Gentile cliente

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Mi è successa ‘sta cosa del satellitare della macchina, l’ennesima seccatura. Sarà che io e l’elettronica non andiamo d’accordo, sono un po’ all’antica, ma stavolta davvero non è colpa mia.

Mi spiego meglio: cinque o sei anni fa, ricevo una chiamata da un numero sconosciuto e una voce cordiale, quasi entusiasta, dice di chiamare per conto della mia compagnia di assicurazioni: – Gentile cliente, – dice, – la compagnia le propone un upgrade della sua polizza auto. Costless -. Il disagio provocatomi da quell’uso scellerato della lingua e il silenzio che ne deriva non scoraggiano la voce, che continua: – Senza costi aggiuntivi, installeremo un nuovo dispositivo elettronico sulla sua auto. Si tratta di un sistema GPS, un dispositivo elettronico prodotto da un’azienda leader di mercato nel controllo satellitare. L’apparecchio comunicherà la sua posizione in tempo reale a un servizio di assistenza online, twenty-four seven, su tutto il territorio nazionale… -. Non contenta, la voce enumera termini e condizioni contrattuali con la velocità e la passione di un droide di Star Wars, seguiti da altri dieci secondi di silenzio attonito.

– Ripeto: wireless and costless, – riprende, – ultima tecnologia, massima affidabilità. Ti trovano ovunque sei (chi?!, mi chiedo mentre ascolto), zero costi aggiuntivi: un servizio riservato ai nostri migliori clienti.

– …

– Che macchina ha lei? Mi faccia controllare… -. Parla da solo, fa tutto da solo.

Non sono nemmeno sicuro che abbia chiamato la persona giusta. Gentili clienti lo siamo un po’ tutti, no? E di certo con solo una polizza auto all’attivo non mi sarei mai considerato uno dei loro migliori clienti.

Lo sento ticchettare su una tastiera e me lo immagino davanti al monitor come un personaggio dei film, camicia cravatta cuffie e microfono, che lavora in un loculo di vetro e cartone fra decine di persone come lui, in un enorme salone, una specie di alveare di agenti e venditori che passano le giornate a rompere le scatole al prossimo.

Dopo una breve attesa, riempita dalle voci attenuate provenienti dagli altri loculi, la voce torna a squillare: – Trovata! Targa DY230GF immatricolata nel 2010 -. Ero proprio io, o meglio, la mia macchina.

Lo lascio parlare ancora un po’, poi gli dico che ci penserò su, lo saluto e riattacco. Ma qualche giorno dopo, con una telefonata dello stesso tenore, anzi identica – sembrava un disco rotto, la voce del loculo mi convince ad accettare. D’altronde era costless

Via email mi danno istruzioni per recarmi presso un elettrauto, che provvederà ad installare il dispositivo. Un ragazzone alto e simpatico, di quelli che lavorano in maglietta anche a gennaio, in meno di un’ora sistema tutto senza chiedermi un euro, mi fa solo firmare una carta, ed io tutto contento riprendo la mia macchina, che sembra quella di prima, a meno di un bottoncino nero in più appena sotto il cruscotto. Costless, sorrido, avviando il motore.

Silenzioso, inerte, era come non averlo ‘sto GPS, anche se lui, ripensandoci, registrava ogni mio spostamento. A dir la verità, una volta è entrato in azione. Una sera, qualche mese dopo, un tipo mi tampona mentre son fermo a uno stop. Stiamo compilando la constatazione amichevole sul cofano della mia macchina, quando sentiamo squillare un telefono. E’ il mio. Stavolta è una voce di donna: – Servizio assistenza, – dice. – Abbiamo ricevuto una segnalazione dal suo trasmettitore. E’ successo qualcosa? Sta bene? Ha bisogno di aiuto? – incalza con grinta e determinazione da operatore del 118. La informo dell’accaduto: l’altro mi aveva toccato appena, un micro-tamponamento, roba da nulla, solo un fastidioso contrattempo. La rassicuro: stiamo tutti bene. Lei assume un tono più rilassato e chiude la pratica in un click.

Da quella volta ogni volta che non vedevo un dosso mi aspettavo una telefonata. Invece è stata l’unica chiamata in cinque anni, per fortuna.

Col tempo mi sono completamente dimenticato di averlo, il trasponder. Poi l’anno scorso decido di cambiare compagnia di assicurazioni. Avete presente il bracco che parla in televisione? Quello con la voce di Robin Williams, razza weimeraner (suona meglio bracco, in effetti), bellissimo: ne adotterei uno, se non rischiassi di sentirmi obbligato a scindere un contratto a settimana. Fatto sta che seguo il suo consiglio, faccio il mio compitino confrontando un po’ di preventivi e scopro di poter risparmiare una bella manciata di euro. Detto fatto: alla scadenza disdico e migro altrove.

Ovviamente nessuno mi dice niente. Peccato che quando son passati tredici mesi dalla disdetta puntuale mi arriva una raccomandata.

Rientrando a casa, controllando la cassetta delle lettere, provo sempre un tuffo al cuore. Da ragazzo, accadeva se ricevevo una cartolina da una ragazza. Oggi, se infilando la mano nella scatola delle lettere potessi venir morso da un crotalo, come ho visto accadere una volta in un film, avrei meno paura. Le raccomandate fanno più male. Sono più subdole. Non colpiscono subito, prima ti arriva il mancato recapito: ti avvertono, sta per succedere. Così passerai il tempo che ti separa dalla punizione, interrogandoti su come, quando e perché tu possa aver suscitato l’ira funesta del Sistema Erariale, che ci controlla sempre, giorno e notte, senza perdersi la nostra più piccola mossa falsa. I suoi sicari sono l’Agenzia delle Entrate, l’INPS, la Polizia Locale, ma anche quell’infiltrato del tuo vicino di casa, che sostiene che fai andare la lavatrice di notte e di trovare ciocche dei tuoi capelli nel suo giardino.., O peggio ancora, la Compagnia di Telecomunicazioni che da un loculo tunisino, approfittando di un tuo momento défaillance, o di depressione, è riuscita magicamente a rifilarti nell’ordine: modem, smart-box-sticazzi, abbonamento a pay-tv a tradimento e contratto di expertise and maintenance (de che?! – parte l’attacco isterico…) da pagare in 400 comode rate, incluso il servizio di consegna dell’elenco telefonico (quello della SIP, ve lo ricordate?), i cui ultimi esemplari trovati in fondo a un armadio li hai gettati in un falò l’epifania di almeno otto anni fa. E dopo che ti sei finalmente deciso a cambiare operatore telefonico, ti massacra di fatture, solleciti e lettere minatorie di un’agenzia di recupero crediti, finché devi scegliere se aprire un mutuo o pagare un avvocato.

Non sto esagerando, mio padre è andato avanti così per due anni, prima di essere internato. Una vera persecuzione. Ancora adesso, in istituto, quando sente la voce di Mina alla tv del soggiorno, nell’ora d’aria, gli prendono le convulsioni…

Insomma, tiro fuori la mano dalla cassetta delle lettere senza un graffio, ma fra le dita stringo una cartolina postale che, ahimè, non riporta la foto di una spiaggia tropicale in una cornice a forma di cuore, ma una casellina spuntata in fretta, data e firma illeggibili.

Quando finalmente entro in possesso della raccomandata, leggo qualcosa del genere: “Gentile cliente, nel controllare la sua pratica di mancata prosecuzione della polizza assicurativa con la Compagnia tal dei tali sul veicolo targato… ed alla cessazione del contratto di fornitura di servizi con la nostra Società, ci siamo avveduti che non ha ancora provveduto all’obbligazione contrattualmente assunta di restituzione dell’apparato satellitare di nostra proprietà.”

Premesso che tecnicamente non sono più un loro cliente, e che consapevolmente non ho assunto un bel niente, né sarei in grado di smontare la scatola nera che qualcuno ha installato sulla mia auto e inviarla a un indirizzo sconosciuto, nel resto della raccomandata trovo precise indicazioni per pagare una mora e avviare la procedura di disinstallazione dell’aggeggio satellitare presso un loro centro autorizzato.

Mi torna in mente il sorriso del giovane elettrauto caloroso e qualcosa mi dice che è giunto il momento di pagarlo. Hanno semplicemente aspettato che maturassero i tempi per presentarmi il conto. “Qualora non procedesse alla disinstallazione, – chiosa borbonicamente la missiva, – la Società si riserva di procedere con ulteriori azioni a tutela della propria proprietà della scrivente con le misure e nelle sedi ritenute idonee”. Ma andassero affan’…

In un mondo ideale il Gentile cliente, alla scadenza di un contratto, si vedrebbe recapitare una lettera di promemoria, un’email, un messaggio. In un mondo ideale non si aspetta un anno per coglierlo in flagrante e bacchettarlo sulle dita.

Avrebbero potuto far suonare il dispositivo satellitare; possibile che in un simile concentrato di tecnologia non sia stata prevista una sveglia? Beep-beep! E’ ora di rispedirmi sul pianeta Ork, dal quale provengo! Rigorosamente con la voce registrata di Robin Williams.

Oppure avrebbero potuto farmi chiamare da Signorina 118 o, se lei si occupa solo delle emergenze, da un operatore qualsiasi chiuso in un loculo qualsiasi sparso sulle coste del Mediterraneo.

Nel mondo reale, invece, il Gentile cliente, se non sta attento, è solo un pollo da spennare.

Nel mondo reale, stranamente, il Cliente è gentile a prescindere, anche quando non è più un cliente. Quello di Gentile cliente è un titolo a vita, come per i senatori, solo che ai Gentili clienti non viene in tasca nulla, anzi.

Gentile cliente un cazzo, penso, mentre vado in posta a pagare.

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[P.B., 11/4/2021]

Il bianco e il nero

In attesa di qualcosa di fresco (che arriverà, con calma, ma arriverà), ripubblico un mio breve racconto di tanto tempo fa, nel quale sono inciampato nel mio periodico riordinare file e cartelle (per poi puntualmente non ritrovare più nulla).

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– Non toccherebbe sempre a me il nero, – dico mettendo mano svogliatamente ai miei pezzi.
– Sì, invece, risponde lei, carezzando un suo alfiere bianco, come fosse un soldato dell’esercito del bene. Mentre il nero, penso, dovrebbe essere quello del male; che in francese, con la e muta, significa maschio. Ma la mia anima è bianca. Bianca, sì, la mia anima è vergine. Credo di non aver mai amato, di non esserci mai riuscito. In fondo, penso che questo lei l’abbia capito benissimo. Come dovrebbe aver capito che detesto questo teatrino della partita a scacchi. Non serve a niente, le cose non cambiano. Vorrebbe costringermi, torturarmi forse, ma non si accorge che così fa male solo a se stessa. Su quei riquadri bianchi e neri sono invulnerabile; come nella vita, a quanto pare.
– Odio questo gioco, – dico.
– Se vinci sempre tu! – esclama lei fingendo di non capire. Sembra una bambina. Ora incrocia le braccia in atteggiamento d’attesa, fissando le mie mani; dice che le piacciono tanto.
Il nero annulla ogni colore assorbendolo in sé, rifletto. Lei si prende sempre i bianchi, ma credo che in fondo invidi il mio colore. Solo che ne ha un timore riverenziale, non si fida.
Finisco di disporre i miei pezzi, poi levo i cuscini da sotto il sedere, voglio sentire il duro del pavimento. Freddo, meglio così.
– Allora ti piace perdere, – sussurro senza alzare lo sguardo.
– Sono io che ti lascio vincere, cosa credi? – ridacchia, concentrandosi sulla sua apertura, come se non l’avesse già pronta da un pezzo.
Ogni volta rispondo a una sua prima mossa, peraltro quasi sempre la stessa. Non dovrebbe essere così. E’ proprio testarda. E ogni volta s’illude di prendere in mano la situazione.
– Sono altre le libertà che dovresti concedere, prima di tutto a te stessa -. Stavolta la guardo, ma lei non alza gli occhi dalla scacchiera, come fosse ipnotizzata dal quadrato bicromatico. Ma che t’affanni a fare?, penso, l’amore non ha forma, né geometria. Non servono strategie, mosse e contromosse, serve solo l’istinto, quella cosa nella pancia che ti dice se stai facendo la cosa giusta.
Una cosa, però, pare averla capita: se lasciasse a me la prima mossa, la partita potrebbe anche non avere inizio. Io credo che pensi che se stesse a me aprire, la nostra storia potrebbe finire, ora, in questo preciso istante. Quello che non sa, invece, è che potrebbe essere tutto diverso, che farebbe bene a rischiare.

Giochiamo. Il bianco apre le danze e combatte con onore. S’arrocca, si difende, s’illude e infine perde, annullato, risucchiato dal nero, come sempre. I nostri colori si oppongono, si escludono, ma non si mischiano mai.
E’ così anche quando facciamo l’amore. E’ lei a chiedermi di farlo. Quando esco dal letto, però, non parla più. Fissa il soffitto e non vede nient’altro, come se non esistesse che lo spazio bianco in cui pare essersi rifugiata. Chiude gli occhi e ho la sensazione che stia per mettersi a piangere. – Vai via, lasciami sola, – dice coprendosi la faccia con un cuscino.

Quel che rimane è il silenzio assordante dei miei pensieri che rimbalzano sulle pareti della stanza. Mi sento soffocare, vorrei dire parole che le farebbero male, ma sarebbe un dolore utile a entrambi. Invece sto zitto, non me la sento e mi allontano, ogni volta un po’ di più.

Se per una volta lasciasse a me il bianco. Se mi permettesse di amarla.

[P.B., 2013]

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Immagine di copertina tratta dal web

Mai stato meglio

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Cose che arrivano da lontano.

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L’asfalto puzza di birra e piscio. Fa caldo, il parcheggio è quasi deserto. Seduto su un blocco di cemento, Dario piega l’incarto stando attento a non ungersi le mani. Aspetta che Cloe, assorta nei propri pensieri, finisca il suo trancio di pizza. Perché mi guardi così? Fa lei. Dario continua a fissarla senza dire niente, poi sorride distogliendo lo sguardo. Fa caldo, dice. Cloe annuisce deglutendo. Guarda il proprio pezzo di capricciosa sentendosi a disagio: Dario ha fatto sparire la sua in pochi bocconi. Sembra aver fretta di andarsene, è di cattivo umore e lei non capisce perché.

E’ una domenica come tante altre. Certo non è stata una grande idea quella di infilarsi in un centro commerciale, ma almeno lì c’era l’aria condizionata e alla fine è stato divertente. Le è sempre piaciuto girare per negozi, la distrae. Fra gli scaffali le vengono un sacco di idee, anche se alla fine non compra niente. Osserva e a casa riproduce ciò che ha visto con quello che trova. Fa un po’ di tutto, dal soprammobile, al centrino, al capo di abbigliamento. Sa disegnare e cucire, sì; niente di complicato, ma se la cava. Ciò che conta, dice sempre, è creare. Adora i lavori manuali, sono gli unici che le danno soddisfazione.

Beve un sorso di sprite e appoggia la lattina accanto a sé, sul marciapiede. Dario è nervoso. Che cos’hai? Gli chiede. Niente, risponde lui alzandosi in piedi e avviandosi verso i bidoni della spazzatura. Getta i rifiuti, indeciso se prendersi un’altra birra, mentre osserva l’insegna sbiadita del fast food. Accanto c’è un panificio che apre solo la sera e rimane aperto fino a mattina. Ci si è fermato qualche volta, rientrando dal turno di notte, le brioche non sono male. Le altre vetrine hanno tutte le saracinesche abbassate, i bar lavorano solo con il multisala dell’isolato accanto. Di giorno quel posto cambia faccia, pensa. Niente luci, niente musica, niente rumore, niente gente che va e viene accalcandosi ai banconi. Alla luce del sole gli edifici non sono altro che degli enormi scatoloni di vetro e cemento, vuoti e abbandonati.

Vorrebbe essere solo, pensa. Lontano da lì e solo. Cloe non può capire cosa si provi, cosa significhi tagliare i ponti con tutto, ribaltare la propria vita, trovarsi un altro posto dove andare e ripartire di nuovo da capo, da zero. Cloe non sa e non deve sapere. Lei non c’entra, ha fatto tutto da solo, su questo non ha alcun dubbio. Chi rompe paga. La vita è la sua, lui ne decide la rotta, lui ne subisce le conseguenze. Ha avuto ciò che voleva, comunque, qualsiasi cosa possa essergli costato.

Una monovolume s’avvicina a velocità un po’ sostenuta, svolta attraversando il parcheggio desolato e si ferma a pochi metri da loro. Scendono mamma, papà e due ragazzini seduti dietro, cui il padre spalanca la portiera sottraendoli alle rispettive console. Andiamo, ordina, mandandoli avanti. Si aggiusta i pantaloni e li segue premendo il radiocomando, confortato dal lampeggio dell’auto. Il passo, fronte alta, mento sollevato, denota la sicurezza compiaciuta di un uomo che si sente arrivato. Non è molto alto ed è un po’ sovrappeso, la polo rigonfia in morbide balze. Raggiunge i suoi, lanciando una rapida occhiata in giro prima di entrare nel locale. Dario e Cloe fan parte dello sfondo dell’anonimo pianeta in cui ha l’aria di essere appena sbarcato, pur con l’intenzione di non trattenersi a lungo.

Liberatasi dei resti del pranzo, Cloe si volta a guardare i nuovi arrivati. Guardali, commenta Dario sogghignando, la famigliola perfetta. Bella macchina, bei vestiti, la sicurezza che ti dà avere un po’ di soldi in tasca. Quanto basta a non vedere più in là del tuo naso. A non vederti da fuori. Due bambocci a immagine e somiglianza del loro papà. La vedi anche tu, la loto imbarazzante normalità? Chiede. Tutto sembra perfetto, ma dietro all’apparenza cosa c’è, eh? Crolleranno da un giorno all’altro senza nemmeno sapere perché… Mi fanno pena. Guardarli fa quasi male…, aggiunge con un filo di voce.

Cloe si volta preoccupata. Dario riprende a parlare fissando l’asfalto assolato: Sono ciechi. Vivono seguendo schemi prefissati, pensando di essere felici, e invece sono degli illusi, vittime indifese dei loro sogni di carta, di loro stessi.

Cloe ha gli occhi umidi. Mi fai paura quando parli così, dice con voce tremante.

Dario la fissa incuriosito dall’alto del suo metro e novanta, poi la sua espressione muta in un sorriso, uno di quelli che sanno rassicurare anche i pazienti più spaventati. Che fai, piangi? Chiede, carezzandole i capelli. Su, su, vieni qui. Si avvicina e la prende sotto braccio. Per loro non c’è futuro, riflette, ma non è colpa di nessuno. Le loro vite si sono incrociate per caso, perché è così che doveva andare. Ma se prova a immaginare la propria vita d’ora in avanti, è da solo che si vede. Cloe non può capire, ma in cuor suo anche lei sa bene che non può durare. E in fondo è ciò che vuole.

La famigliola felice esce dal locale e s’infila rapidamente in auto, confidando nel climatizzatore.

Non farci caso, sussurra Dario. Sto bene. Mai stato meglio.

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[P.B., 12/1/2021]

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Immagine di copertina: Laura Salvi

Morte in villa

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Un raccontino per chiudere l’anno.

Giriamo pagina, diciamo.

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Che il prossimo sia per tutti un anno migliore!

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La villa guardava il lago. Con il suo vasto ventaglio di scale quasi vi si immergeva. Per questo era stata concepita, perché da lì la si ammirasse, da lì la si raggiungesse. Prima che venisse chiuso da un muretto in pietra e trasformato in uno stagno, il “villino per scapolo”, come fu definito all’origine dal suo ideatore, poteva contare su un proprio approdo privato.

Eretta su un promontorio naturale orientato ad est, il fronte principale della casa, suddiviso sapientemente su più sale, traguardava l’asse meridionale del lago, contemplando le ripide quinte boscose delle montagne che dalla riva opposta vi si tuffavano. Il fronte minore, sul retro, cui si giungeva percorrendo il viale attraverso il parco secolare, era ben più spartano, la facciata un colpo secco di scure, verticale, senza fregi, né bovindi o porticati.

Louis arrivò che era già buio, una domenica di febbraio, nel tardo pomeriggio. Fermatosi davanti al cancello chiuso, i fari illuminarono i suoi sorprendenti intrecci di nastri in ferro battuto. Rivide la testa incanutita di Gustavo, maggiordomo tuttofare, china sul blocco della serratura, scolpito a forma di mosca. L’unico abitante superstite, tutt’uno con la villa, della quale custodiva la memoria. Ma questo succedeva tre mesi prima, a fine novembre, alla morte della proprietaria. Da allora Louis non aveva più messo piede alla residenza del lago. Né ci sarebbe stato più motivo di farlo.

Attese qualche istante: Gustavo aveva passato gli ottanta, aveva i suoi tempi. Dalle finestre della sua dépendance controllava il varco d’ingresso, non era necessario suonare, l’aveva sicuramente già visto. E poi lo stava aspettando.

Madama Antonia era morta inaspettatamente. Louis ricordava nitidamente la sorpresa e lo sgomento che lo colsero nell’apprendere la notizia; l’aveva vista poco tempo prima, sembrava in ottima salute. Elegante e impeccabile, come sempre, il viso la solita maschera austera, che s’incrinava improvvisamente in sardonici sorrisi e battute salaci, che avevano il pregio di farla apparire meno snob. Una donna forte, coriacea, come Louis soleva definire l’anziana nipote dell’omonimo patriarca, l’ingegnere, che più di ogni altro abitante aveva lasciato il proprio segno nel luogo in cui viveva, consegnandogli fra le altre cose, opere di pregio, addirittura monumentali, non ultima la villa al lago, che da sempre portava il suo nome. Louis stesso era un lontano parente, discendente di un ramo della famiglia stabilitosi in Francia dopo la grande guerra, oltre che un consulente legale della defunta.

Strano, deve aver avuto qualche cosa da sbrigare, pensò, scendendo dall’auto. Si avvicinò al citofono, ma senza suonare: il cancello era socchiuso. Provò a spingerlo e con un breve sussulto il battente arretrò, basculando silenziosamente sui perni. Louis percorse il viale fino al portico della dépendance. Dall’interno non udì provenire alcun rumore. Attraverso la vetrata poteva vedere un’ampia cucina americana illuminata che dava su un soggiorno immerso nella fievole luce di un paio di lampade a stelo. Era una casa spaziosa, moderna e ben accessoriata. Una sistemazione invidiabile, eccessiva per un uomo solo.

Louis vi era entrato solo un paio di volte, per lo più incontrava Gustavo in villa o nel parco, magari mentre soprintendeva ai preparativi di qualche ricevimento all’aperto, o all’allestimento dello stage di un concerto. La villa e il parco avevano anche fatto da sfondo a qualche set cinematografico, uno dei quali datava un preciso ricordo dell’infanzia di Louis. Negli ultimi tempi, da quando la signora Antonia, che non aveva figli, si era ritirata a vivere in poche stanze, in un cottage ben più piccolo di quello del custode, la tenuta era stata aperta al pubblico.

Louis bussò un paio di volte sulla vetrata, senza risultato. Per tutta risposta, invece, si levò un’intensa ma breve folata di vento, di quelle tipiche del lago, tanto note ai velisti, in grado d’estate di sovvertire il clima nel giro di pochi minuti. Si strinse nella giacca di velluto, rimpiangendo per un momento il soprabito che aveva lasciato in macchina, ma senza risolversi ad andare a recuperarlo.

Oltre il colonnato, in un box con la saracinesca a tre quarti, il muso di una vecchia Jaguar sporgeva sornione da sotto un telo. Louis estrasse il porta sigarette d’argento e se ne accese una, scrutando nel buio la linea spezzata del tetto della residenza padronale, sommersa dalle chiome dei deodara. Da lì non poteva distinguere se ci fosse almeno una finestra illuminata. Decise di andare a vedere.

Mentre scendeva lungo il viale, ripensò ancora una volta alla strana telefonata di quella mattina e alle parole che Gustavo, con il suo irriducibile accento veneto, gli aveva rivolto. Era stato lui a chiamare, non saranno state le otto, fatto curioso già di per sé. Ne era seguita una conversazione breve, di quelle a senso unico, senza diritto di replica. Se non fosse stato così presto, avrebbe detto che aveva bevuto.

– Buongiorno dottore, sono il Gustavo della villa. Mi scusi, ze presto, lo so.

– Salve Gustavo, non si preoccupi, nessun disturbo, sono appena arrivato in studio. Mi dica…

– Non è che la g’avrebbe tempo di passare a trovarmi?

– Quando?

– Oggi.

– Oggi? – Ribatté Louis sorpreso. – Non credo sia possibile, Gustavo. Sono a Milano tutto il giorno, mi risulta veramente…

– Sarebbe davvero gentile da parte sua, dottor Louis, sa? – Lo interruppe il maggiordomo.

– E’ successo qualcosa?

– No, no, dottore, no ze successo nulla, dizemo. Ma…

– Ma… Cosa, Gustavo?

– Ze un po’ di tempo che go questo pensiero…

– Pensiero?

– Sì, nulla di grave, sia chiaro, ma non riesco a fare a meno di pensarci, capisce?

– Francamente no, Gustavo. Di cosa stiamo parlando? Non faccia il misterioso. Se le serve un aiuto da parte mia, è bene che sappia da subito di cosa si tratta.

– Ze meglio se de ‘sta cosa ne parliamo di persona, dottor Manzoni, – rispose Gustavo, serio.

Louis si irrigidì. Quel cambio di registro non prometteva nulla di buono. In tanti anni fra lui e Gustavo non si era mai instaurato un rapporto di confidenza. Non sapeva nemmeno da dove provenisse. Eppure lo conosceva da quando era bambino e d’estate gli capitava di passare qualche pomeriggio alla villa sul lago. Per tutti Gustavo era il Gustavo della villa o il Veneto, non aveva un cognome. Era un’istituzione, una cosa sola con la casa dove serviva da più di cinquant’anni e la famiglia che nel tempo l’aveva abitata. Forse più di ogni altro conosceva la loro storia, i loro segreti.

– Vede, signor Gustavo… – Louis s’interruppe. In fondo glielo doveva.

– Mi faccia controllare…, – scorse rapidamente l’agenda. – D’accordo, signor Gustavo, – disse. – Alle diciassette sono da lei.

Un contrattempo con un cliente nel pomeriggio, però, lo fece tardare di quasi un’ora. Motivo per il quale, Gustavo doveva essersi trovato qualcos’altro da fare.

Louis raggiunse il retro della villa. Stando attento a dove metteva i piedi, salì i pochi scalini che lo separavano dalla porta d’ingresso e, guadagnato il pianerottolo, guardò attraverso i riquadri di vetro piombato. Non vide nulla, ma ricordò che alla morte di Antonia la camera ardente era stata allestita appena al di là di quella soglia, nell’atrio antistante lo scalone, in un locale disadorno, di passaggio, di cui ora nel buio riusciva a malapena a intravedere le pareti attraverso la lente deformante della vetrata.

La pianta di quella casa era stata disegnata senza sprecare spazio, nemmeno un corridoio, ma un articolato susseguirsi di ambienti che godessero il più possibile della vista del lago; stanze e saloni disabitati al momento della morte della padrona di casa, ai quali il feretro non poté più accedere.

Louis ripensò al momento della sua visita alla defunta. Al freddo di quella sala spoglia, alle parole frammentate di Gustavo, ben più di un fedele maggiordomo, uomo fidato, intimo di famiglia, vero e proprio amico, che stava in piedi dietro la testa della salma, fissandola, le mani poggiate sui bordi della bara aperta, quasi volesse carezzare i capelli della defunta, chinarsi su di lei e sussurrarle qualcosa all’orecchio. Impacciato, Louis non sapeva cosa dire; attese qualche minuto in silenzio e poi fece per andare, ma Gustavo lo trattenne, con uno dei suoi affabili sorrisi, riesumato in un attimo, lo prese per un braccio dicendo: – Andiamo di là?

Louis lo seguì in un salottino interamente rivestito in legno, il pavimento coperto da tappeti orientali. Il custode lo precedette verso un mobile bar che conosceva bene, dal quale estrasse una caraffa di cristallo: – Goccetto? – Disse, sollevando due bicchieri.

Parlarono di Antonia, della mancanza di un erede, della fine di una stirpe. Del patrimonio di famiglia spartito fra i tanti eredi trasversali, volti sconosciuti, sparsi nel mondo. La villa sarebbe stata amministrata da un imprenditore romano. Gustavo crollò il capo rassegnato, ma l’attimo dopo sorrideva di nuovo con i suoi bei denti sotto i baffi sottili: – La vita…, ripeté.

Perché l’aveva chiamato? Perché proprio lui? Louis non aveva curato il testamento dell’anziana signora, non ne sapeva nulla. Le sue ultime mansioni risalivano ad una consulenza per la cessione di un ramo dell’azienda di famiglia, poi più nulla per anni. Incontrava Antonia in qualche occasione mondana, o a teatro, nel periodo che passava in città. Louis non era mai stato intimo, ma soprattutto era un uomo riservato ed era sempre rimasto al suo posto. Forse era proprio questo che Gustavo si era rivolto a lui.

Il rumore di un’anta che sbatte lo sottrasse ai propri pensieri. Allarmato, circumnavigò in fretta la villa raggiungendo il fronte lago. In una delle sale la luce era accesa, la finestra spalancata. Scavalcò una ringhiera e si trovò ai piedi della scalinata, in cima alla quale dovette arrampicarsi su un balconcino. Entrato infine nella stanza, non vide nessuno. Tutto era in ordine e ben illuminato, nessun segno d’effrazione, né di vita. Di Gustavo nessuna traccia.

Tornò sul balcone. Il lago era un immobile schermo liquido tenebroso. Dall’alto la scalinata, che si diramava in più rampe come il getto scomposto di una cascata, era ancora più bella. Dove la pietra serena, più chiara, s’immergeva nel cupo del lago, Louis scorse una macchia nera. Sentì di averlo sempre saputo, da quando aveva trovato il cancello aperto, da prima ancora, da quella telefonata.

Gustavo galleggiava a mezzo metro dalla scalinata, con una mano sembrava stringere uno dei pali per l’ormeggio, forse per impedire di essere trascinato via, come se avesse voluto rimanere lì, davanti alla villa.

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[P.B., 30/12/2020]

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Corre l’obbligo di dichiarare che quanto qui narrato, pur ispirandosi a fatti “realmente accaduti”, è esclusivamente frutto dell’immaginazione dell’autore.

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Immagine di copertina tratta dal web

Notte di Natale

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A Natale ci si scambia i regali, giusto? O li si riceve e basta, come in questo caso: Beth e Robert di nuovo insieme in un breve, divertente racconto sull’irrefrenabile bisogno di scrivere e… di combinare guai.

A voi!

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Beth amava i vecchi film in bianco e nero ed era una affezionata del Cinema Excelsior 7. Il vecchio cinema sopravviveva grazie alle donazioni dei suoi fedeli spettatori, che a Natale organizzavano da anni una colletta tra gli abitanti del quartiere. La cifra raccolta in genere permetteva al gestore, Philippe Hackworthy, di pagare l’affitto e le pulizie della sala una volta alla settimana.

Nei giorni prima di Natale il signor Hackworthy sfoderava le sue migliori pellicole: Quarto Potere, Casablanca, Vacanze Romane… La sera del 24 su Boston era scesa una fitta nebbia, un fenomeno piuttosto raro in dicembre. Beth era uscita ugualmente, nonostante l’umidità fastidiosa che rendeva il freddo ancora più pungente. Mai e poi mai avrebbe rinunciato al suo film di Natale. Quel romanticone di Hackworthy aveva scongelato Sabrina e Humphrey Bogart era molto di più di una irrinunciabile tentazione. Era stato il suo primo grande amore. Si era messa in ghingheri, sotto il lungo piumino aveva indossato un abito di velluto di seta verde, un regalo del suo secondo marito, probabilmente il migliore in fatto di buon gusto ed era uscita, sfidando il gelo e le strade ghiacciate.

– Buonasera Philippe, c’è qualcuno stasera oppure la sala è tutta per me?

– Elizabeth! Lei è una certezza in questi tempi bui. Temevo di non vederla stasera e invece eccola puntuale. Sono arrivati poco fa il signore e la signora Carver, li ha accompagnati il figlio in auto, ormai Raymond non guida più. E poi c’è un uomo, ha l’aria del turista disperso fuori stagione. Secondo me è entrato solo per scaldarsi. Ma dico io come si fa ad andare in giro giacca e camicia con questo freddo? …

– Philippe Philippe, magari ha solo il fisico e tu sei solo invidioso!

Beth pagò il biglietto e percorse a passi veloci il breve corridoio fino all’ingresso della sala, spostò la pesante tenda rossa e si fermò un istante a contemplare quel luogo dove il tempo pareva davvero essersi fermato a cinquant’anni fa. L’ Excelsior 7 era il cinema dove andava con i suoi genitori, ci aveva visto ET, la Carica dei 100 e uno, per ricordarne giusto un paio. Agli inizi del terzo millennio pareva destinato al fallimento a causa dell’avvento delle multisala, ma Hackworthy aveva scommesso sulla passione dei suoi clienti e aveva deciso che avrebbe proiettato solo vecchie pellicole. Non si sarebbe di certo arricchito ma non avrebbe mai rinunciato alla sua grande passione. Aveva il suo giro e tutto sommato doveva tener duro ancora un lustro, poi avrebbe potuto chiudere e godersi la pensione.

La platea era composta da una dozzina di file di poltroncine rosse in velluto, ormai consumato. Quelle delle ultime due file erano invece color ocra. Hackworthy aveva dovuto sostituirle perché, come si può ben immaginare, non sono i posti migliori per godersi un film, ma sono sicuramente quelli che possono fare apprezzare tutt’altri piaceri.

Beth sprofondo’ letteralmente nel posto 4 F, sesta fila. I Carver si erano accomodati in terza fila alla sinistra dello schermo. Le luci erano già state abbassate quando Beth era entrata nella sala, segno che il film sarebbe iniziato a breve e non era riuscita a scorgere il “turista fuori stagione”, che probabilmente si era seduto più lontano. Philippe, che era anche il proiezionista, non accese le luci tra il primo e il secondo tempo e Beth apprezzò quella piccola attenzione ch’egli riservava agli spettatori che conosceva meglio. D’altro canto non c’erano bar dove acquistare pop corn …

Poco prima della mezzanotte i titoli di coda scorrevano sullo schermo, i Carver si erano affrettati verso l’uscita, lei invece rimase seduta finché si accesero le luci. Si alzò un po’ indolenzita e diede un’occhiata intorno. Il turista sedeva in ultima fila, su una di quelle poltroncine ocra e dormiva alla grande. Beth lo osservò meglio, non poteva crederci. Non poteva essere Robert! Che ci faceva a Boston? E in quel cinema poi, nel suo cinema! Si avvicinò per svegliarlo. Non poteva certo lasciarlo lì.

– Robert? Robert, svegliati, sono Beth …

Lo scosse con delicatezza ma lui non ne volle sapere di aprire gli occhi. Gli diede un paio di buffetti sulle guance. Robert spalancò gli occhi, pareva sorpreso: – Beth, oh Beth, mia dolcissima Beth… Dio che mal di testa Beth non è che hai un’aspirina? -. La voce era impastata, aveva sicuramente bevuto.

– Robert che ci fai qui la notte di Natale? Non dovevi essere a New York, con…come si chiama? Melanie? … Robert! Perché sei a Boston?… Robert che hai combinato?

– Beth, ti prego, sapevo di trovarti qui, Beth, ho fatto un casino…ho fatto un casino con Mel …

– Robert, Melanie è la tua editor e sarà tua moglie tra meno di due mesi, 14 febbraio 2021, c’è bisogno che te ricordi?

La voce di Philippe Hackworthy giunse all’improvviso: – Elisabeth, sto per spegnere tutto… Buon Natale!

– Buon Natale un corno! – Gridò Robert. Beth lo zittì mettendogli una mano sulla bocca, lo prese per un braccio e lo trascinò fuori dal cinema.

Faceva un gran freddo, ma per fortuna la nebbia se ne era andata e nel cielo brillava alta una luna quasi piena. Camminarono in silenzio per qualche minuto, Robert tremava e Beth gli diede la sua sciarpa.

– Beth grazie. Non so cosa farei senza di te -. Quand’era ubriaco, Robert diventava particolarmente patetico. – Beth, io e Mel, beh, la faccio breve, non ci sposiamo più… Ma quel che è peggio è che lei…, lei quando mi ha trovato a letto con la sua assistente, sì insomma la stagista, Kelly…

– La stagista! Robert, la stagista…, non ci posso credere! E quanti anni ha…

– Venti, ventuno…, ma che differenza fa ormai!… Beth, non so come dirtelo, Mel ha distrutto il mio libro, cioè, ha distrutto il portatile dove c’era il mio libro, l’ha lanciato a terra e poi ha preso la mazza da baseball, quella degli Yankees autografata da Di Maggio che mi hai regalato tu, e l’ha preso a mazzate, lo ha polverizzato…

– E non hai una copia, un backup, una stampa… Robert siamo nel Ventunesimo secolo!

– No, Beth, lo sai come sono fatto, non faccio copie, sono scaramantico… Non è che tu, per caso, ti sei tenuta quella copia che ti ho dato un paio di mesi fa da leggere, quella bozza che ti avevo fatto giurare di distruggere… Non è che l’hai conservata?

Beth fissò Robert per un lungo istante, poi scosse la testa: – Non cambierai mai, Robert, e io non troverò mai un uomo a cui dover semplicemente sistemare il cappello…

– Il cappello? Che c’entra il cappello con il mio libro adesso?

– Andiamo Robert, andiamo a cercare quella copia, sarà sepolta nello studio, e questa sarà una lunga, lunghissima notte di Natale…

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[S.G., 26/12/2020]

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Immagine di copertina tratta dal web

Giovanni e il gregge

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Piove ininterrottamente, da giorni. Giovanni, avvolto in una cerata, sta in piedi sotto l’acqua per ore. Per fortuna non tira vento; il freddo, quello vero, non è ancora arrivato.

Uno sbuffo denso di fumo svapora da sotto l’ombrello. Cuba, un cane pastore col pelo raggrumato in umide ciocche, fa avanti indietro sul sentiero in attesa di potersi dare da fare. Le bestie sono calme, chine sull’erba, intente a brucare il prato palmo a palmo. Giovanni le osserva impassibile, come un lucido pezzo di granito.

Nei luoghi in cui approda con il suo gregge il tempo pare fermarsi. Un campo incolto e le morbide forme di decine di capi inzaccherati, fra i quali si stagliano i profili di alcuni asinelli, sono un mondo nel mondo, il perno attorno al quale tutto il resto sembra ruotare in un moto perpetuo e senza senso.

Lo sguardo di Giovanni sorveglia da un estremo all’altro il proprio universo, senza curarsi, appena al di là del confine, della vita sui balconi, delle finestre che s’illuminano, i portoni che si aprono e si chiudono, i motori che ruggiscono, delle schiene di uomini e donne che incedono, curvi, dalle prime luci del giorno.

Giovanni sembra non conoscere la loro fretta, i loro impegni, le loro attese, i loro rimpianti. Conosce il risveglio dell’alba che carezzandola sottrae al sonno la terra; conosce il tremulo richiamo dei piccoli, il sibilo paralizzante della paura, il canto silenzioso della notte.

Il suo mondo dura solo qualche giorno, quanto basta a ripulire un campo di media misura. Domattina rimuoverà i pali e la rete e, con l’aiuto di Cuba, porterà il gregge altrove. Per tre giorni non ha parlato con nessuno e nessuno gli ha rivolto la parola. Le auto sono andate e venute dal parcheggio; puntuale, alle sei del mattino un uomo ha messo in marcia la propria moto, avviandosi nonostante la pioggia. A intervalli regolari, la signora del primo piano è uscita sul balcone a curare i fiori. Il vicino vi ha trascorso pochi minuti dopo pranzo per fumare la sua sigaretta godendosi lo spettacolo di un gregge al pascolo a pochi metri da casa. L’anziano del piano di sopra ha separato con cura la spazzatura in tre diversi contenitori, tornandosene in casa a passi brevi e strascicati, le spalle intirizzite dal freddo. All’imbrunire, un coro di luci; prime fra tutte quelle delle cucine: alcune più calde, altre decisamente troppo fredde. Nei soggiorni gli alberelli hanno iniziato a lampeggiare, e così pure le ringhiere: manca poco al Natale. La biondina dell’appartamento col bagno senza tendine è scomparsa in fretta fra i vapori della doccia.

Col buio Giovanni fa ritorno alla sua roulotte. Che poi Giovanni è il suo nome tradotto, col tempo ha imparato che, nonostante l’accento, mette gli altri a loro agio. Mangia pane e formaggio ascoltando la radio e si corica sotto due coperte di lana. E’ tranquillo: le luci tengono le volpi lontane.

E’ notte ormai. Le luminarie brillano nel silenzio interrotto dallo scampanio diradato di qualche martinella, qualche pecora rumina ancora. Le altre sono immobili, pietrificate, come le statuine di un presepe. 

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[P.B., 24/12/2020]

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A tutti un augurio di Buon Natale!

Specchio

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Robert stava leggendo quando, poco prima della mezzanotte, ricevette un messaggio sul telefonino. Con sorpresa vide che proveniva da un numero sconosciuto, l’aprì e lo scorse rapidamente fino in fondo. Era firmato Sylvia.

Sylvia, Sylvia…, rifletté. Ma certo, Sylvia, quella del corso di fotografia, la studentessa dell’Accademia… Lesse il messaggio.

Sylvia sapeva, lui probabilmente non ricordava – ne avevano parlato dopo una lezione, che Robert possedeva un libro su Man Ray, una monografia fuori stampa, impossibile da trovare…

Robert saltò alla parte finale del messaggio. In sostanza la ragazza chiedeva se potesse prendere il libro in prestito per qualche settimana. Robert sospirò. Chissà cosa si aspettava.

Rilesse l’ultima riga, Un saluto, Sylvia. Per fortuna non mi ha dato del lei, pensò. Mise via il telefono, riaprì il libro e cercò il punto in cui si era fermato. S’interruppe poco dopo e agguantò il cellulare. Meglio rispondere.

Si mostrò disponibile ad accontentarla, ma volle prima informarsi sulle ragioni di quella richiesta. Sylvia rispose dopo qualche minuto motivando che il testo le serviva per un workshop del corso di scenografia – scusa non avevo specificato: era in cerca di materiale per lo sviluppo di un’idea dadaista. Un’idea dadaista, scrisse proprio così.

Robert rilesse il messaggio un paio di volte soppesando le parole, poi gliene inviò alcuni spiegandole che il volume era ricchissimo di approfondimenti trasversali su fotografia, arte figurativa e letteratura. Gliene citò qualcuno ed elencò anche alcune letture correlate che le sarebbero state certamente utili. Scrisse proprio così.

Attese qualche minuto senza ricevere risposta. Aveva esagerato? Aveva certamente esagerato, aveva fatto la figura del sapientone.

Ma il cellulare vibrò di nuovo, e con sollievo Robert notò che Sylvia non aveva alcuna intenzione di far cadere la conversazione, anzi incalzava con le domande. Si alzò dal letto e recuperò la monografia da uno scaffale, le inviò qualche foto, poi andò a prendere un altro libro e ne trascrisse degli estratti.

R: E, dimmi, ti piace la poesia?

S: Sì, ogni tanto scrivo. Scrivo poesie, intendo. E tu, ti ho interrotto, cosa stavi leggendo?

Si scambiarono messaggi per ore, discutendo di cose che non avrebbero mai pensato di avere in comune, rivelandosi cose che di persona non sarebbero mai stati in grado di dirsi. Complice la notte, ponte sospeso fra le loro due camere da letto.

Col tempo Robert dimenticò l’emozione provata quella volta, quando non riusciva a staccare le dita dalla tastiera del telefono e i pensieri di Sylvia si intrecciavano ai suoi come i respiri di due amanti. A malincuore aveva abbandonato il letto un paio di volte per andare in bagno, sperando che lei non lo lasciasse, che non si addormentasse.

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Nei giorni seguenti parlarono di sesso. Lo fecero come se fosse la cosa più naturale del mondo, l’evoluzione prevedibile e necessaria della loro corrispondenza notturna. Si piacevano, erano attratti l’uno dall’altra e non c’era modo migliore di quello per dirselo.

Avviarono una specie di gioco erotico a distanza.

Iniziò Sylvia, fu lei a condurre Robert su quel terreno. Era certa che avrebbe gradito, che non aspettasse altro. Anche a lei piaceva, ma era l’idea di poter insegnare qualcosa a un uomo più grande di lei a solleticarla più di ogni altra cosa. Voleva mostrarsi all’altezza, voleva stupirlo.

A ben vedere, le cose stavano così dall’inizio. Dal primo istante Sylvia si era posta nei confronti di Robert e della cerchia dei compagni del corso di fotografia come una giovane donna disinibita, sicura di sé e consapevole dell’ascendente che la sua irrequieta bellezza suscitava negli uomini con cui entrava in contatto. Era sfuggente e provocante allo stesso tempo.

Per settimane lei e Robert erano stati due perfetti sconosciuti. Si incrociavano, si osservavano, si evitavano educatamente. Certo Sylvia si faceva notare. Le sue dita si muovevano rapide sugli obiettivi, così come la mente scartava e divorava in fretta le idee. Nonostante la sua giovane età, sembrava sapere già tutto della vita e non aver tempo da perdere. Il suo fare risoluto e spavaldo mascherava una sottile inquietudine.

Robert era un architetto di quarant’anni, single. Un po’ trascurato o incurante, a giudicare dal taglio irrisolto di capelli e da quello antiquato dei jeans che indossava. Di poche parole, ombroso, o forse solo timido, sempre con l’aria di aver perso qualcosa. Affatto degno di nota agli occhi di una studentessa d’Accademia di ventun’anni. Eppure sono proprio certi dettagli, certe debolezze, certe insicurezze, le cricche e le imperfezioni in un pezzo di marmo, su una tela, così come nella vita, a incuriosire e attrarre la sensibilità di alcune persone. Sylvia era una di quelle.

Mandò a Robert un proprio scritto, un breve racconto di due ragazzi che, studiatisi e annusatisi nei loro viaggi in treno fra casa e università, dopo qualche breve schermaglia, si ritrovano finalmente a casa di lei e fanno l’amore.

Robert, incredulo, lesse il brano più volte. Dapprima con un fremito, poi più freddamente. Non si trattava di un capolavoro per originalità e immaginazione, ma era molto convincente e particolarmente riuscito nelle descrizioni del finale, sensuali e per niente scontate, esplicite e affatto prove di poesia. Si vedeva tutto, niente veli o dissolvenze, ma non c’era volgarità, niente di urtante. Era un sesso bello, vissuto con intensità, senza censure né inibizioni, liberamente. Robert, infine, ripercorse il racconto con lo spirito per il quale era stato composto, lasciandosi solleticare dalla fantasia, eccitandosi e sussultando come la pelle della protagonista in preda ai palpiti dell’ultima pagina.

Il giorno seguente volle rispondere a tono. Rispolverò un vecchio quaderno e un suo breve componimento di quando si trastullava con l’idea di scrivere. La scena raffigurava, in toni un po’ aulici, due amanti impazienti che fanno sesso in un cinema.

… si strinsero in uno scomodo abbraccio che mascherasse i loro movimenti, sempre più esigenti e precisi. Soffocarono i gemiti mordendosi le labbra a vicenda, intuendo l’uno il piacere dell’altra dai pochi spasmi concessi ai loro muscoli contratti. I loro corpi s’adattavano, guidati da mani vogliose, celando al mondo il piacere arroccato di quella posa…

Un po’ desueto, pensò. Lo aggiustò qua e là, e lo trascrisse in un’email. Premendo il tasto invio, sorrise al pensiero della faccia che avrebbe fatto Sylvia leggendolo.

… Trattennero il fiato emergendo a tratti da quell’apnea incondizionata e continuarono così, rapiti, devoti, fino all’approdo...

Sylvia rispose entusiasta con un lungo commento appassionato, che fece esultare Robert con un grido di gioia. E rilanciò.

Questa volta descrisse una scena di autoerotismo nel salotto di casa. Usò volutamente la prima persona e il tempo presente, descrisse i dettagli della stanza in penombra, illuminata appena dallo schermo del televisore che guardava svogliatamente; il divano di pelle sul quale il suo corpo si abbandonava, scivolando lentamente, strusciandosi, contorcendosi, infine sciogliendosi. Si spogliò per lui, offrendoglisi completamente, come un corpo in rilievo su sfondo neutro e scuro, come una Bella Rafaela, o una Maya desnuda, la sua.

Quella rappresentazione fu accolta da parte di Robert con una serie di concitate esternazioni, cui lei contrappuntò compiaciuta, ormai certa di poterlo condurre ovunque volesse con un semplice gesto. Eccitato, Robert non poté fare a meno di prolungare quel piacere. Immaginò se stesso in piedi accanto al sofà che aveva appena accolto il corpo di Sylvia, lo sfiorò, era ancora caldo. Lei non era più lì, ma nell’aria era rimasto il suo profumo. Si inginocchiò e a occhi chiusi posò le labbra sulla pelle del divano carezzandone gli incavi, intuendo le forme che avevano avvolto; guidato dal suo afrore, aprì la bocca e baciò voluttuosamente il suo sesso, calò i pantaloni e guidò il suo fra le pieghe dei cuscini…

Quando riaprirono gli occhi, si fissarono spaesati, le loro iridi dilatate riflettevano la luminosità diffusa dello schermo. Dov’erano?

Bene, ci siamo fatti entrambi il divano, commentò Sylvia, ironica, in un ultimo messaggio. Non potevano più aspettare.

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***

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Robert rilesse il messaggio che aveva appena inviato: Dove sei? Si vergognò dell’urgenza sottesa alle sue parole, sintomo di debolezza.

Si rimise a leggere. Faceva fatica a concentrarsi, cionondimeno sottolineò un verso ripetendolo ad alta voce con l’esigenza di condividerlo; glielo avrebbe letto non appena fosse arrivata, pensò.

Scrutò di nuovo il telefonino: nessuna risposta.

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Giunta sotto casa, leggendo il suo nome sul citofono, Sylvia fu assalita dall’emozione, al punto da cominciare a tremare. A fatica controllò desiderio e rabbia che s’affollavano dentro di lei. Alla luce del portone guardò la propria mano stringersi a pugno e rimase così, immobile, per qualche istante. Sarebbe stata capace di fargli del male, pensò. Sarebbe stata capace di fare del male a se stessa. Poteva tornare indietro, era ancora in tempo.

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La prima volta aveva voluto sorprenderlo. Si era presentata con un vestitino stretto e i tacchi alti, lui che era abituato a vederla con pantaloni strappati e scarpe da ginnastica senza stringhe. Sotto aveva indossato una guêpière. Voleva fargli provare qualcosa di insolito, di nuovo. Voleva che conoscesse fino fondo il potere della seduzione di cui era capace. Quella volta accolse il suo piacere nella propria bocca, accompagnandolo e carezzandolo fino alla fine.

In seguito, si chiese molte volte cosa l’avesse spinta a comportarsi a quel modo. Forse era per via del ruolo che dall’inizio aveva deciso di interpretare, della volontà di intuire e soddisfare ogni suo desiderio e fantasia. Lei per lui voleva impersonare l’archetipo della donna che conosce il piacere, lo cerca e lo pratica senza inibizioni. Non solo, per lui avrebbe incarnato la giovinezza, la libertà, la vita. E tutto questo, in fondo, così come il modo appassionato e devoto in cui Robert si prendeva cura di lei, le piaceva.

Ma non durò a lungo. Col passare del tempo Robert divenne dipendente e possessivo, si affezionò a lei al punto di voler entrare nella sua vita e manifestare apertamente l’insofferenza che provava per la sua assenza. C’erano giorni in cui le scriveva continuamente, tempestandola di messaggi.

Tutto ciò non era previsto, non era nemmeno possibile. Sylvia era una studentessa del secondo anno, viveva ancora con i suoi genitori. Più Robert diventava invadente, più lei era costretta a evitarlo, a nascondersi, ritraendosi in lunghi giorni di forzato silenzio.

Robert divenne geloso e ossessivo, finché un giorno Sylvia decise che era giunto il momento di troncare, gli diede appuntamento in un locale e gli comunicò che era finita.

Non fu facile, nemmeno per lei. Non l’aveva considerato.

Non si sentirono più per alcune settimane, in cui Sylvia si ritrovò a non aver più voglia di uscire, a rimanere a casa la sera, chiusa in camera sua, a rileggere scritti, poesie e citazioni che dall’inizio, soprattutto all’inizio, lei e Robert si erano scambiati.

Tutt’a un tratto i giorni le sembrarono lunghi e vuoti, allora cominciò a tenere un diario, in cui cercò di annotare e descrivere l’inquietudine che stava vivendo. Rientrata dall’Accademia, trovava una scusa per rifiutare gli inviti e scriveva per ore, di getto, abbandonandosi al flusso del proprio pensiero. Era convinta che fra le pagine di quel quaderno avrebbe trovato delle risposte alle proprie domande.

Ma in fondo era a lui che stava scrivendo.

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Non avrebbe dovuto accettare, si disse. Ma non era riuscita a dire di no. Aveva risposto ai messaggi di Robert mantenendo un voluto distacco, cercando di apparire fredda e insensibile, lontana da qualsiasi forma di trasporto o di coinvolgimento. Robert doveva pensarla affrancata, libera, indifferente. Il loro tempo era scaduto, il giocattolo si era rotto. La verità era che, a dispetto delle sue millantate intenzioni, Robert non sapeva affatto giocare. Lei non gli apparteneva, non gli era mai appartenuta, sibilò. Doveva farsene una ragione, una volta per tutte.

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***

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Robert si comportò secondo il solito copione, cercando di apparire a proprio agio, affabile e accogliente, come se non fosse successo nulla, come se fosse di nuovo la loro prima volta. Ma quando Sylvia entrò in soggiorno e scorse il libro aperto, la bottiglia, i bicchieri, avvertì subito un profondo senso di fastidio. Non poteva funzionare, pensò, non più.

Solo sesso, si erano detti.

Allora perché Robert le parlava di ciò che stava leggendo? Perché declamava versi in piedi in mezzo alla stanza? Sylvia udiva le parole, ma non poteva coglierne il senso. Tutto ciò era fuori luogo, la irritava. Detestava il modo in cui Robert le si rivolgeva, il timbro della sua voce, come muoveva le mani, l’assurda scintilla che gli illuminava lo sguardo.

Robert s’interruppe e la fissò interrogativo.

– Andiamo di là, – disse Sylvia, asciutta.

– Va bene, – acconsentì Robert, appoggiando il libro sul tavolo, un po’ deluso. – Non mi hai nemmeno chiesto di chi è.

– Non mi interessa, – rispose lei precedendolo.

Quando Robert la raggiunse, Sylvia era già seduta sul letto, nuda. Una piccola croce d’oro le brillava sullo sterno.

Robert si spogliò in fretta e si sedette accanto a lei. Le carezzò le spalle sorprendendosi ancora una volta del biancore della sua pelle. La sfiorò con le labbra. Quanto gli era mancata, pensò.

Sylvia si allungò sopra le lenzuola e Robert fece altrettanto. Per un po’ si toccarono in silenzio, poi cominciarono a fare l’amore. Non parlavano, si muovevano senza indugio in un territorio noto e abituale, ma i loro gesti rimanevano freddi e privi di sentimento. Lui provò a baciarla un paio di volte, ma lei scostò il viso ritraendosi. Si girò bruscamente invitandolo a prenderla da dietro. Lui si diede da fare finché lei si fermò di nuovo bruscamente.

– Vuoi provare? – Gli chiese senza voltarsi.

Spiazzato da quella proposta, Robert non rispose. Così non l’avevano mai fatto.

– Se vuoi, adesso puoi farlo, – aggiunse Sylvia guardando dritto davanti a sé.

Robert rimase fermo. Sylvia si girò di tre quarti: allora?, sembrò chiedere con impazienza.

Robert la fissò ancora. Per tutta risposta lei scivolò giù dal letto e uscì dalla stanza. I piedi nudi tamburellarono sul pavimento.

Tornò poco dopo reggendo il grosso specchio che stava appeso alla parete vicino all’ingresso. Robert la osservò mentre cercava il punto più adatto in cui appoggiarlo.

– Qui va bene, – disse dopo aver controllato l’immagine di loro due riflessa nello specchio da sopra il materasso. – Ti darà l’ispirazione.

Robert riprese a muoversi un po’ goffamente, lanciando di tanto in tanto qualche occhiata ai loro corpi nudi che si muovevano come quelli di due sconosciuti.

– Non ci riesco, – sbottò poco dopo, fermandosi. – Non mi va, lasciamo perdere, – aggiunse accasciandosi sul letto e fregandosi gli occhi con i palmi delle mani.

Sylvia si girò e si stese lentamente accanto a lui. Si levò su un gomito e lo fissò, ma Robert non ricambiò lo sguardo.

– Non è stata una buona idea, – constatò.

Robert annuì.

Allora Sylvia sollevò il lenzuolo e lo gettò sullo specchio.

– Così va meglio, – disse.

Si avvicinò a Robert e lo baciò dolcemente su una guancia. Lui la strinse a sé. Si baciarono sulla bocca, per la prima volta.

Ripresero a fare l’amore, intensamente, con trasporto. Lui era sopra di lei e nel momento in cui sentì che stava per venire, si tirò su senza preavviso e glielo fece prendere in bocca. Lei, sorpresa, acconsentì senza entusiasmo e lo fissò per qualche istante senza capire. Venendo, Robert emise un gemito e farfugliò qualcosa. Sylvia riuscì a udire la parola amore.

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Si rivestirono in silenzio.

Sylvia era esausta, svuotata. Frastornata, non capiva cosa fosse successo, chi avesse di fronte. Quando Robert riprese a parlare, non ascoltò nemmeno una parola. Si sentì sporca, umiliata. Visse gli ultimi istanti con l’urgenza di uscire al più presto da quella casa. Salutò Robert abbozzando un sorriso forzato, lasciandolo sulla soglia a interrogarsi sul suo significato.

Non ci vedremo mai più, giurò dentro di sé.

Rimasto solo, Robert si guardò intorno con aria un po’ confusa. Com’era andata? Cosa avevano fatto? Si chiese. Scrollò le spalle, in fondo stava bene.

Riordinò in soggiorno e andò in bagno. In camera trovò lo specchio, lo sollevò e lo rimise al suo posto, vicino all’ingresso. Vedendo la propria immagine riflessa, d’un tratto si sentì di nuovo a disagio. Istintivamente si tolse i vestiti e rimase nudo davanti allo specchio. Chi era l’uomo che aveva di fronte? Cosa voleva veramente? Prima, in camera da letto, per un istante si era sentito nudo. Era stata Sylvia a spogliarlo e lui, forse per la prima volta, si era visto. Stava cominciando a capire…

In quel momento il suo cellulare vibrò.

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[P.B., 31/10/2020]

Sono piaciute

– Cosa?

– Le donne.

– Quali donne, scusa, sii un po’ più preciso…

– Tutte.

– Tutte?

– Sì, tutte le donne del mondo.

– Ah…, vorrei ben dire!

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Un mio brevissimo racconto è risultato 2° classificato ex aequo al IX TROFEO GATTICESE DELLE ARTI, Sezione C – Racconti

Io molto contento! :-)))

P.

Chop Suey*

Si fermarono ad un ristorante sulla strada a pochi chilometri da casa. Erano passate le dieci, il viaggio di rientro era durato più del previsto. Silvia entrò a chiedere se facessero ancora da mangiare. Lucio attese in macchina, ipnotizzato dalla luce intermittente di un semaforo.

Una coppia uscì dal locale, lui disse qualcosa e lei rise rumorosamente. Lucio li seguì con lo sguardo mentre si allontanavano, illuminati dalla luce delle lanterne sopra l’ingresso, in cerca di un segno di complicità. Si domandò che età avessero, se stessero tornando a casa o fossero solo usciti a cena, magari al primo appuntamento. In quel momento Silvia riapparve sulla soglia e gli fece segno di scendere dall’auto.

Una donna sulla trentina con un bambino in braccio li accolse freddamente, indirizzandoli in un salone male illuminato pieno di tavoli vuoti, alcuni ancora da sparecchiare. Lucio ne scelse uno vicino a un grosso acquario che diffondeva una luce giallastra tutto intorno. Si sedettero e sfogliarono senza entusiasmo le pagine di un menù illustrato. Erano affamati, ma a un tratto pareva non avessero più voglia di ordinare. Fra uno sbuffo e l’altro, Silvia cercò una soluzione sulla carta, mentre con due dita si accaniva su di un riccio di capelli crespati dal sole. Lucio attese la sua prima mossa, osservando la varietà di pesci che popolavano la vasca accanto a loro.

La padrona accolse l’ordinazione con pochi cenni del capo, che muoveva a scatti, al pari del resto del corpo, come un robot. Poi scomparve dietro un tramezzo di legno istoriato da un basso rilievo. S’udì qualche parola e un rimestio in cucina. Il ristorante era sporco e buio, le tovaglie usurate. I pesci si ostinavano nel loro moto perpetuo nell’acqua intorbidita. Lucio e Silvia non avevano più niente da dirsi, si guardavano intorno senza trovare alcunché di gradevole o degno di nota, non un appiglio.

Non erano soli. Un uomo sedeva a un tavolino appartato a pochi metri da loro, nella penombra non l’avevano notato. Si accorsero di lui nel momento in cui aprì bocca rispondendo al telefono. Parlava un inglese senza intonazione, con una pronuncia pessima, cionondimeno corretto. Biascicava un poco le parole, ma non perdeva il filo della conversazione, rispondendo a tono e dando informazioni precise al proprio interlocutore.

Lucio e Silvia si concentrarono sulla telefonata. Si trattava di lavoro, macchinari in partenza per l’Africa. Lanciarono qualche occhiata all’uomo intento a fornire spiegazioni. Sulla sessantina, fronte alta, imperlata di sudore, capelli appiccicaticci tirati all’indietro. Portava un paio di occhiali a lenti grandi con una vecchia montatura di metallo. La camicia sbottonata sul petto, gesticolava e cincischiava i resti nel piatto con una bacchetta. Si comportava come se fosse solo, lo sguardo sul tavolo o dritto davanti a sé, senza curarsi della coppia seduta a pochi metri da lui. Doveva essere un viaggiatore di passaggio, un habitué, a giudicare dalla confidenza con cui si era rivolto alla locandiera.

I due mangiarono in silenzio, interrotto di tanto in tanto da una telefonata del vicino, che aveva finito di cenare da un pezzo e non dava l’idea di aver fretta di andarsene.

Nell’acquario un grosso pesce si muoveva radente il fondo. Era uno dei più grossi, forse il più grande di tutti. La linea del dorso, appena prima della coda, si spezzava piegandosi inaspettatamente all’insù. Accennava dei guizzi sfiorando la sabbia col ventre in rapidi movimenti concentrici, ritrovandosi sempre al punto di partenza. Agitava inutilmente le pinne, piegando il corpo fin dove gli era concesso, senza mai ottenere un risultato migliore di quello.

Lucio lo notò per primo e lo mostrò a Silvia. La testa, gli occhi, la bocca, che schiudeva ritmicamente, erano rivolti verso l’alto, quasi anelasse a raggiungere il pelo libero dell’acqua, ma il corpo deforme lo costringesse a rimanere inchiodato sul fondo. Pesci di taglia più piccola gli ronzavano intorno mordicchiandogli le squame lungo i fianchi, come volessero provocarne una reazione, saggiare la sua forza residua. Il gigante storpio, però, non replicava, li ignorava continuando a fissare gli strati d’acqua sopra di sé, in quella che sembrava una muta, disperata preghiera.

Silvia e Lucio osservarono incupiti quella scena, che fuori dal suo contesto assumeva i connotati di una macabra danza, l’anticipazione di un tragico epilogo.

– Non ne ha ancora per molto, – sussurrò lui.

– Nemmeno noi.

Hello! – S’udì la voce impastata del viaggiatore. – Hello! Ciao… Come stai, tutto bene?

– E’ la cosa giusta, – disse Lucio.

– Sei sicuro?

Lucio esitò.

– Hai cenato?… Bene. Cos’hai mangiato?… Bene, bene.

Evidentemente per il vicino era giunto il momento della telefonata a casa.

– Sì, sì… Anch’io, Chop Suey, – proseguì ridacchiando. – Il solito, sì…

Si esprimeva un po’ in italiano, un po’ in inglese, intervallato da qualche frase fatta in francese. Parlava fissando gli avanzi nel piatto, che nessuno si curava di portar via. Scandiva parole scontate, recitandole affettuosamente in tre lingue diverse.

Lucio e Silvia non poterono fare a meno di ascoltare. Invidiarono la sua solitudine. Si fissarono. Silvia abbassò gli occhi.

Pensò al suo monolocale, alle cose da portar via, al frigorifero vuoto, la spesa da fare. A Lucy, la gattina, che aveva affidato alla vicina di casa. All’aroma di caffè nel bar sotto casa, la mattina, prima di andare al lavoro. Ai viaggi che avrebbe voluto fare.

Lucio osservò le sue mani annodare nervosamente il tovagliolo. Guardò i suoi capelli rossi, la cosa che di lei aveva notato per prima. Si ripeté che quella non era più la donna che aveva conosciuto, era cambiata. Di contro non riusciva a ignorare l’idea di una donna al telefono, in chissà quale parte del mondo, che aspettava il proprio uomo.

Lesse il numero del tavolo, si alzò e andò a pagare.

Nell’acquario, il dorso spezzato del grande pesce non smise di oscillare.

[P.B., 15/8/2020]

* “Pezzi rotti”, in cinese mandarino

Tutte le donne del mondo

Le sue dita carezzarono i capelli e scorsero delicatamente la curva della nuca. Robert la lasciò fare rilassando i muscoli della schiena. Pensò alle sue mani abbronzate e allo smalto chiaro delle unghie, color madreperla. Chiuse gli occhi. Sapeva che lei lo stava osservando, attenta al più piccolo segnale del suo corpo.

Era una professionista, si vedeva, ci sapeva fare. Ma c’era dell’altro. Quella ragazza univa in sé giovinezza, bellezza e la delicata, autorevole presenza di una madre. Era seria e sensuale. La sua pelle non aveva una ruga, ma le sue mani lo accoglievano e lo guidavano come un bambino in fasce. E Robert non desiderava altro che lei si prendesse cura di lui.

Le sorrise. Immaginò gli occhi ridenti di lei. Come aveva detto che si chiamava?, si chiese. Lisa, Linda?… Cercò di non mugolare mentre le dita della ragazza gli massaggiavano il collo. Distese ulteriormente i muscoli, affidandosi alla decisa delicatezza delle sue dita.

Lucy, Lauryn?… Riaprì un momento gli occhi e incrociò quelli di lei, neri e luminosi. La carnagione, i capelli crespi raccolti ordinatamente in uno chignon: poteva essere una mulatta.

Leila, Laura?…

Con voce suadente la donna gli ordinò di alzarsi e gli mise in mano un asciugamano. Indossava un abitino grigio che le copriva appena le natiche. Ha buon gusto, rifletté Robert, ed è incredibilmente sexy. Non vedeva l’ora di sollevarle il vestito e svelare la consistenza delle sue cosce ambrate. Non si era ancora fatta toccare. Comandava lei il gioco. Aveva stile, era sexy e sicura di sé, sapeva come farti star bene e come tenerti al tuo posto.

Lo fece sedere sulla poltrona in fondo alla stanza. Robert l’aveva notata subito: enorme, di pelle nera, lo schienale alto, reclinabile. Sulla parete di fronte c’era uno specchio senza cornice che staccava col resto dell’arredamento in stile art déco, un po’ sopra le righe al gusto di Robert.

La donna mise le mani sulle sue spalle. Le vedeva solo la testa. Forse si era tolta il vestito, da seduto non poteva saperlo. Indossava un maschera, ma i suoi occhi nello specchio luccicavano più che mai.

Si chinò lentamente su di lui, mentre le sue mani esperte armeggiavano con un laccio. Robert chiuse di nuovo gli occhi abbandonando le braccia sulla poltrona. Lei avvicinò il volto alla sua guancia, Robert udì il suo respiro attraverso la maschera. Non aveva mai provato nulla di più eccitante, per poco non emise un gemito.

Luann, Lucile?… Ma che importanza aveva come si chiamava? Lei era tutte le donne del mondo, l’unica donna sulla faccia della terra.

– Allora, come li tagliamo?… – Gli chiese, guardandolo nello specchio.

[P.B., 2/8/2020]