La pendola

A volte ritornano, si dice.

E’ un periodo un po’ complicato per tanti motivi che non sto qui a dire. Sicché la mia presenza nella blogsfera come lettore, ma soprattutto come scrittore, si è ridotta di molto.

Ma per fortuna segnali e impulsi arrivano in tanti modi diversi, sempre e comunque.

Vi ricordate di Stefano, il mio collega, Fusto per gli amici?

Ecco un’altra sua piccola perla notturna. Ricevuta e subito trafugata.

Poggiata alla parete

la pendola,

amica del tempo,

rintocca,

sparando sentenze.

Inutile

accusare la memoria,

che avvelenandoti il cervello,

fa solamente il suo dovere.

[S.F., 14/3/2021]

Notturni

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Dopo anni di convivenza pressoché silenziosa a pochi metri di distanza, un giorno Stefano si affaccia ed entra felpato nel mio ufficio. Non è per questioni di lavoro, deduco osservandolo scrutare fuori dalla finestra in silenzio. Se parla di lavoro è per rompere il ghiaccio, mi dico. E così è. Dopo qualche balla su quel tal progetto e i conti che, come sempre, non torneranno, fa per uscire quand’ecco si volta, si irrigidisce, mi punta un indice addosso e spara: Tu sei un poeta, no? Ora sono io a irrigidirmi: è una domanda cui non so rispondere. Se lo faccio, dico sempre qualcosa di cui pentirmi. Per cui sorrido, in silenzio, sprofondando un po’ sulla sedia, i miei monitor mi fissano come due condanne.

E’ così che alcune pagine dattiloscritte sono finite sulla mia scrivania.

Ah, non è mica stato così semplice. Stefano, Fusto per chi lo conosce un po’ meglio, è persona accurata, ponderata, riflessiva e molto cauta. Le sue parole, quelle giuste, bisogna saperle aspettare. Ti si avvicina, ti scruta con uno di quegli sguardi che ti fan dubitare che sia davvero lì con te e, se non è ancora il momento, scuote la testa e se ne va senza dire niente. Col tempo si impara ad attenderlo, il momento.

E’ così che ho scoperto che Stefano, la notte, scrive.

Lo fa su un quaderno a quadretti con i fogli tenuti insieme da una spirale, qualche giorno dopo me l’ha mostrato. L’ha sfogliato con aria complice e ha detto: Adesso ne trascrivo qualcuna, non l’ho mai fatto. Sono seguiti sguardi, mezze parole e ammiccamenti nei corridoi dell’ufficio, finché una mattina apro la posta elettronica e trovo una sua mail. Il nostro piccolo grande segreto, da trattare con cura.

Io non so se Stefano sia un poeta. So che anche lui come tanti avverte l’esigenza di tracciare sulla carta sensazioni, pensieri, memorie, sogni, ferite. E lo fa senza cercare parole speciali o costruire immagini, bensì usando gli strumenti che ha a portata di mano. Io me lo sono immaginato, nella sua taverna, la stessa in cui scolpisce il legno e distilla liquori. Me lo son visto seduto sul suo divanetto rivestito di lana, un bicchiere in una mano, l’altra che gli tormenta il volto. O al tavolo di cucina, la mattina presto, prima di andare al lavoro. Come Paterson, il protagonista dell’omonimo film.

Io non so cosa sia la poesia, ma ho capito che a volte è fatta di cose semplici, e vere.

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Padre di figlie femmine,

occultatore di cadaveri,

minaccia per giovinastri malintenzionati,

gambizzatore a domicilio.

Padre di figlie femmine,

finto libertino,

nottambulo tachicardico.

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Parole.

Un sacco di parole.

Per celare la mia vera intenzione.

Poi rapido.

Furtivo.

Un bacio.

Poi, ad occhi chiusi,

l’attesa interminabile

di un tuo enorme schiaffo.

Poi le labbra.

Le tue.

Prima delicate.

Poi decise.

Sono in paradiso.

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Ora sono sveglio.

Peccato.

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Eccoti.

Sei arrivata.

Ora non sento più nulla,

ma non mi importa.

Ora nulla ha più senso,

sono completamente assente.

Ora sento tutto,

sento tutto molto forte.

Non sento più caldo,

ma neppure freddo.

Non ho più tristezza,

ma neppure allegria.

Non ho più entusiasmo,

ma non saprei cosa farmene.

Non sento dolore,

ma neppure piacere.

Non sento più fame,

tuttalpiù sete.

Non so che giorno è,

ma non è rilevante.

non so che ore sono,

non so dove sono,

non so chi sono,

non sento la pioggia.

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Tutto mi hai tolto.

Tutto ciò che mi faceva volare.

Tutto il mio essere.

Tutto il mio sangue.

Tutto il mio corpo.

Tutta la mia anima.

Ora hai tutto di me.

Sono morto più e più volte,

e più e più volte sono risorto,

per poterti dare ancora qualcosa.

Ma ora è finita,

sono completamente svuotato.

Anzi no.

Ora sono pieno si sensi di colpa,

perché non posso più darti nulla.

Mi hai tolto tutto.

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Piedi fracassati,

mani insanguinate,

porte disfatte,

mignoli gonfi,

urla urlate,

polsi doloranti,

ginocchia piegate,

pianti accarezzati.

Dure sentenze

acclamate dall’interno

basate su giudizi

di gente senza senno.

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Non cercate una metrica,

non la troverete.

L’Amore non si può definire,

né tantomeno misurare.

Non cercate delle rime,

non le troverete.

Le Emozioni non vanno in coppia,

sono uniche ed irripetibili.

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[Stefano Fustinoni, Novembre 2020]

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Immagini di copertina: Lucciole elettriche e Specchio di neve, di Laura Salvi