La sedia (3)

(Terza versione)

Io so tutto.
I grandi pensano che I bambini siano stupidi, che non si accorgano di nulla, che non vedano e non sentano. Eppure sono stati piccoli anche loro, e dunque se un bambino non sa com’è essere adulti, un adulto lo dovrebbe sapere sì, com’era essere bambino. Ma si vede che ci si dimentica.

E dunque, che tra la mamma e quel certo signore ci fossero delle tenerezze io l’avevo capito da un pezzo, bastava vedere come lo guardava lei e come si imbarazzava lui quando eravamo presenti mia sorella ed io.
Non era nemmeno antipatico, quel signore, neanche un po’, solo faceva effetto vedere un adulto così imbranato e allora un po’ facevamo apposta ad entrare in sala quando lui non se lo aspettava, con qualche scusa, e ci godevamo l’effetto due volte, sul momento e poi più tardi, a letto, quando Sandra ed io gli facevamo il verso soffocando le risa per non farci sentire.

Non che quei due sentissero un gran che, a dire il vero, se ne stavano sempre lì accoccolati sul divano a guardare la televisione, col plaid tirato fino al collo pure se non faceva tanto freddo, e mi sa che lui si divertiva sempre a farle il solletico, perché la mamma ridacchiava, diceva smettila ma mica si spostava sulla poltrona che stava giusto lì di fianco, forse non aveva un altro plaid.

Quella sera però fu diverso.
Me ne stavo come al solito accucciato sotto le coperte, facendo finta di dormire, mentre Sandra si era addormentata davvero, mi pare, e sentivo le solite risatine soffocate venire dalla sala, ma ad un certo punto ci fu silenzio, un silenzio che durò un po’, e dopo sentii che si alzavano, facendo piano per non svegliarci, solo che io ero già sveglio e sentivo tutto, camminare piano lungo il corridoio, aprire la porta dello stanzino, così ho pensato che forse volevano cambiare gioco, magari giocare a nascondino, però non è che ci siano tanti posti per nascondersi nello stanzino, molto meglio andare in giardino se non fosse che era buio.
Così li sentii un po’ tramestare di là, poi lui doveva averla acchiappata e tenuta stretta stretta, tanto che la mamma ansimava, i ragazzi grandi non si rendono conto di quanto forte stringono quando ti abbracciano, anche lui però aveva un po’ di fiatone, lo sentivo attraverso la parete, poi lui finalmente la lasciò andare, e la mamma fece un gridolino di sollievo.

Quella volta fu diverso, dicevo, ed anche se dopo quella volta non tornarono più a giocare nello stanzino, tutto era cambiato, persino il modo in cui si guardavano o stavano in silenzio, uno accanto all’altra, e forse anche per quello, o non so per quale altro motivo, Sandra ed io non lo prendemmo più in giro e cominciammo a volergli anche un po’ bene.

Certo che l’indomani mi venne subito voglia di andare a vedere lo stanzino, ma era proprio il solito stanzino, piccolo ed ingombro, con lo stendino da una parte e la grande sedia rossa dove la mamma ammucchiava i panni che doveva stirare, solo che la sedia era vuota, ed i panni per terra, ed allora capii che col gioco che avevano fatto la sera prima doveva entrarci per forza, quella sedia.

[Francesco, melogrande, 12/10/2017]

[Ringrazio tantissimo Francesco di aver aderito e risposto alla proposta di dare nuove differenti versioni dello stesso breve racconto. Un piccolo gioco-esperimento che può rivelarsi un’interessante mescola di creatività, tecnica e personalità.

Versioni precedenti: La sedia (2), La sedia (1).

Se qualcun altro volesse farmi felice partecipando con la propria originale visione e inventiva: paolo.beretta.email@gmail.com]

Advertisements

La sedia (2)

(Seconda versione)

Non voglio lasciare questa casa, che è stata la mia vera e unica casa, la nostra casa.
Una casa dove sono entrato a poco a poco. Me la ricordo, la prima volta, che sono stato qui. Una provvida sventura ti costrinse ad accogliermi in casa tua, una di quelle nostre sere che una febbre improvvisa della bambina ti avrebbe altrimenti negato.
Non fu la sera in cui facemmo l’amore per la prima volta, ma la prima in cui respirai  il profumo di una vera casa, nonostante temessi i tuoi figli (o il tuo ruolo di madre), accettai il tuo invito. Mi sentii a casa, sì, fu come un ritorno.

Erano passati parecchi mesi dal nostro primo incontro.
Tuo marito era morto da tre anni, me lo avevano detto i colleghi, dopo che mi avevano visto chiacchierare con te, alla festa di Natale. Avevo visto che portavi la fede, pensavo fossi sposata. Invece.
Io andavo spesso in giro, quell’anno mi avevano spedito in Canada, ricordo ancora il freddo. Ti avevo raccontato qualcosa quella sera. Era stato piacevole. Mi stavo separando. Vivevo , se così si può dire, in una casa che non era la mia, ospite fino a quando non avessi trovato una nuova sistemazione. La mia ex moglie mi doveva sopportare solo per brevi periodi.
Ci siamo rivisti per un caffè, una volta che ero tornato. Eri bella. Mi piacevi. Ma non sapevo bene cosa volevo e il Canada era buona scusa, per bei racconti e per non avvicinarmi troppo. Non parlavi molto di te. Non mi avevi detto nulla. Né io ti chiedevo. Avevo paura.
Ci eravamo ripromessi un pranzo insieme e così al mio ritorno definitivo, ti ho invitata. “Ciao Canadese”, sono state le tue prime parole, ed è così che mi hai sempre salutato, ogni volta che tornavo a casa, che fosse il Pakistan, la Russia, la Finlandia.
Quando ci siamo salutati e ti ho chiesto se ti avrebbe fatto piacere vederci qualche altra volta, con quella tua naturalezza che mi ha sempre spiazzato mi hai detto: “Sono, anche, una mamma, ho due bambini, un maschio e una femmina. Hanno 7 e 4 anni. E sono vedova, ma questo lo sai. Però la parola vedova non mi piace”. Poi hai aggiunto: “Ho una sera libera alla settimana, Massimo e Sandra hanno dei nonni fantastici”.

La tua sera libera alla settimana diventò la nostra.
La passavamo fuori, camminavamo e parlavamo. Genova ci accoglieva nei sui caruggi, sul lungo mare. Così, come due adolescenti, ci baciavamo agli angoli delle strade, seduti su una panchina davanti al mare, soffocando il desiderio in una ritrosia affettata. Continuavo a non avere una casa. Continuavi a non accennare un invito.
“Non posso uscire. Sandra ha la febbre e non vuole stare con i nonni.  Vieni qui. Suona al numero 75”.
La casa era disordinata e colorata, piena dei tuoi bambini. Mi sedetti sul divano, ero imbarazzato.
Poi dopo quella sera ne vennero tante altre. E il mio imbarazzo era nello starti accanto e non poterti avere. Ti cercavo. Ti aspettavo. Ma non mi raggiungevi mai.
Quello che accadde infine quella notte è ancora tutto sulla mia pelle, come se fosse appena successo, anche se sono passati tanti anni. Lo facemmo aggrappati a una sedia come a una zattera. Aggrappati alla vita. Poi abbiamo fatto l’amore infinite volte, dentro lenzuola fresche e al caldo di un piumone, o con il sole sulla pelle che filtrava dalle persiane. E ogni volta era un po’ come la prima, ci salvavamo a vicenda.

Tu non ci sei più da tanti, troppi anni, ma per me è sempre ieri che sei morta.
I nostri quattro figli sono diventati uomini e donne,  sono qui con me adesso e mi guardano con indulgenza. Pensano che sia un vecchio rincoglionito perché mi dimentico i rubinetti dell’acqua aperti, brucio il latte nel pentolino e non mi cambio le mutande.
Sì, sono un povero vecchio che non se ne vuole andare da questa casa. Quelli del trasloco hanno già portato via tutto. E io sono qui, in questa stanza ormai vuota, sono un vecchio rincoglionito che piange come un bambino, seduto su una vecchia sedia rossa.

[S.G., lapoetessarossa, 29/9/2017]

[Ringrazio di cuore Silvia del suo meraviglioso dono.
La precedente versione del racconto è disponibile qui: La sedia.
Se qualcun altro volesse darne una propria visione o interpretazione, ne sarei infinitamente felice.
Nel caso: paolo.beretta.email@gmail.com]

Il medico competente

Non bado molto alla salute, non vado mai dal dottore. Tanto, prima o dopo, passa sempre tutto. O, almeno, è andata così fino adesso. L’altro giorno, però, ci son dovuto passare: visita medica sul lavoro. Una premurosa ragazza dell’amministrazione me l’ha ricordato con una settimana di anticipo. “Martedì, alle due e un quarto. Ci sarai vero?”, mi ha chiesto con evidente sfiducia nella mia puntualità. “Certamente”, le ho risposto. Quando c’è in ballo la salute, al di là di tutto, non mi va tanto di scherzare. Ammetto, però, che già sul momento la cosa mi ha messo un po’ d’apprensione: non avevo memoria dell’ultima visita, son passati cinque anni, e non avevo idea di cosa mi avrebbe detto il dottore dei lavoratori; che poi non mi è chiaro se curi i sani o i malati. Martedì alle due, comunque, eccomi là che inganno gli ultimi minuti d’attesa. Alle due e un quarto spaccate mi affaccio in infermeria, ma non trovo nessuno. Allora do un’occhiata all’ingresso: nessuno anche lì. Lascio passare altri cinque minuti e torno di nuovo: nessuno. Nel frattempo la collega rientra dalla pausa pranzo e chiedo a lei. “Strano,” fa lei spulciando l’agenda, “doveva esser già qui. Faccio subito una telefonata.” Segue una serie di tentativi a vuoto. Finché, dopo esser riuscita a parlare con qualcuno, forse la moglie, si arrende: “Il dottore non è in studio oggi e non c’è modo di rintracciarlo. Fisserò un altro appuntamento.”
Con una punta di fastidio faccio ritorno in reparto: avrei preferito chiudere la partita al più presto. Un medico senza cellulare, penso, mi sta quasi simpatico. Poi però, mi torna in mente un episodio di qualche anno fa. Avevamo preso un lavoro in Africa, dovevo partire e mi servivano i vaccini. Allora mi rivolsi a lui, al dottore, il quale disse che non ne aveva di scorta, ma che non c’era problema, li avrebbe ordinati. Lasciai passare qualche giorno e lo contattai di nuovo. Cioè, ci provai. Non fu per niente facile, in ambulatorio non c’era mai. Dovetti fare una lunga serie di telefonate e qualche incursione a sorpresa prima di stanarlo. Quando vi riuscii, mancava poco alla partenza ormai e lui, con calma disarmante, mi informò che la mia richiesta non era mai stata inoltrata. La mia profilassi era andata a farsi benedire. Età indefinita fra i cinquanta e i sessant’anni, affabile, cordiale, irreperibile e smemorato, con quella sua aria serafica, come se non esistesse urgenza in grado di turbarlo, il dottore smonterebbe chiunque.
La mia visita, dunque, viene rinviata a data da definirsi. Ovviamente passa del tempo prima che ciò avvenga. “Fissato! Lunedì, alle due e un quarto. Ti va bene?”, chiede qualche giorno dopo l’impiegata con rinnovata apprensione. M’accorgo di non essere più l’unico responsabile del suo disagio. “Ti ha risposto finalmente”, sdrammatizzo, ma dentro di me riprende a montare quella strana agitazione. Nel frattempo, però, ho verificato. Vaccinazioni a posto, niente richiami da fare. Il mio quadro clinico negli ultimi anni è sostanzialmente invariato: nessun infortunio, niente operazioni, nessun acciacco degno di nota. Cosa avremmo fatto allora? Che cosa ci saremmo detti? Ero curioso.
Il giorno della visita, sono di nuovo puntuale, il dottore un po’ meno. Vengo anche a sapere che con me deve visitare altri colleghi, ma non c’è traccia di un elenco. Passo davanti alla porta chiusa dell’infermeria, busso, vedo che sta visitando e mi defilo. Ripasso dopo un po’: ce n’è sotto un altro. Vado a prendermi un caffè e dopo qualche minuto mi affaccio di nuovo: non hanno ancora finito. Allora chiedo di essere chiamato quando sarà il mio turno e me ne torno in officina. Finalmente tocca a me, sono le tre e mezza. Mi siedo di fronte al dottore, eccitato dalla lunga attesa. Lui mi sorride affabile, mentre batte rumorosamente sulla tastiera di un computer, sillabando parte di ciò che scrive. Mentre aspetto che finisca di aggiornare la scheda del collega che mi ha preceduto, provo a ricordare di cosa mi stessi occupando all’epoca della visita precedente. E così mi accorgo che proprio in quel periodo mi stavo separando da mia moglie. Ecco, penso, e la mia agitazione si trasforma in altro. E allora mi tocca ammettere che anche oggi, a ben vedere, le cose non vanno poi così meglio, anzi. A distanza di anni, sono di nuovo reduce da un recente, doloroso naufragio. Coincidenze, mi dico, punti che vanno a capo.
“Allora. Il signor…”, esordisce il dottore, aprendo il mio file. “Sposato”, legge. “Figli?” Chiede guardandomi.
“Divorziato. Niente figli”, schiarisco la voce. “Evidentemente l’altra volta non gliel’avevo detto”, aggiungo sorridendo nervosamente.
Il dottore abbassa lo sguardo con aria dispiaciuta.
“Come non detto”, muove il mouse. “Aggiorniamo.”
Aggiunge anche un mi dispiace, cui non riesco a non assentire.
Proseguiamo. Passiamo in rassegna vaccinazioni, occupazioni e carichi di lavoro, altre attività.
“Sport?”, chiede a un tratto.
“Non agli stessi livelli e più saltuariamente.”
“Fumi ancora?” Ora mi dà del tu.
“No, ho smesso.”
Batte sulla tastiera con aria soddisfatta.
“Bene”, dice alzandosi. “Vediamo se hai ancora il cuore da atleta.”
Per un lungo minuto mi ausculta in silenzio, un silenzio che sopporto a fatica, come i miei battiti, che sento rimbombare per la stanza.
“Il cuore batte forte come un tempo”, sentenzia mentre allaccia la fascia dello sfigmomanometro e comincia a pompare. Io chiudo gli occhi, inspiro lentamente mentre la fascia mi stringe il braccio. Faccio fatica, non so perché, a stare fermo, a rimanere lì. Mi sento premere dentro ed è come se mi vedessi da fuori. Ecco, ora sono in piedi, di schiena, davanti a una lavagna, vuota.
“Ottanta, centoventi”, la voce del dottore mi riprende chissà dove. “Tutto a posto, quindi”, conclude tornando a sedersi davanti al computer.
Ma quando fa per salutarmi ha la faccia di chi ha dimenticato qualcosa, senza sapere esattamente cosa. Guarda per terra, cercando le parole, che poi arrivano su un filo di voce, un po’ roca. “Bisogna darsi un proposito per la prossima volta”, dice fissandomi.
Sorrido, non so da dove cominciare. Mi limito ad annuire, anche se ne avrei di cose da dire. Metto una mano sul tavolo e mi alzo. Non riesco a respirare. Poi mi fermo e sfiato appena un “Ma”. Solo Ma, nient’altro. Proprio non ci riesco a dire quello che mi si rovescia dentro. Lo fa lui.
“Un proposito potrebbe essere quello di trovare la persona giusta.” Si alza e mi tende la mano sopra il tavolo. Non è un saluto quello.
Rido, espiro, mi svuoto. Stringo la sua mano tesa, a un tratto vorrei abbracciarlo.
“Farò del mio meglio”, dico col fiato rotto.
Esco dalla stanza, ho voglia di gridare.
Non so se sono sano. Ma sono ancora vivo, questo sì.
Arrivederci, dottore. A fra cinque anni.

La preda

Bosco di betulle - G. Klimt

[“Bosco di betulle”, G. Klimt – fonte: web]

 

Battista tiene il passo con la sua lunga falcata regolare, Jole s’affretta dietro di lui ruminando la fatica del risveglio anticipato, le mani nei guanti, infilate nelle tasche della giacca imbottita, il viso semi nascosto da una sciarpa di lana. All’ombra della montagna l’aria è così fredda che il fiato non fa a tempo a uscire, ti si appiccica al naso. Briciola, il suo cagnolino, batuffolo di pelo nero, pare non avvedersene, li precede e li attende festoso a ogni piega del sentiero. In cima alla salita, un varco stretto e ombroso, solco scavato nel fianco della montagna. Jole lo supera in fretta, quasi correndo, per via delle parole del nonno: Quella scolpita nella roccia è la sedia del diavolo e, se stai attenta, vedi spuntare la sua coda! Ma la sua paura è presto premiata: oltre quel varco, l’accoglie la dolce visione di una valletta illuminata e la tiepida carezza del sole del mattino. Felice, immerge lo sguardo nei prati tinti d’erica, respirando l’intenso profumo di muschio nell’aria.
“Niente”, borbotta Battista, fermo poco più in là, mentre con un piede smuove le foglie alla base di un tronco, in cerca di un fungo, “il vento ha asciugato il bosco.” In quel momento un rumore di rami spezzati attira la sua attenzione. “Ascolta…”, bisbiglia alla figlia, “Cacciatori…” Le fa segno di rimanere in silenzio. “Hanno i cani, lo senti il richiamo?” Jole tende l’orecchio. Sì, annuisce dopo un momento, lo sente anche lei, un sibilo lungo e sottile, udibile appena, che pulsa nel bosco. Immagina le bestie muoversi a testa bassa, in cerca di una traccia o di un movimento improvviso fra le frasche. Il manto chiazzato di un Setter fa capolino nel verde, il cane si ferma, alza la testa fiutando l’aria, poi scompare di nuovo. L’ha visto davvero? Era così veloce… Lo sguardo immobile e appuntito del padre gliene dà conferma. “Non si è accorto di noi”, sussurra allora la bambina. Un po’ più distanti, i cacciatori: due, anzi tre, ce n’è uno più in basso. Avanzano lentamente con il fucile in spalla, mimetizzati dai vestiti color del bosco, scorgi solo il bianco del volto. Battista scruta le cime degli alberi: non stanno sotto vento, pensa. E’ stato cacciatore anche lui, ma ha smesso da tanto tempo, da prima di sposarsi, da quando quel colpo lo buttò a terra all’improvviso. Ricorda ancora gli aghi roventi che gli attraversarono la giubba. Ci fu il buio, ma durò solo un istante, poi la paura. Erano in quattro quel giorno, amici da sempre, come fratelli, ma non si seppe mai chi di loro premette il grilletto sul bersaglio sbagliato. In realtà, non fu nulla di grave. Fece più lo spavento. A distanza di anni, un dottore, sorridendo, gli fece notare un puntino bianco in una lastra al torace. Sa che cos’è questo? Il pallino bianco appena sotto alla clavicola? Era piombo di fucile. Superstite, non gliel’avevano estratto, né gli dava alcun fastidio, come se fosse sempre stato lì, una cosa sola con lui. Niente di cui preoccuparsi, disse il medico. Il suo porta fortuna. Sovrappensiero, Battista infila due dita sotto la camicia e accarezza la cicatrice alla base del collo. E’ un gesto che ripete spesso, una specie di tic.
“Andiamo.” Dice infine alla figlia. Lancia un fischio al cane e si rimettono in cammino.
Arrivati al confine della proprietà, imboccano un sentiero che scende ripido fra gli alberi. Camminano piano sulle radici, tenendosi per mano. Giunti alla baita, Battista non perde tempo e si mette subito al lavoro. Il sole non rimarrà a lungo sopra le creste, dice tirando fuori gli attrezzi e mettendosi a scavare là dove aveva interrotto l’ultima volta. Jole, nel frattempo, s’inerpica nel bosco in cerca di funghi. “Non andar lontano”, le raccomanda il padre, ma poco dopo la bimba è già di ritorno e gli ronza intorno chiedendo di poter accendere il fuoco. S’annoia, ha voglia di fare. “Quando la legnaia sarà pronta,” le dice “ci staranno anche il carretto e gli attrezzi.” Lei annuisce in silenzio, mentre pensa come sarebbe bello se potesse sollevare i tronchi appuntiti che il papà ha allineato per terra.
“Sono troppo pesanti per te”, la previene lui. “Va’ a prendere un po’ di legnetti”, aggiunge mentre calca il piede sulla vanga, “è ora di accendere la stufa.” Jole corre nel bosco e raccoglie tanti rametti della stessa misura unendoli in un fascio, come ha visto fare al suo papà. Quando torna alla baita, Battista tira fuori la farina dallo zaino e gliela porge, dopo di che le procura quattro ciocchi di legna appena spaccata. Jole riempie il paiolo con l’acqua della cisterna e lo mette sugli anelli della stufa. Le è sempre piaciuto accendere il fuoco e soffiare sulla fiamma per tenerla viva, guardare le scintille ondeggiare e volare verso l’alto: Le anime dei peccatori, e i diavoli che se le portano via.
Nel frattempo, in lontananza, si sente esplodere un primo colpo di fucile, poi un altro, e un altro ancora. Sono scoppi distanti, ma solcano il silenzio della valle, invadendola con la loro eco. Battista raddrizza la schiena e sosta un momento. “Hai messo il sale nell’acqua?” Chiede a Jole sulla porta. Lei fa sì con la testa. “Allora mettici anche la farina e inizia a girarla, mamma sarà qui a momenti.”
Quando arriva, Rita apre la borsa che ha portato con sé e ne tira fuori formaggio di malga e verdura tagliata. “Brava”, dice soddisfatta alla figlia, posando il bastone della polenta. “Hai fame?” Stendono la tovaglia. Battista si lava le mani alla cisterna. Lui e Rita si scambiano qualche parola, mentre un profumo di buono invade la stanza. Si mettono a tavola.
La piccola Jole mangia muovendo la testa al ritmo di una muta melodia, mentre fissa incantata la ghiaia illuminata dal sole oltre la porta spalancata. Più tardi, pensa, darà una mano al papà con la carriola. “C’è ancora un po’ di polenta”, dice mamma. “Chi ne vuole?…”
Hanno appena terminato di mangiare, quando odono un fruscio di frasche e dei sassi rotolare lungo la scarpata. “Buono! Tobia! Vieni qui!!” Tuona e fischia un cacciatore, approdando dal bosco allo spiazzo davanti alla baita. Subito dopo lo raggiungono gli altri due con i loro cani. Battista gli va incontro sulla porta, Jole è subito dietro di lui. “Prendete un caffè?” Chiede con fare che non ammette rifiuto. I tre non si tirano indietro, ma preferiscono non entrare, restano lì fuori, in silenzio, tengono a bada i cani. Il più anziano dei tre scambia qualche parola con il padrone di casa. Jole osserva intimorita i loro fucili. Visti da vicino, sembrano enormi e più pesanti. Ne scopre e ammira il disegno sul calcio intagliato. Poi, la sua attenzione viene attratta dai cani: hanno al collo il richiamo che emette un sibilo a ogni loro movimento.
“Di dove siete?” Chiede Battista, porgendo loro le tazzine con il caffè fumante.
“Del Pian della Corna.” Risponde il più grande.
“Tutti?”
“Sì.”
“Preso qualcosa?”
Il giovane indica la tasca della propria giacca con fare eloquente: “Due starne, un paio di quaglie. Poca roba”, dice con una levata di spalle.
“Porta anche la grappa”, grida Battista alla moglie.
I tre restano in piedi, non vogliono stare a lungo. Due di loro sono fratelli, figli del Gianni delle case sparse, il fratello del postino. Allora conosceranno la Giromina, s’informa Battista. Come no, risponde il più grande, la conoscono tutti in paese…
“Sono andato a scuola con Matteo”, interviene a un tratto il più giovane, che arrossisce subito dopo.
Jole sussulta all’udire il nome di suo fratello, non ha mai visto il ragazzo che l’ha pronunciato, ma istintivamente cerca in lui un segno, un ricordo. Anche lui la scruta, ma poi non ce la fa e si sottrae a quei grandi occhi chiari affamati di risposte, ammutolisce di nuovo, immerge lo sguardo nel fondo della tazzina che tiene in mano. Battista zittisce, esita un istante, sembra voler dire qualcosa, infine decide di far finta di non aver sentito e riprende a parlare con il più grande dei tre giovani cacciatori. Matteo, per lui, è una ferita aperta, il vuoto, motivo delle sue liti con Rita, che dice che lui, in fondo, non l’ha mai voluto accettare.
I cacciatori godono ancora un momento di quell’ospitalità, poi ringraziano, salutano e si rimettono in cammino. Jole rimane sulla soglia a guardarli immergersi e sparire nel folto del bosco. Il flebile fischio del richiamo dei cani, unica traccia della loro presenza.
Poco dopo, Jole sale allo stagno con Briciola. Sulla via del ritorno, sente esplodere i colpi di una doppietta. Sono molto forti stavolta, i cacciatori devono essere vicini. Si guarda intorno in cerca del cagnetto che se l’è già svignata. Lei invece resta dov’è, sorpresa di non provare paura. Un altro sparo: il boato, poi un sibilo e il ticchettio dei proiettili sulle foglie. Istintivamente Jole si china, porta le mani alla testa. L’attimo dopo scatta come una molla e corre a rotta di collo verso il basso. In lontananza la voce di Battista urla il suo nome. Non appena la vede sbucare dal sentiero, le corre incontro. “Stai qui con a me adesso”, dice calmo prendendola in braccio e carezzandole i capelli. “Non sono andati lontano.”
Passato lo spavento, si rimettono al lavoro insieme, uno accanto all’altro. Di tanto in tanto si odono ancora degli spari, sempre più radi e remoti, finché torna di nuovo il silenzio. Poi il sole gira dietro la montagna e il freddo comincia subito a farsi sentire. “Dì alla mamma che tra poco scendiamo”, dice Battista alla piccola, iniziando a radunare gli attrezzi. In quel momento odono un ultimo sparo. E’ tardivo, inatteso, da un pezzo non se ne udivano più. E’ strano, arriva quando l’aria ha già cambiato colore. Arriva da troppo vicino. Poco dopo un latrato: prima una, poi più bestie insieme, che urlano, chiamano. Senza dire una parola, Rita e Battista si avvicinano allo steccato e scrutano fra gli alberi in attesa. Si guardano in silenzio, Battista scuote la testa: è successo qualcosa. Poi un grido. Non c’è dubbio: Battista si getta nel bosco e corre inseguendo grida e latrati. Con le braccia si fa strada fra i rami, mentre le voci si fanno sempre più forti e vicine, disperate.
Giunto a una piccola radura coronata da betulle, ciò che vede è un corpo abbandonato, le gambe piegate in una posa innaturale, un braccio dietro la schiena, l’altro disteso nel verde. Non respira più. Nel folto di quella pozza d’erba squassata dai cani c’è il suo fucile, la canna fuma ancora. Poco più in là, in ginocchio, un ragazzo piange con le mani sul volto. Battista resta immobile, le braccia lungo i fianchi. Non può sfuggire alla visione del corpo spezzato di quel giovane, mentre ascolta in silenzio il continuo, straziante lamento del fratello, interrotto dai singhiozzi. Un alito di vento scuote le fronde più alte degli alberi, foglie gialle cadono attorno e sopra il corpo del ragazzo, che nessuno osa ancora toccare.
La piccola Jole si avvicina piano. Mamma non ha saputo impedirle di raggiungere il papà, e lei è arrivata fin qui. Ora, però, pare non capire. E questo, forse, la rende più forte degli uomini che le stanno accanto, muti di fronte al corpo esanime di un ragazzo. Battista non la trattiene e lei lo supera, addentrandosi nell’erba: vuole rivedere quel volto. E adesso che lo sta fissando, lo sente già familiare. Il ragazzo dall’aria triste e schiva, quello che conosceva suo fratello e non guardava in faccia nessuno, quel ragazzo, ora, ha gli occhi fissi, sbarrati, nessuno ha potuto sfiorarli. Sono immersi nel cielo. Sorridono.

Il “Ghisa”

Monologhi di una sera di mezza estate

 

Soir bleu, E. Hopper (dettaglio, Pierrot)

[“Soir blue”, E. Hopper, dettaglio – fonte: web]

 

Non ha una bella cera. Il volto segnato da solchi verticali, la voce gracchiante come una puntina che salta, fonda, da fumatore, impreziosita da una erre francese, un po’ farsesca a onor del vero. Rotacismo accompagnato dal biascicare della mandibola e dal tendersi delle labbra sugli incisivi, un po’ distanti. E’ seduto a capotavola, parla solo lui, o quasi. La giovane donna seduta alla sua sinistra lo interrompe di tanto in tanto e nel farlo gli si rivolge come chi premonisce il bambino incline alla marachella, sorride affettuosa e lo apostrofa con un curioso nomignolo, familiare per loro, buffo per me che assisto al loro dialogo da esterno. Se interrotto, l’uomo assottiglia lo sguardo puntato sul bell’ovale brunito di lei. Impaziente, non la lascia finire: ha già capito. “Ti spiego io”, dice, “com’è che funziona la storia…” Fa un tiro della sigaretta incollata alle dita, che tiene educatamente sotto il bordo del tavolo. Sfiata da un angolo della bocca, strizza le palpebre e riparte con quella che dev’essere l’ennesima versione di una sua catilinaria, snocciolata fra italiano e dialetto, che è più diretto e ci si capisce meglio. E la fa più di una volta quella cosa di spiegare come funziona ‘la storia‘, perché gli piace ribadire il concetto, non avverte il peso del maglio, vuole assicurarsi che il chiodo sia ben piantato. Dell’uomo alla sua destra, occhi chiari pazienti in un viso largo e stempiato, non si cura un gran che, gli rivolge giusto un’occhiata, di tanto in tanto. Lo tiene dentro. Il suo pubblico, però, il filo del discorso, stanno dall’altra parte del tavolo, sulla bocca luminosa della giovane donna. Tendo l’orecchio senza chiedere il permesso. Lui non si scompone, ha già inteso: uno sguardo e sono il benvenuto alla sua mensa. Allora sorseggio la mia birra e varco la soglia.
“Se tua sorella non vuole uscire con me”, riprende “non c’è problema. Basta che me lo dice, capisci? Non sono mica scemo, capisco quando devo stare nel mio. Ma basterebbe un gesto, una parola… Invece no, la chiami e lei tergiversa, non è chiara, non sa dire di no, prende tempo e alla fine ti tira una balla, una scusa.” Fa schioccare la lingua come se gli si fosse incollata al palato, prende un sorso da un bicchierino di sambuca. “No, perché, non sono scemo. Posso capire…” La giovane sorride e accenna una giustificazione poco convinta. “Cara”, la blocca lui, appoggiandole una mano sull’avambraccio, “lasa sta’. Lo sento lontano un chilometro quando uno ti sta tirando a balle. Dai! Mi dici che non ti senti tanto bene e poi esci col primo pirla che si è fatto la macchina nuova?… E no, se permetti… So’ mia l’oltem bambo me… Ta ghé mia oïa (1), va bene, dillo, e-che-cazzo!…” Uno sguardo alla fronte savia dall’altra parte del tavolo che lo osserva statica, due fossette indulgenti sotto gli occhi. “Ghisaaaa!” Cantilena materna la ragazza, stemperando. Lui capisce che non l’ha ancora convinta. “A la gavrò ciamada a dir poc’ des volte! Ada… (2), vuoi vedere?…” Infila la mano in una tasca dei pantaloni e tira fuori un cellulare. Punta il dito qua e là disegnando cerchi di fumo con la sigaretta. Strizza le palpebre. “Le avevo anche proposto di andare insieme al poligono…”, borbotta, facendo un ulteriore gesto di disapprovazione con la mano. “E’ tanto che non ci vado neanch’io…” Fissa la ragazza espirando fumo dal naso. Lei scuote la testa e aggiunge: “Non è un buon periodo per lei, Ghisa, te l’ho detto…” Poi alza le mani: “Non dico altro.”
Preocupes mia (3)”, fa lui “tanto al poligono non vado più nemmeno io. Da quando chel là al fa dumela menade…(4): ‘E mi pieghi il bersaglio…’, ‘E c’è troppa gente…’, ‘E qui…, E là…’, Du’ cojoni!  Che da quando ha alzato i prezzi, non ci va più nessuno al suo cazzo di poligono. Sono le solite cose all’italiana: gli affari iniziano a girarti bene e tu, stronzo, pensi bene di fregare la gente. Ma va a cagà!” Inveisce come se ce l’avesse di fronte. “Le cose ti vanno bene e tu lo metti in quel posto ai tuoi clienti?! Ma sei scemo?!…” Ingolla un sorso di liquore e s’asciuga le labbra con la lingua. “Sai quand’è stata l’ultima volta che ho tirato?” Dice. “L’altro giorno, a casa mia, nel mio studio.” Passa sopra la sorpresa nei nostri sguardi. “Ho preso il fucile a pompa e ho sparato sul muro di fronte alla mia scrivania… Ü bordel!… E’ ridotto malissimo…” Ridacchia tutto compiaciuto.
“Cosa stai preparando, Ghisa? Gare in vista?” Senza strappi, la morbida voce dell’uomo alla sua destra porta la conversazione su un terreno più congeniale e incredibilmente fertile. “Sto lavorando parecchio in questo periodo.” Risponde subito il Ghisa. “Ho sistemato un paio di moto settimana scorsa, roba che ho preso per rivenderla. Ho ritirato dieci moto negli ultimi due mesi. Anche un paio di BMW anni ottanta, e una KTM del settantasei. E poi ne sto preparando una da gara, sì, ma non per me. E’ per un amico. Sto mettendo il motore della mia KTM 400 da gara sotto a un Gilera 125 . Spettacolo, una bomba: si ritrova 40 cavalli in più, come niente. Vallo a riprendere poi! Non so se ce la fa a tenerla…” Schiocco e sorsata soddisfatta, di vino rosso stavolta. “Ghisaaaa!” Risuona d’amorevole riprovazione la voce al mio fianco. Lui alza le spalle e sorride, passa vistosamente la lingua sulle labbra, sembra un rettile. Ingurgita un altro sorso guardando nel vuoto davanti a sé. Faccio caso al numero e alle diverse taglie dei bicchieri, vuoti e pieni, che gli stanno davanti. Birra, vino, liquore. Ma non sono troppi e lui non è ubriaco, anzi. Si gode il fresco e la compagnia.
“Ne ho già preparata un’altra come quella”, riprende. “Una uguale, stess laùr (5). Per il mio amico Kurt… Ti ho mai raccontato di Kurt, il mio amico di Monaco?” Continue reading

Vespa ET3 Special

L’altro giorno, con il caro amico Red (e Mela, e tiZ) abbiamo percorso all’indietro i dotti della memoria e, senza troppa fatica, anzi, ci siamo ritrovati tutti quanti in un’ansa assolata della nostra testa. Un posto dove il sole e il profumo dell’erba non svaniscono mai. Un campo butterato e scosceso, poco lontano da casa, dove menar calci a un pallone, sudare, tifare, immergersi anima e corpo nel mito, godendosi il presente. Un luogo dove competere, ridere e litigare con i propri coetanei, compagni dei pomeriggi di gioco. Un posto dove misurarsi, dove imparare a conoscersi.

Così facendo, per associazione di idee, di sensazioni e di ricordi, mi è tornato in mente un racconto scritto otto anni fa. D’estate o sotto la neve pestata, sempre là, fuori dalla finestra della cucina di casa, vi ho ritrovato quel campo incolto e trasandato. E un po’ di me, di noi.

Quel campo oggi non c’è più. Ma io non ne sono poi così convinto.

E quindi…

 

 

 

Abitavo la prima di una fila di case, dente di un pettine di periferia. Case squadrate e spoglie, costruite da uomini che non conoscono la fatica. Case abitate, mai finite, dalle calde cucine odorose e le parlate ruvide come l’intonaco delle pareti.
Non appartenevo a quel luogo, lo conobbi a otto anni. Vidi per la prima volta la mia nuova casa che era ancora un cantiere, era una mattina di gennaio. Non conoscevo un inverno così rigido e incolore, il mio aveva il profumo del mare. Varcai una soglia di cemento, chiedendomi come potesse essere chiamata casa quell’insieme di stanze sporche e vuote.
Traslocammo in primavera. Per alcuni mesi il prato davanti a casa restò una distesa d’erba incolta, alta fin sopra le ginocchia. Poi papà vi piantò i primi tronchi: tre pini marittimi, per far sorridere ancora mamma.
Col tempo conobbi i ragazzi della via, i miei nuovi vicini. Dissero che ci avevano visto approdare, quel giorno di gennaio, me e mio fratello; che al primo momento avevano pensato fossi una bambina. Divennero presto i miei nuovi amici e compagni: le mattine sui banchi di scuola, i lunghi pomeriggi di gioco all’aperto. Finivo i compiti prima ancora che mio fratello, più grande di me, tornasse a casa per pranzo ed ero ancora seduto a tavola quando vedevo sbattere una tovaglia dalla finestra della casa di fronte, un segnale subito seguito dal tintinnio dei campanelli delle biciclette e dal rumore delle pallonate contro muretti e ringhiere.
Sandro era uno di loro, uno di noi. Ogni mattina, intontiti dal sonno, aspettavamo insieme l’autobus che ci portava a scuola. Avevamo solo un anno di differenza e divenne presto l’amico più intimo, il mio unico confidente. Quando ci riversavamo fuori dalle classi di corsa al suono della campanella, Sandro, che era sempre tra i primi a salire sullo scuolabus, mi teneva un posto accanto al suo, difendendolo dagli attacchi dei più grandi. Durante le interminabili partite di pallone, lui stava quasi sempre in porta. Non aveva lo scatto, ma di certo non temeva le pallonate. Segnargli un goal, però, era un po’ come screditarlo, non mi dava piacere. Nel comporre le squadre, quindi, ci sceglievamo sempre, anche se così ci esponevamo allo scherno degli altri.
Trascorrevamo interi pomeriggi insieme, Sandro e io. D’estate ci rifugiavamo spesso al fresco dell’interrato di casa mia. Talvolta, oscuravamo le finestre per creare un’ambientazione più adatta, poi scendevamo a turno la scala con una torcia elettrica in mano, avventurandoci verso l’ignoto di una caverna o nella stiva di una nave. Indossavamo degli elmetti di plastica, quello di Sandro calcato a fatica sul folto dei suoi capelli. Ci tendevamo agguati l’un l’altro, cercando un nascondiglio sempre nuovo nel sottoscala o fra le casse accatastate dai tempi del trasloco. Alla fine, esausti, deponevamo le armi.
“Adesso siamo su una spiaggia deserta. La sabbia è bianchissima e dietro di noi ci sono le palme.” Sdraiati sul fresco del pavimento, ci immaginavamo il rumore delle onde e il soffio di una brezza equatoriale. “Ora siamo senza vestiti, liberi.”  Sussurravamo. “Arrivano due ragazze, nude anche loro, e si sdraiano con noi.” Sospiravamo eccitati. “Ecco, cominciano a strusciarsi sopra di noi!” Per qualche istante riuscivamo a crederlo.

 

A casa sua conobbi la mamma di Sandro. Si chiamava Maria e aveva gli occhi tristi, non sorrideva mai, il papà di Sandro era morto qualche anno prima. Sandro adorava sua madre. Quando rientrava dal lavoro, le correva incontro e le buttava le braccia al collo sulla soglia. Rispettavo quel sentimento, gli faceva onore, e poi era uno dei rari momenti in cui vedevo sorridere quella donna.
Sandro aveva una sorella più grande, che lavorava già, e assisteva compiacente alla rivoluzione che portavamo in quella casa. Non prestavo orecchio ai discorsi fra lei e sua madre, ma avvertivo la medesima tristezza nei loro gesti e nelle loro parole, un’ombra che pareva essersi diffusa un po’ ovunque, era come se la gioia avesse abbandonato quella casa. Sandro apparentemente non ci faceva caso, ma entrambi stavamo meglio in strada, fuori di lì, in un universo di voci squillanti e regole improvvisate che mutavamo ogni volta a nostro piacimento.
Un pomeriggio che eravamo soli in casa sua, giocammo quasi tutto il tempo sul tavolo di cucina e a un certo punto Sandro mi mostrò per la prima volta la sua collezione di adesivi. Non erano tanti, in effetti, io ne avevo molti di più, che accumulavo gelosamente in un cofanetto in camera mia, dal quale li estraevo per contarli e rimirarli godendo del semplice fatto di possederli. Sandro invece conservava i suoi, mischiati con spille, soldatini e altre cianfrusaglie, in una ciotola su una mensola della cucina. Me ne mostrò orgogliosamente il contenuto, con un sorriso che gli illuminava il volto. Devo averlo compatito in quel momento, non solo perché avevo molti più adesivi di lui, più rari e più belli, ma perché sapevo di essere più fortunato: vivevo in una casa grande, avevo un giardino tutto mio, mia mamma era sempre a casa con me, non doveva andare a lavorare.
“Questo è veramente bello” disse Sandro, estraendo un adesivo lungo e sottile dal suo cumulo di paccottiglie, e fui subito colpito da quella scritta arancione luminescente su sfondo nero. “Vespa ET3 Special”. Declamò guardandomi. “Me l’ha regalato mio cugino. E’ originale, sai? Lui ha una moto vera.” Era davvero bello. Non avevo mai visto un adesivo come quello, doveva essere autentico e raro. Fui colmo d’invidia, ma non volli dare a vedere al mio amico quanto mi piacesse il suo trofeo. Mostrai invece un interesse adatto alla trattativa che mi accingevo ad avviare, ma quando gli chiesi cosa volesse in cambio del suo adesivo, Sandro mi scoraggiò subito dicendo che era per lui troppo bello e prezioso per farne merce di scambio. Disse che aveva intenzione di appiccicarlo sul sellino della bicicletta che sua mamma gli aveva promesso per Natale. Provai a insistere, ma dovetti arrendermi ben presto. Sandro ripose la ciotola e ci dedicammo ad altro.
Quando fu il momento di andare a casa, mentre Sandro riponeva i giochi nella sua cameretta, rimasi da solo in cucina. Non ricordo se il mio sia stato un gesto premeditato o il frutto di un impulso improvviso. Fatto sta che, senza pensarci due volte, misi mano al suo reliquario, ne tirai fuori l’adesivo e me lo infilai in tasca. Avevo il cuore in gola, ma al suo ritorno, ressi lo sguardo del mio amico senza tradirmi. Quel bottino rimase nella mia tasca finché, arrivato a casa, al sicuro della mia cameretta, lo tirai fuori di nuovo, mi avvicinai alla finestra e osservai di nuovo la scritta fiammeggiare alla luce del sole rigirandolo fra le dita. Ora è mio, pensai, riponendolo con gli altri nel mio cofanetto e immaginandolo appiccicato al sellino della mia bici da cross. Prima di esporlo, però, avrei dovuto aspettare del tempo, finché le acque non si fossero calmate. A chi me l’avesse chiesto, poi, avrei risposto di averlo avuto da un amico di mio fratello. Non mi curai della fragilità del mio piano, né di quello che avrebbe potuto pensare Sandro. Nelle settimane che seguirono, ogni volta che io e lui tornammo sull’argomento, negai ostinatamente di averlo visto o di averlo preso. Per un po’ di tempo continuai a ammirarlo in segreto, in attesa del momento in cui avrei finalmente potuto goderne appieno. Col passare del tempo, però, il mio interesse andò scemando, finché mi dimenticai di averlo.

 

Venne l’inverno in cui fummo sepolti da un metro di neve. Su tutto calò immobilità e silenzio. Le scuole chiusero per una settimana e per qualche giorno sulle strade passarono solo gli spazzaneve. La nostra via si trasformò in lungo tappeto bianco.
Non appena ci fu permesso, noi ragazzi ci radunammo a giocare per strada, immersi in quel bianco che dava nuovo aspetto a ogni cosa. Avvolti nelle nostre armature impermeabili, ci rincorremmo per ore con bob e slittini su e giù per la via divenuta un’enorme pista, sfogando le energie residue in un’ultima battaglia a palle di neve. Infine, ci ritrovammo tutti in cerchio, sudati, con il fiatone e il vapore che usciva da sotto le nostre giacche a vento bagnate. I grandi parlavano fra loro, mentre noi più piccoli ci limitavamo a dare eco alle loro risate. Erano eccitati e stanchi, ma non appagati del tutto e, come spesso accadeva in occasioni come quella, cominciarono a provocarci fastidiosamente. Il più piccolo di noi, impauritosi, si defilò quasi subito, deglutendo lacrime amare fra lazzi e insolenze. Sandro ed io ci guardammo ai lati opposti del cerchio: quel gioco non ci piaceva, ma sapevamo entrambi che, se volevamo far parte del gruppo, dovevamo restare. Nel frattempo, il tono di voce dei grandi mutò e intercettai lo sguardo complice di uno di loro. L’attimo dopo, infatti, quello alla mia destra sussurrò: “Tutti addosso a Sandro”, fissando il mio amico con un sorrisetto provocatorio. Capii che non attaccavano me per il semplice fatto che mio fratello era lì con noi. Sandro invece era solo, non aveva le spalle coperte, e dava segno di non essersi minimamente accorto dell’imminente imboscata. M’irrigidii, le mani degli aggressori erano già cariche di neve e io non sapevo cosa fare per impedire l’umiliazione del mio amico, cui io stesso ero tenuto a partecipare. Raccolsi il mio pugno di neve in silenzio e, mentre gli altri si scambiavano i primi lazzi propiziatori, scivolai all’esterno del cerchio. Giunto alle spalle di Sandro, da dove avrei potuto colpirlo impedendogli la fuga, bisbigliai nella vana speranza di essere udito solo da lui: “Attento! Ce l’hanno con te!”
Gli sguardi indispettiti di tutti furono subito su di me. Sandro, invece, si voltò e mi guardò gelido senza battere ciglio, né retrocedere di un passo. “Non è divertente”, disse fissando il mio guanto pieno di neve. “Neanche un po’.” Nei suoi occhi vidi solo amarezza, non certo comprensione per chi tradiva lui e gli altri insieme. Abbassai lo sguardo. Nessuno reagì, né replicò alle parole del mio amico. Scese il silenzio. Allora Sandro si voltò e s’incamminò lentamente verso casa, seguito solo da qualche goffo invito a restare e a non prendersela.
Lo guardai allontanarsi avvolto nella sua giacca a vento rossa, in una mano il cordino dello slittino, nell’altra la berretta di lana, il casco di folti capelli castani ancora asciutti.
Quando mi voltai, capii che per i grandi era giunto finalmente il momento di scatenare la foga mancata.

 

Rientravo dall’università nella calura di un pomeriggio di fine giugno. Fiaccato dall’afoso viaggio in treno, decisi di fare a piedi gli ultimi chilometri che mi separavano da casa. Avevo appena lasciato la stazione, quando udii gridare il mio nome, seguito da un fischio. Mi voltai e vidi una mano che s’agitava dal finestrino di una macchina ferma in mezzo alla strada. Al volante riconobbi Sandro che mi faceva segno di raggiungerlo e salire in macchina con lui. Non cercavo un passaggio e provai anche un certo imbarazzo all’idea di trovarmi faccia a faccia con lui: non ci parlavamo più da anni. Quando mi avvicinai, però, non riuscii a oppormi al suo fare insistente.
“Che ci fai da queste parti?” Disse, avviandosi. Gli spiegai da dove venivo. “Studi ancora, quindi”, fece lui. Annuii: in effetti mi stavo laureando, ma non trovando una definizione adeguata alla mia situazione, preferii non aggiungere altro. Notai che Sandro portava gli occhiali, il che in un certo modo contrastava con la sua tenuta da muratore di ritorno dal cantiere: maglietta bianca, lisa, macchiata di cemento, pantaloncini di jeans tagliati, scarponcini da lavoro infangati. Anche l’abitacolo dell’auto era sporco e in disordine: poggiavo i piedi su fogli di giornale e bottiglie di plastica vuote. Il cruscotto era coperto da una coltre di polvere, le fodere dei sedili puzzavano di fumo.
“Allora, come stai?” Sandro ruppe di nuovo il silenzio. Aveva una voce che non gli conoscevo, roca, asciugata. Ti arrivava addosso ruvida, senza preavviso. Lo guardai in faccia e vidi un uomo. Ne riconobbi lo sguardo, sul quale, però, si era posato un velo opaco, privandolo della luce d’un tempo. “Bene, non mi posso lamentare”, risposi. “E’ vero che lasci il paese e vai a giocare in un’altra squadra?” S’informò lui. A quelle parole improvvisamente realizzai che Sandro sapeva qualcosa di me, mentre io di lui non sapevo nulla; ma soprattutto capii che una parte della nostra esistenza, sotterranea, nonostante gli anni trascorsi e il silenzio, scorreva ancora vicina. Risposi con entusiasmo a quella domanda, felice di avere a un tratto qualcosa di cui parlare. Mentre gli dicevo di me e gli raccontavo delle mie ultime vicende sportive, Sandro m’ascoltava in silenzio, di tanto in tanto annuiva con uno strano sorriso. A un tratto, però, m’interruppe bruscamente.
“Cazzo!” Sbottò. “Guarda me! Guarda come son conciato: ho la schiena a pezzi!” Bestemmiò. “Come si fa a esser già ridotti così a trent’anni?!” Esclamò picchiando una mano sul volante. Ventisei, dissi mentalmente. Alla violenza di quella reazione, mi bloccai e preferii fissare la strada davanti a me: scorsi una brutta crepa che si propagava dall’angolo basso del parabrezza; e sì che deve guadagnare bene, non potei fare a meno di pensare. Non parlammo più finché non arrivammo a casa. Scesi dall’auto davanti al cancello di casa, lo ringraziai e lo salutai. Avevo ancora addosso l’eccitazione provata poco prima, quella di quando si crede di aver ritrovato qualcosa dopo tanto tempo, qualcosa che in fondo si pensava di aver perduto per sempre. Sandro mi salutò senza sorridere. Chiusi la portiera e lui accelerò subito, esageratamente, dirigendosi verso il fondo della via.

 

Mi laureai alla fine dell’estate, dopo qualche tempo trovai un impiego e mi trasferii in città. Sandro morì la primavera dopo. Overdose. Lo seppi da mia madre. Nell’apprendere la notizia non riuscii a dire nulla. Mi resi conto di non avere parole, di non averne mai avute. Rimasi in silenzio anche allora, anche quando ci si aspettava da me una reazione, una memoria. “E’ stato il tuo miglior amico, in fondo.” Guardai fuori dalla finestra della cucina, ma ciò che cercavo non era più lì. Mi ricordai allora di una cosa: andai in camera mia e aprii un armadio che né io, né mia madre avevamo ancora trovato il coraggio di svuotare. Frugai finché, nascosto sul fondo, trovai il cofanetto dei miei tesori d’infanzia. L’aprii: era ancora lì. Lo tirai fuori e lo guardai brillare ancora una volta in tutto il suo inutile splendore. Sandro, uno di noi. Nessuno poteva più restituirgli ciò che gli era stato rubato.

 

 

Vespa ET3 Special_05

 

Sala d’attesa

Giù al dinghy

Quando giunse all’estremità del molo si accovacciò, facendo crocchiare le ginocchia, sul bordo di destra, e abbassò gli occhi su Lionel. Li separava la lunghezza di un remo, forse meno. Il bambino non guardò su.

[“Giù al dinghy“, J.D. Salinger]

 

 

 

La porta è aperta e mi siedo vicino all’entrata. Non ho idea di quanto dovrò aspettare: un’ora, pochi minuti, dipende dalle condizioni della donna. I farmaci le concedono solo qualche sprazzo di lucidità.
Oltre a me, nella sala d’attesa c’è un ragazzo, col quale, entrando, scambio solo un cenno di saluto. Lo osservo sfogliare svogliatamente le pagine sgualcite di una rivista e mi chiedo chi stia aspettando, se sia venuto a trovare qualcuno, una persona cara. O se invece sia solo un accompagnatore, come me, una presenza al margine. Fisso quel volto annoiato, scurito dai peli della prima barba, e provo a ricordare come mi sentivo alla sua età, come reagivo allora di fronte alla malattia, alla morte.
Il giovane getta la rivista su una sedia, punta i gomiti sulle ginocchia e affonda le dita nel folto dei capelli scuri. Scruto i suoi gesti e mi torna in mente la scena di “Giù al dinghy“: il modo in cui il ragazzino imbronciato, rifugiatosi sulla barca, al pontile, strattona la barra del timone, respingendo i tentativi d’approccio di sua madre. Il mio vicino ha qualche anno in più di lui. Lo stesso rifiuto sul volto.

Mi alzo e raggiungo l’unica finestra di quella stanza priva di decoro. Fuori piove, ma ciò che vedo è il soggiorno di mia madre e lei che lo percorre avanti e indietro mormorando mezze frasi a voce alta, ripetendo gli stessi gesti. Si siede accanto al telefono e lo fissa in silenzio. Sfiora la cornetta, ne picchietta il dorso con le dita senza decidersi ad alzarla, infine si allontana. <> Mi sfila la sigaretta dalle dita, ne aspira una boccata. <> Dice melodrammatica.
Torna di nuovo al telefono, solleva il ricevitore e finalmente compone il numero appuntato sul taccuino rimasto aperto tutto il tempo. Prende nota ripetendo ad alta voce: <>
Mette giù, chiude il taccuino e mi guarda con occhi assenti. <> ripete meccanicamente. Infine si alza, si stira la gonna, si ravvia i capelli.
<> riflette seria.

Un tintinnio alle mie spalle, il ragazzo gioca facendo scivolare delle monetine sul piano di un tavolino. Un paio rotolano sul pavimento.
Secondo piano, stanza 237, non è stato difficile trovarla. Faticoso, quello sì. Nel percorrere i diverticoli ospedalieri, mia madre si ferma più volte, prima con la scusa di andare in bagno, poi per via delle scarpe che le fanno male ai piedi. Il fatto è che avvicinandosi alla meta il suo passo diventa sempre più pesante. A un tratto si appoggia a una parete a metà corsia. Ha l’aria sfinita, sconvolta. I suoi occhi ansiosi fissano me che l’aspetto pochi metri più avanti. Sembriamo un piccolo corteo funebre che non vuole saperne di giungere a destinazione.
Arrivati al reparto, aspetto che raggiunga da sola la camera, gli occhi puntati sul numero stampato sopra una porta chiusa. Qualcuno la apre dall’interno e la vedo scomparire oltre la soglia, in penombra.

Il ragazzo sbuffa. Non so se sia noia o insofferenza. Il fatto di essere obbligato a rimanere in una sala d’aspetto, quando potrebbe e vorrebbe essere altrove, con gli amici, in un campo da calcio. O al capezzale di sua madre.
Incrocio il suo sguardo dietro un paio di occhiali dalla montatura nera. Lui allunga un piede di scatto, urtando una sedia. Il rumore che fa, stridendo sul pavimento, invade la stanza. Osservo le sue gambe abbronzate, i capelli ispidi e spettinati, la sua aria da animale in gabbia. Lui starnutisce e si stringe nelle spalle, avvolte in una t-shirt troppo leggera. Poi prende il libro che stava a faccia in giù sulla sedia accanto alla sua. Legge tenendo il libro in una mano, mentre con l’altra si tormenta i capelli sopra la fronte. Mi sporgo incuriosito. “Moby Dick“, riesco a sbirciare. Mi chiedo cosa ne pensa, mentre tasto il pacchetto di sigarette nel taschino della camicia. Scendo a fumarne una e quando torno glielo chiedo, mi dico.

Al mio ritorno, però, il ragazzo non c’è più. Unici segni del suo passaggio la rivista stropicciata e gli spiccioli sul tavolino. Deluso, mi siedo al suo posto e mentre osservo un’infermiera attraversare il corridoio in silenzio, sento di aver perso un’occasione.
Non mi resta che attendere, penso. Poi vedo mia madre, di spalle, oltre la soglia. Non sa dove mi trovo e con passo incerto supera la sala d’attesa, guardandosi in giro con aria smarrita. Mi fa tenerezza. La chiamo, lei si volta, ha il viso trasfigurato. Per la fatica di riconoscere l’essere umano con cui ha appena parlato.
<> dice quasi piangendo. <> ripete più volte. <> aggiunge <>

Usciamo da lì. Il cielo s’è aperto, non piove più. Saliamo in macchina e ci avviamo verso casa. La piana riprende colore a squarci, le nuvole sono sculture sdraiate. Torna la vita, fra i campi di grano, le risaie, le barche tirate a riva.
<> dico <>
Lei mi lancia uno sguardo stupito e fa no con la testa. Poi guarda fuori in silenzio.
<> dice dopo un momento. E sorride bambina.