L’arte della manutenzione degli affetti

L'arte della manutenzione degli affetti

 

Stanotte l’ha vista di nuovo. Era inverno, nevicava, grossi fiocchi scendevano lenti nel silenzio. Lui era fuori, all’aperto, ma dove? Si concentra. Vede un ballatoio. La balconata di una casa come quella in cui ha vissuto da piccolo. Il primo o secondo piano di uno di quei signorili palazzi milanesi che, oltrepassato l’androne, rivelano un aspetto completamente diverso, rustico e dimesso. Due versioni della stessa realtà: un involucro elegante che s’affaccia su un viale alberato, un cuore povero e essenziale, più simile alla corte di un casale di campagna con l’acciottolato sconnesso, un angolo di verde incolto, l’intonaco scrostato, le ringhiere in ferro e i fili per stendere i panni.
E’ notte, sta nevicando, ma non sente freddo, non se ne cura, sta cercando qualcosa. Avanza sul ballatoio e si accorge che non è quello di casa sua. Strano, per un momento ha pensato lo fosse, passando davanti alle finestre, scorgendo gli interni bui delle stanze, gli era parso di essere rimasto chiuso fuori.
Più avanti, una stanza con la luce accesa. Perché non l’ha notata subito? Ha la sensazione che le cose intorno a lui mutino a ogni sguardo. Si dirige verso la luce, i suoi piedi ora si muovono sul pavimento lucido di una terrazza. Non si volta, ma è quasi certo che alle sue spalle ci sia una piscina. Quella davanti a lui è una casa isolata con le finestre incorniciate di bianco, i vetri lavorati delle finestre deformano le ombre all’interno confondendole. Spinge un’anta che sa essere solo accostata e decide di entrare. Nella penombra di un ampio soggiorno è accolto da un piacevole tepore che gli fa pensare che quella non lo è, ma avrebbe potuto essere casa sua. La cosa lo disorienta, i suoi movimenti si fanno incerti, titubanti. Ciò che sta per vedere dipende da lui.
Sale lentamente dei gradini verso un vano più interno, una specie di altana, il cuore caldo della casa. Di fronte a lui, ben illuminato al centro della stanza, c’è un grande letto bianco, nel quale dorme una donna. E’ sdraiata di lato, composta, i capelli neri sciolti sul cuscino. La riconosce subito: è sua moglie.

Si massaggia il collo indolenzito. Sente addosso il peso e le scorie del sogno: stanchezza, vecchi ricordi che si riaffacciano improvvisamente.
Una volta sua moglie gli mise in mano un libro. Me l’hanno regalato, disse. Lui si domandò il perché di quel gesto: era destinato a lei, non gli passava mai un libro prima di averlo letto. E’ stato un collega, aggiunse.
Fu il modo in cui lo disse. La fissò interrogativo. Chi?, chiese. Si chiama Paolo, rispose lei, non l’hai mai visto. Parlava dandogli la schiena, con l’aria di non voler dar peso alla cosa. Camminava per casa in cerca di qualcosa e lui cominciò a seguirla senza rendersene conto.
Mi ha chiesto di uscire, ma io gli ho detto di no, aggiunse con sufficienza.
Si fermò, fissò il libro, un Adelphi marrone chiaro con una strana immagine in copertina, Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, di Pirsig. Non osò aprirlo.
Pulirsi la coscienza è un gesto abbastanza semplice tutto sommato, come sciacquare una tazzina.
C’era una dedica all’interno. Glielo disse lei. Sfogliò le prime pagine e la trovò, scritta a biro nera, con calligrafia verticale e chiara, un po’ naif.
Stanotte ti ho sognata. Indossavi un maglione chiaro di cashmere con il girocollo. Eri in bagno e ti lavavi le mani. Ti voltavi e mi guardavi sorridendo, con aria colpevole da bambina.
La lesse più volte cercando di trovare un senso diverso da quello che gli agitava la bocca dello stomaco. Lasciò il libro sul canterano, sapendo che non l’avrebbe mai letto, né avrebbe più potuto dimenticarlo.

Quando finì il loro matrimonio?
Ieri ha raccontato il suo primo tradimento a una donna che aveva appena conosciuto e non aspettava altro che scopare con lui. Non l’aveva mai raccontato a nessuno, né a un amico, né a suo fratello. Ha vomitato tutto in faccia a una perfetta sconosciuta.
Ha goduto come se lo stesse facendo per la prima volta. Gli occhi di lei, accesi e liquidi, erano come uno specchio. Lui l’attore al maquillage che riprova la parte, mentre il suo volto cambia aspetto assumendo altre sembianze.
Le ha raccontato tutto, si è lavato la coscienza, come un bambino che prova a togliere la macchia sui pantaloni nuovi nel bagno di scuola.
Perché gliel’aveva detto? Poteva leggersi quel cazzo di libro, uscire con lui quando e come voleva senza dirgli niente. Poteva tenere tutto nascosto e godersela, invece si era sentita in colpa, oppure aveva voluto metterlo alla prova, vedere come reagiva. Magari ne aveva un altro, è possibile.

Aveva ventotto anni. Si preparava per una gita sul fiume con la donna che stava per sposare. Era in ritardo, per via del porta bici, che aveva deciso all’ultimo di montare sopra il tettuccio della sua auto. Invano. Dopo un paio di tentativi di fissarlo, con tanto di chiave inglese, l’unico risultato che aveva ottenuto era stato quello di smontarlo senza più riuscire a tornare al punto di partenza. Al che si arrese, incastrò in qualche modo la bicicletta nel baule della macchina e si avviò, abbandonando quel mucchio di ferraglia disarticolata sul pavimento del garage.
Questa immagine per lui è emblematica. E’ la sua vita. Fatta di ritardi, improvvisazioni, insuccessi, insoddisfazioni. Lui e la bicicletta – ce l’ha ancora, sepolta da scatole e materassi, in fondo alla cantina. Lui e la sua incapacità pratica e manuale di conservare le cose. Lui e la sua inconcludenza, la sua improduttività, la sua sterilità. Lui e la sua mancanza di ambizioni, i suoi fallimenti. Lui e la sua mancanza di attenzione per gli affetti, le persone.
Oggi è come allora. Non sa fare nulla. Non si prende cura di nulla, non aggiusta nulla, non vale nulla. Ammetterlo, raccontare a qualcuno queste cose, può forse servire a vivere meglio con se stesso. Ma non a cambiare lo stato delle cose.

[P.B., 09/11/2019]

Credits: “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, di M. Pirsig, Ed. Adelphi, 1990, dettaglio di copertina

Diagonal

Sezione, spaccato
linea trasversale
obliqua.
Pullulante formicaio
di vite incrociate, sfiorate
sovrapposte.
Impresse in effimere tracce.
Luce e ombra
riflesse e capovolte
in negativo
una sull’altra.
Un prima e un dopo
senza capo né coda.
Forse il tempo di un’attesa.
Che è già movimento.

Un nuovo “brano”, un estemporaneo e spontaneo insieme di parole (da prendersi come tale in tutta la sua genuina freschezza), originato nella sua versione originale da una bellissima fotografia scattata da Claudio Turri – che nuovamente ringrazio per la gentile eco offertagli. E’ sempre un piacere perdersi in queste vibrazioni (“web echoes”) che, come antenne, riceviamo e a nostra volta immettiamo nello spazio e nelle infinite possibilità e connessioni della rete.
Onda originante: Diagonal di Claudio Turri.

Finché dura il rimorso, dura la colpa

“Abele e Caino s’incontrarono dopo la morte di Abele. Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano, perché erano ambedue molto alti. I fratelli sedettero in terra, accesero un fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. Nel cielo spuntava qualche stella, che non aveva ancora ricevuto il suo nome. Alla luce delle fiamme, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca chiese che gli fosse perdonato il suo delitto.
Abele rispose:
– Tu mi hai ucciso, o io ho ucciso te ? Non ricordo più; stiamo qui insieme come prima.
– Ora so che mi hai perdonato davvero, – disse Caino, – perché dimenticare è perdonare. Anch’io cercherò di scordare.
Abele disse lentamente:
– E’ così. Finché dura il rimorso, dura la colpa.”

[J.L. Borges, “Leggenda” da “Elogio dell’ombra”]

Andando dove devi andare, e facendo quello che devi fare, e vedendo quello che devi vedere

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Nel caffè della stazione faceva caldo e c’era una buona luce. Il legno dei tavoli brillava, a furia di essere strofinato, e c’erano dei cestini di ciambelline salate in sacchetti di carta satinata…

Esistono scrittori in grado di aprirti gli occhi.
Di togliere veli e filtri che non sapevi di avere.
Di farti credere che prima di incontrarli non avessi mai letto veramente.
Di aver finalmente imparato a farlo.

“Mille anni ancora”

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[Ricordando Fabrizio De André, Bergamo, Teatro Donizetti, 15/04/2014]

 

Non ho conosciuto Fabrizio De André, anche se avrei potuto, non sono un giovincello. A dire il vero, quando ascolto le sue canzoni e rileggo i suoi testi – e non è cosa frequente – non lo ripasso, né lo riscopro. Per me Fabrizio, “Faber”, ha ancora il gusto della scoperta. Lui non c’è più, certo, se n’è andato troppo presto. Ma c’è chi ancora ce lo fa incontrare. Come se fosse ancora qui, tra noi. Mi viene in mente un paragone che, seppur sentito e vero, risulterebbe un po’ scontato, mentre quello che vorrei dire qui è tutto fuorché banale, anche se corre l’inevitabile rischio di esserlo.
Ciò che si è manifestato ieri sera non è un miracolo, né la mistificazione di un gruppo di nostalgici. E’ umanità, tanta semplice, nuda umanità. Niente più di questo. Quanto basta per vedere lassù, sul palco, il volto solcato di un uomo ormai vecchio, che grida alla vita, le urla in faccia con voce che taglia, tuona e quasi si schianta come legno spezzato. Nel tempo, sul tempo. Il suo, il nostro. Gli anni che sono passati e non sai dove sono finiti, gli anni di cui inizi a sentire l’amaro sapore e quelli che iniziano forse ad averne uno. Eravamo tanti e diversi, ieri sera, e per ognuno di noi c’era una voce da ascoltare. E c’era chi in questo ti poteva aiutare. Un gruppo di vecchi compagni di viaggio, conosciutisi lungo un cammino iniziato tanti anni fa, che non è ancora finito. E non finirà mai. C’era la voce dell’uomo che sa raccontare, la voce dell’amico, la voce del ricordo, che mentre l’ascolti diventa anche tuo. C’erano le voci di un coro e mani che si trovavano, si riunivano. C’era l’abbraccio, spontaneo, fraterno, c’era il passo di quella danza che è festa e espiazione insieme. E c’era anche il tempo, sì, che è volato via, è tornato da dove era venuto. Mentre lì, a luci accese, restavamo noi. Con un po’ meno paura.