Mai stato meglio

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Cose che arrivano da lontano.

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L’asfalto puzza di birra e piscio. Fa caldo, il parcheggio è quasi deserto. Seduto su un blocco di cemento, Dario piega l’incarto stando attento a non ungersi le mani. Aspetta che Cloe, assorta nei propri pensieri, finisca il suo trancio di pizza. Perché mi guardi così? Fa lei. Dario continua a fissarla senza dire niente, poi sorride distogliendo lo sguardo. Fa caldo, dice. Cloe annuisce deglutendo. Guarda il proprio pezzo di capricciosa sentendosi a disagio: Dario ha fatto sparire la sua in pochi bocconi. Sembra aver fretta di andarsene, è di cattivo umore e lei non capisce perché.

E’ una domenica come tante altre. Certo non è stata una grande idea quella di infilarsi in un centro commerciale, ma almeno lì c’era l’aria condizionata e alla fine è stato divertente. Le è sempre piaciuto girare per negozi, la distrae. Fra gli scaffali le vengono un sacco di idee, anche se alla fine non compra niente. Osserva e a casa riproduce ciò che ha visto con quello che trova. Fa un po’ di tutto, dal soprammobile, al centrino, al capo di abbigliamento. Sa disegnare e cucire, sì; niente di complicato, ma se la cava. Ciò che conta, dice sempre, è creare. Adora i lavori manuali, sono gli unici che le danno soddisfazione.

Beve un sorso di sprite e appoggia la lattina accanto a sé, sul marciapiede. Dario è nervoso. Che cos’hai? Gli chiede. Niente, risponde lui alzandosi in piedi e avviandosi verso i bidoni della spazzatura. Getta i rifiuti, indeciso se prendersi un’altra birra, mentre osserva l’insegna sbiadita del fast food. Accanto c’è un panificio che apre solo la sera e rimane aperto fino a mattina. Ci si è fermato qualche volta, rientrando dal turno di notte, le brioche non sono male. Le altre vetrine hanno tutte le saracinesche abbassate, i bar lavorano solo con il multisala dell’isolato accanto. Di giorno quel posto cambia faccia, pensa. Niente luci, niente musica, niente rumore, niente gente che va e viene accalcandosi ai banconi. Alla luce del sole gli edifici non sono altro che degli enormi scatoloni di vetro e cemento, vuoti e abbandonati.

Vorrebbe essere solo, pensa. Lontano da lì e solo. Cloe non può capire cosa si provi, cosa significhi tagliare i ponti con tutto, ribaltare la propria vita, trovarsi un altro posto dove andare e ripartire di nuovo da capo, da zero. Cloe non sa e non deve sapere. Lei non c’entra, ha fatto tutto da solo, su questo non ha alcun dubbio. Chi rompe paga. La vita è la sua, lui ne decide la rotta, lui ne subisce le conseguenze. Ha avuto ciò che voleva, comunque, qualsiasi cosa possa essergli costato.

Una monovolume s’avvicina a velocità un po’ sostenuta, svolta attraversando il parcheggio desolato e si ferma a pochi metri da loro. Scendono mamma, papà e due ragazzini seduti dietro, cui il padre spalanca la portiera sottraendoli alle rispettive console. Andiamo, ordina, mandandoli avanti. Si aggiusta i pantaloni e li segue premendo il radiocomando, confortato dal lampeggio dell’auto. Il passo, fronte alta, mento sollevato, denota la sicurezza compiaciuta di un uomo che si sente arrivato. Non è molto alto ed è un po’ sovrappeso, la polo rigonfia in morbide balze. Raggiunge i suoi, lanciando una rapida occhiata in giro prima di entrare nel locale. Dario e Cloe fan parte dello sfondo dell’anonimo pianeta in cui ha l’aria di essere appena sbarcato, pur con l’intenzione di non trattenersi a lungo.

Liberatasi dei resti del pranzo, Cloe si volta a guardare i nuovi arrivati. Guardali, commenta Dario sogghignando, la famigliola perfetta. Bella macchina, bei vestiti, la sicurezza che ti dà avere un po’ di soldi in tasca. Quanto basta a non vedere più in là del tuo naso. A non vederti da fuori. Due bambocci a immagine e somiglianza del loro papà. La vedi anche tu, la loto imbarazzante normalità? Chiede. Tutto sembra perfetto, ma dietro all’apparenza cosa c’è, eh? Crolleranno da un giorno all’altro senza nemmeno sapere perché… Mi fanno pena. Guardarli fa quasi male…, aggiunge con un filo di voce.

Cloe si volta preoccupata. Dario riprende a parlare fissando l’asfalto assolato: Sono ciechi. Vivono seguendo schemi prefissati, pensando di essere felici, e invece sono degli illusi, vittime indifese dei loro sogni di carta, di loro stessi.

Cloe ha gli occhi umidi. Mi fai paura quando parli così, dice con voce tremante.

Dario la fissa incuriosito dall’alto del suo metro e novanta, poi la sua espressione muta in un sorriso, uno di quelli che sanno rassicurare anche i pazienti più spaventati. Che fai, piangi? Chiede, carezzandole i capelli. Su, su, vieni qui. Si avvicina e la prende sotto braccio. Per loro non c’è futuro, riflette, ma non è colpa di nessuno. Le loro vite si sono incrociate per caso, perché è così che doveva andare. Ma se prova a immaginare la propria vita d’ora in avanti, è da solo che si vede. Cloe non può capire, ma in cuor suo anche lei sa bene che non può durare. E in fondo è ciò che vuole.

La famigliola felice esce dal locale e s’infila rapidamente in auto, confidando nel climatizzatore.

Non farci caso, sussurra Dario. Sto bene. Mai stato meglio.

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[P.B., 12/1/2021]

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Immagine di copertina: Laura Salvi

Sul Piave

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Scampato miracolosamente al tifo, dopo quaranta giorni di licenza per convalescenza, il nonno torna al fronte, ormai attestatosi sul Piave.

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Il duello

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Postazione di bombarda italiana

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Dove fosse il nuovo deposito dei bombardieri al quale dovevo presentarmi lo seppi agli uffici militari delle stazioni: era un paesino in provincia di Reggio Emilia, Formigine. Non vi rimasi molto tempo: presto mi trovai nuovamente al fronte di combattimento, precisamente nella zona di Fossalta, nel medio Piave. Qui la natura delle difese, costituite dagli argini del fiume stesso, facevano sì che il fronte fosse abbastanza tranquillo. C’era scambio di fuoco di artiglieria, ma i proiettili si perdevano per lo più lontani o erano fermati dall’argine del fiume, mentre l’acqua corrente ci riparava dalle incursioni nemiche.

Approfittammo di queste favorevoli condizioni per dedicare qualche cura ai nostri rifugi, munendoli tra l’altro di stufette per temperare i rigori dell’inverno, anche se in seguito simili iniziative non furono più ammesse, perché si temeva potessero comportare un indebolimento dell’argine. Ad ogni reggimento fu aggregata una sezione lanciabombe Stockes di quattro pezzi ed io passai ad una di queste come capo pezzo. Erano le uniche armi che sparavano perché potevamo farlo al riparo dell’argine del fiume: avevano infatti la particolarità di sparare proiettili con una leggera angolazione dalla verticale.

Mi spostavo di frequente lungo l’argine perché non avevo obiettivi fissi da battere, le mie erano più che altro azioni di disturbo e di assaggio della reazione nemica. Ma per controbattere il tiro di un lanciabombe non c’era che un altro lanciabombe, e il nemico ne era evidentemente sprovvisto, perché non ne aveva mai fatto uso. Così passammo il resto dell’inverno e la primavera.

Mi trovavo nella zona di San Donà di Piave quando, durante la notte fra il 4 e il 5 giugno 1918, gli Austriaci piazzarono due cannoni sul greto del fiume, in quel punto molto assai largo. Nel buio non riuscirono a mascherarli e dalle nostre postazioni, sulla nostra sponda del greto del fiume, i due cannoni erano visibili distintamente. Se ne occuparono i giovani ufficiali, che pensarono di batterli con uno dei lanciabombe piazzati dietro l’argine. Dei quattro pezzi disponibili venne scelto il mio. Non avevo bisogno di spostare la mia arma, che era sulla dirittura dei cannoni, ma non avevo alcuna certezza di raggiungerli con il tiro. Gli ufficiali fecero un piano di attacco. Si sarebbero appostati lungo i camminamenti sul greto del fiume e nelle ridotte che venivano occupate soltanto la notte e, per quanto possibile, avrebbero disturbato il nemico con il fuoco di fucileria. Io avrei sparato dalla mia postazione nella direzione da loro indicata.

Nella postazione ero protetto da una duna di sabbia e coperto da piante di robinie. Alle mie spalle, un vasto campo, in fondo al quale c’era la massicciata della ferrovia. Per sparare seguendo le indicazioni degli ufficiali non era necessario che spostassi il lanciabombe. Le bombe le avevo messe al riparo dietro una latrina che avevamo costruito con sacchetti di sabbia; tre soldati a catena me le passavano. Non avevo visto personalmente dove fossero piazzati i due cannoni ma, dalle informazioni degli ufficiali, prevedevo che fossero ad una distanza superiore alla gittata del lanciabombe, tanto più che le cariche a disposizione erano umide: le avevo infatti trovate già sul posto, in un ripostiglio scavato nell’argine del fiume.

Quando gli ufficiali, disposti a catena dalla postazione di sparo fino al punto per guidare i tiri, segnalarono di esser pronti, sparai il primo colpo. Direzione esatta, ma tiro corto, come temevo. La risposta del nemico fu immediata e violenta. Il proiettile del lanciabombe si vede in partenza e per tutta la traiettoria del tiro: i due cannoni indirizzarono immediatamente il tiro verso la mia postazione. Ero parzialmente protetto da una duna di sabbia, sull’orlo della quale i proiettili affondavano, per uscirne dopo breve tratto e perdersi nel campo dietro di noi con strani effetti e scoppiare infine sul terrapieno della ferrovia. La sabbia non aveva compattezza, non fermava i proiettili, né l’impatto era sufficiente a procurarne la deflagrazione: ad ogni tiro venivo investito dalla sabbia, ma non subivo altri danni.

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Postazione di mortaio italiana

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I tiri cadevano ad un paio di metri, anche meno, dal posto in cui avevo piazzato il lanciabombe, per cui mi affrettai a spostare tutte le munizioni sulla sinistra dell’arma, operazione che riuscii a fare senza inconvenienti, data la precisione dei tiri del nemico, per cui tutti i proiettili cadevano, con variazioni minime, nello stesso punto. Allo stato delle cose, non avevo alcuna possibilità di vincere l’impari duello, perché la portata del lanciabombe non era sufficiente a raggiungere il bersaglio. La segnalazione degli ufficiali era sempre la stessa: “Direzione giusta, tiro corto!”

Mi ricordai allora di un deposito di munizioni in un anfratto del fiume che avevo visto poco tempo prima. Cessai di sparare ed informai gli ufficiali della necessità e della possibilità di procurarmi altre munizioni. Il nemico, forse nella convinzione di avermi colpito, cessò a sua volta di sparare. Andai con due soldati in cerca di quelle munizioni e le trovai proprio dove mi ricordavo di averle viste. Durante questa pausa i miei pensieri non erano dei più lieti, ero cosciente del rischio che correvo. Ma ero calmo e in fondo ai miei pensieri dominava sempre l’ottimismo che non mi ha mai abbandonato durante il periodo della guerra, anche nelle circostanze più rischiose e, fra le tante, quella appena superata, forse la più pericolosa di tutte, che adesso stava per riprendere.

Nel tragitto di ritorno mi incrociai con il mio diretto superiore, il sergente della sezione lanciabombe, un milanese simpatico, ma un po’ spaccone: “Sergente, lei che è sempre in cerca di gloria, venga con me che è una bella occasione”, dissi. “Debbo andare a ispezionare altri pezzi”, mi rispose. “Stia attento che non arrugginiscano”, e con questo lo lasciai.

Ritornai al posto di combattimento: il nemico non aveva più sparato un colpo, forse era davvero convinto di avermi eliminato. Chiesi agli ufficiali di poter spostare il pezzo, sul quale il nemico aveva ormai due cannoni puntati. Era facile a questo punto annientarmi, se non avessi più avuto quella fortuna, che posso ben definire miracolosa, che mi aveva assistito fino ad allora. Gli ufficiali mi fecero osservare che ora anch’io mi trovavo in una posizione più favorevole: con cariche più forti si poteva allungare il tiro per colpire il bersaglio. Gli ultimi tiri avevano raggiunto l’acqua quasi ai bordi della sponda opposta del Piave, i cannoni erano piazzati due o trecento metri oltre.

Preparai qualche bomba con le cariche supplementari e sparai la prima. La risposta del nemico fu ancora una volta immediata e violenta. Contrariamente a quello che supponevo, non si erano allontanati dai pezzi. Mi arrivarono intanto le istruzioni per il tiro e al terzo tentativo colpii uno dei due cannoni. Dopo altri pochi lanci, con una deviazione del tiro verso destra, colpii anche il secondo. Avevo vinto il duello! Non credevo a me stesso, a tanta fortuna, per essere riuscito in pochi colpi, e grazie alle nuove cariche da sparo, a risolvere la situazione a mio favore.

Vennero tutti i giovani ufficiali esultanti a complimentarsi. Mi resi conto che erano tutti tenenti e sottotenenti, fra di loro non figurava nemmeno un capitano. Erano stati i ragazzi dell’ufficialità ad organizzare l’azione, probabilmente senza nemmeno informarne i superiori, come in seguito mi successe di nuovo nella zona di Capo Sile. Appartenevano al 205° Raggruppamento Bombardieri, al quale io, del 204°, ero stato provvisoriamente aggregato. La sera stessa, nel mio rifugio notturno, una tana scavata nell’argine del Piave, venne a trovarmi l’amico Bassi, un lomellino con il quale legavo molto, per dirmi che alla mensa ufficiali non facevano altro che parlare di me e che tutti erano concordi per propormi per un’alta ricompensa al valore. Era logico che mi aspettassi di esser chiamato da qualche ufficiale superiore all’indomani, ma nessuno mai si fece vivo, né l’indomani, né dopo. Se Bassi non mi avesse raccontato tutto, io nella mia innata modestia non avrei nemmeno pensato alla possibilità di una ricompensa al valore. Come ho detto, ero del 204° Raggruppamento, provvisoriamente aggregato al 205°, e da questo sarebbe dovuta partire la proposta della ricompensa che avrebbe però arricchito il medagliere dell’altro, cui appartenevo. Non so in che rapporti fossero i due comandanti, ma ho imparato in seguito che il disaccordo e l’invidia fra gli alti comandi ci sono costati un sacco di sciagure, fra cui Caporetto. Lo stesso mio tenente non mi fece alcun cenno dell’episodio e tanto meno il colonnello comandante il 204°.

Tutto ciò accadeva il 5 Giugno 1918. Dieci giorni dopo, il 15 Giugno, gli Austriaci iniziarono la loro offensiva sul Piave. Ecco spiegato perché avevano avanzato i due cannoni sulle linee della fanteria.

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Lanciabombe italiana

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* Fra le note e le riflessioni conclusive del memoire, tornando all’episodio qui narrato, il nonno scriverà:

Si è trattato di fronteggiare un pericolo mortale a sangue freddo per un periodo lungo di tempo, tenendo ben saldo il sistema nervoso; di giocare freddamente con la morte non per pochi istanti, ma per tutto il tempo necessario a realizzare l’obiettivo. Avrei potuto ridurre questo tempo, scordando il deposito delle cariche da sparo aggiuntive, che mi hanno poi permesso di raggiungere il bersaglio, ma tale pensiero non mi ha neanche sfiorato. Per accelerare il tiro ho rischiato molto, accumulando le munizioni attorno al pezzo; sarebbe bastata una scheggia di granata per provocare un disastro. Ma per fortuna non una sola granata scoppiò al primo impatto con l’orlo sabbioso della duna, dietro la quale avevo piazzato il lanciabombe.

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Lanciabombe italiana
Lanciabombe austriaca

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(Continua)

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[dal memoire di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Immagini tratte dal web

Flowers in the snow

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Di tanto in tanto amo dare risonanza ai versi, oltre che ai preziosi scatti, di Aurelia, che ringrazio.

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È possibile. É sempre possibile attendersi.
Attendersi a fiorire anche dentro stagioni sbagliate.


Dare tempo al tempo. Dare tempo ad ogni tempo.
Che ogni fine possa compiersi. E ogni inizio trovare nutrimento.


Concedersi l’attesa. La rabbia. La confusione.
Concedersi il fallimento.


Solo resistere alla resa.


Sperare il nuovo. Cercare il nuovo.
Come una disciplina.


In quotidiana cura.

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[Aurelia, chouckydoux, 2/1/2021]

le radici dell’io

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ho passato una vita

cancellando ogni traccia

perché mi si potesse vedere

per come sono realmente.

ho dimenticato,

rimosso

ripulito i miei occhi.

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oggi,

con la lama smussata

di uno scalpello

disseppellisco reperti

in una stanza d’albergo.

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a chi appartennero?

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il ferro dorato,

in cui un tempo fui chiuso

ancora mi accoglie

invitandomi al volo.

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[P.B., 3/1/2021]

Intrappolati e liberi. La lingua.

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Karl Kraus, 1921

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Io non domino la lingua, ma la lingua mi domina completamente; non è per me la servitrice dei miei pensieri; vivo legato a lei e da questo legame ricevo pensieri, e può fare di me ciò che vuole. Le ubbidisco sulla parola: poiché dalla parola mi balza contro il nuovo pensiero e forma, agendo a ritroso, la lingua che lo ha creato.

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Se siamo e ci incontriamo in questo spazio virtuale, che veicola principalmente parole (non solo, ma soprattutto), una ragione c’è. Espressione, creazione, divulgazione. Certo. Ma forse non si tratta solo di questo.

La lingua è l’unica chimera la cui forza di illusione è senza fine, l’inesauribilità che che non viene impoverita dalla vita. Che l’uomo impari a servirla!

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Nel continuare a scrivere e pubblicare ci misuriamo, come è naturale, con la nostra capacità di portare sulla pagina, con la massima precisione possibile, il nostro pensiero, l’intuizione o l’idea originanti, siano essi in forma poetica o narrativa, o in forma di commento, di trattato, di critica o speculazione.

Ammettiamolo, raramente, forse mai, ci possiamo dire veramente soddisfatti. Dico questo, perché ritengo che tutti noi avvertiamo una distanza fra ciò che avremmo voluto comunicare e ciò che le nostre parole di fatto comunicano, fra ciò che avremmo voluto dire e ciò che le nostre parole effettivamente ci portano a dire. Potremmo misurare il nostro appagamento con la sensazione di esserci avvicinati alla verità, la nostra verità. Il che non significa affatto aver dato vita a una rappresentazione della realtà.

Ma che cosa è la realtà, dove risiede? La lingua e la parola che utilizziamo, leggiamo o ascoltiamo, contengono la realtà che ci circonda? Quale il rapporto fra lingua e parola e informazione, verità, realtà? Ovviamente, e a maggior ragione, tale domanda permea anche il qui presente tentativo di esprimere un concetto, in un inevitabile circolo vizioso. Così, non illudendomi di spezzare la catena, ma di ridurne almeno gli avvitamenti su se stessa, riporterò le parole di un altro.

Mi sono imbattuto in un saggio di Ernst Fischer. Un interessantissimo lavoro suddiviso in tre capitoli, ognuno dei quali è dedicato ad uno dei tre autori di cui egli fu un critico esperto e appassionato: Karl Kraus, Robert Musil e Franz Kafka.

Sia chiaro: lo scopo del trattato di Fischer è ben lungi dall’affrontare temi esclusivamente filosofici o filologici, anzi. Nel suo lavoro egli intende soprattutto collocare la ricerca, le visioni e l’opera di tre scrittori quanto mai illuminati all’interno di un preciso e altrettanto complesso e determinante processo di mutazione sociale, culturale e politica che ha interessato il vecchio Continente a partire dall’Austria fra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900.

Nel parlare di Karl Kraus, tuttavia, in virtù della specifica sensibilità e dell’inclinazione artistica e intellettuale dell’autore, Fischer pone l’accento su un tema fondamentale e quanto mai attuale per noi che viviamo nell’era della comunicazione e del cosiddetto quarto potere, per noi che quotidianamente navighiamo e ci orientiamo fra molteplici, infinite fonti di informazione, più o meno consapevoli della loro relatività, più o meno attrezzati per discernere criticamente fra le diverse fonti; per noi che quotidianamente assistiamo all’uso infausto, abusato e incontrollato della parola, alla mistificazione delle frasi fatte e degli aforismi piegati al proprio servizio, agli slogan che, nello spazio di un twitt, per così dire, tutto significano e tutto contraddicono o controvertono: la corrispondenza fra realtà e parola.

Faccio una piccolissima premessa, all’unico scopo di definire un po’ meglio il contesto e, quindi, la spinta originante di questa riflessione. Siamo all’inizio del secolo scorso, a Vienna, in un periodo di profonda crisi identitaria, politica e sociale per l’Impero Austroungarico. Un’ormai insostenibile incongruenza manifesta nel nome stesso del sistema Stato: I regni e i Lander rappresentati nel Reichsrat, l’imperial-regio, il Kaiserlich-Königlich, K.K., che al suo tramonto Musil ribattezzò ironicamente in “Kakania“. Una crisi che ognuno dei tre autori sopra citati affronta e descrive a modo suo, portandola a teatro e in letteratura, anticipandone l’esplosività (si pensi all’acuta raffigurazione di questa alienazione nell’opera di Kafka), facendosi così profeta di qualcosa di ben più ampio, di un male esistenziale profondo, che segnerà tutto il ‘900.

Kraus, nella sua vita di intellettuale, giornalista e scrittore non prende una posizione politica netta, isolandosi, ma mantenendo al contempo una visuale autonoma e non allineata. Fu forse un suo limite, ma egli non credette nella politica, bensì ne fece prima di tutto una questione culturale, opponendo il proprio modo di pensare e concepire il bene sociale a quello imperante del progresso capitalista, all’ipocrisia borghese, all’era delle macchine e delle armi e del generale impoverimento intellettuale. Per condurre la propria battaglia, Kraus concentra la propria attenzione su qualcosa che ama intimamente, erigendola a baluardo, votandosi ad essa, pur nella sua ontologica contraddizione: la lingua.

In me – così scriveva nel 1910 – la lingua stessa si ribella, portatrice del più rivoluzionario contenuto della vita, contro questa stessa vita. Si fa scherno di se stessa, urla e trema per il ribrezzo. Lingua e vita si accapigliano l’un l’altra, fin quando non si fanno a pezzi; e la fine è un informe essere l’uno nell’altro, il vero stile di questa epoca.

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Compendia acutamente Fischer:

Karl Kraus ha concepito la lingua in maniera totalmente romantica, come creazione di Dio o della Natura, come l’origine che agisce tutto intorno, come l’unità perduta di cui da lontano percepiamo la fama. “Quanto più da vicino si esamina una parola – ha scritto – tanto più lontano si guarda indietro”. Oppure: “La lingua, come l’amore, va alla ricerca di un prototipo perduto nell’oscurità del mondo”. Una poesia non si fa, si intuisce. Non siamo noi a parlare, si parla attraverso di noi. E tuttavia questo “si” non è la natura, bensì la società originaria, collettiva, la cui opera comune era la lingua. La realtà sociale muta più velocemente della parola. Dal fatto che parola e realtà sociale spesso non coincidono più, risultano complicate contraddizioni.

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Lo avvertite anche voi? Quel senso di fastidio, quest’impulso alla ribellione nei confronti dell’insultante ipocrisia, dell’alienante contraddizione sottese a tanta parola che ogni giorno viene spesa, svenduta, propinata, sbattuta in faccia, in un infernale mercato delle vacche? Frasi e pensieri a vanvera nella quotidiana cacofonia di politici imbonitori, molti dei quali si aggrappano ad un nulla culturale, senza argomenti né approfondimenti; di sedicenti pensatori e promotori di progresso e del bene comune. Per non parlare dell’uso improprio e blasfemo che ogni giorno viene fatto della nostra lingua.

Oggi come ieri, il senso di ripugnanza non è cambiato.

Lo avvertite anche voi quel “romantico” moto di rivolta che Marx stesso legittimò e diede vita a tanta letteratura di denuncia e svelamento? In quegli anni Freud portava alla luce l’inconscio con il suo bagaglio d’imbarazzante erotismo, la psicanalisi e il pensiero romantico sollevavano il velo mettendo a nudo le contraddizioni e l’ipocrisia insite nella borghesia. E nemmeno quindici anni dopo le accorate parole di Kraus assisteremo ai primi colossali show mediatici di Mussolini.

Ritengo che se non avvertissimo quei conati, se non provassimo un nostalgico richiamo alla verità, sia essa racchiusa nei versi di una poesia, molti di noi non sarebbero qui. E se ci siamo, è forse nel tentativo di ripristinare o preservare quell’intimo legame naturale fra lingua e verità. Lo facciamo umilmente, con i nostri mezzi, i nostri pensieri, ma nel rispetto dell’unico strumento che abbiamo: la parola.

Continua Fischer:

La lingua del poeta è ritorno all’origine, evocazione di una magica unità di parola e realtà. La lingua della stampa si impadronisce della parola che non corrisponde più alla realtà, della parola come frase fatta. E questa vuota espressione oscura la nuova realtà come ombra di una vecchia realtà.

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Perché la ricerca della verità, il tentativo di mantenere viva l’essenziale corrispondenza fra parola e realtà, non conduce alla finzione fine a se stessa, quella è appannaggio degli slogan, della retorica che quotidianamente ci viene propinata. La lingua del poeta del vero (come Kraus anelava ad essere), nella sua anche disperata ricerca, rimane ancorata al reale.

Chi dunque si rifiuta di conoscere la nuova realtà perché contraddice i suoi interessi e forse anche solo la sua pigrizia, si sente protetto dalla “frase”. Con la frase allo stesso tempo viene soppressa la realtà.

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E’ significativo rimarcare il glossario: lingua, parola, “frase“.

Nel caos di annunci, notizie, commenti, nel fumo dell’attualità, è scomparsa la realtà. Il lettore credeva di venire informato, e non si accorgeva che il redattore gli rappresentava il mondo così come l’editore voleva che il lettore se lo rappresentasse. Era un “mondo apparente”, reso credibile da fatti e da atti, quello che sopraffaceva la realtà nella coscienza del lettore. Scoprire la mostruosità di questo mondo apparente, era il compito cui si sottopose Karl Kraus. Trovò il vuoto nelle parole, svelò le fantomatiche azioni reciproche con le quali la frase, tolta dalla realtà, rientrava in lei come vincitrice; le azioni che facevano sì che il prototipo dovesse servire alla caricatura. “Il mondo è sordo alla melodia”.

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Voglio precisare che non è mio scopo porre l’accento o prendere di mira esclusivamente il mondo del giornalismo e della stampa, o il cosiddetto quarto potere. Nella nostra epoca, in quella dei social network e dei cosiddetti influencer, ritengo che il discorso sia ancora più ampio. Scriveva Friedrich Hebbel:

Questa Austria è un piccolo mondo dove fa le sue prove il grande.

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E concludo questo estratto, a mio avviso ricchissimo di implicazioni, di cui faccio una sorta di memento, perché anche fare letteratura, e con questo intendo fare vera letteratura o almeno provarci, pur attraverso la rappresentazione di infinite verità soggettive, in qualche modo non può essere scevro, se non da un intento, almeno da una responsabilità di tipo morale e sociale; concludo, dicevo, con una significativa poesia di Robert Musil, ove si nota che il confine fra arte, pensiero, analisi storica e socio-politica è quanto mai sottile, se non del tutto inesistente.

Si agiva in questa terra

e talvolta

fino ai più alti gradi della passione

e delle sue conseguenze

sempre altrimenti di come si pensava

o si pensava diversamente

da come si agiva…

Kakania era animata

da una grande diffidenza,

conquistata

in grandi esperienze storiche

contro ogni o/o

e sempre aveva idea

che nel mondo ci fossero

molte più contraddizioni

di quelle per le quali

alla fine è andata in rovina.

Suo principio fondamentale di governo

era il sia/sia

oppure, ancora meglio

con la più saggia moderazione,

il né/né.

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Tutte le citazioni sono tratte dal volume Karl Kraus, Robert Musil, Franz Kafka di Ernst Fischer, 1962, trad, Salvatore Barone, La nuova Italia editrice.

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Ernst Fischer negli anni ’60

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Immagine di copertina tratta dal web: Karl Kraus, 1921, foto di Charlotte Joel-Heinselmann

Morte in villa

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Un raccontino per chiudere l’anno.

Giriamo pagina, diciamo.

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Che il prossimo sia per tutti un anno migliore!

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La villa guardava il lago. Con il suo vasto ventaglio di scale quasi vi si immergeva. Per questo era stata concepita, perché da lì la si ammirasse, da lì la si raggiungesse. Prima che venisse chiuso da un muretto in pietra e trasformato in uno stagno, il “villino per scapolo”, come fu definito all’origine dal suo ideatore, poteva contare su un proprio approdo privato.

Eretta su un promontorio naturale orientato ad est, il fronte principale della casa, suddiviso sapientemente su più sale, traguardava l’asse meridionale del lago, contemplando le ripide quinte boscose delle montagne che dalla riva opposta vi si tuffavano. Il fronte minore, sul retro, cui si giungeva percorrendo il viale attraverso il parco secolare, era ben più spartano, la facciata un colpo secco di scure, verticale, senza fregi, né bovindi o porticati.

Louis arrivò che era già buio, una domenica di febbraio, nel tardo pomeriggio. Fermatosi davanti al cancello chiuso, i fari illuminarono i suoi sorprendenti intrecci di nastri in ferro battuto. Rivide la testa incanutita di Gustavo, maggiordomo tuttofare, china sul blocco della serratura, scolpito a forma di mosca. L’unico abitante superstite, tutt’uno con la villa, della quale custodiva la memoria. Ma questo succedeva tre mesi prima, a fine novembre, alla morte della proprietaria. Da allora Louis non aveva più messo piede alla residenza del lago. Né ci sarebbe stato più motivo di farlo.

Attese qualche istante: Gustavo aveva passato gli ottanta, aveva i suoi tempi. Dalle finestre della sua dépendance controllava il varco d’ingresso, non era necessario suonare, l’aveva sicuramente già visto. E poi lo stava aspettando.

Madama Antonia era morta inaspettatamente. Louis ricordava nitidamente la sorpresa e lo sgomento che lo colsero nell’apprendere la notizia; l’aveva vista poco tempo prima, sembrava in ottima salute. Elegante e impeccabile, come sempre, il viso la solita maschera austera, che s’incrinava improvvisamente in sardonici sorrisi e battute salaci, che avevano il pregio di farla apparire meno snob. Una donna forte, coriacea, come Louis soleva definire l’anziana nipote dell’omonimo patriarca, l’ingegnere, che più di ogni altro abitante aveva lasciato il proprio segno nel luogo in cui viveva, consegnandogli fra le altre cose, opere di pregio, addirittura monumentali, non ultima la villa al lago, che da sempre portava il suo nome. Louis stesso era un lontano parente, discendente di un ramo della famiglia stabilitosi in Francia dopo la grande guerra, oltre che un consulente legale della defunta.

Strano, deve aver avuto qualche cosa da sbrigare, pensò, scendendo dall’auto. Si avvicinò al citofono, ma senza suonare: il cancello era socchiuso. Provò a spingerlo e con un breve sussulto il battente arretrò, basculando silenziosamente sui perni. Louis percorse il viale fino al portico della dépendance. Dall’interno non udì provenire alcun rumore. Attraverso la vetrata poteva vedere un’ampia cucina americana illuminata che dava su un soggiorno immerso nella fievole luce di un paio di lampade a stelo. Era una casa spaziosa, moderna e ben accessoriata. Una sistemazione invidiabile, eccessiva per un uomo solo.

Louis vi era entrato solo un paio di volte, per lo più incontrava Gustavo in villa o nel parco, magari mentre soprintendeva ai preparativi di qualche ricevimento all’aperto, o all’allestimento dello stage di un concerto. La villa e il parco avevano anche fatto da sfondo a qualche set cinematografico, uno dei quali datava un preciso ricordo dell’infanzia di Louis. Negli ultimi tempi, da quando la signora Antonia, che non aveva figli, si era ritirata a vivere in poche stanze, in un cottage ben più piccolo di quello del custode, la tenuta era stata aperta al pubblico.

Louis bussò un paio di volte sulla vetrata, senza risultato. Per tutta risposta, invece, si levò un’intensa ma breve folata di vento, di quelle tipiche del lago, tanto note ai velisti, in grado d’estate di sovvertire il clima nel giro di pochi minuti. Si strinse nella giacca di velluto, rimpiangendo per un momento il soprabito che aveva lasciato in macchina, ma senza risolversi ad andare a recuperarlo.

Oltre il colonnato, in un box con la saracinesca a tre quarti, il muso di una vecchia Jaguar sporgeva sornione da sotto un telo. Louis estrasse il porta sigarette d’argento e se ne accese una, scrutando nel buio la linea spezzata del tetto della residenza padronale, sommersa dalle chiome dei deodara. Da lì non poteva distinguere se ci fosse almeno una finestra illuminata. Decise di andare a vedere.

Mentre scendeva lungo il viale, ripensò ancora una volta alla strana telefonata di quella mattina e alle parole che Gustavo, con il suo irriducibile accento veneto, gli aveva rivolto. Era stato lui a chiamare, non saranno state le otto, fatto curioso già di per sé. Ne era seguita una conversazione breve, di quelle a senso unico, senza diritto di replica. Se non fosse stato così presto, avrebbe detto che aveva bevuto.

– Buongiorno dottore, sono il Gustavo della villa. Mi scusi, ze presto, lo so.

– Salve Gustavo, non si preoccupi, nessun disturbo, sono appena arrivato in studio. Mi dica…

– Non è che la g’avrebbe tempo di passare a trovarmi?

– Quando?

– Oggi.

– Oggi? – Ribatté Louis sorpreso. – Non credo sia possibile, Gustavo. Sono a Milano tutto il giorno, mi risulta veramente…

– Sarebbe davvero gentile da parte sua, dottor Louis, sa? – Lo interruppe il maggiordomo.

– E’ successo qualcosa?

– No, no, dottore, no ze successo nulla, dizemo. Ma…

– Ma… Cosa, Gustavo?

– Ze un po’ di tempo che go questo pensiero…

– Pensiero?

– Sì, nulla di grave, sia chiaro, ma non riesco a fare a meno di pensarci, capisce?

– Francamente no, Gustavo. Di cosa stiamo parlando? Non faccia il misterioso. Se le serve un aiuto da parte mia, è bene che sappia da subito di cosa si tratta.

– Ze meglio se de ‘sta cosa ne parliamo di persona, dottor Manzoni, – rispose Gustavo, serio.

Louis si irrigidì. Quel cambio di registro non prometteva nulla di buono. In tanti anni fra lui e Gustavo non si era mai instaurato un rapporto di confidenza. Non sapeva nemmeno da dove provenisse. Eppure lo conosceva da quando era bambino e d’estate gli capitava di passare qualche pomeriggio alla villa sul lago. Per tutti Gustavo era il Gustavo della villa o il Veneto, non aveva un cognome. Era un’istituzione, una cosa sola con la casa dove serviva da più di cinquant’anni e la famiglia che nel tempo l’aveva abitata. Forse più di ogni altro conosceva la loro storia, i loro segreti.

– Vede, signor Gustavo… – Louis s’interruppe. In fondo glielo doveva.

– Mi faccia controllare…, – scorse rapidamente l’agenda. – D’accordo, signor Gustavo, – disse. – Alle diciassette sono da lei.

Un contrattempo con un cliente nel pomeriggio, però, lo fece tardare di quasi un’ora. Motivo per il quale, Gustavo doveva essersi trovato qualcos’altro da fare.

Louis raggiunse il retro della villa. Stando attento a dove metteva i piedi, salì i pochi scalini che lo separavano dalla porta d’ingresso e, guadagnato il pianerottolo, guardò attraverso i riquadri di vetro piombato. Non vide nulla, ma ricordò che alla morte di Antonia la camera ardente era stata allestita appena al di là di quella soglia, nell’atrio antistante lo scalone, in un locale disadorno, di passaggio, di cui ora nel buio riusciva a malapena a intravedere le pareti attraverso la lente deformante della vetrata.

La pianta di quella casa era stata disegnata senza sprecare spazio, nemmeno un corridoio, ma un articolato susseguirsi di ambienti che godessero il più possibile della vista del lago; stanze e saloni disabitati al momento della morte della padrona di casa, ai quali il feretro non poté più accedere.

Louis ripensò al momento della sua visita alla defunta. Al freddo di quella sala spoglia, alle parole frammentate di Gustavo, ben più di un fedele maggiordomo, uomo fidato, intimo di famiglia, vero e proprio amico, che stava in piedi dietro la testa della salma, fissandola, le mani poggiate sui bordi della bara aperta, quasi volesse carezzare i capelli della defunta, chinarsi su di lei e sussurrarle qualcosa all’orecchio. Impacciato, Louis non sapeva cosa dire; attese qualche minuto in silenzio e poi fece per andare, ma Gustavo lo trattenne, con uno dei suoi affabili sorrisi, riesumato in un attimo, lo prese per un braccio dicendo: – Andiamo di là?

Louis lo seguì in un salottino interamente rivestito in legno, il pavimento coperto da tappeti orientali. Il custode lo precedette verso un mobile bar che conosceva bene, dal quale estrasse una caraffa di cristallo: – Goccetto? – Disse, sollevando due bicchieri.

Parlarono di Antonia, della mancanza di un erede, della fine di una stirpe. Del patrimonio di famiglia spartito fra i tanti eredi trasversali, volti sconosciuti, sparsi nel mondo. La villa sarebbe stata amministrata da un imprenditore romano. Gustavo crollò il capo rassegnato, ma l’attimo dopo sorrideva di nuovo con i suoi bei denti sotto i baffi sottili: – La vita…, ripeté.

Perché l’aveva chiamato? Perché proprio lui? Louis non aveva curato il testamento dell’anziana signora, non ne sapeva nulla. Le sue ultime mansioni risalivano ad una consulenza per la cessione di un ramo dell’azienda di famiglia, poi più nulla per anni. Incontrava Antonia in qualche occasione mondana, o a teatro, nel periodo che passava in città. Louis non era mai stato intimo, ma soprattutto era un uomo riservato ed era sempre rimasto al suo posto. Forse era proprio questo che Gustavo si era rivolto a lui.

Il rumore di un’anta che sbatte lo sottrasse ai propri pensieri. Allarmato, circumnavigò in fretta la villa raggiungendo il fronte lago. In una delle sale la luce era accesa, la finestra spalancata. Scavalcò una ringhiera e si trovò ai piedi della scalinata, in cima alla quale dovette arrampicarsi su un balconcino. Entrato infine nella stanza, non vide nessuno. Tutto era in ordine e ben illuminato, nessun segno d’effrazione, né di vita. Di Gustavo nessuna traccia.

Tornò sul balcone. Il lago era un immobile schermo liquido tenebroso. Dall’alto la scalinata, che si diramava in più rampe come il getto scomposto di una cascata, era ancora più bella. Dove la pietra serena, più chiara, s’immergeva nel cupo del lago, Louis scorse una macchia nera. Sentì di averlo sempre saputo, da quando aveva trovato il cancello aperto, da prima ancora, da quella telefonata.

Gustavo galleggiava a mezzo metro dalla scalinata, con una mano sembrava stringere uno dei pali per l’ormeggio, forse per impedire di essere trascinato via, come se avesse voluto rimanere lì, davanti alla villa.

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[P.B., 30/12/2020]

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Corre l’obbligo di dichiarare che quanto qui narrato, pur ispirandosi a fatti “realmente accaduti”, è esclusivamente frutto dell’immaginazione dell’autore.

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Immagine di copertina tratta dal web

Notte di Natale

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A Natale ci si scambia i regali, giusto? O li si riceve e basta, come in questo caso: Beth e Robert di nuovo insieme in un breve, divertente racconto sull’irrefrenabile bisogno di scrivere e… di combinare guai.

A voi!

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Beth amava i vecchi film in bianco e nero ed era una affezionata del Cinema Excelsior 7. Il vecchio cinema sopravviveva grazie alle donazioni dei suoi fedeli spettatori, che a Natale organizzavano da anni una colletta tra gli abitanti del quartiere. La cifra raccolta in genere permetteva al gestore, Philippe Hackworthy, di pagare l’affitto e le pulizie della sala una volta alla settimana.

Nei giorni prima di Natale il signor Hackworthy sfoderava le sue migliori pellicole: Quarto Potere, Casablanca, Vacanze Romane… La sera del 24 su Boston era scesa una fitta nebbia, un fenomeno piuttosto raro in dicembre. Beth era uscita ugualmente, nonostante l’umidità fastidiosa che rendeva il freddo ancora più pungente. Mai e poi mai avrebbe rinunciato al suo film di Natale. Quel romanticone di Hackworthy aveva scongelato Sabrina e Humphrey Bogart era molto di più di una irrinunciabile tentazione. Era stato il suo primo grande amore. Si era messa in ghingheri, sotto il lungo piumino aveva indossato un abito di velluto di seta verde, un regalo del suo secondo marito, probabilmente il migliore in fatto di buon gusto ed era uscita, sfidando il gelo e le strade ghiacciate.

– Buonasera Philippe, c’è qualcuno stasera oppure la sala è tutta per me?

– Elizabeth! Lei è una certezza in questi tempi bui. Temevo di non vederla stasera e invece eccola puntuale. Sono arrivati poco fa il signore e la signora Carver, li ha accompagnati il figlio in auto, ormai Raymond non guida più. E poi c’è un uomo, ha l’aria del turista disperso fuori stagione. Secondo me è entrato solo per scaldarsi. Ma dico io come si fa ad andare in giro giacca e camicia con questo freddo? …

– Philippe Philippe, magari ha solo il fisico e tu sei solo invidioso!

Beth pagò il biglietto e percorse a passi veloci il breve corridoio fino all’ingresso della sala, spostò la pesante tenda rossa e si fermò un istante a contemplare quel luogo dove il tempo pareva davvero essersi fermato a cinquant’anni fa. L’ Excelsior 7 era il cinema dove andava con i suoi genitori, ci aveva visto ET, la Carica dei 100 e uno, per ricordarne giusto un paio. Agli inizi del terzo millennio pareva destinato al fallimento a causa dell’avvento delle multisala, ma Hackworthy aveva scommesso sulla passione dei suoi clienti e aveva deciso che avrebbe proiettato solo vecchie pellicole. Non si sarebbe di certo arricchito ma non avrebbe mai rinunciato alla sua grande passione. Aveva il suo giro e tutto sommato doveva tener duro ancora un lustro, poi avrebbe potuto chiudere e godersi la pensione.

La platea era composta da una dozzina di file di poltroncine rosse in velluto, ormai consumato. Quelle delle ultime due file erano invece color ocra. Hackworthy aveva dovuto sostituirle perché, come si può ben immaginare, non sono i posti migliori per godersi un film, ma sono sicuramente quelli che possono fare apprezzare tutt’altri piaceri.

Beth sprofondo’ letteralmente nel posto 4 F, sesta fila. I Carver si erano accomodati in terza fila alla sinistra dello schermo. Le luci erano già state abbassate quando Beth era entrata nella sala, segno che il film sarebbe iniziato a breve e non era riuscita a scorgere il “turista fuori stagione”, che probabilmente si era seduto più lontano. Philippe, che era anche il proiezionista, non accese le luci tra il primo e il secondo tempo e Beth apprezzò quella piccola attenzione ch’egli riservava agli spettatori che conosceva meglio. D’altro canto non c’erano bar dove acquistare pop corn …

Poco prima della mezzanotte i titoli di coda scorrevano sullo schermo, i Carver si erano affrettati verso l’uscita, lei invece rimase seduta finché si accesero le luci. Si alzò un po’ indolenzita e diede un’occhiata intorno. Il turista sedeva in ultima fila, su una di quelle poltroncine ocra e dormiva alla grande. Beth lo osservò meglio, non poteva crederci. Non poteva essere Robert! Che ci faceva a Boston? E in quel cinema poi, nel suo cinema! Si avvicinò per svegliarlo. Non poteva certo lasciarlo lì.

– Robert? Robert, svegliati, sono Beth …

Lo scosse con delicatezza ma lui non ne volle sapere di aprire gli occhi. Gli diede un paio di buffetti sulle guance. Robert spalancò gli occhi, pareva sorpreso: – Beth, oh Beth, mia dolcissima Beth… Dio che mal di testa Beth non è che hai un’aspirina? -. La voce era impastata, aveva sicuramente bevuto.

– Robert che ci fai qui la notte di Natale? Non dovevi essere a New York, con…come si chiama? Melanie? … Robert! Perché sei a Boston?… Robert che hai combinato?

– Beth, ti prego, sapevo di trovarti qui, Beth, ho fatto un casino…ho fatto un casino con Mel …

– Robert, Melanie è la tua editor e sarà tua moglie tra meno di due mesi, 14 febbraio 2021, c’è bisogno che te ricordi?

La voce di Philippe Hackworthy giunse all’improvviso: – Elisabeth, sto per spegnere tutto… Buon Natale!

– Buon Natale un corno! – Gridò Robert. Beth lo zittì mettendogli una mano sulla bocca, lo prese per un braccio e lo trascinò fuori dal cinema.

Faceva un gran freddo, ma per fortuna la nebbia se ne era andata e nel cielo brillava alta una luna quasi piena. Camminarono in silenzio per qualche minuto, Robert tremava e Beth gli diede la sua sciarpa.

– Beth grazie. Non so cosa farei senza di te -. Quand’era ubriaco, Robert diventava particolarmente patetico. – Beth, io e Mel, beh, la faccio breve, non ci sposiamo più… Ma quel che è peggio è che lei…, lei quando mi ha trovato a letto con la sua assistente, sì insomma la stagista, Kelly…

– La stagista! Robert, la stagista…, non ci posso credere! E quanti anni ha…

– Venti, ventuno…, ma che differenza fa ormai!… Beth, non so come dirtelo, Mel ha distrutto il mio libro, cioè, ha distrutto il portatile dove c’era il mio libro, l’ha lanciato a terra e poi ha preso la mazza da baseball, quella degli Yankees autografata da Di Maggio che mi hai regalato tu, e l’ha preso a mazzate, lo ha polverizzato…

– E non hai una copia, un backup, una stampa… Robert siamo nel Ventunesimo secolo!

– No, Beth, lo sai come sono fatto, non faccio copie, sono scaramantico… Non è che tu, per caso, ti sei tenuta quella copia che ti ho dato un paio di mesi fa da leggere, quella bozza che ti avevo fatto giurare di distruggere… Non è che l’hai conservata?

Beth fissò Robert per un lungo istante, poi scosse la testa: – Non cambierai mai, Robert, e io non troverò mai un uomo a cui dover semplicemente sistemare il cappello…

– Il cappello? Che c’entra il cappello con il mio libro adesso?

– Andiamo Robert, andiamo a cercare quella copia, sarà sepolta nello studio, e questa sarà una lunga, lunghissima notte di Natale…

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[S.G., 26/12/2020]

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Immagine di copertina tratta dal web

A Gorizia

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Dopo l’offensiva e la conquista dell’altopiano della Bainsizza, Virgilio viene destinato a Gorizia, dove dovrà fronteggiare un nuovo insidiosissimo nemico.

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Il tifo

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La nostra nuova destinazione fu Gorizia. In un primo tempo rimasi in città, per dare modo ai soldati del genio di piazzare le bombarde e scavare le gallerie per le munizioni e per il nostro rifugio. La città era deserta di civili ed anche i militari erano poco numerosi. Sulla città il nemico non sparava, era un posto sicuro. Solamente una volta fui in pericolo.

Dormivo in un grande vecchio caseggiato nel cui cortile, una notte, il fuoco acceso per scaldare il caffè da portare ai soldati in trincea attirò l’attenzione del nemico. Quello di accendere il fuoco per il caffè era un rito che si ripeteva ogni notte, ma il nemico non aveva mai reagito. Arrivarono alcune granate, una di esse colpì il camerone dove dormivo, dal soffitto si staccò un grosso calcinaccio che cadde sul bordo della mia branda, proprio all’altezza della testa: mi sfiorò, ma rimasi incolume. Continuai a dormire e non arrivarono altri colpi.

Dopo una quindicina di giorni, le nostre postazioni furono pronte e le occupammo. Eravamo immersi in un bosco di alte robinie che ci impedivano la visibilità perché il terreno era piatto e, al di là dei sacchetti di sabbia tutto intorno alle bombarde, non si vedeva nulla.

Mi dissero che eravamo vicino al cimitero della città e che con le bombarde avremmo sparato sul monte San Gabriele. Gli Austriaci ne avevano fatto una fortezza che, con il vicino Monte San Michele, sbarrava la strada a qualsiasi nostro tentativo di avanzata. Lo strano era che, ad ogni nostro bombardamento, il nemico non rispondeva mai. Probabilmente, in mezzo a tutto quel verde, non era riuscito ad individuarci. Anche se si sparava, era un fronte tranquillo.

Disgraziatamente, a turbare la nostra tranquillità ci pensava il nuovo capitano comandante la batteria, un individuo che aveva un’arte particolare per farsi odiare dagli inferiori, e infatti i soldati ed i subalterni di qualunque grado lo odiavano a morte. Era un maniaco del regolamento militare, sempre accigliato, scostante, borioso. Pretendeva, per esempio, che i soldati addetti alle bombarde occupassero per tutta la giornata le rispettive postazioni d’azione, secondo quanto ci insegnava nelle esercitazioni. Nelle piazzole delle bombarde pretendeva la pulizia che si può trovare in un salotto e bastava qualche foglio secco in terra per mandarlo in bestia.

Come dicevo, era riuscito a farsi odiare e a ripensarci ancora oggi non capisco come un ufficiale non comprendesse che l’aspetto più importante della propria missione fosse quella di accattivarsi la stima e la simpatia dei suoi subordinati e non di suscitare in loro senso di rifiuto o peggio.

Non ricordo con esattezza quando cominciai a non star bene, forse verso la fine del mese di settembre. Perdevo forza di giorno in giorno, ma non ricorsi al dottore se non quando mi accorsi di non potermi più reggere sulle gambe. Ero già gravemente ammalato di tifo.

Il medico dispose per il mio trasporto immediato all’ospedale, accompagnato da un infermiere. Un’ambulanza mi portò alla stazione di Cormons e qui salii sul treno per Udine. Ero ormai ridotto in uno stato tale che non avevo più la forza di stare seduto e dovetti coricarmi sul pavimento, sotto i sedili del treno. Dalla stazione di Udine un’autoambulanza mi portò all’ospedale militare.

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Ero in uno stato di piena incoscienza ed il mio primo ricordo dell’ospedale, forse di qualche giorno dopo, è quello di una grande camerata piena di letti bianchi. Man mano che prendevo coscienza, osservavo che ogni mattina uno o più di questi letti erano completamente coperti da un lenzuolo bianco: mi resi infine conto che non ospitavano più malati, ma morti. Era la stanza dei gravissimi, l’anticamera della morte.

Una mattina, ero tornato cosciente, con mio grande sollievo fui trasferito in un’altra camerata, quella dei malati che avevano superato il punto critico della malattia. Nel letto vicino avevo un soldato toscano, più avanti di me nella guarigione, che era assistito dalla moglie. La ripresa da quel momento fu rapida e presto entrai in convalescenza. Alla visita medica per esser dimesso dall’ospedale mi concessero una licenza di quaranta giorni. Ritornai quindi a Godiasco, dal nonno.

Fu proprio mentre ero in licenza di convalescenza che vennero i giorni di Caporetto: dall’Isonzo e dalle Alpi il nemico sfondò le nostre linee e avanzò rapidamente. La disfatta per l’arma dei bombardieri fu totale: le bombarde, infatti, per essere smontate richiedono molto lavoro e, per spostarle, servono mezzi adeguati. Per queste ragioni furono tutte abbandonate, probabilmente distrutte. I bombardieri vennero quindi muniti di fucile e trasformati in due reggimenti di fucilieri.

Quando i quaranta giorni di licenza furono trascorsi, il nuovo fronte di combattimento era già stabilito sul Piave.

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(Continua)

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[dal memoire di mio nonno, Virgilio Giorgi]

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Immagini di copertina tratte dal web: Ospedale da campo 230 di Langoris, Ospedale militare, La ritirata a seguito della disfatta di Caporetto

Bisognosi

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Non adesso, forse,

ma prima o poi arriverà una storia

in cui capiremo che ognuna delle nostre ossa

è impastata con il sudore di tutti,

viene dal pallido freddo

in cui un miracolo ha bucato il nulla

ed è cominciato il mistero in corso,

la vita di ognuno ora così tremante

e bisognosa di soccorso.

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[riflessione di Flavio Arminio, liberamente messa in poesia]

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Immagine tratta dal web