Il vecchio e il mare – Note a margine

Hemingway e un marlin, Cuba

[Cuba, E. Hemingway immortalato accanto a un marlin – Fonte: web]

“L’uomo non è granché vicino ai grandi uccelli e alle bestie. Vorrei proprio essere quella bestia laggiù nel buio del mare”.

Queste le parole del vecchio pescatore. Questo il pensiero dell’Autore, in arte pescatore, cacciatore, torero. E pure nella vita, anche se probabilmente afflitto da un irrisolvibile complesso di dilettantismo.
In questa breve citazione – siamo circa a metà del racconto – appare con prepotenza tutta la nostalgia di un’esistenza fondata sulle regole della natura, scevra dall’ipocrisia della morale, dalle invenzioni della mente, dalla penosa giustificazione intellettuale, filosofica e religiosa. Nostalgia per le essenziali e incontrovertibili leggi dell’equilibrio e della lotta fra vita e morte. Per la nobile supremazia della forza, la dignità della bestia. In questa frase il grande bisogno di riportare l’essere umano allo stesso livello. Per confrontarsi ad armi pari, in mare, nella savana, nell’arena. Per capire chi è il più forte, chi è il migliore.
Sappiamo che non è così. L’intelligenza, i mezzi dell’uomo falsano il confronto, truccano il combattimento. L’uomo, affrancato, protetto dai prodigi dell’ingegno e della tecnica, è e resterà sempre inferiore. E di questo senso di inferiorità l’Autore pare soffrire visibilmente. Esso è forse la piaga che da sempre ne mina l’orgoglio, la fiducia, la virilità.
Si può essere disturbati da questo lato della poetica di Hemingway. Perché, è innegabile, nella sua manifestazione vi sono tracce di machismo, di misantropia, di misoginia. Forse è veramente così – non sarò mai in grado di dirlo, ma ciò che mi arriva, leggendo, ciò che a me arriva per primo è qualcosa di diverso. Provo a spiegarlo.
Raccontare la morte in una battuta di caccia, o nel rito cruento dell’arena, il porre preda e cacciatore, toro e matador sullo stesso piano, di fronte a un comune destino, afferisce per me a qualcosa di primordiale, di primigenio. Lo testimonia il modo in cui ciò viene fatto, l’asciuttezza della narrazione, la crudezza del narrato, la ruvida esattezza delle parole cui poco o nulla viene aggiunto. L’artefatto lascia il posto all’essenza, il narrato assume presto l’aura del mito. E nel tentativo di descriverlo, preservarlo, difenderlo, l’ipocrita sovrastruttura del pensiero interpretativo è rifuggita in ogni modo, con l’unico scopo di rimanere rigorosamente ancorati e adesi alla realtà. Di mostrare che esso risiede nella meravigliosa, crudele essenza della natura, di cui l’uomo non può negare di fare parte. Per Hemingway l’essere umano più autentico tende ad agire come un animale, e come tale si batte, si eccita, inferocisce; come una bestia è accecato dal furore, dalla passione, dall’istinto di sopravvivenza. Rifugge la tentazione del pensiero debole, del senso di colpa, la pietà; colpisce, ferisce, uccide, preda, mosso da un atavico ferino egoismo.
A modo suo fa così anche il vecchio solitario in mezzo al mare. Consapevole di essere predatore o preda a seconda dell’animale che si trova di fronte. Della reciproca forza, della reciproca astuzia, della reciproca esperienza. Amo e lenza, un’arma semplice ma letale, come la lama nelle mani del matador a pochi centimetri dall’enorme collo taurino fiaccato, hanno l’effetto di ridurre di molto se non del tutto la distanza fra i due animali, di portarli ad un livello in cui il confronto e la lotta possano avere luogo.
Se il vecchio e la sua strenua forza residua avranno la meglio, egli ucciderà il meraviglioso marlin appeso alla sua lenza, se viceversa col protrarsi della pesca perderà via via l’uso della mano, delle braccia, delle gambe, sentirà cedere e spezzarsi la schiena, se sarà vinto da fame e sete ormai a miglia di distanza dalla costa, allora sarà lui a soccombere. L’uomo ne è perfettamente consapevole, dall’inizio. Sono le regole del gioco, non le teme, non le contesta; se sarà lui a perire nel confronto, non sarà una vittima, ma il più debole, il perdente. Sotteso nel rimuginare del vecchio è il pensiero, il desiderio che la vita abbia e mantenga le regole di un grande gioco (non a caso il vecchio pescatore è un appassionato di baseball), dove ci si impone per delle indiscutibili capacità fisiche e mentali. Dove si ha sempre un’occasione per cimentarsi e provarle.

Faccio ritorno alla scelta stilistica del racconto per sottolinearne alcuni aspetti.

Il protagonista. Un vecchio pescatore che vive in un misero capanno e dorme in un letto di fogli di giornale, il cui orizzonte di conoscenza è racchiuso in quello del mare, la sua religiosità è una superstiziosa forma di credenza, la sua mitologia i campioni del baseball e le imprese di pesca. E’ un uomo povero e vecchio. Un uomo solo, che ancora una volta prende il mare per abitudine, per necessità, ma lo fa come se fosse l’ennesima, forse l’ultima grande occasione per misurarsi con le regole della propria esistenza. Il suo linguaggio è scarno, semplice, le sue parole una litania di solitudine. E’ un uomo allo specchio, quello buio del mare. Un uomo che si confronta con qualcosa che non vede, qualcosa che si trova a decine di metri di profondità sotto di lui. Un uomo che lotta a mani nude. La sua è una condizione ideale per l’Autore, il vecchio pescatore è il protagonista ideale. Ma è reale. E’ un pescatore cubano, conosciuto molti anni prima che “Il vecchio e il mare” venisse pubblicato. Un ideale di uomo, un ideale di umanità cui l’Autore sembra aspirare profondamente.

Il racconto. Da subito prende il registro della fiaba, ma come tutte le fiabe racconta la vita. Non si tratta di un’opera di fantasia, ma di una fiaba del reale, il cui protagonista è un uomo in stretto contatto con la natura. L’umile semplicità e l’apparente povertà del protagonista si riflettono nello stile linguistico e narrativo. La semantica è circoscritta al mondo della pesca, alla vita di mare. Le descrizioni sono essenziali, niente metafore, solo l’asciutta descrizione di ciò che il vecchio pescatore osserva, di ciò che gli accade. E i dialoghi con se stesso e con il pesce, invisibile sotto la superficie dell’oceano.

Infine l’animale, la nobile preda. Il vecchio pescatore (come l’Autore) vi si identifica, lo ama, prova un profondo senso di fratellanza nei confronti del proprio antagonista. Il quale, a un tratto, salendo inaspettatamente in superficie e compiendo un imponente salto, lo omaggia mostrandosi in tutta la sua maestosa virilità.
Preso all’amo, per giorni e notti il marlin va per la sua strada. Nel pieno del proprio vigore non lotta, non avverte il pericolo. Trascina la barca per miglia, esibendo tutta la sua forza, la sua resistenza. Il vecchio pescatore ama e rispetta quella forza, ne ammira la bellezza, la dignità.

“Poi gli dispiacque che il pesce non avesse nulla da mangiare e il dispiacere non indebolì mai la decisione di ucciderlo. A quanta gente farà da cibo, pensò. Ma sono degni di mangiarlo? No, no di certo. Non c’è nessuno degno di mangiarlo, con questo suo nobile contegno e questa sua grande dignità.”

Egli è profondamente grato all’animale, non per ciò che potrà ricavare da quella pesca, ma per l’opportunità che esso gli concede di confrontarsi e dimostrare il proprio valore. Di riscoprire la propria essenza.

Pensandoci, se non si tenesse conto di questo profondissimo processo di identificazione, della sacralità del binomio preda-predatore, del riconoscimento e dell’accettazione dei propri primordiali istinti, seppur imprigionati in una gabbia di regole e convenzioni morali e sociali, non sarebbe possibile affrontare la lettura di un’altra importante, enciclopedica opera di Hemingway, “Morte nel pomeriggio”. Non si sarebbe colpiti e affascinati dall’impeto di passione e devozione che ne hanno ispirato la scrittura. Non si potrebbe quindi scendere nell’arena accanto all’Autore, spettatore e protagonista, ed essere intimoriti, terrorizzati, eccitati, trasfigurati dal combattimento e dal sangue, nell’eterno braccio di ferro fra vita e morte.

Pare che per un’intera esistenza, subito segnata dalla drammatica, devastante esperienza della guerra, Hemingway abbia cercato di definire e comprendere la vera natura dell’uomo. Che per farlo abbia scelto di spogliarlo di ogni ipocrita e illusoria sovrastruttura ideologica e filosofica, fino a provare una nostalgica, ineludibile affinità per il suo lato più istintivo e ferino. Fino a comprendere che, per quanto sappia essere spietata e crudele, in quella sua natura risiede il conforto di regole comportamentali certe e di una biologica, incontrovertibile lealtà.

“Il vecchio e il mare” è stato scritto e riscritto per anni. Nel corso della sua lunga gestazione ha avuto proporzioni diverse, culminando infine nel breve romanzo che conosciamo. Si può pensare che sia una sorta di testamento. Di certo è un inno al rispetto della natura e un auspicio a riconoscere e sperimentare le proprie più autentiche aspirazioni.
Inevitabile per me tornare con la memoria a uno dei celeberrimi 49 racconti, “Le nevi del Kilimangiaro”, in cui il protagonista, alter ego dell’Autore, con una gamba in cancrena per una ferita infetta, in preda al delirio della febbre ripercorre la propria esistenza in un intimo monologo, una sorta di intricata confessione. La narrazione, però, si conclude con una scena dal timbro più lirico ed estremamente commovente, se ricongiunta con l’epigrafe che apre il racconto.
Il protagonista sale finalmente a bordo dell’aereo dei soccorsi, o forse si immerge definitivamente in quella che non è altro che un’ultima, alleviante visione…

“Quindi cominciarono a cabrare, e pareva che andassero a est, e poi fu buio ed erano in mezzo a un temporale, con la pioggia così fitta che sembrava di volare attraverso una cascata, e poi ne uscirono e Compie voltò la testa e sorrise e puntò il dito e là, davanti a loro, tutto quello che lui poté vedere, vasta come il mondo intero, grande, alta e di un bianco incredibile nel sole, era la vetta quadrata del Kilimangiaro. E allora seppe che era là che stava andando”.

Il lettore, allora, fa subito ritorno alla prima pagina…

“Il Kilimangiaro è un monte coperto di neve alto 5895 metri, e si dice che sia la più alta montagna africana. La sua vetta occidentale è chiamata, dai Masai, Ngàje Ngài, la Casa di Dio. Vicino alla vetta occidentale c’è la carcassa rinsecchita e congelata di un leopardo. Nessuno ha saputo spiegare cosa cercasse il leopardo a quell’altitudine.

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Scrittura ironica (e antieconomica) – Consigli di lettura

Amate ferie. Tempo di lettura: amore, tesoro, libertà ritrovata. Maltrattata, trascurata, allontanata, gioco-forza per troppi mesi. Ma finalmente eccoci qui. A noi due. Steso sul piano basso di un anacronistico lettino a castello di casa di montagna, accompagnato da adorabili (e pure violenti) temporali estivi che mi precludono la gita e mi riducono a claustrale esistenza in compagnia di un pesciolino rosso, pupazzi e ninnoli da pesca di beneficenza, coppe e medaglie dei tempi andati, e gigantografie di epiche, immemorabili nevicate. Fra le mani, a tratti alterni, un libro, una matita, un quadernetto e la tastiera di questo pc. In attesa di una fonte di ispirazione che mi permetta di imbrattare la pagina, mettendo fatalmente piede in quel limbo autistico, sfera ovattata-sottovuoto che molti di voi conosceranno bene (come si suol dire: “mal comune…”), mi posso finalmente immergere con tutto me stesso in qualcosa di veramente bello e farmi placidamente trasportare altrove. Ovunque. Ovunque, sì, è proprio il caso di dirlo.
Dall’alto della mia ignoranza, o scarsa pratica e conoscenza – suona decisamente meglio, voglio anch’io consigliare, per puro spirito di condivisione, una lettura che trovo davvero interessante e divertente. Non ne faccio trattato o recensione. A) perché non l’ho ancora terminata, B) perché non ne sarei capace. Dico solo che, come per pochi altri libri che mi è capitato di leggere (ma sono io il collo di bottiglia), ha una marcia in più. Anzi, più d’una.
E’ un libro ironico. Dote essenziale, per me, per riuscire gradevole, d’appeal, far contemporaneamente sorridere e riflettere, e tenere a galla il lettore meno attrezzato anche quando le acque possono essere per lui poco invitanti, o torbide, o burrascose.
E’ un libro di fantasia e immaginifico (dote che invidio mortalmente a molti Autori). Basti pensare alla citazione scelta in esergo: “Todo futuro es fabuloso” [Alejo Carpentier].
E’ un meta-libro, in cui il narrato è a tratti tale e dominante, a tratti (i più, direi) puro pretesto per dare libero, pindarico, esilarante sfogo alle profondissime capacità dell’Autore. La lettura acquista quindi svariate altre dimensioni e sfaccettature. Personalmente adoro i momenti in cui uno Scrittore riesce, con pari eleganza e acume, a inserire innesti, riflessioni, speculazioni solo apparentemente occasionali. Quando gioca con i suoi personaggi. Quando i dialoghi diventano al contempo surreali e colmi di significato. Quando egli stesso appare tra le righe e prende serenamente e autorevolmente la parola, intrattenendo il lettore in giustificazioni, spiegazioni, anche tecniche ed erudite, senza risultare mai di troppo o fuori luogo.
E’ arte. E non è da tutti. Affatto. Un’imitazione, per quanto studiata e motivata da preziosismi stilistici (e forse proprio per questo) risulterebbe irrimediabilmente stonata e ridicola al terzo rigo (anche prima). Credo che nella naturalezza, nella leggerezza con cui un Autore riesce a portare il proprio, complesso e articolato, bagaglio culturale sulla pagina, risieda la sua indiscutibile grandezza e bravura.
Ci vuole capacità, stile. Ma prima di tutto ci vuole il bagaglio.
Scimmiottare il primo è ridicolo. Non avere il secondo, irrimediabile.
Mi rendo conto di aver scritto tutto quanto sopra (parole a sbalzo, le mie, spero non del tutto vane) senza dare un minimo d’indirizzamento.
Eccolo: “La zattera di pietra“, di José Saramago, 1986.
Lo sto leggendo nella traduzione di Rita Desti, 3° ed. Feltrinelli 2017.
Non vi dico nulla – e nulla in fondo ho detto. Né trama, né idea, né personaggi, né struttura, stile, punteggiatura ecc., ecc., ecc.. Lascio solo un minimo, infinitesimo assaggio di quello potrete trovare in questo libro, peraltro (per me) incontenibile e indefinibile (sensazione provata leggendo ad esempio Queneau, Calvino, Marquez…).

“La Due Cavalli attraversa lentamente il ponte alla velocità minima consentita per dare allo spagnolo il tempo di ammirare la bellezza dei paesaggi di terra e di mare, oltre che la grandiosa opera di ingegneria che collega le due rive del fiume, la costruzione, stiamo parlando della frase, è perifrastica, l’abbiamo usata solo per non ripetere la parola ponte, che sarebbe risultato un solecismo, del tipo pleonastico o ridondante. Nelle varie arti, e in quella dello scrivere per eccellenza, la via migliore fra due punti, anche se vicini, non è stata e non sarà, e non è la linea che si chiama retta, mai e poi mai, un modo, questo, energico ed enfatico di rispondere ai dubbi, mettendoli a tacere.”

Buone ferie, buone letture a tutti.
P.

Leggendo Moby-Dick, Note a margine (La fenomenologia del bianco)

Trascrivo note, impulsivamente. Mi muovo sul posto, avanti e indietro. Lo spazio, al margine, è ristretto. L’orizzonte illimitato.
Sono sul ponte. Cacciatore a mia volta, mio malgrado. Di significati, messaggi, rivelazioni. Questo m’induce la lettura. E’ qualcosa che va oltre l’iniziale disegno, ne sono convinto. Ma è così, credo, che doveva andare, questa infine la sorte. Un testimone che passa di mano.
Eccomi qui, Ahab sono io, che cammino inquieto sul ponte, aspettando la resa dei conti. E chiamatemi pure Ishmael, mentre fuggo all’oppressione del mio stesso pensiero, alla noia, al vuoto dei giorni, al male di vivere.
La notte, mi rifugio qui. Cerco anch’io qualcosa, forse una cura. E a rimedio ho scelto anch’io il mare. Siano pure lui e il suo nulla pregno di significato la mia panacea e la mia tomba.
Eccomi, sono io: mi sporgo oltre il bordo della pagina come il marinaio alla “murata”, o il “colombiere”. I miei occhi, la mia mente sono in cerca di una traccia, di un segnale, una conferma…

La fenomenologia del bianco

[L’orrore]

Ma non abbiamo ancora sciolto la malia del bianco, né inteso perché faccia tanta presa sull’anima; né, fatto strano e assai più portentoso, perché, come abbiamo visto, sia a un tempo il simbolo più significativo delle cose spirituali, anzi il velo stesso della Divinità cristiana, e tuttavia debba essere, qual’è, il fattore aggravante nelle cose che più atterriscono l’umanità.

No. Non l’abbiamo fatto. Ci siamo fermati [e mi riferisco al mio precedente post] ad una delle prime suggestive immagini del quarantaduesimo capitolo, alla prima, profetica manifestazione del bianco. Per quanto tragica in quel suo afferire alla cupa sfera della premonizione, l’immagine dell’Albatro è solo un’introduzione. Nella sua veste poetica, è la prefigurazione di un dolore e una sofferenza che devono ancora giungere. E lo faranno, ne siamo certi. E’ una minaccia, una macabra annunciazione. Ma da dove arriva tutto questo? sembra allora chiedersi l’Autore. Perché viene avvertito così nitidamente? Ed ecco che infatti, se non la sorgente, egli decide di analizzare la modalità, il linguaggio attraverso i quali la triste presa di coscienza di fatto avviene.
Come è già accaduto più volte nelle prime duecento pagine della sua narrazione, sviluppate comunque agilmente tutto intorno a un’ombra che, per quanto imponente, è ancora lontana, Melville indugia volentieri. Sfrutta svariate occasioni per arricchire la racconto, e il lettore, con accurate descrizioni e approfondimenti, che infine, però, fanno sempre ritorno alla psicologia umana, materializzata nei suoi personaggi. E si torna all’origine della loro missione, del loro viaggio, di quella convivenza isolata, estraniata sul legno di un vascello che, allontanandosi sempre più dalla costa e da casa, nell’oceanico vuoto [che a distanza di un secolo sarebbe stato soppiantato da quello della Galassia] risuona ai loro passi come l’assito di un proscenio.
Si appassiona Melville. Pare divagare, pare prendere tempo, approfittare della nostra attenzione per architettare didattiche divagazioni sul mondo e le pratiche marinaresche, a lui [e ai suoi lettori] così care. Approfondisce, seziona, schematizza, con quel suo fare enciclopedico e (auto)ironico al contempo.
Ma qui, qui c’è qualcosa di diverso. Il timbro si fa subito cupo, lievemente angosciato, via via più compreso, infervorato. Non si tratta di considerazioni storiche o sociali, né di un approfondimento sulla pratica e l’economia della pesca alla balena [che a metà dell’Ottocento, negli Stati Uniti, valeva decine di milioni di dollari] con i suoi proventi e derivati. Né di un trattato naturalistico. No. Stavolta, con quel suo stesso incedere ricco di esemplificazioni, paragoni, citazioni e riferimenti, Melville mette piede, e lo fa con autorevole, a tratti lirico, partecipato affondo, nella natura umana.
Evocando il canto straziante di un albatro, materializzatosi sotto i nostri occhi increduli e rapiti, si passa rapidamente dalla celebrazione della maestosa imponenza dell’orso polare, dall’inafferrabile bellezza del destriero banco, all’elencazione di tutta una serie di impalpabili, insidiose, terree manifestazioni del… Bianco. Il colore, sì. Questo dunque il canone, questo il linguaggio.
Scontate potevano essere, se vogliamo, la citazione del bianco spettrale, o l’elencazione di una serie di luoghi e personaggi, più o meno comuni. Molto meno, ad esempio l’analisi psicologica dell’irritante fastidio attribuito all’albino di pelle e ciglia, quasi assumano di per sé un’incresciosa valenza morale; o il modo in cui si possa arrivare a percepire l’aurea nefasta di taluni paesaggi nevosi…

Lo so che il comune sentire non riconosce nel fenomeno del bianco la causa principale nell’accrescere il terrore di oggetti di per sé terribili; […]

Il lettore, infatti, si trova via via a riflettere. A riscontrare il paradosso insito in quel colore, così innocuo, così spaventoso. E attraverso questo excursus comincia a vedere sotto tutt’altra luce il dorso bianco, sfregiato dalla battaglia con l’umano barbiglio, della leggendaria Balena.
Per dare un’idea a chi non l’avesse già letto, il massimo nella costruzione di questa “critica del bianco” a mio parere è raggiunto qui:

Il marinaio che accosti nottetempo ai lidi di terre sconosciute, se ode il mugghio dei marosi si mette in stato di allerta e prova quel po’ di trepidazione che gli acuisce tutte le facoltà; ma se in circostanze assolutamente analoghe lo tirano giù dalla branda e vede la nave veleggiare su un mar di mezzanotte bianco latteo, come se dai circonvicini promontori orsi bianchi pettinati gli nuotassero intorno a branchi, allora avverte, un muto superstizioso orrore; il sudario fantasma delle acque imbiancate lo inorridisce come un vero spettro; invano lo scandaglio lo assicura che è ancora lontano dalle secche; il cuore gli si stringe come a stringere il vento: non avrà pace finché sotto di lui l’acqua non sarà tornata azzurra. Però dove lo trovi il marinaio disposto a confessare: “Non era tanto la paura di andare a sbattere contro scogli sommersi, signore, a scombussolarmi così, quanto la paura di quel bianco schifoso?”

Quel “bianco schifoso”. Un sentimento di rabbia, l’impeto di una reazione iniziano a farsi sentire. E c’è un perché.

… il marinaio che contempla lo scenario dei mari antartici dove a volte, per un infernale gioco di prestigio delle potenze del gelo e dell’aria, tremante e quasi naufrago, anziché arcobaleni apportatori di speranza e conforto al suo tormento, scorge una specie di sterminato cimitero che coi suoi stenti monumenti diacci e le sue croci a schegge lo schernisce.

“Croci a schegge”, fantastico.
Ma ecco che si inizia a puntare il dito su qualcosa, su qualcosa di preciso. Lo sguardo si è alzato prima al cielo, poi è passato sui monti, sui ghiacci… Non trova, e penso che in fondo nemmeno lo cerchi, un Dio.
[Melville, ovviamente, prende a piene mani dalla cultura e tradizione cristiana, dalla Bibbia; ma equamente e senza pregiudizi, dà spazio anche ad altri culti, anche a quelli degli abitanti delle isole sperdute del Pacifico, “pagani” ancora dediti al cannibalismo].

Per molti aspetti questo mondo visibile sembra improntato all’amore, le sfere invisibili furono improntate alla paura.

“Le sfere invisibili”. Melville conserva la limpidezza speculativa del passo che l’ha portato fin qui. E riporta su un piano razionale, quasi filosofico la sua disanima sulla “malia” del bianco [ricordando in questo celeberrimi versi d’italiana memoria…].

Non sarà che con la sua indefinitezza adombra i vuoti e le immensità crudeli dell’universo e così, mentre contempliamo i bianchi abissi della via lattea, ci pugnala alle spalle col pensiero dell’annientamento; oppure è perché il bianco in fondo non è tanto un colore quanto l’assenza visibile di colore e al tempo stesso il condensato di tutti i colori: per queste ragioni c’è una così muta vacuità, pregna di senso, in un vasto paesaggio innevato, un incolore onnicolore d’ateismo che ci fa ritrarre? E quando consideriamo l’altra teoria dei filosofi della natura, cioè che tutte le altre tinte della terra, ogni belluria augusta oppur leggiadra, le soavi sfumature dei boschi e dei cieli al tramonto, sì, e i vellutini dorati delle farfalle e le gote di farfalla delle fanciulle: tutti questi altro non sono che sottili inganni, non inerenti di fatto alle sostanze, ma applicati dall’esterno; perché la deificata Natura tutta quanta s’imbelletta né più né meno di una baldracca che dietro le attrattive cela solo carcame; e quando ci spingiamo oltre e consideriamo come l’arcano cosmetico che produce ogni singola sua tinta, il grande principio della luce, rimanga sempre in sé bianco o incolore, e se operasse sulla materia senza filtri, darebbe a ogni oggetto, perfino a rose e tulipani, un tocco della sua vacua tintura… Se teniamo tutto questo ben presente, […]

Già. La grande presa in giro. L’uomo illuso, vilipeso. Peggio: burattinato. No, questo proprio non si può accettare.
Siamo al dunque. Melville va oltre, va lontano. Vuole capire, quantomeno provarci. Ma nel farlo è l’orgoglio dell’uomo che non si sottomette ch’egli desta. E’ quella di Ahab la voce che risuona nelle ultime battute di questo bellissimo capitolo. Nel bianco, di fronte al bianco, il pensiero di quell’uomo non si perde, non annichilisce. Al contrario, in mare aperto, lo specchio ricurvo dell’orizzonte pare aiutarlo a mettere a fuoco. A eleggere il suo nemico. Perché lui, infatti, non ha ceduto all’inganno, non vuole essere vittima della “deificata Natura”. Ahab è l’uomo che si ribella, che reagisce.

La balena albina era di tutte queste cose il simbolo. E vi stupisce la ferocia della caccia?

[Cit. H. Melville, Moby-Dick o la balena, Cap. 42 – Il bianco della balena, Trad. O. Fatica, Ed. Einaudi, 2015]

Leggendo Moby-Dick, Note a margine (L’albatro)

Approfitto di questo spazio per condividere qualche piccolo “appunto di viaggio” (o navigazione) in questa lettura, per molto tempo preconizzata e rimandata, finalmente goduta, che sarà oggetto di scambio in un gruppo di lettura di cui faccio parte. Nessuna pretesa di commento o approfondimento. E come potrebbe, prima della fine? No, solo miopi note a margine, quelle che facciamo nel poco spazio non inchiostrato della pagina. Per gustarsi il passo, verso la fine, la scoperta, magari la delusione… Chissà che alla fine, però, non vi sia ancora dell’altro. Chissà. Nel frattempo leggiamo.

L’albatro

[La sacralità del bianco]

“Ricordo il primo albatro che vidi. Fu durante una burrasca prolungata, in acque prossime ai mari antartici. Dopo la guardia mattutina sottocoperta, risalii sul ponte obnubilato e lì, riverso sui boccaporti di maestra, scorsi un essere pennuto, regale, di un bianco immacolato, dal sublime becco adunco romano. A tratti arcuava innanzi a sé le vaste ali d’arcangelo, ad abbracciare quasi un’arca santa. Fremiti e sussulti portentosi lo scotevano. Nei suoi strani occhi indescrivibili mi parve di cogliere segreti che angosciavano Dio. Come Abramo al cospetto degli angeli m’inchinai: così bianco era quell’essere bianco, così ampie le ali, mentre io in quelle acque di perenne esilio avevo perso i miseri ricordi distorti di tradizioni e città. […]”

[H. Melville, Moby-Dick o la balena, Cap. 42 – Il bianco della balena, trad. O. Fatica, ed. Einaudi, 2015]

Estremamente evocativo. Melville fonda sul colore del mostro marino, del leviatano, una profonda simbologia. Lo fa dichiaratamente. Sceglie il bianco. Ecco, dunque, che la balena, l’imprendibile [sanguinario, vendicativo, giustiziere?] spermaceto diviene un’enorme massa bianca che traccia, sfiora, infine perfora la superficie del mare [il limite dell’ignoto]. Il leviatano appare di un colore limpido e inequivocabile. Il bianco. Esso indica sì purezza, ma soprattutto evoca il soprannaturale, forza inarrivabile, un mistero insolubile [inviolabile?]. Non a caso, l’Autore spende una consistente, poetica nota parlando di altri emblematici e indomabili animali bianchi, da cui l’estratto. Fra questi l’albatro, un essere che, per come viene descritto, ha nelle proprie fattezze, nella sua stessa posa un ché di divino. Qui, rimandando esplicitamente alla nota Ballata del vecchio marinaio di Coleridge, esso viene paragonato a un arcangelo, a un triste, straziante messaggero, comunque in grado di incutere rispetto, riverenza, timore, sottomissione. E’ una presenza biblica, profetica. Moby-Dick deve ancora apparire. Ma c’è chi lo precede: la sua fama, la leggenda, l’avorio della gamba di Ahab, ancor più le sue stesse parole, il suo volto marchiato, la rabbia, la sete di vendetta e affermazione [desiderio di auto-determinazione]. La sua figura di uomo, folgorato, schiantato, mutato. Ossessionato. Melville prepara pazientemente il momento in cui il leviatano si mostrerà per la prima volta. Non solo. Si dà il tempo di definire, di creare ciò che l’animale alla fine rappresenterà per ognuno dei membri dell’equipaggio (di per sé abbastanza variegato), creando nel lettore un clima di attesa e premonizione sempre crescenti. Dando anche a lui (il lettore), però, tempo e modo di scegliersi il significato più congeniale per l’animale, il mostro, il simbolo. E per l’intera vicenda.