Finché dura il rimorso, dura la colpa

“Abele e Caino s’incontrarono dopo la morte di Abele. Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano, perché erano ambedue molto alti. I fratelli sedettero in terra, accesero un fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. Nel cielo spuntava qualche stella, che non aveva ancora ricevuto il suo nome. Alla luce delle fiamme, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca chiese che gli fosse perdonato il suo delitto.
Abele rispose:
– Tu mi hai ucciso, o io ho ucciso te ? Non ricordo più; stiamo qui insieme come prima.
– Ora so che mi hai perdonato davvero, – disse Caino, – perché dimenticare è perdonare. Anch’io cercherò di scordare.
Abele disse lentamente:
– E’ così. Finché dura il rimorso, dura la colpa.”

[J.L. Borges, “Leggenda” da “Elogio dell’ombra”]

Andando dove devi andare, e facendo quello che devi fare, e vedendo quello che devi vedere

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Nel caffè della stazione faceva caldo e c’era una buona luce. Il legno dei tavoli brillava, a furia di essere strofinato, e c’erano dei cestini di ciambelline salate in sacchetti di carta satinata…

Esistono scrittori in grado di aprirti gli occhi.
Di togliere veli e filtri che non sapevi di avere.
Di farti credere che prima di incontrarli non avessi mai letto veramente.
Di aver finalmente imparato a farlo.

“Mille anni ancora”

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[Ricordando Fabrizio De André, Bergamo, Teatro Donizetti, 15/04/2014]

 

Non ho conosciuto Fabrizio De André, anche se avrei potuto, non sono un giovincello. A dire il vero, quando ascolto le sue canzoni e rileggo i suoi testi – e non è cosa frequente – non lo ripasso, né lo riscopro. Per me Fabrizio, “Faber”, ha ancora il gusto della scoperta. Lui non c’è più, certo, se n’è andato troppo presto. Ma c’è chi ancora ce lo fa incontrare. Come se fosse ancora qui, tra noi. Mi viene in mente un paragone che, seppur sentito e vero, risulterebbe un po’ scontato, mentre quello che vorrei dire qui è tutto fuorché banale, anche se corre l’inevitabile rischio di esserlo.
Ciò che si è manifestato ieri sera non è un miracolo, né la mistificazione di un gruppo di nostalgici. E’ umanità, tanta semplice, nuda umanità. Niente più di questo. Quanto basta per vedere lassù, sul palco, il volto solcato di un uomo ormai vecchio, che grida alla vita, le urla in faccia con voce che taglia, tuona e quasi si schianta come legno spezzato. Nel tempo, sul tempo. Il suo, il nostro. Gli anni che sono passati e non sai dove sono finiti, gli anni di cui inizi a sentire l’amaro sapore e quelli che iniziano forse ad averne uno. Eravamo tanti e diversi, ieri sera, e per ognuno di noi c’era una voce da ascoltare. E c’era chi in questo ti poteva aiutare. Un gruppo di vecchi compagni di viaggio, conosciutisi lungo un cammino iniziato tanti anni fa, che non è ancora finito. E non finirà mai. C’era la voce dell’uomo che sa raccontare, la voce dell’amico, la voce del ricordo, che mentre l’ascolti diventa anche tuo. C’erano le voci di un coro e mani che si trovavano, si riunivano. C’era l’abbraccio, spontaneo, fraterno, c’era il passo di quella danza che è festa e espiazione insieme. E c’era anche il tempo, sì, che è volato via, è tornato da dove era venuto. Mentre lì, a luci accese, restavamo noi. Con un po’ meno paura.

Illusioni

Il suo viso era pieno, giovane e liscio, con una striscia di pelo intorno alla bocca, a scimmiottare una ruga, un qualche spessore del volto.
Lei lo guardò incuriosita.
Attratta – pensò lui, che da dietro gli occhiali scuri la scrutò ammirato.
Era bella, straniera, forse una modella.
Continuò a fissarla, sicuro di non essere visto, godendosi la lusinga di un nuovo sguardo d’attenzione. Dovuto forse al viola della montatura dei suoi occhiali o, più probabilmente, al fatto che li portasse anche lì, sotto terra, in metropolitana.
Ma in quel momento il suo giovane cuore, gonfio di vita, non poteva essere sfiorato da un simile dubbio.

Della poesia

E una sera di luglio senza sapere come scavalcare i centimetri tra una donna e me, tirai dallo scaffale le poesie di Hikmet, misi la voce spenta sui suoi versi e tra noi due sparì anche l’ultimo millimetro. Ma questo non è calcolo o sistema: o è frutto di un momento di improvvisazione o è falso. Poiché poesia è una mossa che inventa la verità. Non la sa prima.

[Erri De Luca, da “Lettere fraterne”, Libreria Dante e Decartes, 2007]