L’incrocio (4.)

[Ultima parte; torna alle precedenti]

4.

“Complimenti Di Biasi, questo è un giorno importante per il nostro studio e indubbiamente lo è anche per lei!”, un solco più profondo degli altri sul volto dell’avvocato Consonni riproduce quello che dovrebbe essere un sorriso.
A due mesi di distanza dall’incontro con gli uomini della moda Luca raccoglie i frutti del proprio lavoro. Assiduo, pressante, infaticabile, pur di raggiungere il proprio obiettivo ha lavorato a lungo senza interruzione e adesso pare sia finalmente arrivato il momento di incassare.
Parla pure, pensa, mentre l’anziano avvocato si esibisce in un breve panegirico. Sono io che gli sono stato addosso tutta estate, io che non gli ho dato tregua, che li ho corteggiati, coccolati, che li ho pure portati una settimana in barca, con le mogli per giunta. Voi non avete fatto un cazzo. Questa partita è mia, solo mia, di nessun altro.
Luca risponde alla smorfia del titolare con un ipocrita cenno di deferenza minimizzando, quasi, l’entità della propria impresa. In realtà, il pezzo di carta stretto fra le dita ossute del vecchio vale molto più di qualsiasi altro contratto prodotto negli ultimi cinque anni, lo sa bene. Quel contratto l’ha redatto lui, è opera sua, senza di lui non sarebbe mai stato scritto né firmato. Ma Luca sa che non è ancora il momento di chiedere il conto. Deve pazientare ancora un poco, verrà presto il giorno in cui sarà lui a dettare le condizioni del gioco, non manca molto.
“E ci sono altri interessanti sviluppi all’orizzonte”, continua il vecchio. “Stasera Di Biasi verrà a cena a casa mia. Ci saranno anche i soci. Festeggeremo la chiusura dell’accordo e parleremo del futuro. Ricordo con piacere il giorno in cui mise piede in questo ufficio per la prima volta: capimmo subito che lei era un cavallo di razza, un vincente. E oggi siamo più che felici di aver puntato su di lei”, conclude con una nota stridula nella voce. I due si stringono sentitamente la mano. Incredulo, Luca si chiede da dove origini la forza dell’artiglio del vecchio.
Mentre torna nel suo ufficio, i sui colleghi si mostrano immersi nelle proprie occupazioni col chiaro intento di negargli anche solo la soddisfazione di uno sguardo di curiosità. Rodetevi pure d’invidia, passacarte che non siete altro, pensa Luca sprezzante. Sa perfettamente di non aver nessuno con cui condividere quel momento di gloria, né sente in fondo l’esigenza di farlo. E’ convinto che nessuno lo stimi veramente, tanto meno i colleghi sempre pronti a screditarlo, parassiti in attesa del suo primo passo falso, occasione che lui si guarda bene dal concedergli. Ormai si è abituato al clima d’ostilità che lo circonda all’interno dello studio: cresce di pari passo con la sua stessa affermazione. Buon segno, buon segno, ripete spesso alzando le spalle.
Sulla porta del suo ufficio incontra Nadia.
“Ti ho lasciato sulla scrivania i documenti che mi avevi chiesto”, dice lei frettolosamente, oltrepassandolo. Poi si volta di scatto e aggiunge: “Soddisfatto?”
La sua voce è aspra, aggressiva, un’onda di livore trattenuta a stento.
Luca decide di non affrontarla.
“Ti sei scopato la moglie di qualcuno, prima di chiudere la trattativa?”, lo incalza Nadia. “E, dimmi, com’è andata, sei stato all’altezza?”
Luca non risponde, né si ritrae. Con una mano sulla maniglia della porta, attende la prossima stoccata fissandola con un sorriso compiaciuto. In fondo ha sempre apprezzato quel genere di sarcasmo.
“Ma che ti parlo a fare?”, sibila lei. “Tanto tu te ne freghi di quello che pensano o provano gli altri. Così come te ne freghi delle conseguenze di ciò che fai a chi ti sta accanto”.
Luca tace, si chiede se qualcuno li stia ascoltando.
“Lo sai, vero?”, gli chiede ancora Nadia. “Lo sai che resterai solo come un cane?”, poi si volta e si allontana senza attendere risposta.

Quel pomeriggio Luca torna a casa prima del solito, vuole essere fresco e riposato per la sua cena di lavoro. In sella alla moto, osserva con curiosità la città in un normale pomeriggio feriale, una quotidianità tutto sommato a lui sconosciuta. I viali alberati e l’aria di quella giornata di fine estate gli infondono il buon umore, predisponendolo al meglio. Ci sta anche una corsetta nel parco prima di uscire, si dice. Pur non essendo il giorno canonico, decide di passare da sua madre per un saluto, una specie di sorpresa. Le porterà un mazzo di fiori.
Giunto all’ultimo semaforo, scatta il rosso e si ferma. L’attimo dopo si accorge che manca qualcosa, anzi qualcuno. Il vagabondo dell’incrocio non è al solito posto, il tratto di marciapiede da lui normalmente occupato è deserto. Impossibile non notarne l’assenza: senza di lui il marciapiede, l’incrocio, persino i passanti non sembrano gli stessi.
Strano, pensa Luca, deve essersi allontanato. Si guarda intorno in cerca dell’accattone, ma non lo vede.
Non c’è, scomparso. Che abbia cambiato posto?, si chiede. Magari ne ha trovato uno più accogliente. Impossibile, si dice: quello straccione è destinato a diventare parte integrante di quel pezzo di marciapiede, starebbe lì finché campa.
E se gli fosse successo qualcosa, un incidente? Magari si è ammalato. No, riflette Luca, più probabilmente si sarà trattenuto nel posto dove passa la notte. Ma nessuna di quelle ipotesi lo convince veramente.
Poco più tardi, mentre sta correndo nel parco, quell’anomalia gli torna di nuovo in mente, frapponendosi curiosamente fra il ritmo dei suoi passi e la musica nelle cuffie. Domani mattina sarà ancora là, si dice, scacciando il pensiero con un vago senso di imbarazzo.

Il mattino seguente, però, lo straccione non è ancora tornato al suo posto. La conferma di quell’assenza è spiazzante. Tanto che la sera stessa, a cena, Luca interrompe sua madre nel bel mezzo della conversazione per chiederle di lui. “Che fine avrà fatto? Dove sarà andato a finire?”
Ma nemmeno lei è in grado di mettere a tacere la fastidiosa spia che si è accesa nella sua testa.

Il barbone non riappare nemmeno il giorno dopo, né quello dopo ancora.
Da quel momento, ogni volta che si avvicina all’incrocio Luca non fa altro che guardarsi intorno e chiedersi che fine possa avere fatto. Tornerà, tornerà sicuramente, si dice.
Non sarà mica morto?…

Quella domenica Luca si sveglia in preda a una strana agitazione e poco dopo sente un impellente bisogno di uscire di casa. Con la scusa di comprare le sigarette decide di fare due passi intorno all’isolato.
Una volta varcato il portone d’ingresso, si accorge che sta piovendo. Ma è una pioggia sottile che scende senza far rumore e decide di avviarsi lo stesso, lasciando che quelle poche gocce gli inumidiscano il volto e i capelli.
Giunto all’incrocio, si ferma proprio nel punto in cui mesi prima aveva assistito all’incontro fra il clochard e l’elegante signora. Con sua grande sorpresa s’accorge che la donna è di nuovo là, nello stesso identico punto, ferma con un ombrello aperto in mano. La scena tuttavia è monca, il vagabondo non c’è.
Quando la donna solleva lo sguardo, Luca riesce a intravedere un’espressione triste nei suoi occhi, ma ogni suo gesto appare particolarmente lento e sconsolato. Prima di incamminarsi, poi, con la mano compie un movimento meccanico all’altezza del petto. Un segno di croce, esclama Luca. E’ morto, dunque. Morto, certo, il barbone è morto. In fondo l’ha sempre saputo, ma ora ne ha la conferma: il fetido straccione è morto e non tornerà mai più al suo posto.
Luca trae un sospiro di sollievo. Ma in quello stesso istante è come se qualcosa dentro di lui si rompesse e cedesse di schianto. Non era solo, sussurra, ed è come se le parole uscissero da sole dalla sua bocca.
Rimane immobile sul marciapiede. La signora in abito grigio ha già svoltato l’angolo, ma lui non riesce ancora a muoversi, né sa da che parte andare. Vorrebbe attraversare l’incrocio, raggiungere il solito bar, ma a un tratto capisce di non avere la forza di farlo. Il semaforo da rosso diventa verde, poi di nuovo rosso. La pioggia continua a scendere leggera, avvolgendolo in quella sua umida carezza. Sottili rivoli d’acqua cominciano a solcargli il volto.
Lentamente, infine, Luca riprende a camminare. Avanza sul marciapiede, senza attraversare. Non sa dove stia andando, ma sente il bisogno di continuare a sentire quell’acqua cadere delicatamente sopra la sua testa. Non sarà mai abbastanza, pensa, vagando senza meta.

[P.B., 6/11/2017]

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L’incrocio (3.)

[Terza e penultima parte; vai alla precedente]

3.

Luca ha un fremito. Mentre l’ascensore sale silenziosamente un fiume di pugnali gli scorre nelle vene pungendolo da dentro. Gli tremano le mani, il battito accelera prepotentemente; inspira forte, si sente esplodere, fatica a stare fermo. Sono l’uomo moderno, sussurra eccitato alla sua ombra riflessa nell’acciaio lucido, un’icona. Prevalenza, successo, posso sentirne l’odore, sono come il sangue per lo squalo. Tu dammi solo una possibilità, una sola, e io l’afferro, alla giugulare, cazzo… Cazzo, sono in botta!, esclama vedendosi da fuori. Ancora qualche minuto, poi strozza, sogghigna isterico. Si passa più volte una mano sulla fronte e nei capelli fischiettando un insulso motivetto da discoteca.
Ultimo piano. Le porte dell’ascensore si spalancano su uno sgargiante tappeto rosso. Luca ne segue la scia fino alla porta d’ingresso di un attico che ha l’aria di occupare almeno metà piano. Un sorriso bianchissimo apre in due il volto dell’enorme bodyguard nero che staziona di fianco alla porta, il quale dà un’occhiata alla sua lettera d’invito e si fa subito da parte esortandolo ad entrare. All’interno qualcuno si occupa tempestivamente del suo soprabito e in pochi istanti Luca viene avvolto dal caleidoscopio di musica e colori che si è già messo in movimento. Ragazze immagine, camerieri in livrea, sguardi al sicuro di occhiali scuri sono alcuni degli ingredienti della serata cui sta per prendere parte. “E’ ancora fra i primi”, dice un’hostess offrendogli un drink e indicando i drappelli di persone ai lati della sala.
Luca preleva un bicchiere dal vassoio e lo sorseggia guardandosi intorno in cerca di qualcuno degno di nota; insoddisfatto, raggiunge presto il bar per ordinare un secondo drink. Da lì può tenere d’occhio la sala e l’imponente soppalco da dove è previsto l’affaccio del padrone di casa e del suo nuovo socio. Nel frattempo, l’attico si popola di persone che si atteggiano in base a un codice scritto per quel genere di cerimoniali, un copione cui Luca ha ormai fatto il callo e per il quale nutre una sorta di dipendenza.
A un tratto, senza preavviso, i due protagonisti della serata si materializzano al bancone del bar, proprio accanto a lui. Diverse persone si fanno subito intorno, ma lì si fermano; salutano, ammiccano, li fissano, ma non osano approcciarli direttamente. I due ordinano tranquillamente da bere, ignorando chi li circonda.
Luca esita un momento, poi fa un passo avanti e li avvicina. Presentandosi, scopre con sua grande sorpresa che entrambi hanno sentito fare il suo nome. Quel credito inaspettato è per lui come un gong, lo sparo di uno starter, lo sprona a proseguire senza inutili indugi. Pianta gli occhi dritto in faccia all’americano, perché, lo sa bene, è lui il cavallo vincente, sua la fiducia da conquistare per prima. In pochi istanti presenta una serie di idee; le sue parole senza fronzoli, concise, efficaci sono come frecce dritte al bersaglio. Continua a fissare il proprio uditore, evitando di essere interrotto prima di aver finito di dire tutto quello che ha in mente, ciò che si è preparato. Espone ai due una concreta linea d’azione per l’acquisizione di una nuova fetta di mercato in Italia e in Europa, snocciola una serie di numeri e percentuali mandati a memoria, preparando il terreno per il piatto forte: la partnership con un gruppo di aziende selezionate, pronte a investire, con le quali giocando d’anticipo Luca e il suo studio hanno già preso contatti da tempo. E’ tutto pronto, assicura, se ne è occupato personalmente: ha raccolto manifestazioni d’interesse, stipulato accordi preliminari, ha pensato a tutto, sono mesi che lavora a questo progetto affinandolo man mano. Si tratta solo di decidere se e quando compiere il primo vero grande passo. Perché perdere tempo?
Luca è stato spregiudicato, è passato all’attacco senza nemmeno aver tastato il terreno. Ma forse le cose non stanno proprio così, forse gli uomini d’affari che ha davanti la pensano come lui, amano il rischio quanto lui, forse sono fatti della stessa pasta. E poi, si dice, quella potrebbe essere la sua unica occasione, attaccare l’unico modo per portare a casa la posta. Tace. Pensa a come in fondo sia stato facile arrivare fin qui, i suoi occhi eccitati sembrano dire: fidati di me, è il mio lavoro, quello che so fare meglio, la mia unica ragione di vita; punta su di me e non te ne pentirai.
Per qualche istante il giovane avvocato sostiene lo sguardo indecifrabile dei due imprenditori come un torero, impassibile mentre il corno dell’animale sfila a pochi centimetri dalla sua coscia e decide che quello è il momento giusto per la stoccata finale. E lui compie il gesto con eleganza, con mano ferma, senza strafare. Senza aggiungere una parola, né tradire l’emozione, porta il bicchiere alla bocca e sorseggia il proprio drink. Niente più di questo, quanto basta. E’ chiaro a tutti, ormai, che adesso è lui ad attendere, lui che valuta chi ha di fronte.
Sente su di sé gli sguardi delle persone attorno, può immaginare i loro volti interrogativi, smaniosi di sapere come andrà a finire. Guardate pure, pensa sprezzante, il primo a farsi sotto sono stato io.
Gli occhi dell’imprenditore italiano indugiano su di lui mentre ancora una volta soppesa trent’anni di lavoro e tutto quello che ha realizzato, un piccolo impero sull’orlo del fallimento ormai, che giace da tempo sul piatto di una bilancia. Si rivolge infine alla persona che ha accanto, cui spetta il compito di muoverne l’ago.
“Ne parleremo un’altra volta”, dice l’americano, posando il proprio bicchiere. “Domani. Nel pomeriggio. Si metta d’accordo con il mio assistente”, aggiunge sfiorando la spalla di Luca. “Cominciamo?”, chiede poi al proprio socio, avviandosi con lui verso il soppalco.
E’ fatta. Sì, è fatta. Ma Luca non si scompone, non lascia trapelare nulla, sarebbe un errore. Rimane in silenzio sotto gli sguardi di tutti, godendosi la loro invidia. Nella sua mente sta già pensando a un modo esclusivo per celebrare l’evento, a una sua personalissima festa privata. Sì, si dice, che la festa cominci. Con la punta delle dita tasta la bustina di plastica che tiene in una tasca dei pantaloni. Tre grammi di cocaina, quanto basta, pensa, quello di cui ha bisogno. Con aria consapevolmente soddisfatta, si sottrae a quell’ormai inutile proscenio dirigendosi verso la toilette. La musica esplode improvvisamente ad altissimo volume mentre a testa alta Luca attraversa la sala ormai gremita senza vedere nessuno, né accorgersi di Curcio che gli si è avvicinato e gli sta chiedendo qualcosa.

Una mano gli sfiora il petto prima che riesca a mettere a fuoco i pensieri. Il primo piacere per quella carezza è seguito da un immediato senso di angoscia e da un feroce mal di testa. Luca solleva quel braccio come se si trattasse di un oggetto inanimato, poi, seduto sul bordo del letto, prova a ricomporre i frammenti della nottata appena trascorsa.
Si era in dirittura d’arrivo. Finite le presentazioni, le dichiarazioni e i riconoscimenti di rito, le figure di spicco si erano presto eclissate, evitando con buon anticipo il sipario. Dopo l’esibizione di una giovane cantante pop con la sua hit per l’estate, un comico televisivo si era occupato di prolungare il più a lungo possibile l’aura di straordinarietà della serata, dopodiché la musica dance aveva definitivamente coperto ogni cosa. Mentre buona parte dei convenuti cominciava a sfollare, chi rimaneva si agitava in mezzo alla sala come se si trovasse in una qualsiasi discoteca, oppure s’attardava al banco del bar. Luca era fra questi ultimi. Con un bicchiere in mano osservava due ragazze agitare i fianchi sopra la sua testa, chiedendosi quale delle due sarebbe stato più bello portarsi a letto. Magari tutte e due, il pensiero di godere appieno di quella serata lo eccitava ancora.
“Senti, come si chiama la ragazza in piedi vicino alle scale?”, ricorda di aver chiesto al barman.
“Quale?”
“Quella con gli stivali bianchi”, Luca si volta a indicargliela, ma incrocia lo sguardo di Nadia che, in mezzo a un gruppo di persone, lo sta fissando.
Poco alla volta, mette a fuoco gli istanti che si son susseguiti da quel momento. Il primo approccio con Nadia, stentato e diffidente, che si è fatto via via più disinvolto. Il loro successivo fraseggio, lo stuzzicarsi, prendersi e lasciarsi, l’alternarsi di provocazioni in presenza d’altri che è continuato ancora una volta rimasti soli. Hanno pure ballato, ricorda Luca incredulo, domandandosi quanto dovesse aver bevuto Nadia.
Si volta a guardarla. Ne contempla la schiena nuda incorniciata dal lenzuolo. Un sommesso mugolio pare rispondere alla curiosità indisturbata del suo sguardo. Nadia gira il capo di scatto, affondando il viso nel cuscino. Luca le fissa la nuca, i capelli arruffati e sconvolti. Quel disarmo la rende più povera al suo gusto, ma si consola subito ripercorrendo la linea sinuosa della sua schiena. Una bella scopata, sentenzia. Già, ma ora non riesce più a goderne. Proprio in quel momento un crampo allo stomaco gli annebbia la vista, costringendolo ad alzarsi di scatto. Per qualche istante respira affannosamente, barcolla, chiude gli occhi cercando di riguadagnare l’equilibrio. Quando sente tornare il sangue alle tempie, riapre gli occhi e getta uno sguardo al letto disfatto, provando l’irrefrenabile bisogno di svuotarlo gettandone a terra il contenuto.
Sotto la doccia si sfrega la pelle fino a farla bruciare. Poi s’asciuga lentamente, mentre sente crescere il fastidio dovuto alla presenza di una donna nel suo letto. Ora vai di là e la cacci via, ordina alla propria immagine riflessa nello specchio. Un tremito incontrollato percorre l’indice della sua mano.
Uscito dal bagno, si veste rapidamente, non preoccupandosi di non far rumore. Ha fretta di rimanere solo, di uscire a respirare, e per farlo deve andar via di lì al più presto. Prima che Nadia riesca a levare uno sguardo interrogativo sulla stanza vuota, Luca ha già chiuso la porta di casa dietro di sé, certo che quando vi farà ritorno, troverà un clima più ospitale. Nadia rimane immobile, fissando il corridoio, mentre dalle scale le giunge l’eco dei suoi passi.

Per strada Luca cammina nel chiarore diffuso respirando il fresco residuo della notte, ma una volta giunto al primo incrocio, gli accade di assistere all’insolita scena descrittagli dalla madre la sera prima. Un’elegante signora di mezza età sul marciapiede al di là della strada sta parlando con l’accattone seduto sul suo trono di sacchetti di plastica, il quale la guarda dal basso con occhi da animale mansueto. Dall’altra parte dell’incrocio, Luca li guarda stupefatto. Ma allora è proprio vero, pensa, quei due si conoscono. Cosa si staranno dicendo?
La signora sorride gentilmente al barbone, che non si muove, pare impassibile. Lei gli porge un pacchetto e l’accattone lo prende fra le sue mani sporche, le loro dita si sfiorano. Poi la donna prende quelle mani gonfie nelle sue. Lui accenna un sorriso riluttante mostrando di non essere avvezzo a quel genere di cose. Pazza! Esclama Luca, che a sua volta fatica a tollerare quel gesto.
Gli occhi dell’uomo ora vagano sul marciapiede, la signora gli sta chiedendo qualcosa. Tace, infine risponde faticosamente, sillabando le parole. Estrae da sotto i suoi stracci un pezzo di carta e glielo porge. Lei lo apre e ne legge il contenuto, mentre lui, immobile al suo posto, le fissa le mani in un atteggiamento che pare di devozione. La donna riprende a parlare. Luca vorrebbe tanto sapere cosa stia dicendo, ma ancor più conoscere la natura del suo legame con quello straccione. Sua madre aveva ragione, comunque: i suoi gesti non sono certo affettati o dovuti, non è beneficenza quella che sta facendo. D’altronde non ha mai scorto il vagabondo nell’atto di chiedere, né a lei, né a nessun altro. E ora è certo che la donna non gli abbia dato né soldi, né cibo. Quel pacchetto deve contenere altro, qualcosa di personale, forse un ricordo, un oggetto proveniente da un comune passato. Che cosa rappresenta per lei quell’uomo? Che altro può essere se non un poveraccio, un comune barbone, un uomo abbandonato al proprio destino?
La donna si sta allontanando. Luca la osserva avanzare verso di lui attraverso l’incrocio, può constatarne la bellezza, la sobria eleganza del portamento, una grazia modesta, schiva. Sul volto irsuto del clochard, nel frattempo, è già tornata l’imperturbabile maschera di sempre. Solleva il basco dalla testa passandosi una mano sulla fronte sudaticcia, poi estrae un tozzo di pane da una sporta e ne stacca un morso che comincia a masticare lentamente. Potrebbe trovarsi in qualsiasi altro posto, riflette Luca, e si comporterebbe allo stesso modo. Eppure è lì che deve stare, è su quel pezzo di marciapiede che deve prendere posto ogni giorno. A suo modo, quello è un vero e proprio atto di volontà, un atto di fede.
E se fra lui e la donna ci fosse stato un legame ben più profondo di quello che si potrebbe pensare? Se un tempo i due fossero stati amici, o addirittura amanti, prima che il destino li separasse, gettando l’uomo in disgrazia, sulla strada, privandoli così della possibilità di un nuovo ricongiungimento?
Luca si sorprende delle sue stesse illazioni: gli inverosimili prodotti di una mente sovreccitata, si dice. Un buon caffè è quel che ci vuole. S’accende una sigaretta e si dirige verso il primo bar.

L’incrocio (2.)

[Seconda parte; vai alla precedente]

2.

“Dottor Di Biasi, ho in linea la signora”.
“Passi pure”, risponde Luca alla segretaria.
“Pronto,…”, un’esitazione, un tremolio nella voce, “Luca?…”, la madre entra sempre in punta di piedi.
“Sono io mamma, perché mi hai chiamato? Stavo per uscire…”
“Caro, avevi il telefonino spento, ero un po’ in apprensione…”
“Ho passato il pomeriggio in riunione”, taglia corto Luca.
“Sì,… Volevo solo sapere se stasera devo aspettarti, caro. Non ti ho più sentito…”
“Mamma, sono almeno quattro anni che ci vediamo tutti i giovedì sera. Perché dovrei aver cambiato programma?”
“Lo so, lo so, ma non sentendoti, ho pensato che avessi di meglio da fare che cenare con una vecchia”.
“No, mamma, non ho altri appuntamenti. E’ la nostra sera, so gestire i miei impegni. E comunque ti avrei avvisata per tempo”. Luca può immaginare l’espressione di sua madre all’altro capo del telefono, rincuorata da quelle parole. Diversamente si sarebbe dovuto sorbire il dettagliato elenco di disturbi e farmacopee che affliggono la donna, la base di ogni suo prevedibile ricatto psicologico. Ma la signora Di Biasi può star tranquilla: suo figlio troverà sempre un po’ di tempo per lei; per la propria famiglia, giacché lei è tutto quel che ne resta. Quando divorziò dal secondo marito, Luca pensò che come unico figlio fosse suo dovere prendersi cura di sua madre. Una volta uscito di casa, si stabilì in un appartamento a due soli isolati di distanza. Passando spesso a trovarla, riceveva in cambio l’aiuto di Maria, la fidata domestica, e stock di camice stirate. Com’era prevedibile, la madre s’insinuò nei suoi ritmi di vita cercando di preservare il cordone ombelicale che li univa da sempre. Luca dovette imparare a tenerla a bada, o almeno era ciò che pensava di fare.
Fin da quando vivevano sotto lo stesso tetto Luca godette di un’apparente libertà d’azione. La madre pareva non interferire con le frequentazioni e le abitudini sessuali di suo figlio. Non s’oppose, non mostrò particolare ostilità, ma nemmeno risparmiò severità di giudizio nei confronti di qualsiasi ragazza Luca le presentasse. Evidentemente, nessuna sarebbe mai potuta essere all’altezza delle sue aspettative. Ma la battaglia, in realtà, era già persa in partenza, poiché agli stessi occhi di Luca qualsiasi donna non reggeva il confronto con sua madre. Tranne una, Jelena.
Jelena era una ragazza ucraina. Mamma a sedici anni, cresceva il suo bambino in un paese straniero, nel quale si faceva strada grazie alla propria bellezza. Prima di diventare modella, per quasi un anno aveva accudito un’anziana signora italiana: il suo passaporto per una nuova vita, per un mondo sconosciuto, ricco di opportunità. Le quali, però, dovette ben presto imparare, potevano costare anche molto caro. Lei e Luca si frequentarono per qualche mese. Ammaliato dalla sua bellezza, Luca scoprì l’incredibile forza d’animo di quella giovane donna, la profondità e l’autenticità dei sentimenti di cui era capace. In breve si attaccò a lei in modo ossessivo, morboso, soffocandola con le sue pretese inadeguate, la sua gelosia, i suoi atteggiamenti puerili. “Ho già un figlio cui badare”, si sentì dire più di una volta. Jelena giunse al punto di compatirlo, ma non poteva assolutamente permettersi di perdere tempo con lui. Quando capì che Luca non era l’uomo adatto per lei, fu in grado di rinunciarvi.
“Luca, sei ancora lì…?”, la voce di sua madre lo riporta al presente.
“Sì”, risponde calmo.
“Faccio una doccia, mi cambio e sono da te”, aggiunge. “Altro?”

I marciapiedi sembrano una colata d’asfalto, ma nulla, nemmeno la strada che si scioglie sotto i piedi sembra turbare l’isteria del traffico di fine giornata. Immerso in quell’aria densa, Luca pregusta il piacere di una doccia, ancora un semaforo e potrà trovare sollievo nell’isola climatizzata del suo appartamento. Scivola un’ultima volta lungo la fila di automobili ferme, con lui uno sciame di motocicli che si insinuano fra cofani e condizionatori accesi. Fermatosi, Luca gira lo sguardo: il barbone è ancora là, proprio di fronte a lui, piantato sul marciapiede in mezzo all’incrocio. Seduto sul suo trono di stracci e sacchetti di plastica, pare apatico, incurante delle persone che gli passano accanto. La sua posa ricorda quella di un Buddha. E’ enorme, peserà più di cento chili. Ha il viso gonfio, congestionato, stratificazioni di sporco gli macchiano la pelle e i vestiti. I pantaloni, lacerati in più punti, mostrano a tutti le sue sudice gambe divaricate. La canottiera, di un colore indefinibile, non gli copre del tutto il ventre lurido e dilatato. Ma come fa a non vergognarsi?, si chiede Luca. Non si accorge di come lo guardano? Che sta lì a fare? Non chiede nemmeno l’elemosina… In effetti, non si vede mai nessuno fermarsi e dargli una moneta o qualcosa. Lo straccione se ne sta lì, abbandonato al suo destino, senza chiedere niente. Ma non è affatto invisibile.

La stanza di Luca è chiusa a chiave, come sempre, ma lui sente l’esigenza di entrarci, vuol vedere che effetto gli fa. Ogni cosa è nello stesso identico posto in cui lui l’ha lasciata, tutto è fermo ad allora, come in una fotografia: il letto, la scrivania, gli scaffali pieni di libri e ricordi dei suoi viaggi, i trofei sportivi, i poster alle pareti… La madre vuole che tutto rimanga come prima che se ne andasse. Manco fossi morto, pensa, soppesando la testa di bronzo di un Buddha thailandese. Si siede sul letto, le molle cigolano un po’, da lì la stanza sembra più grande, il soffitto più distante e con esso i confini dell’immaginazione, delle possibilità. Si rialza subito con la sgradevole sensazione che il proprio passato lo avvolga alle spalle. Si avvicina allo stereo, rimuove il sottile strato di polvere che ricopre il coperchio del piatto, alza l’interruttore; le lancette retroilluminate dell’amplificatore ondeggiano per un istante in una breve danza sincronizzata, stabilizzandosi. Gira la manopola del volume gustando il sordo ronzio delle valvole che invade la stanza, poi estrae un paio di vecchi vinili da uno scaffale e li sfoglia distrattamente. Infine, decide di passare in rassegna le fotografie appese alle pareti e sulle mensole, un atto necessario. Una in particolare attira la sua attenzione, quella di un ragazzo abbronzato in riva al mare, capelli al vento, che fissa l’obiettivo sorridendo quieto. Luca la fissa a lungo. Il ricordo dei viaggi che ha fatto, i luoghi che ha visto, gli amici, le ragazze che ha avuto, nulla è in grado di uguagliare l’emozione di stare di fronte a quell’immagine di sé conficcata nel tempo. Stacca la cornice dalla parete, vuole vedersi meglio: la pelle bruciata dal sole, le braccia nude, l’espressione sorridente degli occhi, lo sguardo, il suo, intelligente e acuto, così… così sereno; pare che nulla possa turbarlo.
“Luca, è pronto…”, un richiamo dalla sala da pranzo lo sottrae bruscamente ai ricordi cristallizzati in quella stanza. “Arrivo”, risponde, chiudendo la porta della camera. In corridoio, riflessa in uno specchio, ritrova l’immagine di sé, oggi. E’ diversa da quella del ragazzo della fotografia, è più asciutta; la pelle del viso è più curata ma sottile, tesa. Lo sguardo è segnato da un marchio indelebile d’insofferenza. Che cosa gli è successo? Luca respinge con fastidio quella domanda, con un gesto meccanico riavvia i capelli che gli scendono sulla fronte, impreziositi da qualche filo d’argento. Osserva il taglio della sua camicia, la qualità del vestito giovanile e slanciato che indossa; tutta roba di sartoria. Ineccepibile, annuisce compiaciuto. Non può non compiacersi di ciò che vede. No, si dice, nei suoi occhi non c’è più traccia dell’ingenuità del ragazzo rinchiuso in quella stanza, al suo posto ora ci sono determinazione, sicurezza, la certezza che l’uomo riflesso in quello specchio sia ciò che ha sempre desiderato essere.

“Non mangi più? Non hai nemmeno toccato la carne…”
“Non ho più fame”.
“Sei silenzioso stasera, qualcosa non va? Preoccupazioni sul lavoro?”
“No, mamma, al contrario. Sto lavorando all’affare più importante dell’anno. E se le cose vanno come devono, fra qualche mese saremo ancora più quotati. E più ricchi, ovviamente”.
“Caffè?”, aggiunge subito dopo, cambiando discorso.
“Hai fretta di andare, Luca? Non mi racconti mai nulla di te…”
“Non iniziare, mamma, se ci fosse qualcosa degno di nota, ne saresti già al corrente, in un modo o nell’altro”. Si accende una sigaretta, espirando nervosamente dalle narici.
“Sei così suscettibile. Se chiedo, è per il tuo bene, lo sai. Vorrei tanto saperti felice”.
Così staresti in pace con la tua coscienza, pensa Luca fra sé.
“Che mi dici di quella ragazza…”, insiste la madre. “Come si chiamava?”
“Mamma, falla finita”, la interrompe Luca. “Parliamo un po’ di te. Non hai idea di quanti casi di divorzio stiamo trattando in questo periodo”. La fissa cinicamente.
“Sei ingiusto”, protesta lei. “Tua madre è l’unica persona a volerti veramente bene e questo tu non riesci ad accettarlo. Non capisco perché tu venga a trovarmi, se poi mi presenti il conto della tua indifferenza e del tuo rancore. Se è solo un obbligo, puoi fare a meno di venire”.
“Non cominciamo con i piagnistei che non è il caso. Le cose non stanno come dici tu e lo sai bene. Tu sei e resterai sempre mia madre, con tutte le conseguenze che questo comporta”. Discorso chiuso. Luca si volta e accavalla le gambe strofinando bruscamente i pantaloni col dorso della mano.
Mentre Maria raccoglie i piatti in silenzio, lui si alza e va in soggiorno, prende un giornale e inizia a sfogliarlo. La madre raggiunge la domestica in cucina e cominciano a parlare. Quando arriva il caffè? Si chiede Luca impaziente; si accende un’altra sigaretta.
Maria porta il vassoio con le tazzine e la madre, come d’abitudine, gli sottopone alcuni documenti: corrispondenza, lettere di assicurazioni, banche, scartoffie di cui da sempre lascia che sia il figlio a occuparsi. Mentre sfoglia quelle carte, Luca sente nuovamente su di sé lo sguardo accorato di sua madre.
“Insomma che c’è?!…”, sbotta.
“Vorrei che ti trovassi una donna”, dice lei. “Ogni uomo ha bisogno di una donna al suo fianco. Non sei più un ragazzino, Luca”, aggiunge in tono lamentoso. “Hai bisogno di qualcuno che ti stia accanto, che si prenda cura di te. Cosa ti frena? Cos’è che non va?”
“Ma da che pulpito!”, risponde lui con stizza. Poi si frena. Col passare degli anni la donna che ha di fronte sta diventando sempre più vulnerabile e ora è sul punto di piangere. Le si avvicina lentamente, non riesce a toccarla, ma lei lo abbraccia e lo stringe forte a sé, aggrappandosi. Per un po’ restano così in silenzio.
“Luca…”
“Dimmi, mamma”.
“Hai presente l’accattone dell’incrocio, quello che passa tutto il giorno sul marciapiede?”
Luca è spiazzato. Come diavolo può esserle venuto in mente quel tale, ora, si chiede.
“Sì, certo…”, risponde incuriosito.
“C’è una donna”, riprende lei, “l’ho vista con i miei occhi, più di una volta”.
“Sì,… E quindi?” Luca la invita a proseguire.
“Tutti i giorni, verso mezzogiorno, una donna si ferma a parlare con lui. Non è una donna qualsiasi. E’ una signora distinta, una persona elegante, molto fine. Per questo l’ho notata”.
“Va bene, mamma, con questo cosa vuoi dire?”
“La cosa strana…”, la madre scandisce le parole, come se stesse rivelando un grande segreto. “La cosa strana è che si comporta come se si conoscessero da tanto tempo. Sembrano, come dire… Sembrano intimi…”. “Intimi, sì”, ripete.
Luca prova a raffigurarsi la scena in silenzio.
“Voglio dire”, riprende la madre assorta, come se stesse assistendo in quel momento a uno di quegli incontri. “Quella donna non lo tratta come un poveraccio qualunque, dimostra rispetto nei suoi confronti. Si rivolge a lui come a un suo pari, come se fra loro vi fosse un legame, un legame affettivo…”
“Mi chiedo come possa sottoporsi quotidianamente al fetore che emana quel lurido straccione”, la interrompe Luca. “Strano, comunque”, aggiunge, “Ero convinto che non parlasse italiano. Mi era parso di sentirlo biascicare qualche parola in francese”.
“Non escludo che si parlino in quella lingua”, soggiunge la madre.
A un tratto Luca si sente a disagio in quell’abbraccio, in tutta quella confidenza. Se ne sottrae come se si scrollasse di dosso qualcosa. Dà un’occhiata all’orologio, raccoglie frettolosamente il soprabito e s’avvia verso l’ingresso.
“E’ ora che vada”, dice, aprendo la porta.

L’incrocio (1.)

[Pubblico qui, in quattro parti, un mio racconto di qualche anno fa tratto dalla breve raccolta “Chi rompe paga”]

1.

All’ultimo semaforo Luca scruta l’orologio, le tre e mezza. I secondi scorrono lenti alla luce giallastra dei lampioni, il motore ringhia d’ansia repressa. Verde. Luca schiaccia l’acceleratore ascoltando i pneumatici stridere sull’asfalto, quando supera la svolta di casa sta ancora accelerando. Non sa dove stia andando, sa solo che vuole correre, sfogare l’urlo che ha dentro. E’ la coca, pensa, sentendosi ancora incredibilmente lucido e eccitato. Compie un rapido giro attorno a una rotonda, poi si lancia sulla rampa di una sopraelevata per una corsa notturna. Stando ben attento alla polizia, ovviamente, non è ubriaco, né uno sciocco, non ha affatto perso il controllo. Ripensa alla serata appena trascorsa, vuota e insignificante, a Nadia che non è venuta, alla discussione che hanno avuto in ufficio; nel frattempo raggiunge una macchina in seconda corsia, le va sotto come per braccarla, dà un colpo secco al volante e apre il gas, superandola di scatto. Guarda compiaciuto i fanali allontanarsi nello specchietto.
Non ha ancora deciso dove andare, ma sa che alla fine tornerà ancora là, al solito posto. Scala improvvisamente facendo urlare il motore, imbocca una rampa d’uscita in fondo alla quale si ferma con il motore che ruggisce ancora. Abbassa il volume della radio e lentamente s’immette in un lungo viale a più corsie, in direzione della periferia. E’ notte fonda, ma si ritrova in coda a una processione di macchine costrette a fermarsi a ogni semaforo. Davanti a lui un’utilitaria, al cui interno intravede la testa spettinata di un uomo che va o torna dal lavoro. Nello specchietto retrovisore un volto orientale. Manco fosse l’ora di punta, borbotta, accendendosi una sigaretta, Questa città non dorme mai.
A metà del viale, imbocca una traversa poco illuminata e a un’altezza ben nota, s’immerge in un vicolo a fondo chiuso, ancor più stretto e buio. Pare deserto, ma Luca sa che non è così. Avanza lentamente nel buio, mentre dal finestrino abbassato gli giunge l’alito malato dell’asfalto ancora caldo. Ai lati della strada stazionano le sagome di auto parcheggiate o abbandonate. Prosegue fino in fondo al vicolo dove si vede un’altra auto con i fari accesi, ferma, unica luce in quel regno di ombre. Si ferma a pochi metri di distanza guardandosi intorno. Sullo sfondo imbrattato dei muri s’intuiscono delle figure umane. Si sofferma su una di quelle che in risposta avanza verso di lui ancheggiando vistosamente su tacchi altissimi. Giunta a un passo dal suo finestrino, si china masticando rumorosamente una gomma, senza dire niente butta indietro i capelli con un movimento deciso della testa, offrendogli la vista di un seno turgido armato contro di lui. Due labbra carnose si aprono in uno sguaiato sorriso sopra la sua testa, ma Luca non alza lo sguardo. “Sali”, dice.

Le otto del mattino, di nuovo nel traffico, stavolta quello vero. In sella al suo scooter, Luca prende posizione alla linea di partenza di uno dei tanti sprint che si susseguiranno prima di arrivare in ufficio. Eccolo ancora là, sibila, guardando un uomo al di là dell’incrocio. Come ogni mattina, un accattone si sta riappropriando di una porzione di marciapiede racchiuso fra i semafori. Prima ancora di vederlo, la sua presenza è segnalata dall’odore, quell’uomo puzza terribilmente. A metri di distanza, Luca trattiene il fiato, non riesce a sopportare il fetore che emana da quell’individuo. Il suo sguardo oscilla impaziente dal semaforo rosso a quel lurido rifiuto umano che trascorre l’intera giornata parcheggiato in un luogo pubblico, che tuttavia rivendica come fosse casa sua, senza il ben che minimo diritto…
Verde. Luca apre il gas staccando d’anticipo le auto allineate di fianco a lui. Allontanatosi, riempie i polmoni di una famelica boccata d’aria. Fetido barbone!, espira fra i denti.

“Pronto?”
“Sono io”.
“Lo so, cosa vuoi?”, risponde Nadia abbassando istintivamente la voce, anche se il collega di fronte pare non farle caso.
“Dov’eri ieri sera?”
Nadia non risponde, le sue dita iniziano a tormentare una ciocca di capelli.
“Non ho tempo ora”, dice dopo un momento.
“Non puoi parlare?”
“Fammi un favore Luca, lascia stare. Non mi va di parlarne”.
“Che fai a pranzo?”, insiste lui.
“Ho da fare”.
“Dobbiamo parlare”.
“Non è una buona idea”.
“Lascia perdere”, aggiunge.
“Lasciar perdere? Cosa? Ho bisogno di vederti”.
Silenzio.
“Ti chiamo io”, dice infine Nadia, e riattacca.
Turbata, incrocia lo sguardo assorto del collega che la sta fissando senza accorgersi del rossore che le tinge guance e collo.
Si incontrano poco dopo. Luca è in compagnia di un cliente, ma vedendola avverte un’immediata attrazione nei suoi confronti. Nadia è bella e lui la desidera. Vorrebbe poterglielo dire in quello stesso istante, proprio mentre avverte su di sé il suo sguardo carico di rimprovero. Il giorno prima, nel suo ufficio, sono stati vicini al punto di riuscire quasi a sfiorarsi. La loro conversazione si era fatta più intima e diretta, ma a un tratto le mani di Luca hanno oltrepassato l’invalicabile cortina che da sempre divide i loro corpi, amplificandone il tacito richiamo. La reazione di Nadia è stata esagerata, frutto delle sue stesse pulsioni. E della paura. Paura di lui, paura di soffrire. Perché Luca è come un vortice di vento, non può sostare e questo lei l’ha già capito. Sa di non avere i mezzi per trattenerlo, sa che prima o poi soffierebbe via.

Una cameriera si avvicina simulando dedizione speciale a una coppia di giovani avvocati che vogliono apparire amabili a tutti i costi. Entrambi possono contare sulla freschezza del loro aspetto curato, sulla loro pelle abbronzata e liscia, trattata due volte a settimana. Entrambi esibiscono orgogliosamente il ceramico candore dei loro sorrisi, il taglio elegante e giovanile dei loro vestiti. Ma Luca, è risaputo, ha qualcosa in più rispetto al proprio collega: il fiuto negli affari, l’abilità nelle trattative e nel trovare espedienti in situazioni apparentemente prive di vie d’uscita, ma soprattutto, ed è ciò che dà maggior fastidio al giovane rampollo seduto di fronte a lui, un risaputo successo con le donne. Per queste ragioni e per la rapidità con la quale si sta facendo strada, Luca sa di non avere né amici, né collaboratori, solo concorrenti. Sa di essere temuto e odiato, quanto ammirato e invidiato. Non gli è sempre così facile ammetterlo, ma in fondo è convinto che nella vita gli amici non servano. Si accende una sigaretta scostando un vezzoso ciuffo di capelli che continua a oscillargli sulla fronte.
“Allora, Curcio, quando la prossima sfida a squash?”, chiede al collega con un sorriso allusivo, conscio della magnanimità riposta in quella domanda. Il ricordo di aver prevalso su Luca, anche solo una volta, rianima infatti il collega che nel frattempo sta pensando a un modo per ottenere uno speciale sguardo di compiacenza dall’addetta ai tavoli. “Ci fai due caffè lisci?”, le chiede.
“E a me porti anche una fettina di torta”, s’accoda Luca. “Piccola… Guarda che se la fai troppo grande, ti siedi qui con noi a mangiarla!”
L’ha fatta ridere anche stavolta, pensa Curcio tra sé, senza staccare gli occhi dal tatuaggio che spunta appena sopra la cintura della ragazza. “Quando vuoi, mio caro…”, risponde vago, “Son sempre disponibile a darti una lezione”.
“Ci sarai stasera?” aggiunge, riferendosi alla cerimonia organizzata da un loro cliente, il proprietario di una nota casa di moda che, grazie alla fusione con quella di un emergente marchio americano, conta di rilanciare la propria azienda.
“Certo”, risponde Luca senza la minima esitazione. Curcio non sospetta quanto sia importante per lui quella cosa. Luca scruta l’orologio, ha già fretta di liberarsi del collega e di sbrigare le faccende che lo separano da quella serata. “Vado”, dice. “Mangia anche la mia fetta di torta”, aggiunge alzandosi prima che arrivino i loro caffè. “Ti servirà, se vuoi battermi ancora”.
Incamminandosi verso l’ufficio, pensa al volto imbronciato di Nadia: vorrebbe tentare un approccio, provare a chiarire, ma sa che non avrà più modo di vederla prima di sera. E’ giovedì, e come tutti i giovedì uscirà prima per andare a cena da sua madre. Ma sì, si dice, se ne stia un po’ sulle spine: un sano bagno di dubbi e sensi di colpa le farà solo bene. L’attesa, conclude, giocherà a mio favore.

Il medico competente

Non bado molto alla salute, non vado mai dal dottore. Tanto, prima o dopo, passa sempre tutto. O, almeno, è andata così fino adesso. L’altro giorno, però, ci son dovuto passare: visita medica sul lavoro. Una premurosa ragazza dell’amministrazione me l’ha ricordato con una settimana di anticipo. “Martedì, alle due e un quarto. Ci sarai vero?”, mi ha chiesto con evidente sfiducia nella mia puntualità. “Certamente”, le ho risposto. Quando c’è in ballo la salute, al di là di tutto, non mi va tanto di scherzare. Ammetto, però, che già sul momento la cosa mi ha messo un po’ d’apprensione: non avevo memoria dell’ultima visita, son passati cinque anni, e non avevo idea di cosa mi avrebbe detto il dottore dei lavoratori; che poi non mi è chiaro se curi i sani o i malati. Martedì alle due, comunque, eccomi là che inganno gli ultimi minuti d’attesa. Alle due e un quarto spaccate mi affaccio in infermeria, ma non trovo nessuno. Allora do un’occhiata all’ingresso: nessuno anche lì. Lascio passare altri cinque minuti e torno di nuovo: nessuno. Nel frattempo la collega rientra dalla pausa pranzo e chiedo a lei. “Strano,” fa lei spulciando l’agenda, “doveva esser già qui. Faccio subito una telefonata.” Segue una serie di tentativi a vuoto. Finché, dopo esser riuscita a parlare con qualcuno, forse la moglie, si arrende: “Il dottore non è in studio oggi e non c’è modo di rintracciarlo. Fisserò un altro appuntamento.”
Con una punta di fastidio faccio ritorno in reparto: avrei preferito chiudere la partita al più presto. Un medico senza cellulare, penso, mi sta quasi simpatico. Poi però, mi torna in mente un episodio di qualche anno fa. Avevamo preso un lavoro in Africa, dovevo partire e mi servivano i vaccini. Allora mi rivolsi a lui, al dottore, il quale disse che non ne aveva di scorta, ma che non c’era problema, li avrebbe ordinati. Lasciai passare qualche giorno e lo contattai di nuovo. Cioè, ci provai. Non fu per niente facile, in ambulatorio non c’era mai. Dovetti fare una lunga serie di telefonate e qualche incursione a sorpresa prima di stanarlo. Quando vi riuscii, mancava poco alla partenza ormai e lui, con calma disarmante, mi informò che la mia richiesta non era mai stata inoltrata. La mia profilassi era andata a farsi benedire. Età indefinita fra i cinquanta e i sessant’anni, affabile, cordiale, irreperibile e smemorato, con quella sua aria serafica, come se non esistesse urgenza in grado di turbarlo, il dottore smonterebbe chiunque.
La mia visita, dunque, viene rinviata a data da definirsi. Ovviamente passa del tempo prima che ciò avvenga. “Fissato! Lunedì, alle due e un quarto. Ti va bene?”, chiede qualche giorno dopo l’impiegata con rinnovata apprensione. M’accorgo di non essere più l’unico responsabile del suo disagio. “Ti ha risposto finalmente”, sdrammatizzo, ma dentro di me riprende a montare quella strana agitazione. Nel frattempo, però, ho verificato. Vaccinazioni a posto, niente richiami da fare. Il mio quadro clinico negli ultimi anni è sostanzialmente invariato: nessun infortunio, niente operazioni, nessun acciacco degno di nota. Cosa avremmo fatto allora? Che cosa ci saremmo detti? Ero curioso.
Il giorno della visita, sono di nuovo puntuale, il dottore un po’ meno. Vengo anche a sapere che con me deve visitare altri colleghi, ma non c’è traccia di un elenco. Passo davanti alla porta chiusa dell’infermeria, busso, vedo che sta visitando e mi defilo. Ripasso dopo un po’: ce n’è sotto un altro. Vado a prendermi un caffè e dopo qualche minuto mi affaccio di nuovo: non hanno ancora finito. Allora chiedo di essere chiamato quando sarà il mio turno e me ne torno in officina. Finalmente tocca a me, sono le tre e mezza. Mi siedo di fronte al dottore, eccitato dalla lunga attesa. Lui mi sorride affabile, mentre batte rumorosamente sulla tastiera di un computer, sillabando parte di ciò che scrive. Mentre aspetto che finisca di aggiornare la scheda del collega che mi ha preceduto, provo a ricordare di cosa mi stessi occupando all’epoca della visita precedente. E così mi accorgo che proprio in quel periodo mi stavo separando da mia moglie. Ecco, penso, e la mia agitazione si trasforma in altro. E allora mi tocca ammettere che anche oggi, a ben vedere, le cose non vanno poi così meglio, anzi. A distanza di anni, sono di nuovo reduce da un recente, doloroso naufragio. Coincidenze, mi dico, punti che vanno a capo.
“Allora. Il signor…”, esordisce il dottore, aprendo il mio file. “Sposato”, legge. “Figli?” Chiede guardandomi.
“Divorziato. Niente figli”, schiarisco la voce. “Evidentemente l’altra volta non gliel’avevo detto”, aggiungo sorridendo nervosamente.
Il dottore abbassa lo sguardo con aria dispiaciuta.
“Come non detto”, muove il mouse. “Aggiorniamo.”
Aggiunge anche un mi dispiace, cui non riesco a non assentire.
Proseguiamo. Passiamo in rassegna vaccinazioni, occupazioni e carichi di lavoro, altre attività.
“Sport?”, chiede a un tratto.
“Non agli stessi livelli e più saltuariamente.”
“Fumi ancora?” Ora mi dà del tu.
“No, ho smesso.”
Batte sulla tastiera con aria soddisfatta.
“Bene”, dice alzandosi. “Vediamo se hai ancora il cuore da atleta.”
Per un lungo minuto mi ausculta in silenzio, un silenzio che sopporto a fatica, come i miei battiti, che sento rimbombare per la stanza.
“Il cuore batte forte come un tempo”, sentenzia mentre allaccia la fascia dello sfigmomanometro e comincia a pompare. Io chiudo gli occhi, inspiro lentamente mentre la fascia mi stringe il braccio. Faccio fatica, non so perché, a stare fermo, a rimanere lì. Mi sento premere dentro ed è come se mi vedessi da fuori. Ecco, ora sono in piedi, di schiena, davanti a una lavagna, vuota.
“Ottanta, centoventi”, la voce del dottore mi riprende chissà dove. “Tutto a posto, quindi”, conclude tornando a sedersi davanti al computer.
Ma quando fa per salutarmi ha la faccia di chi ha dimenticato qualcosa, senza sapere esattamente cosa. Guarda per terra, cercando le parole, che poi arrivano su un filo di voce, un po’ roca. “Bisogna darsi un proposito per la prossima volta”, dice fissandomi.
Sorrido, non so da dove cominciare. Mi limito ad annuire, anche se ne avrei di cose da dire. Metto una mano sul tavolo e mi alzo. Non riesco a respirare. Poi mi fermo e sfiato appena un “Ma”. Solo Ma, nient’altro. Proprio non ci riesco a dire quello che mi si rovescia dentro. Lo fa lui.
“Un proposito potrebbe essere quello di trovare la persona giusta.” Si alza e mi tende la mano sopra il tavolo. Non è un saluto quello.
Rido, espiro, mi svuoto. Stringo la sua mano tesa, a un tratto vorrei abbracciarlo.
“Farò del mio meglio”, dico col fiato rotto.
Esco dalla stanza, ho voglia di gridare.
Non so se sono sano. Ma sono ancora vivo, questo sì.
Arrivederci, dottore. A fra cinque anni.

La preda

Bosco di betulle - G. Klimt

[“Bosco di betulle”, G. Klimt – fonte: web]

 

Battista tiene il passo con la sua lunga falcata regolare, Jole s’affretta dietro di lui ruminando la fatica del risveglio anticipato, le mani nei guanti, infilate nelle tasche della giacca imbottita, il viso semi nascosto da una sciarpa di lana. All’ombra della montagna l’aria è così fredda che il fiato non fa a tempo a uscire, ti si appiccica al naso. Briciola, il suo cagnolino, batuffolo di pelo nero, pare non avvedersene, li precede e li attende festoso a ogni piega del sentiero. In cima alla salita, un varco stretto e ombroso, solco scavato nel fianco della montagna. Jole lo supera in fretta, quasi correndo, per via delle parole del nonno: Quella scolpita nella roccia è la sedia del diavolo e, se stai attenta, vedi spuntare la sua coda! Ma la sua paura è presto premiata: oltre quel varco, l’accoglie la dolce visione di una valletta illuminata e la tiepida carezza del sole del mattino. Felice, immerge lo sguardo nei prati tinti d’erica, respirando l’intenso profumo di muschio nell’aria.
“Niente”, borbotta Battista, fermo poco più in là, mentre con un piede smuove le foglie alla base di un tronco, in cerca di un fungo, “il vento ha asciugato il bosco.” In quel momento un rumore di rami spezzati attira la sua attenzione. “Ascolta…”, bisbiglia alla figlia, “Cacciatori…” Le fa segno di rimanere in silenzio. “Hanno i cani, lo senti il richiamo?” Jole tende l’orecchio. Sì, annuisce dopo un momento, lo sente anche lei, un sibilo lungo e sottile, udibile appena, che pulsa nel bosco. Immagina le bestie muoversi a testa bassa, in cerca di una traccia o di un movimento improvviso fra le frasche. Il manto chiazzato di un Setter fa capolino nel verde, il cane si ferma, alza la testa fiutando l’aria, poi scompare di nuovo. L’ha visto davvero? Era così veloce… Lo sguardo immobile e appuntito del padre gliene dà conferma. “Non si è accorto di noi”, sussurra allora la bambina. Un po’ più distanti, i cacciatori: due, anzi tre, ce n’è uno più in basso. Avanzano lentamente con il fucile in spalla, mimetizzati dai vestiti color del bosco, scorgi solo il bianco del volto. Battista scruta le cime degli alberi: non stanno sotto vento, pensa. E’ stato cacciatore anche lui, ma ha smesso da tanto tempo, da prima di sposarsi, da quando quel colpo lo buttò a terra all’improvviso. Ricorda ancora gli aghi roventi che gli attraversarono la giubba. Ci fu il buio, ma durò solo un istante, poi la paura. Erano in quattro quel giorno, amici da sempre, come fratelli, ma non si seppe mai chi di loro premette il grilletto sul bersaglio sbagliato. In realtà, non fu nulla di grave. Fece più lo spavento. A distanza di anni, un dottore, sorridendo, gli fece notare un puntino bianco in una lastra al torace. Sa che cos’è questo? Il pallino bianco appena sotto alla clavicola? Era piombo di fucile. Superstite, non gliel’avevano estratto, né gli dava alcun fastidio, come se fosse sempre stato lì, una cosa sola con lui. Niente di cui preoccuparsi, disse il medico. Il suo porta fortuna. Sovrappensiero, Battista infila due dita sotto la camicia e accarezza la cicatrice alla base del collo. E’ un gesto che ripete spesso, una specie di tic.
“Andiamo.” Dice infine alla figlia. Lancia un fischio al cane e si rimettono in cammino.
Arrivati al confine della proprietà, imboccano un sentiero che scende ripido fra gli alberi. Camminano piano sulle radici, tenendosi per mano. Giunti alla baita, Battista non perde tempo e si mette subito al lavoro. Il sole non rimarrà a lungo sopra le creste, dice tirando fuori gli attrezzi e mettendosi a scavare là dove aveva interrotto l’ultima volta. Jole, nel frattempo, s’inerpica nel bosco in cerca di funghi. “Non andar lontano”, le raccomanda il padre, ma poco dopo la bimba è già di ritorno e gli ronza intorno chiedendo di poter accendere il fuoco. S’annoia, ha voglia di fare. “Quando la legnaia sarà pronta,” le dice “ci staranno anche il carretto e gli attrezzi.” Lei annuisce in silenzio, mentre pensa come sarebbe bello se potesse sollevare i tronchi appuntiti che il papà ha allineato per terra.
“Sono troppo pesanti per te”, la previene lui. “Va’ a prendere un po’ di legnetti”, aggiunge mentre calca il piede sulla vanga, “è ora di accendere la stufa.” Jole corre nel bosco e raccoglie tanti rametti della stessa misura unendoli in un fascio, come ha visto fare al suo papà. Quando torna alla baita, Battista tira fuori la farina dallo zaino e gliela porge, dopo di che le procura quattro ciocchi di legna appena spaccata. Jole riempie il paiolo con l’acqua della cisterna e lo mette sugli anelli della stufa. Le è sempre piaciuto accendere il fuoco e soffiare sulla fiamma per tenerla viva, guardare le scintille ondeggiare e volare verso l’alto: Le anime dei peccatori, e i diavoli che se le portano via.
Nel frattempo, in lontananza, si sente esplodere un primo colpo di fucile, poi un altro, e un altro ancora. Sono scoppi distanti, ma solcano il silenzio della valle, invadendola con la loro eco. Battista raddrizza la schiena e sosta un momento. “Hai messo il sale nell’acqua?” Chiede a Jole sulla porta. Lei fa sì con la testa. “Allora mettici anche la farina e inizia a girarla, mamma sarà qui a momenti.”
Quando arriva, Rita apre la borsa che ha portato con sé e ne tira fuori formaggio di malga e verdura tagliata. “Brava”, dice soddisfatta alla figlia, posando il bastone della polenta. “Hai fame?” Stendono la tovaglia. Battista si lava le mani alla cisterna. Lui e Rita si scambiano qualche parola, mentre un profumo di buono invade la stanza. Si mettono a tavola.
La piccola Jole mangia muovendo la testa al ritmo di una muta melodia, mentre fissa incantata la ghiaia illuminata dal sole oltre la porta spalancata. Più tardi, pensa, darà una mano al papà con la carriola. “C’è ancora un po’ di polenta”, dice mamma. “Chi ne vuole?…”
Hanno appena terminato di mangiare, quando odono un fruscio di frasche e dei sassi rotolare lungo la scarpata. “Buono! Tobia! Vieni qui!!” Tuona e fischia un cacciatore, approdando dal bosco allo spiazzo davanti alla baita. Subito dopo lo raggiungono gli altri due con i loro cani. Battista gli va incontro sulla porta, Jole è subito dietro di lui. “Prendete un caffè?” Chiede con fare che non ammette rifiuto. I tre non si tirano indietro, ma preferiscono non entrare, restano lì fuori, in silenzio, tengono a bada i cani. Il più anziano dei tre scambia qualche parola con il padrone di casa. Jole osserva intimorita i loro fucili. Visti da vicino, sembrano enormi e più pesanti. Ne scopre e ammira il disegno sul calcio intagliato. Poi, la sua attenzione viene attratta dai cani: hanno al collo il richiamo che emette un sibilo a ogni loro movimento.
“Di dove siete?” Chiede Battista, porgendo loro le tazzine con il caffè fumante.
“Del Pian della Corna.” Risponde il più grande.
“Tutti?”
“Sì.”
“Preso qualcosa?”
Il giovane indica la tasca della propria giacca con fare eloquente: “Due starne, un paio di quaglie. Poca roba”, dice con una levata di spalle.
“Porta anche la grappa”, grida Battista alla moglie.
I tre restano in piedi, non vogliono stare a lungo. Due di loro sono fratelli, figli del Gianni delle case sparse, il fratello del postino. Allora conosceranno la Giromina, s’informa Battista. Come no, risponde il più grande, la conoscono tutti in paese…
“Sono andato a scuola con Matteo”, interviene a un tratto il più giovane, che arrossisce subito dopo.
Jole sussulta all’udire il nome di suo fratello, non ha mai visto il ragazzo che l’ha pronunciato, ma istintivamente cerca in lui un segno, un ricordo. Anche lui la scruta, ma poi non ce la fa e si sottrae a quei grandi occhi chiari affamati di risposte, ammutolisce di nuovo, immerge lo sguardo nel fondo della tazzina che tiene in mano. Battista zittisce, esita un istante, sembra voler dire qualcosa, infine decide di far finta di non aver sentito e riprende a parlare con il più grande dei tre giovani cacciatori. Matteo, per lui, è una ferita aperta, il vuoto, motivo delle sue liti con Rita, che dice che lui, in fondo, non l’ha mai voluto accettare.
I cacciatori godono ancora un momento di quell’ospitalità, poi ringraziano, salutano e si rimettono in cammino. Jole rimane sulla soglia a guardarli immergersi e sparire nel folto del bosco. Il flebile fischio del richiamo dei cani, unica traccia della loro presenza.
Poco dopo, Jole sale allo stagno con Briciola. Sulla via del ritorno, sente esplodere i colpi di una doppietta. Sono molto forti stavolta, i cacciatori devono essere vicini. Si guarda intorno in cerca del cagnetto che se l’è già svignata. Lei invece resta dov’è, sorpresa di non provare paura. Un altro sparo: il boato, poi un sibilo e il ticchettio dei proiettili sulle foglie. Istintivamente Jole si china, porta le mani alla testa. L’attimo dopo scatta come una molla e corre a rotta di collo verso il basso. In lontananza la voce di Battista urla il suo nome. Non appena la vede sbucare dal sentiero, le corre incontro. “Stai qui con a me adesso”, dice calmo prendendola in braccio e carezzandole i capelli. “Non sono andati lontano.”
Passato lo spavento, si rimettono al lavoro insieme, uno accanto all’altro. Di tanto in tanto si odono ancora degli spari, sempre più radi e remoti, finché torna di nuovo il silenzio. Poi il sole gira dietro la montagna e il freddo comincia subito a farsi sentire. “Dì alla mamma che tra poco scendiamo”, dice Battista alla piccola, iniziando a radunare gli attrezzi. In quel momento odono un ultimo sparo. E’ tardivo, inatteso, da un pezzo non se ne udivano più. E’ strano, arriva quando l’aria ha già cambiato colore. Arriva da troppo vicino. Poco dopo un latrato: prima una, poi più bestie insieme, che urlano, chiamano. Senza dire una parola, Rita e Battista si avvicinano allo steccato e scrutano fra gli alberi in attesa. Si guardano in silenzio, Battista scuote la testa: è successo qualcosa. Poi un grido. Non c’è dubbio: Battista si getta nel bosco e corre inseguendo grida e latrati. Con le braccia si fa strada fra i rami, mentre le voci si fanno sempre più forti e vicine, disperate.
Giunto a una piccola radura coronata da betulle, ciò che vede è un corpo abbandonato, le gambe piegate in una posa innaturale, un braccio dietro la schiena, l’altro disteso nel verde. Non respira più. Nel folto di quella pozza d’erba squassata dai cani c’è il suo fucile, la canna fuma ancora. Poco più in là, in ginocchio, un ragazzo piange con le mani sul volto. Battista resta immobile, le braccia lungo i fianchi. Non può sfuggire alla visione del corpo spezzato di quel giovane, mentre ascolta in silenzio il continuo, straziante lamento del fratello, interrotto dai singhiozzi. Un alito di vento scuote le fronde più alte degli alberi, foglie gialle cadono attorno e sopra il corpo del ragazzo, che nessuno osa ancora toccare.
La piccola Jole si avvicina piano. Mamma non ha saputo impedirle di raggiungere il papà, e lei è arrivata fin qui. Ora, però, pare non capire. E questo, forse, la rende più forte degli uomini che le stanno accanto, muti di fronte al corpo esanime di un ragazzo. Battista non la trattiene e lei lo supera, addentrandosi nell’erba: vuole rivedere quel volto. E adesso che lo sta fissando, lo sente già familiare. Il ragazzo dall’aria triste e schiva, quello che conosceva suo fratello e non guardava in faccia nessuno, quel ragazzo, ora, ha gli occhi fissi, sbarrati, nessuno ha potuto sfiorarli. Sono immersi nel cielo. Sorridono.

Vespa ET3 Special

L’altro giorno, con il caro amico Red (e Mela, e tiZ) abbiamo percorso all’indietro i dotti della memoria e, senza troppa fatica, anzi, ci siamo ritrovati tutti quanti in un’ansa assolata della nostra testa. Un posto dove il sole e il profumo dell’erba non svaniscono mai. Un campo butterato e scosceso, poco lontano da casa, dove menar calci a un pallone, sudare, tifare, immergersi anima e corpo nel mito, godendosi il presente. Un luogo dove competere, ridere e litigare con i propri coetanei, compagni dei pomeriggi di gioco. Un posto dove misurarsi, dove imparare a conoscersi.

Così facendo, per associazione di idee, di sensazioni e di ricordi, mi è tornato in mente un racconto scritto otto anni fa. D’estate o sotto la neve pestata, sempre là, fuori dalla finestra della cucina di casa, vi ho ritrovato quel campo incolto e trasandato. E un po’ di me, di noi.

Quel campo oggi non c’è più. Ma io non ne sono poi così convinto.

E quindi…

 

 

 

Abitavo la prima di una fila di case, dente di un pettine di periferia. Case squadrate e spoglie, costruite da uomini che non conoscono la fatica. Case abitate, mai finite, dalle calde cucine odorose e le parlate ruvide come l’intonaco delle pareti.
Non appartenevo a quel luogo, lo conobbi a otto anni. Vidi per la prima volta la mia nuova casa che era ancora un cantiere, era una mattina di gennaio. Non conoscevo un inverno così rigido e incolore, il mio aveva il profumo del mare. Varcai una soglia di cemento, chiedendomi come potesse essere chiamata casa quell’insieme di stanze sporche e vuote.
Traslocammo in primavera. Per alcuni mesi il prato davanti a casa restò una distesa d’erba incolta, alta fin sopra le ginocchia. Poi papà vi piantò i primi tronchi: tre pini marittimi, per far sorridere ancora mamma.
Col tempo conobbi i ragazzi della via, i miei nuovi vicini. Dissero che ci avevano visto approdare, quel giorno di gennaio, me e mio fratello; che al primo momento avevano pensato fossi una bambina. Divennero presto i miei nuovi amici e compagni: le mattine sui banchi di scuola, i lunghi pomeriggi di gioco all’aperto. Finivo i compiti prima ancora che mio fratello, più grande di me, tornasse a casa per pranzo ed ero ancora seduto a tavola quando vedevo sbattere una tovaglia dalla finestra della casa di fronte, un segnale subito seguito dal tintinnio dei campanelli delle biciclette e dal rumore delle pallonate contro muretti e ringhiere.
Sandro era uno di loro, uno di noi. Ogni mattina, intontiti dal sonno, aspettavamo insieme l’autobus che ci portava a scuola. Avevamo solo un anno di differenza e divenne presto l’amico più intimo, il mio unico confidente. Quando ci riversavamo fuori dalle classi di corsa al suono della campanella, Sandro, che era sempre tra i primi a salire sullo scuolabus, mi teneva un posto accanto al suo, difendendolo dagli attacchi dei più grandi. Durante le interminabili partite di pallone, lui stava quasi sempre in porta. Non aveva lo scatto, ma di certo non temeva le pallonate. Segnargli un goal, però, era un po’ come screditarlo, non mi dava piacere. Nel comporre le squadre, quindi, ci sceglievamo sempre, anche se così ci esponevamo allo scherno degli altri.
Trascorrevamo interi pomeriggi insieme, Sandro e io. D’estate ci rifugiavamo spesso al fresco dell’interrato di casa mia. Talvolta, oscuravamo le finestre per creare un’ambientazione più adatta, poi scendevamo a turno la scala con una torcia elettrica in mano, avventurandoci verso l’ignoto di una caverna o nella stiva di una nave. Indossavamo degli elmetti di plastica, quello di Sandro calcato a fatica sul folto dei suoi capelli. Ci tendevamo agguati l’un l’altro, cercando un nascondiglio sempre nuovo nel sottoscala o fra le casse accatastate dai tempi del trasloco. Alla fine, esausti, deponevamo le armi.
“Adesso siamo su una spiaggia deserta. La sabbia è bianchissima e dietro di noi ci sono le palme.” Sdraiati sul fresco del pavimento, ci immaginavamo il rumore delle onde e il soffio di una brezza equatoriale. “Ora siamo senza vestiti, liberi.”  Sussurravamo. “Arrivano due ragazze, nude anche loro, e si sdraiano con noi.” Sospiravamo eccitati. “Ecco, cominciano a strusciarsi sopra di noi!” Per qualche istante riuscivamo a crederlo.

 

A casa sua conobbi la mamma di Sandro. Si chiamava Maria e aveva gli occhi tristi, non sorrideva mai, il papà di Sandro era morto qualche anno prima. Sandro adorava sua madre. Quando rientrava dal lavoro, le correva incontro e le buttava le braccia al collo sulla soglia. Rispettavo quel sentimento, gli faceva onore, e poi era uno dei rari momenti in cui vedevo sorridere quella donna.
Sandro aveva una sorella più grande, che lavorava già, e assisteva compiacente alla rivoluzione che portavamo in quella casa. Non prestavo orecchio ai discorsi fra lei e sua madre, ma avvertivo la medesima tristezza nei loro gesti e nelle loro parole, un’ombra che pareva essersi diffusa un po’ ovunque, era come se la gioia avesse abbandonato quella casa. Sandro apparentemente non ci faceva caso, ma entrambi stavamo meglio in strada, fuori di lì, in un universo di voci squillanti e regole improvvisate che mutavamo ogni volta a nostro piacimento.
Un pomeriggio che eravamo soli in casa sua, giocammo quasi tutto il tempo sul tavolo di cucina e a un certo punto Sandro mi mostrò per la prima volta la sua collezione di adesivi. Non erano tanti, in effetti, io ne avevo molti di più, che accumulavo gelosamente in un cofanetto in camera mia, dal quale li estraevo per contarli e rimirarli godendo del semplice fatto di possederli. Sandro invece conservava i suoi, mischiati con spille, soldatini e altre cianfrusaglie, in una ciotola su una mensola della cucina. Me ne mostrò orgogliosamente il contenuto, con un sorriso che gli illuminava il volto. Devo averlo compatito in quel momento, non solo perché avevo molti più adesivi di lui, più rari e più belli, ma perché sapevo di essere più fortunato: vivevo in una casa grande, avevo un giardino tutto mio, mia mamma era sempre a casa con me, non doveva andare a lavorare.
“Questo è veramente bello” disse Sandro, estraendo un adesivo lungo e sottile dal suo cumulo di paccottiglie, e fui subito colpito da quella scritta arancione luminescente su sfondo nero. “Vespa ET3 Special”. Declamò guardandomi. “Me l’ha regalato mio cugino. E’ originale, sai? Lui ha una moto vera.” Era davvero bello. Non avevo mai visto un adesivo come quello, doveva essere autentico e raro. Fui colmo d’invidia, ma non volli dare a vedere al mio amico quanto mi piacesse il suo trofeo. Mostrai invece un interesse adatto alla trattativa che mi accingevo ad avviare, ma quando gli chiesi cosa volesse in cambio del suo adesivo, Sandro mi scoraggiò subito dicendo che era per lui troppo bello e prezioso per farne merce di scambio. Disse che aveva intenzione di appiccicarlo sul sellino della bicicletta che sua mamma gli aveva promesso per Natale. Provai a insistere, ma dovetti arrendermi ben presto. Sandro ripose la ciotola e ci dedicammo ad altro.
Quando fu il momento di andare a casa, mentre Sandro riponeva i giochi nella sua cameretta, rimasi da solo in cucina. Non ricordo se il mio sia stato un gesto premeditato o il frutto di un impulso improvviso. Fatto sta che, senza pensarci due volte, misi mano al suo reliquario, ne tirai fuori l’adesivo e me lo infilai in tasca. Avevo il cuore in gola, ma al suo ritorno, ressi lo sguardo del mio amico senza tradirmi. Quel bottino rimase nella mia tasca finché, arrivato a casa, al sicuro della mia cameretta, lo tirai fuori di nuovo, mi avvicinai alla finestra e osservai di nuovo la scritta fiammeggiare alla luce del sole rigirandolo fra le dita. Ora è mio, pensai, riponendolo con gli altri nel mio cofanetto e immaginandolo appiccicato al sellino della mia bici da cross. Prima di esporlo, però, avrei dovuto aspettare del tempo, finché le acque non si fossero calmate. A chi me l’avesse chiesto, poi, avrei risposto di averlo avuto da un amico di mio fratello. Non mi curai della fragilità del mio piano, né di quello che avrebbe potuto pensare Sandro. Nelle settimane che seguirono, ogni volta che io e lui tornammo sull’argomento, negai ostinatamente di averlo visto o di averlo preso. Per un po’ di tempo continuai a ammirarlo in segreto, in attesa del momento in cui avrei finalmente potuto goderne appieno. Col passare del tempo, però, il mio interesse andò scemando, finché mi dimenticai di averlo.

 

Venne l’inverno in cui fummo sepolti da un metro di neve. Su tutto calò immobilità e silenzio. Le scuole chiusero per una settimana e per qualche giorno sulle strade passarono solo gli spazzaneve. La nostra via si trasformò in lungo tappeto bianco.
Non appena ci fu permesso, noi ragazzi ci radunammo a giocare per strada, immersi in quel bianco che dava nuovo aspetto a ogni cosa. Avvolti nelle nostre armature impermeabili, ci rincorremmo per ore con bob e slittini su e giù per la via divenuta un’enorme pista, sfogando le energie residue in un’ultima battaglia a palle di neve. Infine, ci ritrovammo tutti in cerchio, sudati, con il fiatone e il vapore che usciva da sotto le nostre giacche a vento bagnate. I grandi parlavano fra loro, mentre noi più piccoli ci limitavamo a dare eco alle loro risate. Erano eccitati e stanchi, ma non appagati del tutto e, come spesso accadeva in occasioni come quella, cominciarono a provocarci fastidiosamente. Il più piccolo di noi, impauritosi, si defilò quasi subito, deglutendo lacrime amare fra lazzi e insolenze. Sandro ed io ci guardammo ai lati opposti del cerchio: quel gioco non ci piaceva, ma sapevamo entrambi che, se volevamo far parte del gruppo, dovevamo restare. Nel frattempo, il tono di voce dei grandi mutò e intercettai lo sguardo complice di uno di loro. L’attimo dopo, infatti, quello alla mia destra sussurrò: “Tutti addosso a Sandro”, fissando il mio amico con un sorrisetto provocatorio. Capii che non attaccavano me per il semplice fatto che mio fratello era lì con noi. Sandro invece era solo, non aveva le spalle coperte, e dava segno di non essersi minimamente accorto dell’imminente imboscata. M’irrigidii, le mani degli aggressori erano già cariche di neve e io non sapevo cosa fare per impedire l’umiliazione del mio amico, cui io stesso ero tenuto a partecipare. Raccolsi il mio pugno di neve in silenzio e, mentre gli altri si scambiavano i primi lazzi propiziatori, scivolai all’esterno del cerchio. Giunto alle spalle di Sandro, da dove avrei potuto colpirlo impedendogli la fuga, bisbigliai nella vana speranza di essere udito solo da lui: “Attento! Ce l’hanno con te!”
Gli sguardi indispettiti di tutti furono subito su di me. Sandro, invece, si voltò e mi guardò gelido senza battere ciglio, né retrocedere di un passo. “Non è divertente”, disse fissando il mio guanto pieno di neve. “Neanche un po’.” Nei suoi occhi vidi solo amarezza, non certo comprensione per chi tradiva lui e gli altri insieme. Abbassai lo sguardo. Nessuno reagì, né replicò alle parole del mio amico. Scese il silenzio. Allora Sandro si voltò e s’incamminò lentamente verso casa, seguito solo da qualche goffo invito a restare e a non prendersela.
Lo guardai allontanarsi avvolto nella sua giacca a vento rossa, in una mano il cordino dello slittino, nell’altra la berretta di lana, il casco di folti capelli castani ancora asciutti.
Quando mi voltai, capii che per i grandi era giunto finalmente il momento di scatenare la foga mancata.

 

Rientravo dall’università nella calura di un pomeriggio di fine giugno. Fiaccato dall’afoso viaggio in treno, decisi di fare a piedi gli ultimi chilometri che mi separavano da casa. Avevo appena lasciato la stazione, quando udii gridare il mio nome, seguito da un fischio. Mi voltai e vidi una mano che s’agitava dal finestrino di una macchina ferma in mezzo alla strada. Al volante riconobbi Sandro che mi faceva segno di raggiungerlo e salire in macchina con lui. Non cercavo un passaggio e provai anche un certo imbarazzo all’idea di trovarmi faccia a faccia con lui: non ci parlavamo più da anni. Quando mi avvicinai, però, non riuscii a oppormi al suo fare insistente.
“Che ci fai da queste parti?” Disse, avviandosi. Gli spiegai da dove venivo. “Studi ancora, quindi”, fece lui. Annuii: in effetti mi stavo laureando, ma non trovando una definizione adeguata alla mia situazione, preferii non aggiungere altro. Notai che Sandro portava gli occhiali, il che in un certo modo contrastava con la sua tenuta da muratore di ritorno dal cantiere: maglietta bianca, lisa, macchiata di cemento, pantaloncini di jeans tagliati, scarponcini da lavoro infangati. Anche l’abitacolo dell’auto era sporco e in disordine: poggiavo i piedi su fogli di giornale e bottiglie di plastica vuote. Il cruscotto era coperto da una coltre di polvere, le fodere dei sedili puzzavano di fumo.
“Allora, come stai?” Sandro ruppe di nuovo il silenzio. Aveva una voce che non gli conoscevo, roca, asciugata. Ti arrivava addosso ruvida, senza preavviso. Lo guardai in faccia e vidi un uomo. Ne riconobbi lo sguardo, sul quale, però, si era posato un velo opaco, privandolo della luce d’un tempo. “Bene, non mi posso lamentare”, risposi. “E’ vero che lasci il paese e vai a giocare in un’altra squadra?” S’informò lui. A quelle parole improvvisamente realizzai che Sandro sapeva qualcosa di me, mentre io di lui non sapevo nulla; ma soprattutto capii che una parte della nostra esistenza, sotterranea, nonostante gli anni trascorsi e il silenzio, scorreva ancora vicina. Risposi con entusiasmo a quella domanda, felice di avere a un tratto qualcosa di cui parlare. Mentre gli dicevo di me e gli raccontavo delle mie ultime vicende sportive, Sandro m’ascoltava in silenzio, di tanto in tanto annuiva con uno strano sorriso. A un tratto, però, m’interruppe bruscamente.
“Cazzo!” Sbottò. “Guarda me! Guarda come son conciato: ho la schiena a pezzi!” Bestemmiò. “Come si fa a esser già ridotti così a trent’anni?!” Esclamò picchiando una mano sul volante. Ventisei, dissi mentalmente. Alla violenza di quella reazione, mi bloccai e preferii fissare la strada davanti a me: scorsi una brutta crepa che si propagava dall’angolo basso del parabrezza; e sì che deve guadagnare bene, non potei fare a meno di pensare. Non parlammo più finché non arrivammo a casa. Scesi dall’auto davanti al cancello di casa, lo ringraziai e lo salutai. Avevo ancora addosso l’eccitazione provata poco prima, quella di quando si crede di aver ritrovato qualcosa dopo tanto tempo, qualcosa che in fondo si pensava di aver perduto per sempre. Sandro mi salutò senza sorridere. Chiusi la portiera e lui accelerò subito, esageratamente, dirigendosi verso il fondo della via.

 

Mi laureai alla fine dell’estate, dopo qualche tempo trovai un impiego e mi trasferii in città. Sandro morì la primavera dopo. Overdose. Lo seppi da mia madre. Nell’apprendere la notizia non riuscii a dire nulla. Mi resi conto di non avere parole, di non averne mai avute. Rimasi in silenzio anche allora, anche quando ci si aspettava da me una reazione, una memoria. “E’ stato il tuo miglior amico, in fondo.” Guardai fuori dalla finestra della cucina, ma ciò che cercavo non era più lì. Mi ricordai allora di una cosa: andai in camera mia e aprii un armadio che né io, né mia madre avevamo ancora trovato il coraggio di svuotare. Frugai finché, nascosto sul fondo, trovai il cofanetto dei miei tesori d’infanzia. L’aprii: era ancora lì. Lo tirai fuori e lo guardai brillare ancora una volta in tutto il suo inutile splendore. Sandro, uno di noi. Nessuno poteva più restituirgli ciò che gli era stato rubato.

 

 

Vespa ET3 Special_05