Primo amore

Primo amore

“Il bacio”, F. Hayez, 1859 – web

La prima volta fu una sofferenza. Credo lo sia stato per entrambi, anche se per lei non era la prima. E questo per me era un problema.
Lo facemmo in due tempi, a distanza di giorni. A casa dei suoi. Paola era tornata a stare lì da qualche mese. Non lavorando più nei bar, non riusciva a pagarsi l’affitto. Con sua madre ogni volta era una guerra, ma se la faceva andar bene. Doveva.
Il primo tempo lo giocammo nel letto matrimoniale. I suoi sarebbero tornati verso mezzanotte, avevamo campo libero. Su questo fra genitori e figli vigeva un tacito accordo. Il letto era ampio, comodo, pulito. Tutto sommato anche caldo. Paola aveva pensato a tutto, anche all’incenso e alle luci. Era troppo, me ne rendevo conto, ma cercai di non farci caso. Mi concentrai su di noi, su di me, su di lei. A pensarci, mi sale ancora la saliva.
Non ricordo se mangiammo qualcosa, prima. Non ricordo che giorno era, se era sabato o domenica, o un qualsiasi giorno della settimana. Non ricordo se eravamo stati da qualche parte, come eravamo vestiti. Se chiudo gli occhi, la sola cosa che vedo è quel lettone bianco e noi due sopra. Il suo reggiseno bianco con un fiocchetto rosa al centro. Il suo respiro che saliva. Il sangue che mi percuoteva le tempie.
Ci eravamo conosciuti nell’istituto dove Paola faceva l’educatrice. In realtà stava ancora studiando. Dopo un paio d’anni inconcludenti all’università di lingue, era passata a scienza dell’educazione. In comunità, come la chiamavamo, aveva iniziato come volontaria e dopo un anno le stavano offrendo un contratto d’assunzione.
Io invece mi trovavo lì per caso. Ero un obiettore, uno dei tanti di passaggio.
Lavoravamo con ragazzi pieni di problemi. Droga, spaccio, abusi fatti e subiti, storie di violenza, di delinquenza. Gli ospiti venivano inviati in comunità dal tribunale dei minori o dai servizi sociali. Chi aveva già commesso dei crimini e aveva una pena da scontare, e in questo magari era pure figlio d’arte, chi invece pagava il fatto di aver avuto un’infanzia d’inferno. Il che, in fondo, valeva un po’ per tutti.
Là dentro non c’era una linea netta fra buoni e cattivi. Lavoravamo, mangiavamo, dormivamo insieme, ragazzi, educatori, obiettori. Di giorno le attività nei laboratori, i colloqui con gli psicologi, le udienze. Raramente qualche visita. Il responsabile, un sacerdote dallo stile di vita a dir poco alternativo, soprintendeva e alla bisogna interveniva, puniva, consolava, promuoveva. Ogni notte con alcuni di noi andava in stazione a portare un pasto caldi ai tossici. Parlava con loro, cercava di capire le loro intenzioni. Se c’era modo, li prendeva con sé. Per qualche notte, qualche settimana, a volte dei mesi.
A turno noi adulti coprivamo i fine settimana. Non era una vita facile con trentasei ore libere a settimana, ve lo posso assicurare. Uscivi fuori e quando iniziavi a respirare era già ora di rientrare.
Fu in una di quelle libere uscite che Paola ed io ci ritrovammo nel letto dei suoi.
L’arte della dissimulazione e del rinvio condirono i lunghi minuti dei preliminari. Continuavamo a baciarci, non smettevamo mai, né io né lei. Rinviando il momento della verità. Credo che Paola non sospettasse che ero ancora vergine. Anzi penso fosse convinta che ci sapessi fare.
L’avevo spogliata a metà e avevo baciato e leccato ogni centimetro nudo di pelle. L’avevo vista rabbrividire e fremere in silenzio, mentre il mio pene batteva forte nei pantaloni. Ora però non sapevo più come andare avanti.
Ma non ce ne fu bisogno. Qualcosa interruppe il nostro idillio e l’impasse.
Suo fratello, ubriaco, rientrò ben prima del previsto. Non solo, si fece accompagnare da un gruppo di amici, altrettanto brilli e ciarlieri. Paola e io ci ricomponemmo alla svelta, sostenemmo i loro sguardi, ignorammo battutine e risate e ci ritrovammo sulle scale a fumare in silenzio.
Lei si scusò, io feci la parte di quello cui era stata rovinata la serata. Col senno di poi, però, credo che tirammo entrambi un sospiro di sollievo.
La faccenda fu rinviata alla settimana successiva, al prossimo permesso.
Nei giorni d’attesa che seguirono pensai spesso a quello che era successo. Mi diedi dello stupido, dell’incapace. Ma a dirla tutta non mi dispiaceva che fosse andata com’era andata. Avevo una seconda occasione e stavolta me la sarei giocata meglio.
La volta dopo ci ritrovammo in camera di Paola. Che in realtà di giorno era l’ufficio di sua madre, con tutti gli inconvenienti e i dissidi cui quella promiscuità dava luogo. Ricordo che la stanza era buia, forse volutamente.
Facemmo tutto più in fretta.
“Vuoi mettere un po’ di musica?”, chiese lei a un tratto.
Pensai che sì, forse era meglio.
“Scegli tu”, disse.
Mi alzai dal letto e scorsi la fila di cd sulla mensola sopra il letto. Uno attrasse la mia attenzione. Introducing the Hardline according to Terence Trent D’Arby. Un ricordo di quasi dieci anni prima, un album che mi aveva entusiasmato. Me l’aveva fatto conoscere un amico cui da sempre invidiavo il successo con le ragazze. Estrassi il cd e lo infilai nello stereo. Le note e il ritmo inesorabile della prima canzone siglarono il mio ritorno nel letto accanto a Paola.
Say a prayer for my mother / Say a prayer for my father / Say a prayer for my brother / But most of all please say a prayer for me.
Fui più brusco, più deciso, il che mi eccitò ulteriormente. Anche Paola parve gradire quell’approccio. Avevamo aspettato per una settimana, sapevamo che era solo un inizio, avevamo fretta di varcare la soglia.
Quando misi il preservativo capii subito che non ne avrei avuto per molto. Fui dentro di lei e in un istante non sentii più le sue dita, né le note della canzone che avevo aspettato. Sign your name across my heart / I want you to be my lady. Ero dentro di lei e il mondo scompariva, collassava sulle mie spalle. In un attimo tutto scomparve ed io ero il mio pene che penetrava il suo mistero. Ne sentivo il calore, la stretta, il palpitare. Non poteva più esistere nient’altro. L’attimo dopo gridavo dentro di me No, non voglio venire! Odiai la mia debolezza, la mia fragilità, odiai la forza incontrollata del mio desiderio. E venni, subito, vergognosamente.
Nulla poterono le sue carezze. Estrassi il mio membro ridicolizzato da un prolungamento di gomma gonfio di sperma, caldo, indecente.
“Scusami”, dissi.
Ero durato solo pochi secondi. Ero mortificato. Non avevo idea di cosa Paola potesse aver sentito o provato. Nulla, pensai.
La cosa più sorprendente è che non ricordo nient’altro di quella sera. Nulla. Quello che ci siamo detti, le scuse che ho addotto, le sue parole di consolazione. So solo che da quel giorno fu ogni volta più bello. Ogni volta una scoperta, un’emozione diversa.
Ci prendemmo gusto, certo. Lo facemmo ovunque. Anche in istituto. La notte andavo a trovarla nel suo appartamento oppure lei veniva nel mio. I ragazzi dormivano, o almeno così credevamo. Lei finiva di sistemare la cucina o sistemava il bucato, io bevevo una birra raccontandole la giornata nell’orto o in falegnameria. Guardavamo un po’ di tv sul divano e poi facevamo l’amore in silenzio, magari ascoltando la pioggia. A volte non lo facevamo. Sprofondavamo nel divano e dormivamo abbracciati travolti dalla stanchezza, finché non mi risvegliavo trafelato a metà della notte e correvo nel mio appartamento sperando che nessuno fosse venuto a bussare alla porta di camera mia.
Fu un bel periodo quello, un anno particolare. Perdetti la verginità. Trovai il primo amore.

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A small autumn tale

A small autumn tale

La platea era mezza vuota e nell’aria si percepiva un clima da prova generale, come se i musicisti suonassero per se stessi prima che per gli spettatori. Sul palco non s’avvertiva la tensione di una prima, ma concentrazione e godimento sinceri. I volti degli orchestrali erano distesi, sorridenti, i loro gesti spontanei e slegati. All’intermezzo accolsero il ritorno del direttore battendo i piedi sull’assito, ingrossando l’applauso del pubblico poco numeroso. Parlavano fra loro commentando a mezza voce, c’era intesa, voglia di giocare. Alcuni di loro in effetti erano molto giovani.
In seconda fila, alla viola, riconobbi Flavio, il mio maestro di violino, mentre con una mano reggeva lo strumento e con l’altra si batteva la coscia pestando giocosamente il pavimento. Sorrisi ritrovando lo stesso guizzo provocatorio nel suo sguardo un po’ spiritato. Erano passati anni, non era affatto cambiato.
Fuori pioveva e faceva freddo. Con tutto, decisi di aspettarlo fuori sul retro del teatro. Non mi era mai capitato di fare una cosa del genere, ma erano solo le dieci e non mi andava di rincasare presto quella sera. Aspettandolo, mi accorsi di essere eccitato. Che gli avrei detto, mi avrebbe riconosciuto? Avrei dovuto ammettere di aver abbandonato la musica.
Non ero il solo ad attendere sotto la pioggia, ma ero tra i pochi a non avere un ombrello e cercai riparo sotto le fronde di un ippocastano. Nel mentre, un gruppo di giovani che discutevano allegramente attirò la mia attenzione, in particolare una donna, elegante, capelli e occhi neri, sulle labbra un rossetto vivace che luccicava. Quando il portone si aprì e uscirono i musicisti, individuai Flavio proprio mentre li avvicinava. Li salutò scambiando con loro qualche battuta. L’astuccio della viola a tracolla, non aveva l’ombrello e nemmeno un soprabito, indossava ancora lo smoking da concerto con il papillon bianco. Si rivolgeva loro con fare concitato, invitandoli a muoversi e andar via di lì. Allora mi feci coraggio e mi avvicinai.
“Ciao Flavio, ti ricordi di me?”
Era ovvio che non fosse così. Avevo fatto il conto degli anni che erano trascorsi dall’ultima lezione: sette. Gli dissi il mio nome, violino, privatista. Non so se fosse vera la luce che gli balenò negli occhi quando mi disse che sì, certo, si ricordava chi ero. Seguirono dei come stai, cosa fai nella vita, cose così. Accennai ai miei studi, da poco ultimati, al mio primo impiego da laureato. Lui mi ascoltò sorridendo.
“Io suono”, disse. “Mi sono sposato e mi sono separato”, aggiunse con ghigno canzonatorio.
Fu allora che mi accorsi che era molto più magro di come me lo ricordavo. Il suo volto era scavato. Gli occhi, grandi e scuri, saettavano nel buio.
Salutò qualcuno alle mie spalle. “Voi che fate, venite con noi?”, gridò.
Mi voltai a guardare pensando che forse era il caso di farmi da parte.
“Allora? Che fai, suoni ancora?”, chiese.
“No, no”, risposi in un accesso di rammarico, “ho smesso da anni ormai.”
Quella domanda mi mise in imbarazzo, sapevo di non essere mai stato un gran che.
“No!”, esclamò lui energicamente, “Non devi mollare. Riprendi! E’ così bello suonare. La musica…, la musica è troppo bella!”
Pronunciò quelle parole con enfasi, scandendo le parole. Ma il gesto che fece con le mani, l’allegra vivacità che vi mise me le resero vere.
Disse qualcosa alla donna col rossetto, che nel frattempo gli aveva sfiorato una spalla sussurrandogli qualcosa all’orecchio. Non udii cosa si dissero. Lui la prese sotto braccio sorridendo. Mi guardarono entrambi, mentre decidevano di allontanarsi. Flavio inarcò le spalle e alzò il rever. Aveva i capelli bagnati, le spalline della giacca erano lucide. “Andiamo”, dissero.
Ma mentre si avviavano alle macchine, lui si fermò e si voltò.
“Dai, vieni anche tu”, disse.
“Tra poco, a mezz’ora da qui. Faccio un altro concerto. Musica moderna e antica. Un sacco di strumenti, ci sono anche chitarra e percussioni. Ti piacerà. Ascolti il jazz?”
Mi diede qualche indicazione per raggiungere il posto, un locale in collina ricavato in una vecchia chiesa sconsacrata.
Suonarono un clacson, lo stavano aspettando. Corse alla macchina.
Sentii un brivido lungo la schiena mentre mi decidevo a seguirlo. Mi avviai sotto la pioggia stretto nel mio cappotto umido. Sapevo che non avremmo più avuto modo di parlare, Flavio ed io. Ma sapevo che quella sera aveva ancora in serbo qualcosa per me. Qualcosa di nuovo da cominciare. Qualcosa da riscoprire.

… ascoltando …

… e ancora …

Foglie

Foglie

Foglie – foto: Silvia G.

Le foglie coprivano il suolo di un manto dipinto con minuziosa perizia. Gli strati più profondi cedevano il loro colore alla terra umida, fondendosi in essa. Le più recenti, ancora asciutte, erano ritorte in un ultimo spasmo senza linfa. Alcune sembravano mani, enormi mani dalle fragili dita artritiche che si sbriciolavano al contatto con le mie. Altre conservavano ancora un po’ di vita, parevano cadute anzitempo per unirsi a quelle che le avevano precedute. Perché quello, in fondo, era il destino che le attendeva. Tutte, indistintamente.

Avevo lasciato aperta la finestra del soggiorno, il sole entrava obliquo riscaldando l’aria di novembre. A novembre c’è sempre un giorno che è estate. Sentivo il rumore del rastrello che radunava le foglie.
Sapevo che era lui che stava lavorando, ma mi sembrava sconveniente affacciarmi come una comare d’altri tempi. Quel rumore morbido mi faceva compagnia mentre finivo di correggere i temi che avevo promesso di consegnare il giorno dopo ai miei ragazzi.
Quando il sole sparì dietro la collina mi alzai dal tavolo, chiusi la finestra e, protetta dal vetro, mi soffermai a guardarlo.

Mi piaceva stare lì sotto gli alberi a lavorare. Respirare quell’aria cenerina carica di rassegnazione, mentre il sole svaniva in una scia di luce rosa e da lontano giungeva odore di stufa a legna.

Aveva raccolto gran parte delle foglie secche che avevano coperto il prato del giardino, radunandole in mucchi. In giardino c’è una fila di aceri che confina con il muro di cinta di casa mia. In estate, quando sono carichi di foglie, nascondono la vista della sua abitazione, ma in autunno, piano piano la casa riappare, ogni giorno posso vederne un pezzetto di più, fino a quando gli alberi ormai spogli me la mostrano in tutta la sua interezza.
E’ una bella casa a due piani color mattone, con le imposte verde brillante, dal mio lato si vede il finestrone della sala al primo piano, che si apre sul giardino, mentre al secondo piano ci sono tre finestre. Una è sempre chiusa, le altre due sono uno studio e il bagno.
Lo so che può sembrare strano che io conosca così bene come è fatta la casa, ma prima che la comperassero lui e la moglie qualche anno fa, per anni ci aveva abitato Virginia, una mia compagna di scuola, che poi si era trasferita con la famiglia all’estero e la casa era rimasta sfitta per anni. Ai tempi delle scuole elementari avevo frequentato spesso quella casa.
Osservai il mio vicino ancora per qualche minuto poi, colta da un brivido di freddo, pensai che era il momento di accendere la stufa a legna e così l’abbandonai alle sue incombenze autunnali.

Mi dovetti dare da fare, non restava molto tempo. Rastrellai le foglie in grossi mucchi e le raccolsi con le mani, infilandole nei sacchi e schiacciandole sul fondo. M’affrettai. Quando ebbi finito, contemplai i sacchi impilati contro il muro di casa: i miei trofei.
Più tardi, avvolto nel tepore dell’acqua della vasca, mentre contemplavo gli aceri dalla finestra del bagno, vidi alcune foglie staccarsi dai rami, avvitarsi su loro stesse e planare lentamente a terra. Immerso nel mio vapore, ricordai allora l’odore della terra umida e di un fuoco acceso chissà dove.

Dopo un po’ mi riaffacciai, ormai era buio. Le foglie avevano riempito dei sacchi che lui aveva accatastato accanto al muro della casa.
La luce del bagno era accesa e il vetro della finestra era ricoperto da un velo leggerissimo di condensa. Non so perché, lo immaginai immerso in quella grande vasca da bagno dove tantissimi anni prima la mamma di Virginia ci aveva infilato dopo che eravamo rientrate in casa ricoperte di fango per esserci rotolate insieme a Isotta, la nostra tata pelosa, una labrador cicciotta e giocherellona.
Si alzò un po’ di vento e le foglie gialle e rosse degli aceri ripresero a cadere sul prato, quasi a rendere vano il lavoro di raccolta che aveva impegnato il mio vicino per tutto il pomeriggio.

Un mese dopo lasciai quella casa e persi l’abitudine a quei lunghi bagni caldi ristoratori. Ma allora non lo sapevo ancora e fuori le foglie, incuranti, continuavano a cadere, coprendo il pezzo di giardino che avevo appena denudato.

Quel giorno fu l’ultimo in cui lo vidi in giardino. Un mese dopo, appena prima di Natale, la casa tornò ad essere disabitata.
Una mattina, mentre uscivo per andare a scuola, lui ed un amico facevano avanti e indietro dalla casa al bagagliaio dell’auto, riempiendolo di scatole e scatoloni. Pensai così che anche lui aveva preso la sua decisione.
La moglie se ne era andata prima dell’estate, una sera li avevo sentiti discutere animatamente, le finestre delle nostre case erano aperte e le voci e il tono rancoroso di lei mi erano giunti distinti. Era impossibile non ascoltare. Lui aveva replicato a stento e il litigio si era concluso con lei che gli urlava sei un maledetto stronzo, non cambierai mai. Di lì a qualche giorno aveva fatto le valigie e, come sarebbe accaduto poi con lui, l’avevo vista una mattina fuori dal cancello di casa con i bagagli, in attesa di qualcuno che l’avrebbe portata altrove.

Oggi la casa color mattone ha di nuovo le imposte chiuse e gli aceri sono completamente spogli. Il prato del giardino è ricoperto da un manto di foglie secche e opache.

… ascoltando …

(lapoetessarossa, 11/11/18)