Amicizia

 

btr

 

La brezza di un ricordo

di sospiri e mani.

La delicatezza del silenzio.

La quiete del fiume pacifico che scorre

acqua ferma che sempre corre e accompagna.

Il vento invisibile

calmo e poi agitato

presenza fissa si palesa

appena gli occhi lo cercano.

 

[19/1/2020, Prezioso omaggio di una persona cara]

Ci vediamo stasera

foglie - Ci vediamo stasera

 

“Era finita? Si chiese Joe. Era questo che Sara stava cercando di dirgli?
Rimase in silenzio. Lasciò che andasse avanti a parlare.
Una folata di vento improvvisa agitò i fiori nei vasi e sollevò
delle foglie in cortile.
Sara parlava, il vento soffiava, le foglie frusciavano.
Lui solo udiva il loro rumore.”

[da Ci vediamo stasera, racconto]

 

E’ nato Ci vediamo stasera, Terra d’ulivi edizioni.

[http://www.edizioniterradulivi.it/ci-vediamo-stasera/223]

 

E’ una raccolta di ventitré miei brevi racconti, scelti fra gli altri con l’intento di rappresentare, attraverso la narrazione di episodi tipici dell’età giovanile, reminiscenze d’infanzia e schegge di vita adulta, il clima del passaggio; inteso come il superamento di una soglia di conoscenza e di consapevolezza, di sé e della propria capacità di entrare in relazione con l’altro. Le dinamiche del quotidiano confronto col partner, il ricordo di un evento apparentemente insignificante o dimenticato, la scoperta e l’esperienza del sesso diventano così specchio e misura della propria capacità di volere, desiderare, apprezzare, accettare, interpretare, subire.

Un grazie speciale a Silvia Giusti (lapoetessarossa), che ne ha curato l’editing e mi è stata di grande supporto, oltre che d’ispirazione, durante l’intero periodo di gestazione e revisione.

Un altrettanto grande e sentito grazie ai lettori di uncielovispodistelle, con i quali sento di condividere il viaggio nel meraviglioso mondo della scrittura, della letteratura e della creazione in genere. Un forte abbraccio a tutti voi.

Paolo

 

“Torna là. Scende i gradini ed è dove prima non ha avuto il coraggio di entrare. Girandosi non vede più l’ingresso, o l’uscita. La luce non può più raggiungerlo. Tutto ciò che sente origina dall’interno. Nitide note di cristallo lo stanno attraversando. Non ha paura, in quel recondito spazio vuoto vive un tempo senza inizio, né fine. E in quel luogo Vania riesce a respirare.”

[da Negative space, racconto]

 

Ci vediamo stasera - Copertina

 

“Le storie di Paolo Beretta attraversano gli anni dall’infanzia all’età adulta. Raccontano la formazione sentimentale e sessuale di giovani protagonisti che, con nomi diversi, vivono una gamma di esperienze che possiamo considerare universali.
La scoperta del sesso. Il primo amore. La prima volta. Le crisi di coppia. La quotidianità in apparenza senza importanza, che incide le vite come la goccia che scava la pietra.
I personaggi sono figure irrisolte che non trovano una precisa definizione, un posto nel mondo; quello che si sognava o che si desiderava, l’ideale, non ha trovato corrispondenza nel vissuto.
Vien da chiedersi, leggendo, se questo posto esista davvero. Se le persone, nonostante tutto, vivano esistenze che non potrebbero essere altrimenti.”

[Silvia Giusti]

Resto qui

di Marco Balzano

Einaudi Ed.

 

“Non c’è tempo per fermarsi e dolersi di quello che è stato quando non c’eravamo. Andare avanti, come diceva Ma’, è l’unica direzione concessa. Altrimenti Dio ci avrebbe messo gli occhi di lato. Come i pesci.”

 

Resto qui - Marco Balzano

 

“La prima volta che sono stato a Curon Venosta (Graun im Vinschgau, in tedesco) è stato un giorno d’estate del 2014. Nel piazzale i pullman scaricavano visitatori, di fianco arrivavano e ripartivano frotte di motociclisti. C’è un pontile che è il luogo ideale per fotografarsi col campanile alle spalle. Lì la coda per farsi un selfie è sempre piuttosto lunga. Quella coda di gente armata di smartphone è stata l’unica immagine che sia riuscita a distrarmi dallo spettacolo del campanile sommerso e dell’acqua che nasconde i vecchi borghi di Resia e Curon. Non so trovare nulla che dimostri più chiaramente la violenza della storia.”

 

Campanile di Curon

 

Un libro che racconta con maestria e sentimento la storia “particolare” di due piccoli paesi alto-atesini, della loro gente, di un popolo non conosciuto dai più (io sono fra quelli). La cui vicenda è forse solo una piccola piega nella Storia dei grandi conflitti mondiali, difficilmente comprensibile da fuori. Come il perimetro ritorto di un confine fra tre nazioni, cucito sulle creste delle montagne, all’ombra del quale il senso di appartenenza alla propria terra, le proprie radici, la propria lingua, subiscono continue prevaricazioni, soprusi, umiliazioni e infine l’annientamento, in nome di una politica di trincea e di un famigerato progresso, quello che non guarda in faccia a nessuno.
Un bellissimo romanzo. Da leggere.

P.B.

Le prove

Un breve racconto (col botto?) liberamente ispirato a un fatto realmente accaduto. Buoni inizi.

 

La bravata

 

Uno stivale nero e un serpente biforme che sale su fino al ginocchio, viola scuro. Se non fosse una premonizione di sciagura, potrebbe anche sembrare un gioco di stoffe, un fiocco, un lustrino. E’ la brutalità dello stivale a schiacciare a terra ogni slancio di fantasia e calpestarlo crudelmente.

La luce della stanza è accesa. Lella ha aperto il cancello convinta che fosse Tullio e adesso fatica a spiegarsi l’immagine che si è materializzata davanti a lei, al di là di un vetro. Quando vi riesce, si sente mancare.
Una delle cose più brutte che può capitare a una madre, se non la più terribile in assoluto, è trovarsi un carabiniere alla porta in piena notte, sapendo che il figlio non è ancora rientrato.
Lella apre la porta finestra trattenendo a stento una domanda, che se lasciasse libera, abbandonerebbe il suo corpo in un grido disperato. Cos’è successo?

Antonio lancia incurante la giacca su una poltroncina della prima fila e aggira lo sguardo nella penombra in attesa che accada qualcosa. Un clamore nel buio precede l’accensione delle luci. La vista del materiale accatastato un po’ ovunque, tavoli, sedie, cavalletti e assi di legno depositati nelle corsie, fra le sedute, gli addobbi di una festa di carnevale buttati là in qualche modo insieme a ciò che rimane di scenografie e quinte inutilizzate da anni, pur essendo qualcosa cui dovrebbe essere abituato, acuisce il suo senso di fastidio. Nessuno osa fiatare. Il suo malumore si legge lontano un miglio, e ne ha ben donde. La prova generale presso il teatro cittadino, sede della competizione che si terrà il giorno dopo, è stata un disastro, ne sono tutti consapevoli. Come sanno che un’ultima, estenuante serie di ripetizioni li terrà occupati per buona parte della notte. Conoscono bene Antonio, l’amico che si era assunto il malaugurato fardello di far da regista a quel gruppo di attori improvvisati. – Manca ancora qualcuno, – fa lui con voce piatta,  – aspettiamo che arrivino tutti, poi cominciamo.

La porta adesso è spalancata sulla notte e Lella è una persona indifesa che affronta il proprio destino. Il militare non si muove, la scruta dall’alto verso il basso senza muovere un muscolo del volto. Istintivamente, con una mano avvicina i lembi della scollatura della camicia da notte.
Era sveglia, stava studiando. Già, a quarant’anni ha deciso di tornare a sognare.
L’uomo fa un passo avanti e si palesa in tutta la sua imponenza; gli strati scuri dei suoi indumenti decorati di rosso, punteggiati da sigilli che luccicano alla luce della lampada sul tavolo della cucina, gli conferiscono un aspetto ben più possente di quanto sia in realtà. Non toglie il berretto e lascia che l’ombra della visiera mascheri il suo sguardo rendendolo ancora più minaccioso.
Lella ha il respiro affannoso e il cuore in gola, con uno sforzo incredibile prova a controllare la propria paura. – Cosa è successo? – sente dire alla sua voce in frantumi.
– Dov’è suo figlio? – le chiede il carabiniere.

In pochi istanti Lella è travolta da sentimenti contrastanti. Il fatto che il militare non sappia dove Tullio si trovi le procura un primo sollievo, seguito però da una nuova inquietudine: Perché lo state cercando?

– Non lo so, – risponde con qualche esitazione. – Cioè, sì… E’ uscito con i suoi amici, quelli del gruppo di teatro… Sono andati alle prove generali… -, non ha le forze per spiegare di cosa si tratti, né ha intenzione di farlo, prima deve avere la risposta alla sua domanda.

Il carabiniere gira appena il capo e fa un cenno a un uomo che si trova dietro di lui, apparso dal nulla. L’altro ubbidisce ed entra nella stanza osservando attentamente l’ambiente circostante come se dovesse memorizzarlo, poi sussurra qualcosa all’orecchio del suo superiore, impassibile. E’ un bel ragazzo, alto con i capelli castani che spuntano da sotto il berretto, occhi chiari che sorridono. Avrà al massimo vent’anni, pensa Lella con una stretta allo stomaco, l’età di Tullio. – Insomma, ditemi cos’è successo!, – chiede con l’impeto della disperazione.

Tullio e i ragazzi che erano in macchina con lui raggiungono la sala per ultimi e attraversano la platea con aria ilare e scanzonata, come se niente fosse.
– Tullio, Ale, Irene! Alla buonora! – li apostrofa Antonio inviperito. – Si può sapere dove diavolo vi eravate cacciati? E’ un bel pezzo che vi aspettiamo! Non abbiamo tutta la notte e abbiamo ancora parecchie cose da rivedere, non credete? – sbraita senza dar loro modo di replicare. – Avanti, salite sul palcoscenico, – fa un gesto d’insofferenza; potendo, ce li spingerebbe sopra lui a forza. – Muovetevi…

Il graduato, si toglie lentamente un guanto di pelle nera, con due dita della mano denudata solleva appena la visiera e guarda Lella negli occhi.
I suoi sono grandi e neri, un po’ sporgenti, sulla faccia rotonda e gonfia ricordano quelli di una grande rana baffuta e imbronciata. Il barlume di un sorriso li attraversa.
Lella si interpone fra il suo sguardo indagatore e i libri e gli appunti sparsi sul tavolo di cucina. Non vuole rispondere a stupide domande supponenti, sta ancora aspettando.
L’uomo la fissa con serietà e le concede un cenno di consenso. – Gabriella Floris? – chiede estraendo un piccolo taccuino da una tasca della giubba, appena sopra la fondina della pistola.
– Sono io…, – risponde Lella malvolentieri, ma educatamente.
– Separata. Nata a Salvador, Bahia…, – completa il militare allungando esageratamente le ultime vocali e rivolgendole uno sguardo allusivo, che lei si rifiuta di decifrare. Il giovane appuntato, dietro di lui, annuisce e conferma sollevandosi sulle punte degli stivali.
Lella, infastidita dal fare subdolo dei due, vorrebbe intervenire, ma l’uomo non la lascia parlare: – Ma lei non è brasiliana… – deduce sollevando un sopracciglio con aria vagamente insoddisfatta.
– No, non lo sono – risponde Lella, che non ha alcuna voglia di spiegare a quei due e in quella sede il perché dei suoi natali in Sud America, ancorché da genitori italiani.
– No, – ribadisce il maresciallo, che per il momento ritiene di non dover approfondire ulteriormente. Si guarda intorno con aria apparentemente disinteressata, come se stesse per chiederle dove abbia comprato il mobilio della cucina, poi dice enfatico: – Suo figlio ha commesso un atto gravissimo -. Il giovane collega conferma con un cenno del capo.
– Che cosa è successo, che ha fatto? Sta bene? C’è stato un incidente?… – chiede Lella, le lacrime agli occhi.
L’uomo alza una mano imponendole il silenzio, scuote risoluto la testa e afferma perentorio: – Signora, al momento non possiamo dirle niente. Prima dobbiamo trovare suo figlio, – fa cenno all’appuntato di precederlo verso la volante. – Se tornasse a casa nelle prossime ore, – aggiunge con una lieve inflessione nella voce, – gli dica di presentarsi in caserma. Immediatamente!

– Ragazzi, da capo, un’altra volta. Così non va, non funziona, siete impacciati, legati, sembrate dei burattini di legno. Avete visto le facce di chi ha assistito alle prove stasera? Se vi comportate così, domani sera sarà una figuraccia memorabile… -. Antonio scuote la testa insoddisfatto, sfoglia più volte il copione come se maltrattandolo potesse modificare qualcosa. – Scena tre, – dice laconico passandosi una mano nei capelli. – Teresa spalanca la porta e spinge il vecchio sulla sedia a rotelle fin sul bordo del palcoscenico, a sinistra. Si volta e vede Edoardo, accovacciato dal lato opposto, immerso nei suoi pensieri che da subito le appaiono foschi. Tentenna, infine decide di avvicinarsi…. Forza, su, ricominciamo.
– Non ho ancora capito se si deve capire subito che ho con me la pistola, – afferma timidamente Tullio, un po’ disorientato.
– No, non subito, prima di parlare con Teresa, Edoardo probabilmente nemmeno pensava al suicidio, è un caso che avesse in tasca l’arma carica di suo zio. E’ il suo amore non corrisposto per lei, sono le sue ennesime parole di rifiuto a fargli perdere definitivamente la ragione… – spiega Antonio con un residuo di pazienza. – L’avete letto il copione, o no? – chiede a tutti scuotendo la testa. Gli attori abbassano lo sguardo. – Avanti, su, – torna a spronarli, – fatemi vedere cosa sapete fare…

Sono quasi le tre quando Tullio torna a casa. Lella sente distintamente il cancello stridere sui cardini, ma non si nuove. Entrato in casa, Tullio vede la luce accesa della cucina e prima di andare in camera sua fa capolino per spegnerla, ma trova sua madre seduta al tavolo con una tazza vuota fra le mani. E’ sconvolta, lo capisce subito. Vedendolo, lei si alza di scatto, lo raggiunge e lo abbraccia piangendo. – Tullio! – soffia fra le lacrime. – Sei tornato… -. Lo stringe così forte da fargli quasi male.
– Mamma…, – sussurra lui spaventato. – Che c’è? Cosa è successo?
– Dovresti essere tu a dirmelo, – risponde Lella. La sua voce è cambiata, è più profonda, decisa, quasi rabbiosa. – Dove sei stato?
– Alle prove…, – fa lui stupito di quella metamorfosi.
– No. Non prendermi in giro. Sono tua madre. Dimmi dove sei stato! – urla Lella.
Tullio, stranito, non riesce a far altro che ripetere la stessa frase. – Mamma, – replica cercando di capire, – sono andato alle prove, lo sapevi benissimo. Che c’è? Dimmi cos’hai…

Allora Lella gli racconta quello che è appena successo. I carabinieri che a mezzanotte suonano al citofono, lei che apre senza nemmeno chiedere chi è pensando che sia lui e si ritrova due uomini in divisa alla porta. Il terrore che gli fosse successo qualcosa di brutto, quei due che non gli dicono niente, ma la trattano come se fosse una delinquente, che addirittura fanno insinuazioni sulle sue origini…
– Il fatto è che sei tu, Tullio, a dover rispondere di qualcosa che hai fatto…, – dice infine. – Qualcosa di molto grave… Ti prego, dimmelo, dove sei stato stasera, cosa hai fatto?

Tullio la fissa inebetito. Non è possibile, pensa. E’ un incubo, non può essere vero. Articola qualche frase sconnessa, incapace di credere, ancor prima di provare a giustificare. Asciuga le mani sudate nei pantaloni e così facendo in una tasca sente il calcio della sua vecchia pistola giocattolo, quella che utilizzano per le prove. A quel punto capisce.
Fa un passo indietro e annuendo ripetutamente ricollega una sequenza di fatti già dimenticati. Lui alla guida dell’auto di sua madre, Ale e Irene con lui, eccitati, come lui, che urlano e cantano per esorcizzare la figuraccia fatta a teatro. La bottiglia di birra che si passano l’un l’altro mentre continua a guidare. La sua pistola che gira. Poi…, poi…

Un uomo in motorino che procede nella loro stessa direzione, sul bordo della strada. Loro che stanno per superarlo e qualcuno che grida “Spariamogli! Dai, dai spariamogli!”. Ale che abbassa il finestrino impugnando l’arma giocattolo che nel buio sembra terribilmente vera. Lui che dice “Tutti insieme, pronti? Al mio segnale!…”.
L’auto che rallenta, raggiunge la velocità della moto, l’affianca…
I tre che urlano all’unisono “BUUUM!”…
Ricorda di aver guardato nello specchietto retrovisore. Ridevano, ridevano tutti a crepapelle, come dei cretini, ma lui si era preso la briga di controllare. Della moto poteva vedere solo il fanale illuminato. L’ombra scura del poveretto che la guidava, probabilmente un operaio che tornava a casa dopo il turno, non la distingueva. Il faro aveva ondeggiato un po’ verso il centro della carreggiata per poi tornare zigzagando sul ciglio, e infine fermarsi.
“Chissà che spavento s’è preso quello!”, avevano esclamato fra risa idiote…

Tullio estrae la pistola e l’appoggia sul tavolo della cucina.
– Le prove… – dice con voce neutra, lo sguardo assente.
Non sa da dove cominciare. Non osa alzare gli occhi su Lella, che lo fissa trattenendosi dall’urlare.

[P.B., 4/1/2020]

Immagine di copertina – web

L’ultima

Un piccolo racconto in chiusura d’anno.
Buone festività e buon 2020 a tutti!

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Nevicava dal primo pomeriggio. Un acquietante biancore rivestiva ogni cosa, anche le campane di vetro dei lampioncini sulla scalinata d’accesso allo chalet. La loro luminosità attutita rimandava a una resa che Edward non voleva accettare.

Natalie sarebbe arrivata a minuti. Per l’ultima volta. Ma lui volle convincersi che non fosse così. Accese il fuoco nel camino della biblioteca e cercò di fare in modo che quel luogo fosse caldo e ospitale. Come se questo potesse servire a trattenerla o a rimandare una fine certa; come se bastasse a lenire il dolore.

Si accese una sigaretta fissando la fiamma lambire i fianchi dei ciocchi di legno, ascoltando il confortante crepitio del letto di rametti su cui li aveva posati, affascinato dall’eterno prodigio del fuoco.

Si avvicinò alla finestra e guardò fuori in cerca di un segno. In quel momento i fari di una macchina solcavano il bosco in lontananza. Dal punto in cui si trovavano, si poteva pensare che fossero diretti lì.
Immaginò Natalie immersa nell’immobilità della foresta, larici e abeti protesi verso di lei dal ciglio della strada, i rami come braccia in cerca d’aiuto. Lei alla guida, unico orizzonte visivo il tunnel scavato nel buio dai fari della sua auto, come una minatrice notturna in una cava di neve.
Si chiese se la strada fosse ancora agibile, ancora per quanto. Sperò che Natalie non avesse desistito.

Non era sicuro di poter vivere senza di lei, non era sicuro di poter stare da solo. Non in questo momento.
Erano successe troppe cose, troppo velocemente; la sua vita aveva cambiato bruscamente rotta. La reazione violenta, l’odio, l’isolamento suscitato dalle sue azioni e dalle sue scelte l’avevano spiazzato.
Natalie era un appiglio, un’ancora di salvezza sul vuoto che aveva scavato intorno a sé. Ne era perfettamente consapevole, era abbastanza lucido da capirlo. Non avrebbe voluto ammetterlo, ma aveva un disperato bisogno di lei.

Il tepore del camino riempiva gradualmente la stanza, Edward si versò un bicchiere di whisky e tornò alla finestra. Con un po’ d’apprensione notò che nevicava ancora più copiosamente. Il bosco era ormai un unico ammasso scuro nel buio, simile al dorso di un orso; il profilo degli alberi e di ogni cosa era smussato, la danza lenta di grossi fiocchi che planavano indisturbati a terra offuscava la vista inspessendo un soffice manto.

– Ti devo parlare, – aveva detto Natalie al telefono.
Non c’era stato bisogno di aggiungere altro. Certe cose vanno dette e fatte di persona, a quattr’occhi, e lei – bisognava darle atto – stava per farlo, era questione di minuti ormai.
Cosa le avrebbe detto? si chiese Edward. Come avrebbe potuto convincerla a rimanere nella sua vita? Ma in fondo sapeva benissimo che non glielo avrebbe chiesto, non era mai stato capace di fare una cosa del genere, pretendere che una persona andasse contro il proprio istinto, la propria volontà, per compiacere il suo desiderio.

La suoneria del cellulare lo fece sussultare.
Lo guardò lampeggiare sul tavolo come un oggetto sconosciuto che lo collegava a una realtà dalla quale, nel silenzioso rifugio in cui si era ritirato da giorni, credeva di essersi affrancato.
– Sono arrivata, disse una voce di donna. – Ci metterò ancora qualche minuto. C’è troppa neve, devo lasciare l’auto all’inizio della salita.

Edward s’affrettò all’ingresso, recuperò un paio di ombrelli, infilò una pesante giacca imbottita e le andò incontro con la stessa emozione della prima volta.
Erano accadute molte cose da quando lui e Natalie si erano baciati nella sala d’aspetto vuota di un ambulatorio. All’epoca lui aveva una famiglia, non si era ancora rintanato fra le montagne, fuori dal mondo, per un tempo che non avrebbe saputo definire.

La raggiunse in fondo al viale d’accesso e spinse faticosamente il cancello accatastando un mucchio di neve sul bordo. Rifecero all’indietro i suoi passi immergendo i piedi fino alle caviglie nelle sue stesse impronte.
– Vieni di sopra, – disse. – Ho acceso il fuoco nel caminetto della biblioteca, così ti potrai scaldare un po’.
– Ti verso uno scotch, – disse introducendola nell’avvolgente tepore della stanza.
– No, grazie, – replicò Natalie. – Magari un tè.

Edward la fece accomodare e le porse uno scialle. Lei lo lasciò cadere su una poltrona e si accucciò davanti al fuoco. Lui rimase in piedi senza sapere cosa dire. Era bellissima. I lunghi capelli neri sciolti le cadevano sulle spalle coperte da un pullover di cashmere, il viso arrossato dal freddo e i grandi occhi chiari, illuminati dalla luce del camino, le conferivano un’aria vivida, eccitata, quasi febbricitante. E in effetti era così: Natalie non vedeva l’ora di dire quello che aveva da dire, di fare chiarezza una volta per tutte.
Edward si avvicinò e scosse la legna ravvivando la fiamma.
Da lì poteva sentire il suo profumo, il suo respiro, la sua inquietudine.

– Le cose ci sono sfuggite di mano, – le udì dire. – E’ accaduto tutto troppo in fretta. Io non ero consapevole, Edward, non… Non era quello di cui avevo bisogno, non adesso, in questo momento della mia vita, – alzò lo sguardo su di lui. – Ho bisogno della mia libertà, Edward, ora più che mai.
Le sue parole suonarono come una sentenza, scavarono una fossa, sul ciglio della quale Edward poggiava i piedi. Non era sorpreso, si aspettava esattamente ciò che stava accedendo, ciononostante non era preparato.

Emise un lungo respiro calmo. Si lasciò cadere su una poltrona come un sacco vuoto. Sentiva di non avere più forze. Con la mente ripercorse ciò che era successo negli ultimi mesi. Il tradimento, la separazione da sua moglie, l’estromissione dalla clinica del padre, l’uscita di casa, il volta faccia di quelli che, oltre che dei validi colleghi, aveva sempre considerato degli amici. Il giudizio, la sfiducia… Ma anche l’idea di ricominciare da capo, la speranza di un’alba nuova, di una nuova era. Natalie. Era lei il sole che sorgendo avrebbe dato luce alla sua nuova vita.
Ma Natalie se ne stava andando, e con lei l’illusione di essere padrone del proprio destino, di poter essere un uomo diverso, di poter amare davvero, incondizionatamente.

– Mi sento vecchio, – disse con un filo di voce.
Poi sorrise di ciò che aveva appena detto.
Anche Natalie.
– Hai perfettamente ragione, – continuò. – Chi sono io per chiederti questo?
Mentre parlava sentiva di non essere più fra le pareti lignee di un elegante chalet di montagna, né seduto davanti al fuoco di un camino, ma su una spiaggia bianca deserta, mentre cammina avvolto dal rumore del vento e, più distante, quello dell’oceano; sullo sfondo lo scafo scrostato della barca di un pescatore e le onde increspate di un mare senza contorno.

Quando incrociò di nuovo lo sguardo di Natalie, si accorse che stava piangendo. I suoi occhi erano umidi, il viso calmo, lievemente contratto.
Avrebbe potuto essere un pianto di rabbia, ma non si trattava di questo. E nemmeno di compassione. Per lui Natalie provava sentimenti sinceri, ma non poteva assumersene la responsabilità. Un uomo che ribalta la propria vita per te, anche se cerca in tutti i modi di sollevarti dal peso, ti travolge.

– Non durerebbe, – disse. – Lo sai.
– Sì…, – sospirò Edward. – Ho bisogno di una sigaretta.
– E di una buona dose d’alcol, – aggiunse alzandosi.
Natalie sorrise. Senza farsi vedere, premette la manica del maglione sugli angoli degli occhi.
– Così parti…, – disse Edward. – Vai in Europa, giusto?
– Già… A Parigi, prima di tutto. Poi si vedrà. Ho bisogno di staccare, di concedermi un po’ di tempo, di prendermi cura di me.
– Certo, giusto, giusto, – annuì Edward. – E quando torni? -. Si pentì subito di quella domanda. – Voglio dire, – cercò di rimediare. – Stai tranquilla, non ti chiamerò…
– Non ci dobbiamo sentire né vedere più, – disse Natalie, seria. – E’ l’unico modo.
– Sì, certo… – assentì Edward.

Pensò all’ultima volta che avevano fatto l’amore, in auto, con urgenza, in un parcheggio. Ogni volta con lei era come morire, sospeso tra il bisogno di possederla e di lasciarla andare. Era dolce e doloroso al tempo stesso, come credere che sia tua e scoprire che non è possibile. Esserci, darsi completamente, e poi rinunciare e perdersi ogni volta.
Deglutì, bevve un sorso di whisky.
Le si avvicinò lentamente, si chinò e per la prima volta con una mano le sfiorò il viso. Lei chiuse gli occhi e si lasciò carezzare.
L’abbracciò. Sentì il suo respiro, affannoso, come il suo.
Cercò le sue labbra, le trovò, umide e calde.
– Se così dev’essere, che sia l’ultima volta, – disse, e lo disse piangendo.

Edward si sofferma a osservare le braci nel camino, adora guardarle pulsare nel buio intorno. Poi con un ferro scuote i tizzoni rianimando tante piccole fiammelle dormienti. Vi poggia sopra un altro ciocco di legno, non ha ancora voglia di coricarsi.
Era il venticinque dicembre, ricordi? riflette a voce alta. Quella notte, l’ultima, portava il tuo nome. Anche questa, come ogni anno, sussurra.
Tanti auguri, amore mio…

[P.B., 29/12/2019]