La sedia (5)

Un umile oggetto per noi si è fatto radice
trasformandoci in rami contorti l’uno attorno all’altro,
ulivi abbarbicati,
rami sudati, perle come foglie
fiato come linfa,
incastro più che perfetto

– più ancora che le tarsie della seduta
o le spinature delle gambe – tu

riempivi le cavità dell’anima
e quelle di un corpo di fame,
nutrivi il silenzio mutandolo
da astrazione a carne,
da desiderio a fatto.

E l’oggetto abituale
il mobile del transito e del nulla,
– l’inutile seduta da lavanderia –
ha assunto la proprietà di luogo,
di avvenimento, di signifcanza
diventando, per sempre,
colore del sangue.

[Luci, fiochelucilontane, 16/10/2017]

[Ricordo bene la volta che lessi il primo scritto di “Luci”. Non potei trattenermi dall’andare avanti a sfogliare le pagine del suo blog e dire ‘che bello, che bello…, non potevi dirlo meglio’, e farmi trasportare dalla sua prosa intensa, densa, profumata, fatta di avvolgenti, inebrianti descrizioni sensoriali. Ricordo che il pensiero che la mia prosa scarna, a volte ruvida venisse letta da lei mi riempì d’orgoglio.
Il fatto è che Luci si nutre di poesia, di quella che muove i sensi, scuote, desta. Luci scrive poesia. E la grazia della sua scrittura nulla toglie all’impeto e al trasporto, alla carnalità che l’hanno originata.

Grazie del tuo regalo, quindi, Luci. Apprezzatissimo. Che ci riporta a sentire il sangue, il desiderio, il sentimento che, nell’attimo felice in cui “siamo”, percorrono ogni singola fibra, ogni singola venatura di quella… sedia.

La sedia è poesia, è racconto, ma come giustamente ha sottolineato Marta, La sedia può essere anche immagine, teatro, musica, canzone… e molto altro ancora. Sbizzarriamoci come vogliamo, se vogliamo. Nella massima libertà e individualità.

Le sedie che sono onorato di ospitare nel mio umile soggiorno:
La sedia (4)
La sedia (3)
La sedia (2)
La sedia (1).

Se qualcun altro volesse “accomodarsi”, può farlo nei commenti o scrivendomi qui: paolo.beretta.email@gmail.com]

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SANGUE RAPPRESO – VIII

 

SECONDA PARTE

«Se ne stava a capo chino, intenta a contemplarsi le unghie.
Una di esse era macchiata da un’incrostazione di sangue rappreso, ormai color ruggine.
Avvicinò istintivamente l’unghia alle labbra.»

[Yukio Mishima, “Sete d’amore”]

VIII

(Il porto)

Abbandonata ogni speranza di convincere la ragazza, il cocchiere frustò i cavalli e diresse la carrozza verso il porto. Ester rimase accanto al ferito, steso sul carro di fianco alla bara; gli teneva in grembo la testa tamponando la ferita con la propria veste. Lina, sulla cassetta, aggrappata al conducente, le rivolgeva sguardi di terrore per ciò cui stava assistendo e ciò che doveva ancora affrontare. Stringeva in braccio la sorellina che urlava piangendo, terrorizzata dalle urla e da tutta quell’agitazione.
Sul tragitto verso il porto incontrarono dei soldati che presidiavano una piazza, i quali però li lasciarono sfilare distrattamente. Le strade erano completamente deserte. C’era un che di spettrale in quella totale assenza di persone. Le abitazioni silenti, oscurate, parevano vuote, abbandonate; gli improvvisi clamori che di tanto in tanto giungevano da lontano, erano gli unici segni di vita, tutt’altro che rassicuranti.
Ma rimaneva il profumo del mare, che un vento crescente soffiava testardamente verso il centro, nell’intrico di vicoli e piazzette e lungo i viali, agitando le fronde di pini e palme, indifferenti al clima di immobilità e attesa che soggiogava la città.

La loro corsa s’interruppe all’ingresso del porto, dove alcuni gendarmi sbarrarono loro la strada interrogandoli. Il conducente non fece a tempo a rispondere, che un soldato lanciò l’allarme. “C’è un ferito qui!”, gridò, portando istintivamente la mano al moschetto. “Tenente, un ferito sul carro!”, e ordinò a Ester di non muoversi, mentre lei cercava di placare gli spasmi improvvisi del giovane che respirava a fatica emettendo profondi sospiri, simili a singulti. Forse voleva parlare, dire qualcosa, ma aveva perso molto sangue ormai e i suoi gesti, privi di forza, sfuggivano al suo controllo.
L’ufficiale si avvicinò lentamente.
“Che cosa ci fate qui?”, chiese scandendo lentamente le parole. Con il dorso della mano indicò le bambine sul carro senza distogliere lo sguardo dal volto dell’uomo, stretto nelle mani di Ester. Il sangue le aveva inzuppato la veste e colava sul pianale del carro dove il legno lo assorbiva mutando colore.
Ester non rispondeva, non alzava nemmeno lo sguardo. Non sapeva nemmeno perché si trovasse lì, lontano dal suo ambiente, dalla sua vita, in una città sconosciuta. Aveva obbedito a un ordine non scritto, aveva seguito l’istinto. Ed esso ancora le diceva che quel ragazzo non doveva morire per strada, abbandonato, lontano da chi fino a quel giorno aveva condiviso con lui sforzi e fatiche, da chi lo aveva affiancato nella sofferenza e nella lotta della sua esistenza.
“E’ un uomo del porto, l’abbiamo raccolto…”, Ester articolò pensieri e parole, “… E’ stato un incidente… Sta morendo…”, ingoiò un singhiozzo. “Devo portarlo dai suoi compagni”, aggiunse infine, fissando il tenente negli occhi.
I soldati guardarono il loro superiore in attesa di una decisione e di un ordine.
Anche Lina scrutava il volto di quel giovanotto azzimato, impettito nella sua uniforme. Aveva gli occhi azzurri, i capelli dorati e dei curiosi baffetti castani, estremamente sottili.
Un urlo di pianto della piccola Luciana infranse il silenzio.
“Quest’uomo ha il cranio spaccato”, disse l’ufficiale con parole piatte, distanti. “Ha perso conoscenza, non gli resta molto tempo”.
Proprio in quell’istante il ferito ebbe un fremito e contrasse i muscoli in uno spasmo violento. Una mano si sollevò e strinse i polsi di Ester incrociati sotto il suo mento. Digrignò i denti a occhi chiusi.
“Lasciateli passare”, ordinò il tenente. “Se ne occuperanno i camalli. E’ uno di loro”.
Il vetturino, che fino a quel momento non era intervenuto per paura di incorrere in guai ancor più seri, diede uno schiocco di frusta e incitò i cavalli a riprendere la marcia. Mai in vita sua avrebbe pensato di raccogliere in un giorno due cadaveri…

Passato il posto di blocco e il varco d’ingresso, ciò che le viaggiatrici si trovarono di fronte fu qualcosa di mai visto che non poté lasciarle indifferenti. Il porto, immenso. Dalla cornice delle antiche mura, che percorsero al passo, godettero di una visione per certi versi impareggiabile. Nella luce del pomeriggio la superficie del mare del bacino delle Grazie, solcata qua e là dal passaggio di alcune imbarcazioni, riempiva gli occhi di un verde striato. Dalla parte opposta della baia, di fronte a loro svettava la torre della Lanterna sulla collina di San Benigno e sotto, nell’ampio seno del golfo, si snodava una serie di bianchi pontili con una moltitudine di piccoli bastimenti, sormontati a levante da un maestoso tre alberi. Dei mercantili erano ormeggiati ai moli e molti altri battelli di più modeste dimensioni popolavano la rada, colorandola inaspettatamente.
Quello del porto di Genova era uno scenario che non aveva nulla a che vedere con quello della città di terra. Su quei ponti, sui moli e le banchine ingombri di casse e reti accatastate, viveva un’altra città, con la sua toponomastica, i suoi accessi, i suoi crocevia. Una comunità, con le sue regole, i suoi riti. Una città nella città, al di là di una cinta di mura, racchiusa e al contempo liberata dal mare, il cui odore, i cui riflessi colmavano i sensi.
C’era una quiete apparente in quel giorno di festa e astensione dal lavoro. Ai sili, nei depositi di grano, cotone e carbone, sui moli e sui pontili si lavorava a ritmo ridotto. Non aveva luogo il consueto formicolare e avvicendarsi di persone, né il frenetico, affannoso sbracciare e sacramentare di tutti gli altri santi giorni. Molti uomini erano a casa dalle loro donne, altri in un bordello, altri ancora a pesca o a cercar fortuna altrove, in attesa di un viaggio che li portasse lontano o li rendesse agli affetti lasciati sul confine di un’alba anni addietro.
Alcuni di loro erano usciti dal porto in nome di un ideale, di un impeto di ribellione. Ma i più erano rimasti nelle camerate dei dormitori, in attesa di una nuova chiamata che prima o dopo sarebbe comunque arrivata. Non tutti avevano aderito all’appello del sindacato, anzi alcuni di loro si rifiutavano anche solo di ascoltare quegli uomini con gli occhiali e la carta stampata in mano, dalle loro bocche uscivano parole troppo difficili da condividere, proclami pericolosi, irrealistici, talvolta incomprensibili.
Quando alla rena di porta Cibaria si accalcarono intorno al carro su cui viaggiavano una donna con due bambine con un uomo gravemente ferito, Enrico non era fra quelli, ma fu lui che mandarono a chiamare quando riconobbero nel volto coperto di sangue dello sventurato quello di suo fratello.
“E’ Manlio! E’ Manlio!…”, urlarono prima di sollevarlo.
Ester fece fatica a lasciare la presa, a lasciarlo andare. Ma non era la sola: le mani di Manlio, ancor più delle sue, s’ostinavano nella loro stretta incontrollata. Ma braccia forti e risolute, cingendolo da più parti, sollevarono il suo corpo dal pianale e lo trasferirono su un letto di muscoli tesi.
I camalli accorrevano rispondendo al richiamo e sotto gli occhi di tutti Manlio tornò a casa, per l’ultima volta.
Non era stato un incidente, una caduta, un cedimento improvviso; non un urto, una soma o il peso della sua sfortunata esistenza a gettare a terra quel corpo, a spargerne il sangue. Non era stata una rissa di vino, uno sgarbo pagato caro, una vendetta o un regolamento di conti. Non una collera ferina, né l’intolleranza fra razze, no, niente di tutto questo. La sciabola che aveva aperto il cranio di quel ragazzo era il freddo, implacabile sigillo del suo amaro destino. Questo pensiero trascinò gli sguardi di tutti sulla lapide di un comune senso d’impotenza. Prima che potessero aprir bocca e reagire, prima dell’urlo di rabbia e disperazione, furono orrore e sgomento.
Eppure, ciò che toglieva la vita a uno di loro non era un simbolo astratto, ma il braccio di un uomo, tangibile, reale. Ciò che colpiva era ineluttabile solo se tollerato e subito passivamente. Come il potere nelle mani di pochi, le istituzioni e la legge piegate a loro vantaggio. Ma quella logica di privilegi e diseguaglianza aveva una forma, una consistenza. Era forza di repressione, era violenza. Erano armi e sangue versato.
Furono i volti scoraggiati e rabbiosi dei suoi compagni ad accogliere l’ultimo sguardo di Manlio quando assunse lo stesso colore del mare sotto un cielo di pioggia. Lo salutarono in silenzio, a pugni stretti. Stettero con la loro sofferenza, quella che maledicevano ogni giorno sulle banchine, spaccandosi la schiena sotto i cassoni, bestemmiando il mare in burrasca, il vento e l’arsura che trasformavano in cuoio la loro pelle. Stettero con la sofferenza che cancellavano ogni notte fra sorsi di vino e acquavite, fra canti e lamenti, o nelle braccia di una femmina, amante e madre allo stesso tempo.

Enrico quel giorno era andato a pescare. Erano usciti all’alba, lui e altri due, non erano ancora tornati. Giunsero con il temporale che s’abbatté improvvisamente, poco prima del tramonto.
Enrico e Manlio erano fratelli e venivano da lontano. Come tanti, avevano lasciato il paese in cerca di fortuna ed erano arrivati al porto. Venivano dall’entroterra, dalla Lunigiana. Erano benvoluti e rispettati da tutti. Infaticabili lavoratori, forti ma mansueti, si erano sempre mostrati ligi al dovere, su di loro potevi sempre contare. Erano della corporazione del cotone, cotonari, come altri loro conterranei. Era una delle regole del porto: i compaesani nella stessa corporazione. Facevano squadra, si aiutavano a vicenda e si riducevano liti e guerre intestine.
Per i due fratelli il porto era la nuova casa, il nuovo orizzonte. Forse a Manlio era divenuto stretto. Enrico non sospettava fin dove potessero spingersi il coraggio e l’intraprendenza di suo fratello. Erano cresciuti troppo in fretta, come lui.
“Ma che ci vai a fare? Il nostro futuro è qui, al porto, nella Compagnia. Non sono cose per noi queste…”, gli aveva detto, riferendosi alle iniziative del sindacato. “Siamo gente semplice. Non spetterà mai a quelli come noi, alla povera gente, decidere…”.
Manlio invece credeva in quello che diceva chi aveva studiato e decideva di stare dalla loro parte. Era un’occasione: se c’era un modo per far valere i propri diritti, poteva essere quello. Perché non tentare?
Enrico non gli aveva dato peso, non aveva considerato cosa sarebbe potuto accadere quel giorno. Da una settimana aspettava solo di andare a pescare al largo di Pegli. Al ritorno, poi, come ogni volta, sarebbe andato alla chiesa del Carmine a rendere grazie a Dio e a pregare per sé e per i propri cari. Lui e Manlio erano cresciuti da bravi cristiani.
Quella sera, invece, fu il prete a venire, lo mandarono a chiamare. Arrivò al porto che Manlio era già morto. Lo unse e lo benedì, poi disse di portarlo in chiesa la sera stessa, nella giusta dimora, che l’indomani avrebbe celebrato il funerale. Conosceva Manlio, sapeva che era un bravo ragazzo.
“Gliel’avevo detto di non andare!”, piangeva Enrico, “Non sapeva quello che stava facendo!… Manlio, Manlio!… Gliel’avevo detto!…”, continuava a ripetere, mentre cercavano di calmarlo.
“Il Signore avrà pietà di lui”, disse il prete, “e del disgraziato che porterà il peso di una vita spezzata”. Bisognava perdonare, predicò su quel pianto disperato, perché dell’altro era la condanna peggiore.

Ester partecipò in silenzio a quello strazio. Le chiesero da dove venisse, delle bambine. “Non sono mie”, disse, “Io sono la balia…”. Raccontò del loro viaggio. Quando si seppe che nella bara c’era il corpo della sua povera mamma, nessuno osò più rivolgersi a Lina. Sembravano temere lo sguardo di una bambina che conosceva la morte.
Enrico ascoltò le parole di Ester dal fondo del proprio dolore, il suono di quella voce era l’unica cosa in grado di tenerlo ancorato alla realtà.
Cenarono insieme nel refettorio, immersi nel silenzio, mentre all’esterno s’esauriva la foga del temporale. Lina rifiutò più volte, ma infine accettò un piatto caldo di minestra offertogli da un camallo. Ne riconobbe le rughe profonde, il volto profondamente segnato, simile a quello del cocchiere che in quel momento se ne stava con altri appartato in un angolo parlando a mezza voce nel loro dialetto oscuro e lamentoso. Era uno di loro.
Anche Ester avvertiva qualcosa di obliquo nella loro cadenza, un che di remissivo e triste, come contenesse la chiave della loro triste esistenza.
Passata la tempesta, gli uomini si rianimarono e si radunarono nella sala della chiamata, dove la mattina ricevevano le consegne per la giornata di lavoro e la sera si ritrovavano per un po’ di svago. Ester li ascoltò discutere degli accadimenti del giorno e seppe così di altri tumulti: c’erano stati diversi feriti e forse anche altri morti, ma non c’erano informazioni certe. Un uomo però la rassicurò: dall’indomani le manifestazioni sarebbero cessate, e con esse gli scontri.
Con le bambine, cercò un po’ di sollievo accanto al fuoco di un camino, nella speranza che quel giorno avesse finalmente esaurito il proprio carico di emozioni e di dolore.
Lina e Luciana, sfinite, le dormivano addosso. La piccola stretta al seno in una fascia di cotone che Ester era solita usare per allattarla, Lina seduta su una sedia accanto a lei. Le braccia e il capo abbandonati sulle sue ginocchia, rassicurata da quel contatto, era scivolata in un sonno profondo e liberatorio.
Anche Ester a poco a poco fu sopraffatta dalla stanchezza. Ebbe un sussulto, però, quando si trovò davanti Enrico nell’atto di porgerle una coperta. “Vi proteggerà dal freddo e dall’umidità della notte”, le disse. Ester non riuscì a dire nulla, gli strinse forte la mano. La sua pelle era ancora giovane e piana, non raggrinzita e ruvida come la corda da cui gli operai del porto prendevano il nome. Avrà avuto vent’anni, anche se la vita gliene dava di più, sulle spalle e negli occhi. Ester ebbe un fremito: rivide Manlio, il suo ultimo respiro, sentì bruciare la macchia di sangue che le scuriva la veste. Per nulla al mondo l’avrebbe lavata. Incrociò lo sguardo di Enrico, scuro, irraggiungibile. Sentì che era buono.
Fu il loro primo saluto, non l’avrebbe dimenticato.

Quella notte in sogno rivide la ferrovia, una coppia di binari dritti e isolati che morivano in mare, in acque torbide e nere. Era notte, una notte opaca, senza luna. Il treno era fermo e non c’era nessuno, Ester stava allattando e scese dalla carrozza con Luciana ancora attaccata, che succhiava avidamente. Cercò Lina, ma si era allontanata, la scorse più avanti, sulla spiaggia, mentre si avvicinava a una barchetta a pochi metri da riva e la tirava a sé con una corda. Osservando meglio, Ester notò qualcosa di strano in quel mare scuro, opaco, che si perdeva nello sfondo della notte. Si avvicinò all’acqua. Era ferma, stagnante. S’accovacciò e ne sfiorò la superficie con le dita: sembrò farsi ancor più densa e scura. Viva. Ritrasse la mano spaventata. Chiamò Lina, le disse di avvicinarsi, che quel mare non era normale, era pericoloso. Ma con suo grande stupore non udì la propria voce, e più si sforzava più il silenzio intorno le sembrava impenetrabile. Disperata, guardò Lina che saliva sulla barca, agitò le mani, provò a raggiungerla. Ma ciò che accadde la spiazzò ulteriormente: nel vederla Lina le sorrise placidamente e vista la sua angoscia cominciò a ridere, rideva di lei. Sembrava dicesse: “Ma come, ancora non hai ancora capito?!…”. E cosa avrebbe dovuto capire? Si domandò Ester, mentre la bambina la fissava seduta a cavalcioni di… una bara! Proprio così, quello che da lontano le era sembrato il legno di una barca si rivelava essere una bara, la bara di Laura, che galleggiava placidamente in quelle torbide acque.
Sconcertata, Ester si portò una mano alla fronte, era sudata, si guardò il palmo e con orrore vide che era coperto di un liquido denso e appiccicaticcio, come il sangue. Urlò dallo spavento, ma quello che udì non fu la sua voce, ma il gemito di un bambino… Si ricordò allora di Luciana, ancora attaccata al suo seno, fece per staccarla, ma il capezzolo adesso era stretto fra le labbra di un uomo, il quale a sua volta succhiava, succhiava senza sosta, come volesse estrarle dal corpo tutto il latte, tutta la vita che aveva.
Fu in quel momento che qualcosa in lei cambiò. Allo smarrimento e alla repulsione iniziali, succedette l’intima consapevolezza che non vi fosse nulla di male in ciò che stava accadendo attorno a lei e in lei, che fosse tutto naturale. Con la mano insanguinata sfiorò i capelli di quel giovane e cominciò lentamente a carezzargli la testa…

Si svegliò di soprassalto, sudata, eccitata. Levatasi a sedere, si passò istintivamente una mano sul ventre e fra le cosce. Il cuore le batteva forte, si sentì soffocare nello stanzone buio in cui si trovava. Doveva uscire fuori di lì, all’aria aperta, respirare.
Si guardò intorno, alla luce dell’ultima fiamma del camino distingueva a fatica i corpi degli uomini coricati a pochi metri da lei, nel buio udiva il soffio pesante del loro respiro. Osservò le bambine, stese accanto a lei su di un giaciglio improvvisato: dormivano; si alzò lentamente, senza far rumore.
Uscita fuori, ciò che vide la commosse. La luna piena splendeva alta rivelando il porto in una meravigliosa visione di lucori e ombre. La sua luce fredda s’infrangeva nello specchio liquido del mare moltiplicandosi in infiniti riflessi capaci di far impallidire la lanterna del faro. Ester s’incamminò lungo un molo immergendosi in quel paesaggio sottratto alle tenebre che appariva via via sempre più nitido e ricco alla sua vista. Osservò i profili delle imbarcazioni silenziose nella notte, ascoltò lo sciabordio calmo dell’acqua sulla banchina e il sordo cozzare degli scafi nel gioco delle corde tese.
All’estremità del molo, la pietra tagliata e ammassata cedeva il passo alla roccia plasmata dalla forza del mare. Lì fu avvolta da un vento gentile ma penetrante e sentì freddo. S’accovacciò stringendosi nella mantella e lasciò che il respiro regolare delle onde le restituisse la calma. Chiuse gli occhi e per un istante si fece cullare nel silenzio del cuore.
“Anche a me piace stare qui nelle notti di luna”.
La voce di un uomo la fece trasalire.
“Non abbiate paura…”, disse, “Scusatemi. Non volevo spaventarvi…”
Ester cercava invano il suo sguardo, dello stesso colore della notte.
“Posso restare un momento qui con voi?”

Capitoli precedenti:

PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)
Cap. VI (Sangue)
Cap. VII (Campo de’ Fiori)

La sedia (4)

Ci fu una sedia
e dei ragazzi aggrovigliati
sopra
giovani
con in mano
bicchieri pieni di
luna e stelle

Ci fu una sedia
nel silenzio
pieno
di sentimento
di nude parole
di pose sciolte
_sedute_
sopra
il fluire delle ore

C’è ancora
nei cerchi concentrici
del paradiso
una sedia

[Marta, tramedipensieri, 12/10/2017]

[Grazie Marta, per averci portati in una sfera evocativa, piena di sentimento, di “sentire”… Un abbraccio.

Altre sedie: La sedia (3)La sedia (2), La sedia (1).

Se qualcun altro volesse “accomodarsi”, può farlo nei commenti o qui: paolo.beretta.email@gmail.com]

La sedia (3)

(Terza versione)

Io so tutto.
I grandi pensano che I bambini siano stupidi, che non si accorgano di nulla, che non vedano e non sentano. Eppure sono stati piccoli anche loro, e dunque se un bambino non sa com’è essere adulti, un adulto lo dovrebbe sapere sì, com’era essere bambino. Ma si vede che ci si dimentica.

E dunque, che tra la mamma e quel certo signore ci fossero delle tenerezze io l’avevo capito da un pezzo, bastava vedere come lo guardava lei e come si imbarazzava lui quando eravamo presenti mia sorella ed io.
Non era nemmeno antipatico, quel signore, neanche un po’, solo faceva effetto vedere un adulto così imbranato e allora un po’ facevamo apposta ad entrare in sala quando lui non se lo aspettava, con qualche scusa, e ci godevamo l’effetto due volte, sul momento e poi più tardi, a letto, quando Sandra ed io gli facevamo il verso soffocando le risa per non farci sentire.

Non che quei due sentissero un gran che, a dire il vero, se ne stavano sempre lì accoccolati sul divano a guardare la televisione, col plaid tirato fino al collo pure se non faceva tanto freddo, e mi sa che lui si divertiva sempre a farle il solletico, perché la mamma ridacchiava, diceva smettila ma mica si spostava sulla poltrona che stava giusto lì di fianco, forse non aveva un altro plaid.

Quella sera però fu diverso.
Me ne stavo come al solito accucciato sotto le coperte, facendo finta di dormire, mentre Sandra si era addormentata davvero, mi pare, e sentivo le solite risatine soffocate venire dalla sala, ma ad un certo punto ci fu silenzio, un silenzio che durò un po’, e dopo sentii che si alzavano, facendo piano per non svegliarci, solo che io ero già sveglio e sentivo tutto, camminare piano lungo il corridoio, aprire la porta dello stanzino, così ho pensato che forse volevano cambiare gioco, magari giocare a nascondino, però non è che ci siano tanti posti per nascondersi nello stanzino, molto meglio andare in giardino se non fosse che era buio.
Così li sentii un po’ tramestare di là, poi lui doveva averla acchiappata e tenuta stretta stretta, tanto che la mamma ansimava, i ragazzi grandi non si rendono conto di quanto forte stringono quando ti abbracciano, anche lui però aveva un po’ di fiatone, lo sentivo attraverso la parete, poi lui finalmente la lasciò andare, e la mamma fece un gridolino di sollievo.

Quella volta fu diverso, dicevo, ed anche se dopo quella volta non tornarono più a giocare nello stanzino, tutto era cambiato, persino il modo in cui si guardavano o stavano in silenzio, uno accanto all’altra, e forse anche per quello, o non so per quale altro motivo, Sandra ed io non lo prendemmo più in giro e cominciammo a volergli anche un po’ bene.

Certo che l’indomani mi venne subito voglia di andare a vedere lo stanzino, ma era proprio il solito stanzino, piccolo ed ingombro, con lo stendino da una parte e la grande sedia rossa dove la mamma ammucchiava i panni che doveva stirare, solo che la sedia era vuota, ed i panni per terra, ed allora capii che col gioco che avevano fatto la sera prima doveva entrarci per forza, quella sedia.

[Francesco, melogrande, 12/10/2017]

[Ringrazio tantissimo Francesco di aver aderito e risposto alla proposta di dare nuove differenti versioni dello stesso breve racconto. Un piccolo gioco-esperimento che può rivelarsi un’interessante mescola di creatività, tecnica e personalità.

Versioni precedenti: La sedia (2), La sedia (1).

Se qualcun altro volesse farmi felice partecipando con la propria originale visione e inventiva: paolo.beretta.email@gmail.com]

La sedia (2)

(Seconda versione)

Non voglio lasciare questa casa, che è stata la mia vera e unica casa, la nostra casa.
Una casa dove sono entrato a poco a poco. Me la ricordo, la prima volta, che sono stato qui. Una provvida sventura ti costrinse ad accogliermi in casa tua, una di quelle nostre sere che una febbre improvvisa della bambina ti avrebbe altrimenti negato.
Non fu la sera in cui facemmo l’amore per la prima volta, ma la prima in cui respirai  il profumo di una vera casa, nonostante temessi i tuoi figli (o il tuo ruolo di madre), accettai il tuo invito. Mi sentii a casa, sì, fu come un ritorno.

Erano passati parecchi mesi dal nostro primo incontro.
Tuo marito era morto da tre anni, me lo avevano detto i colleghi, dopo che mi avevano visto chiacchierare con te, alla festa di Natale. Avevo visto che portavi la fede, pensavo fossi sposata. Invece.
Io andavo spesso in giro, quell’anno mi avevano spedito in Canada, ricordo ancora il freddo. Ti avevo raccontato qualcosa quella sera. Era stato piacevole. Mi stavo separando. Vivevo , se così si può dire, in una casa che non era la mia, ospite fino a quando non avessi trovato una nuova sistemazione. La mia ex moglie mi doveva sopportare solo per brevi periodi.
Ci siamo rivisti per un caffè, una volta che ero tornato. Eri bella. Mi piacevi. Ma non sapevo bene cosa volevo e il Canada era buona scusa, per bei racconti e per non avvicinarmi troppo. Non parlavi molto di te. Non mi avevi detto nulla. Né io ti chiedevo. Avevo paura.
Ci eravamo ripromessi un pranzo insieme e così al mio ritorno definitivo, ti ho invitata. “Ciao Canadese”, sono state le tue prime parole, ed è così che mi hai sempre salutato, ogni volta che tornavo a casa, che fosse il Pakistan, la Russia, la Finlandia.
Quando ci siamo salutati e ti ho chiesto se ti avrebbe fatto piacere vederci qualche altra volta, con quella tua naturalezza che mi ha sempre spiazzato mi hai detto: “Sono, anche, una mamma, ho due bambini, un maschio e una femmina. Hanno 7 e 4 anni. E sono vedova, ma questo lo sai. Però la parola vedova non mi piace”. Poi hai aggiunto: “Ho una sera libera alla settimana, Massimo e Sandra hanno dei nonni fantastici”.

La tua sera libera alla settimana diventò la nostra.
La passavamo fuori, camminavamo e parlavamo. Genova ci accoglieva nei sui caruggi, sul lungo mare. Così, come due adolescenti, ci baciavamo agli angoli delle strade, seduti su una panchina davanti al mare, soffocando il desiderio in una ritrosia affettata. Continuavo a non avere una casa. Continuavi a non accennare un invito.
“Non posso uscire. Sandra ha la febbre e non vuole stare con i nonni.  Vieni qui. Suona al numero 75”.
La casa era disordinata e colorata, piena dei tuoi bambini. Mi sedetti sul divano, ero imbarazzato.
Poi dopo quella sera ne vennero tante altre. E il mio imbarazzo era nello starti accanto e non poterti avere. Ti cercavo. Ti aspettavo. Ma non mi raggiungevi mai.
Quello che accadde infine quella notte è ancora tutto sulla mia pelle, come se fosse appena successo, anche se sono passati tanti anni. Lo facemmo aggrappati a una sedia come a una zattera. Aggrappati alla vita. Poi abbiamo fatto l’amore infinite volte, dentro lenzuola fresche e al caldo di un piumone, o con il sole sulla pelle che filtrava dalle persiane. E ogni volta era un po’ come la prima, ci salvavamo a vicenda.

Tu non ci sei più da tanti, troppi anni, ma per me è sempre ieri che sei morta.
I nostri quattro figli sono diventati uomini e donne,  sono qui con me adesso e mi guardano con indulgenza. Pensano che sia un vecchio rincoglionito perché mi dimentico i rubinetti dell’acqua aperti, brucio il latte nel pentolino e non mi cambio le mutande.
Sì, sono un povero vecchio che non se ne vuole andare da questa casa. Quelli del trasloco hanno già portato via tutto. E io sono qui, in questa stanza ormai vuota, sono un vecchio rincoglionito che piange come un bambino, seduto su una vecchia sedia rossa.

[S.G., lapoetessarossa, 29/9/2017]

[Ringrazio di cuore Silvia del suo meraviglioso dono.
La precedente versione del racconto è disponibile qui: La sedia.
Se qualcun altro volesse darne una propria visione o interpretazione, ne sarei infinitamente felice.
Nel caso: paolo.beretta.email@gmail.com]

SANGUE RAPPRESO – VII

 

VII

(Campo de’ Fiori)

“Avete bisogno d’aiuto?… Al vostro servizio…”.
Non lo capì subito. Solo in seguito, subendone le conseguenze, Mirto riconobbe il potere di quella voce. Morbida, rotonda, lo mise subito a suo agio. Aveva un che di paterno, di savio, infondeva fiducia. Era insieme attrattiva e perentoria. Mirto senza rendersene conto ne fu soggiogato, dal primo momento.
Il possessore di quella voce non rivelò mai il proprio nome, nemmeno in seguito, quando non c’era più ragione di tacerlo. Al momento opportuno, si definì semplicemente un cittadino.
“Non siete di qui, vi accompagno, conosco la strada”, disse.
Mirto non rifiutò l’offerta.

Sulla via l’uomo fece molte domande, cui Mirto rispose sempre stringatamente senza per questo placare la sua voglia di dare fiato a quello che in breve si trasformò in una sorta di soliloquio. Era una persona istruita, a modo. Informato e alla mano, sapeva essere affabile, di compagnia. Ascoltandolo, Mirto si rese conto che avrebbero potuto parlare di qualsiasi cosa, che quell’uomo avrebbe potuto fargli dire qualsiasi cosa.
Ma non si sbottonò, non si fidava. Lo scrutava e non riusciva a inquadrarlo. Il suo aspetto non si faceva certo notare per cura o eleganza, anzi, era decisamente scialbo. Indossava una giacca di velluto consumata con delle macchie all’altezza di un gomito, un cache-col decisamente singolare, color mammola sbiadito, e le scarpe erano schizzate di fango, ormai secco. Erano tutti indumenti di qualità, ma decisamente vissuti e trascurati.
Sembrava un uomo privo di mistero, tuttavia tanto dava l’impressione di non voler nascondere nulla, tanto più risultava sfuggente. Pareva occuparsi di tutto e di niente. Mirto non era curioso, stava nel suo, ma era sicuro che nel caso avrebbe ottenuto solo informazioni vaghe. “Sono un impiegato”, rispose l’uomo, asciutto, alla domanda di cosa si occupasse. Sembrava un argomento di cui non aveva piacere di parlare. “Transazioni”, aggiunse, accelerando il passo.

“Eccoci arrivati”, disse l’uomo ai piedi di una breve rampa di scale, indicando l’ingresso della stazione di polizia. “Io qui ci vengo spesso, sapete?”
Mirto lo fissò stupito.
“Non pensate male di me, non sono un delinquente!”, disse ridendo sfacciatamente. “Non sono ricco, questo è sicuro, ma non sono certo un ladro o un morto di fame!…”, rise di nuovo sguaiatamente, come a legittimare il proprio linguaggio.
“Non mi faccio mancare nulla. Ho molti amici, sapete? Amici influenti, anche, persone alle quali un gesto di generosità o di devozione nei miei confronti non costerebbe nulla, anzi, lo troverebbero gratificante…”
Devozione, usò proprio questa parola.
Mirto avrebbe voluto sapere di più su quell’uomo. Voleva incuriosirlo, provocare in lui una reazione, o si accingeva soltanto a chiedergli una ricompensa? Sapeva bene che in quel momento Mirto non era in condizioni di elargire mance. E poi era evidente che, nonostante l’aspetto trasandato, era tutto fuorché un accattone o un poveraccio. Simili domande rimbalzavano nella mente di Mirto mentre si decideva a entrare nel comando di polizia.
“Vengo con voi!”, disse la voce alle sue spalle e il tono non ammetteva diniego.

Mirto fu sorpreso del numero di persone che aspettavano nel commissariato.
“Incredibile, vero?”, gli fece eco l’accompagnatore guardandosi intorno compiaciuto, perfettamente a suo agio.
Non si poteva dire la stessa cosa per Mirto che scrutava quell’ambiente estraneo e sgradito come un confine temuto. Le grate alle finestre e sopra il legno massiccio del bancone d’accettazione, la prospettiva buia e inospitale di un corridoio senza finestre: erano la linea di separazione oltre la quale cominciava un mondo governato da regole diverse e sconosciute. Un passo oltre quella soglia e, colpevole o innocente, venivi marcato a vita, ammorbato da un clima di sospetti, supposizioni e accuse.
Incrociò lo sguardo indagatore di un uomo in divisa che per un attimo parve essersi accorto di lui, per tornare subito a immergersi nelle carte che teneva in mano, come se non vedesse la fila di persone davanti a sé, in attesa di ricevere anche solo un cenno d’attenzione. Nel frattempo, un altro preposto, un sottufficiale, ripeteva per l’ennesima volta la stessa domanda a una donna, la quale non dava l’idea di intendere le sue parole. Lui alzò minacciosamente la voce e quella, spaventata, ammutolì, ritraendosi e stringendo a sé un bambino in lacrime. Nessuno pareva fare caso a quella scena, tanto meno la guardia al bancone, che levò lentamente uno sguardo imperscrutabile sulla donna. Un’altra guardia si avvicinò e provò a sottrarre il bambino dalle braccia della donna, che a quel punto cominciò ad urlare.
Istintivamente Mirto pensò a Lina e Luciana. Non poteva immaginare le proprie bambine coinvolte in una situazione del genere. Bloccate a Genova, forse isolate e sperdute per la città, in balia degli eventi, senza un uomo che le proteggesse. Cosa poteva accadergli? Erano in pericolo? Gli si strinse il cuore e si pentì amaramente di non esser partito per Civitavecchia a tempo debito, quando avrebbe ancora potuto farlo.
C’est la vie!”, disse il suo accompagnatore. “E’ così che dicono, no? E’ la vita. Già, perché questa è la vita vera…”. Le parole dell’uomo avevano un che di ammirato e lui era come rapito, in contemplazione, come se non si trovasse in una stazione di polizia ma di fronte a un’opera d’arte.
“La sentite anche voi?”, riprese, “Vita vera, reale, scevra d’ogni sorta d’artificio, di finzione.”
“Non capisco cosa vogliate dire”, disse Mirto, non trovando nulla di buono nello sguardo visionario di quell’individuo, che tuttavia era in grado di farlo sentire nudo, scrutato nei propri stati d’animo.
“Perché mi avete seguito fin qui? Che cosa volete?”, gli chiese bruscamente.
“Come ho detto, egregio ingegnere, io qui ci vengo spesso. E non vi è niente di male in questo, anzi. Credetemi, una visita in questo luogo val più di una preghiera al tempio”, i suoi occhi brillavano eccitati.
“Vi chiedete chi io sia?”, aggiunse serio, quasi con aria di sfida. “Sono una persona che forse vi può insegnare qualcosa. Dipende da voi.” E prendendolo per un braccio aggiunse: “Venite, seguitemi, non è il caso che restiate più a lungo in questo posto”.

Ciò che più stupiva Mirto non era il modo di fare persuasivo e inspiegabilmente autoritario di quell’individuo, ma la propria pressoché totale mancanza di forza di volontà di fronte alla sua iniziativa. Non era in grado d’opporvisi, né di resistere alla tentazione di seguirlo. Per qualche oscuro motivo ne era succube, ammaliato. Ciò che in bocca a un altro poteva sembrare una prevaricazione, una mancanza di tatto o di discrezione, misteriosamente in lui diveniva inopinabile e seducente. Un ordine.
Forse in Mirto agiva la speranza che in fondo quell’uomo avesse in serbo qualcosa per lui, che fosse il custode di una qualche risposta, di una verità. E in questo egli era favorito dall’aura di mistero di cui si circondava.
Quando Mirto gli chiese dove fossero diretti, erano già per strada, incamminati in direzione opposta a quella da cui erano venuti.
L’uomo non rispose alla domanda, ma anzi accelerò il passo.
Si stavano allontanando dalla stazione e dal centro, Mirto faceva quasi fatica a stargli dietro. Ma invece di desistere e tornare indietro, lasciando che se ne andasse per la propria strada, decise di seguirlo. Forse voleva solo scoprire chi fosse e, se mai poteva essercene una, capire la ragione di quell’incontro.
Non gli era affatto consono un simile comportamento, proprio lui che prevedeva tutto e calcolava ogni mossa, lui che raramente commetteva una leggerezza, un errore. Eppure, con sua stessa sorpresa, Mirto ora non pensava ma si affidava al caso, o forse al destino.
“Avete bisogno di un tetto per stanotte, se ho inteso bene”, ruppe nuovamente il silenzio il cittadino. “Un tetto e un letto, certo: è ciò che troverò per voi”, fissò Mirto sorridendo. “Fidatevi di me. Conosco diversi posti dove trovar ospitalità e ristoro, e con ben poca spesa”. “Questa è una città malata, putrescente”, aggiunse pensoso, quasi malinconico. “Sì, credo che questo aggettivo renda bene l’idea…”.

Si diressero a nord, in periferia. I sobborghi edificati si alternavano a sterrati, orti e piccoli campi a coltivo, intervallati alle rogge. Mirto seguì la sua guida ancora per un bel pezzo, ma iniziava a credere che non fosse stata una grande idea.
“Ho fame!”, proruppe quello, fermandosi improvvisamente e puntando come un segugio l’insegna di un’osteria poco distante. “Suvvia ingegnere, concediamo un po’ di ristoro alle nostre membra. Approfittiamo della tavola e della buona creanza di alcune brave persone che conosco”. “Finché c’è concesso…”, chiosò a mezza voce. “Verranno giorni in cui tutto ciò ci parrà un ricordo, sapete?”, declamò con quel suo fare retorico. “Un sogno. Sarà stato tutto un grande sogno, dal quale verremo svegliati bruscamente, per non farvi più ritorno…”. E si inoltrò nella stradina deserta.
Mirto esitò un momento, poi lo seguì senza pesare le parole di quella specie di profezia.

Di fianco all’ingresso della locanda campeggiava un’insegna scolorita con una scritta nera su sfondo bianco: “Locanda Campo de’ Fiori”.
Sotto qualcuno vi aveva inciso due calici e un fiasco di vino.
Una volta entrati, si infilarono in una specie di cunicolo buio che dava su un’angusta scala collegata al piano interrato. Per non battere la testa fecero gli scalini curvati in avanti, accolti da un penetrante odore di muffa. Nell’oscurità Mirto fece attenzione a dove mettere i piedi, seguì l’uomo davanti a sé, che dava mostra di conoscere a occhi chiusi quel luogo.
Entrarono in una sala sorprendentemente ampia, illuminata solo da qualche lampada a olio. Al suo interno solo tavolacci e panche di legno, le pareti e le volte sgarrupate mostravano i mattoni e ampie macchie d’umidità costellavano l’intonaco. Il pavimento era ancora coperto di segatura dall’ultima pioggia.
I tavoli, però, erano quasi tutti occupati. E su ognuno c’era almeno una bottiglia di vino. L’accompagnatore di Mirto sembrava perfettamente a suo agio lì dentro, era di casa. Scambiò qualche parola con l’oste e, cercando un posto a sedere, salutò con fare cameratesco molti degli avventori seduti ai tavoli o in piedi davanti al bancone.
“Avanti, ingegnere, venite. Non state lì impalato!”, apostrofò Mirto mentre prendeva posto a un tavolo con altre tre persone, fra le quali c’era anche una donna, forse l’unica in tutta la sala.
“A volte le apparenze ingannano”, disse. “In questo posto ho sempre trovato un’ospitalità e una cordialità ineguagliabili. E non solo: rispetto, socialità, persone con cui discutere e svariati, interessanti spunti di riflessione…”. Sorrise esibendosi in un rapido inchino ai propri commensali.
Dal capo opposto del salone giunse il vociare allegro di un tavolo di avventori: “Bentornato! Benvenuto fra noi! Un brindisi al poeta!”
Mirto fu sorpreso da quell’appellativo, finora aveva pensato molte cose a proposito del suo accompagnatore, che fosse un funzionario, un agente di commercio; per via di quel suo fare ambiguo e provocatorio aveva addirittura pensato di essere stato avvicinato da un poliziotto in borghese, da una spia… Tutto, tranne che fosse un poeta.
“Non sanno quello che dicono”, sogghignò l’uomo che sembrava leggere i pensieri di Mirto. “Mi definiscono un poeta, ma io non faccio altro che scrivere ciò che loro stessi mi dettano. Non è mia la mano che scrive. Sono le loro. E’ la vita stessa a muoverla. Io non sono un poeta”, aggiunse con sprezzo. “Sono un umile scrivano, un traduttore ignorante…”
“Oste! Portaci da bere!”, gridò all’uomo al di là del bancone. “E’ stata una giornata faticosa, abbiamo bisogno di un po’ di sollievo…” e ammiccò a Mirto, muto davanti a lui.
“Che cosa è successo? Che hai fatto?” chiesero subito dai tavoli vicini.
“Raccontaci!…”
“Sì, raccontaci una delle tue storie…”

“Ebbene, figlioli…”, disse alzandosi in piedi. “Oste, porta qualche bottiglia per i miei amici!…”, ordinò.
“Ebbene, dicevamo… Oggi, cari amici, ho incontrato un uomo, ed è stato per caso. Vedete, mi ero recato in un luogo ben preciso per incontrarne un altro, una persona a detta di molti illuminata, un uomo di scienza, un sommo sacerdote…”, s’udirono dei mormorii, “Non esagero!… Un vero templare della poesia…”, bevve un sorso di vino. “Magari, se fossi stato più audace o semplicemente più fortunato, qualità che pare invece s’addicano a colui di cui parlo, io che non sono degno nemmeno di sciogliergli i lacci dei calzari…”, risero, “avrei anche potuto porre a quello che definiscono Il Vate qualcuna delle tante domande che m’assillano da tempo, mesi, anni, forse da sempre. E magari da prima ancora…”, vuotò il bicchiere.
“E invece, cari amici, il destino mi ha posto di fronte l’inizio di un altro cammino, il quale ho motivo di credere possa essere ben più interessante del precedente…” e, gettato uno sguardo d’intesa a Mirto, visibilmente a disagio, alzò il bicchiere vuoto. “Vino! Brindiamo!”
Mirto scrutò i commensali ed ebbe l’impressione che conoscessero molto bene quel rituale. Sentiva inoltre che si aspettavano qualcosa da lui e la cosa lo infastidì alquanto. Decise di non prestare più attenzione all’eccitato anfitrione in piedi accanto a lui e bevve nervosamente un sorso di vino, ma se ne pentì l’attimo dopo. Pensò di porre fine a quella situazione equivoca e di abbandonare definitivamente l’ambigua compagnia di quell’uomo. Ne aveva avuto abbastanza. Cercò il cappello e prima di alzarsi squadrò gli sconosciuti seduti al tavolo con lui. Notò così la donna, l’ovale armonioso del suo viso, ne incrociò fugacemente lo sguardo. Era giovane. Non era truccata, né vestita in modo vistoso o elegante, nessun vezzo che la facesse notare. E tuttavia era bella. Di una bellezza che non appariva subito ma progressivamente, come un’essenza che si diffonda lieve nell’aria permeandola del suo tenue ma inconfondibile profumo. Una bellezza, un candore che la elevavano dal contesto.
Mirto la osservò mentre ascoltava il farneticante monologo del cosiddetto poeta. Poteva anche essere una donna di buona famiglia, mescolatasi alla gente comune della locanda, a quella accomunata dall’evidente sentimento di devozione che anche lei, come gli altri, sembrava nutrire nei confronti dell’anfitrione. Mirto si chiese cosa ci facesse lì, in una bettola, unica donna fra tanti avventori votati al bere, lanciati in squinternati discorsi annebbiati dall’alcol. Fu catturato dal magnetismo del suo volto e dall’avara eleganza dell’aspetto, che non faceva altro che esaltarne la femminilità.
Nel frattempo, sopra di lui la voce eccitata seguitava nella commedia di cui Mirto aveva ormai perso il filo.

“Vedete, ingegnere, voi credevate di aver perso qualcosa oggi…”, disse a un tratto l’oratore tornando a sedere. “Pensavate di essere una vittima e invece…”, fece una pausa, prese un sorso di vino. “Invece stasera sarete mio ospite e godrete con me, con noi tutti, qui, del sorprendente potere della rivoluzione culturale!”
Rise, vuotò con enfasi il bicchiere, poi fissò Mirto. Era accalorato, trasfigurato in volto, nel suo sguardo c’era un seme di follia. Per Mirto fu come metterlo a fuoco per la prima volta. Da quando l’aveva conosciuto quell’uomo aveva cambiato atteggiamento più volte, da enigmatico indagatore si era via via trasformato in un imbonitore di sentenze e verità, infine nella maschera da palcoscenico che aveva di fronte.
“Non avrete paura della rivoluzione, vero, amico mio?…”, abbassò la voce. “Vedete? Anch’io, nel mio piccolo, ho la mia folla…”, aggiunse con scherno.
“Non dovete aver timore di nulla. Questo è un grande giorno. Oggi nel mondo si leva un nuovo sole e se ne affondano altri cento. E’ arrivato il nostro turno per la ghigliottina e, caro il mio ingegnere, bisogna prepararsi al grande evento!…”.
Riempì il bicchiere fino all’orlo, si alzò in piedi e tese il braccio sopra la testa: “Alla ghigliottina!”, urlò, “A’ la liberté!”. Un coro di voci sgangherate replicò supinamente al suo invito, tuonando pugni sui tavoli fra risate e imprecazioni. “Vedete? E’ facile ammaestrare una folla, piccola o grande che sia”.
Mirto faticava a comprendere le intenzioni di quell’uomo. Sembrava volergli impartire una lezione, compiere con lui un esperimento. Aveva la sensazione di essere il vero soggetto e spettatore di quella messa in scena. Perché ce l’aveva con lui? Eppure, dovette ammettere, era stata sua la decisione di seguirlo fin lì, sebbene avvertisse che qualcosa gli aveva imposto di farlo.
Si sentì spingere di lato. L’uomo accanto a lui, che fino a un momento prima fissava immobile il bicchiere dinnanzi a sé, gli stava scivolando addosso. Mirto lo raddrizzò sulla schiena e lo appoggiò delicatamente col busto sul tavolo, assicurandosi che non scivolasse di nuovo. Quello lo lasciò fare senza muovere un muscolo, le braccia abbandonate lungo i fianchi come non facessero più parte del suo corpo. Rimase quindi così, fermo, inanimato, se non per il lieve movimento oscillatorio del respiro.

“Ma che sbadato, che maleducato!”, irruppe nuovamente la voce. “Non vi ho nemmeno presentati!”. E prese a dire che l’uomo accanto a Mirto era un artista, uno scultore di grandissima levatura, il quale un giorno sarebbe certamente giunto alla fama mondiale. “Se solo sopravviverà fino ad allora…”. L’uomo, dal suo canto, non batté ciglio, ma anzi sembrò sprofondare ulteriormente nel suo sonno indisturbato.
Quello di fronte a Mirto, invece, era un mercante, un uomo d’affari, tenne a precisare. Mirto non volle sapere qual genere d’affari, ma quello desiderò spiegarglielo ugualmente. Sicché l’individuo, che sfoggiava un vistoso toupet color del rame e uno sguardo in vero poco intelligente su di una schiera di denti gialli, lusingato dal tono canzonatorio con il quale era stato introdotto dall’anfitrione, accennò un ridicolo inchino tendendo la mano a Mirto. Col risultato che urtò il bordo del tavolo con il panciotto, rovesciando un paio di bicchieri e il loro contenuto sul tavolo. A quella mossa infelice il poeta inveì contro di lui dandogli del “maldestro grassone” e si produsse in una lunga serie di volgarità nei suoi confronti. Ne seguì un rumoroso diverbio. Il poeta s’accanì su quell’uomo soverchiandolo e coprendolo di ridicolo. Provava un gusto sadico e maligno nel rampognarlo, approfittando dell’occasione offertagli per rinfacciargli ogni genere di difetto.
“No, non ve ne andate!”, disse quando Mirto fece per andarsene. “Vi prego, rimanete con noi. Abbiate fiducia…”.
Mirto poteva ancora tornare alla stazione, recuperare carrozza e cavalli e cercarsi una sistemazione per la notte. Cosa stava aspettando? Si malediceva per la leggerezza con cui si era fidato di quell’uomo.
“Coraggio, coraggio ingegnere, siamo appena arrivati. Sono solo futili schermaglie, non ve ne curate. Piuttosto, non vi trattenete, non fate complimenti, bevete qualcosa. Ecco, tenete il vostro calice, è colmo. Qualcosa forse non vi aggrada? Non vi sentite a vostro agio?…”.
“Non fateci caso”, disse Mirto alzandosi. “Sono solo un po’ stanco… Questo baccano non fa per me. Vi prego di scusarmi…” e fece per congedarsi.
“Questa gentile signora…”, per tutta risposta l’uomo riprese le presentazioni da dove erano state interrotte. “Questa gentile signora…”, con una mano sfiorò delicatamente la spalla della giovane donna seduta vicino a lui, “è la figlia di uno degli uomini più influenti della città, il noto editore… E’ lei stessa una scrittrice, estremamente dotata. Lucida, acuta. Indubbiamente una delle persone più illuminate che io abbia mai conosciuto… Lei, che detesta questo genere di cose, non me ne vorrà se ho aspettato tanto a presentarvela…”. La sua voce era di nuovo morbida, accomodante.
La voce, sempre lei, ancora una volta segnava l’ingresso in scena di un nuovo personaggio.
Mirto lasciò che continuasse, mentre la donna, visibilmente imbarazzata dall’atteggiamento adulatorio di lui, seppur lusingata, lo pregava con gli occhi di porre fine a quello supplizio.

“Vedete, amico mio”, riprese, “questa è una donna coraggiosa, una di quelle donne di cui il mondo oggi ha un grande bisogno. Se una persona come lei potesse ricoprire cariche di responsabilità o di governo, credetemi, questo paese non andrebbe incontro alla rovina che si prepara ad affrontare. Se il Paese potesse essere affidato all’intelligenza e alla saggezza di donne come questa!…”, esclamò con foga.
“Vi siete mai chiesto cosa differenzi un uomo da una donna? Vi siete mai chiesto perché quello stesso potere, abusato, incancrenito nelle mani degli uomini, continui a impedire loro di votare?”
Mirto fissò il volto eccitato dell’oratore con un misto di diffidenza e desiderio affinché proseguisse nel suo ragionamento. Non era affatto estraneo agli argomenti cui faceva riferimento, anzi sapeva perfettamente dove voleva andare a parare, ma era curioso di conoscere cosa aveva da dire.
Fu così che, come una scossa, gli tornò alla mente una lunga discussione avuta con sua moglie Laura, proprio nei giorni del mancato suffragio femminile. Laura…
Dov’era Laura? Dov’era sua moglie? Perché non era lì con lui? Perché era andata a finire così, perché non poteva essere tutto diverso?…
Laura… Improvvisamente Mirto si sentì svuotare da dentro, perse ogni forza, ogni resistenza. Era sfinito, vinto, di fronte all’urto violento della sua assenza.
Gli tremarono le gambe, fu costretto a sedersi.
L’oratore continuava a parlare, ma Mirto non udiva più la sua voce. Non era più lì. Era solo, maledettamente. E ora ne aveva coscienza.
Si sentì soffocare, sbottonò la camicia, respirava a fatica. Incrociò lo sguardo preoccupato della giovane scrittrice e fu per lui una carezza, un sollievo inaspettato, qualcosa di cui capì di avere un disperato bisogno. Allora uno spasmo incontrollabile gli percorse la schiena e si irradiò in tutto il corpo, costringendolo a rannicchiarsi su se stesso, finché sfociò in qualcosa d’incontenibile, primordiale e finalmente cominciò a piangere.
Mirto piangeva, piangeva disperatamente. Le mani sul volto, singhiozzava come un bambino. Non udì più nulla, nemmeno la voce della donna che, vedendolo accasciarsi, allarmata chiedeva aiuto: “Vi prego, vi prego… Quest’uomo non si sente bene…”

Fine
PRIMA PARTE

Capitoli precedenti:

PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)
Cap. VI (Sangue)

O S L O

O S L O

oSlo_by S.C.

(Oslo, Rathaus, foto: S.C.)

O s l o

A 11 anni sperimento la depressione.

Piove, piove sempre, una pioggia inesorabile.
Non un acquazzone, una pioggia lenta e infinita, penetrante.

Mio cugino non parla bene l’italiano. Giochiamo con i lego nella sua stanza.
Mio padre va a pesca con suo fratello. Mio padre è nel suo ambiente naturale.
Mia madre parla con mia zia che sferruzza a memoria renne e cristalli di neve. Mia madre non sa nemmeno che cosa siano i ferri e la lana.

“Mamma, mi viene continuamente da piangere e non capisco perché”.

Sono triste, tristissima.
Una tristezza mai provata, incomprensibile.
Guardo fuori dalla finestra il fiordo e la pioggia e non so come far passare il tempo.
Odio mio cugino.

A Oslo visitiamo il parco Vigeland.

Piove. C’è un grigio mortale e fa freddo.
Ho i piedi bagnati, la cerata è troppo grande.
Andiamo in un centro commerciale a comperare uno zainetto. Ci sono della mia misura, ma solo verdi o marroni. Chiediamo un colore più vivace.
“Non ne abbiamo”, ci dicono. “I colori vivaci spaventano gli animali nel bosco”.

o S l o

A 16 anni, quando finisce la scuola, vinco un viaggio premio dagli zii.
In Norvegia. Staghelle, per la precisione.

Piove, piove sempre. Una pioggia inesorabile, non un acquazzone, ma una pioggia lenta e infinita. Non me la ricordavo così.

Mio cugino deve ancora finire la scuola e comunque vive per gli Iron Maiden e il Brann.
Dalla libreria italiana dello zio estraggo L’esorcista e un giallo di Agatha Chirstie, non so più quale.
La zia Tove mi regala un paio d’orecchini d’argento che rappresentano il sole con le rune. Me li regala perché il sole non lo vedo mai.

Mi chiedo perché, come i ragazzi normali, non ho scelto una vacanza studio in Inghilterra o il campo estivo per imparare tutto sulle tartarughe.
Mi chiedo perché sono voluta tornare in questo cazzo di posto.

Prendo il treno quasi tutte le mattine per Bergen.
Al mercato del pesce mangio un panino con il salmone.
Giro e osservo. Impossibile perdersi.
Non ricordo altro.

Poi mio cugino mi convince ad andare insieme a una festa.
La festa è dentro il salone della scuola elementare. Ci arriviamo che ho già scarpe bagnate e piedi zuppi, poco male, le scarpe si lasciano fuori.
Ragazze e ragazzi sono poco più giovani di me, tredici o quattordici anni. Alcuni di loro, tra cui mio cugino, ballano una musica metal assordante. Delle ragazze parlano tra loro e mi osservano. Mi faccio coraggio: do you speak english? Ridono.
Ci presentiamo.
“Ah tu sei la cugina italiana”.
“Sei piccola”, la statura pare essere profondamente importante per i Norvegesi.
“Sì sono piccola, ma ho 16 anni”. Ridono di nuovo e tornano a parlare tra loro.
Vago un po’ nel salone, bevo del succo di mela, che detesto, e mi accorgo che, chi qui chi là, seduti o mezzi sdraiati su quelli che sembrano materassini da palestra, stanno tutti limonando.
Che cazzo faccio adesso?
Corro fuori.
Ci provo: in mezzo a tutte quelle scarpe bagnate non trovo le mie. Mi viene da piangere. Finalmente le trovo, le infilo ed esco all’aria aperta.
Piove, ancora.
Mi metto a correre in discesa, piango e non vedo niente, o quasi. Scivolo, inciampo, batto il ginocchio sull’asfalto, rompo i jeans. Singhiozzando corro, corro fino a casa.
Gli zii non ci sono per fortuna. Per fortuna in bagno c’è il riscaldamento a pavimento, mi siedo per terra e mi dico che io in questo paese di merda non ci tornerò mai più.

So I lit a fire
Isn’t it good
Norwegian wood

A Oslo visitiamo il parco Vigeland.

Piove.
Tutto è di un grigio ferale.
Fa freddo e ho i piedi bagnati, come sempre.
Ma stavolta la cerata verde da pescatore no, non la metto.

o s L o

I once had a girl
Or should I say
She once had me

She showed me her room
Isn’t it good
Norwegian wood

A 30 anni, più o meno, un viaggio in due.
Sole, tanto sole, un sole mai visto. Nemmeno immaginavo potesse esistere lì.
Un sole strano, intramontabile, troppo luminoso.
Un sole che, se ci pensi, non c’entra niente con tutto il resto.

Mio cugino ha comperato una barca con un amico e ci porta a pescare di notte nel fiordo.
Mio cugino gira i festival di musica e lavora con i bambini problematici: quelli che scappano di casa, quelli con i genitori alcolizzati, quelli che hanno una mamma e due o tre papà, nessuno dei quali lo ha messo al mondo.

La casa dei miei zii è tutta di legno, ha un profumo inebriante, è accogliente, calda, ti abbraccia.
Ci sono dolci di zenzero e cannella.
Carne di balena.
Gamberetti.
Panna acida.
Aringhe.
Birra.
Pane nero.
Waffel.
“Segnarsi le ricette”, ripete sempre lui.

E’ una casa perfetta per fare l’amore, ma non ne ho ricordo alcuno.
L’amore non c’è.
Il sole è troppo luminoso e il cuore non vede.
Il corpo si nutre, il cuore batte, ma l’amore non cresce.

She asked me to stay
And she told me to sit anywhere
So I looked around
And I noticed there wasn’t a chair

I sat on a rug
Biding my time
Drinking her wine

Una foca nuota nel fiordo e cento gabbiani inseguono la barca.

Finse è una camerata d’ostello dove dormono cinquanta corpi, forse di più, sfiniti dal cammino, nella totale assenza di intimità, nella totale condivisione di tutto.
La notte è serena, non stellata. E’ luce opaca di una latitudine cui non appartengo.
Esco a prendere aria perché l’odore dei corpi intorno mi dà la nausea.

Fuori il silenzio è irreale, è tutto immobile.
In lontananza intravedo il grigio del ghiacciaio.
E tutto quello che vedo, che sento, è il nulla, come la morte, o non so.

A Oslo visitiamo il parco Vigeland.

Splende il sole.
La colonna dei corpi intrecciati si staglia violenta nell’azzurro come se volesse bucare il cielo, ma per andare dove?
Il tram è sempre in orario.
Il trampolino in cima alla collina è ingegneria di calcoli fatti per bene.

Non ho altri ricordi. Nulla più di questo.

La renna di peluche, la Lonely Planet, le fotografie… non c’è più nulla.
Non ho più niente di niente.
Perché niente c’è mai stato.
Gli anni sul calendario, forse.
Per dire che è un tempo passato.

And when I awoke
I was alone
This bird had flown

o s l O

Ricordo, in un quadro
la brace di una sigaretta
sullo sfondo buio di una stanza.
Un immoto crepuscolo
e il profilo di un uomo, assorto
nei propri pensieri.

Vuoto.
Oslo è un buco nero.
Non si può raccontare.
Nella rete della mia memoria è rimasta intrappolata un’immagine.
Notturna, immobile, senza tempo.
Un quadro di Munch.
Solitudine, attesa, disperazione.
Una sigaretta accesa nel buio.
Non so cosa rappresentasse esattamente, ma mi colpì. Mi riconobbi, forse.
Il fatto è che, nel tempo, quel buio s’è preso qualcosa di me e l’ha sotterrata altrove.

Oslo.
Reticolo di linee rette, lisce. Mattoni e cemento.
Una città senza colori.
Il granito di corpi abbarbicati, contorti, intrecciati. Imponenti, pesanti.
Carni impenetrabili, levigate, convesse.
E un fallo. Orgia di membra in cima a una collinetta.

Il resto è una flebile luce che non accenna a svanire.
Pallida, persistente. Subdola, penetrante. Inevitabile.

E poi.
Un tuorlo d’uovo che cola nel ventre slabbrato di una patata bollente.
Un lungo viale.
La pioggia sottile.
La brace di una sigaretta.

Uno sguardo di ragazza che mi trapassa.
E’ in bicicletta, caschetto biondo racchiuso in una gabbia di plastica e cuoio.
Occhi d’acqua, curiosi, mi sorridono su due scie di lentiggini rosse.
Mi invadono il petto.

E fare l’amore, atteso, bramato, nel bianco di luce e lenzuola.
Morbidi coltri, rivestite di cotone, accolgono un culto creduto, tentato, impreparato, tradito.

Un grande orologio rotondo.
Immobile.

Ecco.
Oslo è questo nulla.
Anagramma di una perfetta, rotonda solitudine.
E’ il vuoto che sento.
E’ un’ombra alla finestra.
Una delle tante, a metà della notte.

And when I awoke
I was alone
This bird had flown

Sì, Oslo sono io.

[S.G., “lapoetessarossa”, http://www.lapoetessarossa.it/ e P.B., 14/9/2017]

“Ho questo problema già da un po’ di tempo. Ogni volta che cerco di dire qualcosa, mi vengono sempre le parole meno adatte, se non addirittura opposte a quelle che vorrei dire. E’ come se il mio corpo si dividesse in due parti che giocano a rincorrersi. E al centro c’è questa colonna immensa e le due parti continuano a rincorrersi girandoci attorno. Ad afferrare le parole giuste è sempre l’altra parte, e io non riesco a starle dietro.”

[da “Norvegian Wood”, H. Murakami]

Vigeland_colonna monolitica

(Vigeland, colonna monolitica, foto: S.G.)