Dopo la tua voce

Dopo la tua voce

Annoto
l’area fredda
Fossa delle Marianne
che si apre
in linea retta
sopra l’ombelico.
Attraversata dall’effluvio di tenerezza.
Scavata.
Più giù ci sono le carni.
Sotto le coltri si dilata lo spazio.
Il pertugio
chiede ascolto
silenzio
ovatta tutto intorno.
E’ un nido!
Sporgono piccoli pigolanti.
Paradosso difficile
sopportare tanto calore.

[I.P., 17/8/2017]

Humus

Humus

Ferma.
Accanto al ciglio della strada.
Sono passati minuti
secoli.
La nostra carne
i nostri umori si sono incontrati
laddove i cuori ancora non si conoscono.
Tra i ricordi, quelli prossimi
che premono
incalzano
divergono
ci sono labbra di gelato alla pesca.
Mi attacco ad un pensiero, come fosse un tralcio
come fossi appena nata.
Il tuo profilo
è fatto di occhi neri, sassi di fiume
buchi nel cielo di astri partiti.
Più sotto
abbozzata
irregolare
una forzatura prossima a dileguarsi, la bocca.
Stranezze agostane, sotto frescure riposano
cattive intenzioni e buone stelle.
Gli umori, quelli, si leccano sulle dita.
Leggo il livido che infliggo alla tua pelle
ma scompare quando il pensiero si fa ripido
quando apre al possibile.
E’ allora che un corpo si radica alla terra,
che geme d’amore e morte.

[I.P., 7/8/2017]

A te

A te

Nasco oggi sotto il castagno,
riccio da aprire.
Appena un punto più su,
sopra il tuo pollice,
una goccia.

Ti avevo avvisato.
Una ferita è una ferita.
Niente.
Sei sordo.
Infili il polpastrello
dentro la buccia vellutata tra
i frutti carnosi.
Ancora a scovare la mia felicità.
Niente.
Sei cieco.
Ti avevo scongiurato.
Addenti la polpa
amarognola,
leguminosa.
Quasi ti ci strozzi.
Non ti persuadi,
non ti arrendi,
questo può far di me
un cattivo raccolto.
Niente.
Sei silenzioso.
Sai.
Ci credi.
E’ dalla tua questa ostinazione.

Così, senza pudore né preavviso, mi salvi.

[I.P., 17/5/2017]

Anatomia dell’amore IV – Acqua


Uomini e donne
di carta e di cera.
Di aliti ventosi.
Un piccolo rivolo di fortuna.
Ma cari miei
solo acqua che fugge via!

[I.P., 9/4/2017]


“Certo che ha un bell’odore il tuo coso, lì”, disse senza distogliere lo sguardo dalla tv.
Si voltò a guardarla. Sorrideva divertita continuando a fissare lo schermo, in attesa.
Non aprì bocca, non disse nulla. Aveva capito, ma fece finta di no. Lo faceva spesso, prendeva tempo.
Lei lo sapeva. E lo aspettava.

Erano seduti sul divano, vicino alla stufa. Si erano tolti le scarpe e poggiavano entrambi i piedi su una sedia.
“Non dici niente?”, lo spronò lei. Fece un cenno col mento e mosse gli indici delle mani che teneva intrecciate in grembo.
Lui guardò là dove lei gli aveva indicato, poi dritto su di sé. Infine fece finta di annusare l’aria sporgendosi prima verso di lei poi piegandosi su se stesso.
“Ma cosa fai, stupido?!” Esclamò lei, mettendosi a ridere. “Smettila, che già mi mette abbastanza imbarazzo.”

L’odore, era vero, si sentiva bene.
“In effetti si sente bene”, disse lui.
“Sicura che non sono io?”
“Ma va!”
“Sai, non ho nemmeno fatto una doccia.”
“Nemmeno io. Mi sono sciacquata, ma non ho tolto tutto. Ne era rimasto un po’. E’ sceso.”
Lui la fissò un momento. Poi la baciò sulla fronte.
La fissò nuovamente.

“Perché mi guardi così?”, disse lei. “Sorridi, sembri quasi contento.”
Rise, poi si ritrasse un poco verso il suo angolo di divano.
Faceva sempre così. Si scostava e lo guardava da un po’ più lontano.
Lo faceva per vedere meglio. Per capire. Per capire se quello che sentiva era vero.
Gli occhi interrogativi di lei guizzavano di lato, ora qui ora là, senza incrociare i suoi. Cercava una comprova. La conferma che qualcosa tornasse.
A lui sembrava che gli leggesse dentro.
Non era sempre facile lasciarsi guardare così. Né rispondere alle domande che normalmente seguivano. Era come se quel suo sguardo lo trapassasse, come essere trasparente ai suoi occhi.

Adesso ridevano.
Gli piaceva.
Gli piaceva lei, gli piaceva come parlava.
Di tutto, anche di quello.
Di come voleva farlo, di come voleva essere sfiorata.
Dell’odore che rimaneva. Addosso a lei, a lui, sulle lenzuola.

“Vieni qui”, gli disse.
Lui l’abbracciò. Non desiderava fare altro.
In realtà lasciò che fosse lei ad abbracciarlo.
Si stese su di lei e poggiò il capo sul suo seno.
Lei lo strinse a sé. Sapeva che ne aveva bisogno.
Lei sapeva ogni cosa.
E a lui piaceva che le cose stessero così.
Potersi fidare.

“Mi spiace che tu non possa averne”, gli aveva detto il giorno prima.
Era tanto che non ne parlavano. Stavano bevendo un caffè al tavolino di un bar, prima di andare al lavoro, e lei aveva pronunciato quelle parole come se non avessero alcun peso. L’attimo dopo sembrava già pensare ad altro.
E invece pesavano quelle parole, eccome se pesavano. Anche per lei.
Ma trattarle così era meglio. Per entrambi.
Lei sapeva anche questo.

“Spiace anche a me”, le aveva risposto.

Stare con lei era come essere nudi. Sempre. Lo faceva stare bene.
Per questo non aveva detto niente. Lei sapeva la risposta prima che lui riuscisse ad articolarla. Aveva sorriso. Non poteva fare altro.

Ripensò a loro due seduti sul divano a guardare la tv.
A lei che lo chiama sul balcone per salutare la luna.
Alle lacrime che le increspano gli occhi, nel bosco, al ricordo.
Al suo ventre.
Alle sue cosce.
A quel calore.
A quell’odore.
A quel rivolo.

“Perché mi piacerebbe potesse venirne fuori qualcosa.”

Anatomia dell’amore III – L’uncino

uncino

[“Mercato coperto” – Sulaimanya, Iraq]

 

 

Eravamo in una camera d’albergo di terza categoria. Era inverno, i termosifoni appena accesi fischiavano disperatamente e il pavimento di graniglia era gelido. Stavamo distesi sul grande letto a due piazze, vestiti. Di lì a un poco avremmo fatto l’amore, c’era ancora tempo. La luce delle abat jour ai lati del letto squarciava il buio di quello stanzone freddo. Se non fosse stato per il via vai sul piano, l’aprirsi e chiudersi di porte nel corridoio e il clamore improvviso degli ultimi arrivi, avremmo anche potuto essere in una tomba. Ero stanco del viaggio e di tutto ciò che l’aveva preceduto, mi stavo acclimatando. Avevo voglia di lei, la desideravo, ma non ero ancora pronto per toccarla, né toglierle i vestiti di dosso. Non ricordo di cosa stessimo parlando, forse di Roy, il festeggiato, che cercava di farsi Claire, ma lei gliela faceva solo annusare; era troppo buono, il suo più grande difetto, e glielo leggevi subito in faccia, nonostante il metro e novanta, la palestra che gli gonfiava la camicia, il piercing al labbro e i solchi scavati nei capelli sopra le orecchie. O forse parlavamo di noi, che tutto sommato stavamo bene, scopavamo tanto e di gusto. Eravamo una zattera in balia della corrente e il mare era incredibilmente piatto. Era uno di quei momenti senza tempo, né aspettative, senza eccessi, né carenze. Forse eravamo felici, chissà. Fatto sta che a un tratto lei si tirò su sulle ginocchia e guardandomi dall’alto mi disse: “Adesso ti rivelerò una cosa”, usò proprio quella parola, rivelare. Si sedette sulle caviglie e si sporse un po’ in avanti, senza toccarmi. Abbassò la voce per essere sicura di essere udita da me soltanto, per accertarsi che ascoltassi bene ciò che stava per dirmi. E il tono, in effetti, divenne quello di una breve lezione didattica. “E’ il tuo pene, la forma che ha, che mi piace. E’ giusta per me, capisci, sembra fatta apposta. E’ di quelli ad uncino, ma ce l’ha nel punto giusto”, continuò, “mi stimola proprio lì…” Mosse eloquentemente il dorso di una mano nell’incavo dell’altra. “E’ per quello che se non sto attenta vengo subito.” Silenzio. Il bambino guardava la maestra con un sorriso ebete. Ed io che credevo di essere bravo a letto, pensai. Grazie al cazzo, invece. Uncinato, a quanto pare… Annuii, feci intendere di aver capito mentre cercavo di scacciare dalla mente l’immagine di un pezzo di carne appeso in una macelleria. “Facciamo in fretta”, disse lei, “fra un po’ verranno a chiamarci per uscire”, e prese a sbottonarsi la camicia sotto il maglioncino di lana. Rimasi immobile ancora un momento. Chiusi gli occhi e infilai le mani nelle tasche dei pantaloni in cerca di calore. Faceva ancora maledettamente freddo.