Notte iperborea

Antinoo

Antinoo – tiferett.wordpress.com

Spiovuti i lustrini
sei un Dio caduto
fauno della mia giovinezza.

La tua anima efebica e scaltra
traduceva l’incerta sofferenza
in soffitti amorosi.

Presto inciamparono i miei sogni
all’ombra dell’Olimpo.

Svelai l’inganno di quei giorni.
Si eclissò il mio volto
allo specchio.

Da allora non ti vidi più.

[I.P., 31/8/2018]

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specchio

Luna

Luna nel bosco

una nullità
questo penso di me
se mi vedo
con i tuoi occhi.
mi chiedo come fai
a sopportarmi
a sopportare me
il mio stupido riso
la mia voce
i miei occhi pavidi
immobili
la mia faccia posticcia
ebete e muta.
che ci trovi
mi chiedo
in un essere senza ossa
in un contenitore vuoto?
ti prego, dimmi
quando mi guardi
tu, cosa vedi?

Una semplice formalità

Una semplice formalità

A. Modigliani, Ritratto di donna (dettaglio) – web

Il sabato che precedeva il Natale ricevettero la visita inattesa dei genitori di lei. “Passavamo di qui…”, dissero. Antonio notò subito che i suoceri erano più vivaci del solito. Eccitati, pensò. Mentre Elisabetta preparava una cena improvvisata, loro continuavano a fare avanti indietro dalla cucina al salotto, dove non riusciva a trattenerli. Come se le fodere delle poltrone fossero bollenti. “Posso offrirvi qualcosa, un aperitivo?”, chiese loro, inseguendoli con dei bicchieri vuoti in mano. Rifiutarono. Mentre apparecchiava la tavola, parlarono un po’ del più e del meno e, come accadeva spesso, Antonio rispose alle loro domande con la sensazione di non essere ascoltato. I suoi suoceri erano sempre stati molto gentili con lui, ma era passato già qualche anno ormai e lui aveva la sensazione di non averli ancora incontrati. Non ricordava una sola occasione in cui gli avessero chiesto un parere, un consiglio; non una volta in cui avesse pensato che il suo punto di vista o le sue opinioni suscitassero il loro un sincero interesse. Era come se si trovassero al di là di un muro. Non si trattava di un muro, in verità, ma di qualcosa di più sottile. Una superficie trasparente e invalicabile, uno scudo di cristallo, fatto di convenevoli e amabili cerimoniali.
Benestanti, colti, indubbiamente arrivati. Tradivano però l’affettazione di chi non vuole apparire per quello che è, negando la pur meritata conquista del proprio status sociale. La fredda, studiata eleganza della loro abitazione era metafora perfetta dell’ospitalità e del contemporaneo distacco che erano in grado di comunicare. Elisabetta, d’altro canto, difendeva quel territorio, che sentiva anche suo, e lo faceva in modo istintivo e caparbio, senza avvertire in questo alcuna contraddizione, nulla che inficiasse l’eterno amore promesso a suo marito. Il suo intento era forse quello di affrancare l’uno e gli altri da confronti e giudizi reciproci, o forse quello di nascondere a entrambi le rispettive imperfezioni. I piccoli grandi difetti di un marito inadeguato, le piccole grandi contraddizioni in seno a una famiglia che avrebbe voluto perfetta, ma che forse così perfetta non era.
Antonio sentiva tutto questo, ma vi passava sopra, poiché era convinto di poterlo accettare. Di doverlo accettare. Come un indumento, si era unito a sua moglie in un’esistenza di aggiunta. Pur vivendo con lei un rapporto intimo ed esclusivo, sapeva di non essere parte integrante della sua vita, di non costituirne l’ossatura, di non determinarne gli orizzonti, gli orientamenti. Viveva tutto ciò supinamente, in silenzio, senza un lamento, un’obiezione. Si era sempre comportato così, fino a quella sera. Ma quella sera, sebbene non avesse mai osato intralciare il corso degli eventi, ma vi si fosse sempre adeguato, come si deve a un marito mansueto, egli venne a sapere di rappresentare una minaccia.
“Caro, i miei hanno portato un documento che dovresti firmare”. Antonio registrò con un lieve ritardo le parole di sua moglie. Un documento?, si chiese. Un documento che lo chiamava in causa in prima persona e necessitava addirittura della sua firma. Che poteva mai essere, che stava succedendo? Ci doveva essere un errore, lui non aveva voce in capitolo, non era altro che il ramo aggiunto, l’estensione, la tollerata evoluzione nella vita di una figlia. L’espressione del libero arbitrio di una donna e dell’amore incondizionato dei suoi genitori. Che cosa gli stavano chiedendo, quindi? Perché avevano bisogno di una sua firma?
“E’ una semplice formalità”, disse Elisabetta, che evidentemente era al corrente di tutto.
“Non è un atto dovuto”, aggiunse la suocera. “Ma il notaio ci ha spiegato che può facilitare le cose”. Antonio colse l’imbarazzo nel tono di voce della donna, nel suo sorriso, cui immancabilmente, educatamente rispose.
Facilitare cosa?, pensava nel frattempo. Ma come sempre non disse nulla. Non lesse nemmeno il contenuto dei fogli che gli misero nelle mani, lasciò che glielo riassumessero loro. Elisabetta, poi, fu dolcissima, e lui, che per nessuna ragione al mondo avrebbe voluto deluderla, siglò docilmente le carte.
Sposandosi, Elisabetta e Antonio avevano scelto la separazione dei beni. D’altronde, giovani neolaureati quali erano, possedevano ben poco, i loro stipendi messi insieme coprivano appena le spese e l’affitto. Tuttavia in quei giorni, dicevano le carte, Elisabetta diventava proprietaria di un appartamento, nuovo, non ancora ultimato, intestatole dai genitori. Un investimento e un dono. L’atto chiedeva a Antonio di rinunciare da subito a qualsiasi forma di rivendicazione su quella proprietà, la quale, di fatto, non era sua, né avrebbe mai potuto esserlo. Di per sé non c’era nulla di strano in questo, solo a Antonio parve perfettamente inutile rimarcarlo, e ancor più correre ai ripari a quel modo, scomodando un notaio. Ma nell’apporre la propria firma, egli sapeva di compiere il proprio dovere, la scelta che avrebbe comunque fatto, se ne avesse avuto la possibilità.
Firmatili, restituì frettolosamente i fogli, respingendo lo scomodo pensiero che una cosa del genere non avvenisse per caso, ma a seguito di un’attenta valutazione. Ma non v’era ragione di lamentarsi, in fondo: senza che nessuno dovesse ordinarglielo, Antonio faceva ritorno alla gabbia dove aveva scelto di condurre il resto della propria esistenza.
“A tavola, è pronto! Caro, abbassa la musica per favore…”

Per motivi di lavoro, Antonio ed Elisabetta non vissero subito sotto lo stesso tetto, dovettero aspettare due anni. In quel periodo di attesa, lui ebbe una piccola avventura. Una breve storiella romantica e inadeguata, soffocata sul nascere. Qualcosa, però, che gli diede l’illusione, seppur momentanea, di poter ancora godere delle carezze della vita. Poi, non appena venne il momento, affittarono un appartamento nella città di lei, con l’intenzione di mettere radici. Pensarono ad avere dei figli. La scappatella, taciuta, venne presto dimenticata.
Antonio stimava sua moglie ed era convinto che lei facesse altrettanto. Si fidava di lei, si affidava a lei, alla donna che, fra tanti, l’aveva scelto e aveva creduto in lui. Il che era stato sufficiente a convincerlo che tutto avesse un senso e che fosse ormai giunto il momento di costruire una famiglia. Si potrebbe dire che era fiero di avere al proprio fianco una donna dotata di una così rara combinazione di onestà, affidabilità, gusto ed eleganza. Aveva solo un difetto: non era una moglie devota.
Elisabetta, dal suo canto, fin dal primo anno di matrimonio combatteva la sua battaglia.
“Ho parlato con tua madre”, disse una volta, mentre rincasavano in auto dopo una cena dai genitori di lui. “Le ho detto di non permettersi più di rivolgermi la parola a quel modo”, continuò allo sguardo sorpreso di Antonio. Si accese una sigaretta e tenne lo sguardo fisso davanti a sé. “Mai più!”, esclamò dopo un breve silenzio. La sua voce era fredda, metallica. Antonio vi lesse la stanchezza che giunge dopo l’impresa, quella di chi ha resistito all’urto di un attacco, subito e respinto. Ma vi lesse anche la risolutezza di chi, dopo aver tanto lottato, s’arrende infine all’evidenza.
Seguì l’asciutto resoconto di un feroce scambio di battute fra lei e la suocera. Cui Antonio fece eco mostrando solo un postumo ed inutile risentimento nei confronti di quella che reputava la causa di ogni suo male: sua madre, colei che – ne era sinceramente convinto – voleva indurli al conflitto a tutti i costi. Nella sua visione delle cose, era sua madre a costringerli ad affrontare ostacoli inesistenti che prendevano forma in virtù delle sue stesse provocazioni. Antonio s’illudeva che, rimosso quell’elemento di disturbo, lui ed Elisabetta avrebbero condotto indisturbati la loro esistenza.
Pareva sincero lo stupore col quale seguì il racconto di sua moglie. In qualche modo provò anche ad offrirle un conforto. Mentre guidava, la guardava di sottecchi cercando di capire la portata di quanto era appena accaduto e cosa si aspettasse da lui. In realtà era smarrito: cosa avrebbe dovuto fare? Si rimproverò per aver permesso che Elisabetta avesse dovuto difendersi da sola dalle aggressioni di sua madre. Al tempo stesso era convinto che lei non avesse alcun bisogno del suo aiuto e che, in quel preciso istante, non badasse minimamente alle sue parole di scusa, né alla sua più o meno esplicita, più o meno tardiva manifestazione di solidarietà.
Calò quindi il silenzio, quello che sempre accompagnava gli eventi che minacciavano il loro quieto vivere. Un silenzio così naturale per Antonio. Un silenzio che, al suo primo manifestarsi, spaventò Elisabetta al punto da farla piangere. Perché, come ebbe modo di confessargli, in lacrime, ciò che più la spaventava facendola sentire impotente e sola, era proprio la distanza che quel suo silenzio metteva fra di loro.
Quella volta in macchina, però, Elisabetta non pianse. Non più.

Nei giorni successivi, non parlarono più di quanto era accaduto quella sera e Antonio si guardò bene dal tirar fuori l’argomento. Accadde che, per effetto di una sorta di tacito accordo, da quel giorno smisero di frequentare la casa dei genitori di lui. A Natale, non potendo rifiutare l’invito, Antonio fece loro visita da solo adducendo una scusa per l’assenza di sua moglie, un copione che si sarebbe ripetuto molte altre volte. Nel frattempo, le frequentazioni della famiglia dei consuoceri continuarono a poggiare sulle consuete, solide apparenze, condite da affabili sorrisi e imperturbabili silenzi. Ovviamente, non venne più fatto cenno alle ragioni o al significato di una firma apposta, fra un sorso di vino e una pacca sulla spalla, in calce a un atto notarile.

Passò l’inverno. Quando venne l’estate, Elisabetta, che aveva cambiato lavoro, rimase in servizio anche ad agosto. Antonio rimase con lei in città. Aveva a disposizione due settimane di ferie e in quelle lunghe notti agostane lesse con slancio e gusto ritrovati una serie di romanzi. Con infinito piacere esplorò mondi riscoperti e nuovi, i quali, senza che se ne accorgesse, trattenevano qualcosa di lui a ogni passaggio. Si concesse anche una serie di escursioni in montagna, in luoghi in cui, solo con se stesso, riusciva a trovare sollievo al ristagno e alla calura dei lunghi pomeriggi in città. Fu così che, sulle alture, insieme alla fatica sentì affiorare energie e ansie dimenticate. Tanto da dover cominciare a scriverne. Non se ne rendeva conto, ma si trovava ormai al largo in placide acque d’attesa, salpato com’era, da solo, su di uno scafo alla deriva.

A settembre, Elisabetta seppe il giorno prima di avere diritto a una settimana di ferie. Si diedero subito da fare e all’ultimo trovarono dei biglietti per le Baleari. La mattina dopo erano in aeroporto, seduti di fronte al gate numero 19, in attesa di partire per un’insperata settimana di mare. Felice di averne il tempo, quasi fosse quello il vero senso della partenza, Antonio estrasse il proprio taccuino dal bagaglio a mano e si accinse a prendere nota dei propri pensieri. Qualche settimana prima, aveva conosciuto una nuova collega. Giovane, inesperta e molto attraente. Da qualche giorno il pensiero di lei lo assillava come una specie di ossessione, cui non era ancora riuscito a dare forma. Poggiò la punta della stilografica sulla pagina bianca in cerca d’ispirazione. Nel farlo si guardò attorno soddisfatto: stava bene, percepiva con nitido distacco tutto ciò che lo circondava. Osservò compiaciuto i riflessi della luce del sole sul pavimento, i gesti delle persone, l’espressione dei loro volti. Quanti come lui, si chiese, stavano vivendo un tempo di passaggio? Fissò Elisabetta mentre sfogliava nervosamente una rivista lanciando occhiate impazienti all’orologio da polso. Chi era quella donna seduta accanto a lui? Guardò la lunga pista aeroportuale oltre le vetrate e, più in là, l’orizzonte sfuocato nel riverbero del sole. Chiuse gli occhi, inspirò profondamente, e s’abbandonò a quel bagliore.

R&J fuori a cena – La versione di Silvia

Se c’è una cosa che mi piace dello scrivere è vedere i personaggi che prendono vita. Vederli assumere una propria autonomia. Gambe per muoversi e viaggiare, e volontà per imboccare strade nuove e diverse, impreviste. Voce, gestualità, carattere. Noi gli si dà il là, l’imprinting, ma ben presto quelli si formano, assumono una loro determinazione, una loro voglia di affermazione, di autonomia. E quando li vedi come “altro da te” e li ascolti parlare, quando ti sorprendono, ti guidano, beh… cosa c’è di più figo?
Credo che il commissario Montalbano chiami regolarmente Camilleri per gli auguri di Natale, o il giorno del suo compleanno. E immagino delle divertenti discussioni fra i due a tavola, davanti a una buona bottiglia di vino…
Ma – mi chiedo – anche nella letteratura di genere, dichiaratamente non autoreferenziale, siamo sicuri che sia veramente così?

In una conversazione avuta con Silvia (lapoetessarossa), autrice di ben due versioni del finale del racconto “[O]” (volendo essere precisi, uno, quello che vado a proporvi in questo post, sarebbe una diversa, parallela interpretazione del settimo capitolo, quello in cui R&J escono dall’albergo per passare la serata e andare cena), lei ha detto:
Conoscersi attraverso la scrittura, dove non è la prima persona a parlare, ma i personaggi, fa cogliere sfumature inattese, verità, possibilità, ricordi, momenti che ti hanno segnato, nel bene e nel male, e che trovano nella narrazione una vita nuova, in chi legge una possibilità diversa di conoscenza. Avere la chiave giusta è un dono.
Anche questo è assolutamente vero.
Ed è per questo che voglio rendere pubblico anche questo brano.
Per conoscere e farvi conoscere Silvia.

Io credo nell’inconscio. Credo nel potere che il nostro inconscio esercita su di noi (non si era capito?). Come dicevo in un recente scambio di commenti con Massimo (Legnani), “non si sogna mai per caso, non si scrive mai per caso“. Credo quindi nel profondo legame che abbiamo con i nostri personaggi, che sempre e comunque danno al nostro inconscio la possibilità di esprimersi. Anche se apparentemente usano la voce di un estraneo.
Certo. Ci sono la tecnica, l’esperienza, l’arte. Cose che si apprendono solo con l’applicazione, lo studio, la pratica. E col tempo. Fino a essere in grado, forse, di generare e dare vita a personaggi che con l’autore hanno davvero poco a che fare.

In un commento al precedente post e al suo finale alternativo, sempre Silvia scrive:
Quante porte potrebbero aprirsi. Ogni lettore a questo punto potrebbe decidere l’ultima pagina, a seconda delle proprie inclinazioni, dei propri desideri, oppure di quelli che sospetta possano essere quelli dei personaggi, fedele a loro ma non a se stesso. Nella mia scelta sono stata assolutamente infedele a me stessa. E chiudere con l’indifferenza, con questo sospeso trascinato e pesantissimo, è stato quasi una violenza. Non volevo, ma dovevo.”

Ebbene, Silvia non solo ha dimostrato di avere “tecnica”, ma di sapersi scindere ed entrare perfettamente nel mio scritto, quindi in me. Nei miei personaggi, d’accordo, ma soprattutto nel mio modo di tratteggiarli. Nello scrivere il suo finale alternativo Silvia dimostrava di avermi letto, di sapermi leggere. Di avere la chiave e di saperla usare. Brava lei o facilmente scassinabile io?
Battute a parte. Scrivendo gli ultimi due/tre capitoli, senza nemmeno rendermene conto, io modificavo il mio modo di vedere i personaggi, sciogliendoli come argilla, rimpastandoli fino a formarne di nuovi, rigenerati, che assecondassero il mio capriccio;  modificavo il mio stesso modo di scrivere, che diventava più morbido, meno arido e disilluso, meno disperante, meno incisivo. Nel suo finale, invece, Silvia prendeva il mio posto. Io non ho preso il suo – non era mia intenzione, e probabilmente non ne sarei in grado – lei invece apriva la porta del mio studio, si sedeva alla mia scrivania e posava tranquillamente le dita sulla tastiera del mio pc.

Non so voi, ma io certe cose che fa (fare) la scrittura creativa, le trovo fighissime.

Bene. Dopo tutto questo sproloquio (scusatemi, superare la soglia dei 5 anni deve avermi dato alla testa…), è giunto il momento di dar voce a Silvia. Quella vera.

[O] (7.)

R&J fuori a cena

Robert zittisce June con un bacio alla terza riga del racconto del sequestro. Ordina un giro di tequila. June ne ordina un secondo. Parlano di viaggi, dei posti che vorrebbero visitare, di quelli che non hanno mai visto, parlano di farlo insieme, perché hanno tutta la vita davanti. E in quel momento è vero. Nella folla del locale nessuno li conosce, si dimenticano quanti anni hanno. Sono due ragazzi che si amano e si desiderano. Dopo il terzo giro di tequila lui la trascina fuori. Ha voglia di lei. Glielo sussurra all’orecchio. Lo sguardo di June si accende, lo abbraccia, lo bacia con ardore, gli morde le labbra. Arrivano all’albergo ansimanti, durante il tragitto hanno iniziato a dirsi frasi sconce, un elenco di se facessi impudico e sfacciato. Robert ha la mano che trema quando gira la chiave del portone. Salgono in ascensore. I cigolii sono coperti dai respiri affannosi. Entrano in camera, finiscono sul letto, si spogliano in modo scomposto, lei si rompe un sandalo. Fanno l’amore senza accorgersi di essere sopra i vestiti puliti e piegati. Si cercano, si respingono, lottano per darsi piacere, per ritrovarsi, per vivere un affiatamento che non hanno mai avuto. Se qualcosa li aveva trattenuti ora non esiste più. Non hanno più paura.

[Noi li lasciamo fare, chiudiamo la porta, e andiamo a berci una birra. Sorridiamo dei nostri personaggi, dell’audacia che abbiamo saputo regalargli, pensiamo a Robert che pensa e nello stesso tempo agisce, adesso o mai più, e pensiero e azione si fondono nel momento perfetto, come accade una volta nella vita, se accade. Pensiamo allo sguardo di June, nell’istante del momento perfetto, quando si lascia baciare perché è quello che vuole e non lo nasconde a se stessa. Pensiamo a quanti chilometri di strada hanno fatto per ritrovarsi e amarsi nel posto più lercio del mondo. Nel posto più bello del mondo.]

E poi.
E poi si addormentano sfiniti.
E poi…
Si svegliano alle prime luci dell’alba. E rifanno l’amore!

[O] (Sliding Doors)

 

(Perché viaggiare in compagnia è anche più bello)

LAPOETESSAROSSA

Riporto di seguito un’altra versione del finale del racconto [O].
Un generoso dono di Silvia (lapoetessarossa) di qualche settimana fa. L’ho tenuto nascosto per mere questioni di liberatorie, diritti d’autore, manleve, oscillazioni di Piazza Affari, ecc. Le prevedibili menate che avrebbero incrinato il già fragile rapporto con la mia Casa Editrice personale…
Scherzi a parte, come già anticipato, mi piace l’idea di giocare a reinventare il finale del mio racconto. Per vedere come altri autori al posto mio avrebbero concluso la vicenda di Robert e June. Per scoprire attraverso la loro interpretazione cosa ha ispirato loro questo racconto. Se qualcun’altro, leggendolo, si fosse prefigurato qualcosa di diverso da quanto da me messo nero su bianco, oppure volesse dare adesso libero sfogo alla propria inventiva, mi piacerebbe conoscerne e condividerne il frutto. Con lo spirito, appunto, di un piccolo gioco.
[Lo so. E’ una contorta e malcelata forma di egocentrismo, ma tant’è. Che ci posso fare, sono fatto così.]

Robert e June cenarono nella città vecchia, in un ristorante turistico, di quelli che espongono le foto dei piatti in vetrina. Non era un posto che avrebbero scelto in passato, ma quella sera, come era successo per l’Hotel Rivera, il ristorante Avenida li aveva inspiegabilmente attratti. Vennero fatti accomodare nel déhors da un cameriere strabico e invitati a sedersi ad un tavolo laterale, l’unico rimasto libero.
Gli altri tavoli erano occupati da numerosi altri turisti, si sentiva parlare tedesco e francese, c’era un gruppo di giovani italiani chiassosi, due coppie orientali molto composte che cenavano quasi in silenzio.
Il cameriere strabico consegnò loro due menù, composti da più pagine zeppe delle stesse fotografie dei piatti esposti in vetrina; su ciascuna foto era indicato un numero. Tornò dopo qualche minuto per prendere le ordinazioni. Il suo strabismo era imbarazzante. Né June né Robert riuscivano a capire a chi dei due stava rivolgendo la parola. Parlava lentamente nel suo idioma, e June dentro di sé lo ringraziò per quella cortesia che sembrava voler compensare quel difetto fisico così eclatante. June ordinò per entrambi un piatto di carne che somigliava ad uno spezzatino di manzo. Il cameriere domandò loro se volessero come contorno le “verdure locali”, June non seppe tradurre diversamente le parole per Robert.
Accettarono e chiesero anche due birre chiare in bottiglia. Il cameriere se ne andò con la comanda e June tirò un sospiro di sollievo.
Disse: “E’ strabico”. Robert abbozzò una smorfia e le rispose: “Strabico è dir poco”.
Poco dopo arrivarono i piatti insieme a due boccali di birra, sui cui si faticava a leggere il marchio, quasi del tutto cancellato dai numerosi lavaggi in lavastoviglie. Prima che il cameriere si allontanasse June protestò dicendo che le birre dovevano essere in bottiglia. L’uomo si limitò ad alzare le spalle e ad allargare le braccia per dire che non poteva farci niente.
“Questa birra fa veramente schifo”, fu l’esordio di Robert, dopo il primo sorso. “Se preferivi del vino avresti dovuto dirmelo subito”, lo rimbeccò June con un tono fin troppo polemico, ben conoscendo i gusti di suo marito.
June rifletté su quella sua risposta secca, si stupì quasi di avere usato quel tono, rendendosi conto che ordinare birra per Robert era stato un vero gesto di ripicca. Anche se non riusciva a ritrovarne il motivo preciso. In passato, quando era ancora sposata con Jonathan, si era accanita su di lui più volte rispondendogli con toni improbabili, pieni di astio e livore, anche quando lui le chiedeva cose semplici e inciampava in banalità, come non trovare la confezione nuova di caffè. Certo, Jonathan, che era medico nello stesso ospedale dove lavorava lei, la tradiva con una collega, e quando lei l’aveva scoperto aveva deciso di non rinfacciargli nulla, ma di attuare una strategia che l’avrebbe portato inesorabilmente a smascherarsi. Così lo provocava, in continuazione.
Jonathan alla fine si era arreso e le aveva confessato tutto. Se ne era andato dopo una settimana da quella rivelazione e in breve tempo lui e June avevano divorziato.
“Qui fa troppo caldo”, Robert la distolse da quel ricordo, “sono stanchissimo e ho bisogno di dormire, domani ci aspettano altri chilometri e con queste temperature dobbiamo sfruttare le ore del mattino”.

June non aveva quasi toccato cibo, aveva selezionato qualche boccone da quella strana mistura di carne e intingolo, un po’ troppo condita per i suoi gusti. Robert invece aveva pulito il piatto e finito anche la birra.
Pagarono il conto e si incamminarono verso l’hotel. Suonarono il solito campanello. Il vecchio questa volta arrivò subito, aprì la porta, indicò loro l’ascensore e li lasciò salire senza accompagnarli.
La camera, nonostante avessero lasciato le finestre aperte, non si era affatto rinfrescata. Il letto era sfatto perché Robert, che ci si era appisolato nel pomeriggio, non l’aveva toccato. Andò lui per primo in bagno. Pensò di farsi di nuovo una doccia, nella speranza di togliersi di dosso il sudore appiccicoso.
Dalla doccia usciva un filo sottile e caldo, anche se aveva aperto solo il rubinetto dell’acqua fredda. Gli tornò in mente lo spettacolo delle cascate dello Yosemite e tutto il freddo che aveva patito per poterle ammirare nel loro massimo splendore, alla fine di febbraio, quando la neve che si scioglie le gonfia d’acqua. Robert amava camminare in montagna, non lo avevano mai spaventato né le lunghe salite, né il freddo che spesso ti coglie di sorpresa. Il viaggio nella Meseta era qualcosa di molto diverso da quello a cui era abituato, una scommessa che aveva accettato di buon grado quando June glielo aveva proposto, come fosse un’occasione per conciliare il suo istinto avventuroso con quello più mistico e contemplativo di lei.
Uscì dal bagno. June nel frattempo si era cambiata, aveva indossato una t-shirt grigia che usava per dormire al posto del pigiama e aveva preparato sopra lo zaino i vestiti per il giorno dopo. Aveva ripiegato quelli puliti di Robert e glieli aveva lasciati sul letto. Mentre lei era in bagno, lui li ripose nello zaino e si coricò a torso nudo sul letto cigolante. Quando lei aprì la porta lo vide girato su un fianco, verso il comodino. Aveva spento l’abat-jour. Forse si era già addormentato.
Si sdraiò accanto a lui, il letto era piccolo, erano molto vicini. Lo osservò. Con lo sguardo percorse il profilo dal collo alla schiena, notò un graffio sull’avambraccio. Si girò sul fianco, dandogli le spalle, e spense la luce.

[O] (9.)

[O] (8.)_Disposofobia

Disposofobia del ricordo – web

Quando aprì gli occhi, Robert credette di essere morto. Finalmente, fu il suo primo pensiero. Poi, capì che non era ancora finita. Lo capì da come la luce entrava nella stanza, di sbieco, attraverso le veneziane abbassate. Come sempre. Non sapeva se fosse mattina o pomeriggio, ma tutto sommato non gliene importava niente. Che differenza faceva ormai? I primi tempi aveva passato lunghi momenti a domandarselo, a cercare di capire quale giorno della settimana fosse, sforzandosi, in silenzio, per non dover chiedere. Poi, si era arreso al fatto che la sua vita fosse fatta di momenti, ore di veglia intervallate a ore di sonno. Lucidità e sogno. I sogni, quelli, non l’avevano mai lasciato. Ne faceva tanti, anche molto lunghi, ma non li tratteneva, non più. Come in questo momento: era certo di aver sognato, ma non avrebbe saputo dire cosa. Le sensazioni erano ancora lì, poteva sentire il calore, udire il battito accelerato del proprio cuore. Ma si trovavano al di là di un velo che gliene impediva la vista. Capitava, a volte, che riuscisse a ricordare qualcosa, ma durava solo qualche istante. Inafferrabile come un battito d’ali, il ricordo – ma forse era più corretto dire l’impressione, volava via come polvere al vento, con l’effimera leggerezza di una farfalla.
I primi tempi in cui era costretto a letto, quando si svegliava, ripercorreva con famelica precisione ciò che aveva appena vissuto in sogno. Sembrava che quella nuova condizione avesse stimolato il suo inconscio e l’avesse messo in contatto con parti di sé che finalmente uscivano allo scoperto. Allora apriva un taccuino e prendeva diligentemente nota. Di tutto: situazioni, eventi, incontri. Ma soprattutto dei dettagli. Si era convinto che negli elementi di contorno si annidassero le rivelazioni più importanti. Si era abituato a rileggere, interpretare, ne aveva addirittura tratto degli spunti per qualche racconto.
Col tempo le sue condizioni si erano aggravate. Oltre l’uso degli arti inferiori, perse il controllo di braccia e mani. La sinistra, in particolare, quella con cui scriveva. Un dotto all’interno del suo cervello si era ostruito, complicando ulteriormente la sua già difficile esistenza. Scrivere con la destra, l’uso di un portatile o l’adozione di qualche altra tecnica – tentò la via di un dittafono, si rivelarono un fallimento. Perché in fondo non v’era più motivo di accanirsi. Robert non era più in grado di ricevere i preziosi doni del proprio inconscio. Così come non riusciva più a trattenere e godere della lettura. Le centinaia di libri accumulati in una vita giacevano sotto la polvere della sua camera da letto insieme ai tanti manoscritti rimasti incompiuti. Unico sollievo a quella condizione i versi degli amati classici, mandati a memoria in gioventù, coi quali si dilettava declamandoli nella propria testa o a voce alta. Proponendoli anche alla sua badante, ai cui rimproveri rispondeva talvolta in rima, prendendosi gioco di lei. La sua badante, già. In questo momento non era in grado di ricordare il suo nome…

Ci fu un tramestio in corridoio. “Arrivo”, disse una voce sopra la musica di una radio che si interruppe bruscamente sul ritmo di una salsa. “Tutto bene? Arrivo…”, ripeté. Udì sbattere una porta e dei passi avvicinarsi rapidi, attutiti dalle pantofole. Perché tanta fretta?, si chiese Robert, che tastò il collo del pigiama constatando di essere sudato. Si passò una mano nei capelli, tirandoli all’indietro, cercando invano di rimuovere la piega del cuscino.
La porta della stanza si spalancò ed apparve una giovane donna con indosso una camicia rossa e un grembiule macchiato, i folti capelli ricci raccolti a fatica in un foulard. Vedendolo, parve sollevata. “Signor La Ville,” disse in tono garbato, “si sente bene? Mi ha fatta spaventare…”
Robert la fissò immobile. La donna inarcò le sopracciglia. “Non dice niente, signor La Ville? Perché urlava? Poco fa stava urlando. Lo sa, vero?”
Urlando, io?, pensò Robert sbalordito senza muovere un solo muscolo del volto. L’attesa, da quando la testa non gli dava più affidamento, era la sua più grande alleata.
“Allora, dov’è che ha male?”, lo incalzò nel frattempo la donna. “Cosa c’è che non va? Vuole che cambiamo posizione ai guanciali?” Robert fece cenno di no. “Si è addormentato di nuovo, non ha nemmeno toccato il latte”, disse lei avvicinandosi al comodino. Si curvò su di lui e gli sfiorò la fronte. “Scotta. Ed è tutto sudato. Adesso proviamo la febbre”, disse rimboccandogli le coperte. “Vuole che chiami il dottore?”.
June! Si chiama June!, esultò Robert, che non trattenne un sorriso.
“Mi sta prendendo in giro?”, chiese lei.
Robert non rispose. Era stato attratto dal tatuaggio sul polso della donna. Non era la prima volta che lo notava. Ogni volta che lo vedeva, quel tatuaggio suscitava in lui un’emozione incontrollata, qualcosa di cui si vergognava.
“Cosa significa?”, chiese indicando il polso della donna.
“Abbiamo ritrovato la parola, vedo”, fece lei ignorando la sua domanda. “Non ha bevuto il latte e non ha preso le medicine. Non c’è da stupirsi se non si sente bene. Questa febbre però è anomala”, aggiunse pensierosa.
“Il tatuaggio”, insisté Robert. “Il fiocco”.
“Questo?”, disse lei sfiorandosi un polso.
Robert annuì. I contorni inchiostrati di un nastro risaltavano sulla pelle dorata della donna.
“Che significa, June?”, ripeté Robert.
La donna lo guardò sorpresa. Per la prima volta l’aveva chiamata col suo nome di battesimo. Fino ad allora era sempre stata la ‘signorina Rivera’, quasi Robert si sforzasse di preservare un limite invalicabile fra di loro. Ora invece l’aveva chiamata per nome e le faceva quella strana domanda. Come se per la prima volta si accorgesse della sua presenza. Come se per la prima volta vedesse il suo corpo.
“E’ una vecchia storia”, disse abbassando la manica della camicia.
“Una vecchia storia non si addice a una giovane donna, non trova?”
“E lei che ne sa?”
“Ho vissuto qualche anno in più di lei, June. Ho avuto anni felici e ho avuto le mie sfortune, anche molto grandi. Ma alla sua età avevo solo speranze”.
“Io le ho già perse”, disse lei scostandosi. “Questo glielo scaldo di nuovo”, aggiunse prendendo il bicchiere col latte. “Chiamo il dottore. Quella febbre non mi piace per niente”.
“Sai come è morta mia moglie?”, chiese Robert.
June si fermò sulla soglia.
“Sarei dovuto morire con lei. Non sarei ridotto così. Tu non saresti a casa mia e io non sarei qui a raccontartelo”.
June sapeva dell’ictus, della paresi e sapeva che Robert era vedovo, ma non sospettava potesse esserci un nesso fra quelle cose. A dirla tutta, non se n’era mai interessata. Si preoccupava solo di fare quello che le diceva il medico e di preparare da mangiare.
“Tornavamo da una gita al nord. Avevamo passato un fine settimana sul lago. Guidavo io e a tavola avevo bevuto uno Sherry di troppo. Ero stanco, avevo bevuto e non volevo ammetterlo. Non mi fermai, anche se Claire continuava a dirmi che era meglio se riposavo un po’. Ma io avevo fretta di arrivare a casa e non vidi un camion di bestiame fermo dietro una curva, in mezzo alla strada. Non feci a tempo a frenare. Sterzai all’ultimo, troppo bruscamente, persi il controllo dell’auto. Uscimmo di strada e ci schiantammo contro un albero. Nell’urto venni sbalzato fuori dall’abitacolo. Mi ferii e ruppi la spina dorsale. Persi l’uso delle gambe, ma mi salvai. Claire, invece, rimase intrappolata. La macchina prese fuoco. Le fiamme furono la prima cosa che vidi, quando riaprii gli occhi. Mi trovavo a pochi metri dalla macchina. Certe volte mi sembra di sentire ancora il calore del fuoco sulla pelle e la sensazione di non riuscire più a muovermi, a respirare. Il conducente del camion mi trascinò via prima che fosse troppo tardi. Ma per Claire non riuscì a fare nulla, e forse non c’era più nulla da fare”.
Robert fece una pausa. June rimase immobile sulla porta.
“Amavo quella donna, era tutta la mia vita”, disse con lo sguardo nel vuoto. “Dell’incidente in verità non ricordo nulla, ho come un vuoto. Ti ho detto ciò che mi hanno raccontato. Ma adesso è come se vedessi ogni cosa. Non ricordo nulla tranne il fumo. Una colonna di fumo nero che si alza verso il cielo. Ma forse è solo frutto della mia immaginazione”.
“Feci questo tatuaggio cinque anni fa”, disse June sollevando il braccio. “Si chiamava Juliette. E’ morta a una settimana dal suo primo compleanno”.
Robert la fissò cercando qualcosa da dire. Ma si arrese subito. Non c’era niente che potesse dire. Conosceva bene quel silenzio. A suo tempo, aveva imparato ad apprezzarlo, ad amarlo.
June si sfiorò il viso e chiuse piano la porta dietro di sé.

Poco dopo, dal corridoio, Robert la sentì fare una telefonata. “Buongiorno dottor Kettler, sono la signorina Rivera, la badante del signor La Ville… Capisco… Per favore, quando rientra, dica al dottore che ho chiamato. La Ville, sì. Signorina… June, mi chiamo June”.
Robert si girò lentamente verso il comodino. Con un gemito allungò un braccio fino a toccare la cornice d’argento che sporgeva dietro libri e quaderni impilati. L’afferrò e la trasse a sé, incurante di ciò che cadeva a terra. “Raccoglieremo tutto e lo butteremo via”, disse, come se stesse parlando con qualcuno. “Vieni qui”. Strofinò il vetro della cornice sulle lenzuola e la sollevò davanti a sé. Una donna nel fiore degli anni gli sorrideva felice. Spalle al tramonto, i capelli lucevano nei raggi dell’ultimo sole.
Un sorriso invase il volto di Robert. Si chiese come una donna così bella avesse potuto innamorarsi di uno come lui. Eppure, si ripetevano che sarebbero invecchiati insieme. Gli mancava. Ma il suo più grande rimpianto era quello di non essersi potuto prendere cura di lei come avrebbe voluto. Di non esserci stato.
Si piegò sul lato e con tutta la forza che gli rimaneva scaraventò a terra tutto ciò che si trovava sul comodino. Non se ne curò. June avrebbe capito. Rimise Claire al suo posto e con l’indice della mano le diede un bacio. Vide i fogli di carta sparpagliati per terra, accanto al letto. Decine di incipit e di storie mai scritte. Immaginò una colonna di fumo alzarsi come un punto esclamativo verso il cielo. Un ultimo falò, pensò.