Ripassiamo il Piave

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Abbazia di Nervesa, 1918.
Nervesa fu uno dei fulcri della Grande Guerra sul Piave e in particolare durante la “Battaglia del Solstizio” del giugno 1918. La cittadina venne rasa al suolo durante i combattimenti e fu detta da allora “della Battaglia”; ottenne la Medaglia d’Oro al Merito Civile poiché «centro strategicamente importante tra il Piave ed il Montello, durante la prima guerra mondiale, fu teatro di violenti scontri tra gli opposti schieramenti che causarono la morte di numerosi concittadini e la totale distruzione dell’abitato. La popolazione costretta allo sfollamento e all’evacuazione, nonché all’abbandono di tutti i beni personali, dovette trovare rifugio in zone più sicure, tra stenti e dure sofferenze. I sopravvissuti seppero reagire, con dignità e coraggio, agli orrori della guerra e affrontare, col ritorno alla pace, la difficile opera di ricostruzione. Ammirevole esempio di spirito di sacrificio ed amor patrio».

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Dopo qualche settimana, finalmente scendemmo al piano e il 28 ottobre, a notte avanzata, attraversammo il Piave.

Tutta la 1° Divisione d’Assalto era ammassata lungo il fiume, all’altezza della Nervesa. Noi eravamo di punta, dietro di noi un reggimento di Bersaglieri. Ci traghettavano i soldati del genio pontieri su barconi di lamiera metallica.

Passò la prima, poi la seconda compagnia, infine la terza, alla quale appartenevo. Non fummo ostacolati dal fuoco nemico e non subimmo perdite.

Mentre stavamo ancora prendendo posizione, all’improvviso ci arrivò l’ordine, anzi, il contrordine di ritornare dall’altra parte del fiume. Passarono la prima e la seconda compagnia; la terza fu sorpresa dal chiarore del giorno e rimase sul greto del Piave, sulla sponda nemica. Alle spalle avevamo il fiume in piena, di fronte le postazioni austriache.

L’offensiva da noi avviata era stata sospesa perché improvvise piogge avevano provocato la piena del fiume e, d’altra parte, nostre truppe più a monte avevano già stabilito una testa di ponte in territorio nemico, per cui non era più indispensabile gettarne una seconda.

Venne la luce del giorno e fummo subito sottoposti al fuoco di fucileria, per la verità piuttosto sporadica, del nemico. La nostra linea di difesa naturale era costituita dal riparo che offriva, almeno per il fuoco di fucileria, il dislivello fra il greto del fiume ed i campi coltivati confinanti che, nel punto in cui ci trovavamo, era piuttosto marcato. Io mi ero subito costruito una specie di nicchia per ripararmi dalle fucilate, scavando una buca e spostando e ammucchiando i sassi davanti a me.

Ad un certo punto, fui invitato dal comandante della compagnia, il tenente medaglia d’oro Sabatini, ad unirmi a lui e al portaordini, raggiungendoli nella loro postazione, che era certamente migliore, dato che in quel punto il dislivello fra il greto e il campo coltivato era molto più alto. Non dovevamo temere il fuoco dell’artiglieria perché eravamo a ridosso delle difese nemiche e non avrebbero sparato per non rischiare di colpire i propri soldati.

Prevedibilmente la situazione si sarebbe risolta durante la notte. Noi, infatti, alla luce del giorno non avevamo la possibilità di ritirarci e se il nemico ci avesse attaccato, si sarebbe esposto a gravi perdite con il solo fuoco della nostra fucileria. Così la giornata trascorse calma, anche se rimanemmo senza approvvigionamenti.

Venne a sorvolarci un nostro aereo, portava il numero 78. Mi sarei aspettato che buttasse giù delle cibarie, ma si limitò a dei cenni di saluto, almeno così li interpretai (seppi in seguito, a guerra finita, che l’aereo 78 era pilotato dal sergente Salamina). Appena venne buio, il nemico si fece vivo con tutte le sue forze.

Eravamo schierati su una sola linea, vulnerabile in ogni punto, ma specialmente alle due estremità. La mia posizione era abbastanza centrale, perciò difficile da aggirare, e non dovevamo temere attacchi alle spalle. Attaccandoci frontalmente il nemico non si sarebbe esposto che a gravi perdite.

Era l’ala sinistra del nostro schieramento quella sottoposta a maggiore pressione, con continui attacchi da parte del nemico. Ebbi l’impressione che fossero attacchi di disturbo, soprattutto con l’intenzione di farci consumare munizioni, di cui non potevamo fare rifornimento. Sulla sinistra dello schieramento c’erano i sottotenenti Ceridoni e Giordana, i quali dopo qualche attacco vennero dal tenente Sabatini a proporgli di arrenderci. Sabatini rifiutò.

Alla fine fu la mancanza di munizioni a costringerci alla resa. Nella nostra postazione avevamo una mitragliatrice-pistola che a un certo punto di inceppò a causa della sabbia, le munizioni dei moschetti erano esaurite.

Presa la decisione della resa, all’avvicinarsi dei soldati nemici, scappai dalla parte opposta, verso il Piave, con l’intenzione di attraversarlo a nuoto; come seppi dopo, in quattro ci riuscirono. Avevo fatto poca strada quando incappai in una pattuglia nemica di sei uomini che mi costrinsero a fare dietro front. Per fortuna non mi spararono addosso; l’avrebbero fatto certamente, se avessi insistito a correre nella direzione del fiume. Risalii sul campo e mi aggregai ai compagni catturati: un gruppo di una cinquantina di prigionieri.

Un soldato nemico, per pura malvagità, buttò contro di noi una bomba a carbone, che ha schegge di latta, facendo diversi feriti. Me ne procurai una anch’io, al polso. Da quel momento la mia situazione cambiò: ero un prigioniero.

Al mattino, appena fu chiaro, ci contammo: eravamo rimasti in quarantasette. Avevamo passato il Piave in trecento.

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Tenente degli Arditi, Carlo Sabatini.
Fu l’autore, con altri 4 soldati, della rischiosissima scalata e presa del Monte Corno.

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(Continua)

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[dal memoire sulla Grande Guerra di Virgilio Giorgi]

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Immagini e fonti tratte dal web

Con gli Arditi

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Gli Arditi

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Non avevo ancora finito il turno di riposo che mi arrivò l’ordine di trasferimento al corpo degli Arditi, per cui avevo fatto domanda dieci mesi prima. Fui inviato in un reparto di trasferimento, in attesa della destinazione definitiva. Ero in un paese della provincia di Padova, chiamato Vo, di cui ho pochi ricordi.

Gli arditi fino ad allora erano impiegati al fronte soltanto per azioni offensive e cedevano le posizioni ad altri corpi, risparmiandosi così la vita grama e logorante di trincea. Non fu così per me, che dovetti sperimentare la vita di trincea proprio nel corpo degli arditi.

E veniamo subito a questa vita di trincea, perché delle lunghe permanenze in una paese o nell’altro non c’è materia di interesse da ricordare. Così da giugno facciamo un salto ad ottobre.

Gli arditi, costituiti inizialmente come reparti indipendenti, sono cresciuti fino a costituire addirittura due divisioni, ma il corpo ha mantenuto le sue originarie caratteristiche. Il mio reparto, il 5°, faceva parte della 1° Divisione d’Assalto, la quale ai primi di ottobre fu mandata a presidiare le posizioni dei Monti Grappa, Asolone, Pertice ed altri.

Una vita infernale. Ci avevano buttati sulle cime di queste montagne, dove non erano mai esistite trincee, ma camminamenti scavati nei sassi, stretti, aperti al cielo, dove marcivamo di giorno e di notte. Ricordo che dormivo in uno scavo a cielo aperto che era stato in parte coperto da lastroni di pietra, sostenuti da pali di ferro che si usavano per i reticolati. Per non dormire nel fango avevo sotto di me una grata di legno. Le lastre disposte a mo’ di tetto servivano tutt’al più a nascondermi le stelle. Di giorno stavamo pigiati negli stretti camminamenti, senza possibilità di uscirne. E’ il ricordo peggiore che ho della guerra.

Ci dissero che avremmo dovuto fare delle azioni di sorpresa per rettificare la linea in vista della prossima grande offensiva, ma restammo a marcire in trincea tutto il tempo.

Una mattina, unico di tutto il reparto, mi svegliai con un principio di congelamento ad un piede. Il dottore mi ordinò una lunga camminata, così scesi a valle; sapevo che c’era una cantina dei soldati del genio e mi ci rifugiai, godendo del tepore di una stufa per mezza giornata… Il periodo di tempo passato sui monti rappresenta ancor oggi il più brutto ricordo che abbia della guerra.

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Trincee sul Monte Grappa

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(Continua)

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[dal memoire sulla Grande Guerra di Virgilio Giorgi]

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Immagini tratte dal web

Ta-pum

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“Ho lasciato la mamma mia,
l’ho lasciata per fare il soldà.

ta pum! ta pum! ta pum!
ta pum! ta pum! ta pum!

Quando portano la pagnotta
il cecchino comincia a sparar.”

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Cecchino tedesco

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L’offensiva austriaca del giugno del 1918 nella zona di San Donà di Piave penetrò nel nostro territorio per circa sei o sette chilometri. Come ho già avuto modo di dire, la nostra ritirata, sotto la pressione di forze nemiche superiori, fu molto ordinata e combattuta. Non ci fu nessuna rottura di fronte ed ogni metro di terreno guadagnato era pagato a caro prezzo dal nemico, tanto che la sua capacità offensiva si esaurì in una decina di giorni.

La nostra controffensiva fu invece immediata e veloce.

La zona in cui operavo era cosparsa di fossi, ricchi d’acqua, ai margini dei quali vegetavano rigogliosi pioppi, olmi ed altri alberi. Noi avanzavamo lungo i bordi di questi campi, lungo le file delle piante. Ogni tanto, per ragioni tattiche, si sostava qualche tempo.

Fu in una di queste occasioni che mi sdraiai sull’orlo di un fosso pieno d’acqua, per asciugarmi al sole. Mi arrivava il ta-pum caratteristico di un fucile austriaco, con regolare cadenza di colpi, ma non mi resi conto che il suo bersaglio era proprio la mia persona. Furono i miei compagni, al riparo dentro il fosso, ad avvertirmi e dovetti tornare nuovamente in acqua per proteggermi. Era un cecchino su un albero in fondo al campo che mi aveva preso di mira. Quando venne l’ordine di avanzare, partimmo alla caccia del cecchino, il quale però fu svelto svelto a scendere dall’albero e scomparire.

Entrando in un campo coperto di erba medica molto alta, mi accorsi di un nemico che, al riparo di una pianta di gelso, da sdraiato sparava con calma come fosse alle esercitazioni di tiro. Fatti ancora pochi passi, arrivai alla sua altezza. Si trovava a poche decine di metri, alla mia sinistra. Avevo un petardo e glielo lanciai contro. Se ne accorse e tentò di alzarsi, ma ormai era troppo tardi. Il petardo gli scoppiò all’altezza dello stomaco mentre stava sollevandosi sulle braccia e ricadde morto.

Non mi fermai, non mi avvicinai al caduto. Fu poco più tardi, durante una pausa dell’avanzata, che un compagno d’armi mi consegnò un notes trovato nelle tasche del soldato. C’erano inserite diverse fotografie fatte in occasione di ricompense al valore. Il caduto era un sottufficiale pluridecorato e di essere un uomo valoroso l’aveva dimostrato fino all’ultimo. Probabilmente era il medesimo cecchino che poco prima si era appostato sull’albero, di cui ero stato l’inconsapevole bersaglio. Sceso a terra davanti alla nostra avanzata si era subito appostato in una nuova posizione di tiro verso il prato d’erba medica sottostante.

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Continuò così la nostra marcia verso il Piave, senza più trovare resistenza alcuna e senza incontrare un solo nemico sulla nostra strada. Il giorno dopo avvenne il cambio con la fanteria e noi tornammo nella nostra sede di riposo a Preganziol, presso Mogliano Veneto. Fu in quell’occasione che domandai al tenente il permesso di raggiungere il luogo dove avevo dovuto abbandonare il lanciabombe, di cui conservavo gelosamente il percussore. Era scomparso.

La fallita offensiva del giugno del 1918 fu l’ultimo sforzo di cui fu capace l’esercito austriaco e il suo fallimento segnò la fine della potenza militare dell’Austria. Io ricevetti allora un nuovo incarico particolare. Passai direttamente al comando della divisione e fui incaricato di lanciare materiale propagandistico sulle linee nemiche; in un primo tempo con il lanciabombe, in seguito con speciali razzi che scoppiavano per aria lasciando cadere manifesti in diverse lingue, a seconda delle truppe che ci stavano di fronte, fossero esse ungheresi, rumene, ceche o slave. Le bombe erano in effetti involucri cilindrici con un tappo a vite e delle iscrizioni che invitavano ad aprirli, ché non c’era alcun pericolo. Alle “bombe” succedettero presto dei razzi con un involucro di cartone che scoppiava in alto, liberando una pioggia di manifestini.

Era un lavoro che mi piaceva e lo svolgevo lungo tutto il fronte coperto dalla divisione. La gittata del lanciabombe mi permetteva di operare ovunque; con il lancia razzi, invece, dovevo agire dagli avamposti sul greto del Piave. Non mai subito una reazione ostile da parte del nemico, il che era un indice evidente della demoralizzazione dell’esercito. Mi ricordo di una vedetta che si sporse fino alla cintola, sopra i sacchetti di sabbia, facendo entusiastici cenni di saluti. Nella zona del Sile, dove il nemico era a portata di voce, trovai dei soldati rumeni, i quali, a quanto mi riferirono, con l’aiuto dei nostri genieri riuscirono a traghettare sulla nostra riva una ventina di loro ex commilitoni.

Avevo ancora questo incarico quando mi giunse l’ordine di trasferimento a Vo, per presentarmi al campo di smistamento degli Arditi.

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(Continua)

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(*) Nelle riflessioni che chiudono il diario, riferendosi all’episodio del cecchino austriaco, il nonno commenterà:

“Posso dire di aver avuto una buona dose di fortuna. Probabilmente non mi aveva visto entrare nel campo di erba medica perché era appostato ai piedi del gelso dalla parte opposta. Arrivato alla sua altezza, lanciai il petardo, come ho raccontato: un tiro preciso e fortunato.”

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[dal memoire sulla Grande Guerra di Virgilio Giorgi]

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Immagine di copertina tratta dal web

Ancora sul Piave

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Continua il racconto di guerra del nonno, che nel fissare a distanza di tanti anni gli episodi più importanti della sua avventura al fronte, dove ha visto morire e a sua volta ha cercato di colpire e sopravvivere, conserva un sorprendente sguardo obiettivo e critico sull’accaduto.

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Dall’inizio dell’offensiva austriaca, il 204° reggimento era schierato lungo lo scolo Palumbo, un canale di derivazione dal Piave, a poca distanza da un nodo stradale chiamato Capo d’Argine. Eravamo schierati a sud del canale in postazione difensiva. Appena oltre il canale, alla stessa altezza dove era piazzato il mio lanciabombe, c’era la postazione di un cannone di campagna, che un giorno cominciò a sparare in direzione nord. Era segno che il nemico stava avanzando.

Passarono un paio di giorni e una mattina constatai che il cannone era scomparso: il nemico era ormai vicino. Le granate austriache arrivavano sulle nostre postazioni con maggiore frequenza e intensità. Sul terreno da noi occupato non erano state disposte difese, non erano state scavate trincee, né eretti ripari con sacchi di sabbia. Esattamente dove mi trovavo io c’era una casa colonica, quasi completamente distrutta dai bombardamenti.; a fianco, un campo con un grande pozzo e diverse grosse piante di gelsi. Il campo confinava con un boschetto di robinie che nascondeva la ferrovia e un casello ferroviario.

Tra i ruderi della casa un gruppetto di bersaglieri stava tranquillamente consumando il rancio. Io non avevo obiettivi da battere, né potevo sceglierli, se non in casi particolari, di mia iniziativa. Mi intrattenni a discorrere con i bersaglieri fra una granata nemica e l’altra, che fortunatamente non fecero alcuna vittima. I bersaglieri si erano appena allontanati, quando arrivò un caporalmaggiore della Brigata Sassari, seguito da quattro o cinque soldati. Masticava rabbiosamente un sigaro toscano e incitava i suoi uomini a vendicare il capitano, evidentemente caduto in combattimento. I sardi, che si muovevano lungo le rive dello scolo Palumbo, erano diretti verso il casello della ferrovia. Quando arrivarono all’altezza del pozzo in mezzo al campo, furono fermati da un nutrito fuoco di mitragliatrici. Sparavano dall’interno del casello.

Pochi minuti più tardi arrivò un loro capitano, prese informazioni dal caporalmaggiore e venne da me, mi domandò se avessi istruzioni particolari che mi impedissero di riceverne altre e, alla mia risposta negativa, mi ordinò di battere con il lanciabombe il casello ferroviario che evidentemente era stato occupato dal nemico ed era diventato un nido di mitragliatrici. Gli dissi che ero già sul punto di farlo di mia iniziativa. Avevo già studiato la situazione accorgendomi di avere due possibilità: o mi piazzavo al riparo del pozzo, oppure dietro un enorme gelso poco distante.

Scelsi la seconda, perché il gelso avrebbe coperto tutta la mia persona, mentre il muretto del pozzo era alto sì e no un metro. Dei quattro soldati addetti al lanciabombe me ne erano rimasti soltanto due, gli altri si erano rifugiati nel fondo della galleria di quel nostro cannone piazzato oltre il canale e poi ritirato per non farlo cadere in mano agli Austriaci. Ma questo episodio preferisco non ricordarlo. I soldati del capitano mi aiutarono a spostare le bombe e a piazzare il pezzo, operazioni che riuscii a fare in tutta tranquillità perché ero nascosto al nemico dalle robinie che circondavano il casello. Non ero a più di trecento metri dal bersaglio e dopo pochi tiri lo colpii in pieno. Fu tale la sorpresa del nemico che non ebbe nemmeno il tempo di indirizzare il tiro delle mitragliatrici verso di me o, se lo fece, lo fece molto male.

Fu un’azione brevissima. I soldati della Sassari, appena cessai il fuoco, occuparono il casello, che nel frattempo era stato abbandonato. Il capitano tornò da me a complimentarsi e a promettermi una ricompensa al valore militare, di cui in seguito non ebbi più alcuna notizia. La Brigata Sassari, composta quasi esclusivamente da Sardi, è quella che più di ogni altra si è distinta nella guerra del ’15-’18. Non posso nemmeno pensare che un ufficiale della stessa abbia mancato alla propria parola; eravamo in piena offensiva, nella zona in cui si svolsero questi fatti i combattimenti erano fra i più accaniti, molto probabilmente il capitano cadde in battaglia.

I soldati che occuparono il casello furono concordi nell’affermare di aver catturato sei mitragliatrici. A me questa cifra è sempre sembrata esagerata; se era vera, è stato un errore del nemico. Non si piazzano sei mitragliatrici in due stanzette di un casello ferroviario, che presenta possibilità molto limitate di tiro, visto che la cosa può avvenire solo attraverso porte e finestre. Due o tre giorni dopo questo episodio venne l’ordine di ritirarci sulle successive linee di difesa.

Con tutta calma svitai l’otturatore del lanciabombe, per renderlo inservibile, e mi avviai fra campi e vigneti in direzione sud con i miei compagni. Sulla destra, al termine dei filari di vite, con coltivazione di grano negli interfilari, vidi ad un tratto due soldati austriaci che tenevano lo stesso mio passo. Accelerai, perché ero disarmato e non volevo prestarmi come bersaglio. Era con me un bersagliere originario di un paese vicino a Godiasco con il quale, scoperto di avere conoscenze in comune, stavo chiacchierando: questi, alla vista degli Austriaci si allarmò e si mise a correre verso le nostre postazioni difensive. Quando vi giunsi anch’io, senza affanno, mi venne incontro un capitano dei bersaglieri, minaccioso, con la rivoltella in mano, accusandomi di aver buttato il fucile. Gli spiegai che ero il più giovane capo pezzo della sezione lanciabombe e che per noi era consuetudine non essere armati: levai l’otturatore e glielo mostrai, gli dissi che mi procurasse un fucile, ché non chiedevo di meglio che schierarmi con i suoi bersaglieri per fronteggiare il nemico in arrivo. Fu completamente persuaso e mi dette le istruzioni necessarie per raggiungere il mio reparto, che si era già ritirato nella nostra sede di riposo a Preganziol, lungo la strada Treviso-Venezia.

La zona in cui mi trovavo era quella in cui gli Austriaci, nella loro grande offensiva del Piave, nel giugno del 1918, hanno esercitato il massimo della pressione e dove sono penetrati di più nelle nostre linee, se non erro per circa otto chilometri. Questi otto chilometri io li ho percorsi tutti e posso dire che la difesa era organizzata bene. I soldati in ritirata, sotto la pressione nemica, si muovevano con ordine, spostandosi da una linea di difesa all’altra. Ad ogni linea di difesa il nemico trovava schierate truppe fresche, perché i reparti stanchi o comunque logorati, venivano subito spediti nelle retrovie.

Fu anche il mio caso: per quanto mi fossi offerto di fermarmi a combattere con i bersaglieri, per disposizioni precedenti fui inviato alla nostra sede di riposo. Fui l’ultimo della sezione a raggiungerla: nessun morto fra i nostri durante l’azione, ma cinque feriti. Intanto l’offensiva nemica si stava smorzando e in pochi giorni il nemico venne ributtato oltre il Piave. Appena seppi che le nostre truppe avevano nuovamente raggiunto lo scolo Palumbo, domandai al tenente il permesso di andare a recuperare il lanciabombe. Due compagni si offrirono di venire con me ma, come avrei dovuto immaginare, del nostro lanciabombe più nessuna traccia.

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(Continua)

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[dal memoire sulla Grande Guerra di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Immagine di copertina: postazione di mitragliatrice austro-tedesca (web)

Nessuno è normale

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Questi racconti hanno molto da dire e altrettanto da dare… C’è la pace ricercata, la connessione con gli elementi della vita, il percepire delle vibrazioni visive e sensoriali… Se ti avvicini ad ascoltare la loro musica silenziosa, puoi sentire questi canti nascere in bellezza.

[Catia Dinoni]

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Suocera

Nonostante viva nel suo mondo idealizzato dove ha viaggiato in tutto il mondo, fatto ogni sport, ogni lavoro, letto ogni libro e visto ogni film, da solo non se la sa cavare.

Uomo distinto, con un curioso ciuffo sulla fronte, inequivocabile retaggio di una gioventù vissuta negli anni ’80.

Non riconosce nessuna sua difficoltà e, a suo dire, si trova in comunità per una malattia polmonare.

Ha scelto la nonna.

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(Siamo negli anni ’60)

Nonna siede sul dondolo dove passa tutti i pomeriggi a sferruzzare. Rocchetto, ferri, forbici sempre a portata di mano. I suoi occhi sognanti guardano altrove, senza accorgersi del gatto siamese che srotola gomitoli di lana ai suoi piedi.

Un tempo, ci fu un forte terremoto nella città dove vive nonna.

Era il periodo di carnevale,

ma tutti si misero a ricostruire la città distrutta.

Il gatto si allontana da lei per sedersi sulla staccionata ed osservare la città da lontano.

Nonnina lascia per un attimo i ferri e va a prendere una foto di quando era giovane.

Ricorda il passato e ritrova, nella foto che ha in mano, la quercia sotto la quale si sedeva a riposare.

Sarà ancora lì?

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Foto di: Leo Fortuna, Carmelo Provazza, Margherita Dahò, Attilio Rossetti

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Antonietta

Ogni tanto, quando la chiamiamo per esteso, primo, secondo nome e cognome, lei ci aggiunge un Antonietta… Così, perché le piace.

Ma potrebbe benissimo chiamarsi Enrico VIII, pensando alla quantità di teste che ha fatto saltare fra i suoi amministratori di sostegno. Insomma, un peperino.

Lei ha fatto più fatica di tutti a scegliere le immagini, perché ci vede davvero molto poco.

Antonietta è andata nel bosco.

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Appena smise di nevicare uscirono dalla capanna e si addentrarono felici nel bosco.

Iniziava a imbrunire e i tronchi neri degli alberi risaltavano sul tappeto soffice ai loro piedi, immacolato. Affondarono i calzari in quel manto senza fare rumore. Il tonfo dei grumi di neve che scivolavano dai rami, il loro respiro affannoso misto alle grida di gioia erano gli unici suoni che potevano udire.

Superarono le balze di corsa, senza paura di cadere. Erano invincibili, nulla poteva fermarli.

Finché a un tratto, in mezzo a una radura, la videro.

Un’enorme casa con le finestre spalancate e un gattino al portone, spaventato per la forte musica che proveniva da poco lontano.

I ragazzi decisero di andare a vedere da dove arrivasse.

C’era una festa, tanta gente che ballava

e le bolle di sapone per i bambini.

Tutto ad un tratto, un temporale:

un fulmine fortissimo illuminò il cielo e fu così che i ragazzi scoprirono di essere vicino al mare.

Era una bella città sul mare.

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Foto di: Barbara Bernabei, Michele Cannavò, Massimo Borri, Margherita Dahò, Carmelo Provazza

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Csaba

Se segui un po’ di TV, non puoi non conoscere Csaba (conduttrice televisiva). La nostra di Csaba guarda molta TV, le piacciono programmi di cucina, di incontri romantici, di arredamento, ecc.

Prima di entrare in comunità dipendeva completamente da una signora, gentile e disponibile, che si è sempre fatta carico di lei e dei figli. Csaba parla pochissimo, il suo linguaggio è molto povero, e forse per questo non è mai riuscita a instaurare un dialogo e a comunicare con “la Signora”.

Ha scelto il sogno.

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Quasi ogni notte il ragazzo fa lo stesso sogno.

E’ in un bosco, manca poco all’alba. Fa freddo ma lui non lo avverte, anche se il fiato gli si appiccica al naso.

Si muove piano fra i sassi coperti di muschio, ascoltando ogni rumore. Il bosco a quell’ora pullula di vita: sui rami, nei cespugli. Anche le rocce sembrano parlare.

Raggiunge un corso d’acqua. Sul bordo dell’acqua si guarda attorno e, certo di essere solo, si china a bere.

Quando alza gli occhi, vede un cavallo dall’aspetto particolare: è un cavallo magico.

Era spuntato da un pozzo

e aveva il potere di far maturare la gente.

E così fece anche con il ragazzo.

Dopo una forte pioggia, il bosco del sogno divenne brutto e marcio.

Con il dono del cavallo però, il ragazzo riuscì a trasformare il bosco in un posto bellissimo, lo rinverdì e lo fece fiorire di nuovo.

Svegliatosi, incontrò il cavallo del sogno, che adesso era un cavallo normale, e si incamminarono di nuovo verso il bosco.

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(*) Nota di Silvia: ho chiesto specificatamente se con “maturare” volesse intendere “invecchiare”… Ma no, maturare! – ha risposto Csaba corrucciata.

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Foto di: Stefano Giustini, Gianluca Lisco, Barbara Pasquariello, Andrea Salvucci, Antonello Turchetti

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Jonathan

Eh…, Jonathan scrive, di lui leggeremo altre cose.

Classico personaggio “originale” del paese. Da giovane, e non solo, se ne andava a zonzo di notte in vestaglia predicando a squarciagola l’amore del Signore. Parla spesso con Dio.

E’ dotato di una sensibilità e di una capacità di ascoltarsi che ben pochi, fra i “sani”, possiedono.

Nella sua brevissima fiaba Jonathan ha scelto di rappresentare il protagonista nella prima immagine: una culla.

Una sua poesia recita:

Stasera mi sento come un bimbo abbandonato,

poco prima mi sentivo un Santo. 

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Da piccolo, d’estate, nonna lo obbligava a fare un sonnellino appena dopo pranzo.

A lui questa regola non piaceva, perché non riusciva a dormire e non vedeva l’ora di uscire a giocare. Invece era costretto a passare un’ora al buio, le tapparelle abbassate, mentre fuori infuriavano le cicale.

Anche schiacciando la testa sul cuscino, non riusciva ignorare il richiamo del mondo fuori di lì.

Così prese a fare un mio piccolo gioco.

Si avvicinava alla porta e guardava nel foro della serratura.

Dal buco della serratura il bambino vide il nido di un passero pieno di margherite.

Vide anche che le persone erano libere e potevano riposare e prendere il sole, mentre lui era in gabbia.

Rifletté su se stesso, si sentì solo.

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Foto di: Margherita Dahò, Elena Vestri, Michele Cannavò, Stefano Giustini, Monica Accordini

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(*) Tutte le immagini fotografiche sono state selezionate dagli autori.

Siate folli

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I mini-meta-racconti che seguono sono stati composti da persone con problematiche di tipo psicotico, disturbi dell’umore e disturbi di personalità. Vivono in una comunità riabilitativa dove frequentano un laboratorio ideato per loro da Silvia Tironi, specializzata in fotografia terapeutica nonché cara amica, che ho avuto il piacere di supportare.

I vari contributi, che per comodità suddivido in due post, prendono spunto da degli incipit già scritti e si sviluppano intrecciando immagini e narrato. Faranno parte di un cine-racconto collettivo che conto di poter ospitare in futuro.

Ho deciso di pubblicare il “grezzo” dei racconti perché sono frutto di uno sforzo che è davvero difficile misurare o anche solo immaginare, e perché ritengo che nella loro essenzialità abbiano qualcosa da dire.

Ogni brano è preceduto da alcune note biografiche sugli autori, che portano nomi di fantasia. Esse sono volutamente ironiche, perché la follia, quella sana di cui tutti abbiamo bisogno, comincia col non prendersi troppo sul serio.

P.

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Banana

Tre sorelle espulsive, di cui una disabile; un fratello assente.

Leggendo l’incipit ha detto: mi ricorda la mia nonna.

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Nonna sedeva sul dondolo dove passava tutti i pomeriggi a sferruzzare. Rocchetto, ferri, forbici sempre a portata di mano. I suoi occhi sognanti vedevano altrove, senza curarsi del gattino che srotolava i gomitoli di lana ai suoi piedi.

Mentre nonna lavorava ad un golf, le tre figlie su una panchina ascoltavano le sue storie.

Raccontava del passato, di come un tempo i prati erano in fiore con le margherite, quelle alte

e al lungo tavolo ci si trovava tutti insieme per mangiare e festeggiare.

Al piano superiore la nipote stava dormendo in un sacco a pelo.

Svegliata dalle chiacchiere, si prepara una buona colazione.

Guarda fuori dalla finestra e ammira le bellezze del creato e la tranquillità.

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Foto di: Maria Elisa Buzzeo, Daniela Bertuletti, Silvia Casarone, Riccardo Ruspi, Carmelo Provazza.

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Superman

Genio della matematica. Se gli fai una domanda, risponde dopo qualche minuto.

Solo, niente genitori. Se ne prendono cura due zii, che però non sono all’altezza della situazione.

Gli sono piaciuti i ragazzi nel bosco.

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Appena smise di nevicare uscirono dalla capanna e si addentrarono felici nel bosco.

Iniziava a imbrunire e i tronchi neri degli alberi risaltavano sul tappeto soffice ai loro piedi, immacolato.

Affondarono i calzari in quel manto senza fare rumore.

Il tonfo dei grumi di neve che scivolavano dai rami, il loro respiro affannoso misto alle grida di gioia erano gli unici suoni che potevano udire.

Superarono le balze di corsa, senza paura di cadere.

Erano invincibili, nulla poteva fermarli.

Finché a un tratto, solo, in mezzo a una radura, lo videro.

Un orso, nel buio del bosco.

Iniziarono a correre perché inseguiti dall’animale e attraversarono un torrente per seminarlo

(sai la storia dell’odore che se ne va, se ci si lava).

Incapparono in una rete da cacciatore e vi rimasero impigliati.

L’orso era sempre più vicino finché, invece di mangiarli, li aiutò a liberarsi.

Era un orso buono e fecero amicizia.

Riconobbero lo steccato vicino a casa ed invitarono l’orso per una cena,

diventando grandi amici.

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(*) Nota di Silvia: al termine, Superman mi guarda negli occhi ridendo e dice: “Non esistono orsi buoni da invitare a cena”.

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Foto di: Riccardo Ruspi, Morena Petrongolo, Daniela Valli, Philippa Stannard, Andrea Cardacaccia, Margherita Lazzati.

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Minù

Si chiama così perché miagola sempre in cerca di attenzioni, come la Minù degli Aristogatti.

A suo dire non è in grado di fare nulla, quando in realtà le basta avere qualcuno accanto e se la cava benissimo da sola.

Il suo sogno è quello di tornare a casa sua, ma non può ancora permetterselo. Ogni tanto delle voci bruttissime la trasformano nella pazza del grande schermo e allora urla roba del tipo sei una puttana!, ti scanno!, eccetera, eccetera.

E’ sola, ma ha un amico di 80 anni che prima del virus veniva a trovarla tutti i giorni.

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Dicevano tutti che era fortunato, che i suoi alberi erano sempre verdi, la staccionata in ordine e tinteggiata di fresco.

Ammiravano il suo prato ben rasato, le finestre di casa ridenti, i gerani rossi ai davanzali.

Erano invidiosi.

Ci provavano a ribaltare la situazione, a mettere tutto sotto sopra.

Lo giravano all’ingiù e quando lo riportavano con i piedi per terra, una tormenta di neve improvvisa copriva ogni cosa.

Poi tutto si chetava: i fiocchi diradavano, il cielo si tingeva di nuovo di azzurro, il sole tornava a splendere sul suo giardino illuminato.

Ma a lui questo non bastava, voleva conoscere il mondo al di fuori della sua sfera, della stanza e della casa in cui era contenuta.

Un giorno di primavera vide che il giardino della casa che lo “ospitava” era bello più di quello nella sua palla di cristallo.

C’erano alberi e fiori bellissimi e si accorse che forse chi portava la neve non era geloso del paesaggio nella sua boccia.

Uscito in esplorazione sentì il rumore delle onde del mare e vi si avvicinò.

Dal mare uscì una sirena, desiderosa di lasciare la sua “bolla”, il mare, e di andare in esplorazione del mondo.

L’omino della bolla di neve, allora, accompagnò la sirena nell’esplorazione del mondo. Tornarono a casa e entrarono insieme nella sua boccia di neve.

Si erano innamorati.

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Foto di: Daniela Bertuletti, Mara Ronchi, Emanuela Saita, Carmelo Provazza.

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Francesco

Vista la sua religiosità, non potevamo chiamarlo che così.

Famiglia molto molto molto numerosa, ma completamente assente. Lui non li cerca e loro nemmeno, forse per il passato burrascoso.

Vive in comunità da molti anni e nonostante desideri tornare a casa, non l’ha ancora fatto per l’aggravarsi ciclico della sua condizione, che spesso lo porta ad assomigliare a un deportato dei campi nazisti.

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Quasi ogni notte il ragazzo fa lo stesso sogno.

E’ in un bosco, manca poco all’alba. Fa freddo ma lui non lo avverte, anche se il fiato gli si appiccica al naso.

Si muove piano fra i sassi coperti di muschio, ascoltando ogni rumore. Il bosco a quell’ora pullula di vita: sui rami, nei cespugli. Anche le rocce sembrano parlare.

Raggiunge un corso d’acqua. Sul bordo dell’acqua si guarda attorno e, certo di essere solo, si china a bere.

Attraversa il fiume e, sulla via, incontra un bambino che gioca con un aquilone.

Chiacchierano un po’, poi riprende il cammino.

Vede un fiore bellissimo – sembra una calla della Prima Comunione – e lì accanto una rondine.

La rondine sta su un trespolo e non sa dove andare, così chiede all’aquilone – che il ragazzo si è fatto lasciare – quale sia la via per il nido.

L’aquilone risponde che avrebbe trovato il nido dove ci sono molte case.

Seguendo il percorso del fiume il ragazzo si ritrova al mare. Osservandolo è invaso da una grande tranquillità.

Quando si sveglia, si accorge di essersi addormentato sotto una grande roccia.

Soffia un forte vento.

Il rumore si fonde con quello del fiume.

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Foto di: Massimo Borri, Paola Giustini, Barbara Bernabei, Monica Accordini.

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(*) Tutte le immagini fotografiche sono state selezionate dagli autori.

Mai stato meglio

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Cose che arrivano da lontano.

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L’asfalto puzza di birra e piscio. Fa caldo, il parcheggio è quasi deserto. Seduto su un blocco di cemento, Dario piega l’incarto stando attento a non ungersi le mani. Aspetta che Cloe, assorta nei propri pensieri, finisca il suo trancio di pizza. Perché mi guardi così? Fa lei. Dario continua a fissarla senza dire niente, poi sorride distogliendo lo sguardo. Fa caldo, dice. Cloe annuisce deglutendo. Guarda il proprio pezzo di capricciosa sentendosi a disagio: Dario ha fatto sparire la sua in pochi bocconi. Sembra aver fretta di andarsene, è di cattivo umore e lei non capisce perché.

E’ una domenica come tante altre. Certo non è stata una grande idea quella di infilarsi in un centro commerciale, ma almeno lì c’era l’aria condizionata e alla fine è stato divertente. Le è sempre piaciuto girare per negozi, la distrae. Fra gli scaffali le vengono un sacco di idee, anche se alla fine non compra niente. Osserva e a casa riproduce ciò che ha visto con quello che trova. Fa un po’ di tutto, dal soprammobile, al centrino, al capo di abbigliamento. Sa disegnare e cucire, sì; niente di complicato, ma se la cava. Ciò che conta, dice sempre, è creare. Adora i lavori manuali, sono gli unici che le danno soddisfazione.

Beve un sorso di sprite e appoggia la lattina accanto a sé, sul marciapiede. Dario è nervoso. Che cos’hai? Gli chiede. Niente, risponde lui alzandosi in piedi e avviandosi verso i bidoni della spazzatura. Getta i rifiuti, indeciso se prendersi un’altra birra, mentre osserva l’insegna sbiadita del fast food. Accanto c’è un panificio che apre solo la sera e rimane aperto fino a mattina. Ci si è fermato qualche volta, rientrando dal turno di notte, le brioche non sono male. Le altre vetrine hanno tutte le saracinesche abbassate, i bar lavorano solo con il multisala dell’isolato accanto. Di giorno quel posto cambia faccia, pensa. Niente luci, niente musica, niente rumore, niente gente che va e viene accalcandosi ai banconi. Alla luce del sole gli edifici non sono altro che degli enormi scatoloni di vetro e cemento, vuoti e abbandonati.

Vorrebbe essere solo, pensa. Lontano da lì e solo. Cloe non può capire cosa si provi, cosa significhi tagliare i ponti con tutto, ribaltare la propria vita, trovarsi un altro posto dove andare e ripartire di nuovo da capo, da zero. Cloe non sa e non deve sapere. Lei non c’entra, ha fatto tutto da solo, su questo non ha alcun dubbio. Chi rompe paga. La vita è la sua, lui ne decide la rotta, lui ne subisce le conseguenze. Ha avuto ciò che voleva, comunque, qualsiasi cosa possa essergli costato.

Una monovolume s’avvicina a velocità un po’ sostenuta, svolta attraversando il parcheggio desolato e si ferma a pochi metri da loro. Scendono mamma, papà e due ragazzini seduti dietro, cui il padre spalanca la portiera sottraendoli alle rispettive console. Andiamo, ordina, mandandoli avanti. Si aggiusta i pantaloni e li segue premendo il radiocomando, confortato dal lampeggio dell’auto. Il passo, fronte alta, mento sollevato, denota la sicurezza compiaciuta di un uomo che si sente arrivato. Non è molto alto ed è un po’ sovrappeso, la polo rigonfia in morbide balze. Raggiunge i suoi, lanciando una rapida occhiata in giro prima di entrare nel locale. Dario e Cloe fan parte dello sfondo dell’anonimo pianeta in cui ha l’aria di essere appena sbarcato, pur con l’intenzione di non trattenersi a lungo.

Liberatasi dei resti del pranzo, Cloe si volta a guardare i nuovi arrivati. Guardali, commenta Dario sogghignando, la famigliola perfetta. Bella macchina, bei vestiti, la sicurezza che ti dà avere un po’ di soldi in tasca. Quanto basta a non vedere più in là del tuo naso. A non vederti da fuori. Due bambocci a immagine e somiglianza del loro papà. La vedi anche tu, la loto imbarazzante normalità? Chiede. Tutto sembra perfetto, ma dietro all’apparenza cosa c’è, eh? Crolleranno da un giorno all’altro senza nemmeno sapere perché… Mi fanno pena. Guardarli fa quasi male…, aggiunge con un filo di voce.

Cloe si volta preoccupata. Dario riprende a parlare fissando l’asfalto assolato: Sono ciechi. Vivono seguendo schemi prefissati, pensando di essere felici, e invece sono degli illusi, vittime indifese dei loro sogni di carta, di loro stessi.

Cloe ha gli occhi umidi. Mi fai paura quando parli così, dice con voce tremante.

Dario la fissa incuriosito dall’alto del suo metro e novanta, poi la sua espressione muta in un sorriso, uno di quelli che sanno rassicurare anche i pazienti più spaventati. Che fai, piangi? Chiede, carezzandole i capelli. Su, su, vieni qui. Si avvicina e la prende sotto braccio. Per loro non c’è futuro, riflette, ma non è colpa di nessuno. Le loro vite si sono incrociate per caso, perché è così che doveva andare. Ma se prova a immaginare la propria vita d’ora in avanti, è da solo che si vede. Cloe non può capire, ma in cuor suo anche lei sa bene che non può durare. E in fondo è ciò che vuole.

La famigliola felice esce dal locale e s’infila rapidamente in auto, confidando nel climatizzatore.

Non farci caso, sussurra Dario. Sto bene. Mai stato meglio.

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[P.B., 12/1/2021]

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Immagine di copertina: Laura Salvi

Sul Piave

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Scampato miracolosamente al tifo, dopo quaranta giorni di licenza per convalescenza, il nonno torna al fronte, ormai attestatosi sul Piave.

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Il duello

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Postazione di bombarda italiana

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Dove fosse il nuovo deposito dei bombardieri al quale dovevo presentarmi lo seppi agli uffici militari delle stazioni: era un paesino in provincia di Reggio Emilia, Formigine. Non vi rimasi molto tempo: presto mi trovai nuovamente al fronte di combattimento, precisamente nella zona di Fossalta, nel medio Piave. Qui la natura delle difese, costituite dagli argini del fiume stesso, facevano sì che il fronte fosse abbastanza tranquillo. C’era scambio di fuoco di artiglieria, ma i proiettili si perdevano per lo più lontani o erano fermati dall’argine del fiume, mentre l’acqua corrente ci riparava dalle incursioni nemiche.

Approfittammo di queste favorevoli condizioni per dedicare qualche cura ai nostri rifugi, munendoli tra l’altro di stufette per temperare i rigori dell’inverno, anche se in seguito simili iniziative non furono più ammesse, perché si temeva potessero comportare un indebolimento dell’argine. Ad ogni reggimento fu aggregata una sezione lanciabombe Stockes di quattro pezzi ed io passai ad una di queste come capo pezzo. Erano le uniche armi che sparavano perché potevamo farlo al riparo dell’argine del fiume: avevano infatti la particolarità di sparare proiettili con una leggera angolazione dalla verticale.

Mi spostavo di frequente lungo l’argine perché non avevo obiettivi fissi da battere, le mie erano più che altro azioni di disturbo e di assaggio della reazione nemica. Ma per controbattere il tiro di un lanciabombe non c’era che un altro lanciabombe, e il nemico ne era evidentemente sprovvisto, perché non ne aveva mai fatto uso. Così passammo il resto dell’inverno e la primavera.

Mi trovavo nella zona di San Donà di Piave quando, durante la notte fra il 4 e il 5 giugno 1918, gli Austriaci piazzarono due cannoni sul greto del fiume, in quel punto molto assai largo. Nel buio non riuscirono a mascherarli e dalle nostre postazioni, sulla nostra sponda del greto del fiume, i due cannoni erano visibili distintamente. Se ne occuparono i giovani ufficiali, che pensarono di batterli con uno dei lanciabombe piazzati dietro l’argine. Dei quattro pezzi disponibili venne scelto il mio. Non avevo bisogno di spostare la mia arma, che era sulla dirittura dei cannoni, ma non avevo alcuna certezza di raggiungerli con il tiro. Gli ufficiali fecero un piano di attacco. Si sarebbero appostati lungo i camminamenti sul greto del fiume e nelle ridotte che venivano occupate soltanto la notte e, per quanto possibile, avrebbero disturbato il nemico con il fuoco di fucileria. Io avrei sparato dalla mia postazione nella direzione da loro indicata.

Nella postazione ero protetto da una duna di sabbia e coperto da piante di robinie. Alle mie spalle, un vasto campo, in fondo al quale c’era la massicciata della ferrovia. Per sparare seguendo le indicazioni degli ufficiali non era necessario che spostassi il lanciabombe. Le bombe le avevo messe al riparo dietro una latrina che avevamo costruito con sacchetti di sabbia; tre soldati a catena me le passavano. Non avevo visto personalmente dove fossero piazzati i due cannoni ma, dalle informazioni degli ufficiali, prevedevo che fossero ad una distanza superiore alla gittata del lanciabombe, tanto più che le cariche a disposizione erano umide: le avevo infatti trovate già sul posto, in un ripostiglio scavato nell’argine del fiume.

Quando gli ufficiali, disposti a catena dalla postazione di sparo fino al punto per guidare i tiri, segnalarono di esser pronti, sparai il primo colpo. Direzione esatta, ma tiro corto, come temevo. La risposta del nemico fu immediata e violenta. Il proiettile del lanciabombe si vede in partenza e per tutta la traiettoria del tiro: i due cannoni indirizzarono immediatamente il tiro verso la mia postazione. Ero parzialmente protetto da una duna di sabbia, sull’orlo della quale i proiettili affondavano, per uscirne dopo breve tratto e perdersi nel campo dietro di noi con strani effetti e scoppiare infine sul terrapieno della ferrovia. La sabbia non aveva compattezza, non fermava i proiettili, né l’impatto era sufficiente a procurarne la deflagrazione: ad ogni tiro venivo investito dalla sabbia, ma non subivo altri danni.

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Postazione di mortaio italiana

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I tiri cadevano ad un paio di metri, anche meno, dal posto in cui avevo piazzato il lanciabombe, per cui mi affrettai a spostare tutte le munizioni sulla sinistra dell’arma, operazione che riuscii a fare senza inconvenienti, data la precisione dei tiri del nemico, per cui tutti i proiettili cadevano, con variazioni minime, nello stesso punto. Allo stato delle cose, non avevo alcuna possibilità di vincere l’impari duello, perché la portata del lanciabombe non era sufficiente a raggiungere il bersaglio. La segnalazione degli ufficiali era sempre la stessa: “Direzione giusta, tiro corto!”

Mi ricordai allora di un deposito di munizioni in un anfratto del fiume che avevo visto poco tempo prima. Cessai di sparare ed informai gli ufficiali della necessità e della possibilità di procurarmi altre munizioni. Il nemico, forse nella convinzione di avermi colpito, cessò a sua volta di sparare. Andai con due soldati in cerca di quelle munizioni e le trovai proprio dove mi ricordavo di averle viste. Durante questa pausa i miei pensieri non erano dei più lieti, ero cosciente del rischio che correvo. Ma ero calmo e in fondo ai miei pensieri dominava sempre l’ottimismo che non mi ha mai abbandonato durante il periodo della guerra, anche nelle circostanze più rischiose e, fra le tante, quella appena superata, forse la più pericolosa di tutte, che adesso stava per riprendere.

Nel tragitto di ritorno mi incrociai con il mio diretto superiore, il sergente della sezione lanciabombe, un milanese simpatico, ma un po’ spaccone: “Sergente, lei che è sempre in cerca di gloria, venga con me che è una bella occasione”, dissi. “Debbo andare a ispezionare altri pezzi”, mi rispose. “Stia attento che non arrugginiscano”, e con questo lo lasciai.

Ritornai al posto di combattimento: il nemico non aveva più sparato un colpo, forse era davvero convinto di avermi eliminato. Chiesi agli ufficiali di poter spostare il pezzo, sul quale il nemico aveva ormai due cannoni puntati. Era facile a questo punto annientarmi, se non avessi più avuto quella fortuna, che posso ben definire miracolosa, che mi aveva assistito fino ad allora. Gli ufficiali mi fecero osservare che ora anch’io mi trovavo in una posizione più favorevole: con cariche più forti si poteva allungare il tiro per colpire il bersaglio. Gli ultimi tiri avevano raggiunto l’acqua quasi ai bordi della sponda opposta del Piave, i cannoni erano piazzati due o trecento metri oltre.

Preparai qualche bomba con le cariche supplementari e sparai la prima. La risposta del nemico fu ancora una volta immediata e violenta. Contrariamente a quello che supponevo, non si erano allontanati dai pezzi. Mi arrivarono intanto le istruzioni per il tiro e al terzo tentativo colpii uno dei due cannoni. Dopo altri pochi lanci, con una deviazione del tiro verso destra, colpii anche il secondo. Avevo vinto il duello! Non credevo a me stesso, a tanta fortuna, per essere riuscito in pochi colpi, e grazie alle nuove cariche da sparo, a risolvere la situazione a mio favore.

Vennero tutti i giovani ufficiali esultanti a complimentarsi. Mi resi conto che erano tutti tenenti e sottotenenti, fra di loro non figurava nemmeno un capitano. Erano stati i ragazzi dell’ufficialità ad organizzare l’azione, probabilmente senza nemmeno informarne i superiori, come in seguito mi successe di nuovo nella zona di Capo Sile. Appartenevano al 205° Raggruppamento Bombardieri, al quale io, del 204°, ero stato provvisoriamente aggregato. La sera stessa, nel mio rifugio notturno, una tana scavata nell’argine del Piave, venne a trovarmi l’amico Bassi, un lomellino con il quale legavo molto, per dirmi che alla mensa ufficiali non facevano altro che parlare di me e che tutti erano concordi per propormi per un’alta ricompensa al valore. Era logico che mi aspettassi di esser chiamato da qualche ufficiale superiore all’indomani, ma nessuno mai si fece vivo, né l’indomani, né dopo. Se Bassi non mi avesse raccontato tutto, io nella mia innata modestia non avrei nemmeno pensato alla possibilità di una ricompensa al valore. Come ho detto, ero del 204° Raggruppamento, provvisoriamente aggregato al 205°, e da questo sarebbe dovuta partire la proposta della ricompensa che avrebbe però arricchito il medagliere dell’altro, cui appartenevo. Non so in che rapporti fossero i due comandanti, ma ho imparato in seguito che il disaccordo e l’invidia fra gli alti comandi ci sono costati un sacco di sciagure, fra cui Caporetto. Lo stesso mio tenente non mi fece alcun cenno dell’episodio e tanto meno il colonnello comandante il 204°.

Tutto ciò accadeva il 5 Giugno 1918. Dieci giorni dopo, il 15 Giugno, gli Austriaci iniziarono la loro offensiva sul Piave. Ecco spiegato perché avevano avanzato i due cannoni sulle linee della fanteria.

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Lanciabombe italiana

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* Fra le note e le riflessioni conclusive del memoire, tornando all’episodio qui narrato, il nonno scriverà:

Si è trattato di fronteggiare un pericolo mortale a sangue freddo per un periodo lungo di tempo, tenendo ben saldo il sistema nervoso; di giocare freddamente con la morte non per pochi istanti, ma per tutto il tempo necessario a realizzare l’obiettivo. Avrei potuto ridurre questo tempo, scordando il deposito delle cariche da sparo aggiuntive, che mi hanno poi permesso di raggiungere il bersaglio, ma tale pensiero non mi ha neanche sfiorato. Per accelerare il tiro ho rischiato molto, accumulando le munizioni attorno al pezzo; sarebbe bastata una scheggia di granata per provocare un disastro. Ma per fortuna non una sola granata scoppiò al primo impatto con l’orlo sabbioso della duna, dietro la quale avevo piazzato il lanciabombe.

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Lanciabombe italiana
Lanciabombe austriaca

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(Continua)

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[dal memoire di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Immagini tratte dal web

Flowers in the snow

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Di tanto in tanto amo dare risonanza ai versi, oltre che ai preziosi scatti, di Aurelia, che ringrazio.

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È possibile. É sempre possibile attendersi.
Attendersi a fiorire anche dentro stagioni sbagliate.


Dare tempo al tempo. Dare tempo ad ogni tempo.
Che ogni fine possa compiersi. E ogni inizio trovare nutrimento.


Concedersi l’attesa. La rabbia. La confusione.
Concedersi il fallimento.


Solo resistere alla resa.


Sperare il nuovo. Cercare il nuovo.
Come una disciplina.


In quotidiana cura.

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[Aurelia, chouckydoux, 2/1/2021]