Cala Luna

Cala Luna

“Fu in quel momento che mi esplose il cuore;
lo sbancava con grosse mine in fori verticali
caricandone gli ampli blocchi
sui bilichi dei miei bisogni;       e mi vinceva”

Diversamente dai pochi altri, eravamo arrivati dalla via della terra attraverso la macchia ed i graniti; un sentiero si snodava tra dirupi, in alto, sopra il mare. Riprendemmo fiato sotto vecchi lecci che scandivano la luce estiva e le distanze.

A mezzogiorno la cala ci apparve dall’alto in tutta la sua bellezza. Il Luna dai monti si gettava per una valle nel Tirreno; prima della duna formava uno stagno quasi ricoperto da un canneto; oltre, verso la costa, alcuni oleandri cedevano spazi alla rena bianca in discesa fino al mare.

Prima di scendere, sotto l’ultimo elce in un gerbido sotto costa, ammirammo a lungo l’ansa bevendo l’acqua risparmiata; ora sentivo i suoi passi attenti sui sassi dietro il mio discendere lento: presagivo il piacere di immergermi nel mare.

Il pomeriggio trascorse come tanti tra acqua, luce e sabbia; però prima di sera, i pochi visitatori salirono su di un battello per tornare alle villeggiature; fummo soli, finalmente.

Il sole tramontava dietro i monti selvaggi senza strade. Noi giocavamo con una penna su di un foglio a comporre versi strambi da assemblare; sentivamo il sale tenderci la pelle.

Montammo la tenda che avevamo non lontano dagli oleandri e aspettammo in silenzio la mite sera orientale che non conosce decadenze; la luna non sarebbe tardata ad arrivare.

Scendemmo la duna verso l’interno, attraversammo il canneto risalendo il torrente fino a un guado e raggiungemmo una casa che era ovile ed osteria, unica costruzione di quel luogo. Cenammo semplicemente; ringraziammo; non v’erano parole tra i nostri silenzi, vivevamo un’intesa di gesti nel tempo di quel luogo: fu in quel momento che mi esplose il cuore.

Tornando dal cenare la luna illuminava il Luna ed il suo canto; lei lo attraversava in fretta impaziente di giungere sulla rena. Incantato la seguivo per il canneto. Arrivata agli oleandri si tolse gli abiti in una corsa e, nuda, nel chiarore bianco sulla duna, si volse per cercarmi. Stupito ed esaltato mi fermai estraniato; correva e mi cercava. La guardavo mentre leggera e veloce scendeva giù per il chiaro della rena, verso il mare.

Tutto quello che accadeva intorno e dentro me, era anche altro: partecipavo di una forza primitiva che si affermava tramite ciò che percepivo. La guardavo nel plenilunio mentre lieve si lasciava andare giù per la duna verso la battigia, il suo corpo chiaro sul bianco della sabbia, ero senza fiato.

Una potenza altra s’impadroniva del mio corpo e si esprimeva in ciò che mi animava.

Poi di colpo mi tolsi gli abiti e, senza aver compreso, mi buttai giù da quel pendio soffice per ritrovare colei che conoscevo.

[A. De Martino, 2008 – Immagine di copertina: web]

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Fin qui tutto bene

Fin qui tutto bene

Con la preziosa partecipazione de lapoetessarossa.

“Quanto è durato il tuo matrimonio?”, chiede lei.
“Tre anni e mezzo. Ma era finito poco dopo il primo”, risponde lui.
“Il mio primo tradimento…”, aggiunge distogliendo lo sguardo. E’ così facile parlare con gli sconosciuti, pensa.
“Il mio primo tradimento”, ripete lei, ironica. “Li hai contati?”
“Ci deve pur essere una prima volta, non credi?
E tu? Quanto è durato il tuo matrimonio?”, chiede.
“Tre anni, anche per me. Ma abbiamo convissuto quasi per sei. Perciò posso dire che il mio matrimonio è finito ancora prima di cominciare. E non è una frase fatta”.
“Da sposata l’ho tradito a settembre…”, aggiunge dopo aver succhiato il cucchiaino.
“La prima volta non me la ricordo”.
“Dai, la prima volta non si scorda mai!”, fa lui con un certo imbarazzo.
“Non mi sto vendendo bene, vero?”, dice.
Un’ombra le attraversa il volto. Forse sta esagerando, pensa.
Lo sguardo di lui si perde fra le guglie del Duomo.
Qualcosa di simile al piacere che prova solo spogliandosi per un uomo la spinge a continuare. “Hai mai visto l’Odio? Il film…”, chiede.
Lui fa cenno di no, anche se quel titolo affonda come una lama nella sua memoria.
“E’ la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: Fin qui, tutto bene. Fin qui, tutto bene. Fin qui, tutto bene… Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio“.
Lui quella scena l’ha vista, molte volte. Ma fa finta di niente, la guarda, attende il resto.

“Era estate”, riprende lei carezzando il manico della tazzina.
“Certi fine settimana, anche se vivevamo già insieme, lui tornava dai suoi in Veneto. Odiavo quei luoghi e potevo ancora permettermi il lusso di non accompagnarlo. La prima volta che ci sono andata sono stata male tutta notte. Il corpo non mente mai…”.
Guarda dentro il bar, come se cercasse di mettere a fuoco una scritta, qualcosa.
Era un collega del mio ex. Era di Genova, ma lavorava a Milano. Ci sentivamo ogni tanto.
L’ho accompagnato al treno una volta, era un venerdì sera e ci siamo visti per un aperitivo, sua moglie era in vacanza col bambino.
Abbiamo parlato tutta sera, ma dovrei dire tutta la notte… Mi ha riaccompagnata a casa che era già chiaro. Avevo lasciato l’auto sotto casa sua con il contrassegno dei residenti, ricordo questo particolare. Sono tornata in treno il pomeriggio del giorno dopo a riprenderla…”
Fa una pausa, solleva lo sguardo incrociando gli occhi di lui, che non l’hanno lasciata un momento.
“Fin qui tutto bene”, dice.
Lui ha un brivido. Conosce bene quella sensazione, non la prova da tanto tempo, troppo.
Adesso Irene gli sembra diversa. Quando l’ha vista, all’uscita della metro, con quel suo pastrano colorato e le scarpe da ginnastica, non molto alta, dall’aria insicura, di primo acchito le era parsa una tipa modesta, una di quelle che vuole apparire alternativa a tutti i costi, che tengono sempre un libro o due nella loro borsa di tela consumata e indossano vestiti di qualche taglia in più, fuori moda, e quegli assurdi berretti di lana.
Un altro granchio, ha pensato. Per questa qui rimango Marco e le lascio un numero sbagliato.
Ora gli sembra incredibilmente sexy. In tutto quello che fa, in quello che dice. La sua voce. Forse è stata quella la svolta. Una voce da ragazzina un po’ saputella e irriverente in un corpo che non le appartiene. E’ la sua anima nascosta. E più la ascolta raccontare, più la trova sensuale, invitante. Come il modo in cui inumidisce le labbra, o l’intelligenza provocante che ha nello sguardo, di quelli che sanno tutto di te senza che tu dica niente.
Irene, pensa, chissà come si chiama veramente.

“Anche a te è andata bene, almeno per un po?”, chiede lei scrutandolo.
“Cosa, il matrimonio o la relazione extra-coniugale?”, prende tempo.
“La seconda. Della prima non mi interessa un gran che…”.
“E’ stato romantico”, fa lui, chiedendosi come gli sia venuto in mente quell’aggettivo.
“Romantico…”, fa eco lei.
“Sì, dai, eravamo giovani… E’ stato divertente”, ridacchia, non sa ancora se ha voglia di raccontare la verità.
“Avevo trent’anni e lei venti”, aggiunge. “Ci eravamo conosciuti in piscina, per poi scoprire che lavoravamo nello stesso palazzo, lei al quarto, io al sesto piano”.
“Quanti piani aveva il palazzo?”
“Non arrivava a cinquanta. E comunque, se ci tieni a saperlo, non mi sono mai buttato…”
Ridono tutti e due.
Marco si accende un’altra sigaretta. Un cameriere esce in grembiule e maniche di camicia, con gesti sbrigativi ed esperti accende il fungo accanto al loro tavolino. La piazza brilla di luce artificiale.
“Dopo un po’ che ci incrociavamo senza compiere il passo, lei mi ha fatto trovare un biglietto”.
“Romantico…”, lo prende in giro Irene, poggiando i gomiti sul tavolo e il mento sui palmi all’insù.
“Vuoi qualcos’altro, una cioccolata?”, le chiede Marco.
Lei fa no con la testa.
“Hai freddo, vuoi entrare?”
“Vai avanti, timidone”, forse non è scemo come sembra, pensa. E poi, quella luce negli occhi…
“Un biglietto… Che cosa ti aveva scritto?”
“Non era soltanto un biglietto, c’era un cioccolatino Lindt”.
“Mm-mm…”
“Sul biglietto aveva scritto un saluto tipo buon rientro, qualcosa del genere. Pur sapendo il mio nome, mi aveva chiamato Pericolo. Mi rimase impresso…”
Irene lo fissa con tenerezza.
“L’aveva appiccicato sullo specchietto sinistro della macchina. Era buio quando sono uscito dall’ufficio e me ne sono accorto solo in tangenziale, a momenti faccio un incidente!…”
“Allora sei veramente pericoloso! Aveva visto bene”, lo punzecchia lei.
“Dopo qualche tempo l’ho invitata ad uscire. La prima volta andammo fuori città, in campagna, sul fiume. Avevo una paura fottuta di incrociare qualcuno di noto”, Marco sorride scuotendo la testa.
“E’ normale”, fa lei, anche se non ricorda di aver mai fatto un pensiero simile.
“E poi?”

“E poi per un po’ non successe niente, niente di niente. Ero un uomo sposato di dieci anni più grande. Lei era una ragazzina, ma per quanto attraente, riuscii a restare al mio posto”.
“Finché un giorno…”
“Finché un giorno… Non so perché accadde… Ero dai miei, non vedevo mia moglie da giorni, all’epoca lavorava a Reggio Emilia e stava fuori tutta settimana. Forse avevamo litigato, o forse mi sentivo solo, fatto sta che la chiamai e ci trovammo in un parcheggio che era quasi mezzanotte.
Riconobbe la mia auto e salì. Pioveva, era aprile.
La subissai di parole e parole, finché mi implorò di baciarla.
Non fu una preghiera, fu una pretesa. Ricordo perfettamente, mise le mani sulle ginocchia, strinse i pugni e disse: voglio un bacio.
La baciai… E, niente… Mi riportò in vita”.
Agli occhi di Irene tutto cambia colore. Rivede la scena come in un vecchio film in bianco e nero. Anche i capelli dell’uomo che ha di fronte non sono più castano chiari, il colletto della sua camicia non fa più a pugni con quello della giacca di velluto, che lo invecchia un po’, e la smodata quantità di acqua di colonia che si dev’essere rovesciata addosso prima di uscire ha assunto un sinuoso aroma di sandalo e cuoio.
C’è qualcosa in lui, un che di familiare, che le fa chiedere di sapere di più.

“Una volta arrivata alla macchina l’ho chiamato per chiedergli cosa fare del contrassegno”, dice.
“Lavorava, mi ha chiesto se potevo aspettare che finisse il turno, che se mi andava potevamo cenare insieme. Mi andava, eccome se mi andava. La sera prima non era successo niente, ma lui era stato sicuramente il mio primo pensiero della mattina, e il secondo, il terzo, tanto che non avevo mi ero dimenticata di chiamare mio marito.
Mentre lo aspettavo ho fatto un giro in centro. Non è che fossi uscita di casa con l’idea di rimanere fuori, così mi sono comperata due cose nuove e sono andata ai bagni della rinascente a cambiarmi”.
Sfila la sigaretta dall’indice e medio di Marco e tira una boccata voluttuosa che le toglie il respiro. Tossisce rumorosamente scusandosi ripetutamente. “E’ una vita che non fumo… Mamma mia, non sono più abituata”.
“Non so cosa mi avesse preso”, riprende a raccontare. “O forse lo sapevo, visto che avevo comperato della biancheria intima. Niente di sfacciato, non pensare, una cosa carina.
Sono andata a casa sua, ho citofonato e sono salita…
Quando ha aperto la porta era in accappatoio, appena uscito dalla doccia. Sono entrata in casa, non sapevo dove guardare, ero imbarazzatissima, ho pensato: che cazzo sto facendo?
Mi ha portato in soggiorno ed è andato a vestirsi, quando l’ho visto vestito mi sono rilassata. Siamo andati a mangiare una pizza dall’altra parte di Milano e abbiamo continuato a parlare come la sera precedente. Siamo stati gli ultimi a uscire dalla pizzeria, c’erano già le sedie sui tavoli, sono venuti a dirci che dovevano chiudere.
Siamo saliti in auto, al primo semaforo rosso mi ha baciata fino a quando non ci hanno suonato.
Ha fatto così a tutti i semafori, fino a casa sua. Ridevamo come due scemi.
Mi ha detto: adesso facciamo il giro della città e ti bacio a tutti i semafori.
Siamo saliti a casa sua, ha chiuso la porta, mi ha preso per mano e ha detto: andiamo in camera.
Ricordo che l’ho fermato e gli ho detto: in camera no.
Allora siamo andati in sala, prima sul divano, poi sul tappetto.
Quando ha visto il completino nuovo mi ha detto: sei una birichina…”

Blu turchino, pensa Marco. L’intimo che indossava quando la spogliò la prima volta, a casa sua. Il giorno prima aveva accompagnato sua moglie all’aeroporto, partiva per una settimana di mare con una collega dell’università. Una vacanza premio al termine di una lunga ricerca di laboratorio. Marco aveva pensato a tutto. Cenetta in casa, a lume di candela, con la musica giusta…
Ricorda ancora la sua pelle. Aveva un tatuaggio in fondo alla schiena, uno di quei disegni tribali, non vistoso, elegante. L’aveva notato una volta che si era chinata a raccogliere qualcosa con i jeans a vita bassa.
Questo però non lo racconta, ha paura di apparire il solito maschio insensibile e materiale.
“La prima volta che venne a casa mia”, dice, “non poté fermarsi a dormire per via di suo padre. L’accompagnai alla macchina e mi addormentai appena toccato il letto. Non sentii l’sms con cui mi avvisava di essere arrivata, né le due chiamate di mia moglie dall’Egitto.
Tornò il mattino dopo. Era domenica, facemmo colazione sul balcone. Aveva portato dell’olio e mi massaggiò i piedi, poi tornammo in camera da letto, piena di luce… Il suo corpo mi pareva diverso, continuavo a carezzarlo senza decidermi a entrare dentro di lei…”.
Marco solleva lo sguardo. Gli occhi di Irene lo accolgono in un abbraccio liquido che lo solleva portandolo non sa dove, ma al sicuro.

“Ci siamo frequentati per un po’”, dice lei.
“Se aveva libero il pomeriggio, provavamo a incontrarci. Mi prendevo un paio d’ore di permesso e ci vedevamo da qualche parte. Lo facevamo in macchina e ridevamo sempre un sacco. Era simpatico, brillante. In casa aveva non so quanti libri. Lavorava per la polizia giudiziaria, aveva i suoi casini lavorativi e io comunque avevo dei margini d’azione molto più ristretti dei suoi. Anche quando non ci siamo più visti abbiamo continuato a sentirci di tanto in tanto, mi tirava su di morale”.
Ruba l’ultima boccata e spegne la cicca spalmandola sul fondo di vetro del posacenere.
“Credo faccia ancora lo stesso lavoro, se google non mente…”, dice pensierosa.
“Sai una cosa? Quella volta, la prima, sono atterrata bene. Sono atterrata sul morbido. Mi sono divertita. Non c’era tormento. Era un gioco. Era bello. Stavamo bene. Andava tutto bene, a entrambi”.
“Il mio atterraggio fu un po’ più traumatico”, dice Marco ridendo. “Fu addirittura ridicolo”.
“Quella domenica, sarà stato più o meno l’ora di pranzo, eravamo ancora stesi sul letto, quando sento un tramestio in ingresso. Non me ne rendo conto subito, ma il rumore in fondo al corridoio non smette, anzi si fa più insistente.
Mi alzo e in punta di piedi mi avvicino alla porta. Lei fa altrettanto e ci ritroviamo entrambi nudi a fissare le chiavi oscillare nella serratura.
A quel punto sento delle voci, che riconosco subito. Sono quelle di miei. La chiave non gira, dicono, ci son dentro le altre. Dev’essere in casa, suoniamo?
Mi volto e incrocio lo sguardo terrorizzato di lei. Porto un indice alle labbra e le faccio segno di allontanarsi in silenzio. Torniamo in camera, metto mutande e maglietta e penso al da farsi.
Suona il campanello. Mi pare di sentire la voce roca di mia madre che dice: Marco, ci sei?
Le dico di chiudersi in bagno, che vado ad aprire e li liquido, mi invento qualcosa…”
Marco si interrompe bruscamente. “Una birra?”
“Bevo un sorso della tua”, dice Irene. “Continua, com’è andata a finire?”
“Bel nome Irene”, fa lui.
“Vai avanti, non divagare!”
“Mia madre non è un tipo facile, diciamo. Non ci fai nemmeno entrare?, dice. Almeno offrici un caffè… Che stavi facendo?… E in men che non si dica son seduti in soggiorno, mentre io mi domando cosa stia facendo la ragazza in mutandine e reggiseno chiusa nel mio bagno.
Faccio il caffè, sono lunghi interminabili minuti. Dico che non sto bene, che devo tornare a letto, ma niente, anzi mia madre si offre di riordinare la casa, di cucinare per me. Sembra trovare ogni scusa per fare una ricognizione e capire in quali condizioni viva suo figlio.
Inutile dire che mi trovo davanti alla porta del bagno abbozzando una scusa affinché non la apra. Tutto inutile. Infila il braccio, abbassa la maniglia, la spalanca. Chiudo gli occhi, non ho il coraggio di voltarmi.
E c’era bisogno di fare tante scene? esclama.
Mi volto. Lei non c’è.
Guardo nella vasca da bagno. Non c’è.
Guardo mia madre. Sorrido come un deficiente.
Fammi sentire la fronte, fa lei, devi avere la febbre.
Con molta fatica la risospingo in salotto, dove mio padre sta fumando placidamente guardando la tv.
Mentre mia madre lava i piatti della sera precedente – mi domando ancora come mai non abbia detto niente trovando il doppio di ogni cosa -, io faccio capolino in camera da letto.
Le non c’è”.
Irene alza un dito.
“Primo piano”, fa lui. “Ma non si è buttata. Era nascosta sotto al letto. Mi inginocchio, la vedo. Meglio, vedo due occhi di gatto terrorizzati, inferociti.
Rido. Rido, sì, istericamente. Sottovoce le dico di stare tranquilla, che se ne stanno andando. Li accompagnerò in quel negozio di mobili, come avevo promesso – me n’ero completamente dimenticato.
Farò finta di chiudere la porta. Quando non senti più nulla, scappa…
Ridono entrambi, a lungo.
Irene vorrebbe accarezzargli il viso, ma si trattiene.
“Continuavo a ridere, sai? Anche dopo, al negozio. Mia madre mi chiedeva consiglio e io ridevo come uno scemo”.

“Che dici, ce ne andiamo? S’è fatto buio e fa un po’ freddo…”.
“C’è pure un po’ di nebbia”.
Attraversano la piazza in silenzio.
“E’ stato bello”, dice Irene.
“Anche per me, è stato bello conoscerti”, dice Marco.
La accompagna fino all’ingresso della metro.
“Allora… Ci sentiamo?”, chiede. “Ti lascio il mio numero…”
Lei scende qualche scalino, poi si volta sorridendo.
“Fin qui tutto bene”.

Immagine di copertina – web

 

La Maschera

Ringraziando per la gentile attenzione accodatami da Caterina di Biblioprecaria, ri-pubblico un mio brevissimo (titolato anche “Supplicium”).
Paolo Beretta

Biblioprecaria

Piazza Galvani.jpg

1. Sono tutti in fila, seduti sulle panchine. L’istitutrice, in piedi di fronte a loro, continua a parlare. Non uno che ascolti. Aspettano solo il cambio nel tono della sua voce, il segnale per gettarsi in cortile. Tutti tranne loro, che la fissano in continuazione. Il Santo è dietro di lei, devono fare attenzione. Il che rende il loro gioco ancora più divertente. Ogni volta che suor Letizia distoglie lo sguardo, scocca una freccia. Ora tu, poi io. Vengono trafitti a turno. Prima a una gamba, poi a un braccio, per ultimo alla pancia e al petto. A quel punto alzano la maglietta e ci infilano una mano contorcendosi nello spasmo. Nel farlo si guardano ridendo. E’ piacevole essere colpiti. Ancor di più l’attimo che precede, quando la freccia arriva e tu sai che non mancherà il bersaglio. E’ struggente sapere di non avere scampo. Né tu, né l’amico che…

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Amarone

Amarone

Al mio caro amico W.

1.

Sono andati via tutti. Da un po’.
W. gira a vuoto per casa con un bicchiere in mano e una sigaretta incollata alle labbra. Va avanti e indietro dalla sala alla camera da letto come in cerca di qualcosa, poi esce sul balcone. Accende la sigaretta e inspira una boccata vorace. Poi un’altra, più calma. Ancora una, che gusta lentamente.
Adesso va meglio. Si sta bene fuori, non fa nemmeno freddo.
La notte è una mamma dal ventre enorme, pensa.

Dentro la musica finisce. W. torna in casa e fa ripartire lo stesso disco, sarà la quarta volta. Si rolla un’altra sigaretta canticchiando a bocca chiusa e torna sul balcone.
Si sta proprio bene all’aria aperta, ripete rilassandosi. Ha la sensazione che la serata in compagnia dei suoi amici sia stata solo un pretesto, un lungo preambolo a questo momento di riconciliazione nella quiete della notte.
E come ogni notte, puntuale alla stessa ora, un vento freddo comincia a soffiare dal fondo valle agitando le fronde degli alberi. W. prende posto in quell’abbraccio, stringe un poco le spalle e i lembi del colletto della camicia, senza abbottonarla. Espira piano una boccata di fumo che scompare nel buio.

La vita non è poi così male, pensa. In fondo, è stato fortunato.
Guardati, dice, non ti manca nulla. Sei padrone di te stesso e della tua vita, lo sei sempre stato. E dire che solo un paio di giorni fa credevi di aver toccato il fondo.
Accenna una piroetta sul ritornello di The Passenger e gli vien voglia di ascoltare Lou Reed. Torna in casa a cercare un disco, che trova dopo un po’, sopra uno scaffale. Lo mette sul piatto, alza il volume. La musica di Vicious invade chiassosamente la casa.
Non ha paura di disturbare, sono lui e la notte adesso, e qualche luce che brilla in lontananza, oltre le colline. Nient’altro, nemmeno il ragliare di un asino in calore o lo scampanio notturno di un ruminante. Dormono tutti, oppure stanno tutti lì ad ascoltare.
“Uh-uh-uuuh!!”, ulula soddisfatto svuotando il bicchiere di vino, mentre il vento sembra allontanare ancora di più l’eco luminosa della città all’orizzonte.

Il fruscio delle foglie riempie le pause fra una canzone e l’altra. Sembra che la natura intorno partecipi alla sua festa. W. ama i suoi alberi, si prende cura di loro come fratelli. Come dei frutti dell’orto, che accudisce e nutre ogni giorno come desideri.
Carezza l’un l’altra le proprie mani: sono belle, irruvidite dalla terra, dalla legna. Sentire le cose attraverso la pelle ispessita dai calli è qualcosa di meraviglioso.
Si versa l’ultimo bicchiere di Amarone e allinea la bottiglia vuota alle altre. E’ buono, una bella annata, i suoi amici sono stati generosi, sanno che è uno dei suoi vini preferiti. Alza il calice in loro onore. E il volume dello stereo. Adesso è il turno dei Queen.

Si rolla una canna. A. gli ha lasciato un po’ della sua erba, lui se n’è procurato un sacchetto intero. W. non è riuscito a dirgli di no, si sarebbe offeso. E’ una vita che non si fa uno spinello. E’ buffo questo ritorno agli antichi riti. Nostalgico e buffo.
Il fumo, però, gli ha sempre fatto lo strano effetto di eccitarlo. Sicché si trova a saltellare euforico fuori e dentro casa, girando come una trottola con il bicchiere di vino ancora semi pieno.
Da quel momento il tempo si ferma, o forse torna indietro cancellando tutto, come una spugna col gesso della lavagna. Perché di quello che è accaduto, prima e dopo, W. ricorderà gran poco, quasi nulla.

Potrebbe essere andato avanti a ballare per ore, dando voce al suo repertorio in vinile.
Potrebbe esser sceso in giardino a dar da mangiare ai gatti o innaffiare le rose, oppure aver preso la macchina ed essersi messo in viaggio senza una meta. Gli è già capitato, una volta si è ritrovato fermo in autostrada all’altezza di Parma, in piena notte, senza sapere dove stesse andando.
O quella notte che all’improvviso si è sentito soffocare. Stava male, stava male davvero, gli mancava l’aria. Allora si è spogliato e ha spalancato tutte le finestre. Ed è uscito a camminare così, nudo, nel bosco.
Tutto è possibile. Tutto lo è stato. Tutto lo sarà.

Crolla sul letto stremato. Mentre affonda la faccia nel terriccio umido del piumino, ha la sensazione che la musica penetri in lui attraverso i pori della pelle, permeandolo. E con lui tutta la casa, la riempie pian piano fino a tracimare fuori, riversandosi in giardino e poi giù a valle, per lo sterrato. E’ un’onda liquida e cheta, un inno pacato e inarrestabile, un urlo sordo di libertà, rivolto al mondo intero.

W. giace dov’è, privo di sensi, cullato dalle corde vocali di Leonard Cohen. Nulla può turbare il sonno macigno che gli rallenta il respiro. Sorride un’ultima volta. Il pensiero al suo impianto stereo, assemblato raccogliendo pezzi ai mercatini dell’usato: elettrovalvole, connettori, roba d’antiquariato che non si trova più. Un po’ di soldi, non troppi e spesi bene, ripete spesso. Anche stavolta.

2.

“Signor W., esattamente lei cosa ricorda di ieri sera?”, domanda di nuovo il brigadiere.
W. lo fissa senza rispondere. Vorrebbe farlo, ma non ci riesce.
Vorrebbe dire la verità, ma a questo punto non sa più quale sia la verità.
“Allora?”
Le pause in quella conversazione sono diventate imbarazzanti.
“Cosa ricordo….”, ripete W. massaggiandosi le tempie.
“Faccio un po’ fatica…. Sa, abbiamo bevuto un po’…”
“Abbiamo?”
“Sì, abbiamo bevuto qualche bottiglia di vino”.
“Qualche bottiglia di vino…”, fa eco il sottufficiale.
“Quale vino?” chiede sollevando una mano.
W. lo fissa allibito.
“E’ così importante?”
“Risponda alla domanda, signor W. Che vino ha bevuto?”
“Amarone”, risponde W.
“Amarone, bene”, fa il brigadiere, un po’ più rilassato, incrociando le dita davanti alla bocca. Alla sua destra una macchina da scrivere riprende disciplinatamente a ticchettare.
“Lei e chi?”
W. lo fissa con aria contrariata.
Quello rimane immobile, non muove neppure un sopracciglio.
W. è colto da una fitta di sconforto.

“Ricordo solo qualche frammento…”, riprende W. masticando a fatica le proprie parole.
Prova a immaginare la compagnia di amici seduti a tavola, le discussioni, i passaggi a vuoto, le risate, l’allentarsi dei freni inibitori, lo scivolare graduale nello stato di allegra incoscienza in cui si è ritrovato questa mattina.
Non ricorda nulla di ciò che è accaduto dopo che i suoi amici sono andati via; cosa ha fatto, a che ora è andato a dormire; se prima di coricarsi si è messo al computer, oppure è sceso nel seminterrato, nel suo piccolo laboratorio di falegnameria, se è andato avanti a lavorare alla lanterna di legno…
Niente di niente, buio totale.
“Non ricordo, mi scusi…”, sussurra.
“Signor W., lei così non ci aiuta a trovare la sua compagna”, dice il gendarme con disappunto.
W. lo fissa preoccupato. Sono passate più di ventiquattro ore dall’ultima volta che l’ha vista. Doveva rientrare ieri sera, sul tardi. Dopo il lavoro andava direttamente al cinema con le amiche, doveva rientrare verso mezzanotte, magari in tempo per salutare i suoi amici. Ma lui non l’ha più vista. Stamattina, quando si è svegliato, vestito sul letto, lei non c’era.
Per questo si trova qui.
Anche se invece di trovare aiuto gli sembra di essere sotto processo.

“Cosa mi dice di quel messaggio?”, chiede il brigadiere con l’aria di volergli dare un aiutino.
“Quale messaggio?”, chiede W.
“Non se lo ricorda…”
“No…”
“In giardino”, sospira il brigadiere, “più precisamente nell’orto, abbiamo trovato il suo cellulare. Era acceso e sul display c’era la bozza di un messaggio. Vediamo… Grazie, mi sono proprio divertito“.
Fa una pausa fissandolo a lungo, attentamente.
“A chi voleva inviarlo?”
W. sorride imbarazzato. Ecco dov’era il suo cellulare… Davvero non ha memoria di quel tentato sms, tanto meno di come il suo cellulare sia finito nell’orto. Anche se un’idea, conoscendosi, ce l’avrebbe anche…
“Beh, presumo stessi scrivendo ai miei amici…”, dice aggrappandosi a quanto gli hanno appena raccontato.
Agli amici oggi direbbe: Grazie. Non ricordo cosa ho detto, se ho offeso qualcuno, spero di no, perché per me è proprio stata una bella serata…
Ma a quanto pare è costretto a ricostruire le ultime ore della sua esistenza dagli indizi che si è lasciato alle spalle.

“Quindi siete stati a casa mia”, aggiunge.
Casa di W. non ha le porte, quelle interne, né gli scuri alle finestre. Il cancello è sempre aperto. Non è un problema se si trova un paio di testimoni di Geova sulla soglia. Gli ha offerto il caffè più di una volta a quelli. Quando se ne vanno è certo che non l’abbiano convinto, non del contrario. Tornate quando volete, è un piacere far due chiacchiere con voi.
Su una parete della cucina, vicino alla stufa, c’è la foto di una madonna di non sa più quale santuario, un regalo di sua madre. Ogni volta che la guarda, gli tornano in mente quei due incravattati vestiti di grigio, chissà perché si presentano sempre in coppia. Un po’ gli mancano quelle chiacchierate…

Ma questo era prima di conoscere S., la sua compagna.
Prima dell’analisi, degli psicofarmaci.
Ma anche questa è acqua passata.
Ora sta bene. Ha appreso l’arte dell’autocritica, dell’accettazione di sé, l’abitudine a confessarsi in pubblico. Sta in piedi sulle sue gambe, se la cava da solo. Di tanto in tanto si affida a qualche cura omeopatica e al solido sostegno della propria compagna.
Che W. stia bene così e non abbia bisogno dell’aiuto di nessuno lo conferma il fatto che gli amici non si preoccupano affatto dei suoi problemi. Salute, ansia, lavoro. Per non parlare dell’eterna diatriba sull’opportunità di avere dei figli che da anni tiene lui e S. chiusi in un vicolo cieco…

“Sì, siamo stati a casa sua, signor W., e ci sono alcune cose che ci deve chiarire”, lo richiama la voce del sottoufficiale.
Ora il suo sguardo è risoluto, severo.
“Ha lavorato nell’orto negli ultimi giorni?”
“Dove credete che sia?”, chiede W. con un’ombra di disperazione nella voce.
Ma forse è paura. La stessa che ha provato stamattina, davanti alla spia accesa della lavatrice. Perché non ricordava quando, ieri notte, avesse deciso di fare il bucato. Ed è stato ancora più sorpreso quando, svuotando il cestello, sono caduti a terra frammenti di ceramica e vetro, e ha visto la tovaglia piena di macchie di vino.
Sembravano sangue.

“Immagine di copertina” – web

 

L’aquila

Tornasti in un sogno.
Ma non tu, un’idea di te, con un odore e un sapore precisi.

L’aquila dell’ispirazione stanotte ha ripreso a librarsi nei cieli elevati degli altipiani del mio cuore. Tutti i contenuti, grandi e piccini, si sono rintanati ancora all’eco dell’atavico richiamo dei pastori i quali, radunando le greggi per rientrare celeri negli ovili, gridavano – In cielo! In cielo! – e il tempo fu silenzio.

Dopo essersi alzata sopra la valle in giri muti e senza tempo, d’improvviso l’aquila ha raccolto le ali e si è buttata in picchiata; desiderava prendere, possedere, fagocitare; era in preda ad un delirio lucido di vita e morte mentre fissava la preda ingrandirsi a terra sotto il suo cadente volo mortifero e regale.

Continuava a puntare, dentro il sibilo di quella rotta, l’animale scuro che si allargava al suolo; la smania del sangue sul rostro era più forte di dubbi o di pensieri, era consapevolmente ubriaca, vedeva con occhi perfetti che non parlavano col tempo, le passate stagioni, le cacce, gli agguati, ma solo col vuoto del ventre e col desiderio d’essere di nuovo Dio nell’atto del possesso.

All’ultimo dispiegò le ali tendendo ogni muscolo per attutire lo schianto sulla preda e, con un magistrale colpo di reni, avanzando le zampe artigliate all’altezza del becco, ghermì la polvere dell’erbaio disseccato non lontano dal villaggio.

In cuor loro, seppur sollevati per le greggi e le figliolanze, i pastori, i contadini e tutti gli animali ebbero un sussulto di sconforto nel vedere il volo dominatore della vita discendere dal cielo per lottare con la propria ombra, senza poterla riconoscere, né accettare.

[A. De Martino, 2008]

Piccole cose

“Durante il giorno era uscito il sole e la neve si era sciolta in acqua sporca. Ora scorreva in rivoletti sulla finestrella ad altezza spalla che dava sul retro. In strada le macchine passavano frusciando nella poltiglia. Si stava facendo sempre più buio, sia dentro che fuori.
Lui era in camera da letto e cacciava dei vestiti in valigia quando lei apparve sulla soglia.
Sono proprio contenta che te ne vai! Sono proprio contenta!, disse. Mi senti?
Lui continuò a mettere le sue cose in valigia.
Brutto figlio di puttana! Sono proprio contenta che te ne vai! Scoppiò a piangere. Non hai nemmeno il coraggio di guardarmi in faccia, vero? Poi notò la foto del bambino poggiata sul letto e la prese.
Lui la guardò e lei si asciugò le lacrime e lo fissò per un po’ prima di voltarsi e di tornare in soggiorno.
Riportala qua, disse lui.
Pigliati la tua roba e levati di torno, disse lei.
Lui non rispose. Chiuse la valigia, si mise la giacca, si guardò intorno in camera da letto prima di spegnere la luce. Poi andò in soggiorno. Lei era in piedi sulla soglia della piccola cucina, con il bambino in braccio.
Voglio il bambino, disse lui.
Ma sei matto?
No, ma voglio il bambino. Farò venire qualcuno a prendere le sue cose.
Tu questa creatura non la tocchi.
Il bambino si mise a piangere e lei gli scostò la copertina dalla testa.
Oh-oh, disse, guardando il bambino.
Lui fece un passo verso di lei.
Per amor di Dio!, esclamò lei, arretrando nella cucina.
Voglio il bambino.
Vattene via!
Si girò e cercò di tenere il bambino riparato in un angolo dietro la stufa, mentre lui s’avvicinava.
Lui allungò le braccia oltre la stufa e afferrò il bambino.
Lascialo andare, disse.
Va’ via, va’ via, strillò lei.
Il bambino s’era fatto tutto rosso in faccia e urlava. Nella lotta fecero cadere un vaso di fiori appeso dietro la stufa.
Lui allora la chiuse contro la parete, cercando di farle mollare la presa. Teneva stretto il bambino e spingeva con tutto il peso sul braccio di lei.
Lascialo, le disse.
Smettila, disse lei. Gli fai male!
Non gli faccio male.
Dalla finestra della cucina non entrava luce. Nella penombra, con una mano cercava di allentare le dita di lei strette a pugno, mentre con l’altra stringeva il bambino urlante per un braccio, vicino alla spalla.
Lei sentiva le proprie dita aprirsi e il bambino scivolarle via. No!, gridò nel momento in cui le sfuggì la presa. L’avrebbe avuto lei, il bambino. Lo afferrò per l’altro braccetto. Riuscì a prenderlo per il polso e si tirò indietro.
Neanche lui voleva cedere. Sentì il bambino scivolargli dalle mani e tirò con molta forza.
E così la questione fu risolta.”

[R. Carver, da “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore“, 1981, Ed. Einaudi 2015, Trad. R. Duranti]

L’incrocio (4.)

[Ultima parte; torna alle precedenti]

4.

“Complimenti Di Biasi, questo è un giorno importante per il nostro studio e indubbiamente lo è anche per lei!”, un solco più profondo degli altri sul volto dell’avvocato Consonni riproduce quello che dovrebbe essere un sorriso.
A due mesi di distanza dall’incontro con gli uomini della moda Luca raccoglie i frutti del proprio lavoro. Assiduo, pressante, infaticabile, pur di raggiungere il proprio obiettivo ha lavorato a lungo senza interruzione e adesso pare sia finalmente arrivato il momento di incassare.
Parla pure, pensa, mentre l’anziano avvocato si esibisce in un breve panegirico. Sono io che gli sono stato addosso tutta estate, io che non gli ho dato tregua, che li ho corteggiati, coccolati, che li ho pure portati una settimana in barca, con le mogli per giunta. Voi non avete fatto un cazzo. Questa partita è mia, solo mia, di nessun altro.
Luca risponde alla smorfia del titolare con un ipocrita cenno di deferenza minimizzando, quasi, l’entità della propria impresa. In realtà, il pezzo di carta stretto fra le dita ossute del vecchio vale molto più di qualsiasi altro contratto prodotto negli ultimi cinque anni, lo sa bene. Quel contratto l’ha redatto lui, è opera sua, senza di lui non sarebbe mai stato scritto né firmato. Ma Luca sa che non è ancora il momento di chiedere il conto. Deve pazientare ancora un poco, verrà presto il giorno in cui sarà lui a dettare le condizioni del gioco, non manca molto.
“E ci sono altri interessanti sviluppi all’orizzonte”, continua il vecchio. “Stasera Di Biasi verrà a cena a casa mia. Ci saranno anche i soci. Festeggeremo la chiusura dell’accordo e parleremo del futuro. Ricordo con piacere il giorno in cui mise piede in questo ufficio per la prima volta: capimmo subito che lei era un cavallo di razza, un vincente. E oggi siamo più che felici di aver puntato su di lei”, conclude con una nota stridula nella voce. I due si stringono sentitamente la mano. Incredulo, Luca si chiede da dove origini la forza dell’artiglio del vecchio.
Mentre torna nel suo ufficio, i sui colleghi si mostrano immersi nelle proprie occupazioni col chiaro intento di negargli anche solo la soddisfazione di uno sguardo di curiosità. Rodetevi pure d’invidia, passacarte che non siete altro, pensa Luca sprezzante. Sa perfettamente di non aver nessuno con cui condividere quel momento di gloria, né sente in fondo l’esigenza di farlo. E’ convinto che nessuno lo stimi veramente, tanto meno i colleghi sempre pronti a screditarlo, parassiti in attesa del suo primo passo falso, occasione che lui si guarda bene dal concedergli. Ormai si è abituato al clima d’ostilità che lo circonda all’interno dello studio: cresce di pari passo con la sua stessa affermazione. Buon segno, buon segno, ripete spesso alzando le spalle.
Sulla porta del suo ufficio incontra Nadia.
“Ti ho lasciato sulla scrivania i documenti che mi avevi chiesto”, dice lei frettolosamente, oltrepassandolo. Poi si volta di scatto e aggiunge: “Soddisfatto?”
La sua voce è aspra, aggressiva, un’onda di livore trattenuta a stento.
Luca decide di non affrontarla.
“Ti sei scopato la moglie di qualcuno, prima di chiudere la trattativa?”, lo incalza Nadia. “E, dimmi, com’è andata, sei stato all’altezza?”
Luca non risponde, né si ritrae. Con una mano sulla maniglia della porta, attende la prossima stoccata fissandola con un sorriso compiaciuto. In fondo ha sempre apprezzato quel genere di sarcasmo.
“Ma che ti parlo a fare?”, sibila lei. “Tanto tu te ne freghi di quello che pensano o provano gli altri. Così come te ne freghi delle conseguenze di ciò che fai a chi ti sta accanto”.
Luca tace, si chiede se qualcuno li stia ascoltando.
“Lo sai, vero?”, gli chiede ancora Nadia. “Lo sai che resterai solo come un cane?”, poi si volta e si allontana senza attendere risposta.

Quel pomeriggio Luca torna a casa prima del solito, vuole essere fresco e riposato per la sua cena di lavoro. In sella alla moto, osserva con curiosità la città in un normale pomeriggio feriale, una quotidianità tutto sommato a lui sconosciuta. I viali alberati e l’aria di quella giornata di fine estate gli infondono il buon umore, predisponendolo al meglio. Ci sta anche una corsetta nel parco prima di uscire, si dice. Pur non essendo il giorno canonico, decide di passare da sua madre per un saluto, una specie di sorpresa. Le porterà un mazzo di fiori.
Giunto all’ultimo semaforo, scatta il rosso e si ferma. L’attimo dopo si accorge che manca qualcosa, anzi qualcuno. Il vagabondo dell’incrocio non è al solito posto, il tratto di marciapiede da lui normalmente occupato è deserto. Impossibile non notarne l’assenza: senza di lui il marciapiede, l’incrocio, persino i passanti non sembrano gli stessi.
Strano, pensa Luca, deve essersi allontanato. Si guarda intorno in cerca dell’accattone, ma non lo vede.
Non c’è, scomparso. Che abbia cambiato posto?, si chiede. Magari ne ha trovato uno più accogliente. Impossibile, si dice: quello straccione è destinato a diventare parte integrante di quel pezzo di marciapiede, starebbe lì finché campa.
E se gli fosse successo qualcosa, un incidente? Magari si è ammalato. No, riflette Luca, più probabilmente si sarà trattenuto nel posto dove passa la notte. Ma nessuna di quelle ipotesi lo convince veramente.
Poco più tardi, mentre sta correndo nel parco, quell’anomalia gli torna di nuovo in mente, frapponendosi curiosamente fra il ritmo dei suoi passi e la musica nelle cuffie. Domani mattina sarà ancora là, si dice, scacciando il pensiero con un vago senso di imbarazzo.

Il mattino seguente, però, lo straccione non è ancora tornato al suo posto. La conferma di quell’assenza è spiazzante. Tanto che la sera stessa, a cena, Luca interrompe sua madre nel bel mezzo della conversazione per chiederle di lui. “Che fine avrà fatto? Dove sarà andato a finire?”
Ma nemmeno lei è in grado di mettere a tacere la fastidiosa spia che si è accesa nella sua testa.

Il barbone non riappare nemmeno il giorno dopo, né quello dopo ancora.
Da quel momento, ogni volta che si avvicina all’incrocio Luca non fa altro che guardarsi intorno e chiedersi che fine possa avere fatto. Tornerà, tornerà sicuramente, si dice.
Non sarà mica morto?…

Quella domenica Luca si sveglia in preda a una strana agitazione e poco dopo sente un impellente bisogno di uscire di casa. Con la scusa di comprare le sigarette decide di fare due passi intorno all’isolato.
Una volta varcato il portone d’ingresso, si accorge che sta piovendo. Ma è una pioggia sottile che scende senza far rumore e decide di avviarsi lo stesso, lasciando che quelle poche gocce gli inumidiscano il volto e i capelli.
Giunto all’incrocio, si ferma proprio nel punto in cui mesi prima aveva assistito all’incontro fra il clochard e l’elegante signora. Con sua grande sorpresa s’accorge che la donna è di nuovo là, nello stesso identico punto, ferma con un ombrello aperto in mano. La scena tuttavia è monca, il vagabondo non c’è.
Quando la donna solleva lo sguardo, Luca riesce a intravedere un’espressione triste nei suoi occhi, ma ogni suo gesto appare particolarmente lento e sconsolato. Prima di incamminarsi, poi, con la mano compie un movimento meccanico all’altezza del petto. Un segno di croce, esclama Luca. E’ morto, dunque. Morto, certo, il barbone è morto. In fondo l’ha sempre saputo, ma ora ne ha la conferma: il fetido straccione è morto e non tornerà mai più al suo posto.
Luca trae un sospiro di sollievo. Ma in quello stesso istante è come se qualcosa dentro di lui si rompesse e cedesse di schianto. Non era solo, sussurra, ed è come se le parole uscissero da sole dalla sua bocca.
Rimane immobile sul marciapiede. La signora in abito grigio ha già svoltato l’angolo, ma lui non riesce ancora a muoversi, né sa da che parte andare. Vorrebbe attraversare l’incrocio, raggiungere il solito bar, ma a un tratto capisce di non avere la forza di farlo. Il semaforo da rosso diventa verde, poi di nuovo rosso. La pioggia continua a scendere leggera, avvolgendolo in quella sua umida carezza. Sottili rivoli d’acqua cominciano a solcargli il volto.
Lentamente, infine, Luca riprende a camminare. Avanza sul marciapiede, senza attraversare. Non sa dove stia andando, ma sente il bisogno di continuare a sentire quell’acqua cadere delicatamente sopra la sua testa. Non sarà mai abbastanza, pensa, vagando senza meta.

[P.B., 6/11/2017]