Rumori

Tum, tum, tum…
Il passo smisurato del padre. Suole di cuoio sui gradini delle scale in un fragore amplificato. Un baccano di piedi che per il ragazzo ha l’effetto di una sirena. Sussulta, s’irrigidisce, i suoi gesti si fanno convulsi.
Tum, tum… Restano pochi secondi.
Tira su i pantaloni. La cintura non l’allaccia, non ha tempo: prima deve far scomparire quei corpi nudi e sussultanti dal monitor del computer.
S’affanna col mouse per qualche istante, cliccando su una serie di finestre che dardeggiano pericolosamente ribellandosi alla censura. Impreca in silenzio. Ha la camicia fuori dai pantaloni e il cuore in gola. Ma in fondo sa che, se anche aprisse la porta dello studio in quel momento, suo padre non noterebbe nulla. Né la cintura slacciata, né l’inequivocabile rigonfiamento delle sue braghe.
Infatti, quando s’affaccia, il vecchio mostra la sua solita espressione vagamente indagatrice, poi gli domanda qualcosa facendogli capire di non voler aspettare la risposta. Al che lui gli rivolge un vacuo sorriso fingendo di tornare a leggere la posta elettronica.
Tutto lì.
Scampato il pericolo, il ragazzo spegne il computer rimontato dai sensi di colpa. Il padre, invece, prosegue incurante verso la cantina, dove, pensando di non essere mai stato scoperto, nasconde in fondo a uno scaffale una scorta di bottiglie di vino, dalla quale attinge sistematicamente.
Una porta di ferro stride sui cardini. Silenzio.
Il figlio lo immagina intento nel suo rituale e prova una profonda vergogna. Disapprova e detesta quella sua debolezza. Come può credere che lui e mamma non abbiano ancora capito?
Al pensiero dello stolido sorriso del padre riflesso nel suo, gli sale la rabbia e tira un calcio alla sedia.
Corre di sopra e raggiunge la madre in cucina.
“Dov’è andato papà?”, domanda lei.
“Chiamalo, digli che è pronta la cena.”
“Papà!…”, grida da in cima alle scale.
“Papa!….”, ripete un altro paio di volte.
“Arrivo”, fa eco una voce da sotto.
Un cigolio e una porta di ferro che si chiude.

Advertisements

Supplicium

san sebastiano - reni

San Sebastiano, G. Reni, 1625 ca. – Fonte: web

 

1.

Sono tutti in fila, seduti sulle panchine. L’istitutrice, in piedi di fronte a loro, continua a parlare. Non uno che ascolti. Aspettano solo il cambio nel tono della sua voce, il segnale per gettarsi in cortile. Tutti tranne quei due, che la fissano in continuazione. Il Santo è dietro di lei, devono fare attenzione. Il che rende il loro gioco ancora più divertente. Ogni volta che suor Letizia distoglie lo sguardo, scocca una freccia. Ora tu, poi io. Vengono trafitti a turno. Prima a una gamba, poi a un braccio, per ultimo alla pancia e al petto. A quel punto alzano la maglietta e ci infilano una mano contorcendosi nello spasmo. Nel farlo si guardano ridendo. E’ piacevole essere colpiti. Ancor di più l’attimo che precede, quando la freccia arriva e tu sai che non mancherà il bersaglio. E’ struggente sapere di non avere scampo. Né tu, né l’amico che ti si dimena accanto. Proprio come il Santo laggiù, legato a un albero con la corda. Chissà se prova anche lui quello che provano loro. Lo scocco, il sibilo, lento e inesorabile, la penetrazione. Di pelle e di carne. Meno dolorosa di un pizzicotto, più eccitante di un salto nel vuoto. Dolce, come una carezza.

2.

Un bel giorno in bagno compare un giornaletto porno. Un pezzo, poche pagine strappate e infilate in mezzo a una vecchia rivista. Tutti lo sanno, nessuno le fa sparire. Lui non sa bene che farci. Se non rimanere con gli occhi incollati a quelle cosce aperte sopra le sue, accoglienti e calde. E’ in quel cesso che viene per la prima volta. Pancia a terra, i pantaloni abbassati, un suo compagno sopra di lui, che spinge. Non se ne rende conto subito, è travolto da una sensazione nuova. Rapito, non riesce a dire nulla. L’altro si è già alzato, si sta allacciando le braghe. Sente i suoi occhi interrogativi sulla schiena mentre esce veloce dal bagno. Ma lui rimane lì, a terra, il viso schiacciato sul pavimento. Si mette in ginocchio. Una lacrima opaca, densa e appiccicosa, gli bagna il prepuzio. Intenso, ma breve. E’ già finito. A pensarci fa quasi male.

3.

E’ passato tanto tempo, ma non dimentica. Certe cose non possono essere rimosse. Ripensarci gli dà ancora un fremito. Lo scantinato, la palestra, la spalliera. La luce a piombo su quel corpo nudo, appeso, le coste in evidenza. Procace, nella sua virilità esposta. Osceno, offerto di schiena. Voglioso, dei colpi della sua frusta.

(Liberamente ispirato a “Confessioni di una maschera” di Yukio Mishima)

 

Vespa

Vespa

Ragazza in Vespa – web

Si frequentano da un anno ormai e capita che finito il turno lei passi a trovarlo sul lavoro per due parole, un saluto. Non sale in studio, in verità, non osa. Non vuole disturbare, invadere il campo. In fondo si vergogna un po’. Gli fa uno squillo e lo aspetta da basso, che poi magari ci scappa un caffè o una cosa insieme al bar sotto il portico.
Sono quasi le cinque quando suona il cellulare. Lui è impegnato, non può rispondere, lascia fare. Puntuale arriva un messaggino, cui risponde con un rapido ‘ok …’, che allude a un’attesa non ben precisata, ma non eccessiva.
Dopo una decina di minuti è giù al portone, ma non la vede. Fa qualche passo sotto il colonnato, controlla il cellulare, scruta il parcheggio.
“Buh!”, sbuca fuori lei da dietro un pilastro, sorprendendolo alle spalle.
Lo abbraccia, si abbracciano.
Lui getta uno sguardo intorno, incrociando quello di un paio di passanti. Non li riconosce. Nemmeno gli avventori del bar, mentre prendono posto a un tavolino all’esterno. Si rilassa, fa gli onori di casa. Lei appoggia casco e zainetto su una sedia vuota, scioglie i capelli e li scuote con le mani. Si toglie gli occhiali da sole. Sorride.
Ordinano un caffè e una spremuta.
Lei è allegra, disinvolta, deliberatamente provocatoria. Lo bacia davanti a tutti come se fossero soli. Lui prova a lasciarsi andare, a non pensare a cause e dibattiti, al lavoro che lo attende prima di sera. Mette gli occhi su di lei e non li sposta. E’ bella, come la primavera.
Parlano un po’ del più e del meno. Ma quando lui prova a descrivere quello che sta accadendo nel suo ufficio, cinque piani più su, lei si sporge sul tavolino e preme le labbra sulla sua bocca, soffocando sul nascere ogni odiosa minaccia a quel loro breve momento di felicità.
“Mi vedi? Sono qui. Stai un po’ con me”, lo rimprovera.
Lui annuisce e sorride in silenzio.
Poi si alzano. Si abbracciano.
“Stringimi forte”, gli dice, “fammi sentire che ci sei”.
Si baciano.
Lui sente l’alito dolce di lei e la sua lingua accarezzargli le labbra. Chiude gli occhi, la sfiora con la sua. Le loro bocche si fondono.
E’ il momento di separarsi di nuovo.
“Mi chiami? Quando hai finito, anche se è tardi…”.
La guarda montare sulla sua vespa rossa. Mettere il casco, che la fa sembrare una bambina alle giostre. Ogni volta che la vede partire, ha paura che perda l’equilibrio. Ma poi lei accelera, solleva i piedi e prende il volo scodinzolando un po’.
Subito dopo, però, lascia andare l’acceleratore e si volta di nuovo indietro ondeggiando per il piazzale. Sorride sotto gli occhiali scuri raggiante nel suo vestitino a fiori. Lui non può che fare altrettanto. Alza timidamente una mano. Lei ora sembra ridere di lui, fermo impalato come uno stoccafisso sotto il colonnato. Si avvicina, frena, mette giù un piede sobbalzando.
“Ricorda”, dice con l’aria di chi sta rivelando una verità. “L’amore è un moto da luogo”.
Apre il gas. La moto alza la voce rispondendo docilmente, senza fretta, dandole ancora il tempo per un sorriso soddisfatto.
Lui rimane lì a guardarla mentre s’allontana. La fronte alta, il vento in faccia. Le spalle nude, i boccoli dorati che fiammeggiano da sotto il casco. Finché scompare nei flutti del traffico.
Si avvia al portone. Ripensa alle carte pronte e a quelle ancora da rivedere. Alla strategia, alle cose da dire, alle domande da fare.
Sta bene, pensa. Sa che porterà a termine il proprio lavoro, che lo farà nel migliore dei modi. Eppure gli manca qualcosa. Qualcosa che era dentro di lui e che ora non si trova più lì. Ma non se ne cura. Ha capito.
“Va tutto bene”, dice, salendo lo scalone due gradini alla volta.

La controra

Controra

“Riposo pomeridiano”, V. Van Gogh – web

Lo mise dentro e spinse piano fino in fondo, appoggiandosi a lei.
Stette fermo così, annusandole il collo. Aprì la bocca e lo morse dolcemente, lo leccò fino all’orecchio. Poi sfiorò le sue labbra, che non risposero. La guardò. Aveva gli occhi chiusi, in attesa.
Cominciò a premere. Prima piano, poi più forte. Lei lo lasciò fare. Guardò i suoi seni sobbalzare, s’inarcò e le leccò un capezzolo, poi l’altro, eccitandosi. Lei allargò le braccia e s’aggrappò alle lenzuola. Si voltò e sprofondò il viso nel cuscino, abbandonandosi.
Ma non gemeva, non diceva niente. Lui continuò a muoversi sopra di lei in cerca di un sospiro, una parola che lo guidasse.
Ora la prendeva con forza, ansimando. Alzò lo sguardo alla testiera del letto, poi più su, al crocefisso appeso sulla parete di tufo. Aveva caldo.
Pensò a quando avevano deciso di farlo: erano le due e, col caldo che faceva, di andare in spiaggia non se ne parlava nemmeno.
Si fermò. Era sudato. Lo tirò fuori. Guardò sua moglie, che aprì gli occhi per capire cosa stava succedendo. Non disse niente, lo mise dentro di nuovo. Poi si ritrasse e la penetrò ancora. E ancora. Ma mai fino in fondo. Aveva bisogno di sentire le sue labbra avvolgerlo e inghiottirlo ogni volta. Continuò a muoversi a quel modo, trattenendosi appena oltre la soglia. Ripeté quei gesti affrettandoli man mano, trastullandosi con gli orli della sua pelle.
Adesso sapeva di poter venire da un momento all’altro e in fondo aveva voglia di farlo. Lei era tutta bagnata, ma continuava a tacere.
Seguitò a giocare con i lembi della sua vagina, penetrandola sempre più rapidamente. Era convinto di farla godere. Puntò le ginocchia, le strinse forte i seni e le braccia, accelerò con movenze da film porno, estasiato dal liquore che lo avvolgeva e dalla sensazione di continuare a entrare dentro di lei.
“Che stai facendo?”, le udì dire a un tratto.
S’interruppe di colpo e la guardò titubante.
“Entra bene”, lo redarguì. “Così non sento niente”.
Mortificato, smise di giocare. Ubbidì, andò fino in fondo e ricominciò a muoversi.
Lei richiuse gli occhi. Lo fece anche lui.
Spinse sempre più forte finché venne, accasciandosi su di lei.
Per un po’ rimasero in silenzio.
“Sei tutto sudato”, disse lei, toccandogli una spalla.
Si sollevò sulle braccia. Con un sorriso rispose allo sguardo infastidito di sua moglie e scartò di lato.
Si chiese se le avrebbe fatto piacere che la toccasse. Non aveva molta voglia di farlo, in verità. Provò a dire qualcosa, rise.
Per tutta risposta lei scimmiottò la sua risata.
“Ridi sempre così”, disse aspra, tirandosi a sedere. “Quella tua risata falsa, di circostanza”. La imitò ancora un paio di volte, con sarcasmo. Sapeva di umiliarlo. “Vado a fare una doccia”, concluse, alzandosi dal letto.

Voce

La sua voce. Dote naturale, educata, addestrata per anni. Oggi forse un po’ ingombrante, talvolta imbarazzante. Un talento non messo a frutto, come spesso accade, ma non solo. Motivo di contesa e discordia fra lei e la madre. Alla ribellione succedette lo strappo, il silenzio. Sicché oggi è raro sentirla cantare. Ma quando succede – e per mia fortuna accade sempre più spesso, la sua voce mi avvolge e mi trattiene prima ch’io possa fare o pensare. E’ qualcosa di sorprendente; metamorfosi ai miei occhi, magia per i miei orecchi. In quei momenti è come se la sua persona mutasse e assumesse proporzioni diverse.

Ha un corpicino minuto. E quando canta, l’attimo appena prima, si contrae riducendosi ulteriormente. Poi, solleva i polsi e stringe indici e pollici afferrando delle redini invisibili. Chiude gli occhi. Mi pare di sentire l’energia accumularsi all’altezza del suo stomaco. E sgorgare, da lì, in un lungo gemito profondo, crescente, sempre più potente, inseguito, ascoltato, modulato. Domato. La sua voce come altro da sé, come bestia addomesticata. Quando la lascia andare, la sua forza sproporzionata mi disorienta. Immerso in quel suono, la vedo con altri occhi. Il suo corpo uno strumento smisurato.

“Ti canto un pezzo della Cenerentola di Rossini”, dice dopo aver scaldato la voce. E’ contralto, merce rara. Di una bellezza ambigua e schiva, ancor più difficile da accettare. Ma in lei vivono tante voci e a me piace ascoltarle tutte. Quella un po’ roca, sospirata e tesa, dei momenti in cui vivere sembra una trappola senza via d’uscita. Quella misurata, ma energica e decisa, che così ben s’accorda alle lezioni di psicologia. Quella sopra le righe, esasperata e urlata, per sfogo o protesta. Quella stridula e lacerata dei momenti di paura.
Ne conosco i picchi, l’onda gonfia. Il frangersi in risata, il dilaniarsi in pianto rabbioso. Il mugolio amoroso. E il tono brusco e canzonatorio con cui mi rimbrotta, mi pungola, mi promuove. Quello delizioso e crudele con cui si fa beffa di me.

Ma c’è un momento in cui riesce ancora a sorprendermi. Accade quando è più allegra, un po’ su di giri. Mentre beviamo un bicchiere di vino stuzzicandoci a vicenda e infine lei prende l’iniziativa e mi scuote con le sue domande. E’ in quel tempo di lieta attesa, in cui mi invita ad avventurarmi con lei in un dove inesplorato, è allora che odo un mugghiare di metallo morbido attraversarle la gola, e le sue parole vibrare come cristallo strofinato dal vento. Ascolto inebriato quel riverbero e vi riconosco un’armonica, una nota dominante, che è solo sua. La adoro, come amo il modo in cui si manifesta, a un tratto, luce al tramonto sulle rocce, illuminandole il volto.

Acqua

 

uomini e donne
di carta e di cera
di aliti ventosi
rivoli di fortuna.
ma cari miei
solo acqua che fugge via!

(I. Pedretti)

“Certo che ha un bell’odore il tuo coso, lì”, disse senza distogliere lo sguardo dalla tv.
Lui si voltò. Sorrideva divertita. Continuava a fissare lo schermo, in attesa.
Aveva capito, ma fece finta di no, non disse nulla. Lo faceva spesso, prendeva tempo. Lei lo sapeva. E lo aspettava.
Erano seduti sul divano, vicino alla stufa. Si erano tolti le scarpe e poggiavano entrambi i piedi su una sedia.
“Non dici niente?”, lo spronò. Fece un cenno col mento e mosse gli indici delle mani, che teneva intrecciate sul grembo. Lui guardò nella direzione che aveva indicato, dritto su di sé. Si sporse verso di lei e fece finta di annusare l’aria. “Ma cosa fai, stupido?!”, esclamò lei, mettendosi a ridere. “Smettila, che già mi mette abbastanza imbarazzo”. L’odore, era vero, si sentiva bene.
“In effetti si sente bene”, disse lui. “Sicura che non sono io?”
“Ma va!”
“Sai, non ho nemmeno fatto una doccia”.
“Nemmeno io. Mi sono sciacquata, ma non ho tolto tutto. Ne era rimasto un po’. E adesso è sceso”. Lui la fissò, poi la baciò sulla fronte. La fissò nuovamente.
“Perché mi guardi così?”, chiese lei. “Sorridi, sembri quasi contento”, si ritrasse un poco nel suo angolo di divano. Faceva sempre così. Si scostava e lo guardava da un po’ più lontano. Lo faceva per vedere meglio. Per capire. Per capire se quello che sentiva era vero. I suoi occhi guizzavano in cerca di una conferma.
A lui sembrava che gli leggesse dentro. Non era sempre facile lasciarsi guardare così. Né rispondere alle domande che normalmente seguivano. Era come se lo trapassasse.
“Vieni qui”, disse lei.
Lui l’abbracciò. In realtà lasciò che fosse lei ad abbracciarlo. Non desiderava altro. Si stese su di lei e le poggiò il capo in grembo. Lei lo strinse a sé. Sapeva che ne aveva bisogno. Lei sapeva ogni cosa. E a lui andava bene che le cose stessero così. Potersi fidare.
“Mi spiace che tu non possa averne”, gli aveva detto il giorno prima.
Era tanto che non ne parlavano più. Stavano bevendo un caffè al tavolino di un bar prima di andare al lavoro, quando lei aveva pronunciato quelle parole come se non avessero alcun peso. L’attimo dopo sembrava che stesse già pensando ad altro. E invece pesavano quelle parole, eccome se pesavano. Anche per lei. Ma trattarle così era meglio. Per entrambi. Lei sapeva anche questo.
“Spiace anche a me”, le aveva risposto lui.
Stare con lei era come essere nudi. Sempre. Lo faceva stare bene. Per questo motivo oggi non diceva niente. Perché non ce n’era bisogno. Lei sapeva la risposta prima ancora che lui riuscisse a formularla. E allora rimase in silenzio.
Chiuse gli occhi e pensò a lei che lo chiama sul balcone per salutare la luna. Alle lacrime che le increspano gli occhi, per un ricordo. Al suo ventre. A quel calore. A quell’odore. A quel rivolo.
Riaprì gli occhi. “Sarebbe bello potesse venirne fuori qualcosa”.

Brevi viaggi della mente

Lost in Translation_00

 

 
 
 

 Belgrado

Quella volta, all’aeroporto Isaac non prese il taxi, ma noleggiò un’auto e si diresse con calma verso il centro. Aveva tutto il pomeriggio per sé. Passeggiò a lungo sul fiume e quando fu l’ora di chiusura, passò davanti alla biblioteca. Uscendo con le colleghe, Mirna lo riconobbe subito, sul marciapiede opposto, vicino alla fermata dell’autobus. Sorrise incredula. Non lo vedeva da settimane, né pensava che sarebbe successo ancora.
Fecero l’amore in macchina, a pochi isolati da lì. In quell’anonimo spazio sconfinato. Lo fecero con gesti rapidi e risoluti. Famelici, implacabili. Come le dita di lei, esigenti artigli vellutati. E il soffio crescente di quel suo piacere ostinato, consumato e offerto. Il celebrarlo muto di lui, rilasciato e teso come una corda all’ormeggio. Crepitante, sotto di lei, respirando l’alito caldo del suo ventre disvelato.
Lo fecero in silenzio, senza parole, ché non ne avevano in comune.
Si trovarono a occhi chiusi, scrutandosi da dentro.
Più tardi, sulla terrazza di un bistrot, guardarono la città luccicare.
Non avevano parole su cui volare, né una ragione per cercarne.
 
 
 

Lost in Translation

Nel buio delle ultime file, i primi baci, le prime carezze. Il film, lento, ovattato, stentava a decollare, né poteva schermare l’attrazione che ci univa. Le nostre labbra si fusero in un silenzioso canto di desiderio, mentre le mani, temerarie, penetravano al buio fra giacche e maglioni. Nella sala gremita, inno alla trasgressione, ci rifugiammo in un abbraccio che mascherasse quei gesti, sempre più precisi. Aggrappati a quello scoglio, intuivamo l’uno il piacere dell’altro dai pochi sussulti concessi e subito lo soffocavamo, mordendoci le labbra. Trattenemmo il fiato, emergendo solo a tratti da quell’apnea incondizionata. E continuammo così, assorti, fino all’approdo.
Quando riaprimmo gli occhi, ci fissammo spaesati. Le nostre iridi dilatate riflettevano la luminosità diffusa dello schermo. Dov’eravamo? Mi giunsero le note di un piano, ora potevo udirle. Mi voltai e mi immersi nella luce soffusa di una sala d’albergo. Un occidentale in abito da sera sedeva di schiena al bancone del bar. Solo, spaesato, pareva perso. Come noi. Rilasciai gradualmente la presa, sfuggendo alla stretta di quel nostro abbraccio che, esauritosi, diventava scomodo. Rinfilai la camicia bagnata nei pantaloni. Incredulo, girai uno sguardo timoroso sulla sala. I volti delle persone mi apparivano solo a tratti, illuminati da spot di luce riflessa. Per un momento fissai le loro espressioni esanimi, intenti a guardare il film. Sembravano teste di terracotta. Poi mi voltai verso di lei: percepii il calore sul suo volto, il suo respiro. La fissai finché non incrociò il mio sguardo. Sorridemmo sollevati, quasi fossimo gli unici sopravvissuti in quel deserto d’inumani. Non resistemmo, cominciammo a ridere, isterici, a labbra tese. Restammo così a lungo, sospesi, persi, fra imbarazzo e un innegabile senso d’appagamento.