Istantanee del dopo guerra

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Voglio terminare questo viaggio in compagnia di nonno Virgilio sul fronte della Grande Guerra, riportando alcune sue annotazioni che si riferiscono al dopo. Sono due istantanee. Una scattata immediatamente a ridosso del termine del conflitto; siamo nel dicembre del 1919 e dal racconto si percepisce il forte fermento socio politico in atto in quei mesi. L’altro è un piccolo frammento, una scheggia raccolta a distanza di più di dieci anni, a migliaia di chilometri di distanza dai luoghi narrati fin qui e dal vecchio continente.

In conclusione voglio ringraziare mio nonno per questa testimonianza (e suo figlio, Pier Luigi, che per primo, vent’anni fa, l’ha riportata alla luce per farne memoria condivisa), che pur apparendo volutamente obiettiva e distaccata, nell’intento di narrare soltanto i fatti salienti, in realtà rivela anche molto di un uomo, un familiare, che in vero non ho conosciuto. E così pure per il racconto degli eventi, oculatamente calato nel loro contesto, talvolta arricchito di preziosi dettagli, che è stato per me alquanto istruttivo.

P.

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Milano, dicembre 1919

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Prima pagina del giornale “Avanti!”, Aprile 1919 – web

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Nel dicembre del 1919 mi trovavo ancora a Novara, in forza al 23° Reggimento di fanteria, in attesa di congedo. Una mattina lessi sul “Corriere” di un processo al tenente Sabatini, promosso dai tenenti Ceridoni e Giordano, i quali lo accusavano di essersi arreso quando era ancora possibile resistere nell’episodio dell’anno precedente, a ottobre, quando oltrepassammo il Piave. A parte qualunque altra considerazione, il fatto mi indignò, perché, come ho precisato nel mio racconto, i due tenenti erano venuti dal collega Sabatini a consigliargli la resa ben prima della sua decisione, ed erano stati da lui respinti in malo modo.

Il processo avrebbe avuto luogo a Milano, presso il Tribunale Militare. Difensore del tenente Sabatini era l’onorevole Gasparotto ex combattente nell’arma di fanteria e autore del libro “Il diario di un fante”, in cui descrive episodi di guerra ai quali aveva partecipato quando anche lui faceva ancora parte dell’arma dei bombardieri. Non persi tempo e la mattina successiva partii da Novara alla volta di Milano per incontrarmi con l’onorevole Gasparotto ed offrirmi come teste a discarico.

Arrivato a Milano, fui sorpreso di trovare la città deserta e senza servizi pubblici. Mi avviai così a piedi, dalla stazione lungo i bastioni, per raggiungere Corso Venezia, dove si trovava un ristorante in cui lavorava un mio cugino. Avevo in programma di recarmi poi di lì allo studio dell’onorevole Gasparotto, nei pressi del Palazzo Reale.

Erano giorni di elezioni e, ritenendolo particolarmente occupato, essendo candidato, pensavo di andare da lui nella tarda serata. Fermato uno dei rari passanti, appresi che era in atto uno sciopero generale, ma non me ne seppe spiegare i motivi. Imboccai Corso Venezia e all’altezza dei giardini pubblici mi venne incontro un corteo di scioperanti, sventolando bandiere rosse e gridando slogan. Il corteo procedeva ordinato sulla strada, senza invadere il marciapiede. Mi fermai ad osservare, quando a un tratto un gruppetto si staccò dal corteo e venne a circondarmi, spalle all’inferriata dei giardini. Sentii uno gridare: “L’è chi el militar!”, se ne poteva tradurre il senso in: “Ecco qui quello che fa al caso nostro!”. Un altro cominciò a interrogarmi, insistendo soprattutto per sapere dove mi trovassi la sera precedente. Mi fu facile dimostrarlo esibendo il mio biglietto ferroviario. Questo però non placò gli animi di tutti e diversi insistevano per darmi una lezione, particolarmente perché dalla mia divisa avevano capito che ero un ardito. Seguirono brutti momenti.

Alla fine di fece largo ed uscì dal corteo, che continuava a sfilare, quello che doveva essere un dirigente del partito; si rese conto dei rischi della situazione, mandò tutti nei ranghi e si fermò al mio fianco. Le persone continuavano a passare, ad un certo punto il mio angelo custode chiamò un compagno a sostituirlo e questo rimase fermo al mio fianco finché il corteo non fu terminato. Ripresi allora il mio cammino per la strada deserta e raggiunsi finalmente il ristorante dove ero diretto.

Appena entrato, mi venne incontro la padrona che, dopo i convenevoli, mi pregò di non trattenermi vicino alla porta di ingresso, dove la mia presenza avrebbe potuto essere notata dalla strada. Mi ritirai disciplinatamente in una saletta interna, dove ebbi finalmente la spiegazione della caccia all’ardito. La sera precedente alcuni di loro avevano lanciato bombe contro la sede dell'”Avanti!” in via San Damiano, lì vicino. Di qui la reazione dei partiti della sinistra, la proclamazione dello sciopero generale e l’organizzazione di cortei di protesta e comizi in piazza. Nel clima politico del 1919 questi episodi erano all’ordine del giorno.

Al ristorante mi offrirono degli abiti borghesi, ma io rifiutai. A sera inoltrata uscii per recarmi dall’onorevole Gasparotto. Le strade erano deserte, ma presidiate da picchetti di carabinieri e poliziotti. La mia presenza non mancava di attirare la loro attenzione. All’altezza del Duomo trovai una pattuglia particolarmente numerosa. Il comandante, un tenente dei carabinieri, ordinò a due dei suoi di scortarmi fino allo studio di Gasparotto, che trovai assai euforico perché era terminato da poco lo spoglio delle schede elettorali ed aveva appena saputo di essere stato confermato deputato. Ascoltato ciò che avevo da dire, disse che la mia deposizione avrebbe potuto decidere le sorti del procedimento.

Dopo il colloquio, ripassando dietro al Duomo, mi fermai a ringraziare il comandante dei carabinieri e tornai al ristorante senza ulteriori inconvenienti. L’indomani la situazione era rientrata nella normalità e ripartii per Novara.

Tornai a Milano per il processo Sabatini. Quando, interpellatomi, accennai alla circostanza che in effetti i due sottotenenti accusatori erano venuti dal Sabatini a proporgli la resa ed erano stati rispediti malamente, l’onorevole Gasparotto si alzò e disse: “Da questo testimone sappiamo la verità sui fatti”.

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Due nemici

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Anno 1932.

Mi trovavo a Giava, quando ebbi bisogno di un otorinolaringoiatra. A Bandung, la città nel centro dell’isola, capitale estiva, c’era un professore austriaco di buona fama e mi recai da lui.

Era un ex ufficiale di artiglieria e scoprimmo di aver combattuto uno di fronte all’altro sulla Bainsizza, dove lui era stato fatto prigioniero. Il suo pezzo, piazzato sulle alture di Auzza, era stato colpito e distrutto da una bomba da 240 delle nuove bombarde di tipo L.L., sparata da Ronzina. Mi disse che ritenevano la loro artiglieria al sicuro dal tiro delle nostre bombarde e che erano rimasti sorpresi da quelle nuove, a lunga gittata. Era la prima volta infatti che le L.L. entravano in azione.

Lo informai che io mi trovavo esattamente di fronte a lui e che avevo sparato bombe in quella direzione per tutto il giorno.

“Una cosa sporca, la guerra,” commentò. “Abbiamo fatto del nostro meglio per eliminarci a vicenda e ora sono qua che le metto a disposizione la mia scienza per salvarle un orecchio.”

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[dal memoire sulla Grande Guerra di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Nonno Virgilio e i nipoti (io sono quello più piccolo, a destra) – Inverno 1977-78

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Grazie a tutti dell’attenzione.

P.

Prigioniero. Gli ultimi giorni di guerra.

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Arciduchessa Zita (1916) al “Feldspital” (rancio)

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La prima tappa da prigionieri la facemmo al castello di Susegana, dov’ero arrivato come fresca recluta un anno e mezzo prima. Ci fermammo ad una postazione di artiglieria, dove un graduato era intento a distribuire il caffè ai suoi soldati. In vita non ho mai agognato un caffè come in quel momento.

Qui successe un fatto curioso.

C’era fra noi un caporalmaggiore genovese che lavorava al porto come capo squadra degli scaricatori. Il comandante ungherese della batteria di artiglieria era, da borghese, rappresentante di una società di trasporti di Budapest al porto di Genova, e l’incontro fra i due fu assai cordiale e piuttosto chiassoso. Il graduato che stava distribuendo il caffè, accigliato in volto per la bisogna, seccato da una rumorosa risata del caporalmaggiore, si voltò di scatto e gli diede il mestolo in faccia. L’ufficiale ungherese reagì contro il suo subordinato e gli diede due nerbate con una specie di scudiscio che teneva in mano, accompagnandole con una filza di improperi, o minacce che siano state. Chiamò poi un soldato e fece accompagnare il prigioniero al posto di medicazione.

Dal castello di Susegana scendemmo poi al paese. Mentre attraversavamo la piazza principale, arrivò una granata che miracolosamente non fece vittime; era la prima granata italiana, alla quale molte altre dovevano seguire, specie nel primo tratto verso il nord.

Attraversammo Conegliano, apparentemente deserta, ma in effetti con la popolazione tappata in casa, che socchiudeva le finestre al nostro passaggio. Sotto i portici della cittadina, una ragazza aprì l’uscio di casa e ci fece delle domande. Un soldato della scorta allungò una mano per farle una carezza e ricevette i più coloriti apprezzamenti contemplati dal vocabolario del dialetto veneto…

In tutti i paesi che attraversammo suscitavamo la curiosità della gente, avida di notizie sull’andamento della guerra. Le nostre divise, non ancora sciupate, denotavano che eravamo prigionieri appena catturati, portatori di notizie fresche.

Che ci fosse qualcosa di nuovo, potevamo arguirlo dal cannoneggiamento in corso lungo il fronte di guerra. marciavamo tutto il giorno con soste di notte in campi che ospitavano anche altri prigionieri. La fame ci torturava, perché ci davano al più due o tre fette di pane nero al giorno. Attraversando un paesetto del Friuli, camminando rasente le case, vidi un giorno socchiudersi una porta e una mano che allungava un cartoccio, che subito afferrai: conteneva castagne arrosto, e furono le castagne più buone che abbia mai mangiato in vita mia.

Dopo tre o quattro giorni di cammino imboccammo la Valle Fella, sulla via del confine di Pontebba. La strada era intasata di traffico in direzione del confine, il che significava che gli Austriaci erano in ritirata. Le nostre guardie però erano sempre ligie al loro compito, dovevano portarci al confine. Quando vi arrivammo, ci abbandonarono al nostro destino e noi prendemmo la via del ritorno.

C’erano ormai due correnti di persone, una verso l’Italia, l’altra verso l’Austria; la prima composta da ex-prigionieri, la seconda da un esercito in rotta. La parola “Kamerad” si scambiava da una fila all’altra. Io mi ero accompagnato con un commilitone, tale Agosti di Brescia. Costui, durante una sosta della nostra lunga marcia, era sceso sul greto del fiume, dove una cucina mobile austriaca stava preparando il rancio ed aveva disposto sui sassi diversi tranci di carne. Agosti manovrò in maniera da prelevarne uno, avvolgendolo nella coperta che avevamo in dotazione. Io avevo notato una cascina sull’altra sponda del Fella, verso la quale ci dirigemmo. Al punto giusto attraversammo il fiume e risalimmo per il sentiero che portava alla cascina. Prima di arrivarci, incontrammo un gruppo di prigionieri italiani che scendevano dalla montagna scortati da soldati austriaci. Spiegammo loro la situazione e che arrivati sulla strada principale, potevano dirigersi verso l’Italia, anziché verso l’Austria. Mentre parlavamo, i soldati della scorta si dileguarono.

Raggiungemmo il cascinale ed entrammo. Era abitato da una contadina e dalla figlia, una ragazza dai capelli rossi. Dopo che ci ebbero riconosciuti come soldati italiani, fummo accolti con entusiasmo. Le donne prepararono un bollito, al quale aggiunsero delle patate che tenevano nascoste in un fienile. Dopo mangiato, io e il mio compagno andammo a dormire nel fienile. Ci svegliammo il giorno dopo, alle dieci.

Riprendemmo il cammino verso valle, seguendo il sentiero sulla riva sinistra del fiume, perché la strada sulla riva opposta era occupata dall’esercito austriaco in ritirata. Verso mezzogiorno arrivammo ad un gruppo di case ed entrammo in una di esse, in una stanza che ospitava una grande cucina economica. L’attenzione dei presenti, e nella stanza credo che si fossero radunati tutti gli abitanti del luogo, fu subito attratta dalle buone condizioni delle nostre divise, che dichiarava il nostro stato di prigionieri recenti.

Fummo bersagliati da domande e le nostre risposte riuscirono a chiarire qual’era la situazione attuale del fronte: l’esercito austriaco era davvero in ritirata, e per sempre. Domandammo l’uso della cucina per cucinare un po’ di carne, cosa di cui si incaricò subito una donna. Ad un tratto si affacciò alla porta d’ingresso un ufficiale austriaco; nel frattempo si erano uniti a noi altri prigionieri italiani di vecchia data. Indirizzandosi al nostro gruppo, l’ufficiale domandò in francese chi fra noi lo parlasse. Mi feci avanti. L’ufficiale mi informò che stavano trasportando un maggiore austriaco ferito e mi chiese il permesso di usare la cucina per preparare un po’ di cibo. “Après nous”, risposi, quasi con arroganza, effetto degli sviluppi della guerra. Fino a quel momento prigioniero sottomesso alla volontà altrui, sentii che la situazione si era rovesciata. Ma subito dopo, invitai l’ufficiale a disporre della cucina. Fecero entrare il maggiore ferito, adagiato su una rudimentale barella portata da quattro soldati, mentre altri quattro erano di riserva per il cambio. Era ferito ad una gamba, ma non domandai la natura della ferita: probabilmente un incidente, poiché il fronte di combattimento era lontano.

Dopo esserci rifocillati, Agosti ed io riprendemmo la marcia verso sud. Seguimmo ancora il sentiero sulla sponda sinistra del torrente, finché a un tratto sentii il caratteristico colpo secco del 91, il fucila in dotazione al nostro esercito, e il crepitio di una mitragliatrice. Arrivavano i nostri. Passammo il torrente e ci trovammo sulla strada completamente intasata. Il traffico si era fermato, i soldati austriaci erano indaffarati a liberarsi delle armi.

Alla prima svolta ci apparve il ponte di Moggio: ne ostruiva l’entrata un’autoblinda italiana piena di bersaglieri. Un ufficiale invitava noi prigionieri, o ex prigionieri, ad armarci con i fucili del nemico perché i rinforzi della piccola pattuglia erano ancora lontani e avrebbero potuto essere sopraffatti. Fummo in pochi ad armarci.

Le parti si erano invertite: quelli che fino a poco prima erano prigionieri, si misero a spogliare i loro ex carcerieri, razziando portafogli, orologi e tutto ciò che avesse un qualche valore. Uno spettacolo deplorevole.

Con gli ex prigionieri armati, l’ufficiale che capitanava la pattuglia dispose un picchetto sulla testata del ponte, con l’ordine di non lasciare passare nessuno, e un secondo picchetto a metà ponte, cui fui assegnato anch’io, nel caso il primo fosse stato travolto. Dall’altra parte del ponte erano rimasti imbottigliati due reggimenti austriaci, ai quali una sola autoblinda italiana andava a chiedere la resa.

Non passò molto tempo che arrivarono altri mezzi blindati e corazzati dei nostri, e poi bersaglieri e truppe autotrasportate. Con il loro arrivo, il nostro compito era finito. Al di là del ponte innalzarono bandiere bianche in segno di resa.

Nella loro ritirata, ormai diventata una rotta, gli Austriaci abbandonavano tutto e all’imbocco della Valle Fella, avevano lasciato liberi cavalli e carriaggi in quantità. Agosti, seguendo l’esempio di altri, si impadronì dell’avantreno di una cucina mobile austriaca, abbandonata con i due cavalli, e con quel mezzo proseguimmo il nostro viaggio. Man mano che penetravamo nel nostro territorio, aumentavano ordine e controllo, molti prigionieri vendevano i cavalli recuperati ai contadini prima che gli venissero requisiti dall’esercito ai posti di blocco. Il giorno seguente, infatti, fummo fermati e ci presero i cavalli, ordinandoci di dirigerci ad un posto di raccolta in un paese di cui non ho più nessun ricordo. Qui mi offrirono di rimanere perché avevano urgente bisogno di scritturali, aggiungendo che, se avessi accettato, alla chiusura del centro, avrei avuto una licenza più lunga di quella accordata a tutti gli ex prigionieri. Accettai.

Al termine della licenza, mi ripresentai al punti di partenza, ovvero al distretto militare di Voghera e di qui fui destinato al 23° Reggimento fanteria di stanza a Novara, dove rimasi fino al congedo.

La vita militare per me era ormai terminata. Ritornai a scuola, questa volta all’Istituto di Agraria Coloniale a Firenze. Eravamo nel 1920 e avevo 22 anni.

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[dal memoire sulla Grande Guerra di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Immagine di copertina tratta dal web

Ripassiamo il Piave

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Abbazia di Nervesa, 1918.
Nervesa fu uno dei fulcri della Grande Guerra sul Piave e in particolare durante la “Battaglia del Solstizio” del giugno 1918. La cittadina venne rasa al suolo durante i combattimenti e fu detta da allora “della Battaglia”; ottenne la Medaglia d’Oro al Merito Civile poiché «centro strategicamente importante tra il Piave ed il Montello, durante la prima guerra mondiale, fu teatro di violenti scontri tra gli opposti schieramenti che causarono la morte di numerosi concittadini e la totale distruzione dell’abitato. La popolazione costretta allo sfollamento e all’evacuazione, nonché all’abbandono di tutti i beni personali, dovette trovare rifugio in zone più sicure, tra stenti e dure sofferenze. I sopravvissuti seppero reagire, con dignità e coraggio, agli orrori della guerra e affrontare, col ritorno alla pace, la difficile opera di ricostruzione. Ammirevole esempio di spirito di sacrificio ed amor patrio».

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Dopo qualche settimana, finalmente scendemmo al piano e il 28 ottobre, a notte avanzata, attraversammo il Piave.

Tutta la 1° Divisione d’Assalto era ammassata lungo il fiume, all’altezza della Nervesa. Noi eravamo di punta, dietro di noi un reggimento di Bersaglieri. Ci traghettavano i soldati del genio pontieri su barconi di lamiera metallica.

Passò la prima, poi la seconda compagnia, infine la terza, alla quale appartenevo. Non fummo ostacolati dal fuoco nemico e non subimmo perdite.

Mentre stavamo ancora prendendo posizione, all’improvviso ci arrivò l’ordine, anzi, il contrordine di ritornare dall’altra parte del fiume. Passarono la prima e la seconda compagnia; la terza fu sorpresa dal chiarore del giorno e rimase sul greto del Piave, sulla sponda nemica. Alle spalle avevamo il fiume in piena, di fronte le postazioni austriache.

L’offensiva da noi avviata era stata sospesa perché improvvise piogge avevano provocato la piena del fiume e, d’altra parte, nostre truppe più a monte avevano già stabilito una testa di ponte in territorio nemico, per cui non era più indispensabile gettarne una seconda.

Venne la luce del giorno e fummo subito sottoposti al fuoco di fucileria, per la verità piuttosto sporadica, del nemico. La nostra linea di difesa naturale era costituita dal riparo che offriva, almeno per il fuoco di fucileria, il dislivello fra il greto del fiume ed i campi coltivati confinanti che, nel punto in cui ci trovavamo, era piuttosto marcato. Io mi ero subito costruito una specie di nicchia per ripararmi dalle fucilate, scavando una buca e spostando e ammucchiando i sassi davanti a me.

Ad un certo punto, fui invitato dal comandante della compagnia, il tenente medaglia d’oro Sabatini, ad unirmi a lui e al portaordini, raggiungendoli nella loro postazione, che era certamente migliore, dato che in quel punto il dislivello fra il greto e il campo coltivato era molto più alto. Non dovevamo temere il fuoco dell’artiglieria perché eravamo a ridosso delle difese nemiche e non avrebbero sparato per non rischiare di colpire i propri soldati.

Prevedibilmente la situazione si sarebbe risolta durante la notte. Noi, infatti, alla luce del giorno non avevamo la possibilità di ritirarci e se il nemico ci avesse attaccato, si sarebbe esposto a gravi perdite con il solo fuoco della nostra fucileria. Così la giornata trascorse calma, anche se rimanemmo senza approvvigionamenti.

Venne a sorvolarci un nostro aereo, portava il numero 78. Mi sarei aspettato che buttasse giù delle cibarie, ma si limitò a dei cenni di saluto, almeno così li interpretai (seppi in seguito, a guerra finita, che l’aereo 78 era pilotato dal sergente Salamina). Appena venne buio, il nemico si fece vivo con tutte le sue forze.

Eravamo schierati su una sola linea, vulnerabile in ogni punto, ma specialmente alle due estremità. La mia posizione era abbastanza centrale, perciò difficile da aggirare, e non dovevamo temere attacchi alle spalle. Attaccandoci frontalmente il nemico non si sarebbe esposto che a gravi perdite.

Era l’ala sinistra del nostro schieramento quella sottoposta a maggiore pressione, con continui attacchi da parte del nemico. Ebbi l’impressione che fossero attacchi di disturbo, soprattutto con l’intenzione di farci consumare munizioni, di cui non potevamo fare rifornimento. Sulla sinistra dello schieramento c’erano i sottotenenti Ceridoni e Giordana, i quali dopo qualche attacco vennero dal tenente Sabatini a proporgli di arrenderci. Sabatini rifiutò.

Alla fine fu la mancanza di munizioni a costringerci alla resa. Nella nostra postazione avevamo una mitragliatrice-pistola che a un certo punto di inceppò a causa della sabbia, le munizioni dei moschetti erano esaurite.

Presa la decisione della resa, all’avvicinarsi dei soldati nemici, scappai dalla parte opposta, verso il Piave, con l’intenzione di attraversarlo a nuoto; come seppi dopo, in quattro ci riuscirono. Avevo fatto poca strada quando incappai in una pattuglia nemica di sei uomini che mi costrinsero a fare dietro front. Per fortuna non mi spararono addosso; l’avrebbero fatto certamente, se avessi insistito a correre nella direzione del fiume. Risalii sul campo e mi aggregai ai compagni catturati: un gruppo di una cinquantina di prigionieri.

Un soldato nemico, per pura malvagità, buttò contro di noi una bomba a carbone, che ha schegge di latta, facendo diversi feriti. Me ne procurai una anch’io, al polso. Da quel momento la mia situazione cambiò: ero un prigioniero.

Al mattino, appena fu chiaro, ci contammo: eravamo rimasti in quarantasette. Avevamo passato il Piave in trecento.

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Tenente degli Arditi, Carlo Sabatini.
Fu l’autore, con altri 4 soldati, della rischiosissima scalata e presa del Monte Corno.

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(Continua)

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[dal memoire sulla Grande Guerra di Virgilio Giorgi]

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Immagini e fonti tratte dal web

Con gli Arditi

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Gli Arditi

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Non avevo ancora finito il turno di riposo che mi arrivò l’ordine di trasferimento al corpo degli Arditi, per cui avevo fatto domanda dieci mesi prima. Fui inviato in un reparto di trasferimento, in attesa della destinazione definitiva. Ero in un paese della provincia di Padova, chiamato Vo, di cui ho pochi ricordi.

Gli arditi fino ad allora erano impiegati al fronte soltanto per azioni offensive e cedevano le posizioni ad altri corpi, risparmiandosi così la vita grama e logorante di trincea. Non fu così per me, che dovetti sperimentare la vita di trincea proprio nel corpo degli arditi.

E veniamo subito a questa vita di trincea, perché delle lunghe permanenze in una paese o nell’altro non c’è materia di interesse da ricordare. Così da giugno facciamo un salto ad ottobre.

Gli arditi, costituiti inizialmente come reparti indipendenti, sono cresciuti fino a costituire addirittura due divisioni, ma il corpo ha mantenuto le sue originarie caratteristiche. Il mio reparto, il 5°, faceva parte della 1° Divisione d’Assalto, la quale ai primi di ottobre fu mandata a presidiare le posizioni dei Monti Grappa, Asolone, Pertice ed altri.

Una vita infernale. Ci avevano buttati sulle cime di queste montagne, dove non erano mai esistite trincee, ma camminamenti scavati nei sassi, stretti, aperti al cielo, dove marcivamo di giorno e di notte. Ricordo che dormivo in uno scavo a cielo aperto che era stato in parte coperto da lastroni di pietra, sostenuti da pali di ferro che si usavano per i reticolati. Per non dormire nel fango avevo sotto di me una grata di legno. Le lastre disposte a mo’ di tetto servivano tutt’al più a nascondermi le stelle. Di giorno stavamo pigiati negli stretti camminamenti, senza possibilità di uscirne. E’ il ricordo peggiore che ho della guerra.

Ci dissero che avremmo dovuto fare delle azioni di sorpresa per rettificare la linea in vista della prossima grande offensiva, ma restammo a marcire in trincea tutto il tempo.

Una mattina, unico di tutto il reparto, mi svegliai con un principio di congelamento ad un piede. Il dottore mi ordinò una lunga camminata, così scesi a valle; sapevo che c’era una cantina dei soldati del genio e mi ci rifugiai, godendo del tepore di una stufa per mezza giornata… Il periodo di tempo passato sui monti rappresenta ancor oggi il più brutto ricordo che abbia della guerra.

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Trincee sul Monte Grappa

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(Continua)

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[dal memoire sulla Grande Guerra di Virgilio Giorgi]

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Immagini tratte dal web

Ta-pum

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“Ho lasciato la mamma mia,
l’ho lasciata per fare il soldà.

ta pum! ta pum! ta pum!
ta pum! ta pum! ta pum!

Quando portano la pagnotta
il cecchino comincia a sparar.”

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Cecchino tedesco

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L’offensiva austriaca del giugno del 1918 nella zona di San Donà di Piave penetrò nel nostro territorio per circa sei o sette chilometri. Come ho già avuto modo di dire, la nostra ritirata, sotto la pressione di forze nemiche superiori, fu molto ordinata e combattuta. Non ci fu nessuna rottura di fronte ed ogni metro di terreno guadagnato era pagato a caro prezzo dal nemico, tanto che la sua capacità offensiva si esaurì in una decina di giorni.

La nostra controffensiva fu invece immediata e veloce.

La zona in cui operavo era cosparsa di fossi, ricchi d’acqua, ai margini dei quali vegetavano rigogliosi pioppi, olmi ed altri alberi. Noi avanzavamo lungo i bordi di questi campi, lungo le file delle piante. Ogni tanto, per ragioni tattiche, si sostava qualche tempo.

Fu in una di queste occasioni che mi sdraiai sull’orlo di un fosso pieno d’acqua, per asciugarmi al sole. Mi arrivava il ta-pum caratteristico di un fucile austriaco, con regolare cadenza di colpi, ma non mi resi conto che il suo bersaglio era proprio la mia persona. Furono i miei compagni, al riparo dentro il fosso, ad avvertirmi e dovetti tornare nuovamente in acqua per proteggermi. Era un cecchino su un albero in fondo al campo che mi aveva preso di mira. Quando venne l’ordine di avanzare, partimmo alla caccia del cecchino, il quale però fu svelto svelto a scendere dall’albero e scomparire.

Entrando in un campo coperto di erba medica molto alta, mi accorsi di un nemico che, al riparo di una pianta di gelso, da sdraiato sparava con calma come fosse alle esercitazioni di tiro. Fatti ancora pochi passi, arrivai alla sua altezza. Si trovava a poche decine di metri, alla mia sinistra. Avevo un petardo e glielo lanciai contro. Se ne accorse e tentò di alzarsi, ma ormai era troppo tardi. Il petardo gli scoppiò all’altezza dello stomaco mentre stava sollevandosi sulle braccia e ricadde morto.

Non mi fermai, non mi avvicinai al caduto. Fu poco più tardi, durante una pausa dell’avanzata, che un compagno d’armi mi consegnò un notes trovato nelle tasche del soldato. C’erano inserite diverse fotografie fatte in occasione di ricompense al valore. Il caduto era un sottufficiale pluridecorato e di essere un uomo valoroso l’aveva dimostrato fino all’ultimo. Probabilmente era il medesimo cecchino che poco prima si era appostato sull’albero, di cui ero stato l’inconsapevole bersaglio. Sceso a terra davanti alla nostra avanzata si era subito appostato in una nuova posizione di tiro verso il prato d’erba medica sottostante.

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Continuò così la nostra marcia verso il Piave, senza più trovare resistenza alcuna e senza incontrare un solo nemico sulla nostra strada. Il giorno dopo avvenne il cambio con la fanteria e noi tornammo nella nostra sede di riposo a Preganziol, presso Mogliano Veneto. Fu in quell’occasione che domandai al tenente il permesso di raggiungere il luogo dove avevo dovuto abbandonare il lanciabombe, di cui conservavo gelosamente il percussore. Era scomparso.

La fallita offensiva del giugno del 1918 fu l’ultimo sforzo di cui fu capace l’esercito austriaco e il suo fallimento segnò la fine della potenza militare dell’Austria. Io ricevetti allora un nuovo incarico particolare. Passai direttamente al comando della divisione e fui incaricato di lanciare materiale propagandistico sulle linee nemiche; in un primo tempo con il lanciabombe, in seguito con speciali razzi che scoppiavano per aria lasciando cadere manifesti in diverse lingue, a seconda delle truppe che ci stavano di fronte, fossero esse ungheresi, rumene, ceche o slave. Le bombe erano in effetti involucri cilindrici con un tappo a vite e delle iscrizioni che invitavano ad aprirli, ché non c’era alcun pericolo. Alle “bombe” succedettero presto dei razzi con un involucro di cartone che scoppiava in alto, liberando una pioggia di manifestini.

Era un lavoro che mi piaceva e lo svolgevo lungo tutto il fronte coperto dalla divisione. La gittata del lanciabombe mi permetteva di operare ovunque; con il lancia razzi, invece, dovevo agire dagli avamposti sul greto del Piave. Non mai subito una reazione ostile da parte del nemico, il che era un indice evidente della demoralizzazione dell’esercito. Mi ricordo di una vedetta che si sporse fino alla cintola, sopra i sacchetti di sabbia, facendo entusiastici cenni di saluti. Nella zona del Sile, dove il nemico era a portata di voce, trovai dei soldati rumeni, i quali, a quanto mi riferirono, con l’aiuto dei nostri genieri riuscirono a traghettare sulla nostra riva una ventina di loro ex commilitoni.

Avevo ancora questo incarico quando mi giunse l’ordine di trasferimento a Vo, per presentarmi al campo di smistamento degli Arditi.

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(Continua)

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(*) Nelle riflessioni che chiudono il diario, riferendosi all’episodio del cecchino austriaco, il nonno commenterà:

“Posso dire di aver avuto una buona dose di fortuna. Probabilmente non mi aveva visto entrare nel campo di erba medica perché era appostato ai piedi del gelso dalla parte opposta. Arrivato alla sua altezza, lanciai il petardo, come ho raccontato: un tiro preciso e fortunato.”

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[dal memoire sulla Grande Guerra di Virgilio Giorgi]

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Immagine di copertina tratta dal web

Ancora sul Piave

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Continua il racconto di guerra del nonno, che nel fissare a distanza di tanti anni gli episodi più importanti della sua avventura al fronte, dove ha visto morire e a sua volta ha cercato di colpire e sopravvivere, conserva un sorprendente sguardo obiettivo e critico sull’accaduto.

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Dall’inizio dell’offensiva austriaca, il 204° reggimento era schierato lungo lo scolo Palumbo, un canale di derivazione dal Piave, a poca distanza da un nodo stradale chiamato Capo d’Argine. Eravamo schierati a sud del canale in postazione difensiva. Appena oltre il canale, alla stessa altezza dove era piazzato il mio lanciabombe, c’era la postazione di un cannone di campagna, che un giorno cominciò a sparare in direzione nord. Era segno che il nemico stava avanzando.

Passarono un paio di giorni e una mattina constatai che il cannone era scomparso: il nemico era ormai vicino. Le granate austriache arrivavano sulle nostre postazioni con maggiore frequenza e intensità. Sul terreno da noi occupato non erano state disposte difese, non erano state scavate trincee, né eretti ripari con sacchi di sabbia. Esattamente dove mi trovavo io c’era una casa colonica, quasi completamente distrutta dai bombardamenti.; a fianco, un campo con un grande pozzo e diverse grosse piante di gelsi. Il campo confinava con un boschetto di robinie che nascondeva la ferrovia e un casello ferroviario.

Tra i ruderi della casa un gruppetto di bersaglieri stava tranquillamente consumando il rancio. Io non avevo obiettivi da battere, né potevo sceglierli, se non in casi particolari, di mia iniziativa. Mi intrattenni a discorrere con i bersaglieri fra una granata nemica e l’altra, che fortunatamente non fecero alcuna vittima. I bersaglieri si erano appena allontanati, quando arrivò un caporalmaggiore della Brigata Sassari, seguito da quattro o cinque soldati. Masticava rabbiosamente un sigaro toscano e incitava i suoi uomini a vendicare il capitano, evidentemente caduto in combattimento. I sardi, che si muovevano lungo le rive dello scolo Palumbo, erano diretti verso il casello della ferrovia. Quando arrivarono all’altezza del pozzo in mezzo al campo, furono fermati da un nutrito fuoco di mitragliatrici. Sparavano dall’interno del casello.

Pochi minuti più tardi arrivò un loro capitano, prese informazioni dal caporalmaggiore e venne da me, mi domandò se avessi istruzioni particolari che mi impedissero di riceverne altre e, alla mia risposta negativa, mi ordinò di battere con il lanciabombe il casello ferroviario che evidentemente era stato occupato dal nemico ed era diventato un nido di mitragliatrici. Gli dissi che ero già sul punto di farlo di mia iniziativa. Avevo già studiato la situazione accorgendomi di avere due possibilità: o mi piazzavo al riparo del pozzo, oppure dietro un enorme gelso poco distante.

Scelsi la seconda, perché il gelso avrebbe coperto tutta la mia persona, mentre il muretto del pozzo era alto sì e no un metro. Dei quattro soldati addetti al lanciabombe me ne erano rimasti soltanto due, gli altri si erano rifugiati nel fondo della galleria di quel nostro cannone piazzato oltre il canale e poi ritirato per non farlo cadere in mano agli Austriaci. Ma questo episodio preferisco non ricordarlo. I soldati del capitano mi aiutarono a spostare le bombe e a piazzare il pezzo, operazioni che riuscii a fare in tutta tranquillità perché ero nascosto al nemico dalle robinie che circondavano il casello. Non ero a più di trecento metri dal bersaglio e dopo pochi tiri lo colpii in pieno. Fu tale la sorpresa del nemico che non ebbe nemmeno il tempo di indirizzare il tiro delle mitragliatrici verso di me o, se lo fece, lo fece molto male.

Fu un’azione brevissima. I soldati della Sassari, appena cessai il fuoco, occuparono il casello, che nel frattempo era stato abbandonato. Il capitano tornò da me a complimentarsi e a promettermi una ricompensa al valore militare, di cui in seguito non ebbi più alcuna notizia. La Brigata Sassari, composta quasi esclusivamente da Sardi, è quella che più di ogni altra si è distinta nella guerra del ’15-’18. Non posso nemmeno pensare che un ufficiale della stessa abbia mancato alla propria parola; eravamo in piena offensiva, nella zona in cui si svolsero questi fatti i combattimenti erano fra i più accaniti, molto probabilmente il capitano cadde in battaglia.

I soldati che occuparono il casello furono concordi nell’affermare di aver catturato sei mitragliatrici. A me questa cifra è sempre sembrata esagerata; se era vera, è stato un errore del nemico. Non si piazzano sei mitragliatrici in due stanzette di un casello ferroviario, che presenta possibilità molto limitate di tiro, visto che la cosa può avvenire solo attraverso porte e finestre. Due o tre giorni dopo questo episodio venne l’ordine di ritirarci sulle successive linee di difesa.

Con tutta calma svitai l’otturatore del lanciabombe, per renderlo inservibile, e mi avviai fra campi e vigneti in direzione sud con i miei compagni. Sulla destra, al termine dei filari di vite, con coltivazione di grano negli interfilari, vidi ad un tratto due soldati austriaci che tenevano lo stesso mio passo. Accelerai, perché ero disarmato e non volevo prestarmi come bersaglio. Era con me un bersagliere originario di un paese vicino a Godiasco con il quale, scoperto di avere conoscenze in comune, stavo chiacchierando: questi, alla vista degli Austriaci si allarmò e si mise a correre verso le nostre postazioni difensive. Quando vi giunsi anch’io, senza affanno, mi venne incontro un capitano dei bersaglieri, minaccioso, con la rivoltella in mano, accusandomi di aver buttato il fucile. Gli spiegai che ero il più giovane capo pezzo della sezione lanciabombe e che per noi era consuetudine non essere armati: levai l’otturatore e glielo mostrai, gli dissi che mi procurasse un fucile, ché non chiedevo di meglio che schierarmi con i suoi bersaglieri per fronteggiare il nemico in arrivo. Fu completamente persuaso e mi dette le istruzioni necessarie per raggiungere il mio reparto, che si era già ritirato nella nostra sede di riposo a Preganziol, lungo la strada Treviso-Venezia.

La zona in cui mi trovavo era quella in cui gli Austriaci, nella loro grande offensiva del Piave, nel giugno del 1918, hanno esercitato il massimo della pressione e dove sono penetrati di più nelle nostre linee, se non erro per circa otto chilometri. Questi otto chilometri io li ho percorsi tutti e posso dire che la difesa era organizzata bene. I soldati in ritirata, sotto la pressione nemica, si muovevano con ordine, spostandosi da una linea di difesa all’altra. Ad ogni linea di difesa il nemico trovava schierate truppe fresche, perché i reparti stanchi o comunque logorati, venivano subito spediti nelle retrovie.

Fu anche il mio caso: per quanto mi fossi offerto di fermarmi a combattere con i bersaglieri, per disposizioni precedenti fui inviato alla nostra sede di riposo. Fui l’ultimo della sezione a raggiungerla: nessun morto fra i nostri durante l’azione, ma cinque feriti. Intanto l’offensiva nemica si stava smorzando e in pochi giorni il nemico venne ributtato oltre il Piave. Appena seppi che le nostre truppe avevano nuovamente raggiunto lo scolo Palumbo, domandai al tenente il permesso di andare a recuperare il lanciabombe. Due compagni si offrirono di venire con me ma, come avrei dovuto immaginare, del nostro lanciabombe più nessuna traccia.

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(Continua)

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[dal memoire sulla Grande Guerra di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Immagine di copertina: postazione di mitragliatrice austro-tedesca (web)

Sul Piave

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Scampato miracolosamente al tifo, dopo quaranta giorni di licenza per convalescenza, il nonno torna al fronte, ormai attestatosi sul Piave.

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Il duello

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Postazione di bombarda italiana

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Dove fosse il nuovo deposito dei bombardieri al quale dovevo presentarmi lo seppi agli uffici militari delle stazioni: era un paesino in provincia di Reggio Emilia, Formigine. Non vi rimasi molto tempo: presto mi trovai nuovamente al fronte di combattimento, precisamente nella zona di Fossalta, nel medio Piave. Qui la natura delle difese, costituite dagli argini del fiume stesso, facevano sì che il fronte fosse abbastanza tranquillo. C’era scambio di fuoco di artiglieria, ma i proiettili si perdevano per lo più lontani o erano fermati dall’argine del fiume, mentre l’acqua corrente ci riparava dalle incursioni nemiche.

Approfittammo di queste favorevoli condizioni per dedicare qualche cura ai nostri rifugi, munendoli tra l’altro di stufette per temperare i rigori dell’inverno, anche se in seguito simili iniziative non furono più ammesse, perché si temeva potessero comportare un indebolimento dell’argine. Ad ogni reggimento fu aggregata una sezione lanciabombe Stockes di quattro pezzi ed io passai ad una di queste come capo pezzo. Erano le uniche armi che sparavano perché potevamo farlo al riparo dell’argine del fiume: avevano infatti la particolarità di sparare proiettili con una leggera angolazione dalla verticale.

Mi spostavo di frequente lungo l’argine perché non avevo obiettivi fissi da battere, le mie erano più che altro azioni di disturbo e di assaggio della reazione nemica. Ma per controbattere il tiro di un lanciabombe non c’era che un altro lanciabombe, e il nemico ne era evidentemente sprovvisto, perché non ne aveva mai fatto uso. Così passammo il resto dell’inverno e la primavera.

Mi trovavo nella zona di San Donà di Piave quando, durante la notte fra il 4 e il 5 giugno 1918, gli Austriaci piazzarono due cannoni sul greto del fiume, in quel punto molto assai largo. Nel buio non riuscirono a mascherarli e dalle nostre postazioni, sulla nostra sponda del greto del fiume, i due cannoni erano visibili distintamente. Se ne occuparono i giovani ufficiali, che pensarono di batterli con uno dei lanciabombe piazzati dietro l’argine. Dei quattro pezzi disponibili venne scelto il mio. Non avevo bisogno di spostare la mia arma, che era sulla dirittura dei cannoni, ma non avevo alcuna certezza di raggiungerli con il tiro. Gli ufficiali fecero un piano di attacco. Si sarebbero appostati lungo i camminamenti sul greto del fiume e nelle ridotte che venivano occupate soltanto la notte e, per quanto possibile, avrebbero disturbato il nemico con il fuoco di fucileria. Io avrei sparato dalla mia postazione nella direzione da loro indicata.

Nella postazione ero protetto da una duna di sabbia e coperto da piante di robinie. Alle mie spalle, un vasto campo, in fondo al quale c’era la massicciata della ferrovia. Per sparare seguendo le indicazioni degli ufficiali non era necessario che spostassi il lanciabombe. Le bombe le avevo messe al riparo dietro una latrina che avevamo costruito con sacchetti di sabbia; tre soldati a catena me le passavano. Non avevo visto personalmente dove fossero piazzati i due cannoni ma, dalle informazioni degli ufficiali, prevedevo che fossero ad una distanza superiore alla gittata del lanciabombe, tanto più che le cariche a disposizione erano umide: le avevo infatti trovate già sul posto, in un ripostiglio scavato nell’argine del fiume.

Quando gli ufficiali, disposti a catena dalla postazione di sparo fino al punto per guidare i tiri, segnalarono di esser pronti, sparai il primo colpo. Direzione esatta, ma tiro corto, come temevo. La risposta del nemico fu immediata e violenta. Il proiettile del lanciabombe si vede in partenza e per tutta la traiettoria del tiro: i due cannoni indirizzarono immediatamente il tiro verso la mia postazione. Ero parzialmente protetto da una duna di sabbia, sull’orlo della quale i proiettili affondavano, per uscirne dopo breve tratto e perdersi nel campo dietro di noi con strani effetti e scoppiare infine sul terrapieno della ferrovia. La sabbia non aveva compattezza, non fermava i proiettili, né l’impatto era sufficiente a procurarne la deflagrazione: ad ogni tiro venivo investito dalla sabbia, ma non subivo altri danni.

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Postazione di mortaio italiana

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I tiri cadevano ad un paio di metri, anche meno, dal posto in cui avevo piazzato il lanciabombe, per cui mi affrettai a spostare tutte le munizioni sulla sinistra dell’arma, operazione che riuscii a fare senza inconvenienti, data la precisione dei tiri del nemico, per cui tutti i proiettili cadevano, con variazioni minime, nello stesso punto. Allo stato delle cose, non avevo alcuna possibilità di vincere l’impari duello, perché la portata del lanciabombe non era sufficiente a raggiungere il bersaglio. La segnalazione degli ufficiali era sempre la stessa: “Direzione giusta, tiro corto!”

Mi ricordai allora di un deposito di munizioni in un anfratto del fiume che avevo visto poco tempo prima. Cessai di sparare ed informai gli ufficiali della necessità e della possibilità di procurarmi altre munizioni. Il nemico, forse nella convinzione di avermi colpito, cessò a sua volta di sparare. Andai con due soldati in cerca di quelle munizioni e le trovai proprio dove mi ricordavo di averle viste. Durante questa pausa i miei pensieri non erano dei più lieti, ero cosciente del rischio che correvo. Ma ero calmo e in fondo ai miei pensieri dominava sempre l’ottimismo che non mi ha mai abbandonato durante il periodo della guerra, anche nelle circostanze più rischiose e, fra le tante, quella appena superata, forse la più pericolosa di tutte, che adesso stava per riprendere.

Nel tragitto di ritorno mi incrociai con il mio diretto superiore, il sergente della sezione lanciabombe, un milanese simpatico, ma un po’ spaccone: “Sergente, lei che è sempre in cerca di gloria, venga con me che è una bella occasione”, dissi. “Debbo andare a ispezionare altri pezzi”, mi rispose. “Stia attento che non arrugginiscano”, e con questo lo lasciai.

Ritornai al posto di combattimento: il nemico non aveva più sparato un colpo, forse era davvero convinto di avermi eliminato. Chiesi agli ufficiali di poter spostare il pezzo, sul quale il nemico aveva ormai due cannoni puntati. Era facile a questo punto annientarmi, se non avessi più avuto quella fortuna, che posso ben definire miracolosa, che mi aveva assistito fino ad allora. Gli ufficiali mi fecero osservare che ora anch’io mi trovavo in una posizione più favorevole: con cariche più forti si poteva allungare il tiro per colpire il bersaglio. Gli ultimi tiri avevano raggiunto l’acqua quasi ai bordi della sponda opposta del Piave, i cannoni erano piazzati due o trecento metri oltre.

Preparai qualche bomba con le cariche supplementari e sparai la prima. La risposta del nemico fu ancora una volta immediata e violenta. Contrariamente a quello che supponevo, non si erano allontanati dai pezzi. Mi arrivarono intanto le istruzioni per il tiro e al terzo tentativo colpii uno dei due cannoni. Dopo altri pochi lanci, con una deviazione del tiro verso destra, colpii anche il secondo. Avevo vinto il duello! Non credevo a me stesso, a tanta fortuna, per essere riuscito in pochi colpi, e grazie alle nuove cariche da sparo, a risolvere la situazione a mio favore.

Vennero tutti i giovani ufficiali esultanti a complimentarsi. Mi resi conto che erano tutti tenenti e sottotenenti, fra di loro non figurava nemmeno un capitano. Erano stati i ragazzi dell’ufficialità ad organizzare l’azione, probabilmente senza nemmeno informarne i superiori, come in seguito mi successe di nuovo nella zona di Capo Sile. Appartenevano al 205° Raggruppamento Bombardieri, al quale io, del 204°, ero stato provvisoriamente aggregato. La sera stessa, nel mio rifugio notturno, una tana scavata nell’argine del Piave, venne a trovarmi l’amico Bassi, un lomellino con il quale legavo molto, per dirmi che alla mensa ufficiali non facevano altro che parlare di me e che tutti erano concordi per propormi per un’alta ricompensa al valore. Era logico che mi aspettassi di esser chiamato da qualche ufficiale superiore all’indomani, ma nessuno mai si fece vivo, né l’indomani, né dopo. Se Bassi non mi avesse raccontato tutto, io nella mia innata modestia non avrei nemmeno pensato alla possibilità di una ricompensa al valore. Come ho detto, ero del 204° Raggruppamento, provvisoriamente aggregato al 205°, e da questo sarebbe dovuta partire la proposta della ricompensa che avrebbe però arricchito il medagliere dell’altro, cui appartenevo. Non so in che rapporti fossero i due comandanti, ma ho imparato in seguito che il disaccordo e l’invidia fra gli alti comandi ci sono costati un sacco di sciagure, fra cui Caporetto. Lo stesso mio tenente non mi fece alcun cenno dell’episodio e tanto meno il colonnello comandante il 204°.

Tutto ciò accadeva il 5 Giugno 1918. Dieci giorni dopo, il 15 Giugno, gli Austriaci iniziarono la loro offensiva sul Piave. Ecco spiegato perché avevano avanzato i due cannoni sulle linee della fanteria.

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Lanciabombe italiana

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* Fra le note e le riflessioni conclusive del memoire, tornando all’episodio qui narrato, il nonno scriverà:

Si è trattato di fronteggiare un pericolo mortale a sangue freddo per un periodo lungo di tempo, tenendo ben saldo il sistema nervoso; di giocare freddamente con la morte non per pochi istanti, ma per tutto il tempo necessario a realizzare l’obiettivo. Avrei potuto ridurre questo tempo, scordando il deposito delle cariche da sparo aggiuntive, che mi hanno poi permesso di raggiungere il bersaglio, ma tale pensiero non mi ha neanche sfiorato. Per accelerare il tiro ho rischiato molto, accumulando le munizioni attorno al pezzo; sarebbe bastata una scheggia di granata per provocare un disastro. Ma per fortuna non una sola granata scoppiò al primo impatto con l’orlo sabbioso della duna, dietro la quale avevo piazzato il lanciabombe.

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Lanciabombe italiana
Lanciabombe austriaca

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(Continua)

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[dal memoire di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Immagini tratte dal web

A Gorizia

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Dopo l’offensiva e la conquista dell’altopiano della Bainsizza, Virgilio viene destinato a Gorizia, dove dovrà fronteggiare un nuovo insidiosissimo nemico.

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Il tifo

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La nostra nuova destinazione fu Gorizia. In un primo tempo rimasi in città, per dare modo ai soldati del genio di piazzare le bombarde e scavare le gallerie per le munizioni e per il nostro rifugio. La città era deserta di civili ed anche i militari erano poco numerosi. Sulla città il nemico non sparava, era un posto sicuro. Solamente una volta fui in pericolo.

Dormivo in un grande vecchio caseggiato nel cui cortile, una notte, il fuoco acceso per scaldare il caffè da portare ai soldati in trincea attirò l’attenzione del nemico. Quello di accendere il fuoco per il caffè era un rito che si ripeteva ogni notte, ma il nemico non aveva mai reagito. Arrivarono alcune granate, una di esse colpì il camerone dove dormivo, dal soffitto si staccò un grosso calcinaccio che cadde sul bordo della mia branda, proprio all’altezza della testa: mi sfiorò, ma rimasi incolume. Continuai a dormire e non arrivarono altri colpi.

Dopo una quindicina di giorni, le nostre postazioni furono pronte e le occupammo. Eravamo immersi in un bosco di alte robinie che ci impedivano la visibilità perché il terreno era piatto e, al di là dei sacchetti di sabbia tutto intorno alle bombarde, non si vedeva nulla.

Mi dissero che eravamo vicino al cimitero della città e che con le bombarde avremmo sparato sul monte San Gabriele. Gli Austriaci ne avevano fatto una fortezza che, con il vicino Monte San Michele, sbarrava la strada a qualsiasi nostro tentativo di avanzata. Lo strano era che, ad ogni nostro bombardamento, il nemico non rispondeva mai. Probabilmente, in mezzo a tutto quel verde, non era riuscito ad individuarci. Anche se si sparava, era un fronte tranquillo.

Disgraziatamente, a turbare la nostra tranquillità ci pensava il nuovo capitano comandante la batteria, un individuo che aveva un’arte particolare per farsi odiare dagli inferiori, e infatti i soldati ed i subalterni di qualunque grado lo odiavano a morte. Era un maniaco del regolamento militare, sempre accigliato, scostante, borioso. Pretendeva, per esempio, che i soldati addetti alle bombarde occupassero per tutta la giornata le rispettive postazioni d’azione, secondo quanto ci insegnava nelle esercitazioni. Nelle piazzole delle bombarde pretendeva la pulizia che si può trovare in un salotto e bastava qualche foglio secco in terra per mandarlo in bestia.

Come dicevo, era riuscito a farsi odiare e a ripensarci ancora oggi non capisco come un ufficiale non comprendesse che l’aspetto più importante della propria missione fosse quella di accattivarsi la stima e la simpatia dei suoi subordinati e non di suscitare in loro senso di rifiuto o peggio.

Non ricordo con esattezza quando cominciai a non star bene, forse verso la fine del mese di settembre. Perdevo forza di giorno in giorno, ma non ricorsi al dottore se non quando mi accorsi di non potermi più reggere sulle gambe. Ero già gravemente ammalato di tifo.

Il medico dispose per il mio trasporto immediato all’ospedale, accompagnato da un infermiere. Un’ambulanza mi portò alla stazione di Cormons e qui salii sul treno per Udine. Ero ormai ridotto in uno stato tale che non avevo più la forza di stare seduto e dovetti coricarmi sul pavimento, sotto i sedili del treno. Dalla stazione di Udine un’autoambulanza mi portò all’ospedale militare.

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Ero in uno stato di piena incoscienza ed il mio primo ricordo dell’ospedale, forse di qualche giorno dopo, è quello di una grande camerata piena di letti bianchi. Man mano che prendevo coscienza, osservavo che ogni mattina uno o più di questi letti erano completamente coperti da un lenzuolo bianco: mi resi infine conto che non ospitavano più malati, ma morti. Era la stanza dei gravissimi, l’anticamera della morte.

Una mattina, ero tornato cosciente, con mio grande sollievo fui trasferito in un’altra camerata, quella dei malati che avevano superato il punto critico della malattia. Nel letto vicino avevo un soldato toscano, più avanti di me nella guarigione, che era assistito dalla moglie. La ripresa da quel momento fu rapida e presto entrai in convalescenza. Alla visita medica per esser dimesso dall’ospedale mi concessero una licenza di quaranta giorni. Ritornai quindi a Godiasco, dal nonno.

Fu proprio mentre ero in licenza di convalescenza che vennero i giorni di Caporetto: dall’Isonzo e dalle Alpi il nemico sfondò le nostre linee e avanzò rapidamente. La disfatta per l’arma dei bombardieri fu totale: le bombarde, infatti, per essere smontate richiedono molto lavoro e, per spostarle, servono mezzi adeguati. Per queste ragioni furono tutte abbandonate, probabilmente distrutte. I bombardieri vennero quindi muniti di fucile e trasformati in due reggimenti di fucilieri.

Quando i quaranta giorni di licenza furono trascorsi, il nuovo fronte di combattimento era già stabilito sul Piave.

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(Continua)

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[dal memoire di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Immagini di copertina tratte dal web: Ospedale da campo 230 di Langoris, Ospedale militare, La ritirata a seguito della disfatta di Caporetto

Verso il fronte

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Continua la narrazione di Virgilio. Arruolatosi, dopo qualche tempo di attesa e addestramento a Casale Monferrato, con il 1° Reggimento di Artiglieria Pesante Campale, e a Susegana, alla scuola dei Bombardieri, raggiunge finalmente il fronte…

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La scuola dei bombardieri

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Partimmo una sera facendo tante congetture su quale parte del fronte ci avessero destinato, ma nessuna risultò esatta. Viaggiammo tutta la notte e all’alba il treno si fermò a Susegana. Ci informarono allora che non eravamo diretti verso il fronte, essendo stati trasferiti d’arma, dall’Artiglieria ai Bombardieri. Io credo di esser rimasto il più disilluso di tutti.

Cambiamento d’arma voleva dire, per me, ancora istruzione, con tutta la noia che ne consegue: cioè, tornare nuovamente recluta. Non ho mai capito perché le autorità militari ingannassero i soldati a questo modo. A combattere, ben pochi erano quelli che ci andavano volentieri, io fra i pochi, e mi riservavano un simile trattamento… Feci subito subito noto il desiderio di partire per il fronte alla prima occasione, ma i miei nuovi superiori mi offersero invece di iscrivermi ai corsi di avanzamento per ufficiali o sottufficiali. Rifiutai, erano corsi che duravano mesi… Il mio rifiuto provocò provocò anche misure disciplinari: fui consegnato in permanenza e mi tolsero le fasce per impedirmi di uscire. Misura stupida perché un paio di fasce in prestito non era difficile trovarle. Tutte le sere dovevo rispondere all’appello dei consegnati: in poche parole, punito per voler andare al fronte. Mi auguro che non ce ne siano stati altri di questi casi nel nostro esercito.

Naturalmente seguivo l’istruzione normale impartita alle reclute e qui l’elemento umano era di gran lunga migliore che altrove. Il fatto si spiega con la provenienza dei bombardieri da altri corpi dove avevano ricevuto un’istruzione militare. Per quanto mi riguarda, credo di essere stato una sorta di vigilato speciale, dopo il rifiuto di seguire i corsi di avanzamento. Mi ricordo un episodio. Un giorno, mentre uno dei marescialli istruttori parlava di esplosivi e precisamente della nitroglicerina, io nel mio notes cercavo di ricavarne la formula combinando l’acido nitrico alla glicerina; di questa però non ero sicuro della formula. Incuriosito, il maresciallo venne a vedere che cosa scrivessi. Davanti a tutte quelle lettere e quei numeri, pensò forse che si trattasse di un alfabeto convenzionale per comunicare non so con chi. Mi sequestrò il foglietto, dicendo che l’avrebbe fatto vedere ai superiori. “Non lo faccia maresciallo”, gli dissi, “si tratta soltanto di formule chimiche”. Per combinazione passava in quel momento il tenente Pacinotti che si diceva discendente del famoso chimico, celebre per l’anello che da lui appunto aveva preso il nome. Il maresciallo gli mostrò il foglietto e il tenente finì col farmi i complimenti perché la formula ricavata dalla reazione era esatta.

In tutto il tempo in cui sono stato alla scuola bombardieri non sono uscito una sola volta, così non ebbi di vedere il paese di Susegana.

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La prima azione: l’offensiva della Bainsizza

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Eravamo arrivati al mese di giugno 1917 quando ebbi finalmente l’opportunità di raggiungere il fronte di guerra. Le autorità militari, visti i miei rifiuti a seguire i corsi di avanzamento, motivati dal fatto che gli stessi mi avrebbero tenuto lontano dal fronte ancora per mesi, mi misero in lista per il primo invio al fronte della classe 98.

Si stava preparando l’offensiva sull’altopiano della Bainsizza, nella quale sarebbero entrate per la prima volta in azione le nuove bombarde 240, che avevano una portata di tiro molto maggiore di quelle in uso fino allora. Partii con una lunga colonna di autocarri diretti verso il medio Isonzo, fiume che segnava la linea di combattimento: sulla riva destra gli Italiani, sulla riva sinistra gli Austriaci.

La zona attraversata era montagnosa e ci fermammo, prima dell’alba, ad un bivio dal quale si sarebbe poi passati nella valle dell’Isonzo. La colonna dei camion era al sicuro perché protetta dal tiro nemico da uno sperone di montagna. C’era di guardia al bivio un bersagliere con il quale, non appena albeggiò, mi misi a parlare. “Qua”, mi disse, “siamo al sicuro. Le notti sono sempre tranquille, ma alle otto del mattino il nemico comincia a sparare. I proiettili ci passano sopra la testa e vanno a scoppiare al fondo valle.”

Ed effettivamente all’ora indicata sentii per la prima volta il fischio rabbioso dei proiettili ed il loro scoppio a fondo valle. Era il mio battesimo della guerra, peraltro senza emozioni, né tanto meno paura, sicuro com’ero dell’invulnerabilità del mio riparo. La colonna ripartì voltando a sinistra dal bivio e imboccando la strada che portava direttamente al fiume. La strada era sotto il tiro diretto del nemico, ma era mascherata da tralicci di frasche e rami che impedivano di vederne il traffico. La percorremmo per due o tre chilometri senza che un solo tiro ci venisse indirizzato. Ci fermammo che eravamo arrivati quasi a valle. Sulla destra della strada, lungo il pendio della montagna, al riparo di uno sperone che ci avrebbe protetto dai tiri nemici, dovevamo piazzare la bombarda.

Il piazzamento di una bombarda richiede molto lavoro, specie in un terreno accidentato. A questi lavori stavano provvedendo soldati del genio che al nostro arrivo avevano già sistemato la piazzola per la bombarda e scavato le gallerie per il deposito delle bombe e per il ricovero per gli uomini addetti all’arma. I soldati del genio erano quasi tutti sardi e, nella vita civile, minatori. A noi spettava il trasporto dei vari pezzi dell’arma e delle bombe nei ricoveri, bombe che pesavano circa novanta chili l’una. Una faticaccia in quel terreno accidentato.

Eravamo in piena estate e si dormiva allo scoperto. L’area era ricca di frutta e già immaginavamo di fare provviste anche per l’inverno, pensando che in quella zona del fronte sarebbe continuata la calma, come stava succedendo dall’inizio delle ostilità. L’Isonzo separava i due schieramenti e mutamenti di posizioni non erano possibili, se non per effetto di una grande offensiva. E venne la grande offensiva, promossa dal nostro esercito: l’offensiva dell’altopiano della Bainsizza, dove noi, con la nostra batteria, occupavamo una zona centrale.

Sul fiume, sulla nostra sponda, c’era il paese abbandonato di Ronzina, di fronte, sul fronte austriaco, quello di Auzza. Cominciammo a sparare prima dell’alba, senza interruzioni, allungando gradualmente il tiro, fino a pieno giorno. Per il nemico fu una brutta sorpresa. Buona parte della sua artiglieria, fino a quel momento fuori dal nostro raggio d’azione, con le nuove bombarde L.L. si trovò sotto tiro e subì gravi perdite.

Io ero capo pezzo di una delle quattro bombarde della batteria e mi ricorderò sempre del primo sparo. Si sparava con strappo della corda di accensione della carica, inoltrandoci nella galleria. Al primo strappo della corda, l’accensione provocò uno spostamento d’aria tale che tutto ciò che era appeso o depositato nel primo tratto della galleria, che era a gomito, venne spazzato via e si accumulò nel punto in cui essa piegava ed eravamo riparati noi. Tale era lo spostamento d’aria a ogni sparo; se si aggiunge poi l’odore acre, il fumo delle polveri bruciate e il rombante rumore degli spari, si può ben dire che il fisico umano era messo a dura prova.

Cominciammo a sparare all’alba del 15 agosto, si continuò per qualche ora allungando gradualmente il tiro. Verso mezzogiorno il nostro bombardamento cessò: le fanterie erano già uscite all’attacco delle posizioni nemiche devastate dal fuoco delle nostre bombarde. Nel pomeriggio tutti gli obiettivi della nostra offensiva erano stati raggiunti e l’altopiano della Bainsizza conquistato. Più tardi, di ritorno dalla battaglia, passò dalla postazione della mia bombarda un militare con una divisa che non avevo mai visto. Aveva legato alla cintola un gallo. Quando arrivò alla piazzola della nostra bombarda si fermò per vedere l’arma lanciava “quei proiettili che tutto distruggevano dove arrivavano”. Era di Cremona e mi disse che apparteneva che apparteneva ad un nuovo corpo di truppe d’assalto chiamati “Arditi”. Mi spiegò che gli arditi non venivano impiegati per tenere le posizioni o difenderle dopo la presa, ma erano destinati soltanto ad azioni offensive. Conquistato un obiettivo, lo cedevano ad altre truppe perché lo difendessero. In altri termini, gli arditi non conoscevano la vita di trincea che, se in talune circostanze poteva dirsi tranquilla, era pur sempre logorante. Saputo questo, non persi tempo e inoltrai al più presto domanda per passare al corpo degli arditi.

Ma torniamo al giorno dell’offensiva.

Ero stanco e frastornato, ma in ottime condizioni di spirito. L’attacco che avevamo sferrato aveva avuto successo ed una parte del merito andava ai bombardieri che con i loro mezzi avevano portato scompiglio e distruzione nelle file nemiche. Le quattro bombarde della batteria erano piazzate lungo uno sperone della montagna, non lontane l’una dall’altra, ma senza essere visibili da una postazione all’altra. Non era ancora sceso il buio che mi accorsi di non avere più sigarette, né c’era fra i compagni chi ne avesse. Salii al pezzo che stava sopra al mio e, arrivato alla piazzola, vidi diversi corpi coperti da teli di tende e pensai a soldati che dormissero presi dalla stanchezza di quella giornata tremenda. Sollevai un lembo di un telo e mi accorsi che erano soldati morti; erano nove. Seppi l’indomani che un proiettile austriaco di grosso calibro aveva colpito in pieno la bombarda provocando la strage. Nel furore della battaglia, pur essendo a poca distanza, non mi ero accorto di nulla, né s’era accorto alcun altro dei miei compagni. Il desiderio di fumare era talmente forte che afferrai un pacchetto di sigarette che affiorava dalla tasca di una delle vittime e scesi alla mia postazione per riferire ai miei compagni. Ma il nostro compito sul fronte della Bainsizza era ormai terminato, ci aspettava già il trasferimento.

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(Continua)

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[dal memoire di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Immagini di copertina tratte dal web: Castello di San Salvatore, Susegana (TV) – Soldati sull’altopiano della Bainsizza (SLO)

Virgilio e la guerra

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Ciò che segue è la trascrizione delle pagine di un memoire di mio nonno. Si chiamava Virgilio ed è morto quando avevo sette anni, non posso dire di averlo conosciuto. Rileggere il suo diario in questi giorni mi ha fatto un certo effetto, tanto da volerlo riportare qui. Quella di mio nonno è una cronaca asciutta, che a tratti ricorda l’essenziale crudezza di certi romanzi di guerra. Ne emerge il ritratto di un uomo fiero e determinato, coraggioso ma non spavaldo. Oltre all’intenzione di raccontare i fatti, in queste righe si coglie l’ardore, l’aspettativa, la paura di un giovane uomo del suo tempo, devoto alla patria e mosso da un incorruttibile senso del dovere e dell’onore. La volontà di ricordare e testimoniare eventi che hanno fatto la storia e in quel contesto lasciare una traccia di sé. E’ un documento prezioso, non solo per noi familiari.

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Recluta

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Classe 1898, mio nonno fu chiamato alle armi nel mese di Marzo del 1917. Aveva 19 anni.

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Alla visita medica, al distretto di Voghera, il Colonnello in capo che aveva il compito di destinare le reclute alle diverse armi, voleva assegnarmi al 3° Reggimento Telegrafisti, ma io espressi il desiderio di raggiungere un’arma combattente. Questo fu molto apprezzato dal Colonnello, il quale decise poi di assegnarmi al 1° Reggimento Artiglieria Pesante Campale, di stanza a Casale Monferrato.

Io frequentavo allora l’Istituto Agricolo “Gallini” di Voghera e mi fu ritardata la data della presentazione al Reggimento per darmi modo di partecipare agli esami per il passaggio di classe. Fra i miei compagni di classe c’era un ragazzo più giovane di me che, avevo notato, gradiva la mia compagnia: era molto contento quando mi intrattenevo con lui. Ritornato a scuola mi avvicinò e mi disse: “Mio padre è rimasto molto favorevolmente impressionato dalla tua richiesta di andare in un’arma combattente, anziché nel Genio”. Era stato il figlio del Colonnello a raccomandarmi al padre per l’assegnazione all’arma.

Raggiunsi il Reggimento un paio di settimane dopo. La vita di caserma, specie per i coscritti, è noiosa. All’istruzione militare devi fare il passo lungo come quello del coscritto più ignorante e sentirti ripetere le stesse cose per settimane e mesi. Fui quindi sorpreso quando, dopo una ventina di giorni, fui chiamato in fureria, dove mi consegnarono un permesso per tornarmene a casa per qualche giorno. Che altro santo mi proteggeva, dopo il figlio del Colonnello?

Lo seppi a Godiasco. A farmi avere il permesso era stata una signora di Casale che aveva dimorato appunto a Godiasco anni addietro e il cui figlio era stato mio compagno di giochi. La signora era amica del dottore del Reggimento e questi si interessò della concessione del breve permesso. Era il primo permesso che si concedeva alle reclute e tutti mi invidiarono. Io, però, che non ho mai cercato privilegi in vita mia, mi trovavo alquanto a disagio, tanto più che mi avevano fatto indossare una vecchia divisa militare che mi infagottava in maniera ridicola. Avevo vergogna a ripresentarmi in paese in quello stato e avrei rinunciato volentieri al permesso, ma non potevo farlo, per ovvie ragioni: dopo l’invidia avrei suscitato il malcontento fra i miei compagni.

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Faceva parte della nostra istruzione anche il maneggio, dove si imparava ad andare a cavallo. Personalmente non avevo una particolare passione per i cavalli e a montarli con stile non ho mai imparato, nemmeno in seguito, quando in Perù, per ragioni di lavoro, dovevo stare in sella da mattina a sera: la mia preoccupazione principale è sempre stata quella di affaticare la bestia il meno possibile.

Al maneggio si montava con sella, senza staffe: era più difficile cavalcare, ma le cadute erano senza conseguenze, perché non rimanevi impigliato nella staffa e di conseguenza non rischiavi di venire trascinato dal cavallo. I cavalli giravano in fila lungo le pareti del maneggio e in caso di caduta la raccomandazione era di non muoversi. A me successe tre volte di cadere e i cavalli della fila mi passarono sopra senza recarmi alcun danno.

Il maneggio era un po’ il banco di prova dello spirito delle reclute. Alcuni si rifiutarono di montare a cavallo e con questi gli ufficiali erano particolarmente severi. Li legavano alla sella e poi frustavano il cavallo, mettendolo al galoppo. Mi ricordo di una recluta napoletana, un giovanottone alto e grosso, dai capelli rossi, che urlava come un ossesso, implorando San Gennaro di salvarlo.

Una sera fui destinato di servizio come guardia alla scuderia. Fungono da capo guardia di solito soldati anziani o graduati. Entrato in scuderia, mi venne incontro il capo guardia, un caporale che, vedendomi si fermò sorpreso e mi disse: “Ma lei è il figlio del signor Luigi, il fratello del Silvio!” Era di Castelletto(*), dove io allora non conoscevo nessuno, ma tutti conoscevano me. Continuava a darmi del lei, sebbene fosse superiore in grado, mentre con i usavano tutti il tu. Dopo aver chiacchierato un po’ mi disse: “Vada a sdraiarsi sulle paglie e si faccia una bella dormita, alla guardia ai cavalli ci penso io”.

Erano passati circa due mesi dall’arrivo in caserma, quando arrivò una richiesta dal fronte di guerra di nuovi soldati per sostituire le perdite. La richiesta era per soldati esperti, con facoltà alle reclute di sostituirli. Vennero designati i partenti e se ne espose la lista. Questa mise in agitazione tutti quanti: felici gli esclusi, preoccupati gli inclusi, alcuni di essi disperati. Fra questi un toscano che si diceva padre di quattro figli e non sapeva darsi pace. Mi avvicinai a lui e gli dissi: “Non ti lagnare più, vado io al tuo posto”. Sembrò impazzire dalla gioia, mi abbracciò con effusione. Per tutti i pochi giorni che rimasi ancora in caserma, l’ho avuto appiccicato, ad offrirmi questo o quello, persino denaro.

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(Continua)

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(*) Castelletto di Branduzzo, in Provincia di Pavia.

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[dal memoire di Virgilio Giorgi]

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Immagine di copertina: foto d’archivio tratta dal web del 1° Reggimento Artiglieria Pesante Campale