Notte iperborea

Antinoo

Antinoo – tiferett.wordpress.com

Spiovuti i lustrini
sei un Dio caduto
fauno della mia giovinezza.

La tua anima efebica e scaltra
traduceva l’incerta sofferenza
in soffitti amorosi.

Presto inciamparono i miei sogni
all’ombra dell’Olimpo.

Svelai l’inganno di quei giorni.
Si eclissò il mio volto
allo specchio.

Da allora non ti vidi più.

[I.P., 31/8/2018]

specchio

Luna

Luna nel bosco

una nullità
questo penso di me
se mi vedo
con i tuoi occhi.
mi chiedo come fai
a sopportarmi
a sopportare me
il mio stupido riso
la mia voce
i miei occhi pavidi
immobili
la mia faccia posticcia
ebete e muta.
che ci trovi
mi chiedo
in un essere senza ossa
in un contenitore vuoto?
ti prego, dimmi
quando mi guardi
tu, cosa vedi?

5

Esattamente cinque anni fa aprivo questo blog (l’orologio del sistema, qui, non ha esitato a ricordarmelo). Allora non sapevo cosa significasse avere un blog e ancora oggi sto cercando di capirlo.
Posso dire che in questi anni ho conosciuto tante persone. Le ho conosciute attraverso pagine scritte, immagini, pensieri, commenti. E non solo.
Posso dire di aver conosciuto qualcosa in più di me stesso.
E tutto questo mi piace molto.
E c’è ancora molto da dire e da scoprire, ne sono certo.

Ringrazio quindi tutti Voi per ciò che mi offrite ogni giorno e l’attenzione che mi dedicate.

Per festeggiare – se mi è consentito dire così, oggi pubblicherò non una, ma ben due puntate del mio ultimo racconto, [O] (del titolo mi sa che parleremo). Sono le ultime. Il viaggio finisce qui (ma non ne sono così sicuro…). Devo ammettere che mi è piaciuto molto farlo.
Ringrazio chi mi ha letto e chi mi ha anche dato un suo spassionato parere, o mosso una critica sincera, cose per me assai importanti.
E ringrazio anche Robert e June per essermi venuti a trovare. Incontri cosi non capitano mica tutti i giorni.

A Voi.
Buon Ferragosto.
Paolo

Sogni

Sogni esausti

Sogni esausti

– Una volta, quando andavo ancora al liceo, una delle psicologhe mi ha convocato nel suo ufficio. Lo faceva con tutte le ragazze, una alla volta. “Qual’è il tuo sogno?”, mi ha chiesto. “Che cosa immagini che farai, da qui a dieci anni? O venti?” Allora avrò avuto sedici, diciassette anni. Ero ancora una ragazzina. Non sono riuscita a pensare a una risposta. Sono rimasta seduta là come un sacco di patate. La psicologa aveva suppergiù l’età che ho io adesso. E secondo me era già vecchia. “E’ vecchia”, ho pensato tra me e me. Mi rendevo conto che aveva già vissuto metà della sua vita, lei. E avevo come la sensazione di sapere una cosa che lei non sapeva. E non avrebbe mai saputo. Un segreto. Qualcosa che nessuno doveva sapere e nemmeno parlarne. E così sono rimasta zitta. Mi sono limitata a scuotere la testa. Mi sa che mi avrà classificato come una un po’ tonta. Però, proprio non riuscivo ad aprir bocca. Sa cosa voglio dire? Credevo di sapere cose che lei neanche si immaginava. Se qualcuno mi facesse quella domanda adesso, sui miei sogni e tutto il resto, gli risponderei.
– E cosa gli diresti, tesoro? – Ora le ho preso l’altra mano. Ma non le sto facendo le unghie. Gliela reggo e basta, in attesa di ascoltarla.
Lei si tira avanti sulla poltrona. Cerca di riprendersi la mano.
– Che gli diresti?
Sospira e si appoggia allo schienale. Lascia la mano tra le mie. – Direi: “I sogni, be’, sono le cose da cui ci si risveglia”, ecco che cosa direi -. Si liscia la gonna sulle gambe. – Se qualcuno me lo chiedesse, direi proprio così. Ma nessuno me lo chiederà più.

[R. Carver, da “La briglia”, racconto contenuto in “Cattedrale”, 1983 – Ed. Einaudi Super ET, 2014, Trad. R. Duranti]

Avete presente quel curioso, cabalistico fenomeno – per me assai prezioso, per il quale in un breve lasso di tempo ci si ritrova a leggere più volte, da più parti, per più voci fra loro indipendenti di uno stesso tema, di uno stesso concetto. Il “sogno” in questo caso. Ecco. Oggi ancora, leggendo, mi è balzata agli occhi questa interpretazione. Assolutamente vera. Anche lei. Come tutte le altre.