Morte in villa

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Un raccontino per chiudere l’anno.

Giriamo pagina, diciamo.

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Che il prossimo sia per tutti un anno migliore!

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La villa guardava il lago. Con il suo vasto ventaglio di scale quasi vi si immergeva. Per questo era stata concepita, perché da lì la si ammirasse, da lì la si raggiungesse. Prima che venisse chiuso da un muretto in pietra e trasformato in uno stagno, il “villino per scapolo”, come fu definito all’origine dal suo ideatore, poteva contare su un proprio approdo privato.

Eretta su un promontorio naturale orientato ad est, il fronte principale della casa, suddiviso sapientemente su più sale, traguardava l’asse meridionale del lago, contemplando le ripide quinte boscose delle montagne che dalla riva opposta vi si tuffavano. Il fronte minore, sul retro, cui si giungeva percorrendo il viale attraverso il parco secolare, era ben più spartano, la facciata un colpo secco di scure, verticale, senza fregi, né bovindi o porticati.

Louis arrivò che era già buio, una domenica di febbraio, nel tardo pomeriggio. Fermatosi davanti al cancello chiuso, i fari illuminarono i suoi sorprendenti intrecci di nastri in ferro battuto. Rivide la testa incanutita di Gustavo, maggiordomo tuttofare, china sul blocco della serratura, scolpito a forma di mosca. L’unico abitante superstite, tutt’uno con la villa, della quale custodiva la memoria. Ma questo succedeva tre mesi prima, a fine novembre, alla morte della proprietaria. Da allora Louis non aveva più messo piede alla residenza del lago. Né ci sarebbe stato più motivo di farlo.

Attese qualche istante: Gustavo aveva passato gli ottanta, aveva i suoi tempi. Dalle finestre della sua dépendance controllava il varco d’ingresso, non era necessario suonare, l’aveva sicuramente già visto. E poi lo stava aspettando.

Madama Antonia era morta inaspettatamente. Louis ricordava nitidamente la sorpresa e lo sgomento che lo colsero nell’apprendere la notizia; l’aveva vista poco tempo prima, sembrava in ottima salute. Elegante e impeccabile, come sempre, il viso la solita maschera austera, che s’incrinava improvvisamente in sardonici sorrisi e battute salaci, che avevano il pregio di farla apparire meno snob. Una donna forte, coriacea, come Louis soleva definire l’anziana nipote dell’omonimo patriarca, l’ingegnere, che più di ogni altro abitante aveva lasciato il proprio segno nel luogo in cui viveva, consegnandogli fra le altre cose, opere di pregio, addirittura monumentali, non ultima la villa al lago, che da sempre portava il suo nome. Louis stesso era un lontano parente, discendente di un ramo della famiglia stabilitosi in Francia dopo la grande guerra, oltre che un consulente legale della defunta.

Strano, deve aver avuto qualche cosa da sbrigare, pensò, scendendo dall’auto. Si avvicinò al citofono, ma senza suonare: il cancello era socchiuso. Provò a spingerlo e con un breve sussulto il battente arretrò, basculando silenziosamente sui perni. Louis percorse il viale fino al portico della dépendance. Dall’interno non udì provenire alcun rumore. Attraverso la vetrata poteva vedere un’ampia cucina americana illuminata che dava su un soggiorno immerso nella fievole luce di un paio di lampade a stelo. Era una casa spaziosa, moderna e ben accessoriata. Una sistemazione invidiabile, eccessiva per un uomo solo.

Louis vi era entrato solo un paio di volte, per lo più incontrava Gustavo in villa o nel parco, magari mentre soprintendeva ai preparativi di qualche ricevimento all’aperto, o all’allestimento dello stage di un concerto. La villa e il parco avevano anche fatto da sfondo a qualche set cinematografico, uno dei quali datava un preciso ricordo dell’infanzia di Louis. Negli ultimi tempi, da quando la signora Antonia, che non aveva figli, si era ritirata a vivere in poche stanze, in un cottage ben più piccolo di quello del custode, la tenuta era stata aperta al pubblico.

Louis bussò un paio di volte sulla vetrata, senza risultato. Per tutta risposta, invece, si levò un’intensa ma breve folata di vento, di quelle tipiche del lago, tanto note ai velisti, in grado d’estate di sovvertire il clima nel giro di pochi minuti. Si strinse nella giacca di velluto, rimpiangendo per un momento il soprabito che aveva lasciato in macchina, ma senza risolversi ad andare a recuperarlo.

Oltre il colonnato, in un box con la saracinesca a tre quarti, il muso di una vecchia Jaguar sporgeva sornione da sotto un telo. Louis estrasse il porta sigarette d’argento e se ne accese una, scrutando nel buio la linea spezzata del tetto della residenza padronale, sommersa dalle chiome dei deodara. Da lì non poteva distinguere se ci fosse almeno una finestra illuminata. Decise di andare a vedere.

Mentre scendeva lungo il viale, ripensò ancora una volta alla strana telefonata di quella mattina e alle parole che Gustavo, con il suo irriducibile accento veneto, gli aveva rivolto. Era stato lui a chiamare, non saranno state le otto, fatto curioso già di per sé. Ne era seguita una conversazione breve, di quelle a senso unico, senza diritto di replica. Se non fosse stato così presto, avrebbe detto che aveva bevuto.

– Buongiorno dottore, sono il Gustavo della villa. Mi scusi, ze presto, lo so.

– Salve Gustavo, non si preoccupi, nessun disturbo, sono appena arrivato in studio. Mi dica…

– Non è che la g’avrebbe tempo di passare a trovarmi?

– Quando?

– Oggi.

– Oggi? – Ribatté Louis sorpreso. – Non credo sia possibile, Gustavo. Sono a Milano tutto il giorno, mi risulta veramente…

– Sarebbe davvero gentile da parte sua, dottor Louis, sa? – Lo interruppe il maggiordomo.

– E’ successo qualcosa?

– No, no, dottore, no ze successo nulla, dizemo. Ma…

– Ma… Cosa, Gustavo?

– Ze un po’ di tempo che go questo pensiero…

– Pensiero?

– Sì, nulla di grave, sia chiaro, ma non riesco a fare a meno di pensarci, capisce?

– Francamente no, Gustavo. Di cosa stiamo parlando? Non faccia il misterioso. Se le serve un aiuto da parte mia, è bene che sappia da subito di cosa si tratta.

– Ze meglio se de ‘sta cosa ne parliamo di persona, dottor Manzoni, – rispose Gustavo, serio.

Louis si irrigidì. Quel cambio di registro non prometteva nulla di buono. In tanti anni fra lui e Gustavo non si era mai instaurato un rapporto di confidenza. Non sapeva nemmeno da dove provenisse. Eppure lo conosceva da quando era bambino e d’estate gli capitava di passare qualche pomeriggio alla villa sul lago. Per tutti Gustavo era il Gustavo della villa o il Veneto, non aveva un cognome. Era un’istituzione, una cosa sola con la casa dove serviva da più di cinquant’anni e la famiglia che nel tempo l’aveva abitata. Forse più di ogni altro conosceva la loro storia, i loro segreti.

– Vede, signor Gustavo… – Louis s’interruppe. In fondo glielo doveva.

– Mi faccia controllare…, – scorse rapidamente l’agenda. – D’accordo, signor Gustavo, – disse. – Alle diciassette sono da lei.

Un contrattempo con un cliente nel pomeriggio, però, lo fece tardare di quasi un’ora. Motivo per il quale, Gustavo doveva essersi trovato qualcos’altro da fare.

Louis raggiunse il retro della villa. Stando attento a dove metteva i piedi, salì i pochi scalini che lo separavano dalla porta d’ingresso e, guadagnato il pianerottolo, guardò attraverso i riquadri di vetro piombato. Non vide nulla, ma ricordò che alla morte di Antonia la camera ardente era stata allestita appena al di là di quella soglia, nell’atrio antistante lo scalone, in un locale disadorno, di passaggio, di cui ora nel buio riusciva a malapena a intravedere le pareti attraverso la lente deformante della vetrata.

La pianta di quella casa era stata disegnata senza sprecare spazio, nemmeno un corridoio, ma un articolato susseguirsi di ambienti che godessero il più possibile della vista del lago; stanze e saloni disabitati al momento della morte della padrona di casa, ai quali il feretro non poté più accedere.

Louis ripensò al momento della sua visita alla defunta. Al freddo di quella sala spoglia, alle parole frammentate di Gustavo, ben più di un fedele maggiordomo, uomo fidato, intimo di famiglia, vero e proprio amico, che stava in piedi dietro la testa della salma, fissandola, le mani poggiate sui bordi della bara aperta, quasi volesse carezzare i capelli della defunta, chinarsi su di lei e sussurrarle qualcosa all’orecchio. Impacciato, Louis non sapeva cosa dire; attese qualche minuto in silenzio e poi fece per andare, ma Gustavo lo trattenne, con uno dei suoi affabili sorrisi, riesumato in un attimo, lo prese per un braccio dicendo: – Andiamo di là?

Louis lo seguì in un salottino interamente rivestito in legno, il pavimento coperto da tappeti orientali. Il custode lo precedette verso un mobile bar che conosceva bene, dal quale estrasse una caraffa di cristallo: – Goccetto? – Disse, sollevando due bicchieri.

Parlarono di Antonia, della mancanza di un erede, della fine di una stirpe. Del patrimonio di famiglia spartito fra i tanti eredi trasversali, volti sconosciuti, sparsi nel mondo. La villa sarebbe stata amministrata da un imprenditore romano. Gustavo crollò il capo rassegnato, ma l’attimo dopo sorrideva di nuovo con i suoi bei denti sotto i baffi sottili: – La vita…, ripeté.

Perché l’aveva chiamato? Perché proprio lui? Louis non aveva curato il testamento dell’anziana signora, non ne sapeva nulla. Le sue ultime mansioni risalivano ad una consulenza per la cessione di un ramo dell’azienda di famiglia, poi più nulla per anni. Incontrava Antonia in qualche occasione mondana, o a teatro, nel periodo che passava in città. Louis non era mai stato intimo, ma soprattutto era un uomo riservato ed era sempre rimasto al suo posto. Forse era proprio questo che Gustavo si era rivolto a lui.

Il rumore di un’anta che sbatte lo sottrasse ai propri pensieri. Allarmato, circumnavigò in fretta la villa raggiungendo il fronte lago. In una delle sale la luce era accesa, la finestra spalancata. Scavalcò una ringhiera e si trovò ai piedi della scalinata, in cima alla quale dovette arrampicarsi su un balconcino. Entrato infine nella stanza, non vide nessuno. Tutto era in ordine e ben illuminato, nessun segno d’effrazione, né di vita. Di Gustavo nessuna traccia.

Tornò sul balcone. Il lago era un immobile schermo liquido tenebroso. Dall’alto la scalinata, che si diramava in più rampe come il getto scomposto di una cascata, era ancora più bella. Dove la pietra serena, più chiara, s’immergeva nel cupo del lago, Louis scorse una macchia nera. Sentì di averlo sempre saputo, da quando aveva trovato il cancello aperto, da prima ancora, da quella telefonata.

Gustavo galleggiava a mezzo metro dalla scalinata, con una mano sembrava stringere uno dei pali per l’ormeggio, forse per impedire di essere trascinato via, come se avesse voluto rimanere lì, davanti alla villa.

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[P.B., 30/12/2020]

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Corre l’obbligo di dichiarare che quanto qui narrato, pur ispirandosi a fatti “realmente accaduti”, è esclusivamente frutto dell’immaginazione dell’autore.

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Immagine di copertina tratta dal web

Notte di Natale

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A Natale ci si scambia i regali, giusto? O li si riceve e basta, come in questo caso: Beth e Robert di nuovo insieme in un breve, divertente racconto sull’irrefrenabile bisogno di scrivere e… di combinare guai.

A voi!

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Beth amava i vecchi film in bianco e nero ed era una affezionata del Cinema Excelsior 7. Il vecchio cinema sopravviveva grazie alle donazioni dei suoi fedeli spettatori, che a Natale organizzavano da anni una colletta tra gli abitanti del quartiere. La cifra raccolta in genere permetteva al gestore, Philippe Hackworthy, di pagare l’affitto e le pulizie della sala una volta alla settimana.

Nei giorni prima di Natale il signor Hackworthy sfoderava le sue migliori pellicole: Quarto Potere, Casablanca, Vacanze Romane… La sera del 24 su Boston era scesa una fitta nebbia, un fenomeno piuttosto raro in dicembre. Beth era uscita ugualmente, nonostante l’umidità fastidiosa che rendeva il freddo ancora più pungente. Mai e poi mai avrebbe rinunciato al suo film di Natale. Quel romanticone di Hackworthy aveva scongelato Sabrina e Humphrey Bogart era molto di più di una irrinunciabile tentazione. Era stato il suo primo grande amore. Si era messa in ghingheri, sotto il lungo piumino aveva indossato un abito di velluto di seta verde, un regalo del suo secondo marito, probabilmente il migliore in fatto di buon gusto ed era uscita, sfidando il gelo e le strade ghiacciate.

– Buonasera Philippe, c’è qualcuno stasera oppure la sala è tutta per me?

– Elizabeth! Lei è una certezza in questi tempi bui. Temevo di non vederla stasera e invece eccola puntuale. Sono arrivati poco fa il signore e la signora Carver, li ha accompagnati il figlio in auto, ormai Raymond non guida più. E poi c’è un uomo, ha l’aria del turista disperso fuori stagione. Secondo me è entrato solo per scaldarsi. Ma dico io come si fa ad andare in giro giacca e camicia con questo freddo? …

– Philippe Philippe, magari ha solo il fisico e tu sei solo invidioso!

Beth pagò il biglietto e percorse a passi veloci il breve corridoio fino all’ingresso della sala, spostò la pesante tenda rossa e si fermò un istante a contemplare quel luogo dove il tempo pareva davvero essersi fermato a cinquant’anni fa. L’ Excelsior 7 era il cinema dove andava con i suoi genitori, ci aveva visto ET, la Carica dei 100 e uno, per ricordarne giusto un paio. Agli inizi del terzo millennio pareva destinato al fallimento a causa dell’avvento delle multisala, ma Hackworthy aveva scommesso sulla passione dei suoi clienti e aveva deciso che avrebbe proiettato solo vecchie pellicole. Non si sarebbe di certo arricchito ma non avrebbe mai rinunciato alla sua grande passione. Aveva il suo giro e tutto sommato doveva tener duro ancora un lustro, poi avrebbe potuto chiudere e godersi la pensione.

La platea era composta da una dozzina di file di poltroncine rosse in velluto, ormai consumato. Quelle delle ultime due file erano invece color ocra. Hackworthy aveva dovuto sostituirle perché, come si può ben immaginare, non sono i posti migliori per godersi un film, ma sono sicuramente quelli che possono fare apprezzare tutt’altri piaceri.

Beth sprofondo’ letteralmente nel posto 4 F, sesta fila. I Carver si erano accomodati in terza fila alla sinistra dello schermo. Le luci erano già state abbassate quando Beth era entrata nella sala, segno che il film sarebbe iniziato a breve e non era riuscita a scorgere il “turista fuori stagione”, che probabilmente si era seduto più lontano. Philippe, che era anche il proiezionista, non accese le luci tra il primo e il secondo tempo e Beth apprezzò quella piccola attenzione ch’egli riservava agli spettatori che conosceva meglio. D’altro canto non c’erano bar dove acquistare pop corn …

Poco prima della mezzanotte i titoli di coda scorrevano sullo schermo, i Carver si erano affrettati verso l’uscita, lei invece rimase seduta finché si accesero le luci. Si alzò un po’ indolenzita e diede un’occhiata intorno. Il turista sedeva in ultima fila, su una di quelle poltroncine ocra e dormiva alla grande. Beth lo osservò meglio, non poteva crederci. Non poteva essere Robert! Che ci faceva a Boston? E in quel cinema poi, nel suo cinema! Si avvicinò per svegliarlo. Non poteva certo lasciarlo lì.

– Robert? Robert, svegliati, sono Beth …

Lo scosse con delicatezza ma lui non ne volle sapere di aprire gli occhi. Gli diede un paio di buffetti sulle guance. Robert spalancò gli occhi, pareva sorpreso: – Beth, oh Beth, mia dolcissima Beth… Dio che mal di testa Beth non è che hai un’aspirina? -. La voce era impastata, aveva sicuramente bevuto.

– Robert che ci fai qui la notte di Natale? Non dovevi essere a New York, con…come si chiama? Melanie? … Robert! Perché sei a Boston?… Robert che hai combinato?

– Beth, ti prego, sapevo di trovarti qui, Beth, ho fatto un casino…ho fatto un casino con Mel …

– Robert, Melanie è la tua editor e sarà tua moglie tra meno di due mesi, 14 febbraio 2021, c’è bisogno che te ricordi?

La voce di Philippe Hackworthy giunse all’improvviso: – Elisabeth, sto per spegnere tutto… Buon Natale!

– Buon Natale un corno! – Gridò Robert. Beth lo zittì mettendogli una mano sulla bocca, lo prese per un braccio e lo trascinò fuori dal cinema.

Faceva un gran freddo, ma per fortuna la nebbia se ne era andata e nel cielo brillava alta una luna quasi piena. Camminarono in silenzio per qualche minuto, Robert tremava e Beth gli diede la sua sciarpa.

– Beth grazie. Non so cosa farei senza di te -. Quand’era ubriaco, Robert diventava particolarmente patetico. – Beth, io e Mel, beh, la faccio breve, non ci sposiamo più… Ma quel che è peggio è che lei…, lei quando mi ha trovato a letto con la sua assistente, sì insomma la stagista, Kelly…

– La stagista! Robert, la stagista…, non ci posso credere! E quanti anni ha…

– Venti, ventuno…, ma che differenza fa ormai!… Beth, non so come dirtelo, Mel ha distrutto il mio libro, cioè, ha distrutto il portatile dove c’era il mio libro, l’ha lanciato a terra e poi ha preso la mazza da baseball, quella degli Yankees autografata da Di Maggio che mi hai regalato tu, e l’ha preso a mazzate, lo ha polverizzato…

– E non hai una copia, un backup, una stampa… Robert siamo nel Ventunesimo secolo!

– No, Beth, lo sai come sono fatto, non faccio copie, sono scaramantico… Non è che tu, per caso, ti sei tenuta quella copia che ti ho dato un paio di mesi fa da leggere, quella bozza che ti avevo fatto giurare di distruggere… Non è che l’hai conservata?

Beth fissò Robert per un lungo istante, poi scosse la testa: – Non cambierai mai, Robert, e io non troverò mai un uomo a cui dover semplicemente sistemare il cappello…

– Il cappello? Che c’entra il cappello con il mio libro adesso?

– Andiamo Robert, andiamo a cercare quella copia, sarà sepolta nello studio, e questa sarà una lunga, lunghissima notte di Natale…

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[S.G., 26/12/2020]

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Immagine di copertina tratta dal web

A Gorizia

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Dopo l’offensiva e la conquista dell’altopiano della Bainsizza, Virgilio viene destinato a Gorizia, dove dovrà fronteggiare un nuovo insidiosissimo nemico.

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Il tifo

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La nostra nuova destinazione fu Gorizia. In un primo tempo rimasi in città, per dare modo ai soldati del genio di piazzare le bombarde e scavare le gallerie per le munizioni e per il nostro rifugio. La città era deserta di civili ed anche i militari erano poco numerosi. Sulla città il nemico non sparava, era un posto sicuro. Solamente una volta fui in pericolo.

Dormivo in un grande vecchio caseggiato nel cui cortile, una notte, il fuoco acceso per scaldare il caffè da portare ai soldati in trincea attirò l’attenzione del nemico. Quello di accendere il fuoco per il caffè era un rito che si ripeteva ogni notte, ma il nemico non aveva mai reagito. Arrivarono alcune granate, una di esse colpì il camerone dove dormivo, dal soffitto si staccò un grosso calcinaccio che cadde sul bordo della mia branda, proprio all’altezza della testa: mi sfiorò, ma rimasi incolume. Continuai a dormire e non arrivarono altri colpi.

Dopo una quindicina di giorni, le nostre postazioni furono pronte e le occupammo. Eravamo immersi in un bosco di alte robinie che ci impedivano la visibilità perché il terreno era piatto e, al di là dei sacchetti di sabbia tutto intorno alle bombarde, non si vedeva nulla.

Mi dissero che eravamo vicino al cimitero della città e che con le bombarde avremmo sparato sul monte San Gabriele. Gli Austriaci ne avevano fatto una fortezza che, con il vicino Monte San Michele, sbarrava la strada a qualsiasi nostro tentativo di avanzata. Lo strano era che, ad ogni nostro bombardamento, il nemico non rispondeva mai. Probabilmente, in mezzo a tutto quel verde, non era riuscito ad individuarci. Anche se si sparava, era un fronte tranquillo.

Disgraziatamente, a turbare la nostra tranquillità ci pensava il nuovo capitano comandante la batteria, un individuo che aveva un’arte particolare per farsi odiare dagli inferiori, e infatti i soldati ed i subalterni di qualunque grado lo odiavano a morte. Era un maniaco del regolamento militare, sempre accigliato, scostante, borioso. Pretendeva, per esempio, che i soldati addetti alle bombarde occupassero per tutta la giornata le rispettive postazioni d’azione, secondo quanto ci insegnava nelle esercitazioni. Nelle piazzole delle bombarde pretendeva la pulizia che si può trovare in un salotto e bastava qualche foglio secco in terra per mandarlo in bestia.

Come dicevo, era riuscito a farsi odiare e a ripensarci ancora oggi non capisco come un ufficiale non comprendesse che l’aspetto più importante della propria missione fosse quella di accattivarsi la stima e la simpatia dei suoi subordinati e non di suscitare in loro senso di rifiuto o peggio.

Non ricordo con esattezza quando cominciai a non star bene, forse verso la fine del mese di settembre. Perdevo forza di giorno in giorno, ma non ricorsi al dottore se non quando mi accorsi di non potermi più reggere sulle gambe. Ero già gravemente ammalato di tifo.

Il medico dispose per il mio trasporto immediato all’ospedale, accompagnato da un infermiere. Un’ambulanza mi portò alla stazione di Cormons e qui salii sul treno per Udine. Ero ormai ridotto in uno stato tale che non avevo più la forza di stare seduto e dovetti coricarmi sul pavimento, sotto i sedili del treno. Dalla stazione di Udine un’autoambulanza mi portò all’ospedale militare.

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Ero in uno stato di piena incoscienza ed il mio primo ricordo dell’ospedale, forse di qualche giorno dopo, è quello di una grande camerata piena di letti bianchi. Man mano che prendevo coscienza, osservavo che ogni mattina uno o più di questi letti erano completamente coperti da un lenzuolo bianco: mi resi infine conto che non ospitavano più malati, ma morti. Era la stanza dei gravissimi, l’anticamera della morte.

Una mattina, ero tornato cosciente, con mio grande sollievo fui trasferito in un’altra camerata, quella dei malati che avevano superato il punto critico della malattia. Nel letto vicino avevo un soldato toscano, più avanti di me nella guarigione, che era assistito dalla moglie. La ripresa da quel momento fu rapida e presto entrai in convalescenza. Alla visita medica per esser dimesso dall’ospedale mi concessero una licenza di quaranta giorni. Ritornai quindi a Godiasco, dal nonno.

Fu proprio mentre ero in licenza di convalescenza che vennero i giorni di Caporetto: dall’Isonzo e dalle Alpi il nemico sfondò le nostre linee e avanzò rapidamente. La disfatta per l’arma dei bombardieri fu totale: le bombarde, infatti, per essere smontate richiedono molto lavoro e, per spostarle, servono mezzi adeguati. Per queste ragioni furono tutte abbandonate, probabilmente distrutte. I bombardieri vennero quindi muniti di fucile e trasformati in due reggimenti di fucilieri.

Quando i quaranta giorni di licenza furono trascorsi, il nuovo fronte di combattimento era già stabilito sul Piave.

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(Continua)

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[dal memoire di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Immagini di copertina tratte dal web: Ospedale da campo 230 di Langoris, Ospedale militare, La ritirata a seguito della disfatta di Caporetto

Bisognosi

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Non adesso, forse,

ma prima o poi arriverà una storia

in cui capiremo che ognuna delle nostre ossa

è impastata con il sudore di tutti,

viene dal pallido freddo

in cui un miracolo ha bucato il nulla

ed è cominciato il mistero in corso,

la vita di ognuno ora così tremante

e bisognosa di soccorso.

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[riflessione di Flavio Arminio, liberamente messa in poesia]

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Immagine tratta dal web

Giovanni e il gregge

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Piove ininterrottamente, da giorni. Giovanni, avvolto in una cerata, sta in piedi sotto l’acqua per ore. Per fortuna non tira vento; il freddo, quello vero, non è ancora arrivato.

Uno sbuffo denso di fumo svapora da sotto l’ombrello. Cuba, un cane pastore col pelo raggrumato in umide ciocche, fa avanti indietro sul sentiero in attesa di potersi dare da fare. Le bestie sono calme, chine sull’erba, intente a brucare il prato palmo a palmo. Giovanni le osserva impassibile, come un lucido pezzo di granito.

Nei luoghi in cui approda con il suo gregge il tempo pare fermarsi. Un campo incolto e le morbide forme di decine di capi inzaccherati, fra i quali si stagliano i profili di alcuni asinelli, sono un mondo nel mondo, il perno attorno al quale tutto il resto sembra ruotare in un moto perpetuo e senza senso.

Lo sguardo di Giovanni sorveglia da un estremo all’altro il proprio universo, senza curarsi, appena al di là del confine, della vita sui balconi, delle finestre che s’illuminano, i portoni che si aprono e si chiudono, i motori che ruggiscono, delle schiene di uomini e donne che incedono, curvi, dalle prime luci del giorno.

Giovanni sembra non conoscere la loro fretta, i loro impegni, le loro attese, i loro rimpianti. Conosce il risveglio dell’alba che carezzandola sottrae al sonno la terra; conosce il tremulo richiamo dei piccoli, il sibilo paralizzante della paura, il canto silenzioso della notte.

Il suo mondo dura solo qualche giorno, quanto basta a ripulire un campo di media misura. Domattina rimuoverà i pali e la rete e, con l’aiuto di Cuba, porterà il gregge altrove. Per tre giorni non ha parlato con nessuno e nessuno gli ha rivolto la parola. Le auto sono andate e venute dal parcheggio; puntuale, alle sei del mattino un uomo ha messo in marcia la propria moto, avviandosi nonostante la pioggia. A intervalli regolari, la signora del primo piano è uscita sul balcone a curare i fiori. Il vicino vi ha trascorso pochi minuti dopo pranzo per fumare la sua sigaretta godendosi lo spettacolo di un gregge al pascolo a pochi metri da casa. L’anziano del piano di sopra ha separato con cura la spazzatura in tre diversi contenitori, tornandosene in casa a passi brevi e strascicati, le spalle intirizzite dal freddo. All’imbrunire, un coro di luci; prime fra tutte quelle delle cucine: alcune più calde, altre decisamente troppo fredde. Nei soggiorni gli alberelli hanno iniziato a lampeggiare, e così pure le ringhiere: manca poco al Natale. La biondina dell’appartamento col bagno senza tendine è scomparsa in fretta fra i vapori della doccia.

Col buio Giovanni fa ritorno alla sua roulotte. Che poi Giovanni è il suo nome tradotto, col tempo ha imparato che, nonostante l’accento, mette gli altri a loro agio. Mangia pane e formaggio ascoltando la radio e si corica sotto due coperte di lana. E’ tranquillo: le luci tengono le volpi lontane.

E’ notte ormai. Le luminarie brillano nel silenzio interrotto dallo scampanio diradato di qualche martinella, qualche pecora rumina ancora. Le altre sono immobili, pietrificate, come le statuine di un presepe. 

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[P.B., 24/12/2020]

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A tutti un augurio di Buon Natale!

Dolcezze

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Mi è stato fatto notare, a ragione, che il mio filtro da lettore, che definirei amaro, non è stato del tutto (affatto) equo nella selezione di poesie del collega e amico Stefano, pubblicate qui.

Colgo allora l’occasione della pubblicazione di una delle citate poesie nella rassegna domenicale di Flavio Almerighi (gioielli rubati) per… aggiungere un po’ di zucchero alla precedente proposta.

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Cuore

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Ti desidero…

E non capisco…

Non sono le tue forti gambe,

e neppure le tue dita eleganti.

Non sono i tuoi lisci capelli,

e neppure i tuoi occhi castani.

Non è il tuo splendido decolté,

e neppure il tuo sedere rotondo.

Non è la tua schiena dritta,

e neppure il tuo esile seno.

E’ quel tuo sorriso storto che mi fotte,

e rende stupenda ogni parte di te.

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Pericolo

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Ti ho notata.

Ti ho salutata.

Semplicemente.

Poi una tua richiesta.

Banale.

Poi una coincidenza voluta,

un’occasione al coraggio.

Poi una distesa di parole dette,

tanto che il tempo non è più esistito.

Poi una smisurata quantità di parole scritte.

Futili.

Poi quella tua frase,

da cui tutto ha avuto inizio.

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Gioielli

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Parole.

Un sacco di parole.

Per celare la mia vera intenzione.

Poi rapido.

Furtivo.

Un bacio.

Poi, ad occhi chiusi,

l’attesa interminabile

di un tuo enorme schiaffo.

Poi le labbra.

Le tue.

Prima delicate.

Poi decise.

Sono in paradiso.

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Cigni

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Arroccati

dentro i nostri timori,

immobili,

attendiamo il coraggio altrui.

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Trappola di cristallo

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Sospeso,

come adescamento

di singolare eleganza,

di pregiata fattura.

Surclassato,

da ciò che lo attornia

di introvabile dolcezza,

di irripetibile creazione.

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[Stefano Fustinoni]

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Fotografie: Silvia Tironi (titoli miei)

Verso il fronte

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Continua la narrazione di Virgilio. Arruolatosi, dopo qualche tempo di attesa e addestramento a Casale Monferrato, con il 1° Reggimento di Artiglieria Pesante Campale, e a Susegana, alla scuola dei Bombardieri, raggiunge finalmente il fronte…

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La scuola dei bombardieri

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Partimmo una sera facendo tante congetture su quale parte del fronte ci avessero destinato, ma nessuna risultò esatta. Viaggiammo tutta la notte e all’alba il treno si fermò a Susegana. Ci informarono allora che non eravamo diretti verso il fronte, essendo stati trasferiti d’arma, dall’Artiglieria ai Bombardieri. Io credo di esser rimasto il più disilluso di tutti.

Cambiamento d’arma voleva dire, per me, ancora istruzione, con tutta la noia che ne consegue: cioè, tornare nuovamente recluta. Non ho mai capito perché le autorità militari ingannassero i soldati a questo modo. A combattere, ben pochi erano quelli che ci andavano volentieri, io fra i pochi, e mi riservavano un simile trattamento… Feci subito subito noto il desiderio di partire per il fronte alla prima occasione, ma i miei nuovi superiori mi offersero invece di iscrivermi ai corsi di avanzamento per ufficiali o sottufficiali. Rifiutai, erano corsi che duravano mesi… Il mio rifiuto provocò provocò anche misure disciplinari: fui consegnato in permanenza e mi tolsero le fasce per impedirmi di uscire. Misura stupida perché un paio di fasce in prestito non era difficile trovarle. Tutte le sere dovevo rispondere all’appello dei consegnati: in poche parole, punito per voler andare al fronte. Mi auguro che non ce ne siano stati altri di questi casi nel nostro esercito.

Naturalmente seguivo l’istruzione normale impartita alle reclute e qui l’elemento umano era di gran lunga migliore che altrove. Il fatto si spiega con la provenienza dei bombardieri da altri corpi dove avevano ricevuto un’istruzione militare. Per quanto mi riguarda, credo di essere stato una sorta di vigilato speciale, dopo il rifiuto di seguire i corsi di avanzamento. Mi ricordo un episodio. Un giorno, mentre uno dei marescialli istruttori parlava di esplosivi e precisamente della nitroglicerina, io nel mio notes cercavo di ricavarne la formula combinando l’acido nitrico alla glicerina; di questa però non ero sicuro della formula. Incuriosito, il maresciallo venne a vedere che cosa scrivessi. Davanti a tutte quelle lettere e quei numeri, pensò forse che si trattasse di un alfabeto convenzionale per comunicare non so con chi. Mi sequestrò il foglietto, dicendo che l’avrebbe fatto vedere ai superiori. “Non lo faccia maresciallo”, gli dissi, “si tratta soltanto di formule chimiche”. Per combinazione passava in quel momento il tenente Pacinotti che si diceva discendente del famoso chimico, celebre per l’anello che da lui appunto aveva preso il nome. Il maresciallo gli mostrò il foglietto e il tenente finì col farmi i complimenti perché la formula ricavata dalla reazione era esatta.

In tutto il tempo in cui sono stato alla scuola bombardieri non sono uscito una sola volta, così non ebbi di vedere il paese di Susegana.

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La prima azione: l’offensiva della Bainsizza

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Eravamo arrivati al mese di giugno 1917 quando ebbi finalmente l’opportunità di raggiungere il fronte di guerra. Le autorità militari, visti i miei rifiuti a seguire i corsi di avanzamento, motivati dal fatto che gli stessi mi avrebbero tenuto lontano dal fronte ancora per mesi, mi misero in lista per il primo invio al fronte della classe 98.

Si stava preparando l’offensiva sull’altopiano della Bainsizza, nella quale sarebbero entrate per la prima volta in azione le nuove bombarde 240, che avevano una portata di tiro molto maggiore di quelle in uso fino allora. Partii con una lunga colonna di autocarri diretti verso il medio Isonzo, fiume che segnava la linea di combattimento: sulla riva destra gli Italiani, sulla riva sinistra gli Austriaci.

La zona attraversata era montagnosa e ci fermammo, prima dell’alba, ad un bivio dal quale si sarebbe poi passati nella valle dell’Isonzo. La colonna dei camion era al sicuro perché protetta dal tiro nemico da uno sperone di montagna. C’era di guardia al bivio un bersagliere con il quale, non appena albeggiò, mi misi a parlare. “Qua”, mi disse, “siamo al sicuro. Le notti sono sempre tranquille, ma alle otto del mattino il nemico comincia a sparare. I proiettili ci passano sopra la testa e vanno a scoppiare al fondo valle.”

Ed effettivamente all’ora indicata sentii per la prima volta il fischio rabbioso dei proiettili ed il loro scoppio a fondo valle. Era il mio battesimo della guerra, peraltro senza emozioni, né tanto meno paura, sicuro com’ero dell’invulnerabilità del mio riparo. La colonna ripartì voltando a sinistra dal bivio e imboccando la strada che portava direttamente al fiume. La strada era sotto il tiro diretto del nemico, ma era mascherata da tralicci di frasche e rami che impedivano di vederne il traffico. La percorremmo per due o tre chilometri senza che un solo tiro ci venisse indirizzato. Ci fermammo che eravamo arrivati quasi a valle. Sulla destra della strada, lungo il pendio della montagna, al riparo di uno sperone che ci avrebbe protetto dai tiri nemici, dovevamo piazzare la bombarda.

Il piazzamento di una bombarda richiede molto lavoro, specie in un terreno accidentato. A questi lavori stavano provvedendo soldati del genio che al nostro arrivo avevano già sistemato la piazzola per la bombarda e scavato le gallerie per il deposito delle bombe e per il ricovero per gli uomini addetti all’arma. I soldati del genio erano quasi tutti sardi e, nella vita civile, minatori. A noi spettava il trasporto dei vari pezzi dell’arma e delle bombe nei ricoveri, bombe che pesavano circa novanta chili l’una. Una faticaccia in quel terreno accidentato.

Eravamo in piena estate e si dormiva allo scoperto. L’area era ricca di frutta e già immaginavamo di fare provviste anche per l’inverno, pensando che in quella zona del fronte sarebbe continuata la calma, come stava succedendo dall’inizio delle ostilità. L’Isonzo separava i due schieramenti e mutamenti di posizioni non erano possibili, se non per effetto di una grande offensiva. E venne la grande offensiva, promossa dal nostro esercito: l’offensiva dell’altopiano della Bainsizza, dove noi, con la nostra batteria, occupavamo una zona centrale.

Sul fiume, sulla nostra sponda, c’era il paese abbandonato di Ronzina, di fronte, sul fronte austriaco, quello di Auzza. Cominciammo a sparare prima dell’alba, senza interruzioni, allungando gradualmente il tiro, fino a pieno giorno. Per il nemico fu una brutta sorpresa. Buona parte della sua artiglieria, fino a quel momento fuori dal nostro raggio d’azione, con le nuove bombarde L.L. si trovò sotto tiro e subì gravi perdite.

Io ero capo pezzo di una delle quattro bombarde della batteria e mi ricorderò sempre del primo sparo. Si sparava con strappo della corda di accensione della carica, inoltrandoci nella galleria. Al primo strappo della corda, l’accensione provocò uno spostamento d’aria tale che tutto ciò che era appeso o depositato nel primo tratto della galleria, che era a gomito, venne spazzato via e si accumulò nel punto in cui essa piegava ed eravamo riparati noi. Tale era lo spostamento d’aria a ogni sparo; se si aggiunge poi l’odore acre, il fumo delle polveri bruciate e il rombante rumore degli spari, si può ben dire che il fisico umano era messo a dura prova.

Cominciammo a sparare all’alba del 15 agosto, si continuò per qualche ora allungando gradualmente il tiro. Verso mezzogiorno il nostro bombardamento cessò: le fanterie erano già uscite all’attacco delle posizioni nemiche devastate dal fuoco delle nostre bombarde. Nel pomeriggio tutti gli obiettivi della nostra offensiva erano stati raggiunti e l’altopiano della Bainsizza conquistato. Più tardi, di ritorno dalla battaglia, passò dalla postazione della mia bombarda un militare con una divisa che non avevo mai visto. Aveva legato alla cintola un gallo. Quando arrivò alla piazzola della nostra bombarda si fermò per vedere l’arma lanciava “quei proiettili che tutto distruggevano dove arrivavano”. Era di Cremona e mi disse che apparteneva che apparteneva ad un nuovo corpo di truppe d’assalto chiamati “Arditi”. Mi spiegò che gli arditi non venivano impiegati per tenere le posizioni o difenderle dopo la presa, ma erano destinati soltanto ad azioni offensive. Conquistato un obiettivo, lo cedevano ad altre truppe perché lo difendessero. In altri termini, gli arditi non conoscevano la vita di trincea che, se in talune circostanze poteva dirsi tranquilla, era pur sempre logorante. Saputo questo, non persi tempo e inoltrai al più presto domanda per passare al corpo degli arditi.

Ma torniamo al giorno dell’offensiva.

Ero stanco e frastornato, ma in ottime condizioni di spirito. L’attacco che avevamo sferrato aveva avuto successo ed una parte del merito andava ai bombardieri che con i loro mezzi avevano portato scompiglio e distruzione nelle file nemiche. Le quattro bombarde della batteria erano piazzate lungo uno sperone della montagna, non lontane l’una dall’altra, ma senza essere visibili da una postazione all’altra. Non era ancora sceso il buio che mi accorsi di non avere più sigarette, né c’era fra i compagni chi ne avesse. Salii al pezzo che stava sopra al mio e, arrivato alla piazzola, vidi diversi corpi coperti da teli di tende e pensai a soldati che dormissero presi dalla stanchezza di quella giornata tremenda. Sollevai un lembo di un telo e mi accorsi che erano soldati morti; erano nove. Seppi l’indomani che un proiettile austriaco di grosso calibro aveva colpito in pieno la bombarda provocando la strage. Nel furore della battaglia, pur essendo a poca distanza, non mi ero accorto di nulla, né s’era accorto alcun altro dei miei compagni. Il desiderio di fumare era talmente forte che afferrai un pacchetto di sigarette che affiorava dalla tasca di una delle vittime e scesi alla mia postazione per riferire ai miei compagni. Ma il nostro compito sul fronte della Bainsizza era ormai terminato, ci aspettava già il trasferimento.

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(Continua)

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[dal memoire di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Immagini di copertina tratte dal web: Castello di San Salvatore, Susegana (TV) – Soldati sull’altopiano della Bainsizza (SLO)

Virgilio e la guerra

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Ciò che segue è la trascrizione delle pagine di un memoire di mio nonno. Si chiamava Virgilio ed è morto quando avevo sette anni, non posso dire di averlo conosciuto. Rileggere il suo diario in questi giorni mi ha fatto un certo effetto, tanto da volerlo riportare qui. Quella di mio nonno è una cronaca asciutta, che a tratti ricorda l’essenziale crudezza di certi romanzi di guerra. Ne emerge il ritratto di un uomo fiero e determinato, coraggioso ma non spavaldo. Oltre all’intenzione di raccontare i fatti, in queste righe si coglie l’ardore, l’aspettativa, la paura di un giovane uomo del suo tempo, devoto alla patria e mosso da un incorruttibile senso del dovere e dell’onore. La volontà di ricordare e testimoniare eventi che hanno fatto la storia e in quel contesto lasciare una traccia di sé. E’ un documento prezioso, non solo per noi familiari.

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Recluta

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Classe 1898, mio nonno fu chiamato alle armi nel mese di Marzo del 1917. Aveva 19 anni.

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Alla visita medica, al distretto di Voghera, il Colonnello in capo che aveva il compito di destinare le reclute alle diverse armi, voleva assegnarmi al 3° Reggimento Telegrafisti, ma io espressi il desiderio di raggiungere un’arma combattente. Questo fu molto apprezzato dal Colonnello, il quale decise poi di assegnarmi al 1° Reggimento Artiglieria Pesante Campale, di stanza a Casale Monferrato.

Io frequentavo allora l’Istituto Agricolo “Gallini” di Voghera e mi fu ritardata la data della presentazione al Reggimento per darmi modo di partecipare agli esami per il passaggio di classe. Fra i miei compagni di classe c’era un ragazzo più giovane di me che, avevo notato, gradiva la mia compagnia: era molto contento quando mi intrattenevo con lui. Ritornato a scuola mi avvicinò e mi disse: “Mio padre è rimasto molto favorevolmente impressionato dalla tua richiesta di andare in un’arma combattente, anziché nel Genio”. Era stato il figlio del Colonnello a raccomandarmi al padre per l’assegnazione all’arma.

Raggiunsi il Reggimento un paio di settimane dopo. La vita di caserma, specie per i coscritti, è noiosa. All’istruzione militare devi fare il passo lungo come quello del coscritto più ignorante e sentirti ripetere le stesse cose per settimane e mesi. Fui quindi sorpreso quando, dopo una ventina di giorni, fui chiamato in fureria, dove mi consegnarono un permesso per tornarmene a casa per qualche giorno. Che altro santo mi proteggeva, dopo il figlio del Colonnello?

Lo seppi a Godiasco. A farmi avere il permesso era stata una signora di Casale che aveva dimorato appunto a Godiasco anni addietro e il cui figlio era stato mio compagno di giochi. La signora era amica del dottore del Reggimento e questi si interessò della concessione del breve permesso. Era il primo permesso che si concedeva alle reclute e tutti mi invidiarono. Io, però, che non ho mai cercato privilegi in vita mia, mi trovavo alquanto a disagio, tanto più che mi avevano fatto indossare una vecchia divisa militare che mi infagottava in maniera ridicola. Avevo vergogna a ripresentarmi in paese in quello stato e avrei rinunciato volentieri al permesso, ma non potevo farlo, per ovvie ragioni: dopo l’invidia avrei suscitato il malcontento fra i miei compagni.

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Faceva parte della nostra istruzione anche il maneggio, dove si imparava ad andare a cavallo. Personalmente non avevo una particolare passione per i cavalli e a montarli con stile non ho mai imparato, nemmeno in seguito, quando in Perù, per ragioni di lavoro, dovevo stare in sella da mattina a sera: la mia preoccupazione principale è sempre stata quella di affaticare la bestia il meno possibile.

Al maneggio si montava con sella, senza staffe: era più difficile cavalcare, ma le cadute erano senza conseguenze, perché non rimanevi impigliato nella staffa e di conseguenza non rischiavi di venire trascinato dal cavallo. I cavalli giravano in fila lungo le pareti del maneggio e in caso di caduta la raccomandazione era di non muoversi. A me successe tre volte di cadere e i cavalli della fila mi passarono sopra senza recarmi alcun danno.

Il maneggio era un po’ il banco di prova dello spirito delle reclute. Alcuni si rifiutarono di montare a cavallo e con questi gli ufficiali erano particolarmente severi. Li legavano alla sella e poi frustavano il cavallo, mettendolo al galoppo. Mi ricordo di una recluta napoletana, un giovanottone alto e grosso, dai capelli rossi, che urlava come un ossesso, implorando San Gennaro di salvarlo.

Una sera fui destinato di servizio come guardia alla scuderia. Fungono da capo guardia di solito soldati anziani o graduati. Entrato in scuderia, mi venne incontro il capo guardia, un caporale che, vedendomi si fermò sorpreso e mi disse: “Ma lei è il figlio del signor Luigi, il fratello del Silvio!” Era di Castelletto(*), dove io allora non conoscevo nessuno, ma tutti conoscevano me. Continuava a darmi del lei, sebbene fosse superiore in grado, mentre con i usavano tutti il tu. Dopo aver chiacchierato un po’ mi disse: “Vada a sdraiarsi sulle paglie e si faccia una bella dormita, alla guardia ai cavalli ci penso io”.

Erano passati circa due mesi dall’arrivo in caserma, quando arrivò una richiesta dal fronte di guerra di nuovi soldati per sostituire le perdite. La richiesta era per soldati esperti, con facoltà alle reclute di sostituirli. Vennero designati i partenti e se ne espose la lista. Questa mise in agitazione tutti quanti: felici gli esclusi, preoccupati gli inclusi, alcuni di essi disperati. Fra questi un toscano che si diceva padre di quattro figli e non sapeva darsi pace. Mi avvicinai a lui e gli dissi: “Non ti lagnare più, vado io al tuo posto”. Sembrò impazzire dalla gioia, mi abbracciò con effusione. Per tutti i pochi giorni che rimasi ancora in caserma, l’ho avuto appiccicato, ad offrirmi questo o quello, persino denaro.

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(Continua)

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(*) Castelletto di Branduzzo, in Provincia di Pavia.

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[dal memoire di Virgilio Giorgi]

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Immagine di copertina: foto d’archivio tratta dal web del 1° Reggimento Artiglieria Pesante Campale

Notturni

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Dopo anni di convivenza pressoché silenziosa a pochi metri di distanza, un giorno Stefano si affaccia ed entra felpato nel mio ufficio. Non è per questioni di lavoro, deduco osservandolo scrutare fuori dalla finestra in silenzio. Se parla di lavoro è per rompere il ghiaccio, mi dico. E così è. Dopo qualche balla su quel tal progetto e i conti che, come sempre, non torneranno, fa per uscire quand’ecco si volta, si irrigidisce, mi punta un indice addosso e spara: Tu sei un poeta, no? Ora sono io a irrigidirmi: è una domanda cui non so rispondere. Se lo faccio, dico sempre qualcosa di cui pentirmi. Per cui sorrido, in silenzio, sprofondando un po’ sulla sedia, i miei monitor mi fissano come due condanne.

E’ così che alcune pagine dattiloscritte sono finite sulla mia scrivania.

Ah, non è mica stato così semplice. Stefano, Fusto per chi lo conosce un po’ meglio, è persona accurata, ponderata, riflessiva e molto cauta. Le sue parole, quelle giuste, bisogna saperle aspettare. Ti si avvicina, ti scruta con uno di quegli sguardi che ti fan dubitare che sia davvero lì con te e, se non è ancora il momento, scuote la testa e se ne va senza dire niente. Col tempo si impara ad attenderlo, il momento.

E’ così che ho scoperto che Stefano, la notte, scrive.

Lo fa su un quaderno a quadretti con i fogli tenuti insieme da una spirale, qualche giorno dopo me l’ha mostrato. L’ha sfogliato con aria complice e ha detto: Adesso ne trascrivo qualcuna, non l’ho mai fatto. Sono seguiti sguardi, mezze parole e ammiccamenti nei corridoi dell’ufficio, finché una mattina apro la posta elettronica e trovo una sua mail. Il nostro piccolo grande segreto, da trattare con cura.

Io non so se Stefano sia un poeta. So che anche lui come tanti avverte l’esigenza di tracciare sulla carta sensazioni, pensieri, memorie, sogni, ferite. E lo fa senza cercare parole speciali o costruire immagini, bensì usando gli strumenti che ha a portata di mano. Io me lo sono immaginato, nella sua taverna, la stessa in cui scolpisce il legno e distilla liquori. Me lo son visto seduto sul suo divanetto rivestito di lana, un bicchiere in una mano, l’altra che gli tormenta il volto. O al tavolo di cucina, la mattina presto, prima di andare al lavoro. Come Paterson, il protagonista dell’omonimo film.

Io non so cosa sia la poesia, ma ho capito che a volte è fatta di cose semplici, e vere.

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Padre di figlie femmine,

occultatore di cadaveri,

minaccia per giovinastri malintenzionati,

gambizzatore a domicilio.

Padre di figlie femmine,

finto libertino,

nottambulo tachicardico.

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Parole.

Un sacco di parole.

Per celare la mia vera intenzione.

Poi rapido.

Furtivo.

Un bacio.

Poi, ad occhi chiusi,

l’attesa interminabile

di un tuo enorme schiaffo.

Poi le labbra.

Le tue.

Prima delicate.

Poi decise.

Sono in paradiso.

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Ora sono sveglio.

Peccato.

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Eccoti.

Sei arrivata.

Ora non sento più nulla,

ma non mi importa.

Ora nulla ha più senso,

sono completamente assente.

Ora sento tutto,

sento tutto molto forte.

Non sento più caldo,

ma neppure freddo.

Non ho più tristezza,

ma neppure allegria.

Non ho più entusiasmo,

ma non saprei cosa farmene.

Non sento dolore,

ma neppure piacere.

Non sento più fame,

tuttalpiù sete.

Non so che giorno è,

ma non è rilevante.

non so che ore sono,

non so dove sono,

non so chi sono,

non sento la pioggia.

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Tutto mi hai tolto.

Tutto ciò che mi faceva volare.

Tutto il mio essere.

Tutto il mio sangue.

Tutto il mio corpo.

Tutta la mia anima.

Ora hai tutto di me.

Sono morto più e più volte,

e più e più volte sono risorto,

per poterti dare ancora qualcosa.

Ma ora è finita,

sono completamente svuotato.

Anzi no.

Ora sono pieno si sensi di colpa,

perché non posso più darti nulla.

Mi hai tolto tutto.

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Piedi fracassati,

mani insanguinate,

porte disfatte,

mignoli gonfi,

urla urlate,

polsi doloranti,

ginocchia piegate,

pianti accarezzati.

Dure sentenze

acclamate dall’interno

basate su giudizi

di gente senza senno.

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Non cercate una metrica,

non la troverete.

L’Amore non si può definire,

né tantomeno misurare.

Non cercate delle rime,

non le troverete.

Le Emozioni non vanno in coppia,

sono uniche ed irripetibili.

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[Stefano Fustinoni, Novembre 2020]

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Immagini di copertina: Lucciole elettriche e Specchio di neve, di Laura Salvi