sui pali tronchi più importanti per difendere dagli spiriti la capanna abbandonata.

Tornati dalla nostra parte del prato ci sentimmo i padroni della zona; si decise di esplorare i territori circostanti. La nostra espansione progredì per epoche lunghe e selvagge di soli e di miraggi. Incontrammo nuovi uomini, colonizzammo altri villaggi. Alla sera si tornava sempre nelle case di mattoni dove le madri onnipresenti ci accoglievano pazienti per nutrirci di dolcezza. Allora, nei nostri letti, dopo le cene stanchi, ci esaltavamo a pensare al giorno andato e agl’indomani pieni di piani: oltre la scuola, col sole alto, saremmo riandati alla capanna dietro alle case.

Avremmo ritrovato i due filari della vigna dai quali, spensierati, staccavamo la merenda nei pomeriggi di fine estate, gli alberi, la capanna e le ortiche da tagliare. In qualche giorno più audace, eluso con arte il tempo della scuola, saremmo andati a spiare i grandi al di là del prato; a rubar loro qualche oggetto, qualche arco perfetto che non riuscivamo a fare.

Ora in cuore, dove sono giardinetti e viali, risento ripassando l’eco di quei battiti sempiterni e uguali.

[Andrea De Martino]

Foto di copertina – web