Amicizia

 

btr

 

La brezza di un ricordo

di sospiri e mani.

La delicatezza del silenzio.

La quiete del fiume pacifico che scorre

acqua ferma che sempre corre e accompagna.

Il vento invisibile

calmo e poi agitato

presenza fissa si palesa

appena gli occhi lo cercano.

 

[19/1/2020, Prezioso omaggio di una persona cara]

Ci vediamo stasera

foglie - Ci vediamo stasera

 

“Era finita? Si chiese Joe. Era questo che Sara stava cercando di dirgli?
Rimase in silenzio. Lasciò che andasse avanti a parlare.
Una folata di vento improvvisa agitò i fiori nei vasi e sollevò
delle foglie in cortile.
Sara parlava, il vento soffiava, le foglie frusciavano.
Lui solo udiva il loro rumore.”

[da Ci vediamo stasera, racconto]

 

E’ nato Ci vediamo stasera, Terra d’ulivi edizioni.

[http://www.edizioniterradulivi.it/ci-vediamo-stasera/223]

 

E’ una raccolta di ventitré miei brevi racconti, scelti fra gli altri con l’intento di rappresentare, attraverso la narrazione di episodi tipici dell’età giovanile, reminiscenze d’infanzia e schegge di vita adulta, il clima del passaggio; inteso come il superamento di una soglia di conoscenza e di consapevolezza, di sé e della propria capacità di entrare in relazione con l’altro. Le dinamiche del quotidiano confronto col partner, il ricordo di un evento apparentemente insignificante o dimenticato, la scoperta e l’esperienza del sesso diventano così specchio e misura della propria capacità di volere, desiderare, apprezzare, accettare, interpretare, subire.

Un grazie speciale a Silvia Giusti (lapoetessarossa), che ne ha curato l’editing e mi è stata di grande supporto, oltre che d’ispirazione, durante l’intero periodo di gestazione e revisione.

Un altrettanto grande e sentito grazie ai lettori di uncielovispodistelle, con i quali sento di condividere il viaggio nel meraviglioso mondo della scrittura, della letteratura e della creazione in genere. Un forte abbraccio a tutti voi.

Paolo

 

“Torna là. Scende i gradini ed è dove prima non ha avuto il coraggio di entrare. Girandosi non vede più l’ingresso, o l’uscita. La luce non può più raggiungerlo. Tutto ciò che sente origina dall’interno. Nitide note di cristallo lo stanno attraversando. Non ha paura, in quel recondito spazio vuoto vive un tempo senza inizio, né fine. E in quel luogo Vania riesce a respirare.”

[da Negative space, racconto]

 

Ci vediamo stasera - Copertina

 

“Le storie di Paolo Beretta attraversano gli anni dall’infanzia all’età adulta. Raccontano la formazione sentimentale e sessuale di giovani protagonisti che, con nomi diversi, vivono una gamma di esperienze che possiamo considerare universali.
La scoperta del sesso. Il primo amore. La prima volta. Le crisi di coppia. La quotidianità in apparenza senza importanza, che incide le vite come la goccia che scava la pietra.
I personaggi sono figure irrisolte che non trovano una precisa definizione, un posto nel mondo; quello che si sognava o che si desiderava, l’ideale, non ha trovato corrispondenza nel vissuto.
Vien da chiedersi, leggendo, se questo posto esista davvero. Se le persone, nonostante tutto, vivano esistenze che non potrebbero essere altrimenti.”

[Silvia Giusti]

Resto qui

di Marco Balzano

Einaudi Ed.

 

“Non c’è tempo per fermarsi e dolersi di quello che è stato quando non c’eravamo. Andare avanti, come diceva Ma’, è l’unica direzione concessa. Altrimenti Dio ci avrebbe messo gli occhi di lato. Come i pesci.”

 

Resto qui - Marco Balzano

 

“La prima volta che sono stato a Curon Venosta (Graun im Vinschgau, in tedesco) è stato un giorno d’estate del 2014. Nel piazzale i pullman scaricavano visitatori, di fianco arrivavano e ripartivano frotte di motociclisti. C’è un pontile che è il luogo ideale per fotografarsi col campanile alle spalle. Lì la coda per farsi un selfie è sempre piuttosto lunga. Quella coda di gente armata di smartphone è stata l’unica immagine che sia riuscita a distrarmi dallo spettacolo del campanile sommerso e dell’acqua che nasconde i vecchi borghi di Resia e Curon. Non so trovare nulla che dimostri più chiaramente la violenza della storia.”

 

Campanile di Curon

 

Un libro che racconta con maestria e sentimento la storia “particolare” di due piccoli paesi alto-atesini, della loro gente, di un popolo non conosciuto dai più (io sono fra quelli). La cui vicenda è forse solo una piccola piega nella Storia dei grandi conflitti mondiali, difficilmente comprensibile da fuori. Come il perimetro ritorto di un confine fra tre nazioni, cucito sulle creste delle montagne, all’ombra del quale il senso di appartenenza alla propria terra, le proprie radici, la propria lingua, subiscono continue prevaricazioni, soprusi, umiliazioni e infine l’annientamento, in nome di una politica di trincea e di un famigerato progresso, quello che non guarda in faccia a nessuno.
Un bellissimo romanzo. Da leggere.

P.B.

Le prove

Un breve racconto (col botto?) liberamente ispirato a un fatto realmente accaduto. Buoni inizi.

 

La bravata

 

Uno stivale nero e un serpente biforme che sale su fino al ginocchio, viola scuro. Se non fosse una premonizione di sciagura, potrebbe anche sembrare un gioco di stoffe, un fiocco, un lustrino. E’ la brutalità dello stivale a schiacciare a terra ogni slancio di fantasia e calpestarlo crudelmente.

La luce della stanza è accesa. Lella ha aperto il cancello convinta che fosse Tullio e adesso fatica a spiegarsi l’immagine che si è materializzata davanti a lei, al di là di un vetro. Quando vi riesce, si sente mancare.
Una delle cose più brutte che può capitare a una madre, se non la più terribile in assoluto, è trovarsi un carabiniere alla porta in piena notte, sapendo che il figlio non è ancora rientrato.
Lella apre la porta finestra trattenendo a stento una domanda, che se lasciasse libera, abbandonerebbe il suo corpo in un grido disperato. Cos’è successo?

Antonio lancia incurante la giacca su una poltroncina della prima fila e aggira lo sguardo nella penombra in attesa che accada qualcosa. Un clamore nel buio precede l’accensione delle luci. La vista del materiale accatastato un po’ ovunque, tavoli, sedie, cavalletti e assi di legno depositati nelle corsie, fra le sedute, gli addobbi di una festa di carnevale buttati là in qualche modo insieme a ciò che rimane di scenografie e quinte inutilizzate da anni, pur essendo qualcosa cui dovrebbe essere abituato, acuisce il suo senso di fastidio. Nessuno osa fiatare. Il suo malumore si legge lontano un miglio, e ne ha ben donde. La prova generale presso il teatro cittadino, sede della competizione che si terrà il giorno dopo, è stata un disastro, ne sono tutti consapevoli. Come sanno che un’ultima, estenuante serie di ripetizioni li terrà occupati per buona parte della notte. Conoscono bene Antonio, l’amico che si era assunto il malaugurato fardello di far da regista a quel gruppo di attori improvvisati. – Manca ancora qualcuno, – fa lui con voce piatta,  – aspettiamo che arrivino tutti, poi cominciamo.

La porta adesso è spalancata sulla notte e Lella è una persona indifesa che affronta il proprio destino. Il militare non si muove, la scruta dall’alto verso il basso senza muovere un muscolo del volto. Istintivamente, con una mano avvicina i lembi della scollatura della camicia da notte.
Era sveglia, stava studiando. Già, a quarant’anni ha deciso di tornare a sognare.
L’uomo fa un passo avanti e si palesa in tutta la sua imponenza; gli strati scuri dei suoi indumenti decorati di rosso, punteggiati da sigilli che luccicano alla luce della lampada sul tavolo della cucina, gli conferiscono un aspetto ben più possente di quanto sia in realtà. Non toglie il berretto e lascia che l’ombra della visiera mascheri il suo sguardo rendendolo ancora più minaccioso.
Lella ha il respiro affannoso e il cuore in gola, con uno sforzo incredibile prova a controllare la propria paura. – Cosa è successo? – sente dire alla sua voce in frantumi.
– Dov’è suo figlio? – le chiede il carabiniere.

In pochi istanti Lella è travolta da sentimenti contrastanti. Il fatto che il militare non sappia dove Tullio si trovi le procura un primo sollievo, seguito però da una nuova inquietudine: Perché lo state cercando?

– Non lo so, – risponde con qualche esitazione. – Cioè, sì… E’ uscito con i suoi amici, quelli del gruppo di teatro… Sono andati alle prove generali… -, non ha le forze per spiegare di cosa si tratti, né ha intenzione di farlo, prima deve avere la risposta alla sua domanda.

Il carabiniere gira appena il capo e fa un cenno a un uomo che si trova dietro di lui, apparso dal nulla. L’altro ubbidisce ed entra nella stanza osservando attentamente l’ambiente circostante come se dovesse memorizzarlo, poi sussurra qualcosa all’orecchio del suo superiore, impassibile. E’ un bel ragazzo, alto con i capelli castani che spuntano da sotto il berretto, occhi chiari che sorridono. Avrà al massimo vent’anni, pensa Lella con una stretta allo stomaco, l’età di Tullio. – Insomma, ditemi cos’è successo!, – chiede con l’impeto della disperazione.

Tullio e i ragazzi che erano in macchina con lui raggiungono la sala per ultimi e attraversano la platea con aria ilare e scanzonata, come se niente fosse.
– Tullio, Ale, Irene! Alla buonora! – li apostrofa Antonio inviperito. – Si può sapere dove diavolo vi eravate cacciati? E’ un bel pezzo che vi aspettiamo! Non abbiamo tutta la notte e abbiamo ancora parecchie cose da rivedere, non credete? – sbraita senza dar loro modo di replicare. – Avanti, salite sul palcoscenico, – fa un gesto d’insofferenza; potendo, ce li spingerebbe sopra lui a forza. – Muovetevi…

Il graduato, si toglie lentamente un guanto di pelle nera, con due dita della mano denudata solleva appena la visiera e guarda Lella negli occhi.
I suoi sono grandi e neri, un po’ sporgenti, sulla faccia rotonda e gonfia ricordano quelli di una grande rana baffuta e imbronciata. Il barlume di un sorriso li attraversa.
Lella si interpone fra il suo sguardo indagatore e i libri e gli appunti sparsi sul tavolo di cucina. Non vuole rispondere a stupide domande supponenti, sta ancora aspettando.
L’uomo la fissa con serietà e le concede un cenno di consenso. – Gabriella Floris? – chiede estraendo un piccolo taccuino da una tasca della giubba, appena sopra la fondina della pistola.
– Sono io…, – risponde Lella malvolentieri, ma educatamente.
– Separata. Nata a Salvador, Bahia…, – completa il militare allungando esageratamente le ultime vocali e rivolgendole uno sguardo allusivo, che lei si rifiuta di decifrare. Il giovane appuntato, dietro di lui, annuisce e conferma sollevandosi sulle punte degli stivali.
Lella, infastidita dal fare subdolo dei due, vorrebbe intervenire, ma l’uomo non la lascia parlare: – Ma lei non è brasiliana… – deduce sollevando un sopracciglio con aria vagamente insoddisfatta.
– No, non lo sono – risponde Lella, che non ha alcuna voglia di spiegare a quei due e in quella sede il perché dei suoi natali in Sud America, ancorché da genitori italiani.
– No, – ribadisce il maresciallo, che per il momento ritiene di non dover approfondire ulteriormente. Si guarda intorno con aria apparentemente disinteressata, come se stesse per chiederle dove abbia comprato il mobilio della cucina, poi dice enfatico: – Suo figlio ha commesso un atto gravissimo -. Il giovane collega conferma con un cenno del capo.
– Che cosa è successo, che ha fatto? Sta bene? C’è stato un incidente?… – chiede Lella, le lacrime agli occhi.
L’uomo alza una mano imponendole il silenzio, scuote risoluto la testa e afferma perentorio: – Signora, al momento non possiamo dirle niente. Prima dobbiamo trovare suo figlio, – fa cenno all’appuntato di precederlo verso la volante. – Se tornasse a casa nelle prossime ore, – aggiunge con una lieve inflessione nella voce, – gli dica di presentarsi in caserma. Immediatamente!

– Ragazzi, da capo, un’altra volta. Così non va, non funziona, siete impacciati, legati, sembrate dei burattini di legno. Avete visto le facce di chi ha assistito alle prove stasera? Se vi comportate così, domani sera sarà una figuraccia memorabile… -. Antonio scuote la testa insoddisfatto, sfoglia più volte il copione come se maltrattandolo potesse modificare qualcosa. – Scena tre, – dice laconico passandosi una mano nei capelli. – Teresa spalanca la porta e spinge il vecchio sulla sedia a rotelle fin sul bordo del palcoscenico, a sinistra. Si volta e vede Edoardo, accovacciato dal lato opposto, immerso nei suoi pensieri che da subito le appaiono foschi. Tentenna, infine decide di avvicinarsi…. Forza, su, ricominciamo.
– Non ho ancora capito se si deve capire subito che ho con me la pistola, – afferma timidamente Tullio, un po’ disorientato.
– No, non subito, prima di parlare con Teresa, Edoardo probabilmente nemmeno pensava al suicidio, è un caso che avesse in tasca l’arma carica di suo zio. E’ il suo amore non corrisposto per lei, sono le sue ennesime parole di rifiuto a fargli perdere definitivamente la ragione… – spiega Antonio con un residuo di pazienza. – L’avete letto il copione, o no? – chiede a tutti scuotendo la testa. Gli attori abbassano lo sguardo. – Avanti, su, – torna a spronarli, – fatemi vedere cosa sapete fare…

Sono quasi le tre quando Tullio torna a casa. Lella sente distintamente il cancello stridere sui cardini, ma non si nuove. Entrato in casa, Tullio vede la luce accesa della cucina e prima di andare in camera sua fa capolino per spegnerla, ma trova sua madre seduta al tavolo con una tazza vuota fra le mani. E’ sconvolta, lo capisce subito. Vedendolo, lei si alza di scatto, lo raggiunge e lo abbraccia piangendo. – Tullio! – soffia fra le lacrime. – Sei tornato… -. Lo stringe così forte da fargli quasi male.
– Mamma…, – sussurra lui spaventato. – Che c’è? Cosa è successo?
– Dovresti essere tu a dirmelo, – risponde Lella. La sua voce è cambiata, è più profonda, decisa, quasi rabbiosa. – Dove sei stato?
– Alle prove…, – fa lui stupito di quella metamorfosi.
– No. Non prendermi in giro. Sono tua madre. Dimmi dove sei stato! – urla Lella.
Tullio, stranito, non riesce a far altro che ripetere la stessa frase. – Mamma, – replica cercando di capire, – sono andato alle prove, lo sapevi benissimo. Che c’è? Dimmi cos’hai…

Allora Lella gli racconta quello che è appena successo. I carabinieri che a mezzanotte suonano al citofono, lei che apre senza nemmeno chiedere chi è pensando che sia lui e si ritrova due uomini in divisa alla porta. Il terrore che gli fosse successo qualcosa di brutto, quei due che non gli dicono niente, ma la trattano come se fosse una delinquente, che addirittura fanno insinuazioni sulle sue origini…
– Il fatto è che sei tu, Tullio, a dover rispondere di qualcosa che hai fatto…, – dice infine. – Qualcosa di molto grave… Ti prego, dimmelo, dove sei stato stasera, cosa hai fatto?

Tullio la fissa inebetito. Non è possibile, pensa. E’ un incubo, non può essere vero. Articola qualche frase sconnessa, incapace di credere, ancor prima di provare a giustificare. Asciuga le mani sudate nei pantaloni e così facendo in una tasca sente il calcio della sua vecchia pistola giocattolo, quella che utilizzano per le prove. A quel punto capisce.
Fa un passo indietro e annuendo ripetutamente ricollega una sequenza di fatti già dimenticati. Lui alla guida dell’auto di sua madre, Ale e Irene con lui, eccitati, come lui, che urlano e cantano per esorcizzare la figuraccia fatta a teatro. La bottiglia di birra che si passano l’un l’altro mentre continua a guidare. La sua pistola che gira. Poi…, poi…

Un uomo in motorino che procede nella loro stessa direzione, sul bordo della strada. Loro che stanno per superarlo e qualcuno che grida “Spariamogli! Dai, dai spariamogli!”. Ale che abbassa il finestrino impugnando l’arma giocattolo che nel buio sembra terribilmente vera. Lui che dice “Tutti insieme, pronti? Al mio segnale!…”.
L’auto che rallenta, raggiunge la velocità della moto, l’affianca…
I tre che urlano all’unisono “BUUUM!”…
Ricorda di aver guardato nello specchietto retrovisore. Ridevano, ridevano tutti a crepapelle, come dei cretini, ma lui si era preso la briga di controllare. Della moto poteva vedere solo il fanale illuminato. L’ombra scura del poveretto che la guidava, probabilmente un operaio che tornava a casa dopo il turno, non la distingueva. Il faro aveva ondeggiato un po’ verso il centro della carreggiata per poi tornare zigzagando sul ciglio, e infine fermarsi.
“Chissà che spavento s’è preso quello!”, avevano esclamato fra risa idiote…

Tullio estrae la pistola e l’appoggia sul tavolo della cucina.
– Le prove… – dice con voce neutra, lo sguardo assente.
Non sa da dove cominciare. Non osa alzare gli occhi su Lella, che lo fissa trattenendosi dall’urlare.

[P.B., 4/1/2020]

Immagine di copertina – web