A small autumn tale

A small autumn tale

La platea era mezza vuota e nell’aria si percepiva un clima da prova generale, come se i musicisti suonassero per se stessi prima che per gli spettatori. Sul palco non s’avvertiva la tensione di una prima, ma concentrazione e godimento sinceri. I volti degli orchestrali erano distesi, sorridenti, i loro gesti spontanei e slegati. All’intermezzo accolsero il ritorno del direttore battendo i piedi sull’assito, ingrossando l’applauso del pubblico poco numeroso. Parlavano fra loro commentando a mezza voce, c’era intesa, voglia di giocare. Alcuni di loro in effetti erano molto giovani.
In seconda fila, alla viola, riconobbi Flavio, il mio maestro di violino, mentre con una mano reggeva lo strumento e con l’altra si batteva la coscia pestando giocosamente il pavimento. Sorrisi ritrovando lo stesso guizzo provocatorio nel suo sguardo un po’ spiritato. Erano passati anni, non era affatto cambiato.
Fuori pioveva e faceva freddo. Con tutto, decisi di aspettarlo fuori sul retro del teatro. Non mi era mai capitato di fare una cosa del genere, ma erano solo le dieci e non mi andava di rincasare presto quella sera. Aspettandolo, mi accorsi di essere eccitato. Che gli avrei detto, mi avrebbe riconosciuto? Avrei dovuto ammettere di aver abbandonato la musica.
Non ero il solo ad attendere sotto la pioggia, ma ero tra i pochi a non avere un ombrello e cercai riparo sotto le fronde di un ippocastano. Nel mentre, un gruppo di giovani che discutevano allegramente attirò la mia attenzione, in particolare una donna, elegante, capelli e occhi neri, sulle labbra un rossetto vivace che luccicava. Quando il portone si aprì e uscirono i musicisti, individuai Flavio proprio mentre li avvicinava. Li salutò scambiando con loro qualche battuta. L’astuccio della viola a tracolla, non aveva l’ombrello e nemmeno un soprabito, indossava ancora lo smoking da concerto con il papillon bianco. Si rivolgeva loro con fare concitato, invitandoli a muoversi e andar via di lì. Allora mi feci coraggio e mi avvicinai.
“Ciao Flavio, ti ricordi di me?”
Era ovvio che non fosse così. Avevo fatto il conto degli anni che erano trascorsi dall’ultima lezione: sette. Gli dissi il mio nome, violino, privatista. Non so se fosse vera la luce che gli balenò negli occhi quando mi disse che sì, certo, si ricordava chi ero. Seguirono dei come stai, cosa fai nella vita, cose così. Accennai ai miei studi, da poco ultimati, al mio primo impiego da laureato. Lui mi ascoltò sorridendo.
“Io suono”, disse. “Mi sono sposato e mi sono separato”, aggiunse con ghigno canzonatorio.
Fu allora che mi accorsi che era molto più magro di come me lo ricordavo. Il suo volto era scavato. Gli occhi, grandi e scuri, saettavano nel buio.
Salutò qualcuno alle mie spalle. “Voi che fate, venite con noi?”, gridò.
Mi voltai a guardare pensando che forse era il caso di farmi da parte.
“Allora? Che fai, suoni ancora?”, chiese.
“No, no”, risposi in un accesso di rammarico, “ho smesso da anni ormai.”
Quella domanda mi mise in imbarazzo, sapevo di non essere mai stato un gran che.
“No!”, esclamò lui energicamente, “Non devi mollare. Riprendi! E’ così bello suonare. La musica…, la musica è troppo bella!”
Pronunciò quelle parole con enfasi, scandendo le parole. Ma il gesto che fece con le mani, l’allegra vivacità che vi mise me le resero vere.
Disse qualcosa alla donna col rossetto, che nel frattempo gli aveva sfiorato una spalla sussurrandogli qualcosa all’orecchio. Non udii cosa si dissero. Lui la prese sotto braccio sorridendo. Mi guardarono entrambi, mentre decidevano di allontanarsi. Flavio inarcò le spalle e alzò il rever. Aveva i capelli bagnati, le spalline della giacca erano lucide. “Andiamo”, dissero.
Ma mentre si avviavano alle macchine, lui si fermò e si voltò.
“Dai, vieni anche tu”, disse.
“Tra poco, a mezz’ora da qui. Faccio un altro concerto. Musica moderna e antica. Un sacco di strumenti, ci sono anche chitarra e percussioni. Ti piacerà. Ascolti il jazz?”
Mi diede qualche indicazione per raggiungere il posto, un locale in collina ricavato in una vecchia chiesa sconsacrata.
Suonarono un clacson, lo stavano aspettando. Corse alla macchina.
Sentii un brivido lungo la schiena mentre mi decidevo a seguirlo. Mi avviai sotto la pioggia stretto nel mio cappotto umido. Sapevo che non avremmo più avuto modo di parlare, Flavio ed io. Ma sapevo che quella sera aveva ancora in serbo qualcosa per me. Qualcosa di nuovo da cominciare. Qualcosa da riscoprire.

… ascoltando …

… e ancora …

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Diagonal

Sezione, spaccato
linea trasversale
obliqua.
Pullulante formicaio
di vite incrociate, sfiorate
sovrapposte.
Impresse in effimere tracce.
Luce e ombra
riflesse e capovolte
in negativo
una sull’altra.
Un prima e un dopo
senza capo né coda.
Forse il tempo di un’attesa.
Che è già movimento.

Un nuovo “brano”, un estemporaneo e spontaneo insieme di parole (da prendersi come tale in tutta la sua genuina freschezza), originato nella sua versione originale da una bellissima fotografia scattata da Claudio Turri – che nuovamente ringrazio per la gentile eco offertagli. E’ sempre un piacere perdersi in queste vibrazioni (“web echoes”) che, come antenne, riceviamo e a nostra volta immettiamo nello spazio e nelle infinite possibilità e connessioni della rete.
Onda originante: Diagonal di Claudio Turri.

Finché dura il rimorso, dura la colpa

“Abele e Caino s’incontrarono dopo la morte di Abele. Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano, perché erano ambedue molto alti. I fratelli sedettero in terra, accesero un fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. Nel cielo spuntava qualche stella, che non aveva ancora ricevuto il suo nome. Alla luce delle fiamme, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca chiese che gli fosse perdonato il suo delitto.
Abele rispose:
– Tu mi hai ucciso, o io ho ucciso te ? Non ricordo più; stiamo qui insieme come prima.
– Ora so che mi hai perdonato davvero, – disse Caino, – perché dimenticare è perdonare. Anch’io cercherò di scordare.
Abele disse lentamente:
– E’ così. Finché dura il rimorso, dura la colpa.”

[J.L. Borges, “Leggenda” da “Elogio dell’ombra”]

Andando dove devi andare, e facendo quello che devi fare, e vedendo quello che devi vedere

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Nel caffè della stazione faceva caldo e c’era una buona luce. Il legno dei tavoli brillava, a furia di essere strofinato, e c’erano dei cestini di ciambelline salate in sacchetti di carta satinata…

Esistono scrittori in grado di aprirti gli occhi.
Di togliere veli e filtri che non sapevi di avere.
Di farti credere che prima di incontrarli non avessi mai letto veramente.
Di aver finalmente imparato a farlo.

“Mille anni ancora”

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[Ricordando Fabrizio De André, Bergamo, Teatro Donizetti, 15/04/2014]

 

Non ho conosciuto Fabrizio De André, anche se avrei potuto, non sono un giovincello. A dire il vero, quando ascolto le sue canzoni e rileggo i suoi testi – e non è cosa frequente – non lo ripasso, né lo riscopro. Per me Fabrizio, “Faber”, ha ancora il gusto della scoperta. Lui non c’è più, certo, se n’è andato troppo presto. Ma c’è chi ancora ce lo fa incontrare. Come se fosse ancora qui, tra noi. Mi viene in mente un paragone che, seppur sentito e vero, risulterebbe un po’ scontato, mentre quello che vorrei dire qui è tutto fuorché banale, anche se corre l’inevitabile rischio di esserlo.
Ciò che si è manifestato ieri sera non è un miracolo, né la mistificazione di un gruppo di nostalgici. E’ umanità, tanta semplice, nuda umanità. Niente più di questo. Quanto basta per vedere lassù, sul palco, il volto solcato di un uomo ormai vecchio, che grida alla vita, le urla in faccia con voce che taglia, tuona e quasi si schianta come legno spezzato. Nel tempo, sul tempo. Il suo, il nostro. Gli anni che sono passati e non sai dove sono finiti, gli anni di cui inizi a sentire l’amaro sapore e quelli che iniziano forse ad averne uno. Eravamo tanti e diversi, ieri sera, e per ognuno di noi c’era una voce da ascoltare. E c’era chi in questo ti poteva aiutare. Un gruppo di vecchi compagni di viaggio, conosciutisi lungo un cammino iniziato tanti anni fa, che non è ancora finito. E non finirà mai. C’era la voce dell’uomo che sa raccontare, la voce dell’amico, la voce del ricordo, che mentre l’ascolti diventa anche tuo. C’erano le voci di un coro e mani che si trovavano, si riunivano. C’era l’abbraccio, spontaneo, fraterno, c’era il passo di quella danza che è festa e espiazione insieme. E c’era anche il tempo, sì, che è volato via, è tornato da dove era venuto. Mentre lì, a luci accese, restavamo noi. Con un po’ meno paura.