Mai stato meglio

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Cose che arrivano da lontano.

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L’asfalto puzza di birra e piscio. Fa caldo, il parcheggio è quasi deserto. Seduto su un blocco di cemento, Dario piega l’incarto stando attento a non ungersi le mani. Aspetta che Cloe, assorta nei propri pensieri, finisca il suo trancio di pizza. Perché mi guardi così? Fa lei. Dario continua a fissarla senza dire niente, poi sorride distogliendo lo sguardo. Fa caldo, dice. Cloe annuisce deglutendo. Guarda il proprio pezzo di capricciosa sentendosi a disagio: Dario ha fatto sparire la sua in pochi bocconi. Sembra aver fretta di andarsene, è di cattivo umore e lei non capisce perché.

E’ una domenica come tante altre. Certo non è stata una grande idea quella di infilarsi in un centro commerciale, ma almeno lì c’era l’aria condizionata e alla fine è stato divertente. Le è sempre piaciuto girare per negozi, la distrae. Fra gli scaffali le vengono un sacco di idee, anche se alla fine non compra niente. Osserva e a casa riproduce ciò che ha visto con quello che trova. Fa un po’ di tutto, dal soprammobile, al centrino, al capo di abbigliamento. Sa disegnare e cucire, sì; niente di complicato, ma se la cava. Ciò che conta, dice sempre, è creare. Adora i lavori manuali, sono gli unici che le danno soddisfazione.

Beve un sorso di sprite e appoggia la lattina accanto a sé, sul marciapiede. Dario è nervoso. Che cos’hai? Gli chiede. Niente, risponde lui alzandosi in piedi e avviandosi verso i bidoni della spazzatura. Getta i rifiuti, indeciso se prendersi un’altra birra, mentre osserva l’insegna sbiadita del fast food. Accanto c’è un panificio che apre solo la sera e rimane aperto fino a mattina. Ci si è fermato qualche volta, rientrando dal turno di notte, le brioche non sono male. Le altre vetrine hanno tutte le saracinesche abbassate, i bar lavorano solo con il multisala dell’isolato accanto. Di giorno quel posto cambia faccia, pensa. Niente luci, niente musica, niente rumore, niente gente che va e viene accalcandosi ai banconi. Alla luce del sole gli edifici non sono altro che degli enormi scatoloni di vetro e cemento, vuoti e abbandonati.

Vorrebbe essere solo, pensa. Lontano da lì e solo. Cloe non può capire cosa si provi, cosa significhi tagliare i ponti con tutto, ribaltare la propria vita, trovarsi un altro posto dove andare e ripartire di nuovo da capo, da zero. Cloe non sa e non deve sapere. Lei non c’entra, ha fatto tutto da solo, su questo non ha alcun dubbio. Chi rompe paga. La vita è la sua, lui ne decide la rotta, lui ne subisce le conseguenze. Ha avuto ciò che voleva, comunque, qualsiasi cosa possa essergli costato.

Una monovolume s’avvicina a velocità un po’ sostenuta, svolta attraversando il parcheggio desolato e si ferma a pochi metri da loro. Scendono mamma, papà e due ragazzini seduti dietro, cui il padre spalanca la portiera sottraendoli alle rispettive console. Andiamo, ordina, mandandoli avanti. Si aggiusta i pantaloni e li segue premendo il radiocomando, confortato dal lampeggio dell’auto. Il passo, fronte alta, mento sollevato, denota la sicurezza compiaciuta di un uomo che si sente arrivato. Non è molto alto ed è un po’ sovrappeso, la polo rigonfia in morbide balze. Raggiunge i suoi, lanciando una rapida occhiata in giro prima di entrare nel locale. Dario e Cloe fan parte dello sfondo dell’anonimo pianeta in cui ha l’aria di essere appena sbarcato, pur con l’intenzione di non trattenersi a lungo.

Liberatasi dei resti del pranzo, Cloe si volta a guardare i nuovi arrivati. Guardali, commenta Dario sogghignando, la famigliola perfetta. Bella macchina, bei vestiti, la sicurezza che ti dà avere un po’ di soldi in tasca. Quanto basta a non vedere più in là del tuo naso. A non vederti da fuori. Due bambocci a immagine e somiglianza del loro papà. La vedi anche tu, la loto imbarazzante normalità? Chiede. Tutto sembra perfetto, ma dietro all’apparenza cosa c’è, eh? Crolleranno da un giorno all’altro senza nemmeno sapere perché… Mi fanno pena. Guardarli fa quasi male…, aggiunge con un filo di voce.

Cloe si volta preoccupata. Dario riprende a parlare fissando l’asfalto assolato: Sono ciechi. Vivono seguendo schemi prefissati, pensando di essere felici, e invece sono degli illusi, vittime indifese dei loro sogni di carta, di loro stessi.

Cloe ha gli occhi umidi. Mi fai paura quando parli così, dice con voce tremante.

Dario la fissa incuriosito dall’alto del suo metro e novanta, poi la sua espressione muta in un sorriso, uno di quelli che sanno rassicurare anche i pazienti più spaventati. Che fai, piangi? Chiede, carezzandole i capelli. Su, su, vieni qui. Si avvicina e la prende sotto braccio. Per loro non c’è futuro, riflette, ma non è colpa di nessuno. Le loro vite si sono incrociate per caso, perché è così che doveva andare. Ma se prova a immaginare la propria vita d’ora in avanti, è da solo che si vede. Cloe non può capire, ma in cuor suo anche lei sa bene che non può durare. E in fondo è ciò che vuole.

La famigliola felice esce dal locale e s’infila rapidamente in auto, confidando nel climatizzatore.

Non farci caso, sussurra Dario. Sto bene. Mai stato meglio.

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[P.B., 12/1/2021]

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Immagine di copertina: Laura Salvi

Chop Suey*

Si fermarono ad un ristorante sulla strada a pochi chilometri da casa. Erano passate le dieci, il viaggio di rientro era durato più del previsto. Silvia entrò a chiedere se facessero ancora da mangiare. Lucio attese in macchina, ipnotizzato dalla luce intermittente di un semaforo.

Una coppia uscì dal locale, lui disse qualcosa e lei rise rumorosamente. Lucio li seguì con lo sguardo mentre si allontanavano, illuminati dalla luce delle lanterne sopra l’ingresso, in cerca di un segno di complicità. Si domandò che età avessero, se stessero tornando a casa o fossero solo usciti a cena, magari al primo appuntamento. In quel momento Silvia riapparve sulla soglia e gli fece segno di scendere dall’auto.

Una donna sulla trentina con un bambino in braccio li accolse freddamente, indirizzandoli in un salone male illuminato pieno di tavoli vuoti, alcuni ancora da sparecchiare. Lucio ne scelse uno vicino a un grosso acquario che diffondeva una luce giallastra tutto intorno. Si sedettero e sfogliarono senza entusiasmo le pagine di un menù illustrato. Erano affamati, ma a un tratto pareva non avessero più voglia di ordinare. Fra uno sbuffo e l’altro, Silvia cercò una soluzione sulla carta, mentre con due dita si accaniva su di un riccio di capelli crespati dal sole. Lucio attese la sua prima mossa, osservando la varietà di pesci che popolavano la vasca accanto a loro.

La padrona accolse l’ordinazione con pochi cenni del capo, che muoveva a scatti, al pari del resto del corpo, come un robot. Poi scomparve dietro un tramezzo di legno istoriato da un basso rilievo. S’udì qualche parola e un rimestio in cucina. Il ristorante era sporco e buio, le tovaglie usurate. I pesci si ostinavano nel loro moto perpetuo nell’acqua intorbidita. Lucio e Silvia non avevano più niente da dirsi, si guardavano intorno senza trovare alcunché di gradevole o degno di nota, non un appiglio.

Non erano soli. Un uomo sedeva a un tavolino appartato a pochi metri da loro, nella penombra non l’avevano notato. Si accorsero di lui nel momento in cui aprì bocca rispondendo al telefono. Parlava un inglese senza intonazione, con una pronuncia pessima, cionondimeno corretto. Biascicava un poco le parole, ma non perdeva il filo della conversazione, rispondendo a tono e dando informazioni precise al proprio interlocutore.

Lucio e Silvia si concentrarono sulla telefonata. Si trattava di lavoro, macchinari in partenza per l’Africa. Lanciarono qualche occhiata all’uomo intento a fornire spiegazioni. Sulla sessantina, fronte alta, imperlata di sudore, capelli appiccicaticci tirati all’indietro. Portava un paio di occhiali a lenti grandi con una vecchia montatura di metallo. La camicia sbottonata sul petto, gesticolava e cincischiava i resti nel piatto con una bacchetta. Si comportava come se fosse solo, lo sguardo sul tavolo o dritto davanti a sé, senza curarsi della coppia seduta a pochi metri da lui. Doveva essere un viaggiatore di passaggio, un habitué, a giudicare dalla confidenza con cui si era rivolto alla locandiera.

I due mangiarono in silenzio, interrotto di tanto in tanto da una telefonata del vicino, che aveva finito di cenare da un pezzo e non dava l’idea di aver fretta di andarsene.

Nell’acquario un grosso pesce si muoveva radente il fondo. Era uno dei più grossi, forse il più grande di tutti. La linea del dorso, appena prima della coda, si spezzava piegandosi inaspettatamente all’insù. Accennava dei guizzi sfiorando la sabbia col ventre in rapidi movimenti concentrici, ritrovandosi sempre al punto di partenza. Agitava inutilmente le pinne, piegando il corpo fin dove gli era concesso, senza mai ottenere un risultato migliore di quello.

Lucio lo notò per primo e lo mostrò a Silvia. La testa, gli occhi, la bocca, che schiudeva ritmicamente, erano rivolti verso l’alto, quasi anelasse a raggiungere il pelo libero dell’acqua, ma il corpo deforme lo costringesse a rimanere inchiodato sul fondo. Pesci di taglia più piccola gli ronzavano intorno mordicchiandogli le squame lungo i fianchi, come volessero provocarne una reazione, saggiare la sua forza residua. Il gigante storpio, però, non replicava, li ignorava continuando a fissare gli strati d’acqua sopra di sé, in quella che sembrava una muta, disperata preghiera.

Silvia e Lucio osservarono incupiti quella scena, che fuori dal suo contesto assumeva i connotati di una macabra danza, l’anticipazione di un tragico epilogo.

– Non ne ha ancora per molto, – sussurrò lui.

– Nemmeno noi.

Hello! – S’udì la voce impastata del viaggiatore. – Hello! Ciao… Come stai, tutto bene?

– E’ la cosa giusta, – disse Lucio.

– Sei sicuro?

Lucio esitò.

– Hai cenato?… Bene. Cos’hai mangiato?… Bene, bene.

Evidentemente per il vicino era giunto il momento della telefonata a casa.

– Sì, sì… Anch’io, Chop Suey, – proseguì ridacchiando. – Il solito, sì…

Si esprimeva un po’ in italiano, un po’ in inglese, intervallato da qualche frase fatta in francese. Parlava fissando gli avanzi nel piatto, che nessuno si curava di portar via. Scandiva parole scontate, recitandole affettuosamente in tre lingue diverse.

Lucio e Silvia non poterono fare a meno di ascoltare. Invidiarono la sua solitudine. Si fissarono. Silvia abbassò gli occhi.

Pensò al suo monolocale, alle cose da portar via, al frigorifero vuoto, la spesa da fare. A Lucy, la gattina, che aveva affidato alla vicina di casa. All’aroma di caffè nel bar sotto casa, la mattina, prima di andare al lavoro. Ai viaggi che avrebbe voluto fare.

Lucio osservò le sue mani annodare nervosamente il tovagliolo. Guardò i suoi capelli rossi, la cosa che di lei aveva notato per prima. Si ripeté che quella non era più la donna che aveva conosciuto, era cambiata. Di contro non riusciva a ignorare l’idea di una donna al telefono, in chissà quale parte del mondo, che aspettava il proprio uomo.

Lesse il numero del tavolo, si alzò e andò a pagare.

Nell’acquario, il dorso spezzato del grande pesce non smise di oscillare.

[P.B., 15/8/2020]

* “Pezzi rotti”, in cinese mandarino

Tutte le donne del mondo

Le sue dita carezzarono i capelli e scorsero delicatamente la curva della nuca. Robert la lasciò fare rilassando i muscoli della schiena. Pensò alle sue mani abbronzate e allo smalto chiaro delle unghie, color madreperla. Chiuse gli occhi. Sapeva che lei lo stava osservando, attenta al più piccolo segnale del suo corpo.

Era una professionista, si vedeva, ci sapeva fare. Ma c’era dell’altro. Quella ragazza univa in sé giovinezza, bellezza e la delicata, autorevole presenza di una madre. Era seria e sensuale. La sua pelle non aveva una ruga, ma le sue mani lo accoglievano e lo guidavano come un bambino in fasce. E Robert non desiderava altro che lei si prendesse cura di lui.

Le sorrise. Immaginò gli occhi ridenti di lei. Come aveva detto che si chiamava?, si chiese. Lisa, Linda?… Cercò di non mugolare mentre le dita della ragazza gli massaggiavano il collo. Distese ulteriormente i muscoli, affidandosi alla decisa delicatezza delle sue dita.

Lucy, Lauryn?… Riaprì un momento gli occhi e incrociò quelli di lei, neri e luminosi. La carnagione, i capelli crespi raccolti ordinatamente in uno chignon: poteva essere una mulatta.

Leila, Laura?…

Con voce suadente la donna gli ordinò di alzarsi e gli mise in mano un asciugamano. Indossava un abitino grigio che le copriva appena le natiche. Ha buon gusto, rifletté Robert, ed è incredibilmente sexy. Non vedeva l’ora di sollevarle il vestito e svelare la consistenza delle sue cosce ambrate. Non si era ancora fatta toccare. Comandava lei il gioco. Aveva stile, era sexy e sicura di sé, sapeva come farti star bene e come tenerti al tuo posto.

Lo fece sedere sulla poltrona in fondo alla stanza. Robert l’aveva notata subito: enorme, di pelle nera, lo schienale alto, reclinabile. Sulla parete di fronte c’era uno specchio senza cornice che staccava col resto dell’arredamento in stile art déco, un po’ sopra le righe al gusto di Robert.

La donna mise le mani sulle sue spalle. Le vedeva solo la testa. Forse si era tolta il vestito, da seduto non poteva saperlo. Indossava un maschera, ma i suoi occhi nello specchio luccicavano più che mai.

Si chinò lentamente su di lui, mentre le sue mani esperte armeggiavano con un laccio. Robert chiuse di nuovo gli occhi abbandonando le braccia sulla poltrona. Lei avvicinò il volto alla sua guancia, Robert udì il suo respiro attraverso la maschera. Non aveva mai provato nulla di più eccitante, per poco non emise un gemito.

Luann, Lucile?… Ma che importanza aveva come si chiamava? Lei era tutte le donne del mondo, l’unica donna sulla faccia della terra.

– Allora, come li tagliamo?… – Gli chiese, guardandolo nello specchio.

[P.B., 2/8/2020]

Amarsi

La bellezza dell'imperfezione - Mimmo_66

“La bellezza dell’imperfezione”, Mimmo_66 – web

 

Sono in ufficio, sto lavorando. A un tratto mi alzo per andare a pisciare. Lo tiro fuori e ripenso alla tipa del bar di ieri sera, quella col culo spaziale, che al momento di pagare si contorceva sul montavivande dietro la cassa, per pulirlo bene. A momenti mi viene duro. Poi penso al momento in cui mi aveva proposto il dolce. Dal lato sbagliato. Nel locale c’era il solito bordello e non l’ho sentita parlare. Ho alzato lo sguardo, mi sono scusato. Lei mi ha sorriso. Il rossetto rosso, opaco, le donava su quel viso da morettina dalla carnagione lunare. Ha detto non fa nulla, con voce da ragazzina, le labbra corrugate.

E penso a quando l’ho conosciuta, la mia donna. Eravamo a cena da amici. Ci vedevamo per la prima volta e ci stavamo studiando. Mi aveva quasi bocciato, quando è successo un piccolo miracolo: mi ha detto una cosa e io non l’ho sentita. Era anche lei sul lato sbagliato. Le ho spiegato perché e lei mi ha sorriso a lungo in silenzio.
Credo si sia innamorata di me per questo. Per un difetto, piccolo o grande che sia. Una mancanza, una fragilità. Si è commossa e mi ha rimesso in gioco.

Non so perché sia successo, non lo capirò mai. Ma credo che non essere perfetti e infallibili faccia parte del gioco. Il fatto è che non bisogna capire più di tanto, non bisogna sapere. Bisogna sentire. E io lei la sento. Quando si commuove, quando mi chiede, quando la ferisco, quando ride. Quando sente che la sto sentendo.
Non so perché stiamo insieme, potrebbe non bastare una vita per capirlo. Nel frattempo, continuo a chiedere e dare risposte. Perché è qualcosa di cui vale la pena parlare, perché è qualcosa per cui vale la pena darsi del tempo. In fondo, credo che il senso di una relazione consista proprio in questo: spendere una vita provando a capire perché ci si ami dal primo giorno.

[P.B., 17/10/2019]

Do spazio (e dignità) a un mio brevissimo brano nato fra i commenti a un post di qualche settimana fa (l’aforisma originante). Uno scritto breve, rapido, tutto sommato con un suo ritmo, che, usando delle pinze lunghe da qui a Costanza, nella sua essenzialità penso dica qualcosa.

Dal finestrino

Elena Adorni 1970_The trip magazine

Il locale rallenta e si avvia piano in stazione.
In quel tempo dilatato la gente impaziente si porta alle uscite accalcandosi sui gradini. L’aria abusata della carrozza sfiata a fatica dai finestrini abbassati, fa caldo, tutto a un tratto è esplosa l’estate.
Oltre il corridoio una giovane donna, come me, resta seduta, immersa in una conversazione telefonica, faccia al finestrino. La cosa va avanti già da un po’. Lei dice no e lui insiste, non s’arrende. Posso quasi sentire quella voce lamentosa, il riverberare delle sue risposte ottuse da bambino. E mi colpisce il contrasto con la limpida fermezza di quella di lei, che non ha niente a che vedere con l’aria opprimente che si respira qui dentro.
Faccio finta di niente e continuo ad ascoltare. L’esattezza compita di quelle risposte, l’inamovibilità della sua posizione. Nonostante il caldo, la fine di una lunga giornata di lavoro, la stanchezza.
La sfioro con lo sguardo, ne carpisco la bellezza. Pantaloni scuri, eleganti e leggeri, le caviglie sottili che s’infilano in un paio di All Star chiare, alla moda. I capelli morbidi e fluenti, puntati ad arte con qualche fermaglio, il profilo affilato, fiero.
Ha le idee chiare, ama il proprio lavoro d’haute couture e ne va fiera. Sa farsi valere, eccome. Questo lui dovrebbe saperlo. No, Eric, giovedì devo impostare il lavoro con loro, non posso fare diversamente. Venerdì. Venerdì sì, lavorerò da casaNo, Eric, giovedì no. Te l’ho già detto, chiudiamola qui…
Eric non s’arrende, la vorrebbe anche giovedì, ma lei non si muove di un centimetro, deve onorare l’impegno, da troppo tempo trascura quel cliente. Lui dovrebbe sapere anche questo, ma si rifiuta di farlo.
E’ sordo e cieco l’impeto di un innamorato. E’ infantile, stupido.
Ti ho già detto che non si può fare… E comunque il mio lavoro me l’organizzo io.
Basta, questo muro contro muro mi ha stufato. Questa donna mi ha stufato. Il suo profilo, la sua voce troppo fresca, il suo argomentare esatto, mi danno la nausea, li detesto. Sarà perché sono abituato a picchiare la faccia, a soffrire. Sarà perché anch’io so essere sordo, cieco e muto. Sarà che non voglio capire.
Tanto lo so dove andranno a finire. Dove andiamo tutti a finire, prima o poi.
Mi volto, guardo fuori dal mio finestrino. Il treno sfila a passo d’uomo fra palazzine spoglie, a pochi metri dalla banchina. Osservo i loro balconi scialbi, i panni stesi, l’intonaco scrostato. Sotto di me un’auto medica a lampeggianti accesi, la fisso nell’attimo in cui spingono dentro una barella, faccio a tempo a vedere due piedi. Sul lato opposto una donna armeggia fiacca in cucina come se niente fosse. E in fondo niente è successo. Solo una vita, scorsa sotto i miei occhi in un attimo, senza far rumore.
Mi alzo. Scuoto le gambe intorpidite nei pantaloni sudati.
La giovane professionista è ancora alle prese col suo amante capriccioso.
Fisso il display del mio cellulare. Nessun messaggio. Penso a lei. Chissà adesso dov’è.
E sento la vita, la mia, scivolarmi fra le dita.

[P.B., 6/6/2019]

Immagine di copertina – Elena Adorni, su http://www.thetripmag.com

Il segnale

Ticchettio

Da tempo non prendevamo più precauzioni. Era bello farlo senza condizionale, come la chiamavamo. Ma quel senso di libertà e spregiudicatezza si trasformò ben presto in qualcos’altro. Non era più come prima. Non c’era il trasporto, l’eccitazione di una volta. Non c’era più il desiderio, sembrava tutto calcolato. Gesti disinvolti e spensierati erano diventati meccanici, forzati. S’erano guastati.
Dovevamo ammetterlo, cambiare rotta. Non c’era più gusto a fare sesso in quel modo. Era una pratica ostinata, priva di ogni forma di seduzione. Specie per mia moglie, che sembrava rispondere al comando del proprio orologio biologico.

Voleva essere madre, se n’era parlato. A me l’idea della paternità non dispiaceva. Ma dopo mesi di tentativi senza rimanere incinta credo che la cosa per lei fosse ormai un’ossessione.
A volte la trovavo in camera, nuda, intenta a guardare la propria immagine riflessa nello specchio grande dell’armadio. Si sfiorava la pancia con una mano. Diceva di sentire un calore all’altezza del ventre, una specie di tepore liquido, estraneo e suo allo stesso tempo. Diceva proprio così.
Poi arrivava il ciclo e cambiava subito umore. Diventava impaziente, nervosa, era quasi intrattabile.

Finché ci fu quella volta. Me ne stavo seduto da solo, in salotto. La testa abbandonata sul divano, ascoltavo un po’ di musica a occhi chiusi. Pensavo alla ragazza del bar, che non credeva che fossi sposato. Per il tuo fine settimana, aveva detto, mettendomi in mano un cd con una raccolta canzoni fatta da lei. Mi aveva sorpreso.
Mia moglie entrò nella stanza, non me ne accorsi subito. Aprii gli occhi e lei era lì, in piedi di fronte a me, nel suo pigiama di lanetta grigia un po’ spessa. L’avevo lasciata che faceva un solitario al computer ascoltando un talent show in televisione e adesso mi stava fissando dall’alto.

Stropicciai gli occhi chiedendomi cosa volesse. Abbassai il volume. Lei rimase dov’era e mi sorrise in silenzio. La guardai, feci altrettanto. Allora lei alzò un sopracciglio, più volte, velocemente. La fissai. Lo fece di nuovo.
Sapevo cosa significava quel gesto, era il segnale.
Non disse niente e uscì dalla stanza senza aspettarmi.
Mi afflosciai sul divano, le mani dietro la nuca. Espirai lentamente.
Ero stanco, terribilmente stanco.

In camera faceva freddo. Si era tolta il pigiama e si era infilata sotto il piumone.
Mi spogliai, misi in ordine i vestiti sopra la sedia. Entrai nel letto, mi mi misi supino, faccia al soffitto. La sentii mettersi sul fianco.
“Che c’è?” domandò.
“Niente”. Chiusi gli occhi.
Mi mise una mano sulla spalla e mi abbracciò. Sentii le sue labbra sulle mie, che risposero controvoglia.
Il suo seno mi premeva lo sterno, sentivo il calore del suo respiro sulla faccia, l’odore del suo alito. Le sfiorai il collo, con due dita scivolai lungo la schiena. Era inutile.
“Si può sapere che hai?” chiese inviperita.

Dissi che non me la sentivo, che ero troppo stanco. La verità è che non sarei mai riuscito a farlo. Pensai al baccalà con patate che avevo mangiato appena rientrato. Serviti, te ne ho lasciato un piatto nel forno. L’avevo scaldato al microonde e mandato giù avidamente, da solo, in cucina. Come mai così tardi?
Mentre il corpo di mia moglie mi schiacciava lo stomaco, per un momento il mio pensiero andò ancora a lei.
Passò la lingua sulle mie labbra chiuse, le leccò due o tre volte come un animale, pensando di eccitarmi. La sentii premere più forte, sapeva quanto mi piacesse stringere le sue tette gonfie quando mi veniva sopra.

Mi montò. Sentii battere il suo sesso, poi un sospiro e mi baciò di nuovo. Il letto cigolò tristemente. Rimasi immobile, inerte, gli occhi che fissavano il soffitto da sotto le palpebre. Deglutii piano.

Si sollevò bruscamente e si lasciò cadere nella sua parte del letto. Il materasso sobbalzò. Si girò dall’altra parte strattonando il lenzuolo, spense la luce. Udii ancora un soffio, una parola, o forse un singhiozzo.
Rimasi immobile, le braccia lungo il corpo, per un tempo infinito.
Nella stanza il frastuono del ticchettio della sveglia.

[P.B., 26/5/2019]

Immagine di copertina – web

Il velo

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“Con la rosa tra le labbra”, Ettore Tito, 1895

“Tu ti masturbi mai?”
Per la prima volta sollevò il velo.
Fu una violenza, consapevole.
Fu come violare il suo mistero per la prima volta. Fu come essere in lei di nuovo, come la prima volta.
Non aveva mai osato tanto. Non avevano mai parlato di certe cose, non avevano mai parlato di quelle cose.
La complicità fra loro si fondava sul silenzio. Erano i loro corpi a parlare.
Ecco. La mano di lei sotto il sacco a pelo che scivola sul suo pene turgido e impaziente, quella volta al rifugio, quando lo fecero in silenzio per non farsi scoprire. La sua mano delicata e gentile. La sua mano, inaspettatamente istruita, attenta, mano di donna bambina.
Quella mano lo sconvolgeva ogni volta, era il massimo della trasgressione. Era la trasgressione.

Ammutolì, arrossì, scosse la testa. Deviò lo sguardo risentita, stordita. Avrebbe preferito uno schiaffo a quelle parole.
Da sempre metteva alla prova la sua capacità di sopportazione, si comportava con lei come l’adolescente con il genitore. Poco importava se fra loro le cose stavano all’inverso.
Tutt’a un tratto le due chiacchiere davanti a una tazzina di caffè si trasformavano in un peso insostenibile, un vero e proprio incubo.
Perché doveva rovinare sempre tutto? Perché non la lasciava in pace?
Non gli erano bastate le avance indecenti di un tempo, l’abuso della sua posizione, del ruolo, dell’ascendente che esercitava su di lei?
Non gli era bastata la loro dannata avventura, la vergogna, il tradimento?
E non gli era bastato averla messa nella stessa condizione: prima amante, poi rinnegata. Ingannata, vilipesa. Tradita.
Per poi tornare ancora da lei, cane bastonato e penitente, a sedurla con l’impudenza di un bambino.
Erano passati anni, ormai.
Non potevano essere amici?
No, non gli bastava tutto quello che le aveva fatto passare, l’aveva capito.
L’aveva sempre saputo. Anche quando l’aveva invitato a passare da lei, quando aveva aperto la porta, quando l’aveva fatto entrare nella sua cucina disadorna. Per spogliarla.

“Io lo faccio spesso”, aggiunse cercando il suo sguardo.
Voleva uscire allo scoperto, dirle tutto, confessare tutto. Voleva che fra loro non ci fossero più segreti.
Erano dei sopravvissuti. Erano ancora vivi. Erano ancora lì, uno di fronte all’altro, col desiderio di scoprirsi, sentirsi, toccarsi.
Voleva che il loro rapporto, scampato a mille tempeste, evolvesse una volta per tutte, che fosse diverso, unico, spudoratamente autentico. Assoluto.
“Se penso a te, vengo subito”.

[P.B., 22/5/2019]

“Anatomia” estratta da un tentativo di romanzo in corso…

La Maschera

Ringraziando per la gentile attenzione accodatami da Caterina di Biblioprecaria, ri-pubblico un mio brevissimo (titolato anche “Supplicium”).
Paolo Beretta

Biblioprecaria

Piazza Galvani.jpg

1. Sono tutti in fila, seduti sulle panchine. L’istitutrice, in piedi di fronte a loro, continua a parlare. Non uno che ascolti. Aspettano solo il cambio nel tono della sua voce, il segnale per gettarsi in cortile. Tutti tranne loro, che la fissano in continuazione. Il Santo è dietro di lei, devono fare attenzione. Il che rende il loro gioco ancora più divertente. Ogni volta che suor Letizia distoglie lo sguardo, scocca una freccia. Ora tu, poi io. Vengono trafitti a turno. Prima a una gamba, poi a un braccio, per ultimo alla pancia e al petto. A quel punto alzano la maglietta e ci infilano una mano contorcendosi nello spasmo. Nel farlo si guardano ridendo. E’ piacevole essere colpiti. Ancor di più l’attimo che precede, quando la freccia arriva e tu sai che non mancherà il bersaglio. E’ struggente sapere di non avere scampo. Né tu, né l’amico che…

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Voce

La sua voce. Dote naturale, educata, addestrata per anni. Oggi forse un po’ ingombrante, talvolta imbarazzante. Un talento non messo a frutto, come spesso accade, ma non solo. Motivo di contesa e discordia fra lei e la madre. Alla ribellione succedette lo strappo, il silenzio. Sicché oggi è raro sentirla cantare. Ma quando succede – e per mia fortuna accade sempre più spesso, la sua voce mi avvolge e mi trattiene prima ch’io possa fare o pensare. E’ qualcosa di sorprendente; metamorfosi ai miei occhi, magia per i miei orecchi. In quei momenti è come se la sua persona mutasse e assumesse proporzioni diverse.

Ha un corpicino minuto. E quando canta, l’attimo appena prima, si contrae riducendosi ulteriormente. Poi, solleva i polsi e stringe indici e pollici afferrando delle redini invisibili. Chiude gli occhi. Mi pare di sentire l’energia accumularsi all’altezza del suo stomaco. E sgorgare, da lì, in un lungo gemito profondo, crescente, sempre più potente, inseguito, ascoltato, modulato. Domato. La sua voce come altro da sé, come bestia addomesticata. Quando la lascia andare, la sua forza sproporzionata mi disorienta. Immerso in quel suono, la vedo con altri occhi. Il suo corpo uno strumento smisurato.

“Ti canto un pezzo della Cenerentola di Rossini”, dice dopo aver scaldato la voce. E’ contralto, merce rara. Di una bellezza ambigua e schiva, ancor più difficile da accettare. Ma in lei vivono tante voci e a me piace ascoltarle tutte. Quella un po’ roca, sospirata e tesa, dei momenti in cui vivere sembra una trappola senza via d’uscita. Quella misurata, ma energica e decisa, che così ben s’accorda alle lezioni di psicologia. Quella sopra le righe, esasperata e urlata, per sfogo o protesta. Quella stridula e lacerata dei momenti di paura.
Ne conosco i picchi, l’onda gonfia. Il frangersi in risata, il dilaniarsi in pianto rabbioso. Il mugolio amoroso. E il tono brusco e canzonatorio con cui mi rimbrotta, mi pungola, mi promuove. Quello delizioso e crudele con cui si fa beffa di me.

Ma c’è un momento in cui riesce ancora a sorprendermi. Accade quando è più allegra, un po’ su di giri. Mentre beviamo un bicchiere di vino stuzzicandoci a vicenda e infine lei prende l’iniziativa e mi scuote con le sue domande. E’ in quel tempo di lieta attesa, in cui mi invita ad avventurarmi con lei in un dove inesplorato, è allora che odo un mugghiare di metallo morbido attraversarle la gola, e le sue parole vibrare come cristallo strofinato dal vento. Ascolto inebriato quel riverbero e vi riconosco un’armonica, una nota dominante, che è solo sua. La adoro, come amo il modo in cui si manifesta, a un tratto, luce al tramonto sulle rocce, illuminandole il volto.

Acqua

 

uomini e donne
di carta e di cera
di aliti ventosi
rivoli di fortuna.
ma cari miei
solo acqua che fugge via!

(I. Pedretti)

“Certo che ha un bell’odore il tuo coso, lì”, disse senza distogliere lo sguardo dalla tv.
Lui si voltò. Sorrideva divertita. Continuava a fissare lo schermo, in attesa.
Aveva capito, ma fece finta di no, non disse nulla. Lo faceva spesso, prendeva tempo. Lei lo sapeva. E lo aspettava.
Erano seduti sul divano, vicino alla stufa. Si erano tolti le scarpe e poggiavano entrambi i piedi su una sedia.
“Non dici niente?”, lo spronò. Fece un cenno col mento e mosse gli indici delle mani, che teneva intrecciate sul grembo. Lui guardò nella direzione che aveva indicato, dritto su di sé. Si sporse verso di lei e fece finta di annusare l’aria. “Ma cosa fai, stupido?!”, esclamò lei, mettendosi a ridere. “Smettila, che già mi mette abbastanza imbarazzo”. L’odore, era vero, si sentiva bene.
“In effetti si sente bene”, disse lui. “Sicura che non sono io?”
“Ma va!”
“Sai, non ho nemmeno fatto una doccia”.
“Nemmeno io. Mi sono sciacquata, ma non ho tolto tutto. Ne era rimasto un po’. E adesso è sceso”. Lui la fissò, poi la baciò sulla fronte. La fissò nuovamente.
“Perché mi guardi così?”, chiese lei. “Sorridi, sembri quasi contento”, si ritrasse un poco nel suo angolo di divano. Faceva sempre così. Si scostava e lo guardava da un po’ più lontano. Lo faceva per vedere meglio. Per capire. Per capire se quello che sentiva era vero. I suoi occhi guizzavano in cerca di una conferma.
A lui sembrava che gli leggesse dentro. Non era sempre facile lasciarsi guardare così. Né rispondere alle domande che normalmente seguivano. Era come se lo trapassasse.
“Vieni qui”, disse lei.
Lui l’abbracciò. In realtà lasciò che fosse lei ad abbracciarlo. Non desiderava altro. Si stese su di lei e le poggiò il capo in grembo. Lei lo strinse a sé. Sapeva che ne aveva bisogno. Lei sapeva ogni cosa. E a lui andava bene che le cose stessero così. Potersi fidare.
“Mi spiace che tu non possa averne”, gli aveva detto il giorno prima.
Era tanto che non ne parlavano più. Stavano bevendo un caffè al tavolino di un bar prima di andare al lavoro, quando lei aveva pronunciato quelle parole come se non avessero alcun peso. L’attimo dopo sembrava che stesse già pensando ad altro. E invece pesavano quelle parole, eccome se pesavano. Anche per lei. Ma trattarle così era meglio. Per entrambi. Lei sapeva anche questo.
“Spiace anche a me”, le aveva risposto lui.
Stare con lei era come essere nudi. Sempre. Lo faceva stare bene. Per questo motivo oggi non diceva niente. Perché non ce n’era bisogno. Lei sapeva la risposta prima ancora che lui riuscisse a formularla. E allora rimase in silenzio.
Chiuse gli occhi e pensò a lei che lo chiama sul balcone per salutare la luna. Alle lacrime che le increspano gli occhi, per un ricordo. Al suo ventre. A quel calore. A quell’odore. A quel rivolo.
Riaprì gli occhi. “Sarebbe bello potesse venirne fuori qualcosa”.