SANGUE RAPPRESO – III

III

(Ester)

 
 
 
TBC, tubercolosi, un intero dramma riassunto in tre lettere. Asciutte, spietate. Hanno l’effetto di un verdetto, di una condanna, quella che, inesorabile, in poche settimane si portò via Laura. Nulla poterono il vento mite d’inizio primavera, né l’aria del mare di Civitavecchia, dove la povera donna fu presto trasferita, aprendo anticipatamente le imposte della residenza estiva di famiglia. E nulla poté lenire lo strazio delle sue ultime ore, vissute nell’apnea di un respiro affogato, sommerso. Meglio sarebbe stato per lei sprofondare nei flutti screziati del mare, che nella veglia poteva intravedere da una finestra, piuttosto che esaurirsi in quel refolo umido e sottile, sempre più faticoso, tanto da trasformarsi in un sibilo, un ultimo spasmo macchiato di sangue.
 
Le bambine seguirono la mamma in quella che prima di allora era stata solo una casa di vacanza, un’isola felice e assolata dove trascorrere giorni di svago. Ma le condizioni di Laura si aggravarono rapidamente e fu loro consentito di  trascorrere con lei intervalli di tempo sempre più limitati. Adele, infatti, pensava di sottrarle a un ingiusto tormento negando loro la vista della sofferenza della madre. Ben presto, quindi, vennero affidate alle cure di una balia.
Da quel momento fu Ester, una giovane nutrice romana, a soddisfare i bisogni della piccola Luciana e a passare i pomeriggi con Lina, giocando con lei in giardino o passeggiando in riva al mare. Lei e la bambina parlavano molto, talvolta discutendo animatamente. Era lei la prima a rispondere alle sue innumerevoli domande, lei che affrontava le sue dolorose esplosioni di rabbia. Finché, alla morte di Laura, fu deciso che fosse proprio la giovane balia ad accompagnare le bambine nel loro lungo viaggio verso nord e la casa del padre, insieme alle spoglie della loro povera mamma.
 
“Bada almeno a far bene il tuo dovere!” Le raccomandò più volte Ernestina, l’anziana domestica di famiglia. “Povere bambine, hanno già sofferto tanto.” Aggiungeva protestando inutilmente. “Non poteva venire il padre a prenderle, invece di starsene lassù, immerso nei suoi affari? Ma no, il signore non si muove! Lui dà gli ordini, quello sì che è capace di farlo. Si preoccupa solo di farle dire un bel funerale. E basta. Si lava la coscienza. Con così poco! Dio di misericordia… Povera donna. Così giovane, così sfortunata…” Sospirava segnandosi. “E te?! Una ragazzina, sola, in viaggio con una bara…” Scuoteva la testa alzando gli occhi al cielo.
Ma Ester, a differenza dell’anziana governante, non si faceva impressionare facilmente. Con un’alzata di spalle – ardita agli occhi di quella – si scrollò di dosso gli umori e i presagi ispirati da un viaggio in compagnia di una morta.
Giunta a Roma dalla Ciociaria che era ancora bambina, attaccata alle vesti della madre, divenuta presto sguattera e servetta nelle case dei signori, Ester aveva conosciuto il mondo dal basso, apprendendo ben presto quale fosse il posto a lei riservato e l’ampiezza del proprio orizzonte. Sedici anni, madre di un bambino sottrattole con la forza, che forse non avrebbe più rivisto, Ester era un bocciolo di donna germogliato in fretta.
La tragica morte di Laura, però, le concedeva forse un’occasione. Quella di intraprendere una strada nuova, lontano da lì, al nord, in luoghi a lei sconosciuti. Sebbene corresse il rischio di ritrovarsi al punto partenza – ne era consapevole, valeva la pena tentare. Questo andava ripetendosi. Ed era ciò che sentiva veramente, non un modo per sfuggire i cattivi pensieri o la superstizione delle altre persone a servizio della casa.
 
Fu così che la domenica di Pasqua, di prima mattina, Ester e le due bambine si trovarono sulla banchina della stazione di Civitavecchia in attesa del treno che le avrebbe condotte a Genova. Una volta arrivate lì, avrebbero preso un secondo treno alla volta di Milano, dove finalmente avrebbero trovato Mirto ad attenderle.
Era il primo viaggio in treno per la giovane balia, e per una tratta così lunga per giunta, lei che una volta arrivata a Roma non ne era mai uscita se non per brevi tragitti fuori porta in barroccio. Ma la ragazza, forse incosciente, di certo non istruita e nemmeno così ammaestrata, non soffrì mai simili timori. C’era ben altro di cui preoccuparsi.
Roma era tutta un fermento. Ester non sapeva né leggere, né scrivere, ma capiva benissimo cosa recitava la carta stampata nelle mani di chi era in grado di farlo. Così come le scritte a caratteri cubitali sui muri e le porte dei palazzi, nelle scuole, nelle botteghe, all’ingresso delle piazze e dei mercati. La guerra era imminente, la gente ne parlava per le strade animandosi, sempre di più. Gli sguardi infervorati degli uomini radunati nelle piazze, il levarsi di voci, di cori, le braccia alzate e i pugni tesi; quelli sì, le mettevano paura. Forse là dove sono diretta non è come qui, si augurava. Ma non le era dato saperlo. Quando poteva, ascoltava i discorsi dei padroni e partecipava in silenzio alle discussioni delle persone che frequentavano la loro casa. Negli ultimi tempi, però, con l’aggravarsi del suo male e il progressivo preannunciarsi della morte, le attenzioni di tutti erano state rivolte alla povera signora malata. Di fronte al livido pallore di quel bel volto trasfigurato, ogni altra cosa sembrò d’un tratto incredibilmente distante.

Ester conobbe Laura che era già molto malata e le veniva ormai proibito di allattare la sua seconda. Non seppe mai le ragioni del suo ritorno a Roma, da sola, lontano dal marito e dalla loro casa. Le fu fatto intendere che fosse per via della malattia, nella speranza che un clima più mite potesse aiutarla a guarire. Ma Ester non si bevve mai quella verità posticcia ed ebbe presto accesso a un’altra: le bambine.
In breve stabilì con entrambe un legame viscerale, profondo. La piccola Luciana le s’attaccava al seno con grande voracità e Lina vedeva in lei una persona di cui poteva fidarsi. Ester per lei non era una sostituta, un’estranea con il mero compito di prendersi cura di lei e della sorellina. Lina provava per lei un sentimento di vera e propria sorellanza. Ester, cresciuta in fretta, mamma a soli quindici anni, nonostante tutto era ancora in grado di capire il suo animo di bambina, e in fondo lo era un poco anche lei. Sognatrice, entusiasta, piena di vita. Sempre sorridente, con quei suoi denti larghi, bianchissimi, che contrastavano la carnagione bruna e i foltissimi capelli neri, ricci, addomesticati a mala pena dall’ampia fascia di lino che le scendeva fin sulla fronte. Conservava intatta una curiosità ingenua, un candore che non mostrava a nessuno, se non a Lina, a lei soltanto, in segreto, al sicuro da occhi e orecchi indiscreti.
Ester e Lina non faticarono a fare amicizia, anzi divennero presto confidenti e compagne.
 
Il naturale affezionarsi delle bambine alla balia infuse nella loro mamma una serena fiducia, frutto della convinzione che in quel modo, forse, non avrebbero percepito per intero il tragico distacco cui erano destinate. Dal suo canto, Ester nutriva per Laura affetto e devozione sinceri. La compativa, al punto da ritrovarsi spesse volte con le lacrime agli occhi e la necessità di nascondere alle bambine la grande tristezza che la sua condizione le suscitava. Era come se nel dolore di quella donna Ester ne presentisse uno più grande, universale, un dolore che toccava e coinvolgeva tutti, anche lei.
Vederla spegnersi progressivamente fu straziante. Ma fino all’ultimo Laura preservò una forma di pacata, dolce riconoscenza nei confronti di chi le era vicino. Era sorprendente il contegno, la fiera eleganza con cui fronteggiava la morte. La nobilitava. Nobilitava la morte, sì, quella morte rea, ingiustificata e abietta che agli occhi di Ester destava sdegno e paura. Lei che voleva vivere, più di ogni altra cosa.
Il giorno in cui Laura morì, pensò che la morte non era un arcano mistero e nemmeno la lama spietata di una falce. Erano fragili dita incrociate sul petto. Occhi chiusi, in rilievo, sul marmo gelido di un volto. Occhi che guardano altrove, lontano, dentro di sé.
Il giorno dopo le venne ordinato di compiere quel lungo viaggio. Era una prova, un segno del destino. La volontà del Signore, disse Ernestina. Un’opportunità, pensò Ester. Partire significava frapporre una distanza fra sé e i luoghi di un’infanzia di povertà e sottomissione; qualcosa in cui Ester, forse inconsapevolmente, riversava la speranza di lasciare il passato alle proprie spalle.
Partiva, dunque. Lasciava una vita nella speranza di cominciarne una nuova.
 
“Mamma ci può sentire adesso?” Lina fissava la bara, una semplice cassa disadorna, lo spoglio mezzo che riportava a casa il corpo della sua povera mamma.
“Mamma è in cielo ora”, le rispose Ester.
“Certo che ci sente”, aggiunse subito dopo. “Ascolta la voce degli angeli del cielo, così come ascolta noi che parliamo, o il canto degli usignoli.”
“Ma come fa, se è chiusa lì dentro?”
Ester non rispose.
La luce intensa del mattino illuminava la bara per metà, rivestendola di un bianco accecante. Ester vi immaginò all’interno il corpo della povera donna composto per quel lungo viaggio. Si chiese se sarebbe stato in grado di sopportarlo.
 
 
 
 
Capitoli precedenti:
 
PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)

SANGUE RAPPRESO – II

II

(Fotografia)

 
 
 
«Laura è mancata oggi, dopo travagliati giorni di straziante agonia. Siamo affranti, distrutti. Stretti in quest’immenso dolore, ci rimettiamo ai Vostri doveri di marito e di padre.
F. e A.»
 
 
Anni addietro, a La Spezia, Mirto conobbe la donna che sarebbe diventata sua moglie. Era un giorno d’estate, il primo di un’insperata vacanza. Di famiglia borghese, agiata – il padre era un attivo commerciante di tessuti, istruita, colta, Laura era una donna estremamente attraente ed egli se ne innamorò dal primo istante. E ancora l’amava, se solo fosse stato in grado di dimostrarlo. Ma questa era una cosa che sapeva di non possedere, né d’aver mai appreso. Se ne innamorò, conquistò il suo cuore, le offrì la sicurezza di una vita agiata e la condusse nella propria terra, a Sarnico, sulla riva di un lago sottile e profondo, scura ferita inferta dal ghiaccio in un costato di livida roccia. In quei luoghi, così diversi, lontano da casa, dalla sua città e dal mare, nel nord della provincia lombarda che ancora non conosceva, Laura venne presa in sposa. Era un inverno umido e ostile, di un freddo subdolo, penetrante, mitigato appena dal lago, unico sollievo. Laura fu moglie e poi madre orgogliosa dei figli di suo marito, cui avrebbe tanto voluto dare un erede. Ma non smise mai di essere donna. Affascinante, volitiva, moglie devota, rispettosa, mai sottomessa. Amava suo marito, ma non mise a tacere il bisogno d’essere libera di farlo a modo suo.
 
Avevano avuto giorni felici. Quando l’aveva al suo fianco, nelle piacevoli passeggiate domenicali per le vie del paese, sul lungo lago e per i sentieri che costeggiano le prime anse dell’Oglio, Mirto rispondeva radioso ai saluti e agli omaggi di chi incontravano. Le stringeva allora la mano inorgoglito, mentre Laura, da sotto l’ombrellino, con fare dolce e maestoso, sorridendo piegava appena la testa mostrando la linea morbida del collo, impreziosita da un nastro di pizzo. Si diceva che erano una coppia stupenda e che non vi fossero ombre sul loro futuro. Del resto, si sa, salute, malattia, figli, prosperità, si era tutti nelle mani della Provvidenza.
Negli ultimi tempi, tuttavia, gli affari di Mirto avevano avuto delle brusche battute d’arresto, dovute a difficoltà sempre crescenti nei rapporti con i consolidati clienti austriaci, uomini d’affari e membri delle istituzioni che fino ad allora avevano dato credito e fiducia indiscussi alla sua impresa e alle sue capacità individuali. Ma lo scoppio della guerra in Serbia, la reazione delle alleanze e il rapido moltiplicarsi dei fronti, per non parlare della sempre meno credibile neutralità del Regno d’Italia, stavano rovinando ogni cosa. I giorni in cui suo padre veniva ricevuto all’alba dall’Imperatore in persona per discutere di un nuovo progetto per l’acquedotto di Vienna, sembravano ormai incredibilmente lontani. Ogni cosa adesso veniva messa in discussione, ovunque venivano trovati impedimenti e cavilli di carattere burocratico e legale, anche sui contratti e gli incarichi già acquisiti. Le frontiere erano ormai un limite quasi invalicabile; alcuni cantieri, diventati pericolosi e impraticabili, di fatto avevano dovuto essere abbandonati. Gli italiani erano ormai ritenuti ostili e la loro politica internazionale sempre più ambigua. Né il conflitto dava l’impressione d’esaurirsi nei tempi che i capi di stato avevano inizialmente propagandato. Anzi, tutto lasciava presagire il contrario: la progressiva degenerazione, l’espandersi a macchia d’olio della morsa paralizzante che nei paesi coinvolti avrebbe richiamato sempre più uomini dalle città e dalle campagne per condurli al fronte. Da molti il coinvolgimento del Regno era ormai considerato inevitabile e imminente.
 
Mirto, dal suo canto, non si era schierato, né riusciva a orientarsi nel vorticoso evolvere di eventi e situazioni di quegli ultimi mesi. Talvolta assisteva attonito a discussioni e dibattiti, preoccupato per lo scenario politico e sociale che si stava delineando nel paese. Non si ritrovava nella voce dei più. Nemmeno in quella della stampa, esasperata e adescatrice. Dal suo punto di vista, interessi concreti misti a un ingiustificato, mistificato fervore nazionalista impedivano a tutti, politici, filosofi, oratori, e infine alla gente comune una visione obiettiva della situazione. Il rigurgito di slogan risorgimentali, gli accessi spudoratamente retorici di quei giorni, poi, gli risultavano addirittura ridicoli. E tuttavia, le piazze si riempivano, si animavano, le stesse parole erano sulle bocche di tutti. Guerra, opportunità, affermazione. Identità, nazione, intervento. Concetti o semplici motti che permeavano i pensieri della gente attraversando le classi sociali, già ampiamente turbate dai movimenti e dalle manifestazioni degli ultimi anni. Era già scorso del sangue, troppo, in seno alla patria; perché incitare a spargerne altro, perché partecipare alla logica folle del conflitto fra popoli e razze? Erano dunque una minaccia gli Austro-Ungarici, o i Tedeschi? Potevano essere nemici coloro i quali per anni avevano intrattenuto con lui onesti e prolifici rapporti commerciali? Per non parlare del fatto che oggi un ramo della sua stessa famiglia parlava la loro lingua e viveva nelle loro città, al di là delle Alpi.
Eppure, anche in seno al pensiero popolare, al movimento dei lavoratori, cui Mirto non poteva essere indifferente, gli stessi dubbi, le stesse pulsioni, gli stessi attriti. Mirto, in fondo, non era che un imprenditore, un uomo attento alle regole del commercio, alla diplomazia che regola i rapporti e gli equilibri fra le parti. Era un liberale. Nella sua famiglia, da che ne aveva memoria, si respirava uno spirito d’autonomia e individualismo cui lui stesso naturalmente aderiva. Conforme alla tradizione, Mirto incarnava la convinzione di dover preservare la libertà di intraprendere azioni per il proprio interesse personale e per quello della propria famiglia, senza per questo dover rendere conto a nessuno, tanto meno a un sindacato. Cosa che, suo malgrado, aveva dovuto cominciare a fare.
 
“La libertà non può prescindere da questo”, ripeteva spesso suo padre, “cosa pretendono i Socialisti, che siamo tutti uguali? Vorrebbero vederci con un fazzoletto al collo o il distintivo di una corporazione sul petto? Tutti uguali, tutti orientati, tutti allineati. Al volere di chi? Non mi vengano a parlare del Popolo. A quale progresso porterebbe una società del genere, una tale parificazione?” La voce profonda del padre riecheggiò per la stanza in cui Mirto si trovava. Poteva vedere il suo sguardo illuminato dalla luce del camino. Un uomo che metteva soggezione, Pietro, suo padre. Uomo di poche parole, onesto, esigente e severo, a volte anche duro, prima di tutto con i propri familiari. Proprio per questo Mirto gli aveva sempre riconosciuto un’indiscutibile equità d’animo. In quel momento i suoi occhi neri e autoritari, lo stavano fissando dall’ovale di una preziosa cornice d’argento sul pianoforte. Mirto ne contemplò la fronte alta, aperta, i lunghi baffi spioventi che confluivano in un’imponente barba bianca. Accanto a quella foto poté osservare se stesso, in piedi, una mano posata sullo schienale di un’enorme poltrona di vimini nella quale sedeva sua moglie Laura. Lui rigido, impettito, statuario, alla destra di sua moglie. Lei elegante, armoniosa, il bel viso luminoso, come un’alba. E alla sua sinistra Lina, la primogenita, che ritta su di uno sgabello fissava l’obiettivo poggiando il capo sulla spalla di lei, abbandonandosi a quella posa con sguardo sognante. Vi si poteva leggere tutto l’amore e la devozione che la piccola nutriva per sua madre. Davvero sembrava non curarsi dello scenario artefatto di una veranda con palmizi e drappi posticci, né delle reiterate indicazioni di un fotografo zelante; in quel momento per lei esisteva solo la mamma, la sua posa esprimeva la volontà e la gioia di concedersi un gesto di totale fiducia nei suoi confronti, di immortalarlo. Laura sorrideva amabile come sempre, sembrava che nulla potesse turbare quella sua placida confidenza nella vita. E poi? Che  cos’era accaduto in seguito, cos’era cambiato? Perché se n’era andata? Forse era delusa, stanca, provò a rispondere Mirto. Forse non si era mai sentita veramente a casa, riconosciuta e accolta dalla sua famiglia. Forse era lui che non l’aveva permesso. Era spaventata dall’idea della guerra e dalle conseguenze che essa avrebbe potuto avere per loro, questo sì gliel’aveva detto tante volte. Era preoccupata per le bambine. E forse alla fine aveva deciso di non aspettare più; era partita, era andata via da lì, aveva cercato rifugio altrove. Aveva lasciato Mirto al suo posto, baluardo a difesa di qualcosa che non condivideva o che riteneva anacronistico, vano. Forse aveva ragione lei, pensò Mirto, forse non c’era altro da fare; bisognava evolvere, cambiare, muovere; prendere posizione, in una direzione o in un’altra. Forse, invece, Laura aveva bisogno di più attenzione, di condivisione e calore, per sé, per le bambine. E che cosa aveva fatto lui perché rimanessero con lui? Mirto, che ora scrutava pensieri e intenzioni passati, fissati sui volti di una fotografia e destinati a echeggiare per sempre, perché non era stato in grado di leggere il presente? Dov’era allora? Perché non aveva saputo ascoltare la voce di sua moglie quando era ancora lì con lui, reale, viva?
 
Guardando con occhi diversi quella fotografia, così familiare, Mirto notò per la prima volta che se c’era una persona che non appariva per quello che era, ma per il ruolo che aveva consapevolmente assunto, quello era lui. Eccolo, inesorabilmente fedele a ciò che rappresentava e dichiarava di essere, anche attraverso un ritratto. Il cittadino rispettabile e onesto, l’affidabile e facoltoso uomo d’affari, il pater familias, ligio assertore dei propri doveri di padre e di marito. Si riconobbe infine nelle lapidarie parole della cognata. Era all’uomo racchiuso in quella cornice che erano state rivolte. Dunque, avrebbe fatto il suo dovere, si disse, giacché era questo che tutti si aspettavano da lui. E in quel momento erano due le cose che più di ogni altra sentiva di dover fare: riportare a casa il corpo di sua moglie, riabilitarla agli occhi di tutti onorandola di un funerale degno, e riabbracciare al più presto le sue bambine. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che le aveva tenute fra le sue braccia? Chissà quante volte in quei mesi avevano chiesto del loro papà. E cosa avrà detto loro la madre?
 
 
All’ufficio postale, Mirto dettò al telegrafista le sue disposizioni: il feretro della povera moglie doveva partire quanto prima per Sarnico. E doveva essere fatto in modo che anche le bambine lo raggiungessero al più presto. D’ora in avanti, di loro si sarebbe occupato il padre. Inviò una lettera alla cognata in cui dava precise indicazioni per il viaggio in treno del feretro e delle figlie; le avrebbe fatto avere il denaro necessario. Si raccomandò che lei e il marito assolvessero alle pratiche necessarie e che venisse svolto sul posto un primo rito religioso. La vera cerimonia funebre sarebbe stata celebrata a Sarnico, non appena le spoglie della povera moglie fossero giunte a casa.
 
 
 
 
 
Capitoli precedenti:
 
PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)

Viaggio Capena – Roma

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[Roma, Stazione Flaminio – fonte: web]

Apro gli occhi e cerco istintivamente di trovare una motivazione alla cosa. Ce ne deve essere per forza una? Il fatto stesso che me lo stia chiedendo mi fa credere di sì. Passa qualche secondo, o qualche minuto, un’unità di tempo indefinita perché il pensiero nella testa non si è ancora coagulato e finché ciò non avverrà, il tempo rimarrà un concetto perfettamente astratto, un fenomeno essenzialmente aleatorio. Dove sono? Incalza la seconda domanda. Le sinapsi si stanno rimettendo alacremente al lavoro, vedo. Il che ora è? è in dirittura d’arrivo, questione di poco, gli ingranaggi si muovono, il sangue circola e irrora. Va tutto bene. Dove sono, quindi. Cominciamo da lì. Perché quella in cui mi trovo, evidentemente, non è camera mia. Eh, certo che no, sono fuori casa, questo me lo ricordo bene: sono in viaggio, in vacanza. Consapevolezza della congiuntura storica, molto bene. E ora calma, un lungo respiro distensivo, inspirazione-dilatazione-accrescimento, espirazione-contrazione-svuotamento. Dentro-fuori. Un battito, un passo avanti. Cos’ho fatto negli ultimi giorni? Mentre il cervello, in background, assembla una risposta alla domanda che si è appena posto, i sensi lo precedono di gran carriera, facilitandogli il compito. La via della deduzione, si sa, è  più facile, o quanto meno in discesa.
Un lucernario sopra la mia testa, dal quale la luce, schermata, filtra soffusa, innocua: davvero non saprei dire che ora è, intrigante. Il letto singolo in cui giaccio, le lenzuola di cotone brandelli arrotolati ai miei piedi. Mi sento riposato, rigenerato: il materasso, ben più rigido e confortevole di quello del letto di casa, mi è congeniale – ma quando la smetterò di dormire in un divano letto?! Non fa caldo, si sta bene: ovvio, sono in un seminterrato. Fin qui, tutto bene, andiamo oltre. Il tavolino basso ai piedi del letto, con sopra libri e dépliant sparsi: so benissimo che leggendone uno potrei accedere a un sacco di informazioni aggiuntive, ma preferisco farmi condurre dagli elementi al contorno. In cuor mio (siamo sicuri che sia proprio lì?) so già dove sono, l’ho capito benissimo, me lo ricordo, il sakè di ieri sera non può aver fatto danni, ma voglio giocare ancora un po’ agli indovinelli. Un vaso con dei ramoscelli di salice essiccati e striminziti che nell’insieme ricorda un albero in inverno. Un altro tavolino con sopra un vecchio televisore a tubo catodico, il videoregistratore, lo stereo e un buon numero di dischi e cassette: la saletta tv adattata a camera per gli ospiti, ricordo di aver pensato ieri sera. Vado avanti. Il soffitto inclinato per via della scala, le pareti bianche, le fotografie appese… Stop. Fine del gioco. Ora è pura lettura, o rilettura, ripasso di ciò che hai scrutato ieri sera. Ti sei divertito? Mi chiede il mio membro pensante. Già, pare che ami parlare con se stesso. Ma lo fa proprio come se si trattasse di un altro, specie quando è incazzato. Dovreste sentire che cazziatoni gli fa… O forse dovrei dire si fanno? Insomma, non mi è ben chiaro chi sia chi e cosa ci faccia io nel mezzo, sta di fatto che, per non sbagliare, spesso parlo, parliamo di me al plurale, di noi. Ci viene spontaneo. Come stai? Bene, non ci lamentiamo, Cosa hai fatto oggi? Lavorato senza sosta, di sto passo usciamo matti, Ti andrebbe un cinema stasera? Ci pensiamo, ok?, Un sushi? Non so, valutiamo…. Ho reso l’idea? La mia ex sbroccava per sta cosa del noi, oltre che per la storia del divano letto e della mia cosiddetta “teoria della precarietà”. Io ci difendevo come potevo, parlavo di modi di dire, di plurale maiestatis, cose così. Minimizzavo. Per me era la normalità. Lei – ma questo l’ho capito dopo, e comunque troppo tardi, lei era spaventata, glielo leggevo negli occhi. Ma sotto sotto mi interrogavo anch’io, davvero: Raga, in quanti siamo, qui dentro?… Preoccupante. Tutte cose da approfondire adeguatamente, magari con l’aiuto di un buon analista. Già, quando avremo un po’ di calma. Appunto. Anche se, diciamocelo, non è poi così male assistere a certi dibattiti interni… (Calma. Siamo in due o in tre?) Dovresti fare così…, Ecco, vedi? Hai sbagliato di nuovo…, Sei sempre il solito, perché non dici mai quello che pensi e vuoi veramente? Quest’ultima, fra tutte, è di gran lunga la mia preferita. Difficile che avvenga il contrario: cioè che A faccia un complimento a B o viceversa, che si scambino smancerie di sorta. Questa cosa fa riflettere: nell’esultanza, nel benessere, nel godimento non si avverte scissione (Sì, a questo punto l’impersonale è d’obbligo). La dicotomia è funzionale, serve a prendere le distanze, a mettere a fuoco l’errore, a giudicarlo dall’esterno, a starne fuori. E’ funzionale, ma inutile. E’ comoda, ma non corregge alcunché. Se nella mia testa c’è chi eccepisce, strepita, sbraita, denuncia, rimprovera, in quella stessa stanza c’è anche chi è sordo come una campana ad ogni tipo di richiamo, chi si lascia scivolare addosso ogni cosa, chi non cambierà mai atteggiamento o convinzione. L’integrità imporrebbe una presa di posizione, il rispetto di una linea unitaria. E unità significa coerenza. Certo che, Paolo, visto così sei proprio messo male! Ecco, ci risiamo… Cambiamo discorso. Dov’eravamo rimasti?… Ok, ok. Faccio uno sforzo.
Foto, cornici, quadretti. Li osservo un’altra volta, che ieri, quando Anna mi ha lasciato solo, l’ho già fatto e con molta attenzione. Ripasso le espressioni più o meno sorridenti, più o meno orgogliose degli adulti, quelle più o meno disinteressate o infastidite dei bambini. Analizzo i sorrisi in cerca di tracce di felicità. Mi ha sempre impressionato osservare le fotografie a distanza di anni, rivedere l’immagine che di noi rendiamo nel tempo, chi eravamo. Negli anni settanta, gli ottanta, i novanta: le foto nel tempo hanno una loro grana, un loro mélange, una specifica gradazione di colore, e la sensazione è che anche noi, allora, vedessimo allo stesso modo, come se i nostri sensi allora fossero diversi. Noi eravamo diversi. E nel frattempo siano mutati, evoluti con gli anni, così come la tecnologia deputata a salvare i nostri ricordi. E’ fuorviante associare la crescita anagrafica a quella degli strumenti a nostra disposizione per raccontarla e immortalarla. Tuttavia, sono convinto che a quelli della mia generazione sia andata così. Di fatto, esistono ricordi analogici e digitali, in alta e bassa definizione. Memorie già sfuocate e periture, quelle dell’infanzia, e memorie riproducibili o addirittura, modificabili, quelle dell’età adulta. Impressionante, se riportato alla capacità acquisita nel frattempo di descrivere e raccontare, o reinventare il proprio vissuto. Esperienze più o meno discretizzate e più o meno approssimative. Dettagli e impressioni, suggestioni che possono essere filtrate eluse, indirizzate. Ma su tutto, in fondo, in barba a ogni nostro sforzo di ricordare, o di ricordare solo ciò che ci fa piacere, un giorno passerà, come uno scanner demolitore, lo sguardo velato del disfacimento senile. Azzerandoli.
Riguardo Anna, il suo incarnato nel costume a due pezzi, così pallido, anemico direi quasi. Le gambe affusolate, da ballerina. I capelli lisci, corvini, raccolti in una spessa fascia di cotone rosso scuro che le corona la fronte, sono più lunghi e non curanti dell’elegante caschetto che porta adesso. Lei e la figlia più grande, sulla battigia. Ancora loro due, qualche anno dopo, mentre si immergono in un campo di lavanda, in Provenza. Accanto a sua figlia, Anna ricorda la rappresentazione di un angelo protettore. Altro scatto: lei con un uomo, dovrebbe essere l’ex-marito. Non l’ho conosciuto. Nemmeno le figlie, d’altronde. E’ la prima volta che metto piede in casa sua. Strano, conosciuti attraverso parole scritte, pagine di libri, racconti, dialogando via email; senza esserci nemmeno visti in faccia, siamo diventati intimi conoscenti. E c’è voluto un po’ per vincere l’imbarazzo del primo incontro. “Allora, com’è di persona?”, ha rotto il ghiaccio imboccando il raccordo anulare. Ma sto divagando… Vediamo un po’ che ora è.
Esco dalla stanza. Il soggiorno è luminoso, guardo l’orologio sopra il frigorifero: le undici. Pensavo peggio. Ero stanco, Anna è andata al lavoro e mi ha lasciato riposare. Apro il frigo e tiro fuori uno degli yogurt che abbiamo comprato al supermercato ieri, appena arrivati. Prendo anche il succo agli agrumi. Devo fare una doccia. Poi un bel caffè. Vado in bagno: sono fortunato, adoro i box doccia spaziosi. E ancor più un bel getto potente, largo, di quelli che ti fan credere di esporti a un tiepido diluvio equatoriale. Regolo la temperatura dell’acqua finché non trovo quella a me più congeniale, sbraccio e canto senza preoccuparmi che qualcuno mi senta, non c’è nessuno in casa. Esco dalla doccia e infilo un comodo accappatoio di spugna che Anna ha insistito che usassi. Accendo sotto il caffè e mi godo la sensazione di fresco e pulito che danno capelli e barba bagnati. L’aroma del caffè che gorgoglia. Lo verso in una tazza, apro la porta finestra che dà sul giardinetto dietro casa: non è il mio ambiente, ma non sento mancarmi niente, sono padrone di questo momento. Mi siedo sulla panchina. E Anna?, mi chiedo a un tratto. Ieri sera ha detto che non sapeva se sarebbe riuscita a liberarsi per pranzo. Recupero il cellulare, lo accendo: tre messaggi e un tentativo di chiamata.
– Buongiorno, le cose per fare colazione sono nel frigo. Ti ho messo anche della marmellata e del latte fresco. Non so se ti piace, è lì.
– Ciao, ti sei alzato? Qui sul lavoro la situazione è un po’ complicata. Sai, con mezzo ufficio in cassa ci tocca sbrigare tutto in due. Non riesco a liberarmi per il pomeriggio. Magari per pranzo. Un boccone veloce, però, prima che tu vada in città.
– Sveglia dormiglione! Ho provato a chiamarti, ma è staccato. Ho fatto squillare il telefono di casa. Sei lì? Quando ti svegli o quando puoi, chiamami, così mi organizzo.

A: “Sei il solito maleducato, Paolo. Trascurato e cafone, degli altri non te ne frega un cazzo!”
B: “Ma che vuoi? Stai calmo! Sei peggio di una madre e una suocera messe insieme. Ora la chiamo, va bene?”
Ma passa ancora un po’ di tempo prima che lo faccia. Ho un blocco nei confronti del telefono: non mi piace, faccio fatica. Sarà perché è già faticoso mettere d’accordo A con B, ci manca solo l’elemento esterno, sperando che almeno lui venga da solo. Per iscritto è diverso, ne puoi gestire uno alla volta. Puoi decidere chi sei anche strada facendo. Capita che inizi a scrivere A e poi strada facendo la cosa passi in mano a B. Prima della fine c’è sempre modo di decidere chi dei due prevalga. Non è sempre facile, ma può anche essere divertente e istruttivo. Ma torniamo a noi… Io, qui a Capena, intendo… In realtà sono un po’ imbarazzato, perché non so esattamente come mai mi trovi qui. Anna è gentile, accogliente, generosa. Anna mi conosce e mi chiede, si racconta, con quel suo modo così esatto e sensibile, così femminile. E’ lei: precisa, profonda, fine, colta. Mi fa stare bene e mi fa sentire piccolo al tempo stesso. E’ la stessa cosa quando leggo ciò che scrive. E’ così che l’ho conosciuta: l’ho letta. Ma noi due, qui, a pochi centimetri di distanza che ci si può sfiorar la pelle, noi, chi diavolo siamo?… La chiamo.
Ci accordiamo per mangiare un panino in un bar alla fermata dell’autobus, passa a prendermi lei. In macchina ascoltiamo la sua musica preferita. Non la conosco affatto e la cosa mi sorprende. E’ la differenza d’età, penso, ma non sono convinto. Io quel gruppo non lo conosco proprio. Anna canta sopra una canzone muovendosi mentre guida. Il brano ricorda la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80. Movenze leggere, ritmate, note danzerine, cantabili. Veli di seta colorati, tacchi alti, contorni sfuocati. Qualcosa di più elaborato e vario della musica dei Bee Gees. Il gruppo – non trattengo il nome – è inglese, ma non così lontano da quella stessa febbre volatile e gaia, vagamente isterica. Non mi piace quella musica: è brezza, non graffia, non ha lama, né spessore, non mi prende. Ma non oso confessarlo, Anna ne è entusiasta, non dico niente.
Al bar lei sceglie un tramezzino. Vuole stare leggera, deve tornare subito in ufficio. Le faccio compagnia ordinando la stessa cosa fredda e farcita dall’aria non troppo invitante. Mangiamo, beviamo una coca, chiacchieriamo. Devo comprare il biglietto del pullman e chiedo al signore dietro il bancone: No, lui non li tiene più da parecchio tempo, devo rivolgermi alla cartoleria che si trova dall’altra parte della strada, loro dovrebbero averne ancora. Saluto Anna sotto il sole cocente, la osservo fare manovra e immettersi sulla strada trafficata in direzione della capitale, attraverso. Il negozio del cartolaio è particolarmente dimesso, gli scaffali sono semivuoti, si respira aria da esaurimento scorte. Tiene anche sigarette e giornali, ridotti anche loro a qualche copia sparuta, distribuita disordinatamente sui ripiani di un portariviste sopra il bancone. Il locale sembra sproporzionato ed è curiosamente popolato di persone che non sembrano avere una ragione ben precisa per stare lì.
“Un biglietto per Roma”, chiedo quando gli occhi del titolare si posano su di me.
Mi fissa per un momento, poi mi dice: “Non ne ho più”.
Non mi sembra molto convinto e credo che legga l’esitazione dipinta sulla mia faccia. Fa il gesto di aprire un lungo cassettone di legno davanti a sé, sposta delle carte e lo richiude bruscamente. Mi fissa di nuovo: “Niente. Non ne ho più”.
“Provi a farlo sull’autobus”, aggiunge, con un vago cenno di compassione per il forestiero che ha davanti.
“Ah, è possibile farlo sull’autobus…”, ripeto meccanicamente.
“Potrebbe”.
Esco. Mi porto sul lato giusto della carreggiata e cerco un po’ d’ombra mentre aspetto la corriera. Non c’è alcun segnale o palina di fermata, né vedo altre persone in attesa, ma Anna mi ha assicurato che il pullman si sarebbe fermato davanti al bar. Attendo. Dopo qualche minuto un paio di ragazzi si portano vicino a me, sul ciglio della strada. Ne avvicino uno con un’ingombrante borsa a tracolla, di quelle per andare in palestra.
“C’è modo di fare il biglietto sull’autobus?”, chiedo.
Il ragazzo mi guarda con aria canzonatoria. E’ un po’ più basso di me, capelli castani, ha in bocca una sigaretta spenta che non sembra aver intenzione di fumare. Sorride, non so se per la stupidità della mia domanda o l’accento della mia parlata.
“Ci può provare”, mi dice con un ghigno. Mi dà del lei, peraltro, voglio credere per semplice cortesia. Mi scosto e faccio finta di aver inteso il non detto. Lui si infila un auricolare e sorride nel vuoto. Poco dopo, un autobus azzurro pieno zeppo di persone esce dalla curva, rallenta e si ferma con stridore di freni.
Di salire davanti non se ne parla neanche: la corsia è gremita di persone fin sul predellino, non ci si muove di un passo. Salgo con gli altri dal portello posteriore. Raggiungere il conducente da lì è impensabile. Mi guardo intorno. Il ragazzo castano sguscia abilmente verso il fondo del mezzo perforando un muro di persone con l’ingombro aggiuntivo della sua borsa. L’altro, alle mie spalle, è incollato allo schermo del suo cellulare. Guardo la ressa di persone attorno a me, sedute e in piedi, mi accorgo del loro intenso vociare che si sovrappone al frastuono sferragliante del bus, una miscela di idiomi, fra i quali stento a individuare il mio.
Superati un paio di centri abitati e qualche fermata, alla seguente un drappello di persone fra cui quelle sedute accanto a me, si alzano e scendono in rapida processione. Prima che lo faccia qualcun altro, occupo un posto libero accanto a un ragazzo di colore. Ha le cuffie, lo sento mugolare in francese. Davanti e dietro di me, idiomi che mi evocano l’Africa Centrale. Guardo fuori dal finestrino isolandomi senza troppa fatica. Ogni tanto vengo colpito da uno scorcio, un anfratto, un monumento, l’apertura di una una piazzetta o l’apparizione improvvisa del muro di cinta di una villa arroccata di cui, curvandomi in avanti, faccio malapena a tempo a scorgere la sagoma nascosta fra le fronde di pini e cipressi. Stipato nel mio sedile, sotto gli occhi delle persone sul corridoio, non posso leggere né scrivere, ma va bene così. Mi concentro sui suoni, i rumori, gli odori che mi circondano. L’idea che un controllore possa salire sull’autobus si dissolve ben presto e con essa il residuo dei miei sensi di colpa. Cerco solo di non distrarmi, è la prima volta che faccio quella tratta e non vorrei perdere la fermata di Prima Porta e la coincidenza col treno per Roma. Osservo attentamente i centri abitati che attraversiamo e in cui sostiamo, tengo d’occhio le persone che si preparano a scendere. Ma quando arriviamo a Prima Porta l’intero carico di passeggeri si riversa  sul corridoio, rovesciandosi all’esterno. Mi incolonno anch’io e raggiungiamo tutti l’ingresso della stazione. Seguendo la fiumana, però, mi ritrovo senza accorgermene all’imbocco del tunnel d’uscita. Le persone davanti a me procedono in senso contrario e scavalcano bellamente i tornelli senza pensarci due volte. Mi avvicino, penso che non ho il biglietto, che stavolta avrei forse modo di farlo, mi chiedo se ci siano delle telecamere… Troppo tardi. Sono al tornello, getto via il pensiero e faccio esattamente come il giovane davanti a me: punto le mani e salto l’asta d’acciaio con un gesto che ricorda il salto della cavallina. Un secondo e sono dentro anch’io, come quelli che mi hanno preceduto e quelli che mi stanno seguendo: entrati dalla porta posteriore. Raggiungo la banchina del treno, direzione Roma-Flaminio. Resto al sole con addosso la sensazione un po’ spavalda di aver infranto la regola e il rinfrancante senso di comunanza con i miei compagni di viaggio, se non tutti, molti. E se incrocio quello di uno di loro, non abbasso lo sguardo. Sorrido. Mi accendo una sigaretta godendomi il paesaggio riarso della banchina di cemento, lo squallore di una pensilina di plastica e acciaio, indecente. Ma a volte c’è un gusto buono, anche se amaro, nell’indecenza e nella sporcizia. E quando riesco a coglierlo, in definitiva, lo apprezzo.
Mi accorgo di una donna in piedi a pochi metri da me. E’ al telefono e mi dà la schiena. La dà a tutti, in realtà, perché sta parlando girata verso il muro di cinta. Ha un abbigliamento vistoso: camicetta succinta e pantaloni rosso acceso, molto attillati, che mettono in risalto la forma del fondo schiena. Passeggio un poco avanti e indietro, lei non si muove, sposta il peso da una gamba all’altra, passando una mano nei lunghi capelli neri. Vorrei carpire il tono della telefonata. Non è civetteria la mia, mi interessa il timbro, dà spessore all’abbozzo di quel ritratto. La donna, peraltro, parla ad alta voce, incurante di chi le sta accanto. Ascolto un paio di frasi senza capire un’acca. Rumeno, penso. Strano, la fisionomia mediterranea della donna mi suggeriva qualcosa di più nostrano. Ritorno al mio posto senza riuscire a cogliere il suo sguardo dietro le lenti avvolgenti degli occhiali da sole.
Quando arriva il treno, cerco un posto isolato. Il mio vagone è semi vuoto, non è difficile. Prendo posto in un comparto da quattro, sul corridoio, per poter allungare le gambe. Poco dopo, però, mi raggiunge il ragazzo della fermata dell’autobus, quello col borsone sportivo. Si siede di fronte a me, accanto al finestrino. Io tiro fuori il mio taccuino e prima di aprirlo provo a ripercorrere il filo dei pensieri trascritti nei giorni scorsi.
“Posso farle una domanda?” Chiede il ragazzo di lì a poco. Usa un tono di voce non compatibile con il frastuono del treno, i finestrini abbassati e la scarsa inclinazione ad entrare in contatto con gli altri che mi contraddistingue. Dopo un breve intervallo di “latenza”, però, mi accorgo di lui. Alzo lo sguardo e ritrovo quel sorriso un po’ beffardo, forse per l’attesa. Mi metto istintivamente sulla difensiva. E come sempre sorrido facendo finta di niente.
“Scusa, non ti avevo sentito”, dico.
Il ragazzo si sporge un po’ in avanti.
“Lei non è di qui, vero?”, sorride. “Da dove viene?”
“Milano”, rispondo con ponderata approssimazione.
“Si vede”, fa lui. Al più si sente, penso io.
“Scusi”, riprende, “posso chiederle una cosa? Lei mi sembra la persona giusta a cui chiedere”, e dà proprio l’impressione di aver ben valutato la cosa.
“Scrive?”, aggiunge indicando il mio taccuino ancora chiuso.
“Appunti, note di viaggio.”
Lui fa cenno di aver capito, poi guarda fuori dal finestrino in silenzio organizzando i pensieri. Avrà al più diciotto anni.
“Viaggia molto? Che mestiere fa?”, chiede. Sembra davvero interessato.
“Sono in vacanza, viaggio di piacere”, rispondo vago. E lui viene al dunque.
“Conosce il francese?”
“Un tempo lo parlavo molto bene”, rispondo.
“Non avevo dubbi, ha l’aria della persona per bene.” Rido. Lo faccio spesso: quando mi diverto, quando sono a disagio, quando devo prendere tempo, quando mi faccio scivolare le cose di dosso. Se c’è da pensare o prendere una decisione, per prima cosa rido.
“Cosa te lo fa pensare?”, chiedo.
“Si vede!”, fa lui, sorpreso dell’ingenuità della mia domanda. “Ha l’aria di uno che ha viaggiato, di una persona istruita.” Sono colpito. Mi interrogo sull’immagine che do di me.
“Vede”, aggiunge lui, “le volevo chiedere un favore.” Ecco, ci siamo: captatio benevolentiae e rottura di coglioni al seguito. Come da programma. Mi irrigidisco. Lui, invece, si sporge un po’ più avanti sul sedile, con fare vagamente cospirativo. Il suo sorriso mi ispira sempre meno.
“E’ che non conosco il francese…”, mi confida. “Finché si tratta di parlare non c’è problema, mi faccio capire”, agita le mani con fare esplicativo, “ma quando si tratta di scrivere…”
“Capisco”, dico, “è la parte più difficile, indubbiamente.” Che diavolo vuole chiedermi?, penso.
“Potrebbe scrivere un paio di messaggi per me?”, e tira fuori un cellulare dalla tasca dei pantaloni facendo il gesto di volermelo mostrare. “Devo rispondere a una ragazza”, dice quasi sotto voce con una nuova luce negli occhi. Inizio a pensare che stia succedendo qualcosa di particolare. Mi avvicino un po’ anch’io, fosse solo per capire quello che ha da dire.
“Diamoci del tu”, propongo.
Lui cerca nella memoria del telefono, ma improvvisamente si irrigidisce e lo mette via. “Non con questo”, dice guardando con sospetto in direzione dello scomparto alle mie spalle. “Aspetti, ne ho un altro…” Dalla borsa estrae un modello più vecchio, un po’ malconcio. Istintivamente mi volto e do un’occhiata dietro di me. Non noto nulla di strano: un giovane di spalle di cui vedo solo le gambe divaricate, i jeans strappati e le scarpe da ginnastica slacciate, una coppia di colore intenta in una conversazione in una lingua sconosciuta… Di riflesso, però, tasto il portafogli nella tasca dei pantaloni.
Nel frattempo il ragazzo mi porge il cellulare con il cursore lampeggiante sul display retroilluminato arancione. Nuovo messaggio.
“L’ho conosciuta al mare, tre settimane fa, è francese”, introduce. “Ci siamo frequentati un po’…”
“Bene. Mi sembra una bella cosa. Vi state scrivendo, quindi…”
“Sa, ci siamo baciati e…”, sorride. “Mi manca.”
“Da qualche giorno non la sento più”, aggiunge un attimo dopo.
“Le hai scritto e lei non risponde?”
Fa cenno di sì. “Non so come riprendere la nostra conversazione”, ammette. Mi balza agli occhi il registro delle sue parole, come se il parlare con me di quella ragazza le rendesse più garbate, le nobilitasse. La cosa mi commuove. Mi piacerebbe poter fare qualcosa per lui.
“E’ tornata in Francia nel frattempo?”, chiedo.
“Sì, mi sembra di sì.”
“E tu le piaci, giusto?”
“Certo, è stato molto bello… Però non sono riuscito a dirle quello che provavo, capisce?…”
“Hai provato in inglese?”
Scuote significativamente la testa.
“Ok. Cosa vi siete detti nei precedenti messaggi?”
“Niente di che, sa, le cose che si dicono sempre… Come stai, Mi piaci, Mi manchi… E’ difficile…”
“Certo. Cosa vorresti scriverle adesso?”
“Ecco, vorrei farle capire che sento la sua mancanza, che mi piacerebbe tanto poterla sentire di nuovo. Ricevere qualche parola da parte sua mi fa piacere. Mi piacerebbe rivederla.”
“Bene. Possiamo chiederle se è ancora in Italia, o se in futuro le piacerebbe venire a Roma, che ne dici?… Lei di dov’è?”
“Non lo so esattamente”, risponde con una punta di impazienza.
“Non fa niente”, dico. Siamo ad Acqua Acetosa, non manca molto al capolinea. Il ragazzo deve avere ciò che desidera prima che scendiamo dal treno.
Gli chiedo di impostare la lingua del telefono. “Sai, gli accenti per i francesi sono importanti…”, dico ridendo di me stesso. Mi calo nel personaggio, inizio a scrivere.
Ça fait longtemps que… Je regrette de ne pas t’avoir… …
Mentre scrivo, traduco ad alta voce chiedendogli conferma. Lui alterna cenni d’entusiasmo alla necessità di rivelare qualche dettaglio in più, al bisogno di rendere il tutto più personale, più reale.
Il me ferait plaisir de… T’es la chose la plus belle qui m’est arrivée depuis… Ton sourire…
Alzo gli occhi: troppo mieloso? Fa cenno di proseguire.
Le righe si sommano sul display e sto attento a non cancellare tutto premendo involontariamente un tasto sbagliato.
Tes yeux… “Colore?”
“Blu, come il mare”, dice sospirando.
“Sei un poeta.”
“Grazie per quello che stai facendo.” Alzo gli occhi e leggo speranza, nostalgia, orgoglio mescolarsi nel suo sguardo. Avverto la vicinanza. E’ curioso, penso, quanto ci si possa affidare alle parole, il potere che hanno. Taumaturgico, illusorio, distruttivo. Ça dépend. Penso a come le uso, a ciò che hanno fatto di me, e mi assale un improvviso senso d’impotenza. Lo schivo e riprendo imperterrito il mio compito.
Rilancio chiedendo alla francesina, di cui  mi sono ormai fatto un’immagine deliziosa, dei suoi programmi futuri, sbilanciandomi nel prospettarle una possibile trasferta oltralpe in tarda estate. E infine concludo, siamo quasi arrivati.
Bisoux… Tendrement…
Sono un po’ arrugginito in effetti. In materia linguistica e in tema di corteggiamento. Che poi, ne sono certo, sarebbe stato meglio essere diretti e concreti, corporei. Un ghigno sarcastico blu Tirreno aleggia sbeffeggiante al di là del display, la piccola zattera luminosa che ha sorretto il fugace, romantico naufragare mio e del mio giovane compagno di viaggio.
“Salviamo?”, chiedo.
“Sì, così lo rileggo prima di inviarlo”, fa lui coscienzioso.
Ricontrollo rapidamente i verbi e l’accordo degli aggettivi, mentre il treno rallentando imbocca l’ultimo tunnel. Siamo arrivati. Rendo il cellulare al suo legittimo proprietario.
“Grazie”, dice.
“E’ stato un piacere.”
“Sai”, aggiungo, “è successa una cosa simile anche a me qualche settimana fa. Lei è partita. Adesso è lontana, in mezzo al Mediterraneo. In barca, irraggiungibile.” Vorrei dirgli quello che provo. Le mie domande. Raccontargli tutto e chiedergli cosa ne pensi. Se è innamorata di me, oppure no. Se mi sono illuso. Se la rivedrò ancora. “Mi manca”, dico soltanto. “Già”, fa lui.
Camminiamo lentamente verso la luce accecante all’uscita della galleria. Superiamo i tornelli, usciamo sul piazzale. Appena fuori, il mio giovane amico dà uno strattone alla sacca e scarta improvvisamente a destra, allontanandosi di qualche passo in direzione delle bancarelle. Sembra volersene andare senza salutare, come se si fosse ricordato di una faccenda urgente da sbrigare, dimenticandosi di tutto il resto. Ma si ferma poco dopo, voltandosi. Il suo sguardo, però, è mutato: è diffidente, inquieto. Mi fissa, si guarda intorno. Di riflesso lo faccio anch’io. Non noto nulla di strano, se non degli uomini in divisa e due auto della polizia parcheggiate poco distante.
“Allora grazie e buona giornata”, dice lui frettolosamente. Poi si volta e se ne va.
Resto solo con le mie sensazioni. Non mi va di articolare pensieri e supposizioni. Non mi va nemmeno di pensare all’itinerario del mio pomeriggio romano.
Mi accendo una sigaretta, espiro, m’incammino lentamente sotto il sole in direzione di Piazza del Popolo.
A un tratto provo un brivido di piacere. Sorrido.
Certi viaggi, penso, si fanno senza biglietto.