La Maschera

Ringraziando per la gentile attenzione accodatami da Caterina di Biblioprecaria, ri-pubblico un mio brevissimo (titolato anche “Supplicium”).
Paolo Beretta

Biblioprecaria

Piazza Galvani.jpg

1. Sono tutti in fila, seduti sulle panchine. L’istitutrice, in piedi di fronte a loro, continua a parlare. Non uno che ascolti. Aspettano solo il cambio nel tono della sua voce, il segnale per gettarsi in cortile. Tutti tranne loro, che la fissano in continuazione. Il Santo è dietro di lei, devono fare attenzione. Il che rende il loro gioco ancora più divertente. Ogni volta che suor Letizia distoglie lo sguardo, scocca una freccia. Ora tu, poi io. Vengono trafitti a turno. Prima a una gamba, poi a un braccio, per ultimo alla pancia e al petto. A quel punto alzano la maglietta e ci infilano una mano contorcendosi nello spasmo. Nel farlo si guardano ridendo. E’ piacevole essere colpiti. Ancor di più l’attimo che precede, quando la freccia arriva e tu sai che non mancherà il bersaglio. E’ struggente sapere di non avere scampo. Né tu, né l’amico che…

View original post 374 altre parole

Annunci

L’aquila

Tornasti in un sogno.
Ma non tu, un’idea di te, con un odore e un sapore precisi.

L’aquila dell’ispirazione stanotte ha ripreso a librarsi nei cieli elevati degli altipiani del mio cuore. Tutti i contenuti, grandi e piccini, si sono rintanati ancora all’eco dell’atavico richiamo dei pastori i quali, radunando le greggi per rientrare celeri negli ovili, gridavano – In cielo! In cielo! – e il tempo fu silenzio.

Dopo essersi alzata sopra la valle in giri muti e senza tempo, d’improvviso l’aquila ha raccolto le ali e si è buttata in picchiata; desiderava prendere, possedere, fagocitare; era in preda ad un delirio lucido di vita e morte mentre fissava la preda ingrandirsi a terra sotto il suo cadente volo mortifero e regale.

Continuava a puntare, dentro il sibilo di quella rotta, l’animale scuro che si allargava al suolo; la smania del sangue sul rostro era più forte di dubbi o di pensieri, era consapevolmente ubriaca, vedeva con occhi perfetti che non parlavano col tempo, le passate stagioni, le cacce, gli agguati, ma solo col vuoto del ventre e col desiderio d’essere di nuovo Dio nell’atto del possesso.

All’ultimo dispiegò le ali tendendo ogni muscolo per attutire lo schianto sulla preda e, con un magistrale colpo di reni, avanzando le zampe artigliate all’altezza del becco, ghermì la polvere dell’erbaio disseccato non lontano dal villaggio.

In cuor loro, seppur sollevati per le greggi e le figliolanze, i pastori, i contadini e tutti gli animali ebbero un sussulto di sconforto nel vedere il volo dominatore della vita discendere dal cielo per lottare con la propria ombra, senza poterla riconoscere, né accettare.

[A. De Martino, 2008]

Voce

La sua voce. Dote naturale, educata, addestrata per anni. Oggi forse un po’ ingombrante, talvolta imbarazzante. Un talento non messo a frutto, come spesso accade, ma non solo. Motivo di contesa e discordia fra lei e la madre. Alla ribellione succedette lo strappo, il silenzio. Sicché oggi è raro sentirla cantare. Ma quando succede – e per mia fortuna accade sempre più spesso, la sua voce mi avvolge e mi trattiene prima ch’io possa fare o pensare. E’ qualcosa di sorprendente; metamorfosi ai miei occhi, magia per i miei orecchi. In quei momenti è come se la sua persona mutasse e assumesse proporzioni diverse.

Ha un corpicino minuto. E quando canta, l’attimo appena prima, si contrae riducendosi ulteriormente. Poi, solleva i polsi e stringe indici e pollici afferrando delle redini invisibili. Chiude gli occhi. Mi pare di sentire l’energia accumularsi all’altezza del suo stomaco. E sgorgare, da lì, in un lungo gemito profondo, crescente, sempre più potente, inseguito, ascoltato, modulato. Domato. La sua voce come altro da sé, come bestia addomesticata. Quando la lascia andare, la sua forza sproporzionata mi disorienta. Immerso in quel suono, la vedo con altri occhi. Il suo corpo uno strumento smisurato.

“Ti canto un pezzo della Cenerentola di Rossini”, dice dopo aver scaldato la voce. E’ contralto, merce rara. Di una bellezza ambigua e schiva, ancor più difficile da accettare. Ma in lei vivono tante voci e a me piace ascoltarle tutte. Quella un po’ roca, sospirata e tesa, dei momenti in cui vivere sembra una trappola senza via d’uscita. Quella misurata, ma energica e decisa, che così ben s’accorda alle lezioni di psicologia. Quella sopra le righe, esasperata e urlata, per sfogo o protesta. Quella stridula e lacerata dei momenti di paura.
Ne conosco i picchi, l’onda gonfia. Il frangersi in risata, il dilaniarsi in pianto rabbioso. Il mugolio amoroso. E il tono brusco e canzonatorio con cui mi rimbrotta, mi pungola, mi promuove. Quello delizioso e crudele con cui si fa beffa di me.

Ma c’è un momento in cui riesce ancora a sorprendermi. Accade quando è più allegra, un po’ su di giri. Mentre beviamo un bicchiere di vino stuzzicandoci a vicenda e infine lei prende l’iniziativa e mi scuote con le sue domande. E’ in quel tempo di lieta attesa, in cui mi invita ad avventurarmi con lei in un dove inesplorato, è allora che odo un mugghiare di metallo morbido attraversarle la gola, e le sue parole vibrare come cristallo strofinato dal vento. Ascolto inebriato quel riverbero e vi riconosco un’armonica, una nota dominante, che è solo sua. La adoro, come amo il modo in cui si manifesta, a un tratto, luce al tramonto sulle rocce, illuminandole il volto.

Acqua

 

uomini e donne
di carta e di cera
di aliti ventosi
rivoli di fortuna.
ma cari miei
solo acqua che fugge via!

(I. Pedretti)

“Certo che ha un bell’odore il tuo coso, lì”, disse senza distogliere lo sguardo dalla tv.
Lui si voltò. Sorrideva divertita. Continuava a fissare lo schermo, in attesa.
Aveva capito, ma fece finta di no, non disse nulla. Lo faceva spesso, prendeva tempo. Lei lo sapeva. E lo aspettava.
Erano seduti sul divano, vicino alla stufa. Si erano tolti le scarpe e poggiavano entrambi i piedi su una sedia.
“Non dici niente?”, lo spronò. Fece un cenno col mento e mosse gli indici delle mani, che teneva intrecciate sul grembo. Lui guardò nella direzione che aveva indicato, dritto su di sé. Si sporse verso di lei e fece finta di annusare l’aria. “Ma cosa fai, stupido?!”, esclamò lei, mettendosi a ridere. “Smettila, che già mi mette abbastanza imbarazzo”. L’odore, era vero, si sentiva bene.
“In effetti si sente bene”, disse lui. “Sicura che non sono io?”
“Ma va!”
“Sai, non ho nemmeno fatto una doccia”.
“Nemmeno io. Mi sono sciacquata, ma non ho tolto tutto. Ne era rimasto un po’. E adesso è sceso”. Lui la fissò, poi la baciò sulla fronte. La fissò nuovamente.
“Perché mi guardi così?”, chiese lei. “Sorridi, sembri quasi contento”, si ritrasse un poco nel suo angolo di divano. Faceva sempre così. Si scostava e lo guardava da un po’ più lontano. Lo faceva per vedere meglio. Per capire. Per capire se quello che sentiva era vero. I suoi occhi guizzavano in cerca di una conferma.
A lui sembrava che gli leggesse dentro. Non era sempre facile lasciarsi guardare così. Né rispondere alle domande che normalmente seguivano. Era come se lo trapassasse.
“Vieni qui”, disse lei.
Lui l’abbracciò. In realtà lasciò che fosse lei ad abbracciarlo. Non desiderava altro. Si stese su di lei e le poggiò il capo in grembo. Lei lo strinse a sé. Sapeva che ne aveva bisogno. Lei sapeva ogni cosa. E a lui andava bene che le cose stessero così. Potersi fidare.
“Mi spiace che tu non possa averne”, gli aveva detto il giorno prima.
Era tanto che non ne parlavano più. Stavano bevendo un caffè al tavolino di un bar prima di andare al lavoro, quando lei aveva pronunciato quelle parole come se non avessero alcun peso. L’attimo dopo sembrava che stesse già pensando ad altro. E invece pesavano quelle parole, eccome se pesavano. Anche per lei. Ma trattarle così era meglio. Per entrambi. Lei sapeva anche questo.
“Spiace anche a me”, le aveva risposto lui.
Stare con lei era come essere nudi. Sempre. Lo faceva stare bene. Per questo motivo oggi non diceva niente. Perché non ce n’era bisogno. Lei sapeva la risposta prima ancora che lui riuscisse a formularla. E allora rimase in silenzio.
Chiuse gli occhi e pensò a lei che lo chiama sul balcone per salutare la luna. Alle lacrime che le increspano gli occhi, per un ricordo. Al suo ventre. A quel calore. A quell’odore. A quel rivolo.
Riaprì gli occhi. “Sarebbe bello potesse venirne fuori qualcosa”.

Brevi viaggi della mente

Lost in Translation_00

 

 
 
 

 Belgrado

Quella volta, all’aeroporto Isaac non prese il taxi, ma noleggiò un’auto e si diresse con calma verso il centro. Aveva tutto il pomeriggio per sé. Passeggiò a lungo sul fiume e quando fu l’ora di chiusura, passò davanti alla biblioteca. Uscendo con le colleghe, Mirna lo riconobbe subito, sul marciapiede opposto, vicino alla fermata dell’autobus. Sorrise incredula. Non lo vedeva da settimane, né pensava che sarebbe successo ancora.
Fecero l’amore in macchina, a pochi isolati da lì. In quell’anonimo spazio sconfinato. Lo fecero con gesti rapidi e risoluti. Famelici, implacabili. Come le dita di lei, esigenti artigli vellutati. E il soffio crescente di quel suo piacere ostinato, consumato e offerto. Il celebrarlo muto di lui, rilasciato e teso come una corda all’ormeggio. Crepitante, sotto di lei, respirando l’alito caldo del suo ventre disvelato.
Lo fecero in silenzio, senza parole, ché non ne avevano in comune.
Si trovarono a occhi chiusi, scrutandosi da dentro.
Più tardi, sulla terrazza di un bistrot, guardarono la città luccicare.
Non avevano parole su cui volare, né una ragione per cercarne.
 
 
 

Lost in Translation

Nel buio delle ultime file, i primi baci, le prime carezze. Il film, lento, ovattato, stentava a decollare, né poteva schermare l’attrazione che ci univa. Le nostre labbra si fusero in un silenzioso canto di desiderio, mentre le mani, temerarie, penetravano al buio fra giacche e maglioni. Nella sala gremita, inno alla trasgressione, ci rifugiammo in un abbraccio che mascherasse quei gesti, sempre più precisi. Aggrappati a quello scoglio, intuivamo l’uno il piacere dell’altro dai pochi sussulti concessi e subito lo soffocavamo, mordendoci le labbra. Trattenemmo il fiato, emergendo solo a tratti da quell’apnea incondizionata. E continuammo così, assorti, fino all’approdo.
Quando riaprimmo gli occhi, ci fissammo spaesati. Le nostre iridi dilatate riflettevano la luminosità diffusa dello schermo. Dov’eravamo? Mi giunsero le note di un piano, ora potevo udirle. Mi voltai e mi immersi nella luce soffusa di una sala d’albergo. Un occidentale in abito da sera sedeva di schiena al bancone del bar. Solo, spaesato, pareva perso. Come noi. Rilasciai gradualmente la presa, sfuggendo alla stretta di quel nostro abbraccio che, esauritosi, diventava scomodo. Rinfilai la camicia bagnata nei pantaloni. Incredulo, girai uno sguardo timoroso sulla sala. I volti delle persone mi apparivano solo a tratti, illuminati da spot di luce riflessa. Per un momento fissai le loro espressioni esanimi, intenti a guardare il film. Sembravano teste di terracotta. Poi mi voltai verso di lei: percepii il calore sul suo volto, il suo respiro. La fissai finché non incrociò il mio sguardo. Sorridemmo sollevati, quasi fossimo gli unici sopravvissuti in quel deserto d’inumani. Non resistemmo, cominciammo a ridere, isterici, a labbra tese. Restammo così a lungo, sospesi, persi, fra imbarazzo e un innegabile senso d’appagamento.

Seni

La pudicizia (seni) - A. Corradini

“La pudicizia”, Corradini – web

Non sono uguali. Ma ugualmente belli. Uno più sodo e gonfio, il primo, il preferito. L’altro, non più piccolo, ma alleggerito, la pelle morbida che s’incurva appena; giovane e fresca, non fa una grinza. Ho il sospetto che con quello senta di più. In quei giorni, invece, l’altro è teso come un tamburo, è un campanello d’allarme, duole solo a sfiorarlo. Sono belli. Gliel’ha detto anche il dottore. Le ha fatto i complimenti: perfetti, ha detto; ha usato proprio quella parola. E se ne intende lui, ne vede tanti. Sono belli e importanti, in quella figura di bambola e bambina. Li amo. Amo quelle due capocchie rosse e la crusca che le contorna. Amo quelle forme diverse e la loro pelle opalina. Amo il respiro che le anima. Amo quell’asimmetria: all’inizio non l’avevo nemmeno scorta, complice un artificio di spugna. E’ stata lei a rivelarmela, una specie di anticipata confessione. Poi il desiderio, la confidenza. Mi manca. Tutto. Mi manca tutto di lei. La più piccola imperfezione, la più piccola anomalia. Ciò che la rendeva unica. Ciò che la rendeva mia.

Mani

 

Ratto di Proserpina - Bernini - Mani

“Il ratto di Proserpina”, Bernini – web

Quella cosa delle mani. Strano, mi viene in mente solo adesso, quando è tutto finito. Certe cose la nostra mente ce le propone solo nel poi. In realtà credo che tornino, risalgano in superficie. Perché son sempre state lì, dall’inizio. Dal primo giorno, dalla prima volta. La prima volta che l’hai sfiorata, l’hai toccata, l’hai fatta godere. Lei che a un tratto apre gli occhi e sussurra una frase, una domanda. “Che mani hai?” Tu che ti fermi e la guardi stupito. Rimani così per un momento, interdetto, cercando qualcosa da dire. La battuta pronta non ce l’hai, così t’interroghi sul senso. Che mani hai? Che razza di domanda è? Fai a tempo a pensare che le tue mani, le tue dita affusolate non hanno proprio niente che non va. Qualcuno te le ha pure ammirate, te le ha invidiate. Vorresti alzarne una e contemplarla insieme a lei, proprio in questo momento. Ecco, adesso la sfili dalle sue mutandine, aspetti che lei apra gli occhi e gliela fai vedere, le dita divaricate, mentre la giri: prima il palmo, poi il dorso. Le mie mani? Cos’hanno che non va le mie mani? Le chiedi. Che difetto ci trovi? Ma non lo fai, non è così che vanno le cose. Il richiamo della sua pelle, sempre più attraente, del suo respiro, sempre più esigente. Così metti via il pensiero e ti immergi di nuovo anche tu. Anche se in un angolo da qualche parte nella tua scatola cranica s’annida una piccola bolla d’aria. Lei è lì con te, sta godendo, eppure in quello stesso momento ti sta misurando, ti sta confrontando. Con chi? Ricacci il pensiero e continui. Non è un problema, non è successo niente, ti dici. Più vai avanti e più non senti niente. Una bolla molto più grande, umida e calda, in grado di contenere il tuo corpo e quello di lei insieme, un’aura avvolgente ti isola, ti solleva, ti permea dell’assordante fruscio della sua bambagia. Sei solo battito e respiro ora. E lei con te. “Non sono mani da uomo”. La sua voce, di nuovo, in un mugolio. Poi ancora, appena più salda: “Non hai nemmeno un callo. Sono lisce…”. Ora apri gli occhi e la fissi. Lei schiude appena le palpebre e le serra subito dopo, come per non vederti. Tu le accarezzi le natiche accennando un timido buffetto, le serri un seno senza convinzione, con l’altra mano lasci andare i capelli e la stringi appena sotto la nuca. Infine ti fermi, indeciso sul da farsi. Un timore reverenziale ti impedisce di posare di nuovo le dita sul suo sesso. La sua di mano, però, non si ferma. Anzi, prende a muovere con più forza. Ti chiama. Allora ti insinui di nuovo nel suo umore, aumentato, espanso, che accogli e lasci dilagare dentro te. La baci, le mordi le labbra, il collo. Lei geme per la paura di non riuscire a trattenersi, di non trattenere il piacere che le dà essere amata da un uomo e una donna simultaneamente. Infine ti ferma, si ferma, respira. E ti chiede: “Adesso cosa vuoi fare?” Infine ti ferma, si ferma, respira, e ti chiede: “Che cosa vuoi fare?”