Landing

Ieri sera la mia macchina era un’astronave con motore gravitazionale che neanche Asimov. E io ero in orbita fissa al centro della Galassia, una specie di centro della terra, ero nel nucleo esatto della percezione della perfezione.
“It’s better than sex”. La nuova versione, appena scaricata, realtà aumentata garantita. Ragazzi, che botta. Se penso che c’è gente che si mette in coda giorni prima per comperare un I-Phone! No, non ci siamo, non ci siamo proprio.
Certo, It’s better than sex gira solo tra iniziati. Devi essere più nerd di un nerd. Devi essere uno ancora in grado di leggere. E scrivere per giunta. Mi capite? Quella roba che si faceva duecento o trecento anni fa, quando la gente comperava libri e scriveva sui quaderni. Insomma quando c’era la carta. Poi niente più piante e niente più carta. Ma questa è storia e io sto divagando, come sempre.
Dicevo. It’s better than sex 2.0 è una figata pazzesca. Ovviamente è la versione craccata dal mio fornitore ufficiale, “StarMan”. Lui cracca solo per me. E non si fa pagare. Ovvio. Con quello che gli passo io. Poesie. Si fa di poesie lui. E anche foto fatte con vecchie fotocamere di cellulari.
Ultimamente gli ho passato delle foglie. Ho dovuto spiegargli cosa fossero. Col fatto che ho studiato archeologia vado spesso al museo, giù al meno ventincinque c’è la sezione botanica e ci sono le raccolte. Gli ho mandato certe foto! Gli ho spiegato che c’erano tipi di alberi diversi con foglie diverse. Adesso si è preso bene con gli aceri. Così mi è toccato scender giù di nuovo a cercare altro materiale. Già che c’ero mi son lasciata ispirare e ho scritto anche una storia. Ed ecco fatto: it’s better than sex. Se fosse stata la versione definitiva avrei potuto morire felice nell’istante esatto in cui l’ho letta. Avevo il cuore che mi batteva all’impazzata e le pupille dilatate.
E se era  successo a me, ovvio, era successo anche a lui. E’ questo il bello. Lì dentro si gioca in due. A volte mi domando se esista veramente uno capace di indovinare tutto quello che ho sempre sognato di leggere. Ma scritto esattamente per me, capite? Con It’s better than sex sembra tutto reale.
Il fatto è che io ho letto un sacco di roba. E pure lui. Ma quello che scriviamo è roba nuova. Chissà magari avremmo potuto essere famosi, ma siamo nati nell’epoca sbagliata. Saremmo comunque dei dimenticati, ma non da due tipi come noi.
Cavoli. Tutto questo giro di parole e mi viene voglia di scrivere una storia di fantascienza. Una Sci-Fi. Sai che c’è? Gliela scrivo e poi gliela mando. Una cosa leggera, divertente, che dopo ieri sera ci vuole.
Bisogna saper tornare coi piedi per terra il giorno dopo, bisogna saper sorridere. In gergo si dice “landing”. Atterri, ti pieghi e raccogli le energie. Pronto per il prossimo viaggio.

[Science Fiction per la serie It’s better than sex, scritta da lapoetessarossa, 22/11/2018]

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non tornerà più

non tornerà più

Foto: theartdiary.com

non tornerà più
l’aria che gonfia i polmoni
sullo sperone di roccia
mentre additi stupore
aggrappato sul vuoto.
o quella sera che a turno
elencavate scoperte
alle candele eccitate.

no, non tornerà più
quel corridoio ricurvo
la terrazza
le tue suole bucate.
né il cesso che perde
i mozziconi per terra
quella porta che sbatte.

non tornerà più
il vento in faccia
lo schiaffo
la sua mano gentile.

non tornerà più la prima volta
che ti sei sentito importante
la convinzione e l’inganno
che sia tutto possibile.

Mancanza

Mancanza

Mancanza – Foto: Silvia G.

Nessun verbo
per tradurre l’omissione.
Accanitamente divelta dai testi
la teoria, la colma
di inconsistenti aggettivi.
Le risa esplose
con fragore nel petto
ne lambiscono i margini.
Inutile appare la fugace visione
di foglie caduche
che abbandonando l’alveo
tornano alla vita.
L’infante solo
in assenza materna
l’affilia a sé
trovando urla
e strepiti
per confinarla.

[I.P., 23/11/2018]

destination anywhere*

la prima volta aveva gli occhi neri e ascoltava il jazz
la sera serviva birra inglese
quando finiva era notte
salivamo in camera sua
passando dal retro del pub
sul letto ci baciavamo e ci raccontavamo il futuro
lui il suo
io il nostro
poi ci facevamo le cose
quelle di quando non l’hai mai fatto
il mercoledì era il giorno di chiusura
e mi aveva portata al cinema
lui era più grande, una laurea e l’Irlanda nella testa
io ero piccola, studiavo e volevo l’amore
lo sapeva bene quando gli scrissi che volevo fosse il primo
in tasca però teneva un altro biglietto
a Dublino ci andai
qualche mese dopo quella sera di settembre
-quando persi la verginità
e non mi parve un granché l’averlo fatto-
diedi la colpa al freddo della stanza
al 109 di Haddington Road si gelava lo stesso

*si legge ascoltando

[lapoetessarossa, 19/11/2018]

Foglie

Foglie

Foglie – foto: Silvia G.

Le foglie coprivano il suolo di un manto dipinto con minuziosa perizia. Gli strati più profondi cedevano il loro colore alla terra umida, fondendosi in essa. Le più recenti, ancora asciutte, erano ritorte in un ultimo spasmo senza linfa. Alcune sembravano mani, enormi mani dalle fragili dita artritiche che si sbriciolavano al contatto con le mie. Altre conservavano ancora un po’ di vita, parevano cadute anzitempo per unirsi a quelle che le avevano precedute. Perché quello, in fondo, era il destino che le attendeva. Tutte, indistintamente.

Avevo lasciato aperta la finestra del soggiorno, il sole entrava obliquo riscaldando l’aria di novembre. A novembre c’è sempre un giorno che è estate. Sentivo il rumore del rastrello che radunava le foglie.
Sapevo che era lui che stava lavorando, ma mi sembrava sconveniente affacciarmi come una comare d’altri tempi. Quel rumore morbido mi faceva compagnia mentre finivo di correggere i temi che avevo promesso di consegnare il giorno dopo ai miei ragazzi.
Quando il sole sparì dietro la collina mi alzai dal tavolo, chiusi la finestra e, protetta dal vetro, mi soffermai a guardarlo.

Mi piaceva stare lì sotto gli alberi a lavorare. Respirare quell’aria cenerina carica di rassegnazione, mentre il sole svaniva in una scia di luce rosa e da lontano giungeva odore di stufa a legna.

Aveva raccolto gran parte delle foglie secche che avevano coperto il prato del giardino, radunandole in mucchi. In giardino c’è una fila di aceri che confina con il muro di cinta di casa mia. In estate, quando sono carichi di foglie, nascondono la vista della sua abitazione, ma in autunno, piano piano la casa riappare, ogni giorno posso vederne un pezzetto di più, fino a quando gli alberi ormai spogli me la mostrano in tutta la sua interezza.
E’ una bella casa a due piani color mattone, con le imposte verde brillante, dal mio lato si vede il finestrone della sala al primo piano, che si apre sul giardino, mentre al secondo piano ci sono tre finestre. Una è sempre chiusa, le altre due sono uno studio e il bagno.
Lo so che può sembrare strano che io conosca così bene come è fatta la casa, ma prima che la comperassero lui e la moglie qualche anno fa, per anni ci aveva abitato Virginia, una mia compagna di scuola, che poi si era trasferita con la famiglia all’estero e la casa era rimasta sfitta per anni. Ai tempi delle scuole elementari avevo frequentato spesso quella casa.
Osservai il mio vicino ancora per qualche minuto poi, colta da un brivido di freddo, pensai che era il momento di accendere la stufa a legna e così l’abbandonai alle sue incombenze autunnali.

Mi dovetti dare da fare, non restava molto tempo. Rastrellai le foglie in grossi mucchi e le raccolsi con le mani, infilandole nei sacchi e schiacciandole sul fondo. M’affrettai. Quando ebbi finito, contemplai i sacchi impilati contro il muro di casa: i miei trofei.
Più tardi, avvolto nel tepore dell’acqua della vasca, mentre contemplavo gli aceri dalla finestra del bagno, vidi alcune foglie staccarsi dai rami, avvitarsi su loro stesse e planare lentamente a terra. Immerso nel mio vapore, ricordai allora l’odore della terra umida e di un fuoco acceso chissà dove.

Dopo un po’ mi riaffacciai, ormai era buio. Le foglie avevano riempito dei sacchi che lui aveva accatastato accanto al muro della casa.
La luce del bagno era accesa e il vetro della finestra era ricoperto da un velo leggerissimo di condensa. Non so perché, lo immaginai immerso in quella grande vasca da bagno dove tantissimi anni prima la mamma di Virginia ci aveva infilato dopo che eravamo rientrate in casa ricoperte di fango per esserci rotolate insieme a Isotta, la nostra tata pelosa, una labrador cicciotta e giocherellona.
Si alzò un po’ di vento e le foglie gialle e rosse degli aceri ripresero a cadere sul prato, quasi a rendere vano il lavoro di raccolta che aveva impegnato il mio vicino per tutto il pomeriggio.

Un mese dopo lasciai quella casa e persi l’abitudine a quei lunghi bagni caldi ristoratori. Ma allora non lo sapevo ancora e fuori le foglie, incuranti, continuavano a cadere, coprendo il pezzo di giardino che avevo appena denudato.

Quel giorno fu l’ultimo in cui lo vidi in giardino. Un mese dopo, appena prima di Natale, la casa tornò ad essere disabitata.
Una mattina, mentre uscivo per andare a scuola, lui ed un amico facevano avanti e indietro dalla casa al bagagliaio dell’auto, riempiendolo di scatole e scatoloni. Pensai così che anche lui aveva preso la sua decisione.
La moglie se ne era andata prima dell’estate, una sera li avevo sentiti discutere animatamente, le finestre delle nostre case erano aperte e le voci e il tono rancoroso di lei mi erano giunti distinti. Era impossibile non ascoltare. Lui aveva replicato a stento e il litigio si era concluso con lei che gli urlava sei un maledetto stronzo, non cambierai mai. Di lì a qualche giorno aveva fatto le valigie e, come sarebbe accaduto poi con lui, l’avevo vista una mattina fuori dal cancello di casa con i bagagli, in attesa di qualcuno che l’avrebbe portata altrove.

Oggi la casa color mattone ha di nuovo le imposte chiuse e gli aceri sono completamente spogli. Il prato del giardino è ricoperto da un manto di foglie secche e opache.

… ascoltando …

(lapoetessarossa, 11/11/18)