Foglie

Marco si accese una sigaretta, uscì sul balcone e si sedette. Scostò una sedia invitando Giulia a fare altrettanto. Versò il vino.
Giulia stette un momento sulla soglia della finestra, si avvicinò e si sedette per terra. La cagnetta, remissiva, la seguì e si sdraiò ai suoi piedi, lei prese a carezzarle la testa ignorando il bicchiere che le veniva offerto.
Marco lo mise sul tavolo. Quando vuoi, pensò.
Lei si sdraiò sulle piastrelle di cotto e strinse a sé la cagnetta. Le piaceva stare per terra, come le piaceva girare per casa a piedi nudi, in déshabillé. Stendersi sul pavimento era un modo per ricongiungersi alla terra rifuggendo ogni sovrastruttura, estetica o morale. Da come se lo teneva stretto, pensò Marco, anche il cane doveva essere più vicino di lui all’essenza delle cose. Se non altro, aveva il diritto di stare sdraiato con lei, invece di starsene seduto a un tavolo da solo.
C’era qualcosa che non andava, era evidente. L’aveva capito subito, appena entrato in casa. Sorseggiò il vino bianco fresco di frigo e snocciolò un paio di olive, attendendo che si arrivasse al dunque.
Giulia incrociò le gambe e si mise a sedere. La cagnetta abbandonò docilmente il collo fra le sue mani lanciando uno sguardo a Marco di sbieco, nell’intento di capire cosa stesse masticando. Il sole all’orizzonte era ancora alto, ma di tanto in tanto una folata di vento rendeva un po’ più sopportabile quel tardo pomeriggio di fine giugno.
“Non dici niente?”, disse lei, nervosa.
“Non mi racconti mai, possibile che tu non abbia mai niente di interessante da dirmi? Non so nulla di te. A volte penso che non ti conosco nemmeno”.
“Cosa vuoi che ti dica? È stata una normale giornata di lavoro”, disse Marco.
Che poi, se anche ti raccontassi, non mi ascolteresti, l’attimo dopo saresti già altrove, mi interromperesti parlandomi sopra.
Ma questo lo pensò soltanto.
Si curvò verso di lei e le carezzò una guancia sorridendo.
Lei si ritrasse infastidita da quel gesto ipocrita, inconsistente.
Lo scrutò per una manciata di interminabili secondi. Lui sostenne lo sguardo, il suo sorriso una piega inamidata della pelle del volto, finché decise di porgerle di nuovo il bicchiere.
“Davvero non ti va di bere?”, chiese.
“Davvero non capisci?”, disse lei con disgusto.
Lui si accasciò sullo schienale della sedia. La cosa era seria, pensò, domandandosi se avesse le energie per sostenere una discussione, se ne avesse mai avute. Nel mentre notò un’odiosa macchia scura sul suo mocassino, trattenne l’impulso di chinarsi e fregarla.
“Non so mai dove sei”, disse lei. “Anche adesso. Tu non sei qui, lo sento”.
“Ma che dici?”
“Non far finta di non capire”.
Marco tacque. Sapeva dove voleva arrivare, la cosa migliore era lasciarla fare.
“Sei entrato e non mi hai nemmeno toccata”.
“Non è vero, lo sai”, replicò lui.
“Quando mi abbracci non ti sento”, riprese lei scandendo le parole, sottolineandole con gesti delle mani tese.
“Non mi stringi, non mi fai sentire che ci sei. Ho bisogno di qualcuno che mi tenga, che mi faccia sentire protetta. Le carezze, quelle falle al cane”.
La cagnetta dovette capire di essere stata chiamata in causa perché sollevò un orecchio guardinga.
“Tu non mi ami”, disse Giulia.
Non era la fine del mondo, né un dramma. Anzi. Non ti amerò mai, Non sei l’uomo della mia vita, Non mi ami veramente, Non sei in grado di amarmi… Tutte cose che Marco si sentiva ripetere quotidianamente.
Lui saldamente aggrappato a un roccia, lei forza ostinata a spiccare il volo.
Lui che del disincanto aveva fatto un precetto di vita, lei che non rinunciava all’amore ideale.
Eppure, stavano insieme. Un legame di frattellanza il loro, sopravvissuti com’erano entrambi al naufragio, allo scampato pericolo. Un legame di sangue e sputo, sotterraneo, un cordone ombelicale di parole non scritte, né dette. Dissepolte, ritrovate. Un’archeologia che forse non praticavano abbastanza spesso.
“Tu non mi ami”, ripeté Giulia guardando oltre la balaustra.
“Non sai nemmeno cosa significhi amare, non sai perché stai con me. Sapresti dirlo, eh? Rispondimi, dai, dimmi: perché stai con me?”.
Marco cercò di articolare un pensiero che in fondo riteneva inutile.
“Non me lo dimostri, non me lo fai capire. Non mi arriva niente, capisci? Io ho bisogno di un uomo che me lo faccia sentire”.
Marco inghiottì un sorso di vino e appoggiò con fastidio il bicchiere sul vetro del tavolo. Non potevano farne a meno?, protestò con gli occhi.
Si chiese se da finestre e balconi udissero ciò che si stavano dicendo.
In cortile dei vicini sbatterono le portiere di un’auto e misero in moto. Li guardò fare manovra e quando se ne furono andati, fissò Giulia di nuovo.
Lei esitò.
“Sono stata al centro di addestramento”, disse.
“Luna è stata bravissima, impara ogni volta di più. Con gli altri cani si è comportata benissimo, oggi erano quattordici. Massimo è in gamba, davvero. Mi piacciono molto i suoi modi, ci sa fare”.
Marco si sporse verso di lei, non voleva perdersi una parola di quello che Giulia stava per dire. Fin dalle prime lezioni, aveva notato che stava accadendo qualcosa. Ma prima che lo dicesse, era stata lei ad ammetterlo. C’era qualcosa nell’atteggiamento dell’educatore di Luna che andava oltre il suo ruolo.
“Ha fascino”, continuò Giulia. “E’ appassionato, attento. Ha un dono e lo trasferisce in tutto quello che fa. E’ speciale”.
Poi una volta si erano incrociati per strada, si erano salutati di sfuggita. Ed era arrivato il primo messaggino sul cellulare. Giulia non aveva fatto passare molto tempo prima di dirlo a Marco. Glieli aveva letti tutti, i messaggi, con non poco imbarazzo. Si vedeva lontano un miglio che era eccitata. Intimorita dalle proprie reazioni. Per questo aveva vuotato subito il sacco, per renderlo partecipe di qualcosa che faticava a gestire da sola. Per liberarsi di un peso.
“Di uno come lui potrei innamorarmi, capisci? Per uno così potrei tornare a sentir battere il cuore”.
Era finita?, si chiese Marco. Era questo che Giulia stava cercando di dirgli?
Ma stette zitto. Lasciò che andasse avanti a parlare.
Una folata di vento agitò i fiori nei vasi e sollevò delle foglie in cortile.
Giulia parlava, il vento soffiava, le foglie strusciavano.
E lui non poteva fare a meno di udire il loro rumore.

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Next

Voglio una parola sola, anche una sola lettera.
Per me, per sapere che ti manco.
Per non immaginarlo soltanto, di mancarti.
Voglio mancarti il sabato e la domenica.
Quando vivi la vita vera e non c’è tempo per le parole.
Che poi, se anche fosse, sarebbe una sveltina.
Mi piacciono le sveltine che ci facciamo in settimana, quelle fatte di ciao come stai.
Mi piacciono, certo. Sono coccole per dirci che ci siamo.
Ma non mi bastano più.
Oggi vorrei che mi scrivessi Guerra e Pace, solo per il numero di pagine.
Non me lo scrivi, no?
Va bene, fa lo stesso. Va bene la sveltina.
Vengo io da te, in vespa naturalmente.
Arrivo, ti citofono e tu scendi.
Solo pochi versi, li scrivo io.
Tu li leggi mi sorridi e mi dici che son matta.
Non saranno ermetici, saranno versi chiarissimi.
Nessuna metafora. Nessuna similitudine.
Nessun ossimoro. Nessun enjambement.
Nessuna rima.
No endecasillabi, no settenari.
Nemmeno monosillabi.
Un verso unico.
Un trionfo.
La ‘next poetry’.
Lo scrivo grande per riempire il foglio.
Centrato.
Te lo declamo ad alta voce, te lo grido.
Perché so che potrebbe piacerti la mia voce e so che ti piaccio quando bado al sodo.

S C O P A M I

Ti è piaciuto?
Ammettilo, per scrivere certe cose trai ispirazione dalle tue ex, vero?
Ecco io sono ‘next’.
E adesso scopiamo.

Illusione

non ho ricordi di te
non c’eri
non ci sei mai stato
e se ti avessi conosciuto
ti avrei bruciato.

lavori e ti si disegna un sorriso
per un istante pensi a lei
che ti conosce così bene
da entrarti nella testa
scoparti il cervello.

ti ecciti, non ti era mai capitato
lo so, lo sento
senza pelle, né carne o saliva
senza morsi o profumi
senza graffi, né cicatrici.

è un modo diverso, ti manda di fuori
la mente scrive
il corpo si eccita
si scalda, si apre
si ammorbidisce.

odio i preliminari
amo questi preliminari
sei nella mia testa
non ho bisogno d’altro
posso vederti, sentirti dentro di me.

ti guardo negli occhi
mentre mi vieni dentro
flusso incontenibile di parole
ogni volta come fosse la prima
perché siamo ciò che accade dopo l’ultima pagina.

continuiamo a scrivere
a sfogliare
un libro mai scritto
lasciamo il segno dove ci piace
ci torniamo quando vogliamo.

‘fai di me quello che la primavera fa coi ciliegi’
sono un fiore pronto a sbocciare
so che aspetti di vedermi sul ramo
e allora mi guardi, sono perfetta
profumo di ciclamino.

poi sfiorisco, ti piovo addosso
e tu ti lasci bagnare
mi leggi, mi rileggi
siamo io e te, senza ricordi
nella stessa stanza.

Corrispondenza

la dipendenza
è stupefacente.
la sostanza
il benessere
l’attesa
il momento appena prima di.
il presente, invece
è elettrico.
ci vuole un po’
prima di scrivere qualcosa
che non sia una fila
di aggettivi qualificativi.
ci vuole un po’
perché lo stato emotivo
si coniuga in forma progressiva.
non è facile
da scrivere
l’audacia.

Domanda (by fiochelucilontane)

Solo due righe di introduzione. Per non rovinare nulla.
Ho avuto l’onore di ricevere e quindi ospitare questo brano di fiochelucilontane. Intenso, femminile. Intensamente femminile. Forte, palpitante, vivo.
Trae ispirazione dal mio recente racconto, da cui il titolo. Ma vive di vita propria e credo che ne meriterebbe uno tutto suo. Ma non sta a me decidere.
A voi. Buona lettura.
Grazie, Luci.

Domanda

Quando sono entrata ho sentito subito il tuo respiro pesante. Nel buio ho camminato percorrendo i sentieri della casa che conoscevo, e intanto mi chiedevo se ricordassi che avevo ancora le chiavi. Non prevedevo di trovarti in quelle condizioni, ma il piano era preciso e lo avrei portato a termine comunque. Riguardava me, tu non eri che parte della soluzione, sai? E la prima cosa vedendoti è stata ridere, e indossare la maschera che avevo preparato.
Ti ho visto sconcertato, e al mio gesto familiare di arruffarti i capelli i tuoi occhi si sono dilatati. Ho fatto movimenti che conoscevi dopo aver ascoltato il tuo balbettare malaticcio, e seduta davanti a te ho fatto in modo che fra le nostre parole scorresse di nuovo una sorta di confidenza. Pensavo che sarei stata confusa, ma più passava il tempo più mi sentivo sicura. Ti ho chiesto anche come stavi, non che mi interessasse più di tanto, il punto era come stavo io, e poi sei cascato nel mio gioco musicale. Ricordi? I primi scambi fra noi furono canzoni, versi, melodie; quasi troppo facile rifarlo. Sentivo che mi luccicavano gli occhi, era il riflesso del fulmine che mi percorreva, della certezza che volevo trovare.
Ti sei lasciato andare, hai scoperto il lembo della ferita, e io ero tremendamente eccitata all’idea di affondare il coltello. E l’ho fatto. Toccarti era cosa abituale, per quanto mai avessimo fatto l’amore per davvero, ma ritrovare la sensibilità della tua pelle e l’odore di muschio e stanchezza che avevi addosso è stato in qualche modo tenero. Tu non lo sai, ma mentre danzavo con il pavimento pelvico sul tuo io sentivo una canzone, e nella cavità uterina c’era un dolore così profondo da lacerarmi come un parto, la sensazione che le donne provano quando hanno una paura fottuta. E insieme un piacere così violento da farmi dolorare i capezzoli e da strapparmi le labbra a morsi mentre percorrevo il tuo torace scarno con dita di farfalla, con mano di impastatrice lenta, con il tocco di un arpista e i palmi di un ceramista. Ti sentivo lievitare sotto di me, nel punto preciso della cucitura dei jeans, e ogni infinitesimale sussulto del tuo crescere mi faceva gocciolare la schiena, e la mia colonna prendeva la forma del cavalluccio marino mentre il mio pube ti chiamava insistente, insistente, insistente. E tu rispondevi, ma solo con una parte di te. Il resto era lontano, annebbiato, assente e perduto nei pensieri sempre uguali, nei timori indecisi, nelle prudenze perbeniste.

Dove la volevi ficcare eh amore quell’erezione da adolescente? Erezione. Perdio. Ergiti per una volta, mio bianco cavaliere, ergiti maledizione! Non con il corpo però… cosa c’è in te che non sale, cresce, esplode?

Ci avrei giurato, ero venuta apposta, ci contavo forse. Non per far male a te, no. Dovevo guarire dalla tua incertezza. Stavo per arrivare al punto di non ritorno, ma io non ho pensieri o prudenze come te. Potevo affondare il colpo, sfilare i vestiti e portarti alla petite mort, ma spettava a te. Ho staccato la presa, ho tremato per un istante – nonostante tutto lo sforzo io ero presente interamente – e poi mi sono presa la giacca: conoscevo la mia decisione.
Mi hai seguito alla porta come un bambino spaurito, le mani sui genitali e la tua arma in evidenza. Sinceramente era ridicolo, e ho riso di gusto. Ti ho dato una carta, “dobbiamo fare l’amore”, e tu hai fatto come il giocatore di poker che non sa bluffare per vincere. “Non posso, sai Marcus…”. Oh sì, dimenticavo, Marcus, mio marito. Cazzo tesoro, che novità! Dentro la mia testa c’erano insulti, ma ti ho dato una risposta scontata, quella che avresti voluto, quella che ti aspettavi per sentirti tranquillo. “Io voglio te” avrei voluto dire, “te. Senza condizione, senza paura, voglio scoparti, amarti, ferirti, ridere e fottermene del resto intorno. E tu che cazzo vuoi, amore?”. Ma ti ho accarezzato il collo, e sono scesa con i miei tacchi rumorosi per le scale di marmo. E fra il rumore di galoppo che rimbombava per l’androne ti ho sentito farfugliare “ti amo”. Fanculo.
Io, mentre facevo l’amore con te e tu non te ne accorgevi, sentivo Leo Ferré nella testa, solo che la sua voce era la tua, e io ero lei.

Il tuo stile, Leo Ferré.

Erezione

Escalier

Escalier – web: cherchezbeauté.blogspot.com

Dovevo essermi addormentato quando udii dei passi venire verso la mia stanza. Non avevo sentito bussare, né aprire la porta, ma riconobbi il rumore dei suoi stivali. Feci appena a tempo a sedermi sul letto che vidi il suo caschetto biondo fare capolino da dietro la libreria.
Ero disorientato. Mi sentivo la febbre e non avevo idea di che ora fosse. Appena rientrato, mi ero infilato i pantaloni del pigiama, un maglione di lana e mi ero buttato sul letto. Non mi andava di farmi trovare in quello stato. Ma non dovevamo non vederci più?
Fissò la mia faccia e si mise a ridere. Si avvicinò, con una mano mi scompigliò i capelli. Le dissi che non mi sentivo molto bene. In cuor mio speravo che non mi chiedesse di uscire. Infatti insisté perché non mi alzassi ma restassi dov’ero. Andò di là e preparò qualcosa di caldo. Senza spogliarsi, si sedette per terra di fronte al letto. Incrociò le gambe avvolte nei jeans attillati. Sollevò la tazza fumante e assaporò il suo tè.
Parlammo. Fuori imbruniva e c’era un silenzio irreale. Lasciammo che l’oscurità ci avvolgesse, mentre le stanze vuote trattenevano l’eco delle nostre voci. Volle sapere come stavo. Dentro di me non c’era nulla di chiaro, nulla di certo. Amore, legami, ne sapevo gran poco. Mi ascoltò diligentemente finché a un certo punto distolse lo sguardo e mi accorsi che non mi stava seguendo. Nei suoi occhi balenò qualcosa che cercai di interpretare: insofferenza, sfida. Si alzò, levò il giubbotto di pelle e la sciarpa. Da una tasca estrasse un lettore, si sedette sul bordo del letto porgendomi un paio di cuffiette.
“Tieni”, disse. “Adoro questa cantante. Le sue canzoni parlano di cosa succede quando due persone si amano”.
“E di cosa succede quando le storie finiscono”, aggiunse.
Ascoltai un paio di brani mentre lei li ripercorreva a memoria seguendo il mio sguardo. Voce e chitarra, nient’altro. Cantava nella sua lingua, non comprendevo il senso delle parole che stavo ascoltando, ma ne avvertivo il calore, il sapore. Di legno, e muschio, pensai.
Tradusse per me alcuni versi, me li rifece ascoltare cantandoci sopra, muovendo le mani. Chiusi gli occhi e mi lasciai trasportare da quella corrente per qualche minuto. Ero un tronco tagliato da mano esperta di bosco, trasportato dal fiume scendevo verso la foce.
Mi ritrovai fra le sue braccia, immerso nel profumo della sua pelle. Ci baciammo con dolcezza, lentamente. Sfilò gli stivali e si stese sul letto accanto a me. Ci carezzammo in silenzio. Ci nutrivamo di quel silenzio. Dava voce alle nostre mani, ai nostri corpi, murando parole e pensieri inespressi.
Si erse sopra di me, le gambe aperte sul mio ventre. Eravamo vestiti, ci sentivamo attraverso la stoffa. Ma mentre mi guardava dall’alto, gli occhi socchiusi di desiderio, era come fossimo nudi. Sentivo le sue cosce stringermi i fianchi, mentre mi esplorava a occhi chiusi, leggendomi con le mani. Poi prese a muoversi piano, dando vita a una specie di danza. Mentre la vedevo strusciarsi e flettersi sopra di me, un’erezione incontenibile attirò la mia attenzione. Non volevo che la sentisse, non volevo che capisse che approfittasse della mia vulnerabilità. Scivolai un poco più in basso, ma lei intuì le mie intenzioni e mi impedì di farlo stringendo più forte. Con un ghigno mi alzò il maglione fino all’altezza del collo, strappandomi un gemito. Ero la sua preda, non potevo evitarlo. Consapevole del suo potere, continuò a carezzarmi facendomi rabbrividire. Sorrideva compiaciuta, mentre la fissavo ipnotizzato dai suoi movimenti, che cominciai ad assecondare. Fremevo, ero terribilmente eccitato. Temevo di venire da un momento all’altro e quel pensiero non faceva altro che peggiorare la situazione. Non volevo accadesse, non era previsto. Nulla di tutto ciò era previsto. Non potevamo, non ancora, ce l’eravamo promessi.
Una donna mi stava chiedendo di fare l’amore con lei col solo desiderio di prendersi cura di me e che io facessi altrettanto. Ma in quel momento per me lei era una minaccia. La sua sensualità era pari soltanto all’assurdità dei miei freni.
Continuò la sua danza. Ascoltava il suo corpo aggrappandosi al mio, gemendo a occhi chiusi. Tenevo gli occhi fissi su di lei godendo e trattenendomi ad ogni sua spinta. A tratti un sorriso illuminava il suo volto arrossato. Allora apriva gli occhi e come in trance mi lanciava uno sguardo velato, inarcandosi, respirando piano. Finché, proprio in uno di quei momenti, ebbe un’esitazione. Emise un lungo sospiro, si fermò, si piegò in avanti, girandosi di lato. La sentii tremare, le braccia puntate sul materasso. Io, immobile sotto di lei, ero teso, sconvolto. Lentamente riprese il controllo. Si sollevò e scese dal letto. Raggiunse la parete e raccolse la giacca, si voltò. Disse che tornava a casa, che potevo tenere il lettore, le faceva piacere se l’ascoltavo.
L’accompagnai alla porta. L’aprii, ci salutammo sul pianerottolo. Faceva freddo ed ero confuso. Avrei voluto trattenerla, la desideravo terribilmente. Farfugliai qualche parola. Mi sentii nudo. Lei si voltò e raggiunse la scala. La chiamai, le chiesi un ultimo bacio, maledicendo la mia stupidità.
Lei sorrise e tornò sui suoi passi. Mi ravviò i capelli. Disse che l’indomani, se fossi stato meglio, avremmo fatto una passeggiata insieme. Poi, allontanandosi, rise di gusto e indicò il mio pigiama. “Niente male!” esclamò.
Mi guardai e cercai inutilmente di coprirmi. L’erezione, ben lungi dall’esaurirsi, mi deformava i pantaloni del pigiama. Ero bagnato.
Lei rise ancora più forte.
“Mi piaci da morire”, dissi. Spostai le mani fissandola senza pudore.
Lei si avvicinò e mi carezzò il volto, prendendolo fra le mani.
“Dobbiamo fare l’amore”, disse a pochi centimetri dal mio viso.
“E Marcus? Così non posso, lo sai. Non ce la faccio…”
“Vorrei potesse essere tutto diverso”.
Mi sfiorò i capelli e il collo. L’abbracciai. Le mie mani accennarono una presa sui fianchi. Guardandomi, si liberò e arretrò d’un passo. Poi di un altro, in silenzio. I nostri occhi non si lasciavano. Non volevano che fosse un addio. Non volevano cambiare nome alle cose. Ero io che chiedevo di farlo? Non ne ero sicuro. Ma se le stavo dicendo di andarsene, mi rimangiavo la parola all’istante.
Un sorriso le schiarì di nuovo il volto. Il mio era un punto di domanda.
Scese i primi gradini. Le sua labbra si mossero. Non so cosa dissero, forse che non era finita. Mi mossi verso di lei, la porta di casa sbatté alle mie spalle. Lei si voltò e scese le scale di corsa.
“Ti amo”, sussurrai, mentre i suoi stivali rombavano sotto di me.