Chop Suey*

Si fermarono ad un ristorante sulla strada a pochi chilometri da casa. Erano passate le dieci, il viaggio di rientro era durato più del previsto. Silvia entrò a chiedere se facessero ancora da mangiare. Lucio attese in macchina, ipnotizzato dalla luce intermittente di un semaforo.

Una coppia uscì dal locale, lui disse qualcosa e lei rise rumorosamente. Lucio li seguì con lo sguardo mentre si allontanavano, illuminati dalla luce delle lanterne sopra l’ingresso, in cerca di un segno di complicità. Si domandò che età avessero, se stessero tornando a casa o fossero solo usciti a cena, magari al primo appuntamento. In quel momento Silvia riapparve sulla soglia e gli fece segno di scendere dall’auto.

Una donna sulla trentina con un bambino in braccio li accolse freddamente, indirizzandoli in un salone male illuminato pieno di tavoli vuoti, alcuni ancora da sparecchiare. Lucio ne scelse uno vicino a un grosso acquario che diffondeva una luce giallastra tutto intorno. Si sedettero e sfogliarono senza entusiasmo le pagine di un menù illustrato. Erano affamati, ma a un tratto pareva non avessero più voglia di ordinare. Fra uno sbuffo e l’altro, Silvia cercò una soluzione sulla carta, mentre con due dita si accaniva su di un riccio di capelli crespati dal sole. Lucio attese la sua prima mossa, osservando la varietà di pesci che popolavano la vasca accanto a loro.

La padrona accolse l’ordinazione con pochi cenni del capo, che muoveva a scatti, al pari del resto del corpo, come un robot. Poi scomparve dietro un tramezzo di legno istoriato da un basso rilievo. S’udì qualche parola e un rimestio in cucina. Il ristorante era sporco e buio, le tovaglie usurate. I pesci si ostinavano nel loro moto perpetuo nell’acqua intorbidita. Lucio e Silvia non avevano più niente da dirsi, si guardavano intorno senza trovare alcunché di gradevole o degno di nota, non un appiglio.

Non erano soli. Un uomo sedeva a un tavolino appartato a pochi metri da loro, nella penombra non l’avevano notato. Si accorsero di lui nel momento in cui aprì bocca rispondendo al telefono. Parlava un inglese senza intonazione, con una pronuncia pessima, cionondimeno corretto. Biascicava un poco le parole, ma non perdeva il filo della conversazione, rispondendo a tono e dando informazioni precise al proprio interlocutore.

Lucio e Silvia si concentrarono sulla telefonata. Si trattava di lavoro, macchinari in partenza per l’Africa. Lanciarono qualche occhiata all’uomo intento a fornire spiegazioni. Sulla sessantina, fronte alta, imperlata di sudore, capelli appiccicaticci tirati all’indietro. Portava un paio di occhiali a lenti grandi con una vecchia montatura di metallo. La camicia sbottonata sul petto, gesticolava e cincischiava i resti nel piatto con una bacchetta. Si comportava come se fosse solo, lo sguardo sul tavolo o dritto davanti a sé, senza curarsi della coppia seduta a pochi metri da lui. Doveva essere un viaggiatore di passaggio, un habitué, a giudicare dalla confidenza con cui si era rivolto alla locandiera.

I due mangiarono in silenzio, interrotto di tanto in tanto da una telefonata del vicino, che aveva finito di cenare da un pezzo e non dava l’idea di aver fretta di andarsene.

Nell’acquario un grosso pesce si muoveva radente il fondo. Era uno dei più grossi, forse il più grande di tutti. La linea del dorso, appena prima della coda, si spezzava piegandosi inaspettatamente all’insù. Accennava dei guizzi sfiorando la sabbia col ventre in rapidi movimenti concentrici, ritrovandosi sempre al punto di partenza. Agitava inutilmente le pinne, piegando il corpo fin dove gli era concesso, senza mai ottenere un risultato migliore di quello.

Lucio lo notò per primo e lo mostrò a Silvia. La testa, gli occhi, la bocca, che schiudeva ritmicamente, erano rivolti verso l’alto, quasi anelasse a raggiungere il pelo libero dell’acqua, ma il corpo deforme lo costringesse a rimanere inchiodato sul fondo. Pesci di taglia più piccola gli ronzavano intorno mordicchiandogli le squame lungo i fianchi, come volessero provocarne una reazione, saggiare la sua forza residua. Il gigante storpio, però, non replicava, li ignorava continuando a fissare gli strati d’acqua sopra di sé, in quella che sembrava una muta, disperata preghiera.

Silvia e Lucio osservarono incupiti quella scena, che fuori dal suo contesto assumeva i connotati di una macabra danza, l’anticipazione di un tragico epilogo.

– Non ne ha ancora per molto, – sussurrò lui.

– Nemmeno noi.

Hello! – S’udì la voce impastata del viaggiatore. – Hello! Ciao… Come stai, tutto bene?

– E’ la cosa giusta, – disse Lucio.

– Sei sicuro?

Lucio esitò.

– Hai cenato?… Bene. Cos’hai mangiato?… Bene, bene.

Evidentemente per il vicino era giunto il momento della telefonata a casa.

– Sì, sì… Anch’io, Chop Suey, – proseguì ridacchiando. – Il solito, sì…

Si esprimeva un po’ in italiano, un po’ in inglese, intervallato da qualche frase fatta in francese. Parlava fissando gli avanzi nel piatto, che nessuno si curava di portar via. Scandiva parole scontate, recitandole affettuosamente in tre lingue diverse.

Lucio e Silvia non poterono fare a meno di ascoltare. Invidiarono la sua solitudine. Si fissarono. Silvia abbassò gli occhi.

Pensò al suo monolocale, alle cose da portar via, al frigorifero vuoto, la spesa da fare. A Lucy, la gattina, che aveva affidato alla vicina di casa. All’aroma di caffè nel bar sotto casa, la mattina, prima di andare al lavoro. Ai viaggi che avrebbe voluto fare.

Lucio osservò le sue mani annodare nervosamente il tovagliolo. Guardò i suoi capelli rossi, la cosa che di lei aveva notato per prima. Si ripeté che quella non era più la donna che aveva conosciuto, era cambiata. Di contro non riusciva a ignorare l’idea di una donna al telefono, in chissà quale parte del mondo, che aspettava il proprio uomo.

Lesse il numero del tavolo, si alzò e andò a pagare.

Nell’acquario, il dorso spezzato del grande pesce non smise di oscillare.

[P.B., 15/8/2020]

* “Pezzi rotti”, in cinese mandarino

Tutte le donne del mondo

Le sue dita carezzarono i capelli e scorsero delicatamente la curva della nuca. Robert la lasciò fare rilassando i muscoli della schiena. Pensò alle sue mani abbronzate e allo smalto chiaro delle unghie, color madreperla. Chiuse gli occhi. Sapeva che lei lo stava osservando, attenta al più piccolo segnale del suo corpo.

Era una professionista, si vedeva, ci sapeva fare. Ma c’era dell’altro. Quella ragazza univa in sé giovinezza, bellezza e la delicata, autorevole presenza di una madre. Era seria e sensuale. La sua pelle non aveva una ruga, ma le sue mani lo accoglievano e lo guidavano come un bambino in fasce. E Robert non desiderava altro che lei si prendesse cura di lui.

Le sorrise. Immaginò gli occhi ridenti di lei. Come aveva detto che si chiamava?, si chiese. Lisa, Linda?… Cercò di non mugolare mentre le dita della ragazza gli massaggiavano il collo. Distese ulteriormente i muscoli, affidandosi alla decisa delicatezza delle sue dita.

Lucy, Lauryn?… Riaprì un momento gli occhi e incrociò quelli di lei, neri e luminosi. La carnagione, i capelli crespi raccolti ordinatamente in uno chignon: poteva essere una mulatta.

Leila, Laura?…

Con voce suadente la donna gli ordinò di alzarsi e gli mise in mano un asciugamano. Indossava un abitino grigio che le copriva appena le natiche. Ha buon gusto, rifletté Robert, ed è incredibilmente sexy. Non vedeva l’ora di sollevarle il vestito e svelare la consistenza delle sue cosce ambrate. Non si era ancora fatta toccare. Comandava lei il gioco. Aveva stile, era sexy e sicura di sé, sapeva come farti star bene e come tenerti al tuo posto.

Lo fece sedere sulla poltrona in fondo alla stanza. Robert l’aveva notata subito: enorme, di pelle nera, lo schienale alto, reclinabile. Sulla parete di fronte c’era uno specchio senza cornice che staccava col resto dell’arredamento in stile art déco, un po’ sopra le righe al gusto di Robert.

La donna mise le mani sulle sue spalle. Le vedeva solo la testa. Forse si era tolta il vestito, da seduto non poteva saperlo. Indossava un maschera, ma i suoi occhi nello specchio luccicavano più che mai.

Si chinò lentamente su di lui, mentre le sue mani esperte armeggiavano con un laccio. Robert chiuse di nuovo gli occhi abbandonando le braccia sulla poltrona. Lei avvicinò il volto alla sua guancia, Robert udì il suo respiro attraverso la maschera. Non aveva mai provato nulla di più eccitante, per poco non emise un gemito.

Luann, Lucile?… Ma che importanza aveva come si chiamava? Lei era tutte le donne del mondo, l’unica donna sulla faccia della terra.

– Allora, come li tagliamo?… – Gli chiese, guardandolo nello specchio.

[P.B., 2/8/2020]

Miriam

Era un martedì sera come tanti, mancava poco a mezzanotte. Tornavo a casa dopo una cena con una coppia di amici. A pochi chilometri da casa mi fermo al solito distributore per fare benzina. Mi capita abbastanza spesso di farlo di notte, nella quiete della statale semi deserta.

Esco dall’auto e mi guardo attorno: se non fosse per i fari e il rumore di qualche camion di passaggio, il mondo sembrerebbe esaurirsi nel cono di luce della stazione di servizio.

C’è un’altra macchina, giunta prima di me, l’ho notata arrivando. Nell’abitacolo, il profilo e i capelli biondi di una donna. Mi squadra al volo anche lei, distogliendo lo sguardo. Coraggiosa, penso, uscendo dall’auto. Di notte quel posto non è adatto a una donna. Il più delle volte condivido la mia sosta con qualche avventore della prostituta di turno. Ma quella che passeggia sul ciglio della strada stasera sembra non avere clienti.

Sgranchisco le gambe e apro lo sportellino del serbatoio. Tiro fuori il portafogli, infilo venti euro nella cassa automatica. Sull’altra banchina la mia compagna compie gli stessi gesti, sento lo strepitio all’attivarsi della sua pompa. Mi volto: è carina, sulla trentina, forse qualcosa di più; elegante, in un tricot di cotone e dei pantaloni scuri a gamba larga che svolazzano nell’aria tiepida della notte. Mi vien quasi voglia di attaccare bottone. Ci scambiamo un brevissimo sorriso, o almeno così credo.

– Scusa, se non disturbo…, – una voce di donna, roca e dal vago accento spagnolo, mi fa sussultare.

– Scusa, se chiedo…

La ragazza che camminava al confine del mondo visibile, oltre la siepe che separa la stazione dalla statale, mi sta sorridendo da sopra la pompa di benzina.

– Ciao…, – dico goffamente, realizzando di non aver mai rivolto la parola a una prostituta.

Bianca, un metro e sessanta più altri dieci di tacco; ricci neri, folti e voluminosi. Non la guardo con attenzione, di quel volto ricordo solo il sorriso. Raddrizzo la schiena e cerco di capire cosa possa volere da me.

– Stai tornando a casa? – Fa lei.

– Sì, – rispondo meccanicamente, dicendomi che in realtà non sarebbero fatti suoi.

– Ti chiedo un favore, se non disturba… -. Stringo le labbra e faccio un profondo respiro con la pistola di benzina a mezz’aria. Ma che diavolo di accento ha?

– Mi porti al…? – Fa il nome di un motel a cinque o sei chilometri da lì, dando per scontato che io sappia esattamente quale sia e dove si trovi. – Se non disturba… – Ripete alla perplessità dipinta sulla mia faccia.

– Va bene, – dice la mia voce educata.

– Grazie! – Risponde lei entusiasta. – Se no, devo farla a piedi… -. Solleva lo smartphone che tiene in una mano, digita veloce un messaggio e si dirige di nuovo verso la strada senza aggiungere altro.

Sento i tacchi allontanarsi. Non la guardo, non voglio vedere come è vestita. Infilo la pistola e tengo la leva tirata fissando distrattamente le cifre scorrere sul contatore. Alea iacta est.

Alle mie spalle l’elegante biondina sale in macchina, chiude la portiera e mette in moto.

E’ una perfetta sconosciuta, una puttana.

Habisogno di un passaggio, è sola e appiedata.

Dov’è la mia mascherina? E lei, ce l’aveva?

Una puttana, sospiro, dandomi dell’imbecille. Sta cosa la non la dovrà sapere nessuno...

Chissà a chi aveva scritto poco prima. Davvero le prostitute chiedono un passaggio per tornare a casa? E che faceva, abitava in un motel?

Trascorro un lungo minuto fra pensieri ed emozioni contrastanti. Da un lato sono tentato di lasciar perdere, dall’altro la cosa mi eccita un po’. Non so com’è, ma non ho mai pensato di starmi ficcando in un guaio.

Appena salgo in macchina, la ragazza sbuca di nuovo dal nulla e con allegri passettini si avvicina alla portiera del passeggero. Indosso la mascherina che avevo lasciato sul sedile accanto al mio e le faccio segno di salire.

– Io sono Roberto, – le dico trattenendomi dal darle la mano.

– Miriam, – risponde con un largo sorriso.

– Piacere, – dico immettendomi sulla statale dietro uno dei tir che di notte la percorrono come tanti bisonti sonnambuli. – A piedi è un po’ lunga, – aggiungo, faticando a immaginarmi la ragazza camminare per chilometri sul quella strada. – Di notte, poi…

– Sì, l’ho fatto qualche volta, che fatica! – Commenta Miriam con la punta del naso che fa capolino da sopra una mascherina a pois. – Sei molto gentile sa? Avevo chiamato il mio amico… – fa un nome – ma non è in zona stasera. Lui è sempre disponibile, davvero, ma stasera non poteva. Guarda…, – mi mostra il cellulare. – Grazie a te, grazie.

Non sta ferma un secondo, si agita sul sedile con il display del cellulare illuminato da una chat. Parla velocemente storpiando l’italiano, ma non è sudamericana, non riesco a indovinare la sua provenienza.

A un tratto vorrei sapere qualcosa di lei. Sto per chiederle come sia andata la serata, ma taccio. Miriam armeggia con una borsetta di plastica uscita da chissà dove e ne estrae una maglia o qualcosa di simile.

– Mi cambio, – spiega senza tanti convenevoli, e contorcendosi agilmente nell’abitacolo infila dei fuseaux a fiori sopra il body che a fatica le copriva l’inguine.

Sembra un pigiama, penso sorridendo. Lei non smette mai di farlo.

E’ lei a chiedermi come va, come ho passato il lockdown. Ma senza ascoltare la mia risposta, inizia a raccontare ciò che ha vissuto: due mesi senza lavoro, tutto il tempo chiusa in una stanza d’albergo, senza mai vedere un amico, nessuno. Quelli del motel sono stati gentilissimi, dice, non le hanno fatto pagare niente finché non ha ripreso a lavorare.

– Sarà una crisi globale, una crisi mondiale, – afferma con sicurezza.

Mi parla del suo paese, l’Albania, dice che per ora lì il virus là non è ancora arrivato, ma lo farà sicuramente. Telefona tutti i giorni sua madre che abita vicino a Tirana e fa l’insegnante, spera di riuscire a vederla prima della fine dell’estate.

– Torneremo in quarantena, – dice scuotendo la testa.

Metto la freccia e svolto nel parcheggio del motel, malamente illuminato da un led violaceo che incornicia l’ingresso e le finestre del piano terra. Ho sempre pensato che quel luogo primeggiasse per squallore.

Miriam mi saluta festosa, ringraziandomi ancora, ma non apre subito la portiera. – Se passi… Se ti va, qualche volta, sai dove trovarmi… -. Aggiunge: – Possiamo fare il viaggio insieme.

– Mi capita abbastanza spesso, – rispondo. – Abito qui vicino, – indico un punto sul finestrino.

Lei scende dalla macchina e corre su per gli scalini salutandomi con la mano, la chioma di ricci neri ondeggia festosa sulla sua schiena.

Ancora un po’ e ci scambiavamo i numeri di telefono, commento girando l’auto. Abbasso entrambi i finestrini, libero la bocca dalla stoffa e respiro vorace l’aria fresca della notte.

Parcheggio sotto casa e raccolgo le mie cose. La mascherina è dove si è seduta Miriam. Questa è da buttare, mi dico, passando istintivamente il palmo della mano sul sedile, come in cerca di qualcosa. E una cosa in effetti la trovo: un oggetto arrotondato che luccica nel buio. Lo rigiro fra pollice e indice, osservandolo alla luce di un lampione: è un piccolo gioiello, un orecchino o un pendente di pietra scura.

Sorrido incredulo e me lo metto in tasca.

[P.B., 25/7/2020]

Maturità

Roberto entrò nell’aula con le braccia cariche di libri e la carta d’identità in bocca. Non fu esattamente quello che si definirebbe un ingresso trionfale. Il Presidente gli piantò addosso due occhi blu smeraldo da sopra un paio di occhiali da lettura, sguardo di cui Roberto nemmeno s’accorse finché non si liberò dei chili di cultura che portava inutilmente con sé e su indicazione del proprio membro interno, la professoressa Patrizi, si decise a porgergli il documento.

Lui prese l’identità di Roberto con due dita, la ispezionò brevemente e la passò alla professoressa alla sua sinistra affinché compilasse il verbale. Scrutò di nuovo il maturando, con circospezione, poi, lentamente, riportò lo sguardo nel punto in cui l’aveva alzato, la seconda colonna di un articolo di politica interna del Corriere della Sera.

Con un impacciato sorriso stampato in faccia, Roberto percorse il semicerchio di scrivanie davanti a sé in cerca di un qualche cenno di consenso, che non trovò. Scorse, invece, all’estremità alla sua destra, la mano sollecita della professoressa Patrizi che gli ingiungeva di sedersi.

– Eccoci qua…, – sussurrò piegandosi al proprio destino. La sedia stridette rumorosamente, al che Roberto farfugliò qualcosa, un po’ per smorzare il baccano, un po’ per riempire il silenzio che l’aveva accolto. Non s’accorse di quanto fosse scomodo e duro il sedile di plastica sul quale, pur occupando l’estremità anteriore, avrebbe sudato per la successiva mezz’ora.

Il fatto è che non aveva una strategia. Anzi, era frastornato, confuso. Aveva impiegato l’ultima mezz’ora fuori dall’aula nel vano tentativo di mandare a memoria l’intero Sistema Solare. – Ma la prof. di scienze non è una vulcanologa? – aveva chiesto, la voce rotta dalla disperazione. Sì lo era, gli risposero, ma se fino a quel giorno aveva basato le proprie interrogazioni su magma e mineralogia, quella mattina sembrava aver cambiato totalmente rotta e ai primi due interrogati aveva chiesto solo luna e pianeti.

– Ah, cazzo.

– Non li hai ripassati? – Chiese Luca, il suo compagno di banco, senza riuscire a trattenere un ghigno.

– No, cazzo

Le mani di Roberto aprirono meccanicamente lo zaino ed estrassero un pesante tomo dal titolo Elementi di scienze della terra. Iniziò a sfogliarlo nervosamente.

– Stai tranquo, – disse Luca, che l’orale ce l’aveva di lì a qualche giorno. – Non ti preoccupare, ci son qua io, andrà tutto bene.

– No! Non li hai studiati?! – Esclamò Enrico, melodrammatico, scuotendo la testa e battendosi la fronte.

Roberto deglutì piano trattenendo un conato. Come se non bastasse, arrivò anche Caterina, la secchiona della classe. Che diavolo ci faceva lì? Doveva fare l’esame nel pomeriggio, aveva detto che avrebbe passato la mattina a casa a ripassare. A lei bastò uno sguardo per capire la gravità della situazione che, dall’espressione schifata che fece, dovette giudicare irrimediabile. Cazzo…

Seguirono circa quindici minuti in cui i timpani di Roberto vennero percossi stereofonicamente dai due compagni con raggi, circonferenze, orbite e rivoluzioni, equinozi, solstizi, masse e forze gravitazionali. Luca ed Enrico si alternavano elencando le caratteristiche di Venere, Mercurio, Marte e Plutone, l’immancabile Giove e Saturno con i suoi anelli, infine la Luna. La Luna, certo, così vicina, la nostra amata Luna… Cazzo.

L’orale non era ancora cominciato, ma la schiena di Roberto era tutta sudata.

Il Commissario di Scienze, una donna scialba, sulla quarantina, con un caschetto di capelli scuri, labbra sottili e dei grandi occhiali, sfogliò distrattamente il registro in cerca d’ispirazione. Dava l’idea di conoscere già il finale della storia. Esitava sulla linea di porta senza decidersi a buttar dentro un goal già fatto. La mattina dopo la finale dei Mondiali, intravista a sprazzi interrompendo il ripasso al richiamo delle urla in salotto, la metafora calcistica veniva facile.

– Bene. Di cosa vogliamo parlare? – Disse, chiudendo il registro e posando uno sguardo calmo sull’esaminato. Non era una domanda quella, era una frase di passaggio, un’introduzione. La domanda c’era, eccome, ma prima che la professoressa riuscisse a formularla, Roberto le fu addosso come un fulmine. Vulcani! Parlerò dei vulcani, sì! Sono la mia passione. Glieli racconto…. La bocca della docente era ancora aperta e Roberto già dissertava di lava acida e basica, di forma conica, a scudo, di eruzioni storiche, cristallizzazioni metamorfiche, temperatura, viscosità, faglie trasformi… terremoti!

Ed ecco che, in tralice, gli occhi del Presidente, laconici e lucenti, furono su di lui un’altra volta. – Parliamo di vulcani… – intervenne. – Io sono di Catania, mi dica un po’ dell’Etna… Fu come sfondare una porta aperta, opporre all’impeto dell’onda marina un timido argine di sabbia. Seguì una vera e propria inondazione. Roberto dilagò tirando tutte le frecce che aveva alla faretra, che tutto sommato non erano poche.

Il Commissario, tradito dalla falsa partenza non redarguita, provò invano a intervenire, riprendere in mano le redini della discussione e dirigerla altrove, con ogni probabilità oltre la stratosfera. Roberto, terrorizzato all’idea che ciò potesse accadere, non le diede mai modo di farlo. Ogni volta che lei prendeva fiato o alzava un dito, un sopracciglio, tentando d’interromperlo, la difesa di Roberto raddoppiava, triplicava, subissandola di parole; l’accerchiava rubandole palla senza darle nemmeno il tempo di alzare la testa. Lo spirito di sopravvivenza aveva dato a Roberto la forza di un fiume in piena, una colata lavica, una sciara del fuoco. E l’efficacia di un catenaccio degno del Trap.

La professoressa desistette. Serrò un’ultima volta la bocca e strinse gli occhi sullo sguardo eccitato dell’esaminato, incredulo di aver concluso il primo tempo senza subire goal. – Va bene così, – sentenziò. In fondo, il proprio dovere l’aveva fatto.

Fu la volta del Commissario di Lettere.

– Come cambiano… – furono le sue prime parole, mentre cercava una corrispondenza fra la foto del sedicenne appiccicata alla carta di identità aperta sulla cattedra, e il viso coperto di peluria dell’esuberante diciottenne che le stava seduto di fronte. Roberto colse lo sguardo incuriosito della donna e sorrise. Occorre dire che, inconsciamente, se ne innamorò all’istante. Colpo di fulmine, come si suol dire; a diciott’anni ci può stare. Nel suo caso, almeno un paio di volte al giorno. Ma quella volta, date le circostanze, era destinata a rimanere impressa per sempre nella sua memoria.

Occhi verdi. Capelli lunghi rossi, puntati qua e là da un fermaglio d’argento. Macchie di efelidi decoravano la sua pelle chiara esaltando il colore degli occhi. Ogni volta che muoveva le mani, il suono dei bracciali che portava ai polsi per Roberto era un invito alla danza.

Sorrise anche lei.

– Si parlava di vulcani, – disse.

Roberto annuì rapito.

– Anche in letteratura se ne parla…, – continuò la docente.

Ci fu un momento di silenzio. Roberto assentì, senza capire di dover proseguire la frase.

– Ricordi qualche brano letterario che parla di vulcani? – Lo aiutò lei.

– Uh! Sì, certo… -. Mentre riordinava le idee, Roberto pensò che fosse una di quelle domande aperte, di ragionamento, fatte per sondare la tua preparazione. In pochi istanti ripercorse il programma dell’intero quinquennio e pensando che non avrebbe trovato di meglio, si fermò al primo spunto che gli venne in mente. Lanciò un’occhiata alla Patrizi, la sua insegnante di lettere, già visibilmente sulle spine, e senza troppa convinzione affermò: – La letteratura classica. Quella latina per la precisione. Plinio il Vecchio, ad esempio, ci ha consegnato una significativa testimonianza delle eruzioni del Vesuvio…

– Qualcosa di più recente? – Lo interruppe la professoressa.

– Di più recente? – Fece eco Roberto.

– Sì, qualcosa di più vicino a noi, qualcosa di molto noto…

Per quanto si sforzasse, a Roberto non veniva in mente nient’altro. Evidentemente gli stava sfuggendo qualcosa d’importante, qualcosa di grosso, ma per lui era il vuoto totale.

– Più recente… Noto… – Prese tempo.

Cominciò ad agitarsi, lo sguardo smarrito, annaspava di fronte a un muro bianco. Alla sua destra la Patrizi saltava sulla sedia.

I secondi scorrevano inesorabili, come le gocce di sudore sulla sua schiena, cominciò ad udirsi un brusio alle sue spalle. La vergogna lo stava paralizzando del tutto, la Patrizi fremeva, mordeva il freno quando avrebbe voluto sbracciare e urlare come un allenatore a bordo campo. Roberto, ormai disposto a prendersi sulle spalle la piena responsabilità del fallimento, teneva ostinatamente lo sguardo dritto davanti a sé. Finché improvvisamente udì una sorta di fruscio, un agitarsi di foglie al vento… sss…stra…estrnestrLa ginestra!, sibilò a chiare lettere la Patrizi, lo sguardo furente.

– Ma porca putt… Porcaccia la miseriaccia! – Esclamò in due tempi Roberto. – Ma certo! Leopardi, La ginestra!

Le risa alle sue spalle ruppero la tensione, ma non fu nemmeno necessario, il Commissario dagli occhi verdi l’aveva già perdonato. E, di riflesso, anche la Patrizi. Imbarazzato e deluso per non esserci arrivato da solo, rischiando di rovinare tutto, Roberto accolse l’assist del proprio membro interno e cercò lo slancio per involarsi di nuovo verso la porta. Doveva portare a termine il compito e cercò di farlo al meglio.

Rispose puntualmente alle domande successive e si procurò da solo, di lì a poco, l’occasione per un abile dribbling dal sapore pirandelliano. Cinguettò con la professoressa a sonagli per diverse manciate di minuti, che volarono via con leggerezza finché, recitato il rituale canto dantesco, si pose fine all’idillio. Lei si appoggiò allo schienale con un sorriso enigmatico che, concluse Roberto, doveva significare una certa soddisfazione, e prima di consegnarlo al professore di matematica, volle fare un rapido excursus sulla sua prova scritta. Con fare a un tratto formale disse che anche Roberto, come altri, era caduto nella trappola della traccia, sbagliando approccio: la tesi di D’Annunzio andava confutata. Ma nello sposarla Roberto aveva dimostrato una fondata capacità di argomentazione. La valutazione del suo lavoro, pertanto, era più che positiva.

Ecco. I ricordi di Roberto si fermano più o meno qui. O forse qualche attimo prima. Ad uno sguardo. Quello che se non maturo, per la prima volta lo fece sentire uomo.

[P.B., 12/7/2020]

Se non ricorso male, il 9 Luglio, il giorno dopo la finale dei mondiali del ’90, sostenni il mio esame orale di maturità. Raccogliendo un la (o un assist) ispiratomi da Katia, ho deciso di raccontarlo attraverso il mio alter ego Robert(o). Sono passati trent’anni ormai… Che dire? Bei tempi!

In copertina: dal film Notte prima degli esami, web.

L’ospite

L'ospite

 

Quando lo vide per la prima volta, Ettore ebbe un sussulto. Come tanti suoi simili, anch’egli nutriva un’innata repulsione per quel genere di creature. Stavolta, però, seguita da un sentimento di conforto, dovuto forse all’anomalia della sua situazione. Non siamo soli, rifletté consolandosi.
Scrutò la locusta aggrappata al telaio esterno della finestra dello studio. Era enorme, con lunghe antenne sopra gli occhi e un paio di robuste zampe posteriori ripiegate come se dovesse balzar via da un momento all’altro. E invece stava lì, ferma, come una statua, quasi alla finestra qualcuno ce l’avesse incollata. Guardando con più attenzione, si poteva notare, sul dorso delle zampe posteriori, una fila di solidi aculei simili a rostri affilati. Più che ricordare un grillo o una cicala, quell’essere evocava uno strano guerriero, un alieno approdato dallo spazio. Ettore si chiese a cosa servissero quelle punte acuminate. Non certo ad aggrapparsi, per quello l’insetto usava altre due paia di zampe, più esili, girate all’infuori, anche se non allo stesso modo. Ogni coppia di arti aveva un’articolazione diversa. Di che specie fosse, che nome avesse, se si trattasse di una locusta o di un qualche altro esemplare della famiglia degli ortotteri, Ettore non avrebbe saputo dirlo, non se ne intendeva. Contemplando l’impenetrabilità della sua corazza, l’indifferente immobilità degli occhi, se così si potevano definire i gusci rigati da sottili fessure verticali posti alla base delle antenne, decise che non poteva trattarsi di una femmina, no, era un maschio, una specie di samurai.

– Guarda, – disse a Giulia, sua moglie, quando entrò nello studio a metà del pomeriggio reggendo il vassoio del tè, – c’è qualcuno là fuori -. Lei seguì la proboscide dell’elefante in cima all’impugnatura della matita del marito e l’attimo dopo fece una smorfia di sorpresa mista a ribrezzo. – Che schifo! – esclamò.
Ettore ridacchiò alzandosi dalla scrivania. La raggiunse alla finestra, voleva osservarlo di nuovo, da vicino. – Non è stupefacente? – commentò. – E’ lì da stamane, nella stessa posizione, non si è mai mosso. Ma è vivo, sono certo che è vivo -. Annuì compiaciuto della straordinaria capacità di adattamento manifestata dall’insetto.
– Che ci fa attaccato alla nostra finestra? – chiese Giulia.
– Si scalda, – rispose Ettore. – Fuori fa freddo e questa finestra è rivolta a sud, prende luce tutto il giorno.
– E non si nutre? – domandò lei.
– Queste creature possiedono risorse che noi non immaginiamo neanche, – sentenziò Ettore senza staccare gli occhi dall’immobilità statuaria dell’insetto. Ne era affascinato. Ogni piega della sua armatura sembrava disegnata ad arte. La forma affusolata del corpo era compatta e inattaccabile. Una macchina perfetta, fatta per resistere, per sopravvivere.
– Un essere del genere non respira nemmeno, – si sentì sussurrare.
Giulia, accanto a lui, rimase in silenzio.

Un paio di giorni dopo accadde un fatto increscioso. Ettore non avrebbe mai osato modificare il corso naturale degli eventi, ma il caso la pensò diversamente e volle che fosse proprio lui l’artefice inconsapevole del cambiamento. Dopo quasi due settimane particolarmente rigide per quella stagione – aveva anche nevicato, apparve infine un tiepido ma incoraggiante sole primaverile. A metà mattina, Ettore alzò la testa dal volume che stava leggendo e fece il giro dell’appartamento spalancando tutte le finestre. Alla radio e in televisione si continuava a ripetere che, per via della quarantena, era un’ottima cosa ventilare gli ambienti. Giulia era andata a fare la spesa e lui così fece: aprì gli infissi uno a uno, e mentre una leggera corrente percorreva il corridoio e attraversava le stanze, distese le braccia e inspirò profondamente a occhi chiusi con un vago senso di sollievo, di speranza, o di rivalsa. Andrà tutto bene.
Spense il riscaldamento, avrebbe lasciato aperto per un po’. Andò in cucina e si fece un caffè. Tornato nello studio, chiuse la porta, poi le ante della finestra. Ed ecco che in quel momento udì un rumore, estraneo ma non impossibile da decifrare. Trasalì, la locusta non era più al suo posto. Istintivamente lasciò la maniglia della finestra, le ante oscillarono piano, avanti e indietro. Ettore girò lo sguardo tutt’intorno, sulla scrivania, per terra, sugli scaffali della libreria. Nessuna traccia. La stanza era piena di oggetti, libri, carta e cianfrusaglie, l’ultimo dei samurai poteva essersi nascosto ovunque. Magari se n’era andato da qualche altra parte, fuori, a rinfrancarsi sull’intonaco della facciata del palazzo, scaldato dai raggi del sole. Una specie di scricchiolio gli fece alzare lo sguardo. Eccolo lì, invece, abbarbicato allo spigolo superiore della finestra, a metà, né dentro, né fuori, dava l’idea di starla cavalcando.
Un bel problema, rifletté Ettore: se chiudeva l’anta rischiava di schiacciarlo, o quanto meno di provocargli una serie di amputazioni, oppure di farlo saltare all’interno dell’appartamento, il ché non era previsto. Non aveva voglia di catturarlo: per un attimo immaginò le parti spigolose e pungenti del corpo dell’insetto a contatto con la pelle delle proprie mani. Rabbrividì. Avrebbe anche potuto morderlo. Si rese conto che forse stava esagerando e analizzò il problema da un altro punto di vista. Toccare l’insetto poteva significare ucciderlo. Escogitò quindi un piano alternativo. Avvicinò una mano e spinse lentamente l’anta della finestra verso la battuta, mostrando delicatamente all’ospite indesiderato la criticità della situazione. Sarebbe stato lo stesso samurai a decidere: dentro o fuori. Meglio fuori.
E invece fu dentro. Quando capì che, per quanto corazzato, poteva concludere la propria esistenza sfracellandosi sulla cornice di una finestra, l’insetto ritenne di poter ambire a qualcosa di meglio e pensò bene di spiccare il volo. Il volo, sì. Quelle zampe erano dei veri e propri propulsori, constatò Ettore, che di fronte a una creatura che probabilmente abitava il pianeta insieme ai dinosauri non trovava miglior vocabolario di quello dei film di fantascienza. Schizzò sopra la sua testa come un razzo, una scheggia. Ci fu anche un battito d’ali. Ora però era diventato invisibile. Abbandonata l’inutile ricerca, Ettore girò la maniglia e con fare circospetto riprese posto alla scrivania, non senza aver scrollato i cuscini sulla poltrona.

Lo vide solo dopo qualche ora, per caso, chinandosi a raccogliere una penna caduta per terra vicino al cestino della carta. Era aggrappato a un vecchio album di fotografie appoggiato al fianco alla libreria, alle sue spalle. Si era mimetizzato, la copertina dell’album era rilegata con un tessuto verdastro, molto simile a quello della sua corazza. Era immobile, come sempre. Dalla nuova angolazione con cui lo osservava, Ettore ebbe quasi la sensazione che sorridesse. – E ci credo, – bofonchiò a mezza voce, – te ne stai al calduccio adesso…
Si rimise al lavoro, doveva terminare una traduzione entro sera. Di tanto in tanto, però, si voltava di scatto per sorprendere il suo ospite nel bel mezzo di un passo falso, ma niente, la locusta spaziale rimaneva dov’era, impassibile, con quel suo ghigno gaudente, piacevolmente ibernata.

Dopo cena, Ettore lasciò Giulia muta davanti alla televisione, fra conferenze stampa, pareri e bollettini di guerra. Un triste tam tam cui correvano il rischio di abituarsi, accrescendo il senso d’impotenza che ritmava le loro giornate d’isolamento. Fortunatamente aveva altro da fare, pensò. Una cosa che sua moglie era riuscita a rinfacciargli: – Non pensi ad altro che al tuo lavoro, passi tutto il giorno fra i tuoi libri, nella tua bolla. Sei fortunato, la tua vita va avanti lo stesso, se stai lì almeno non avverti il dolore.
Ultimò la traduzione. Fu più faticoso del previsto, ci volle ancora qualche ora. Il cono della lampada sulla scrivania inquadrava il manoscritto su cui stava lavorando, il vocabolario, la tastiera del computer e, appena oltre la spalla, il suo ospite, che ormai gli teneva compagnia. – Hai scelto bene, – gli sussurrò Ettore, – ancora una volta baciato dalla luce.

Erano quasi le due quando sentì un fruscio, si voltò e non lo vide più. Per un attimo fu colto dal panico, le mani di pietra, rimase immobile, in ascolto. Ci fu un altro frullare d’ali, un baccano inaudito nel silenzio della notte. Ettore mosse lo sguardo nel buio della stanza, inseguendolo. Un altro volo, ora distingueva anche il rumore sordo dell’atterraggio, poteva immaginare la fusoliera rigida dell’ortottero sbattere sulle superfici lignee dello studio. Tutto a un tratto gli era venuta la fregola, pensò. Un sibilo e un’ombra volante gli passò davanti agli occhi. – Eccolo! – gli scappò detto. Era vicinissimo. Un altro salto e stavolta l’atterraggio fu sulla scrivania. Ettore scattò sulla poltrona alzando le mani. Poi si controllò e tese le orecchie. Un lieve cri cri risuonava fra i porta penne e le carte davanti a lui. Piegò lo stelo della lampada, aguzzò la vista. Non vide niente. Cri cri… Cri cri cri… Finalmente lo trovò, proprio sotto il suo naso, dritto con la testa all’insù, aggrappato a una matita, schiena contro schiena con l’elefante indiano. Ettore lo inquadrò nella luce e sorrise. – Ti sei calmato? – chiese.
Lo osservò attentamente: a turno muoveva le zampette e le antenne. Queste ultime facevano ampi movimenti circolari, come se misurassero la spazio circostante con tanti piccoli coni. No, non si era ancora placato. Dopo una piccola pausa riflessiva sullo stelo di una 2H, salutò l’elefantino e migrò su un pennarello. Non contento, discese e diede un’occhiata alla corrispondenza.
Ettore era stupefatto. In piena notte il suo ospite interstellare si era rivitalizzato, addirittura ringalluzzito, e aveva cominciato ad esplorare il nuovo pianeta in cerca di… Cosa?
L’insetto cominciò a perlustrare la scrivania in lungo in largo. Costeggiò il vocabolario, attraversò il manoscritto, circumnavigò il computer portatile. La presenza del padrone di casa non sembrava intimorirlo affatto, tutt’altro. Ettore, basito, lo guardò girare fra le proprie cose come se niente fosse. – Accomodati pure! – esclamò.
Il computer parve piacergli parecchio. Per via della ventola dell’aria calda, suppose Ettore. Fece una pausa per un phon, poi si diede di nuovo alla lettura. Nel frattempo Ettore provò a scrivere qualche frase, ma il pioniere, forse richiamato dal ticchettio della tastiera, tornò sui suoi passi. Ormai era pochi centimetri di distanza. Ettore batteva sui tasti carattere, lui passeggiava su quelli funzione. Le loro dita, se così si può dire, si sfioravano. Poi, d’improvviso, un nuovo balzo, più corto, e il samurai fu sulla sua spalla.
Fu il contatto. Ettore lasciò che il samurai s’inerpicasse liberamente in lungo e in largo sul suo pullover, ma quando un’antenna o forse una zampetta gli stuzzicarono il collo, non resistette e con uno strattone se lo scrollò di dosso.
L’ospite cadde sulla scrivania, ma per nulla offeso o tramortito, roteando le antenne riprese a girovagare, finché non chiese apertamente di poter salire sul dorso di una mano. Ettore, che si sentiva un po’ in colpa per la reazione di poco prima, acconsentì. Lasciò che lo percorresse fino alle nocche e si dirigesse verso l’incavo fra indice e pollice. Da lì, con un’agile giravolta, l’esploratore si diresse verso la falange del primo dito, cui si aggrappò ben bene con le quattro zampine.
Fece una pausa. – Ma pensa un po’, – sussurrò Ettore. – Hai trovato il tuo posto? -. L’insetto non muoveva che le antenne e la testa. Sembrava stesse annusando qualcosa. Ettore girò il palmo della mano scrutandolo da vicino. Il muso dell’animale ora sfiorava il polpastrello del pollice con fare curioso. Ed ecco che il samurai aprì la parte anteriore del casco e qualcosa di molto simile a una piccola chela ne sfiorò la pelle. Ettore sorrise sorpreso: quella micro-ganascia gli faceva il solletico. Immaginò che stesse prelevando campioni di epidermide da portare in laboratorio… La cosa proseguì ancora qualche istante finché il samurai non affondò il colpo.
– Ahi! – gridò Ettore scuotendo la mano spaventato.
L’ospite cadde in piedi, come sempre, fra due quartine in cirillico.
Ettore si alzò di scatto, agitato. Aveva sottovalutato la forza di quelle fauci: erano in grado di ferire. Per un attimo gli balenò l’immagine del proprio pollice scarnificato.

Era giunto il momento di agire, quella convivenza si era rivelata un fallimento, non poteva più continuare. Ettore, per giunta, doveva finire il proprio lavoro.
Raccolse i fogli dalla scrivania e con essi il suo ospite, andò alla finestra, l’aprì, l’aria gelida della notte invase la stanza. Senza indugiare oltre, scaraventò l’insetto nel buio.
Per un momento rimase in ascolto senza udire nulla. Poi per il freddo e la paura che potesse rientrare, richiuse la finestra. Provò pena, sapendolo là fuori al freddo. Ma poi alzò le spalle e rimise in ordine i fogli del manoscritto. Lui certo sarebbe sopravvissuto.

 

[P.B., 21/4/2020]

 

Dedicato a Antonio Bì, forse più noto come il barman del club.

Le prove

Un breve racconto (col botto?) liberamente ispirato a un fatto realmente accaduto. Buoni inizi.

 

La bravata

 

Uno stivale nero e un serpente biforme che sale su fino al ginocchio, viola scuro. Se non fosse una premonizione di sciagura, potrebbe anche sembrare un gioco di stoffe, un fiocco, un lustrino. E’ la brutalità dello stivale a schiacciare a terra ogni slancio di fantasia e calpestarlo crudelmente.

La luce della stanza è accesa. Lella ha aperto il cancello convinta che fosse Tullio e adesso fatica a spiegarsi l’immagine che si è materializzata davanti a lei, al di là di un vetro. Quando vi riesce, si sente mancare.
Una delle cose più brutte che può capitare a una madre, se non la più terribile in assoluto, è trovarsi un carabiniere alla porta in piena notte, sapendo che il figlio non è ancora rientrato.
Lella apre la porta finestra trattenendo a stento una domanda, che se lasciasse libera, abbandonerebbe il suo corpo in un grido disperato. Cos’è successo?

Antonio lancia incurante la giacca su una poltroncina della prima fila e aggira lo sguardo nella penombra in attesa che accada qualcosa. Un clamore nel buio precede l’accensione delle luci. La vista del materiale accatastato un po’ ovunque, tavoli, sedie, cavalletti e assi di legno depositati nelle corsie, fra le sedute, gli addobbi di una festa di carnevale buttati là in qualche modo insieme a ciò che rimane di scenografie e quinte inutilizzate da anni, pur essendo qualcosa cui dovrebbe essere abituato, acuisce il suo senso di fastidio. Nessuno osa fiatare. Il suo malumore si legge lontano un miglio, e ne ha ben donde. La prova generale presso il teatro cittadino, sede della competizione che si terrà il giorno dopo, è stata un disastro, ne sono tutti consapevoli. Come sanno che un’ultima, estenuante serie di ripetizioni li terrà occupati per buona parte della notte. Conoscono bene Antonio, l’amico che si era assunto il malaugurato fardello di far da regista a quel gruppo di attori improvvisati. – Manca ancora qualcuno, – fa lui con voce piatta,  – aspettiamo che arrivino tutti, poi cominciamo.

La porta adesso è spalancata sulla notte e Lella è una persona indifesa che affronta il proprio destino. Il militare non si muove, la scruta dall’alto verso il basso senza muovere un muscolo del volto. Istintivamente, con una mano avvicina i lembi della scollatura della camicia da notte.
Era sveglia, stava studiando. Già, a quarant’anni ha deciso di tornare a sognare.
L’uomo fa un passo avanti e si palesa in tutta la sua imponenza; gli strati scuri dei suoi indumenti decorati di rosso, punteggiati da sigilli che luccicano alla luce della lampada sul tavolo della cucina, gli conferiscono un aspetto ben più possente di quanto sia in realtà. Non toglie il berretto e lascia che l’ombra della visiera mascheri il suo sguardo rendendolo ancora più minaccioso.
Lella ha il respiro affannoso e il cuore in gola, con uno sforzo incredibile prova a controllare la propria paura. – Cosa è successo? – sente dire alla sua voce in frantumi.
– Dov’è suo figlio? – le chiede il carabiniere.

In pochi istanti Lella è travolta da sentimenti contrastanti. Il fatto che il militare non sappia dove Tullio si trovi le procura un primo sollievo, seguito però da una nuova inquietudine: Perché lo state cercando?

– Non lo so, – risponde con qualche esitazione. – Cioè, sì… E’ uscito con i suoi amici, quelli del gruppo di teatro… Sono andati alle prove generali… -, non ha le forze per spiegare di cosa si tratti, né ha intenzione di farlo, prima deve avere la risposta alla sua domanda.

Il carabiniere gira appena il capo e fa un cenno a un uomo che si trova dietro di lui, apparso dal nulla. L’altro ubbidisce ed entra nella stanza osservando attentamente l’ambiente circostante come se dovesse memorizzarlo, poi sussurra qualcosa all’orecchio del suo superiore, impassibile. E’ un bel ragazzo, alto con i capelli castani che spuntano da sotto il berretto, occhi chiari che sorridono. Avrà al massimo vent’anni, pensa Lella con una stretta allo stomaco, l’età di Tullio. – Insomma, ditemi cos’è successo!, – chiede con l’impeto della disperazione.

Tullio e i ragazzi che erano in macchina con lui raggiungono la sala per ultimi e attraversano la platea con aria ilare e scanzonata, come se niente fosse.
– Tullio, Ale, Irene! Alla buonora! – li apostrofa Antonio inviperito. – Si può sapere dove diavolo vi eravate cacciati? E’ un bel pezzo che vi aspettiamo! Non abbiamo tutta la notte e abbiamo ancora parecchie cose da rivedere, non credete? – sbraita senza dar loro modo di replicare. – Avanti, salite sul palcoscenico, – fa un gesto d’insofferenza; potendo, ce li spingerebbe sopra lui a forza. – Muovetevi…

Il graduato, si toglie lentamente un guanto di pelle nera, con due dita della mano denudata solleva appena la visiera e guarda Lella negli occhi.
I suoi sono grandi e neri, un po’ sporgenti, sulla faccia rotonda e gonfia ricordano quelli di una grande rana baffuta e imbronciata. Il barlume di un sorriso li attraversa.
Lella si interpone fra il suo sguardo indagatore e i libri e gli appunti sparsi sul tavolo di cucina. Non vuole rispondere a stupide domande supponenti, sta ancora aspettando.
L’uomo la fissa con serietà e le concede un cenno di consenso. – Gabriella Floris? – chiede estraendo un piccolo taccuino da una tasca della giubba, appena sopra la fondina della pistola.
– Sono io…, – risponde Lella malvolentieri, ma educatamente.
– Separata. Nata a Salvador, Bahia…, – completa il militare allungando esageratamente le ultime vocali e rivolgendole uno sguardo allusivo, che lei si rifiuta di decifrare. Il giovane appuntato, dietro di lui, annuisce e conferma sollevandosi sulle punte degli stivali.
Lella, infastidita dal fare subdolo dei due, vorrebbe intervenire, ma l’uomo non la lascia parlare: – Ma lei non è brasiliana… – deduce sollevando un sopracciglio con aria vagamente insoddisfatta.
– No, non lo sono – risponde Lella, che non ha alcuna voglia di spiegare a quei due e in quella sede il perché dei suoi natali in Sud America, ancorché da genitori italiani.
– No, – ribadisce il maresciallo, che per il momento ritiene di non dover approfondire ulteriormente. Si guarda intorno con aria apparentemente disinteressata, come se stesse per chiederle dove abbia comprato il mobilio della cucina, poi dice enfatico: – Suo figlio ha commesso un atto gravissimo -. Il giovane collega conferma con un cenno del capo.
– Che cosa è successo, che ha fatto? Sta bene? C’è stato un incidente?… – chiede Lella, le lacrime agli occhi.
L’uomo alza una mano imponendole il silenzio, scuote risoluto la testa e afferma perentorio: – Signora, al momento non possiamo dirle niente. Prima dobbiamo trovare suo figlio, – fa cenno all’appuntato di precederlo verso la volante. – Se tornasse a casa nelle prossime ore, – aggiunge con una lieve inflessione nella voce, – gli dica di presentarsi in caserma. Immediatamente!

– Ragazzi, da capo, un’altra volta. Così non va, non funziona, siete impacciati, legati, sembrate dei burattini di legno. Avete visto le facce di chi ha assistito alle prove stasera? Se vi comportate così, domani sera sarà una figuraccia memorabile… -. Antonio scuote la testa insoddisfatto, sfoglia più volte il copione come se maltrattandolo potesse modificare qualcosa. – Scena tre, – dice laconico passandosi una mano nei capelli. – Teresa spalanca la porta e spinge il vecchio sulla sedia a rotelle fin sul bordo del palcoscenico, a sinistra. Si volta e vede Edoardo, accovacciato dal lato opposto, immerso nei suoi pensieri che da subito le appaiono foschi. Tentenna, infine decide di avvicinarsi…. Forza, su, ricominciamo.
– Non ho ancora capito se si deve capire subito che ho con me la pistola, – afferma timidamente Tullio, un po’ disorientato.
– No, non subito, prima di parlare con Teresa, Edoardo probabilmente nemmeno pensava al suicidio, è un caso che avesse in tasca l’arma carica di suo zio. E’ il suo amore non corrisposto per lei, sono le sue ennesime parole di rifiuto a fargli perdere definitivamente la ragione… – spiega Antonio con un residuo di pazienza. – L’avete letto il copione, o no? – chiede a tutti scuotendo la testa. Gli attori abbassano lo sguardo. – Avanti, su, – torna a spronarli, – fatemi vedere cosa sapete fare…

Sono quasi le tre quando Tullio torna a casa. Lella sente distintamente il cancello stridere sui cardini, ma non si nuove. Entrato in casa, Tullio vede la luce accesa della cucina e prima di andare in camera sua fa capolino per spegnerla, ma trova sua madre seduta al tavolo con una tazza vuota fra le mani. E’ sconvolta, lo capisce subito. Vedendolo, lei si alza di scatto, lo raggiunge e lo abbraccia piangendo. – Tullio! – soffia fra le lacrime. – Sei tornato… -. Lo stringe così forte da fargli quasi male.
– Mamma…, – sussurra lui spaventato. – Che c’è? Cosa è successo?
– Dovresti essere tu a dirmelo, – risponde Lella. La sua voce è cambiata, è più profonda, decisa, quasi rabbiosa. – Dove sei stato?
– Alle prove…, – fa lui stupito di quella metamorfosi.
– No. Non prendermi in giro. Sono tua madre. Dimmi dove sei stato! – urla Lella.
Tullio, stranito, non riesce a far altro che ripetere la stessa frase. – Mamma, – replica cercando di capire, – sono andato alle prove, lo sapevi benissimo. Che c’è? Dimmi cos’hai…

Allora Lella gli racconta quello che è appena successo. I carabinieri che a mezzanotte suonano al citofono, lei che apre senza nemmeno chiedere chi è pensando che sia lui e si ritrova due uomini in divisa alla porta. Il terrore che gli fosse successo qualcosa di brutto, quei due che non gli dicono niente, ma la trattano come se fosse una delinquente, che addirittura fanno insinuazioni sulle sue origini…
– Il fatto è che sei tu, Tullio, a dover rispondere di qualcosa che hai fatto…, – dice infine. – Qualcosa di molto grave… Ti prego, dimmelo, dove sei stato stasera, cosa hai fatto?

Tullio la fissa inebetito. Non è possibile, pensa. E’ un incubo, non può essere vero. Articola qualche frase sconnessa, incapace di credere, ancor prima di provare a giustificare. Asciuga le mani sudate nei pantaloni e così facendo in una tasca sente il calcio della sua vecchia pistola giocattolo, quella che utilizzano per le prove. A quel punto capisce.
Fa un passo indietro e annuendo ripetutamente ricollega una sequenza di fatti già dimenticati. Lui alla guida dell’auto di sua madre, Ale e Irene con lui, eccitati, come lui, che urlano e cantano per esorcizzare la figuraccia fatta a teatro. La bottiglia di birra che si passano l’un l’altro mentre continua a guidare. La sua pistola che gira. Poi…, poi…

Un uomo in motorino che procede nella loro stessa direzione, sul bordo della strada. Loro che stanno per superarlo e qualcuno che grida “Spariamogli! Dai, dai spariamogli!”. Ale che abbassa il finestrino impugnando l’arma giocattolo che nel buio sembra terribilmente vera. Lui che dice “Tutti insieme, pronti? Al mio segnale!…”.
L’auto che rallenta, raggiunge la velocità della moto, l’affianca…
I tre che urlano all’unisono “BUUUM!”…
Ricorda di aver guardato nello specchietto retrovisore. Ridevano, ridevano tutti a crepapelle, come dei cretini, ma lui si era preso la briga di controllare. Della moto poteva vedere solo il fanale illuminato. L’ombra scura del poveretto che la guidava, probabilmente un operaio che tornava a casa dopo il turno, non la distingueva. Il faro aveva ondeggiato un po’ verso il centro della carreggiata per poi tornare zigzagando sul ciglio, e infine fermarsi.
“Chissà che spavento s’è preso quello!”, avevano esclamato fra risa idiote…

Tullio estrae la pistola e l’appoggia sul tavolo della cucina.
– Le prove… – dice con voce neutra, lo sguardo assente.
Non sa da dove cominciare. Non osa alzare gli occhi su Lella, che lo fissa trattenendosi dall’urlare.

[P.B., 4/1/2020]

Immagine di copertina – web

L’ultima

Un piccolo racconto in chiusura d’anno.
Buone festività e buon 2020 a tutti!

btrmdn

Nevicava dal primo pomeriggio. Un acquietante biancore rivestiva ogni cosa, anche le campane di vetro dei lampioncini sulla scalinata d’accesso allo chalet. La loro luminosità attutita rimandava a una resa che Edward non voleva accettare.

Natalie sarebbe arrivata a minuti. Per l’ultima volta. Ma lui volle convincersi che non fosse così. Accese il fuoco nel camino della biblioteca e cercò di fare in modo che quel luogo fosse caldo e ospitale. Come se questo potesse servire a trattenerla o a rimandare una fine certa; come se bastasse a lenire il dolore.

Si accese una sigaretta fissando la fiamma lambire i fianchi dei ciocchi di legno, ascoltando il confortante crepitio del letto di rametti su cui li aveva posati, affascinato dall’eterno prodigio del fuoco.

Si avvicinò alla finestra e guardò fuori in cerca di un segno. In quel momento i fari di una macchina solcavano il bosco in lontananza. Dal punto in cui si trovavano, si poteva pensare che fossero diretti lì.
Immaginò Natalie immersa nell’immobilità della foresta, larici e abeti protesi verso di lei dal ciglio della strada, i rami come braccia in cerca d’aiuto. Lei alla guida, unico orizzonte visivo il tunnel scavato nel buio dai fari della sua auto, come una minatrice notturna in una cava di neve.
Si chiese se la strada fosse ancora agibile, ancora per quanto. Sperò che Natalie non avesse desistito.

Non era sicuro di poter vivere senza di lei, non era sicuro di poter stare da solo. Non in questo momento.
Erano successe troppe cose, troppo velocemente; la sua vita aveva cambiato bruscamente rotta. La reazione violenta, l’odio, l’isolamento suscitato dalle sue azioni e dalle sue scelte l’avevano spiazzato.
Natalie era un appiglio, un’ancora di salvezza sul vuoto che aveva scavato intorno a sé. Ne era perfettamente consapevole, era abbastanza lucido da capirlo. Non avrebbe voluto ammetterlo, ma aveva un disperato bisogno di lei.

Il tepore del camino riempiva gradualmente la stanza, Edward si versò un bicchiere di whisky e tornò alla finestra. Con un po’ d’apprensione notò che nevicava ancora più copiosamente. Il bosco era ormai un unico ammasso scuro nel buio, simile al dorso di un orso; il profilo degli alberi e di ogni cosa era smussato, la danza lenta di grossi fiocchi che planavano indisturbati a terra offuscava la vista inspessendo un soffice manto.

– Ti devo parlare, – aveva detto Natalie al telefono.
Non c’era stato bisogno di aggiungere altro. Certe cose vanno dette e fatte di persona, a quattr’occhi, e lei – bisognava darle atto – stava per farlo, era questione di minuti ormai.
Cosa le avrebbe detto? si chiese Edward. Come avrebbe potuto convincerla a rimanere nella sua vita? Ma in fondo sapeva benissimo che non glielo avrebbe chiesto, non era mai stato capace di fare una cosa del genere, pretendere che una persona andasse contro il proprio istinto, la propria volontà, per compiacere il suo desiderio.

La suoneria del cellulare lo fece sussultare.
Lo guardò lampeggiare sul tavolo come un oggetto sconosciuto che lo collegava a una realtà dalla quale, nel silenzioso rifugio in cui si era ritirato da giorni, credeva di essersi affrancato.
– Sono arrivata, disse una voce di donna. – Ci metterò ancora qualche minuto. C’è troppa neve, devo lasciare l’auto all’inizio della salita.

Edward s’affrettò all’ingresso, recuperò un paio di ombrelli, infilò una pesante giacca imbottita e le andò incontro con la stessa emozione della prima volta.
Erano accadute molte cose da quando lui e Natalie si erano baciati nella sala d’aspetto vuota di un ambulatorio. All’epoca lui aveva una famiglia, non si era ancora rintanato fra le montagne, fuori dal mondo, per un tempo che non avrebbe saputo definire.

La raggiunse in fondo al viale d’accesso e spinse faticosamente il cancello accatastando un mucchio di neve sul bordo. Rifecero all’indietro i suoi passi immergendo i piedi fino alle caviglie nelle sue stesse impronte.
– Vieni di sopra, – disse. – Ho acceso il fuoco nel caminetto della biblioteca, così ti potrai scaldare un po’.
– Ti verso uno scotch, – disse introducendola nell’avvolgente tepore della stanza.
– No, grazie, – replicò Natalie. – Magari un tè.

Edward la fece accomodare e le porse uno scialle. Lei lo lasciò cadere su una poltrona e si accucciò davanti al fuoco. Lui rimase in piedi senza sapere cosa dire. Era bellissima. I lunghi capelli neri sciolti le cadevano sulle spalle coperte da un pullover di cashmere, il viso arrossato dal freddo e i grandi occhi chiari, illuminati dalla luce del camino, le conferivano un’aria vivida, eccitata, quasi febbricitante. E in effetti era così: Natalie non vedeva l’ora di dire quello che aveva da dire, di fare chiarezza una volta per tutte.
Edward si avvicinò e scosse la legna ravvivando la fiamma.
Da lì poteva sentire il suo profumo, il suo respiro, la sua inquietudine.

– Le cose ci sono sfuggite di mano, – le udì dire. – E’ accaduto tutto troppo in fretta. Io non ero consapevole, Edward, non… Non era quello di cui avevo bisogno, non adesso, in questo momento della mia vita, – alzò lo sguardo su di lui. – Ho bisogno della mia libertà, Edward, ora più che mai.
Le sue parole suonarono come una sentenza, scavarono una fossa, sul ciglio della quale Edward poggiava i piedi. Non era sorpreso, si aspettava esattamente ciò che stava accedendo, ciononostante non era preparato.

Emise un lungo respiro calmo. Si lasciò cadere su una poltrona come un sacco vuoto. Sentiva di non avere più forze. Con la mente ripercorse ciò che era successo negli ultimi mesi. Il tradimento, la separazione da sua moglie, l’estromissione dalla clinica del padre, l’uscita di casa, il volta faccia di quelli che, oltre che dei validi colleghi, aveva sempre considerato degli amici. Il giudizio, la sfiducia… Ma anche l’idea di ricominciare da capo, la speranza di un’alba nuova, di una nuova era. Natalie. Era lei il sole che sorgendo avrebbe dato luce alla sua nuova vita.
Ma Natalie se ne stava andando, e con lei l’illusione di essere padrone del proprio destino, di poter essere un uomo diverso, di poter amare davvero, incondizionatamente.

– Mi sento vecchio, – disse con un filo di voce.
Poi sorrise di ciò che aveva appena detto.
Anche Natalie.
– Hai perfettamente ragione, – continuò. – Chi sono io per chiederti questo?
Mentre parlava sentiva di non essere più fra le pareti lignee di un elegante chalet di montagna, né seduto davanti al fuoco di un camino, ma su una spiaggia bianca deserta, mentre cammina avvolto dal rumore del vento e, più distante, quello dell’oceano; sullo sfondo lo scafo scrostato della barca di un pescatore e le onde increspate di un mare senza contorno.

Quando incrociò di nuovo lo sguardo di Natalie, si accorse che stava piangendo. I suoi occhi erano umidi, il viso calmo, lievemente contratto.
Avrebbe potuto essere un pianto di rabbia, ma non si trattava di questo. E nemmeno di compassione. Per lui Natalie provava sentimenti sinceri, ma non poteva assumersene la responsabilità. Un uomo che ribalta la propria vita per te, anche se cerca in tutti i modi di sollevarti dal peso, ti travolge.

– Non durerebbe, – disse. – Lo sai.
– Sì…, – sospirò Edward. – Ho bisogno di una sigaretta.
– E di una buona dose d’alcol, – aggiunse alzandosi.
Natalie sorrise. Senza farsi vedere, premette la manica del maglione sugli angoli degli occhi.
– Così parti…, – disse Edward. – Vai in Europa, giusto?
– Già… A Parigi, prima di tutto. Poi si vedrà. Ho bisogno di staccare, di concedermi un po’ di tempo, di prendermi cura di me.
– Certo, giusto, giusto, – annuì Edward. – E quando torni? -. Si pentì subito di quella domanda. – Voglio dire, – cercò di rimediare. – Stai tranquilla, non ti chiamerò…
– Non ci dobbiamo sentire né vedere più, – disse Natalie, seria. – E’ l’unico modo.
– Sì, certo… – assentì Edward.

Pensò all’ultima volta che avevano fatto l’amore, in auto, con urgenza, in un parcheggio. Ogni volta con lei era come morire, sospeso tra il bisogno di possederla e di lasciarla andare. Era dolce e doloroso al tempo stesso, come credere che sia tua e scoprire che non è possibile. Esserci, darsi completamente, e poi rinunciare e perdersi ogni volta.
Deglutì, bevve un sorso di whisky.
Le si avvicinò lentamente, si chinò e per la prima volta con una mano le sfiorò il viso. Lei chiuse gli occhi e si lasciò carezzare.
L’abbracciò. Sentì il suo respiro, affannoso, come il suo.
Cercò le sue labbra, le trovò, umide e calde.
– Se così dev’essere, che sia l’ultima volta, – disse, e lo disse piangendo.

Edward si sofferma a osservare le braci nel camino, adora guardarle pulsare nel buio intorno. Poi con un ferro scuote i tizzoni rianimando tante piccole fiammelle dormienti. Vi poggia sopra un altro ciocco di legno, non ha ancora voglia di coricarsi.
Era il venticinque dicembre, ricordi? riflette a voce alta. Quella notte, l’ultima, portava il tuo nome. Anche questa, come ogni anno, sussurra.
Tanti auguri, amore mio…

[P.B., 29/12/2019]

L’arte della manutenzione degli affetti

L'arte della manutenzione degli affetti

 

Stanotte l’ha vista di nuovo. Era inverno, nevicava, grossi fiocchi scendevano lenti nel silenzio. Lui era fuori, all’aperto, ma dove? Si concentra. Vede un ballatoio. La balconata di una casa come quella in cui ha vissuto da piccolo. Il primo o secondo piano di uno di quei signorili palazzi milanesi che, oltrepassato l’androne, rivelano un aspetto completamente diverso, rustico e dimesso. Due versioni della stessa realtà: un involucro elegante che s’affaccia su un viale alberato, un cuore povero e essenziale, più simile alla corte di un casale di campagna con l’acciottolato sconnesso, un angolo di verde incolto, l’intonaco scrostato, le ringhiere in ferro e i fili per stendere i panni.
E’ notte, sta nevicando, ma non sente freddo, non se ne cura, sta cercando qualcosa. Avanza sul ballatoio e si accorge che non è quello di casa sua. Strano, per un momento ha pensato lo fosse, passando davanti alle finestre, scorgendo gli interni bui delle stanze, gli era parso di essere rimasto chiuso fuori.
Più avanti, una stanza con la luce accesa. Perché non l’ha notata subito? Ha la sensazione che le cose intorno a lui mutino a ogni sguardo. Si dirige verso la luce, i suoi piedi ora si muovono sul pavimento lucido di una terrazza. Non si volta, ma è quasi certo che alle sue spalle ci sia una piscina. Quella davanti a lui è una casa isolata con le finestre incorniciate di bianco, i vetri lavorati delle finestre deformano le ombre all’interno confondendole. Spinge un’anta che sa essere solo accostata e decide di entrare. Nella penombra di un ampio soggiorno è accolto da un piacevole tepore che gli fa pensare che quella non lo è, ma avrebbe potuto essere casa sua. La cosa lo disorienta, i suoi movimenti si fanno incerti, titubanti. Ciò che sta per vedere dipende da lui.
Sale lentamente dei gradini verso un vano più interno, una specie di altana, il cuore caldo della casa. Di fronte a lui, ben illuminato al centro della stanza, c’è un grande letto bianco, nel quale dorme una donna. E’ sdraiata di lato, composta, i capelli neri sciolti sul cuscino. La riconosce subito: è sua moglie.

Si massaggia il collo indolenzito. Sente addosso il peso e le scorie del sogno: stanchezza, vecchi ricordi che si riaffacciano improvvisamente.
Una volta sua moglie gli mise in mano un libro. Me l’hanno regalato, disse. Lui si domandò il perché di quel gesto: era destinato a lei, non gli passava mai un libro prima di averlo letto. E’ stato un collega, aggiunse.
Fu il modo in cui lo disse. La fissò interrogativo. Chi?, chiese. Si chiama Paolo, rispose lei, non l’hai mai visto. Parlava dandogli la schiena, con l’aria di non voler dar peso alla cosa. Camminava per casa in cerca di qualcosa e lui cominciò a seguirla senza rendersene conto.
Mi ha chiesto di uscire, ma io gli ho detto di no, aggiunse con sufficienza.
Si fermò, fissò il libro, un Adelphi marrone chiaro con una strana immagine in copertina, Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, di Pirsig. Non osò aprirlo.
Pulirsi la coscienza è un gesto abbastanza semplice tutto sommato, come sciacquare una tazzina.
C’era una dedica all’interno. Glielo disse lei. Sfogliò le prime pagine e la trovò, scritta a biro nera, con calligrafia verticale e chiara, un po’ naif.
Stanotte ti ho sognata. Indossavi un maglione chiaro di cashmere con il girocollo. Eri in bagno e ti lavavi le mani. Ti voltavi e mi guardavi sorridendo, con aria colpevole da bambina.
La lesse più volte cercando di trovare un senso diverso da quello che gli agitava la bocca dello stomaco. Lasciò il libro sul canterano, sapendo che non l’avrebbe mai letto, né avrebbe più potuto dimenticarlo.

Quando finì il loro matrimonio?
Ieri ha raccontato il suo primo tradimento a una donna che aveva appena conosciuto e non aspettava altro che scopare con lui. Non l’aveva mai raccontato a nessuno, né a un amico, né a suo fratello. Ha vomitato tutto in faccia a una perfetta sconosciuta.
Ha goduto come se lo stesse facendo per la prima volta. Gli occhi di lei, accesi e liquidi, erano come uno specchio. Lui l’attore al maquillage che riprova la parte, mentre il suo volto cambia aspetto assumendo altre sembianze.
Le ha raccontato tutto, si è lavato la coscienza, come un bambino che prova a togliere la macchia sui pantaloni nuovi nel bagno di scuola.
Perché gliel’aveva detto? Poteva leggersi quel cazzo di libro, uscire con lui quando e come voleva senza dirgli niente. Poteva tenere tutto nascosto e godersela, invece si era sentita in colpa, oppure aveva voluto metterlo alla prova, vedere come reagiva. Magari ne aveva un altro, è possibile.

Aveva ventotto anni. Si preparava per una gita sul fiume con la donna che stava per sposare. Era in ritardo, per via del porta bici, che aveva deciso all’ultimo di montare sopra il tettuccio della sua auto. Invano. Dopo un paio di tentativi di fissarlo, con tanto di chiave inglese, l’unico risultato che aveva ottenuto era stato quello di smontarlo senza più riuscire a tornare al punto di partenza. Al che si arrese, incastrò in qualche modo la bicicletta nel baule della macchina e si avviò, abbandonando quel mucchio di ferraglia disarticolata sul pavimento del garage.
Questa immagine per lui è emblematica. E’ la sua vita. Fatta di ritardi, improvvisazioni, insuccessi, insoddisfazioni. Lui e la bicicletta – ce l’ha ancora, sepolta da scatole e materassi, in fondo alla cantina. Lui e la sua incapacità pratica e manuale di conservare le cose. Lui e la sua inconcludenza, la sua improduttività, la sua sterilità. Lui e la sua mancanza di ambizioni, i suoi fallimenti. Lui e la sua mancanza di attenzione per gli affetti, le persone.
Oggi è come allora. Non sa fare nulla. Non si prende cura di nulla, non aggiusta nulla, non vale nulla. Ammetterlo, raccontare a qualcuno queste cose, può forse servire a vivere meglio con se stesso. Ma non a cambiare lo stato delle cose.

[P.B., 09/11/2019]

Credits: “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, di M. Pirsig, Ed. Adelphi, 1990, dettaglio di copertina

Rapidità

[La perfetta essenzialità di un racconto]

 

Ofelia - J. E. Millais

“Ophelia”, di John Everett Millais – web

 

L’imperatore Carlomagno in tarda età si innamorò di una giovane ragazza tedesca. I baroni della corte erano molto preoccupati vedendo che il sovrano, tutto preso dalla brama amorosa, e dimentico della dignità regale trascurava gli affari dell’Impero. Quando improvvisamente la ragazza morì, i dignitari trassero un respiro di sollievo, ma per poco: perché l’amore di Carlomagno non morì con lei. L’imperatore, fatto portare il cadavere imbalsamato nella sua stanza, non voleva staccarsene. L’arcivescovo Turpino, spaventato da questa macabra passione, sospettò un incantesimo e volle esaminare il cadavere. Nascosto sotto la lingua morta, egli trovò un anello con una pietra preziosa. Dal momento in cui l’anello fu nelle mani di Turpino, Carlomagno s’affrettò a far seppelire il cadavere, e riversò il suo amore sulla persona dell’arcivescovo. Turpino, per sfuggire a quella imbarazzante situazione gettò l’anello nel lago di Costanza. Carlomagno si innamorò del lago e non volle più allontanarsi dalle sue rive.

[Da “Lezioni americane – Sei proposte per il prossimo millennio”, di Italo Calvino, Ed. Garzanti, 1988 – Capitolo secondo: “Rapidità”]

“Leggenda” tratta da un quaderno di appunti inedito dello scrittore romantico francese Barbey d’Aurevilly, scelta da Calvino fra tante e diverse versioni della medesima storia, e portata ad esempio per la sua lucente e ineguagliata efficacia narrativa.