SANGUE RAPPRESO – VI

VI

(Sangue)

A Quarto il treno rallentò progressivamente e si fermò del tutto.
Nel tragitto Ester e le bambine avevano avuto modo di svagarsi, complice la vista da un finestrino in corsa di uno splendido paesaggio primaverile. Il mare, la Maremma. Pisa. Infine l’Appennino e l’alternarsi di buio e luce nelle gallerie. Le montagne liguri che si gettano a mare e grappoli di case che resistono, abbarbicate al loro dorso.
Nonostante tutto, quello che non era altro che un triste trasferimento assumeva a tratti il sapore del viaggio.
Per qualche ora Lina riuscì a dimenticare le spoglie della sua povera mamma, stivate in una cassa in coda al treno. Incuriosita, interpellava di continuo la balia, e non contenta si rivolgeva alle persone dello scompartimento. A suo modo anche Ester riuscì a estraniarsi dalle sensazioni, ancora vivide e opprimenti, del lutto e dell’agonia di Laura. Si volle convincere che, da dove si trovava ora, lo spirito della povera donna non le avrebbe abbandonate, ma anzi le avrebbe accompagnate e protette nel viaggio.

Giunti alle porte di Genova, però, il rallentamento improvviso del treno, seguito da una lunga sosta sui binari a pochi metri dal mare; infine la notizia che il convoglio avrebbe concluso il tragitto nella stazione di Genova Brignole anziché in Porta Principe. Ignari, i passeggeri si interrogavano sulle possibili ragioni di quel cambiamento, reso noto solo all’ultimo.
Nel frattempo il treno riprese a muoversi e percorse la tratta restante a marcia ridotta. Solo quando stavano entrando in stazione, con cautela, il personale del treno informò i passeggeri di quanto stava accadendo in città.
“Disordini, sì”, confermarono alle domande attonite e concitate dei viaggiatori. “Sono cominciati in piazza Annunziata, quando un corteo di scioperanti si è mosso in direzione del Municipio. Ma pare che si stiano propagando anche in altre zone della città.” Usarono il condizionale, erano informazioni frammentarie e incerte, telegrafate poco prima. “A Quarto ci è stato ordinato di non far proseguire oltre il convoglio. Stanno occupando i binari. Porta Principe non è sicura.”
I viaggiatori si scambiarono le stesse notizie nella speranza di cavarne qualcosa di certo. Alcuni ebbero paura. Non erano giorni sereni quelli, era noto a tutti.
Ester non capì un gran ché di quel che si diceva stesse accadendo in città. A volte nemmeno il significato delle parole che udiva, rese oscure dall’accento o dal dialetto. Intese però che il loro viaggio era compromesso: a quell’ora lei e le bambine avrebbero dovuto trovarsi in Stazione Principe su un treno in partenza per Milano. Come avrebbero potuto attraversare la città in quelle condizioni? E per di più con una bara!
Lina lesse l’inquietudine nel suo sguardo, preoccupata volle capire cosa stesse accadendo. “Siamo quasi arrivate. Prepariamoci a scendere”, minimizzò Ester. “Dai, da brava, prendi la borsa con le cose di Luciana…”

Attraversarono la stazione immerse in un vociare animato. Dei facchini si occupavano del bagaglio, Ester stringeva forte la mano di Lina chiedendole di affrettare il passo. Dovevano trovare una carrozza al più presto e non sarebbe stato facile.
Fuori dalla stazione la gente occupò in fretta le ultime carrozze rimaste e nessuno sembrava curarsi di Ester e le bambine, né della loro richiesta d’aiuto. Tutti sembravano rispondere a un unico comando in virtù del quale non davano più ascolto a nessuno. Per la prima volta Ester ebbe paura.
In quel trambusto, fu uno dei facchini che le aveva scortate fin lì a trovar loro un mezzo di trasporto. Caricata la bara, Ester lo ringraziò di cuore e gli sorrise franca, guardandolo dritto negli occhi, senza falsi pudori. Lui senza volerlo abbassò lo sguardo. In quel giovane viso incorniciato da robusti riccioli neri gli parve di riconoscere qualcosa di atavico, forte, sano. Ammirò il coraggio e la determinazione di quella ragazza, avrebbe voluto poter fare qualcosa di più per lei.

“Andiamo a Porta Principe”, disse Ester al cocchiere che la fissava dall’alto della cassetta.
“Voi siete matta!”, ribatté quello senza mezzi termini. “Non se ne parla, non c’è modo di attraversare la città oggi.”
“Dobbiamo. Vi pagherò il disturbo…”
“Non si può, è vietato. Ci sono i soldati, la polizia a cavallo.”
L’uomo sputò per terra e si voltò. “Porta Principe…”, sogghignò.
Ester insistette, ma il vetturino non sentiva ragioni, né pareva commuoversi di fronte alle condizioni delle viaggiatrici.
Lina lo osservava in silenzio, certa di non essere notata. La sua condizione di bambina talvolta l’avvantaggiava: gli adulti pensavano che non fosse in grado di capire e non le facevano caso. E lei, che conosceva bene il ruolo della bambina educata, sapeva esattamente quando non disturbare. In realtà agivano in lei quella sicurezza e calma interiori che i bambini traggono da una forma innata e incorrotta di saggezza. Quella che solitamente gli adulti definiscono incoscienza.
Fatto è che, dal quel suo privilegiato punto d’osservazione, Lina non coglieva forse appieno il senso della discussione in corso fra la sua nutrice e il signore seduto sul carro, ma di certo non si perdeva il minimo dettaglio del fare e dell’aspetto di quello. Il suo viso era una maschera scrostata e posticcia. Tutta la sua figura, nell’insieme, appariva trasandata, consunta e vecchia. Ma ciò che più la incuriosiva erano le rughe, brutalmente incise sulla sua pelle riarsa e spessa. Sul collo, poi, divenivano ancor più larghe, profonde e contorte, un vero e proprio reticolo in parte coperto dal fazzoletto che teneva annodato sulla camicia aperta.

Ester, nel frattempo, dovette cambiare atteggiamento e abbandonare per un momento la determinazione con la quale era solita affrontare le difficoltà. Fin da bambina era stata abituata a badare a se stessa, a non fidarsi di nessuno. Non la si convinceva facilmente e quella sua manifesta sicurezza, in barba all’età e all’aspetto che la faceva ancora più simile a una ragazzina, veniva a volte scambiata per arroganza.
“Vi prego, siate gentile, non possiamo perdere quel treno. Non abbiamo molto tempo. Vedete, la bara…”
L’insensibile vetturino parve non gradire che gli venisse rammentato l’entità del carico che trasportava e fece uno scaramantico gesto d’insofferenza.
“Non posso farci niente”, disse seccamente.
Diede un’occhiata alla bara blaterando qualcosa in dialetto. Sputò di nuovo.
Ester capì di non poter toccare le ruvide corde di quell’uomo e senza sprecare altre parole, né mancar di rispetto alla salma, che di certo non meritava d’esser trattata a quel modo, mise mano alla borsa.
Trattarono il prezzo finché giunsero a un compromesso.
Messi in tasca i soldi, il cocchiere fece segno a lei e alla bambina di salire a cassetta. Non perse tempo ad aiutarle.
“Non vi garantisco nulla”, disse. “Eviteremo la via del Municipio, le strade da quella parte sono chiuse. Passeremo per i vicoli.”

Si inoltrarono in un fitto di viottoli e slarghi, procedendo piano. A ogni crocevia il vetturino si fermava a controllare le strade in ogni direzione. La sua circospezione impose a tutti il silenzio.
Il viaggio attraverso la città assunse un che di spettrale. Oltre lo scalpiccio dei cavalli, di tanto in tanto, in lontananza, si avvertivano dei clamori, cui l’uomo faceva subito eco salmodiando nervosamente parole incomprensibili a fil di voce.
Ester avvertiva la sua preoccupazione e di riflesso stringeva più forte a sé la piccola Luciana, che fortunatamente sembrava non accorgersi di nulla.
Gli occhi neri di Lina sostennero lo sguardo apprensivo della balia. Le braccia lungo i fianchi, le mani ben strette al legno su cui era seduta, la bambina non si muoveva di un centimetro, né mostrava di aver paura.

Nel cuore della città le strade erano deserte. Attraversarono via Giulia senza incontrare nessuno. La gente si era rifugiata in casa, in ascolto, dietro persiane e portoni serrati.
Nell’avvicinarsi a un temibile crocevia udirono distintamente delle voci inneggiare in coro. Furono interrotte da un boato, forse uno sparo, ma dopo poco ripresero di nuovo. Poi ci fu un altro frastuono, più forte, seguito stavolta da urla scomposte.
Ester si sentì stringere il cuore: non sembravano umane. Voci e rumori si stavano avvicinando come un fronte solido, minaccioso, invisibile, quindi ancor più inquietante. Non aveva mai assistito a una sollevazione di piazza, ne aveva udito parlare, le aveva immaginate dai racconti degli altri. Ma improvvisamente ricordò una scena cui assistette da bambina, quando viveva ancora al paese, un frammento sepolto che pensava rimosso e che invece tornò alla sua memoria come uno squarcio.
Accorrevano tutti, uomini donne, anche i bambini. Le urla erano tremende, inumane. I loro volti deformati da smorfie irriconoscibili.
Avevano preso un uomo, uno straniero, l’avevano picchiato e trascinato in centro al villaggio. Ladro! Assassino! Ripetevano, mentre si facevano giustizia da soli. Non c’era bisogno di un tribunale: negli occhi feroci degli uomini e in quelli asciutti delle donne era già scritta la condanna. Ester li udì latrare come bestie, mentre lo colpivano e lo trascinavano per le braccia che già non si muoveva più.
Non seppe mai chi fosse e da dove venisse. Che lingua parlasse, che voce avesse. Era un uomo dalla carnagione e i lineamenti diversi dai loro. Che non reagì, non si lamentò. Non aprì bocca. Il suo sguardo non tradì paura, né pentimento. Non abbassò gli occhi di fronte al proprio destino.

Ester era solo una bambina, ma questo se lo ricordava bene.
Non era nessuno, le dissero. Aveva ucciso i cani e rubato il bestiame. Doveva pagare.
Il ricordo di quella torma di uomini e donne imbestialiti la turbò profondamente. L’idea che qualcosa di simile potesse perpetrarsi sotto gli occhi delle bambine le fece orrore. Sperò, pregò che tutto finisse al più presto.

Si affacciarono su via Carlo Felice. Il tempo di attraversarla e si sarebbero immersi in un reticolo di vicoli stretti, al sicuro da movimenti di folla. Ma furono il ringhio e la bestemmia del vetturino a farle capire che qualcosa d’inevitabile sarebbe accaduto comunque. Si voltò. Da destra un folto d’uomini correva verso di loro. Alle loro spalle, soldati a piedi e a cavallo.
“Una carica!…”, ruggì il cocchiere incitando i cavalli.
Imboccarono il vicolo di fronte a loro. Senza fermarsi, scartarono un paio di volte e si infilarono in una parallela di via della Maddalena. A metà altezza, l’uomo tirò le redini e muggì forte un oh-oh alle bestie, placando la loro corsa. Si fermarono.
L’uomo si voltò a controllare il carico, poi fissò Ester maledicendo il momento in cui aveva deciso di darle retta. Biascicò qualche parola, riflettendo sul da farsi.
Si trovavano a un centinaio di metri dal porto e dal mare. Si poteva sentire un’aria densa e salmastra risalire verso il cuore della città. Il suo respiro umido, il suo alito malato.
Di nuovo, da un vicolo sbucò improvvisamente un manipolo di uomini che correva verso di loro in direzione del porto. Alcuni avevano dei bastoni. Lina notò uno di loro, giovane, che, correndo a perdi fiato, portò una mano sul capo nel vano tentativo di trattenere un piccolo cappello di stoffa nero. Lo seguì con lo sguardo mentre superava il carro, scansando il muso dei cavalli.
Fu un attimo, un’irrimediabile quantità di tempo. Il cappello si staccò dalla sua testa e cadde a terra. Quando toccò il suolo il giovane era già diversi metri più avanti. Senza nemmeno fermarsi girò su se stesso, scivolò e quasi cadde a terra. Ma tornò indietro e raccolse ciò che aveva perduto. Alzò gli occhi, o forse si guardò semplicemente le spalle, ma allora Lina credette di incrociare il suo sguardo e di leggervi un fugace sorriso. In quel momento s’udì lo scalpitio dei cavalli che dal nulla irrompevano sulla strada e gli furono subito addosso. Nemmeno il tempo di capire, di urlare Attento!, che un tremendo colpo di sciabola calava dall’alto colpendolo il giovane alla testa.
Ester emise un grido disperato, Lina le si gettò in grembo affondandovi il volto.
Il cocchiere assistette alla scena impietrito. Il cavallo impennato, trattenuto a stento, il colpo sordo della lama. Il sangue che sgorga rapido dalla fronte e cola sulla guancia, sul mento, sulla camicia.
I soldati non si curarono di lui e del carro, intenti com’erano nel continuare la loro caccia. Ripresero tutti la corsa, senza voltarsi, né degnarono di uno sguardo il ferito che, lentamente, piegò le ginocchia e s’accasciò a terra.
“Oh, oh!! Leviamoci da qui, presto!…”, urlò il vetturino in preda al panico, agitando le redini.
“Ma quel poveretto!!” gridò Ester, fermandogli il braccio con la frusta. “Non possiamo lasciarlo qui, è ferito!!…” e senza aspettare risposta, scese dal carro a soccorrerlo. Il cocchiere bestemmiò.
“Salite, presto!! I soldati torneranno! Ne arriveranno degli altri!..”
In fondo alla strada ripresero i clamori.
“Per l’amor del cielo, signorina, non v’intromettete, non è affar nostro!” la spergiurò l’uomo. “Tornate su, o ne andremo di mezzo tutti!…”
Inutile tentar di dissuaderla, la vista del sangue per Ester fu come un ordine. Senza paura, strinse le mani del poveretto che, sconvolto, cercava di portarle al volto.
“Signorina! Tornate indietro!…”, insisté il vecchio.
A meno di cento metri, in S. Siro, aveva luogo un vero e proprio scontro. Uomini in abiti civili armati di bastoni contro le baionette dei soldati. Erano nell’occhio del ciclone.
Tamponando la ferita con un brandello della propria veste, con la forza della disperazione Ester aiutò il ferito a rialzarsi.
“Cosa fate?! E’ una follia!!…”, urlò l’uomo alla cassetta. Poi, non avendo alternativa, si decise finalmente a scendere.
Insieme issarono sul carro il ragazzo ormai privo di sensi e lo fecero stendere vicino alla bara.
“Siete pazza. Non riusciremo nemmeno a raggiungere l’ospedale…”, disse il vecchio. “Possiamo solo cercare di tornare indietro e levarci al più presto da questo inferno!…”
“Al porto…, al porto…”, gemette il ferito con un filo di voce, gli occhi chiusi e metà del volto coperta di sangue.
“Al porto! Portateci al porto!” ordinò Ester al cocchiere con il fuoco negli occhi.

Capitoli precedenti:

PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)

Dopo la tua voce

Dopo la tua voce

Annoto
l’area fredda
Fossa delle Marianne
che si apre
in linea retta
sopra l’ombelico.
Attraversata dall’effluvio di tenerezza.
Scavata.
Più giù ci sono le carni.
Sotto le coltri si dilata lo spazio.
Il pertugio
chiede ascolto
silenzio
ovatta tutto intorno.
E’ un nido!
Sporgono piccoli pigolanti.
Paradosso difficile
sopportare tanto calore.

[I.P., 17/8/2017]

SANGUE RAPPRESO – V

V

(Esodo)

La domenica di Pasqua i cavalli erano pronti all’alba.
Mirto montò sul carro e indirizzò uno sguardo d’intesa al suo vetturino, che da sotto annuì in silenzio, quindi agitò in aria il frustino e schioccò con forza. Gli animali partirono di scatto. Nell’impeto infransero il silenzio intorpidito che avvolgeva la corte, immersa nell’ombra umida del mattino. L’asse e le ruote del calesse stridettero, gli zoccoli dei cavalli rimbombarono sull’acciottolato, il carro passò sotto l’arco e prese a scivolare rumorosamente per le vie del paese al cospetto delle facciate mute delle case.
Lo aspettava un lungo viaggio e Mirto aveva fretta d’arrivare, di annullare la distanza e il tempo che lo separavano dalle proprie figlie.
Partì solo, non volle nessuno con sé, nemmeno Luigi, il vetturino e tuttofare, che si era offerto di accompagnarlo, rinunciando al giorno di riposo per il desiderio di veder ricomporsi, sebbene in parte, quella famiglia apparentemente distrutta. Non si trattava solo di uno slancio di solidarietà nei confronti del padrone, ma della volontà di onorare la memoria della povera signora Laura, che si era sempre mostrata così attenta nei confronti delle persone a servizio della casa. Sapeva essere rispettosa anche quando rimproverava qualcuno per un ordine o una commissione compiuti male. Mirto ne era consapevole e proprio per questo insistette perché lui e la governante prendessero la giornata di libertà. Quella sera voleva rimanere solo con le sue bambine. Se proprio avesse avuto bisogno di qualcosa, avrebbe chiesto alla balia. Nessuno, seppur con i migliori propositi, doveva intromettersi o turbare il momento del loro ricongiungimento, evento per il quale fino a poche ore prima aveva quasi perso le speranze.
In tutto questo, pur non ammettendo il proprio disagio, Mirto sapeva di muovere il piede sul ciglio di un dirupo. Come avrebbero reagito le bambine a quel cambiamento? Come si sarebbe comportata Lina, come l’avrebbe guardato? Che cosa gli avrebbe detto?
Sapeva di non poter controllare ciò che sarebbe accaduto nelle prossime ore. Si ripeteva che avrebbe preso in mano le redini della situazione, tuttavia si faceva strada in lui un’incertezza del tutto inusuale, il dubbio di non essere all’altezza.

Era una splendida giornata di primavera. In ogni paese le campane suonavano a festa, contagiandosi a vicenda in un aritmico passa parola che si propagava per la campagna. Una brezza ininterrotta teneva sgombro lo scudo lucido del cielo. A mezzogiorno tutto appariva ancora nitido, inciso nel vetro; sulle colline era un tripudio di alberi fioriti. Ma Mirto non si concedeva alla lusinga di quel bello, non lo vedeva, non ne godeva. Il suo sguardo era ostinatamente fisso sulla strada, come se esistesse solo quella. Nell’attraversare villaggi e coltivi incontrò solo qualche passante e qualche contadino di ritorno dai campi. Solo allora, per un breve momento, si distendeva la maschera contratta che aveva dipinta sul suo volto.
Viaggiò spedito, senza sosta. Concentrato, rannicchiato sulla cassetta del suo barroccio. Le redini ben strette, procedette senza dar tregua alle bestie.
Non si fermò per colazione, aveva con sé poche cose per un pasto di via. Schivo e riservato com’era, non amava indugiare alla tavola di un oste, né sostare in compagnia di sconosciuti in nome di un convivio forzato. Anche in società era solito sottrarsi agli obblighi dell’etichetta e a quegli eventi mondani, fortunatamente abbastanza rari, che pur sapeva di non dover evitare. In questo riconosceva le proprie radici, le consuetudini rurali del proprio ceppo, quel senso di concretezza e il gusto per la semplicità che da sempre lo facevano impermeabile a certi usi e costumi. Anche se, ammetteva, il mondo stava cambiando rapidamente e niente era già più come prima, egli rimaneva saldamente ancorato alle proprie origini. Il suo posto non era e non sarebbe mai stato nei salotti di città, ma sulla riva di un lago.

Giunto all’Adda fece una sosta e dissetò i cavalli. Tirò fuori una bisaccia che aveva preso con sé e mangiò del pane e un pezzo di formaggio all’ombra di un frassino osservando l’incedere calmo dell’acqua nell’ansa del fiume. Prese qualche sorso da un fiasco di vino. Un pranzo frugale il suo, in quel giorno di festa.
Cristo è risorto, battevano le campane che l’avevano accompagnato lungo il tragitto. Ma Mirto non sapeva gioire di quella Pasqua, lui che per riabbracciare le figlie andava incontro alla moglie morta. Pensò agli Ebrei d’Egitto la notte prima della partenza, alla carne amara mangiata in piedi, le vesti già cinte. Al macabro sigillo impresso sulle case che stavano abbandonando. Li immaginò mettersi in viaggio alle prime luci dell’alba. Un’alba di morte. Ma non per loro, che facevano la cosa giusta e in cambio ricevevano una nuova vita. Forse non erano solo superstizioni e storie da preti, si disse. Fissò i riflessi del sole sul fiume. Dove il luccichio era più intenso, l’acqua sembrava di cobalto. La vita e poi la morte; la morte, senza la quale non può esserci una nuova vita. Morire al peccato e a se stessi per ricevere la grazia e il perdono di Dio, dicevano i preti. Lasciare tutto e partire. Cambiare.
Di nuovo Mirto pensò alle sue bambine.
Chissà se Lina l’avrebbe perdonato.

Arrivò alla Stazione Centrale con buon anticipo, l’arrivo del treno da Genova era previsto entro un’ora. Si aspettava di trovare la stazione semi deserta a quell’ora del pomeriggio, ma lo scenario che si trovò di fronte era completamente diverso.
C’era un gran via vai di persone, dentro e fuori la stazione. Mirto dovette faticare per sistemare il calesse e i cavalli, la circolazione era resa più faticosa da una serie di transennamenti che deviavano la circolazione e limitavano l’accesso all’ingresso principale della stazione.
Mirto s’informò presso un passante sulla ragione di tanto trambusto. “Ma come, non sapete?” si sentì dire. “D’Annunzio, il poeta! E’ atteso oggi in città, c’è fermento da giorni. E non sarà solo, con lui ci saranno anche Prezzolini e Marinetti. E’ stato organizzato un incontro con la cittadinanza.” Visto l’espressione disorientata di Mirto, che era all’oscuro di quell’iniziativa, né s’aspettava d’assistere a un simile passaggio, il tale gli mise in mano la pagina di una gazzetta. “Tenete, leggete qui. Domani, in piazza Duomo. Ma sono previsti comizi anche a Genova e a Roma.”
Mirto lesse a fil di voce l’estratto di un intervento tenutosi qualche giorno prima: “Sarebbe vergognoso che l’unico socialismo in Europa a rifiutare le armi fosse quello italiano, quando l’andata al campo di tutti gli altri gli concede il più largo proscioglimento dagli obblighi di fratellanza… Ma io non so immaginare un Mussolini rifiutare di battersi contro l’Austria e credo che, finito l’ultimo comizio per la neutralità, i socialisti faranno il loro dovere…”
“Eccome, ha perfettamente ragione. E’ ora di prendere posizione, di fare un fronte unito”, disse l’uomo con enfasi. “Mussolini ha promesso…”, aggiunse. “E invece, guardate cosa sta succedendo… Non è ammissibile. Bisogna opporsi a un simile ricatto! Non possiamo permettere che qualche gruppo di ignoranti ci metta in scacco. Quel che sta succedendo a Genova è una vergogna!” Disse con sprezzo. “E’ il momento di essere uniti e lasciamo che…”
“Che significa?” Lo interruppe Mirto. “Spiegatevi, cosa è successo a Genova?”
“Ma allora non vi è giunta notizia!…” esclamò l’uomo. “Una sommossa!” E riferì di uno sciopero degli operai del porto che si protraeva da giorni. Era stata organizzata una manifestazione di protesta che aveva avuto luogo proprio quella mattina, il giorno di Pasqua. “Di questi tempi le piazze si riempiono facilmente, non trovate? Ma ciò che manca è un sano senso della patria, l’impegno per un bene comune…”
“Insomma, ditemi”, Mirto mise le mani sulle spalle dell’uomo. “Che cosa è successo?”
“La città è paralizzata. Già dalle prime ore di stamattina”, disse quello piccato, aggiustandosi la giacca. “Pare sia intervenuta la milizia. I manifestanti si sono sparpagliati per le strade. Ci sono stati degli scontri…” Mirto non aspettò che finisse e si diresse a uno sportello, dove ottenne la conferma di ciò che temeva: nessun treno aveva lasciato Genova da ore e quelli in arrivo erano stati bloccati alle porte della città. “Ma è proprio sicuro?”, proruppe. “Può verificare? Su quel treno viaggiano le mie bambine!”
“Dalle nove di stamane nessun treno è più partito o arrivato a Genova”, ripeté laconicamente l’impiegato. Poi qualcosa alle spalle di Mirto attirò la sua attenzione e si alzò per vedere meglio. Mirto si voltò. Una gran quantità di persone si stava accalcando su di una banchina.

C’era un brusio diffuso e concitato. S’udirono degli slogan. Mirto s’avvicinò. “Eccolo, arriva, da Bologna…”, sentì dire. Il vociare sempre più insistente si chetò improvvisamente quando il treno si fermò sbuffando rumorosamente. Nel silenzio generale s’udirono aprirsi le porte delle prime carrozze. “Viva il Vate!”, gridò qualcuno. In quell’istante vennero gettati in aria dei pezzi di carta, coriandoli o forse dei volantini. A distanza, incredulo, Mirto riconobbe la figura di D’Annunzio esitare sul predellino della prima carrozza, gustandosi il bagno di folla. Sorrise amabilmente mentre salutava la folla. Ma nel suo sguardo c’era qualcosa di ironico, di beffardo. Portò due dita alla tesa del cappello e le staccò simulando un saluto scanzonato.
Ecco il Vate, il poeta, l’intellettuale, colui che è in grado di influenzare l’opinione e il sentimento collettivo, colui che indica la via, eccita le menti, incendia i cuori. Ma prima di tutto, ecco l’uomo, quello che fa discutere, che insidia i cuori delle donne. E tutto questo sarebbe racchiuso in… quell’ometto?
Potendolo vedere dal vivo e constatarne la modesta statura, le movenze così poco autoritarie, Mirto provò una sorta di delusione.

L’approdo del poeta nella capitale lombarda fu siglato da una breve arringa alla folla radunatasi sulla banchina. Mirto non poté udirne le parole, ma colse la luce sagace che brillava nel suo sguardo. Occhi scuri e inquieti, indomiti. La forza di quell’uomo, pensò, trapelava dallo sguardo. Poco dopo, però, D’Annunzio scomparve alla sua vista, sommerso dal folto della folla che lo accompagnò verso l’uscita sul Piazzale della Stazione, dove lo attendeva l’elegante automobile di qualche facoltoso ospite milanese.
Riavutosi da quella visione, Mirto s’accorse che lo sportello alle sue spalle era stato chiuso e l’impiegato s’era defilato. Contrariato e indeciso sul da farsi, scese svogliatamente la scalinata dove era appena passato l’illustre personaggio. Fece a tempo a raggiungere lo strascico che lo seguiva elettrizzato, quasi non vedesse l’ora di gettarsi nell’era di emancipazione e eroismo di cui il poeta si definiva il portavoce.
Intravide la vettura con a bordo D’Annunzio allontanarsi rumorosamente, mentre parole e slogan rimpallavano fra i presenti, rinviando al comizio previsto per il giorno successivo. Infine il fuoco divampato in un attimo, si estinse altrettanto rapidamente e la folla si disperse come la scia di polvere e eccitazione sollevata dall’automobile. Quell’uomo ha il potere di creare e distruggere in un attimo, realizzò Mirto, Eros e Thanatos.

Esitò per qualche istante, dimentico del proprio destino e di ciò che l’aveva condotto in quel luogo nel giorno di Pasqua. Tornata la calma e il silenzio, si ricordò del baroccio e dei cavalli che lo attendevano in un ricovero temporaneo. Tornò all’interno della stazione con l’intenzione di farsi dare delle risposte precise e decidere il da farsi. Fu allora che vide per la prima volta quell’uomo. Non l’avrebbe notato, sulle scale, se quello non l’avesse urtato inavvertitamente con la sua sporta. Fu solo un colpo leggero, il fagotto doveva contenere qualcosa di molle, forse degli indumenti. Mirto si voltò d’istinto per scusarsi col passante prima ancora che lo facesse lui, anche se aveva l’impressione ch’egli avesse sbandato o cambiato direzione apposta per andargli contro, nonostante sulla gradinata ci fosse abbondantemente spazio per entrambi. L’uomo si voltò appena senza guardarlo, gli rivolse solo un’occhiata di sbieco, quasi fosse un fantoccio o un tronco d’albero, un qualsiasi ostacolo inanimato sul suo cammino. Mirto non poté fare a meno di notare l’arroganza e la maleducazione dell’individuo, lo sfacciato distacco col quale aveva ostentato il suo indifferente disprezzo. Era un poveraccio. Prima che sparisse al suo sguardo, Mirto ne osservò gli abiti sporchi e sdruciti, le calzature logore, dalle quali spuntavano le caviglie nude. Portava un cappello di fustagno largo e floscio, piegato di lato. La borsa di stoffa che portava sotto il braccio doveva contenere pochi cenci messi insieme, forse tutto quello che aveva.

Giunto all’ufficio informazioni, attese pazientemente finché non gli venne data risposta. Con rammarico e preoccupazione dovette apprendere che a Genova manifestazioni e disordini si erano estesi ulteriormente, in alcuni punti erano stati occupati i binari e quel giorno dalla città ligure non sarebbe più partito alcun treno. Mirto se ne dovette fare una ragione e quando erano ormai le sei di sera, decise di cercarsi una stanza d’albergo nei pressi della stazione. Chiese a un garzone di occuparsi del carro e delle sue bestie finché non avesse fatto ritorno, ma quando cercò una moneta per il disturbo, si accorse di non avere con sé il portafogli.
“Com’è possibile?!” Cercò invano nelle tasche della giacca, in quella della mantella e infine nella bisaccia che teneva sul carro. Nulla. Costernato guardò il ragazzo in cerca di risposta, come se dovesse essere scritta sul suo volto. Il garzone, dal suo canto, non poté trattenere un sorriso, poiché aveva davanti a sé un uomo perso. Mirto imprecò. “L’avevo con me, ne sono certo…”, ripeté più volte ad alta voce. “Anche questo! Non è possibile!”
S’arrese infine all’evidenza. Allora si ricordò dell’uomo che aveva incontrato sulle scale e subito gli fu tutto chiaro. “Sono stato derubato!” Esclamò. In balia degli eventi, fu colto da un irritante senso d’impotenza.
“Dov’è la stazione di polizia più vicina?” Chiese al ragazzo dopo un momento.

La caserma più vicina si trovava a poche centinaia di metri da lì, ma, aggiunse il ragazzo con quel suo sorrisetto ironico, Mirto non avrebbe faticato a trovare qualche poliziotto sulla via. In quei giorni erano stati sguinzagliati in tutta la città, ve n’erano anche di quelli in borghese, li si poteva trovare ovunque, mescolati alla gente comune.
Mirto fece per incamminarsi verso il commissariato di zona, quando, alle sue spalle, udì dire a una voce: “Signore, permettete? Credo abbiate bisogno d’aiuto…”

Capitoli precedenti:

PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)

Scrittura ironica (e antieconomica) – Consigli di lettura

Amate ferie. Tempo di lettura: amore, tesoro, libertà ritrovata. Maltrattata, trascurata, allontanata, gioco-forza per troppi mesi. Ma finalmente eccoci qui. A noi due. Steso sul piano basso di un anacronistico lettino a castello di casa di montagna, accompagnato da adorabili (e pure violenti) temporali estivi che mi precludono la gita e mi riducono a claustrale esistenza in compagnia di un pesciolino rosso, pupazzi e ninnoli da pesca di beneficenza, coppe e medaglie dei tempi andati, e gigantografie di epiche, immemorabili nevicate. Fra le mani, a tratti alterni, un libro, una matita, un quadernetto e la tastiera di questo pc. In attesa di una fonte di ispirazione che mi permetta di imbrattare la pagina, mettendo fatalmente piede in quel limbo autistico, sfera ovattata-sottovuoto che molti di voi conosceranno bene (come si suol dire: “mal comune…”), mi posso finalmente immergere con tutto me stesso in qualcosa di veramente bello e farmi placidamente trasportare altrove. Ovunque. Ovunque, sì, è proprio il caso di dirlo.
Dall’alto della mia ignoranza, o scarsa pratica e conoscenza – suona decisamente meglio, voglio anch’io consigliare, per puro spirito di condivisione, una lettura che trovo davvero interessante e divertente. Non ne faccio trattato o recensione. A) perché non l’ho ancora terminata, B) perché non ne sarei capace. Dico solo che, come per pochi altri libri che mi è capitato di leggere (ma sono io il collo di bottiglia), ha una marcia in più. Anzi, più d’una.
E’ un libro ironico. Dote essenziale, per me, per riuscire gradevole, d’appeal, far contemporaneamente sorridere e riflettere, e tenere a galla il lettore meno attrezzato anche quando le acque possono essere per lui poco invitanti, o torbide, o burrascose.
E’ un libro di fantasia e immaginifico (dote che invidio mortalmente a molti Autori). Basti pensare alla citazione scelta in esergo: “Todo futuro es fabuloso” [Alejo Carpentier].
E’ un meta-libro, in cui il narrato è a tratti tale e dominante, a tratti (i più, direi) puro pretesto per dare libero, pindarico, esilarante sfogo alle profondissime capacità dell’Autore. La lettura acquista quindi svariate altre dimensioni e sfaccettature. Personalmente adoro i momenti in cui uno Scrittore riesce, con pari eleganza e acume, a inserire innesti, riflessioni, speculazioni solo apparentemente occasionali. Quando gioca con i suoi personaggi. Quando i dialoghi diventano al contempo surreali e colmi di significato. Quando egli stesso appare tra le righe e prende serenamente e autorevolmente la parola, intrattenendo il lettore in giustificazioni, spiegazioni, anche tecniche ed erudite, senza risultare mai di troppo o fuori luogo.
E’ arte. E non è da tutti. Affatto. Un’imitazione, per quanto studiata e motivata da preziosismi stilistici (e forse proprio per questo) risulterebbe irrimediabilmente stonata e ridicola al terzo rigo (anche prima). Credo che nella naturalezza, nella leggerezza con cui un Autore riesce a portare il proprio, complesso e articolato, bagaglio culturale sulla pagina, risieda la sua indiscutibile grandezza e bravura.
Ci vuole capacità, stile. Ma prima di tutto ci vuole il bagaglio.
Scimmiottare il primo è ridicolo. Non avere il secondo, irrimediabile.
Mi rendo conto di aver scritto tutto quanto sopra (parole a sbalzo, le mie, spero non del tutto vane) senza dare un minimo d’indirizzamento.
Eccolo: “La zattera di pietra“, di José Saramago, 1986.
Lo sto leggendo nella traduzione di Rita Desti, 3° ed. Feltrinelli 2017.
Non vi dico nulla – e nulla in fondo ho detto. Né trama, né idea, né personaggi, né struttura, stile, punteggiatura ecc., ecc., ecc.. Lascio solo un minimo, infinitesimo assaggio di quello potrete trovare in questo libro, peraltro (per me) incontenibile e indefinibile (sensazione provata leggendo ad esempio Queneau, Calvino, Marquez…).

“La Due Cavalli attraversa lentamente il ponte alla velocità minima consentita per dare allo spagnolo il tempo di ammirare la bellezza dei paesaggi di terra e di mare, oltre che la grandiosa opera di ingegneria che collega le due rive del fiume, la costruzione, stiamo parlando della frase, è perifrastica, l’abbiamo usata solo per non ripetere la parola ponte, che sarebbe risultato un solecismo, del tipo pleonastico o ridondante. Nelle varie arti, e in quella dello scrivere per eccellenza, la via migliore fra due punti, anche se vicini, non è stata e non sarà, e non è la linea che si chiama retta, mai e poi mai, un modo, questo, energico ed enfatico di rispondere ai dubbi, mettendoli a tacere.”

Buone ferie, buone letture a tutti.
P.

Anatomia dell’amore V – Voce

La sua voce, è bellissima. Dote naturale, educata, addestrata per anni. Oggi, retaggio un po’ ingombrante, talvolta imbarazzante. Un talento non messo a frutto, come spesso accade, ma non solo. Motivo di contesa e discordia fra lei e la madre, alla ribellione succedette lo strappo, il silenzio. Sicché oggi è raro sentirla cantare. Ma quando succede – e per mia fortuna accade sempre più spesso, la sua voce mi avvolge e mi trattiene prima ch’io possa fare o pensare alcunché. E’ qualcosa di sorprendente; metamorfosi ai miei occhi, magia per i miei orecchi. In quei momenti è come se la sua persona mutasse, se assumesse proporzioni diverse.
Ha un corpicino minuto. Quando canta, l’attimo prima, pare quasi ridursi ulteriormente. Poi, solleva gli avambracci e stringe indici e pollici come ad afferrare un filo di redini sottili. Chiude gli occhi. Mi sembra di avvertire l’energia accumularsi all’altezza del suo ventre rannicchiato. E poi da lì sgorgare in un gemito profondo e crescente, sempre più potente, subito inseguito, ascoltato, modulato, dosato. Domato. La sua voce come altro da sé, come bestia da addomesticare e governare. E quando la lascia andare, quella forza sproporzionata mi disorienta. Immerso in quel suono, la vedo con altri occhi. Il suo corpo diviene uno strumento smisurato.
“Ti canto un pezzo della Cenerentola di Rossini”, mi dice dopo aver scaldato un poco la voce. E’ contralto, merce rara. Di una bellezza ambigua e schiva, ancor più difficile da accettare.
Ma lei ha tante voci e a me piace ascoltarle tutte. Quella un po’ roca, sospirata e tesa, dei momenti in cui vivere sembra una trappola senza via d’uscita. Quella misurata, ma energica e decisa, che così ben s’intona ai concetti di psicologia. Quella sopra le righe, esasperata e urlata, con cui protesta e si sfoga. Quella stridula e lacerata dei momenti di paura. Ne conosco i picchi, l’onda gonfia. Il frangersi in risata, il dilaniarsi in pianto rabbioso. Il mugolio amoroso. E il tono brusco e canzonatorio con cui mi rimbrotta, mi pungola, mi promuove; quello deliziosamente crudele con cui si fa beffa di me.
Ma c’è un momento in cui riesce ancora a sorprendermi. Accade quando è allegra, magari un po’ su di giri. Mentre beviamo un bicchiere di vino stuzzicandoci a vicenda e infine lei prende l’iniziativa e mi scuote delicatamente con le sue domande. E’ in quel tempo di lieta attesa, in cui mi invita ad avventurarci insieme in un dove inesplorato, è allora che odo un mugghiare di metallo morbido attraversarle la gola, e le sue parole vibrare come cristallo strofinato dal vento. Ascolto inebriato quel riverbero e vi riconosco un’armonica, una nota dominante, la sua. La adoro, come adoro il modo in cui si manifesta a un tratto, luce al tramonto sulle rocce. La stessa che le illumina il volto.

Humus

Humus

Ferma.
Accanto al ciglio della strada.
Sono passati minuti
secoli.
La nostra carne
i nostri umori si sono incontrati
laddove i cuori ancora non si conoscono.
Tra i ricordi, quelli prossimi
che premono
incalzano
divergono
ci sono labbra di gelato alla pesca.
Mi attacco ad un pensiero, come fosse un tralcio
come fossi appena nata.
Il tuo profilo
è fatto di occhi neri, sassi di fiume
buchi nel cielo di astri partiti.
Più sotto
abbozzata
irregolare
una forzatura prossima a dileguarsi, la bocca.
Stranezze agostane, sotto frescure riposano
cattive intenzioni e buone stelle.
Gli umori, quelli, si leccano sulle dita.
Leggo il livido che infliggo alla tua pelle
ma scompare quando il pensiero si fa ripido
quando apre al possibile.
E’ allora che un corpo si radica alla terra,
che geme d’amore e morte.

[I.P., 7/8/2017]