If Only Tonight

Prima della pioggia

Aspettando la pioggia – Silvia, lapoetessarossa

mancano troppe cose
il buio prima di tutto
ma non la notte, non ancora
qualcosa come le sei di sera
di quasi inverno
e la pioggia
naturalmente
manchi tu.
non è musica per guidare
ma dentro l’auto è il posto giusto
per sentirla
non una volta sola
don’t let it end.

[lapoetessarossa, 25/9/2018]

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Bongo Bong

il nostro tempo era agli sgoccioli
alcuni di noi erano già stati presi
erano dentro il meccanismo
ma ci sentivamo ancora apprendisti
inquilini in affitto.

non avevamo progetti, in fondo
eravamo quelli che siamo
ma non lo sapevamo.
ci conoscevamo appena.

con lei era la prima volta.
i suoi modi anarchici
io, un bravo ragazzo.
girovagammo al buio fino a Venaria
sulle note di una canzone
je ne t’aime plus, tous les jours…

ricordo bene quegli attimi
la sua erre moscia, l’eleganza negata
la voglia di godere, di essere liberi.
i racconti di sesso, il piercing alla vagina
e le nostre mani che, addormentati
si sfioravano appena.

[un grazie a Flavio Almerighi per avermi ispirato]

Reiko

“Noi due soli in una camera chiusa a chiave, isolati da tutto il resto del mondo. Dalla folla della città notturna, dalle parole d’amore, dalle liti e dalle dispute, dalle insegne al neon, dalle vibrazioni della danza delle discoteche, dagli sguardi fuggevoli e dagli ammiccamenti, dalle prostitute, dai giovani vagabondi e squattrinati, dagli occhiali da sole che difendono dalla notte, dall’ultimo spettacolo delle sale cinematografiche, dalle vetrine vuote delle gioiellerie dove si allineano i supporti di velluto senza gemme, dal triste stridio delle gomme delle automobili, dal rumore dei lavori in corso della metropolitana.”

La “camera” di cui si parla è, in realtà, lo studio di uno psicanalista.

“Ho spesso pensato che il corpo di una donna somigli a una metropoli, a una metropoli di notte, traboccante di luci. Ogni volta che vado in America e ritorno di notte all’aeroporto di Haneda, anche questa brutta città di Tokyo, vista dal cielo notturno, mi sembra una donna malinconicamente distesa, con il corpo ricoperto di luccicanti gocce di sudore. La figura di Reiko distesa davanti ai miei occhi mi appariva proprio così, una metropoli notturna dove si nascondevano vizi e virtù. Gli uomini, uno a uno, tentavano di perlustrarla, ma non riuscivano mai a penetrare nei suoi angoli più remoti, dove si nascondeva il suo vero segreto.”

[Y. Mishima, da “Musica”, romanzo – 21° Ed., Universale Economica Feltrinelli, 2018, Trad. E. Ciccarella]

Titolo “Reiko” questo post di citazioni, perché è il nome della protagonista, un nome che mi fa impazzire.

Il vento di Tatura

Copertina

Esiste un’Italia, un popolo italiano, di cui pochi sanno o ricordano. E la memoria breve dell’uomo sul tempo che incede inesorabile certo non aiuta.
Meglio sarebbe dire che “è esistito”, quel popolo. Ma il ricordo non è morto. Vive ancora, nelle persone, i sopravvissuti, che ne hanno fatto parte e lo custodiscono come una parte e della propria giovinezza.
Vive grazie alla memoria, orale, ostinata, retrospettiva, ma anche nostalgica, gentile. E quella scritta, autografa, affascinante, incredibilmente preziosa.
Ed è di un bellissimo esemplare di quest’ultima che qui voglio dire.

Il popolo di cui parlo non viveva sul suolo natio, ma all’estero.
Espatriati, migranti. In estremo oriente. Negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale.
Partivano in nave. Erano italiani che andavano a lavorare all’estero. Imprenditori, pionieri, se vuoi.
Mio nonno era fra quelli. Agronomo, lavorava nelle piantagioni di caucciù in Malesia. Dopo breve tempo, appena laureata, lo raggiunse sua moglie, mia nonna.
I loro figli nacquero là, sull’isola di Java, il primogenito, e a Singapore, mia mamma.
Poi venne la guerra.
I rapporti politici e commerciali fra nazioni e compagnie si interruppero improvvisamente, dall’oggi al domani. E anche quelli umani mutarono, inesorabilmente. Da amici a nemici, in una notte. Nessuna trincea, nessuna barricata, nessun comizio o sfilata armata, a segnare il confine, che in fondo – sappiamo – è così sottile.
Ci fu la reclusione, poi l’internamento in Australia.
Quel popolo, che non posso far altro che definire “di patrioti”, senza distinzioni e sfumature, in virtù del solo fatto di non aver rinnegato la propria patria, fu fatto prigioniero.

Il libro che segnalo in questo mio articolo è un diario, scritto durante i sei anni che seguirono (1940 – 1946). Sei anni di campo di internamento.
E’ stato scritto da una donna italiana, friulana, Ottilia Vincenzini Reginato, moglie e madre all’estero. Prigioniera di guerra, internata in una landa desertica, all’interno di un campo fatto di baracche in lamiera e filo spinato. Di sabbia e vento. Soprattutto vento. Implacabile, feroce, urlante, gelido. Impietoso, carico di sabbia, soffocante.
Non voglio fare alcun accenno a questioni politiche, di partito, di prese di posizione più o meno forti, più o meno bellicose. No. Perché è l’Autrice del memoire, lei per prima a non farlo. Non parla di fascisti, di ebrei, di tedeschi, di neutrali, dei cosiddetti “tiepidi”. Parla di esseri umani, raccolti e uniti forzatamente (pericolosamente anche) in uno spazio angusto e inospitale.
Per sei interminabili anni.

Mia madre era appena nata quando, in braccio a mia nonna, entrò nel campo di Tatura. Ne uscì all’età di sei anni.
L’Autrice vi mise al mondo tre figli.
Il suo diario è una cronaca che scandisce le settimane, i giorni. E’ la storia di una speranza che s’affievolisce, di una consapevolezza che cresce. E’ la storia di una donna forte e delicata, con un intimo poetico che a tratti tocca picchi altissimi.
E’ la storia di un amore, che sopravvive a tutto, e vince, nonostante tutto. Di un’esistenza che, stremata e sfinita, ritrova le forze per ricominciare. Dal nulla. Dal disorientamento più totale (possiamo immaginare cosa vuol dire pensare di non avere più una patria, luoghi e famiglie cui fare ritorno dopo un esilio?). E’ la storia di una famiglia che cresce, fra gli stenti e le difficoltà, i pericoli delle condizioni climatiche e igieniche più precarie.

Non siamo a Auschwitz, sia ben chiaro. Gli Inglesi, nella sostanza, rispettavano la Convenzione di Ginevra.
L’orizzonte di questo memoire è un altro. Un altro mondo. Un altro emisfero, anche.
Ed è possibile, proprio per questo, accedere alle pagine più delicate e poetiche (ma anche ironiche, allegre, o infuocate, invettive) di questa testimonianza.
La persona che l’ha scritto, l’ho già detto, aveva un animo poetico, ma anche una capacità di leggere e descrivere in pochi tratti, gli aspetti più veri e salienti dell’essere umano. Il suo intelletto, scevro da ragionamenti faziosi e politici, rimane lucido e le consente un’obiettività che trascende, che sopra a tutto pone sempre il sentimento, l’umano buon senso.

Nella narrazione degli ultimi tre anni di prigionia le pagine si diradano. Sintomo di una stanchezza estrema, dello sfinimento, che si percepisce appieno, a causa della tensione e delle delusioni accumulate nei mesi, negli anni.
Nel frattempo il conflitto finisce. Il mondo cambia volto.
Un anno dopo quasi tutti gli internati lasciano il campo.
Apparentemente, non hanno più risorse, né credo o speranze.
Nelle orecchie, sulla pelle, nelle ossa, rimane il vento selvaggio del deserto. Il tanto odiato e temuto vento di Tatura. Con il quale, però, nel tempo l’Autrice ha imparato a dialogare, come se alla fine fosse riuscita ad addomesticarlo.

Mi fermo qui.
Potrei dire delle emozioni che ho vissuto alle presentazioni del libro (memorabile quella “a casa Arslan”, a Padova, a febbraio di quest’anno).
Potrei parlare dei ricordi e delle impressioni “di famiglia”.
Ma non è questo il momento e il luogo adatto.
Diciamo che se qualcuno volesse leggere il libro e discuterne, scambiare opinioni e impressioni con me, anche privatamente, sarò felice di farlo.

Andiamo a dormire senza una parola, senza un pensiero che abbia la forza di galleggiare sopra un altro, senza un dolore: ogni nostra emozione è sconvolta, battuta, sommersa, dalla lunga tensione nervosa, dalla stanchezza.

Ottilia Vincenzini Reginato, Il vento di Tatura, Ed. i Robin&Sons / memorie, 2016

Incontro

Se quell’incontro c’era stato non lo si poteva definire casuale, ma inevitabile. Fra il vento del mare, le voci allegre e chiassose della gente e il verde delle onde gonfie, l’infelicità riconosceva l’infelicità, la malattia fiutava la malattia. Ma non era poi una cosa così strana, gli esseri umani non si incontrano sempre in questa maniera?

[Y. Mishima, da “Musica”, romanzo – 21° Ed., Universale Economica Feltrinelli, 2018, Trad. E. Ciccarella]

Anatomia dell’amore – Vespa

Vespa

Ragazza in Vespa – web

Si frequentano da un anno ormai e capita che finito il turno lei passi a trovarlo sul lavoro per due parole, un saluto. Non sale in studio, in verità, non osa. Non vuole disturbare, invadere il campo. In fondo si vergogna un po’. Gli fa uno squillo e lo aspetta da basso, che poi magari ci scappa un caffè o una cosa insieme al bar sotto il portico.
Sono quasi le cinque quando suona il cellulare. Lui è impegnato, non può rispondere, lascia fare. Puntuale arriva un messaggino, cui risponde con un rapido ‘ok …’, che allude a un’attesa non ben precisata, ma non eccessiva.
Dopo una decina di minuti è giù al portone, ma non la vede. Fa qualche passo sotto il colonnato, controlla il cellulare, scruta il parcheggio.
“Buh!”, sbuca fuori lei da dietro un pilastro, sorprendendolo alle spalle.
Lo abbraccia, si abbracciano.
Lui getta uno sguardo intorno, incrociando quello di un paio di passanti. Non li riconosce. Nemmeno gli avventori del bar, mentre prendono posto a un tavolino all’esterno. Si rilassa, fa gli onori di casa. Lei appoggia casco e zainetto su una sedia vuota, scioglie i capelli e li scuote con le mani. Si toglie gli occhiali da sole. Sorride.
Ordinano un caffè e una spremuta.
Lei è allegra, disinvolta, deliberatamente provocatoria. Lo bacia davanti a tutti come se fossero soli. Lui prova a lasciarsi andare, a non pensare a cause e dibattiti, al lavoro che lo attende prima di sera. Mette gli occhi su di lei e non li sposta. E’ bella, come la primavera.
Parlano un po’ del più e del meno. Ma quando lui prova a descrivere quello che sta accadendo nel suo ufficio, cinque piani più su, lei si sporge sul tavolino e preme le labbra sulla sua bocca, soffocando sul nascere ogni odiosa minaccia a quel loro breve momento di felicità.
“Mi vedi? Sono qui. Stai un po’ con me”, lo rimprovera.
Lui annuisce e sorride in silenzio.
Poi si alzano. Si abbracciano.
“Stringimi forte”, gli dice, “fammi sentire che ci sei”.
Si baciano.
Lui sente l’alito dolce di lei e la sua lingua accarezzargli le labbra. Chiude gli occhi, la sfiora con la sua. Le loro bocche si fondono.
E’ il momento di separarsi di nuovo.
“Mi chiami? Quando hai finito, anche se è tardi…”.
La guarda montare sulla sua vespa rossa. Mettere il casco, che la fa sembrare una bambina alle giostre. Ogni volta che la vede partire, ha paura che perda l’equilibrio. Ma poi lei accelera, solleva i piedi e prende il volo scodinzolando un po’.
Subito dopo, però, lascia andare l’acceleratore e si volta di nuovo indietro ondeggiando per il piazzale. Sorride sotto gli occhiali scuri raggiante nel suo vestitino a fiori. Lui non può che fare altrettanto. Alza timidamente una mano. Lei ora sembra ridere di lui, fermo impalato come uno stoccafisso sotto il colonnato. Si avvicina, frena, mette giù un piede sobbalzando.
“Ricorda”, dice con l’aria di chi sta rivelando una verità. “L’amore è un moto da luogo”.
Apre il gas. La moto alza la voce rispondendo docilmente, senza fretta, dandole ancora il tempo per un sorriso soddisfatto.
Lui rimane lì a guardarla mentre s’allontana. La fronte alta, il vento in faccia. Le spalle nude, i boccoli dorati che fiammeggiano da sotto il casco. Finché scompare nei flutti del traffico.
Si avvia al portone. Ripensa alle carte pronte e a quelle ancora da rivedere. Alla strategia, alle cose da dire, alle domande da fare.
Sta bene, pensa. Sa che porterà a termine il proprio lavoro, che lo farà nel migliore dei modi. Eppure gli manca qualcosa. Qualcosa che era dentro di lui e che ora non si trova più lì. Ma non se ne cura. Ha capito.
“Va tutto bene”, dice, salendo lo scalone due gradini alla volta.