Piccole cose

“Durante il giorno era uscito il sole e la neve si era sciolta in acqua sporca. Ora scorreva in rivoletti sulla finestrella ad altezza spalla che dava sul retro. In strada le macchine passavano frusciando nella poltiglia. Si stava facendo sempre più buio, sia dentro che fuori.
Lui era in camera da letto e cacciava dei vestiti in valigia quando lei apparve sulla soglia.
Sono proprio contenta che te ne vai! Sono proprio contenta!, disse. Mi senti?
Lui continuò a mettere le sue cose in valigia.
Brutto figlio di puttana! Sono proprio contenta che te ne vai! Scoppiò a piangere. Non hai nemmeno il coraggio di guardarmi in faccia, vero? Poi notò la foto del bambino poggiata sul letto e la prese.
Lui la guardò e lei si asciugò le lacrime e lo fissò per un po’ prima di voltarsi e di tornare in soggiorno.
Riportala qua, disse lui.
Pigliati la tua roba e levati di torno, disse lei.
Lui non rispose. Chiuse la valigia, si mise la giacca, si guardò intorno in camera da letto prima di spegnere la luce. Poi andò in soggiorno. Lei era in piedi sulla soglia della piccola cucina, con il bambino in braccio.
Voglio il bambino, disse lui.
Ma sei matto?
No, ma voglio il bambino. Farò venire qualcuno a prendere le sue cose.
Tu questa creatura non la tocchi.
Il bambino si mise a piangere e lei gli scostò la copertina dalla testa.
Oh-oh, disse, guardando il bambino.
Lui fece un passo verso di lei.
Per amor di Dio!, esclamò lei, arretrando nella cucina.
Voglio il bambino.
Vattene via!
Si girò e cercò di tenere il bambino riparato in un angolo dietro la stufa, mentre lui s’avvicinava.
Lui allungò le braccia oltre la stufa e afferrò il bambino.
Lascialo andare, disse.
Va’ via, va’ via, strillò lei.
Il bambino s’era fatto tutto rosso in faccia e urlava. Nella lotta fecero cadere un vaso di fiori appeso dietro la stufa.
Lui allora la chiuse contro la parete, cercando di farle mollare la presa. Teneva stretto il bambino e spingeva con tutto il peso sul braccio di lei.
Lascialo, le disse.
Smettila, disse lei. Gli fai male!
Non gli faccio male.
Dalla finestra della cucina non entrava luce. Nella penombra, con una mano cercava di allentare le dita di lei strette a pugno, mentre con l’altra stringeva il bambino urlante per un braccio, vicino alla spalla.
Lei sentiva le proprie dita aprirsi e il bambino scivolarle via. No!, gridò nel momento in cui le sfuggì la presa. L’avrebbe avuto lei, il bambino. Lo afferrò per l’altro braccetto. Riuscì a prenderlo per il polso e si tirò indietro.
Neanche lui voleva cedere. Sentì il bambino scivolargli dalle mani e tirò con molta forza.
E così la questione fu risolta.”

[R. Carver, da “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore“, 1981, Ed. Einaudi 2015, Trad. R. Duranti]

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Sangue Rappreso – XIII

 

XIII

(Epilogo)

Un telefono vibra rumorosamente, strappando un lamento nel buio. Una pausa, poi ricomincia più forte di prima, non sembra aver intenzione di smettere. Un fruscio di lenzuola e una muta protesta precedono l’issarsi di due gambe e una serie di movimenti dettati dall’urgenza di porre fine a quella tortura. Mirto recupera il cellulare su una mensola del bagno. E’ sua madre.
“Pronto?”, dice, dopo un’esitazione.
“Ciao Mirto, sono io”, attacca lei con un tono che le conosce fin troppo bene. Quello di chi sa di disturbare, ma se ne frega, pensa.
“Ciao Mia… Hai visto che ora è? Sono le tre e mezzo del mattino qui…”.
“Scusami Mirto, ma non avrei potuto chiamarti più tardi, volevo che sapessi subito…”.
Carol, di là, si gira rumorosamente nel letto.
“Che è successo?”, sussurra Mirto.
“Zia Lina è morta”.
“Cazzo…”
Una serie di immagini e di ricordi gli scorre rapidamente davanti agli occhi.
“È tutto quello che hai da dire?”, fa Mia. “Mi sembra che un tempo tu fossi abbastanza legato alla zia. Era l’ultima persona che ancora ci legava a tua nonna…”.
Mirto sospira, ogni occasione è buona per la ramanzina, pensa. Si siede sul bordo della vasca.
“Ma non era in Francia?…”, chiede. “Quando è successo?”
“Ieri pomeriggio, l’ho appena saputo. Mi ha telefonato il parroco di Sarnico. Non sapeva come dirmelo… E pensare che la zia ci teneva così tanto a quel viaggio!”
“Già,… Ma com’è successo?”
“Ma chi è?!”, protesta Carol, accendendo la luce.
E’ M-i-a, mima Mirto, facendole segno di girarsi e rimettersi a dormire. Chiude la porta.
“Si era appena immersa nell’acqua della sorgente…”, continua Mia, commuovendosi. “Dicono che non si sia accorta di nulla… che era felice…”, le si incrina la voce. “L’hanno tirata fuori e… si è spenta, semplicemente…”.
“Mi spiace…”, fa Mirto, serio.
“Non ha sofferto… Dicono che non ha sofferto…”.
“Sì…”.
“Il corpo partirà da Lourdes in treno. Il funerale verrà celebrato a Sarnico dopodomani. Io parto appena finito il montaggio delle ultime riprese…”, Mia emette un lungo sospiro. “E’ stato un lavoraccio, Mirto. E’ tutto molto urgente. Spero di finire entro la mattinata di domani. In caso, prenderò un volo da Fiumicino. Vorrei essere a Sarnico il giorno prima, per organizzare il funerale”.
“Certo”, fa lui.
“Ci sono un sacco di cose da fare, Mirto. L’eredità, la casa di Montaretto da svuotare, la badante da liquidare… E poi c’è l’appartamento di Sarnico, sarà ancora come l’ha lasciato zia Lina. Al pensiero di entrarci, mi vien male…”. Mirto cerca qualcosa da dire.
“A Montaretto, una volta portate via le cose della zia, potremmo fare i lavori di cui abbiamo parlato con Anselmo, ricordi?”, prosegue Mia. “La stanza grande del primo piano va divisa per ricavarne due più piccole e il secondo bagno va sistemato, ma non c’è molto altro da fare. Certo, oggi la casa somiglia più a un ospedale che a un’abitazione, però entro primavera potremmo aver sistemato tutto per il Bed&Breakfast…”
“Mia…”, Mirto prova a interromperla.
“La posizione è invidiabile, in collina, a pochi chilometri dal mare e da Lerici. Sarà richiestissimo…”.
“Mia…,” interviene Mirto, “zia Lina è morta solo qualche ora fa…”.
“Hai ragione”, dice lei dopo una pausa. “Scusa…”.
Poi aggiunge: “Tu riesci a venire? Eri così legato alla zia! E lei ti voleva tanto bene… Eri all’estero anche quando morì tua nonna Luciana, ricordi?… E poi avrei tanto bisogno dell’aiuto di qualcuno…”.
“Capisco benissimo, Mia, ma sono ancora preso dal lavoro qui”, risponde Mirto. “Sono clienti importanti e si aspettano di vedere un’anteprima entro la fine del mese… E poi con Carol avevamo programmato di andare qualche settimana da lei, una volta finito. Lei non ha più niente da fare, A San Francisco hanno finito, la prossima sfilata ce l’ha fra un mese, a Parigi. Aspetta solo ch’io finisca…”.
“Ah”, dice Mia, qualcosa a metà fra un sospiro di disappunto e la manifestazione del più totale distacco. “Fai come credi…”, aggiunge.

Al termine della telefonata Mirto va in cucina a prendere qualcosa da bere. A San Jose non fa più così caldo, ma qualcosa gli si è fermato all’altezza dello stomaco. Mentre scruta i ripiani del frigo, capisce che non riuscirà più a dormire. Quanto tempo è passato dall’ultima volta che ha visto zia Lina? E’ stato ben prima del suo ultimo rientro in Italia. Saranno due o tre anni, ormai. Almeno non ha sofferto, si dice.
Sorseggia un succo d’ananas guardando fuori dalla finestra. La striscia d’asfalto sotto di lui sembra un serpente giallo. Poi la luce del frigo invade la finestra, obbligandolo a guardare il riflesso dell’interno della cucina. Senza voltarsi, Mirto osserva la silhouette di Carol muoversi silenziosamente alle sua spalle. E’ sexy anche nei pantaloni del mio pigiama, pensa. Sente il suo sguardo sulla schiena. La muta forma di rancore che nel tempo gliel’ha reso sempre più ostile.
Da qualche tempo le cose non vanno più fra di loro. Ma Mirto sente di non aver più voglia di lottare. Un divorzio e un figlio dall’altra parte del mondo gli hanno fatto prendere distanza da molte cose. Non bisognerebbe sposarsi, pensa. In quanti ci siamo passati? Mia madre due volte, e prima di lei la nonna. Ma nonna Luciana non fu nemmeno la prima a separarsi dal marito, riflette. Sua madre Laura, fu lei ad aprire le danze. Nonna, però, fu la prima donna moderna della famiglia. Ricorda ancora il suo sguardo ironico, disilluso, il suo fare elegante e smaliziato. Aveva una battuta per ogni situazione, che pronunciava sogghignando, una sigaretta sempre accesa fra le sue dita sottili. Era una bella donna, gli uomini non le facevano paura. Il cancro se la portò via quando avrebbe avuto ancora molto da dire.
Sua figlia, invece, predica bene e razzola male, pensa con livore. La vittima, la donna in carriera, quella che non ha tempo, immolata al lavoro. Certo, nessuno può aver sofferto come lei, all’ombra di un marito influente e autoritario. Un uomo che però l’ha mantenuta per anni, permettendole di arrivare dove è arrivata. Questo sembra non ricordarlo la donna che ha subito il torto di non veder le proprie ambizioni anteposte a quelle di tutti gli altri, sussurra stizzito.
Quando si volta, Carol è già tornata in camera da letto. Mirto sa che per lei non è mai il caso di fare scenate, di discutere, alzare la voce, di sprecare parole per rinfacciargli apertamente di aver perso il sonno per colpa di quell’egocentrica invadente di sua madre. Non merita nemmeno di essere nominata, quella. Ci sarà molto più gusto a freddo, domattina, nel vendicarsi con uno sguardo o una frase buttata là ad arte.

“Cosa voleva tua madre stanotte?”, chiede Carol, entrando in bagno.
“Niente”, risponde Mirto.
S’infila l’accappatoio, ci pensa un po’, poi dice: “E’ morta sua zia. Era molto anziana ormai, da anni viveva sulla sedia a rotelle…”
“Allora forse è meglio così, no?”, fa Carol, sbadigliando.
Mirto la guarda abbassare le mutandine e sedersi sul water. Esce dal bagno.
La sera dopo è in aeroporto. Volo per Milano Malpensa con scalo a New York e Francoforte. Arriva a Sarnico appena in tempo per il funerale.

Dopo la funzione, un breve corteo funebre accompagna la defunta al cimitero. Zia Lina viene sepolta con la sorella Luciana. Due vite così diverse fra loro, pensa Mirto. Una donna di mondo, che ha vissuto intensamente fino alla fine, l’altra timorata di Dio, morta zitella.
“Dobbiamo chiudere casa”, dice Mia quando anche i becchini, sigillato il loculo, raccolgono i loro attrezzi e se ne vanno. La cornice accanto al nome di zia Lina è ancora vuota. Sopra di lei, nonna Luciana veglia con quel suo sorriso contagioso.
“Ne troveremo una adatta”, dice Mia.
“Povera zia…”, aggiunge sistemandosi gli occhiali da sole.
Poi lei e Mirto si avviano lungo il vialetto di ghiaia, verso l’uscita.

Casa di zia Lina è immersa nel disordine più totale. Scatoloni, libri, effetti personali e scorte di viveri sono disseminati un po’ ovunque. Il tavolo della sala da pranzo è coperto da stoviglie, cornici e ceramiche che Mia ha cominciato a inventariare. Ha radunato gli argenti da una parte.
In camera gli armadi sono aperti, il materasso è nudo e sopra ci sono alcune borse piene di biancheria e lenzuola.
“Continuerò domani”, dice Mia da un’altra stanza. “Sono stanca adesso, non ci voglio pensare”. Mirto non dice nulla. Osserva la polvere che ricopre la sponda del letto di noce. Quella casa è stata chiusa per mesi.
Mirto apre la finestra ed esce sul balconcino che dà sulla piazza. Il giornalaio sull’angolo è ancora al suo posto. E pure il negozio di dischi e il panettiere sono là dove Mirto li aveva lasciati. Una vita fa. In pochi istanti fa ritorno agli anni della sua giovinezza. Rivede la piazza coperta dai teli del mercato, la fiumana di gente e l’odore diffuso di pesce fritto. E’ giovedì e nella tasca dei pantaloncini ha la mancetta della zia da spendere in caramelle e giornalini. Indugia un po’ sul balcone ascoltando il brusio della folla, infine tira le imposte, immergendo la stanza nel buio.

Mirto e Mia trascorrono la notte in quella che per generazioni è stata la residenza di campagna della loro famiglia. Si trova appena fuori dal paese, immersa nel verde delle colline che un tempo venivano sfruttate come cave. Conserva il nome di un tempo, derivato dai vitigni coltivati sulle balze retrostanti, Moscatello.
Mia parcheggia in uno spiazzo d’erba a metà della salita. Giunti sulla terrazza, mentre cerca le chiavi nella borsa, informa Mirto di aver ricevuto una notifica di esproprio.
“Solo qualche settimana fa”, dice. “Se diventerà esecutivo, ci toglieranno buona parte dei terreni che circondano la casa.”
Mirto prova un moto di sconforto a quella notizia. Durante l’infanzia quella casa è stata un punto di ritrovo per lui e i suoi cugini, il luogo dove trascorrevano una parte dell’estate lontano dalla città, fra passeggiate, uscite in barca, letture e compiti delle vacanze. Sentendosi a casa.
“Andrò per le vie legali ovviamente”, continua Mia spingendo rumorosamente una porta di ferro sotto il primo arco della vetrata. “Ma mi hanno detto che non ho molte speranze. Sai, i terreni sono incolti da anni, questo posto è abbandonato ormai”, aggiunge inoltrandosi nella selva di vasi e piante che invadono la veranda.
Prima di seguirla, Mirto sosta sulla terrazza. Raggiunge la balaustra e getta un’occhiata al grande orto sottostante, semi abbandonato. Più in là, oltre un filare di alberi di cachi, si estende un vasto prato piantumato qua e là con alberi da frutta. Sullo sfondo s’intravede la strada comunale. Sulla destra invece l’orizzonte è circoscritto da un piccolo bosco di cedri e magnolie secolari.
In casa, Mirto ha l’impressione di sollevare un telo su ogni dettaglio, riscoprendolo dopo tanto tempo. L’irta scala in pietra che porta al primo piano e alle camere da letto, l’enorme tavolo di pino nero al centro della veranda dove si stava anche in venti, gli scuri tendaggi sulle vetrate, l’odore di muffa che emana dai tanti volumi conservati sugli scaffali, la collezione de la Domenica del Corriere con la cronaca illustrata di un secolo di storia…

Lui e Mia mangiano un boccone in cucina. Mirto si offre di lavare piatti, li appoggia sul gocciolatoio di marmo e si asciuga le mani con uno straccio appeso sul frigorifero staccato. Nel farlo rivede i gesti semplici di sua zia Lina, la colazione con le uova fresche, le regole e le raccomandazioni. Tutto a un tratto riconosce la bellezza senza tempo di quel vivere frugale. Per la prima volta si commuove.

L’indomani decide di fare il giro della casa prima che sua madre si svegli. A distanza di anni quel luogo è diventato uno scrigno di ricordi e lui sente l’esigenza di aprirlo per toccarne e annusarne il contenuto. A cominciare dalla soffitta, dove da ragazzi un’infaticabile curiosità gli permise di riesumare armi e munizioni nascoste dai tempi della prima guerra; o la cantina infestata dai pipistrelli, la galleria tenebrosa in cui a turno si avventuravano per dimostrare di avere coraggio.
Mirto sente che una parte di lui abita ancora quei luoghi. Ha bisogno di rincontrarla.
Vestitosi, lascia la stanza muovendosi piano. Fa un balzo di vent’anni al ricordo di dove mettere i piedi per non far cigolare l’assito. In cima alla scala esita un momento, chiedendosi se proseguire verso la soffitta, ma poi opta per uscire all’aria aperta. Percorre il vialetto di fianco alla casa e va sul retro. Passa sotto il fienile, supera la porcilaia e s’affaccia al piccolo casolare dove una volta vivevano i mezzadri. E’ incredibile come quella misera stamberga possa aver ospitato un’intera famiglia. E ancor più il fatto che il camino e l’odore di fumo e polenta che ancora impregna le pareti annerite riescano a farla sentire ancora abitata.
Poco più avanti, Mirto è colto dal profumo zuccherino dell’uva americana. Sui filari ce ne sono ancora molti grappoli, Mario non li ha ancora raccolti, pensa. Mario, un’istituzione. “Avete mangiato?”, chiedeva dalla finestra della cucina, ogni giorno alle due in punto, come un orologio. E lo era, in fondo, un orologio. Segnava l’ora. Gettava una rapida occhiata sull’interno e proseguiva per la sua strada senza attendere risposta. Per i ragazzi significava che era l’ora di mettersi a fare i compiti.
Mirto ricorda di aver provato soggezione nei confronti di quell’uomo dalla pelle bruciata, le mani callose e la voce stridula, incredibilmente acuta, che parlava un dialetto pressoché incomprensibile. Ascoltava i dialoghi fra lui e la zia, che gli rispondeva sempre in italiano, chiedendosi come facesse a capirlo.
Mario, uno dei figli di Ester, la governante del bisnonno, Mirto, di cui ha ereditato il nome. E’ lui che nonostante l’età bada alla casa e agli orti, per quel che da solo riesce ancora a fare.

Giunto al prato antistante la casa, Mirto ricorda le tante partite di pallone che ai tempi vi sono state disputate. Da quando non ci son più gli animali, osserva, l’erba è alta e trascurata, Mario allora la tagliava sempre per il loro arrivo. Procedendo, raggiunge il cancello di ferro battuto che dà sull’orto sottostante la terrazza. Strattona pazientemente il chiavistello finché cede di schianto in uno stridio di cardini. Allora imbocca il vialetto fra le aiuole, ormai quasi completamente incolte. A metà strada, di lato, vede la breve rampa di scale che conduce alla cantina. Ne osserva l’ingresso dall’alto. In quel momento capisce che era lì che voleva arrivare, dall’inizio. Allora sposta una porticina di legno e scende i gradini rivestiti da un sottile strato di muschio. Appoggiato a una parete rivede lo scafo dissestato di una barca, abbandonato lì da tempo immemore e, sparse qua e là, diverse casse piene di bottiglie vuote. Il mosto, la pigiatura, l’imbottigliamento!, esclama disseppellendo un frammento di memoria ancora più remoto. Era solo un bambino quando assistette per la prima volta a quel rito: ricorda ancora la luce gialla delle lampadine, la macina, i raspi che sgusciavano fuori schizzando di rosso ogni cosa; i fasci umidi dei tini e, infine, i fiotti di vino novello, denso e spumoso, che colavano nelle dame.
Riapre gli occhi sui mattoni della volta coperti di muffa e l’imbocco del lungo corridoio della cantina, cieca e buia. Una galleria nelle fondamenta di quella casa e della sua stessa memoria.
Una volta la percorse fino in fondo, in compagnia di un gruppo di adulti armati di torce, fu una sorta di processione. Scoprì allora che, sul fondo, la galleria si biforcava in due brevi tratti contrapposti, un transetto che le conferiva la forma di una croce monca. Rabbrividì, s’aggrappò alla mano di qualcuno, quando le fiaccole illuminarono un nugolo di pipistrelli appesi sopra le loro teste. Rammenta ancora le parole di zia Lina, quando raccontava di quella volta che gliene si era aggrappato uno ai capelli e non riuscivano più a staccarlo.
Mirto sorride, poi avanza verso l’imbocco del corridoio. Muove qualche passo nel braccio lungo della croce. Sa benissimo che, superata la curva linea d’ombra, la luce lo abbandonerà. Allora saranno solo lui e il buio.
Sulla sinistra vede i pioli: staffe di ferro conficcate nella parete a un metro l’una dall’altra; servivano ad appendere gli alimenti per la conserva. Quando da ragazzi avanzavano nel cunicolo gareggiando, li battevano uno a uno contando ad alta voce, sempre più forte, per la sensazione di immergersi nell’abisso.
Mirto avanza piano, vuol vincere il ricordo di quella paura. Sa di non essere mai riuscito ad arrivare in fondo. Sa di essere lì per quel motivo.
Lentamente procede.
Uno, due, tre…, comincia a contare.
… otto, nove, dieci… La sua voce lo accompagna nell’oscurità.
Ora non vede più nulla, muove istintivamente le mani di fronte a sé. Avverte lo spazio, la sua stessa voce cadergli addosso.
… undici, dodici, tredici…, continua in silenzio.
Il battito del suo cuore, ormai, è l’unico rumore che riesce a sentire.

“C’è qualcuno?…”, una voce femminile irrompe nel buco in cui è sprofondato.
Mirto si volta di scatto e vede due gambe stagliarsi nella luce all’entrata della grotta.
“Ho trovato il cancello aperto…”, continua la voce, incoraggiata dallo scalpiccio dei suoi passi.
Riaffiorando alla luce, Mirto protegge gli occhi con una mano.
“Buongiorno. Cerca qualcuno?”, chiede mettendo a fuoco la sagoma di una giovane donna. Il suo sguardo si posa involontariamente sulla gonna sopra il ginocchio.
“Sì…”, risponde lei. “Cercavo mio nonno…”.
Mirto sale gli ultimi gradini. “Mirto”, dice, porgendole la mano. “Il figlio di Mia… Tu devi essere…”.
“Francesca”, completa lei.
Ora sono uno in fronte all’altro. Mirto sente la piacevole carezza del sole lungo la schiena. Francesca lo fissa sorridendo. La sua bocca è un fiore bianco. Nei suoi occhi Mirto ritrova un po’ dell’ironia di Mario, suo nonno. Ma prima di riuscire a dire qualcos’altro, si sofferma sui suoi capelli ricci e scuri, che splendono al sole. Lei lo lascia fare, nello sguardo una piccola rivincita.
“E’ una vita che non ci vediamo”, fa lui alla fine. “L’ultima volta che ti ho vista eri alta più o meno così…”, porta una mano all’altezza del bacino.
“Sei cresciuta”, aggiunge sentendosi ridicolo.
“Anche tu”, ribatte lei.
Mirto ride. Anche lei. E’ felice di piacergli.
“Non ho ancora visto tuo nonno stamattina”, fa lui. “Avevi bisogno di qualcosa?”.
“No, son passata a salutare. Torno oggi da uno stage a Londra, ma domani parto per una breve vacanza…”.
“Mi spiace tanto per tua zia…”, aggiunge dopo un momento.
“Già…”, dice lui. “Era a Lourdes quando è morta. Sai, lei ci credeva in quelle cose. Era tanto che voleva andarci, era molto malata. E finalmente…”
“Dicono che sia morta felice”, aggiunge abbassando lo sguardo.
“Mi ricordo di te e lei che giocavate a carte, qui, sulla terrazza. Adorava i suoi nipotini, ma per te aveva un debole”.
“Sì, hai ragione. Te n’eri accorta anche tu…”.
“Lina era una persona molto buona, un’anima pura. E’ bello pensare che sia morta realizzando il suo desiderio”, dice lei.
“Sì, lo penso anch’io”.
A Mirto fanno bene quelle parole. Si chiede quante volte gli sia capitato di pensarlo. Forse mai.
“E’ una splendida giornata”, dice guardandosi intorno sollevato.
S’avviano entrambi per il vialetto, scambiandosi ricordi legati a quella casa.
“Bisognerebbe ristrutturarla…”, fa lui. “C’è tanta storia della mia famiglia, c’è tanto di me”.
“Dove vai di bello in vacanza?”, chiede.
“In Sardegna, da amici… Non sto via molto, una settimana soltanto”, risponde Francesca.
“Ti trovo al ritorno?”, domanda fissandolo con occhi che sembrano pozzi luminosi racchiusi in un ovale d’ambra.
Mirto distoglie lo sguardo. Improvvisamente avrebbe voglia di piangere.
Poi compie uno strano gesto, nemmeno lui sa perché. Si china e raccoglie una zolla di terra che sgretola nella mano, spargendola sugli steli rinsecchiti di un’aiuola. Trattiene solo la parte più fine, che sfrega sull’altra mano finché diventa uno strato di polvere sottile fra le sue dita.
“Sì”, dice.

FINE

Moscatello

[P.B., 15/1/2018]

Capitoli precedenti:

PARTE PRIMA
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)
Cap. VI (Sangue)
Cap. VII (Campo de’ Fiori)

PARTE SECONDA
Cap. VIII (Il porto)
Cap. IX (La morte grande)
Cap. X (All’alba)
Cap. XI (Riconciliazione)
Cap. XII (Α e Ω)

Sangue Rappreso – XII

 

XII

(Α e Ω)

Al binario numero due di Stazione Principe il treno per Milano era pronto a partire. Ester con Lina e la piccola Luciana presero posto sulla loro carrozza, Enrico le accompagnò fino allo scompartimento. Sotto lo sguardo incuriosito di Lina, lui e Ester controllavano i loro gesti. I minuti che li separavano dall’addio scivolavano veloci fra le loro dita trasmettendogli un senso d’impotenza. Se avesse potuto, Enrico avrebbe detto a Ester un’infinità di cose. Ma forse non avrebbe saputo da dove cominciare, non avrebbe trovato le parole. L’unico pensiero che gli dava forza in quel momento era sapere che Ester e le bambine erano in viaggio verso casa, verso un luogo sicuro. E lui avrebbe tanto voluto essere là ad accoglierla. Ma l’avrebbe fatto, prima o dopo: sarebbe partito da Genova, l’avrebbe raggiunta. Glielo disse con le dita delle mani, che non scioglievano la stretta. Glielo promise con lo sguardo al momento del commiato, trattenendosi dallo stringerla e baciarla. Non poteva, non doveva essere un addio quello. Egli sarebbe andato a Bergamo, l’avrebbe cercata, l’avrebbe ritrovata. Avrebbe trovato un lavoro, poteva riprendere a lavorare la terra, avrebbero fatto una famiglia. L’amava, voleva sposarla.
Ma quando venne il momento di separarsi, non disse nulla, non fece giuramenti. Lui e Ester si scambiarono un semplice arrivederci. Nei loro occhi in quel momento c’era molto più di una promessa.
Il treno partì ed Ester, le bambine e la bara ripresero infine la loro marcia verso Milano, all’incontro con Mirto.

L’uomo che le accolse in Stazione Centrale era diverso da come Ester se l’aspettava. La curiosità di conoscerlo era cresciuta nel tempo insieme al fascino e l’affetto ispiratole dalla sua povera moglie, Laura. Ester voleva capire chi fosse l’uomo che l’aveva fatta innamorare.
A dispetto di ogni aspettativa, dal primo istante Mirto non le suscitò timore o soggezione, ma un’indefinibile empatia. Aveva sofferto e si vedeva. Le bastò uno sguardo per capire che era caduto e che si stava rialzando. Stando al ritratto ispiratole dai racconti di Lina, le rare frasi e i sospiri di Laura o le aspre parole della sorella, Ester si aspettava di incontrare un uomo arcigno, severo, tutto d’un pezzo. Un uomo che non accettava critiche o obiezioni e che volente o nolente imponeva sempre il proprio volere, a prescindere dalle convinzioni altrui. Un uomo che non sapeva ascoltare. Eppure, quello che si trovò di fronte era sì un uomo solido e forte, ma non in virtù di una rigidezza, bensì della capacità di mettersi in discussione.

Era alto, robusto, imponente, ma buono. Un uomo in grado di farsi rispettare, istruito, ma non raffinato, un uomo concreto. Un uomo che conosceva le leggi della fisica e dell’arte del costruire, i segreti della pietra, della terra da lavorare. Ma era anche colui che non aveva saputo ritrovare la via per raggiungere il cuore di una donna, la sua, amata, desiderata, la propria compagna di vita, la madre dei suoi figli.
Ma non erano quelli di un cieco gli occhi che dalla banchina si posarono su di lei e Lina, affacciate al finestrino di un treno in arrivo. Né gli occhi freddi e severi che si aspettava di incontrare, pieni d’orgoglio o superbia. Erano specchi umidi, vulnerabili e vivi. Finestre aperte su un mondo interiore, un paesaggio in movimento.
Le mani di Mirto tremavano mentre sfioravano il viso di sua figlia Lina, carezzandola, prima di prendere coraggio e abbracciarla, stringerla a sé sollevandola da terra. Furono gesti muti, Mirto non riusciva a parlare, sulle sue labbra una smorfia di dolore.
“Luciana… sei tu?…”, disse infine, divorando con gli occhi il fagottino fra le braccia di Ester. “Come ta se’ ‘gnida granda!…(1), aggiunse prendendola fra le sue. Le parlò in dialetto. Inconsciamente stabiliva un contatto, nuovo ed esclusivo, fra sé e la piccina, ancora sconosciuta. La prendeva con sé, la riconosceva. Nel farlo, usava una lingua che sarebbe stata sua, ma era incomprensibile alla sua balia. Istintivamente si frapponeva al potere di lei, al legame uterino e di dipendenza fisiologica che l’univa alla bambina. Ma fu solo un momento, un istinto, una barriera rimossa l’attimo dopo. Quando, restituendo goffamente la bambina alla nutrice, disse: “Starà meglio con voi…”. E commosso aggiunse: “E’ bellissima…”.
Poi, si chinò su Lina: “Vuoi ancora bene al tuo papà?…”.
Con le lacrime agli occhi prese le mani di Ester: “Grazie per avermele riportate”.

Mirto condusse con calma il barroccio sulla strada verso casa. Durante il viaggio lui e la balia si scambiarono poche parole. Ascoltato il resoconto del loro tormentato viaggio, Mirto si raccolse in un progressivo silenzio di cui sentivano tutti il bisogno. Quando si rivolgeva a Ester o a Lina, lo faceva con estrema delicatezza, quasi sottovoce; era la presenza delle spoglie di Laura alle loro spalle a imporgli di farlo. Non si era ancora abituato alla muta compagnia della bara. Aveva sottovalutato l’effetto che gli avrebbe fatto vederla, toccarla, sentirne la spoglia consistenza e la sua forza giudicatrice. Doveva ancora accettare. Nel cammino verso casa, finalmente si compiva anche per lui il lutto.

Arrivarono a Sarnico all’imbrunire, stanchi e provati dalle infinite emozioni del loro lungo viaggio. Lina dormiva, il capo abbandonato in grembo alla balia. All’arrivo venne loro incontro Luigi con un garzone che, senza fare domande, si occuparono della salma. Luigi e Mirto si scambiarono brevi occhiate esaustive. Non era tempo per le parole e non ce n’era bisogno.
Misero a letto le bambine. Mirto accompagnò Ester fin sulla soglia della stanza che le era stata destinata. Prima di accomiatarsi, le prese una mano nelle sue, sentì il bisogno di dare voce a qualcosa che però gli rimase in gola. Con gli occhi lucidi le strinse forte la mano. “Grazie”, disse in un singhiozzo. Ester abbassò lo sguardo sulle sue mani forti e gentili. “Le mie condoglianze”, disse. “Di cuore”.

Il giorno seguente fu celebrato il funerale. Al termine delle esequie un folto corteo accompagnò la defunta dalla chiesa parrocchiale al cimitero, dove venne tumulata nella cappella di famiglia, a lato dell’altare centrale. In molti accompagnarono Laura in quel tragitto. Chi la conosceva e chi conosceva soltanto Mirto e la sua famiglia. Alcuni parteciparono al cerimoniale per curiosità o per l’esigenza di pregare per una morta.
La morte era sulle bocche di tutti, ormai. Ogni giorno la carta stampata parlava di guerra e di caduti. Ma quella era un’altra cosa. Un fenomeno sociopolitico collettivo, un evento devastante e distruttivo, eppure universalmente riconosciuto. Un evento imminente, e tuttavia ancora al di là dei confini. Quella morte fatta di cronache e numeri, quella morte lontana, estranea, non faceva ancora paura. Non abbastanza. E allora si continuava a parlare di politica, di scelte di governo, di confini e possibili conquiste. Si contavano uomini, navi e cannoni, si leggeva di sfondamenti e avanzate. Ma poco si sapeva, ancora, della morte, quella vera, quella che amputa e annienta una famiglia, quella delle lettere al fronte senza risposta, quella lenta dei soldati immersi nel fango e nella neve, a marcire in trincea, che muoiono sognando il giorno in cui torneranno a casa.
Si enumeravano i caduti su un fronte straniero. Si diceva che era una necessità, un dovere, un onore. Il senso di un’esistenza, dell’amore per la patria. Una croce d’argento su un cuscinetto di raso.
Laura, invece, era lì. In un guscio di mogano e fiori, irrorati da un velo di pioggia. La sua era una morte vicina, tangibile. Era la morte di una mamma. Una fatalità, una malattia, una vita spezzata da un inspiegabile, infausto destino.
In quel giorno di pioggia a Sarnico si piangeva la scomparsa di una donna. Entro l’estate il Regno d’Italia avrebbe aderito a un conflitto mondiale, imboccando irreversibilmente una via senza ritorno. Dopo, nulla sarebbe più stato come prima.

Il pomeriggio piovoso del funerale di Laura rimase indelebilmente impresso nella memoria dei congiunti che avrebbero ricordato quegli istanti infinite volte, anche a distanza di anni, seppur dandogli significati diversi. Per ognuno di loro esso rappresentava una svolta, una tappa, una fine e un nuovo inizio.
Per Lina quel lascito affettivo fu il doloroso ingresso nella sua vita da grande, la prima pietra di quella che sarebbe stata una lunga e faticosa esistenza, lastricata di difficoltà e rinunce.
Il ricordo di quella mesta giornata, l’immagine del feretro di sua moglie, deposto sulla ghiaia. La massa scura di persone raccolte intorno a lui, lungo il viale e fra le lapidi, chine in preghiera. L’ultimo saluto. Per Mirto finiva un’era della propria esistenza, un’intera epoca. Quello per lui fu l’inizio di una fine più grande, del crollo di un mondo al quale, pur non sentendolo più completamente suo, era ancora legato.
Ester, invece, bagnò all’acqua di quella pioggia le radici di una nuova vita, pulsante, forte. Una vita la sua, e quella di un’intera popolazione, che sarebbe andata avanti, nonostante tutto, traendo linfa e nutrimento dall’esperienza del dolore e del distacco, dall’humus di innumerevoli foglie che, morte, sarebbero cadute a terra.

Note:
(1) “Come sei diventata grande!”

Capitoli precedenti:

PARTE PRIMA
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)
Cap. VI (Sangue)
Cap. VII (Campo de’ Fiori)

PARTE SECONDA
Cap. VIII (Il porto)
Cap. IX (La morte grande)
Cap. X (All’alba)
Cap. XI (Riconciliazione)

Sangue Rappreso – XI

 

XI

(Riconciliazione)

Mirto vide un’ombra muoversi nella luce che penetrava fra le fessure del tendaggio. Aprì gli occhi, ma passò qualche momento prima che potesse rendersi conto di dove fosse. Una serie di sensazioni scosse i suoi nervi stanchi che si riattivavano uno alla volta. Udì delle voci, voci di donna. Prese tempo. Mentre cercava di mettere a fuoco i pensieri, un dolore acuto alle tempie lo costrinse a desistere, strappandogli un lamento. Fu in quel momento che vide due piedi.
“Non può rimanere qui, se ne deve andare”, disse asciutta una voce di donna sopra di lui. Mirto la fissò muto, cercando disperatamente un appiglio per ricordare cosa fosse successo la sera prima. “Se ne deve andare, sloggiare, via…”, riprese lei di fronte al suo sguardo disorientato. Più che dall’aggressività delle sue parole, Mirto venne colpito dal puzzo proveniente dal contenitore di peltro in cui la donna stava svuotando le ceneriere sparse per la casa. Tiratosi a sedere sul divano sul quale doveva aver trascorso la notte, prese la testa fra le mani fronteggiando il bruciore dell’acquavite e l’acredine nauseabonda del tabacco. Con fastidio si accorse di essere parzialmente svestito. Che diavolo?!, sospirò, non poteva credere di essersi ridotto in quello stato. Dondolò la testa sotto le occhiate insistenti della donna: sì, sì, levo il disturbo. Si alzò.
“Il signore se ne sta andando”, blaterò la donna all’indirizzo di qualcuno nella stanza accanto. Dall’ingresso s’udì la voce della matrona: “Nella stanza dei velluti, vai…”. Sotto un arco chiuso da un pesante drappeggio s’affacciò una ragazza con un fagotto in mano. L’altra spalancò le tende, la luce impietosa del giorno invase la stanza. Mirto schermò gli occhi e si guardò intorno in cerca dei propri vestiti.
“Li avete lasciati nella mia stanza”, disse una voce da ragazzina. Mirto la riconobbe. Alzò incerto lo sguardo sul volto di chi gli stava porgendo i suoi indumenti e rivide gli occhi verdi, il viso coperto di efelidi e la folta chioma rossiccia della giovane donna che in quel luogo rispondeva al nome di Viola. Ebbe un fremito di vergogna mista a timore. Non sapeva dire cosa avesse fatto la notte precedente e aveva paura di trovare la risposta negli occhi di quella ragazza. Non disse nulla, abbassò lo sguardo. Indossò la camicia in fretta e furia, prese la giacca e sfuggendo lo sguardo di chi si trovava in quella stanza, andò in bagno a sciacquarsi.
Erano le dieci del mattino. Di Ettore non c’era traccia.
“Ha lasciato questa per voi”, disse donna Sofia, prendendo una busta dallo scrittoio e porgendogliela. Al suo interno Mirto trovò dei soldi e una lettera con delle indicazioni per raggiungere la Stazione Centrale. Non era molto distante, ma era bene che Mirto si mettesse subito in marcia se voleva raggiungerla in tempo per veder arrivare i primi treni da Genova. Nel biglietto Ettore aggiungeva che, se Mirto avesse voluto, avrebbe potuto raggiungerlo in Piazza Duomo a mezzogiorno per unirsi a lui nell’alba di una nuova rivoluzione.
“E’ tutto a posto, ingegnere”, soggiunse donna Sofia. “A posto così”. Mirto la fissò in silenzio, piegò il biglietto e, non senza imbarazzo, s’avviò alla porta. Ogni singolo gesto di quell’impacciato commiato fu per lui estremamente faticoso. Non riusciva ad eludere la vergogna e l’ancora più riprovevole, inconscio senso di gratitudine che ammorbidì le sue parole all’indirizzo della matrona. Le avrebbe volute distaccate, inflessibili. Ma non poteva essere così, non più. Sulla porta incrociò di nuovo Viola con in mano il suo soprabito e il cappello. Grazie, pensò. Ma non disse nulla.
“Tornate presto a trovarci”, disse alle sue spalle donna Sofia aprendo un ventaglio di pizzo. “Ogni vostra nuova visita al Giardino Fiorito sarà estremamente gradita”, aggiunse mimando un inchino. Mirto non si voltò. “Addio”, sussurrò alla ragazza, e s’avviò frettolosamente per la via, per l’urgenza di frapporre una distanza fra lui, quella casa e i ricordi di quella notte.
Ma lungo il cammino pensieri e interrogativi si addensarono nella sua testa come nubi gonfie di pioggia contro il dorso di una montagna. Era un tuffo al cuore ogni volta che un ricordo più nitido o la lama puntuta di un dettaglio lo trafiggevano insinuandogli il dubbio e lasciandolo sospeso fra incredulità e smarrimento. A ondate veniva colto dalla tentazione di abbandonarsi al desiderio lascivo e liberatorio di rivivere le fantasie di una notte di piacere di cui non aveva memoria; una debolezza che ricacciava subito, quasi con rabbia. Tutto, poi, si mescolava al rigurgito sovversivo dei farraginosi discorsi che aveva sentito fare a Ettore, uomo controverso e inconcludente, eppure stimato, amato, colui che in sole ventiquattro ore era stato in grado di condizionare Mirto al punto da indurlo nello stato di confusione e disorientamento nel quale si era svegliato. Questa era la cosa che lo infastidiva più di ogni altra. E poi Laura. Evocato, di riflesso, tornava prepotentemente il pensiero di sua moglie e di tutto ciò che aveva significato per la sua vita fino a pochi mesi prima. Il ricordo di lei minava ulteriormente il fragile equilibrio dello stato d’animo di Mirto. “Perdonami!..”, disse fermandosi. Come aveva potuto fare ciò che aveva fatto? Com’era potuto accadere tutto in una sola notte? Si portò una mano al viso. Aveva tradito. Il fatto che Laura fosse morta non cambiava nulla, anzi. Mirto aveva tradito la moglie e la sua memoria. E con essa i propri principi. E’ stato solo un errore, si disse. Non sono cambiato, nulla è cambiato veramente. La verità era che Mirto non ci stava a prendere su di sé la responsabilità di quanto era accaduto, non voleva infliggersi anche quella colpa.
S’appoggiò alla balaustra che lo separava dalla roggia che scorreva in fianco alla strada. Si sentì fiaccato, stanco. Guardò in basso e riconobbe la propria ombra in trasparenza sulla superficie dell’acqua. Tolse il cappello, si passò una mano fra i capelli fissando quell’immagine incerta, mossa appena dall’increspatura della corrente. Era attraversata da una rosa di raggi di luce concentrici che sembravano provenire da un piccolo sole depositatosi sul fondo del canale. Avrebbe anche potuto non essere la sua la figura che stava osservando, pensò. Ne distingueva a mala pena il profilo. A quella distanza vi intravedeva qualcosa di estraneo, era come se si guardasse da fuori. Improvvisamente provò il desiderio di immergersi nell’acqua, di raggiungere e sfiorare i bagliori che emergevano dal fondo del canale. Finché, ripresosi, si rimise lentamente in cammino.

Alla stazione gli dissero che il primo treno da Principe era previsto per le tre del pomeriggio e che la situazione a Genova sembrava essere stata ricondotta alla normalità. I camalli del porto, gente che ha poco da perdere. Raccontarono degli scontri del giorno prima, dell’intervento della polizia a cavallo; c’erano stati anche dei feriti, ma in serata anche gli ultimi tafferugli erano stati soffocati.
“Mi domando: di questo passo dove andremo a finire?!…”, esclamò un passante. “Dico, avete visto qua fuori? Siamo presidiati! Tira una brutta aria, c’è da avere paura… Ma che protesta a fare quella gente?”, insistette l’uomo. “Il governo ha già deciso, il Re si pronuncerà a giorni. E’ guerra, è inevitabile. Non credete anche voi?…”, domandò. Ma Mirto si era già allontanato.
All’esterno trovò un facchino e lo pagò affinché badasse a carro e cavalli ancora per qualche ora. Vide i gendarmi, era evidente che temessero un’iniziativa sovversiva, forse un attentato. Scrutò l’orologio, mancava poco a mezzogiorno. Senza pensarci due volte si diresse verso il centro. Quando s’affacciò su Piazza Duomo, era già gremita di persone. In centro, accanto alla statua equestre del primo re d’Italia, era stato eretto un palco rivestito di bandiere tricolori. Molti altri vessilli pendevano dalle finestre dei palazzi che s’affacciavano sulla piazza. Sulla sinistra, in posizione sopraelevata di qualche metro rispetto al resto della piazza, una schiera di gendarmi la controllava dall’alto. Mirto decise di raggiungerli per godere di quella visuale privilegiata, mantenendosi a distanza dalla ressa che si era accalcata in prossimità del palco.
In quel momento, le campane della cattedrale batterono l’ora sesta e intonarono l’Ave Maria. Mirto accolse con piacere quel suono, memoria di una Pasqua appena celebrata ma già infinitamente distante. Quei rintocchi furono in grado d’infondergli un senso di pace annullando, almeno per qualche attimo, ogni pensiero, ogni tormento. Vi ritrovava l’indissolubile legame fra umano e divino, l’eterna coesistenza fra ragione e spirito che risiede nell’innato e pur faticoso bisogno di credere e d’affidarsi. Per qualche istante, finché non ebbe fine, Mirto si lasciò cullare da quell’eco avvolgente. Quando le campane smisero di suonare, s’udì un sibilo e lo strepito di una voce amplificata: “Cittadini!…”. Cittadini!, ripeterono più volte. Nella piazza scese il silenzio e tutti si volsero verso il palco. “Italiani!…”, ripeté la voce con più enfasi. “E’ con sommo onore, con gratitudine, che accogliamo fra noi, qui, in Piazza Duomo a Milano, il sommo poeta, Gabriele D’Annunzio!…”. Ed ecco l’uomo prendere posto sotto il baldacchino tricolore e offrirsi al suo pubblico. Sorrideva. Mentre il sindaco proseguiva nella sua accalorata presentazione, lui, l’alta fronte un po’ all’indietro, sorrideva calmo. Aveva un fiore bianco di dimensioni esagerate appuntato sulla giacca, forse un’ortensia.
Il primo cittadino dipinse il suo illustre ospite come il precursore e l’attore protagonista dell’avvento di una nuova era; parlò di lui come di un reduce vincitore da svariate importanti battaglie, politiche e ideologiche, principe del foro, riferimento culturale nel Paese e oltre confine. Un uomo d’audacia e coraggio impareggiabili…. Quel lungo sproloquio fu seguito da un intenso clamore d’applausi, rotto qua e là da grida isolate e incitazioni d’incoraggiamento. D’Annunzio prese la parola. Mentre le prime parole del Vate cadevano sulla folla, Mirto si distrasse osservando due bambini, un maschio e una femmina, vestiti alla marinara, radunati al fianco dei loro genitori, avranno avuto al più sette o otto anni. Composti, immobili, attendevano pazientemente che il cerimoniale avesse luogo. Mirto fissò le loro folte chiome ricciute, la bambina aveva i cappelli legati in un vivace fiocco rosa. Avrebbe potuto essere Lina, sua figlia. Provò l’impellente desiderio di sentirsi chiamare papà.
Rialzò svogliatamente lo sguardo sul palco. D’Annunzio declamava agitando le braccia: “… In nome dell’amore per il nostro Paese, di un sentimento rivitalizzato, sincero. In nome di un’unità fortificata, dell’inesauribile bacino di risorse di questo Paese…”, fu interrotto dagli applausi. “In nome di un popolo e di una stirpe ineguagliabili al mondo, di un futuro di gloria e di rinascita, in cui non vi saranno più tensioni, né incertezze, ma impegno, lavoro, fecondità per ognuno di noi. In nome di tutto questo, che non è un sogno, né un ideale, ma pura realtà, un atto di volontà e autodeterminazione… E’ dovere morale del Re e del Governo impegnarsi nel patto con gli Stati Occidentali e con la Grande Russia, per entrare a pieno titolo nel processo di liberazione dei territori che da sempre ci appartengono e che oggi più che mai chiedono di poterlo essere di nuovo!…”.
La folla acclamò. Cori di Bravo!, Bravo! e applausi risuonarono da molti punti della piazza. Dopodiché, il poeta riprese la parola: “E non si tratterà di un patto fra uomini di potere, fra politici. No, sarà un patto sacro, sancito fra ognuno di voi, concittadini, anime della Nazione. Un Paese che da sempre è culla della storia e che anche oggi è chiamata a compiere il proprio mandato con coraggio e brama di gloria!…”. Seguì un nuovo intenso clamore che costrinse il Vate ad una lunga pausa. Il plauso si propagò da sotto il palco fino alla scalinata e al sagrato dove si trovava Mirto. La portata e l’effetto di quelle parole dimostravano che il dado era tratto; non v’era più dubbio, né possibilità di tornare indietro: la guerra era vicina, giungeva l’ultima ora. L’ora della rivoluzione, pensò Mirto.
E proprio in quell’istante, mentre D’Annunzio riprendeva l’arringa, s’udì uno stridore insolito seguito da un violento colpo sordo. Sul lato sinistro della piazza, un po’ decentrata rispetto alla posizione del palco, ma non molto distante dalla statua equestre, si levò una nuvola di fumo bianca. Contemporaneamente, in un angolo della piazza, sventolarono delle bandiere rosse. Già si moltiplicavano le grida di sorpresa e di paura, mentre bastoni e drappi venivano agitati furiosamente. Una macchia scarlatta che risaltava sulla massa indistinta di persone come un fiotto di sangue palpitante.
“Una bomba!”, gridarono. Seguirono altri botti, forse degli spari. In pochi attimi la folla s’aprì e ruppe in una corsa dissennata in ogni direzione. I militari che presidiavano la piazza si mossero simultaneamente verso l’origine di quell’onda concentrica. Mirto vide scattare quelli che si trovavano dietro di lui come se rispondessero ad un tacito comando. Ne giunsero anche altri richiamati dallo scoppio, mentre nel vuoto creatosi intorno a loro adesso si distinguevano chiaramente gli uomini che brandivano aste e bastoni. Mirto fu costretto a retrocedere sul sagrato per non essere travolto dalla in fuga riversatasi in direzione del Duomo e della Galleria. Nessuno ormai, nemmeno lui, si curava di cosa stesse accadendo sotto il baldacchino tricolore, che peraltro venne subito evacuato. Era un altro ora, lo scenario che, atterrendolo, carpiva l’attenzione di chi ancora restava sul posto. La moltitudine di persone che da via Torino si era raccolta in fondo alla piazza mescolandosi alla folla rapita esibiva con forza la propria appartenenza ideologica, così come la chiara intenzione di rovesciare ciò cui aveva assistito e di resistere duramente a qualsiasi forma repressione nei propri confronti.
Mirto osservò ammutolito quanto stava accadendo per pochi, interminabili minuti. C’erano delle persone a terra, quasi sicuramente dei feriti, ma ancora nessuno si prendeva cura di loro. Diverse persone gli passarono accanto urtandolo. Un anziano signore cadde, finendo lungo disteso sugli scalini, a pochi metri da lui. Mirto l’aiutò a rialzarsi sollevandolo da sotto le spalle, ma non riusciva a camminare, zoppicava, si reggeva a stento sulle gambe. Nel frattempo, nella spianata infuriava lo scontro. I manifestanti inferociti brandivano bastoni e spranghe di ferro, anche le aste delle bandiere erano diventate armi improvvisate da opporre alle baionette dei soldati. I quali, in inferiorità numerica, retrocedevano e cercavano di organizzare una linea di sbarramento. Non potevano avere la meglio, né riuscire a disarmarli senza sparare o correre il rischio di venir travolti. Così gli avversari, forti della loro superiorità numerica, ebbero modo di lanciare delle bottiglie incendiarie contro il palco del comizio. Drappi e bandiere presero subito fuoco, in breve la fiamma si trasmise al castello di legno. Galvanizzati dall’effetto sortito, presero ancora più coraggio, levando cori inneggianti alla libertà del popolo operaio: “Viva il popolo!”, urlavano. “A morte la monarchia!”. “Potere al popolo! Libertà!…”. Poi, la voce di uno di loro, forse un capo, superò quella di tutti: “Al municipio! Avanti! Stiamo uniti! Al municipio! Oggi ci dovranno ascoltare!…”.
I gendarmi cercarono di ostacolarli minacciandoli con le baionette, non era ancora stato sparato un colpo. Tuttavia, dovettero indietreggiare, arretrando sempre più la loro posizione. Prima che riuscissero a formare una nuova linea di contrasto, un nuovo focolaio di sommossa s’accese in via dei Mercanti, da dove s’udì giungere un rumore di vetri infranti e urla indistinte da sotto la loggia. Le forze dell’ordine avevano sottovalutato l’entità e la violenza della possibile contestazione. Un fronte imponente di persone si muoveva ormai quasi indisturbato in direzione della Galleria sventolando i propri stendardi.
Sorreggendo il vecchio, Mirto si mosse faticosamente verso il lato opposto della piazza, ma prima di riuscire a abbandonare il sagrato, udì un improvviso squillo di tromba e un inconfondibile clamore di zoccoli sul selciato. “La cavalleria!”, gridarono. Arrivarono da entrambi i lati del Duomo, avvolgendo la piazza in una morsa.
Mirto avrebbe ricordato quegli attimi per tutta la vita. I manifestanti furono colti dal panico; i cavalleggeri, le sciabole sguainate, gli tolsero il tempo di reagire, tagliandogli la fuga. In pochi istanti da tanti che erano vennero sbaragliati, dispersi. Non potevano fronteggiare quell’urto e la violenza delle lame sopra le loro teste. Molti di loro cercarono la ritirata ma, intrappolati fra i cavalli o minacciati dalle baionette dei soldati a terra, depositate le mani, s’arrendevano. Altri, invece, opposero una strenua e folle resistenza, attaccarono senza guardare in faccia il nemico, senza temere la morte, rimanendo a terra feriti.
Mirto tornò indietro e, non trovando altre vie d’uscita, cercò all’ultimo un riparo nella cattedrale. Con un grappolo di altre persone si ritrovò a battere disperatamente alle porte sbarrate, gridando come animali in trappola. Finché dall’interno una voce precedette lo schianto della serratura. Mirto e gli altri vennero fatti entrare d’urgenza, il portale venne subito richiuso alle loro spalle. Da fuori giungeva l’eco delle urla e lo scalpiccio dei cavalli nell’infuriare di una battaglia dall’epilogo ormai certo. I rifugiati, sconvolti, si radunarono sul fondo della navata centrale ringraziando chi aveva concesso loro asilo sottraendoli appena in tempo a quell’inferno. Le loro voci concitate si sovrapponevano confusamente: “E’ incredibile! Avete visto?!…”. “Bisogna prepararsi al peggio…”. “Siete ferito?”. “Quest’uomo ha bisogno di cure!…”. “Ma, dico, avete visto?!… Stavano marciando sul municipio! Mio Dio, – perdonate padre – è la rivoluzione!…”. “Che il Signore ci scampi!…”. “Vi saranno certo dei feriti là fuori, forse dei morti!”. “Sono tempi bui per le nostre città, per il Paese intero! Entreremo in guerra anche noi, è vero? Ma è proprio inevitabile?”. “Giolitti ci avrebbe tenuti lontani dal conflitto!…”. Passato lo spavento, fra loro scese improvvisamente il silenzio, rotto di tanto in tanto dai lamenti del vecchio. Le sue condizioni non erano preoccupanti, ma era frastornato, terrorizzato. Mirto si sedette accanto a lui. Per un momento lasciò vagare lo sguardo per la navata e più su, fra le alte fronde del colonnato, dove le volte convergevano in punti oscuri, infinitamente lontani. Oltre quel buio, forse, il cielo, ma non se ne aveva la certezza. Non vi era altra luce se non quella policroma che filtrava dalle vetrate, conferendo a quel luogo un’atmosfera di mistero. Unico segno della presenza di Dio, unica speranza di resurrezione. Ma dov’era Dio in quel momento? Quale speranza, se fuori infuriava una battaglia fratricida? Come poteva un Dio padre degli uomini rimanere chiuso fra le mura fortificate di una chiesa quando fuori i suoi figli erano disposti a togliersi la vita a vicenda?
Mirto immaginò il corpo di sua moglie chiuso in una bara e fu assalito dal rimorso. Laura era l’amore, la vita, l’occasione perduta. Gli rimanevano le bambine. Avrebbe saputo dare loro anche solo un po’ dell’amore che aveva nutrito per la loro mamma? E con quale esito, se nemmeno a lei, finché era stata in vita, aveva saputo dimostrare la portata del proprio sentimento?
Da fuori non giungevano più clamori. Alcuni dei rifugiati si avvicinarono al portale d’ingresso scambiandosi sguardi interrogativi, cercando di capire cosa stesse accadendo fuori di lì. Il chierico che li aveva accolti tornò dicendo che i manifestanti erano stati dispersi e molti di loro erano stati arrestati. Le forze dell’ordine controllavano la piazza; il centro della città era completamente presidiato.
Quando aprirono le porte, i gendarmi sbarrarono loro la strada. Non fecero uscire nessuno prima di aver verificato le generalità di ognuno. Fra di loro c’erano dei poliziotti in borghese che facevano molte domande ma rispondevano elusivamente a chi li interrogava sull’accaduto.
Mirto si trattenne fra i banchi in attesa che qualcuno si prendesse cura dell’anziano seduto accanto a lui. Ad un tratto udì un rumore simile a uno scricchiolio, uno schianto nel legno proveniente da un punto imprecisato di una navata laterale. Voltatosi da quella parte, non vide nessuno. Sul fondo intravide un altare dominato da un grande quadro di santo raffigurato in posa estatica. Di lato, sulla sinistra, un imponente porta candele, sulla destra un confessionale. Mirto ebbe l’impressione che il velluto sopra la portina del confessore si muovesse. Senza perderlo di vista, si alzò e si diresse verso il confessionale. Attraversò la chiesa in silenzio, mentre dall’ingresso giungevano le voci tese e perentorie dei poliziotti e quelle querule dei civili. A un passo di distanza udì di nuovo lo scricchiolio. Rimase immobile. Chi mai potrebbe nascondersi lì dentro?, pensò. Senza dire nulla, scostò la tendina. Sotto di lui apparve la schiena di un uomo rannicchiato. Indossava una giacca marrone lacera. Pur sapendo di essere visto, non si mosse, tanto che Mirto per un momento pensò a un cadavere. Poi, lentamente, senza fiatare l’uomo si raddrizzò e sollevò la testa. Mirto allora poté vederlo in faccia: aveva la fronte coperta di sudore e un taglio sotto l’occhio destro. Visibilmente sconvolto, lo fissava con un’espressione a metà fra paura e minaccia. Asciugò la ferita con un fazzoletto, senza distogliere lo sguardo da quello di Mirto. Il quale, nel frattempo, l’aveva riconosciuto e seppe sostenerlo. In quello scambio i due si capirono. Allora il fuggiasco portò un indice alle labbra suggellando l’intesa. In quell’istante Mirto scorse un’ombra a pochi metri da loro e ritrasse la mano con la quale teneva sollevato il velo. Voltatosi, vide un chierico.
“Prego…”, disse invitandolo a dirigersi verso l’uscita. “Rimanete solo voi”, aggiunse sorridendo amabilmente. Mirto lo seguì fino alla porta.
Ai poliziotti Mirto non poté mostrare alcun documento e rispose seccamente alle loro domande. Veniva da Bergamo, da Sarnico, sul Sebino; doveva recarsi al più presto alla Stazione Centrale, dove si sarebbe ricongiunto – ebbe una piccola esitazione, con la propria famiglia, la moglie e due bambine. Non aggiunse altro, né c’era altro da dire. Il suo aspetto, i suoi modi fecero sì che lo lasciassero andare.

Sul sagrato Mirto si immerse nella luce del giorno. Guardò la piazza, i segni evidenti dei disordini. Il palco era quasi completamente distrutto dal fuoco e s’ergeva a fianco della statua del Re come un macabro simulacro. Le armi sottratte ai rivoltosi erano state ammucchiate in quelle che sembravano tante cataste funebri. Mirto contemplò quello scenario, poi s’incamminò con passo deciso verso la stazione. Mentre s’allontanava con la sensazione di essersi alleggerito di qualcosa, s’augurò che non accadesse nulla all’uomo del confessionale, che lo aiutassero a scappare, ad andarsene da lì, a tornare a casa. Che comprendesse e facesse tesoro di quanto gli era accaduto quel giorno, qualsiasi significato avesse. Da parte sua, Mirto aveva imparato abbastanza e con lui non aveva più nulla in sospeso. Non gliene importava niente ormai, che tenesse il suo portafoglio.

Capitoli precedenti:

PARTE PRIMA
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)
Cap. VI (Sangue)
Cap. VII (Campo de’ Fiori)

PARTE SECONDA
Cap. VIII (Il porto)
Cap. IX (La morte grande)
Cap. X (All’alba)

Il vecchio e il mare – Note a margine

Hemingway e un marlin, Cuba

[Cuba, E. Hemingway immortalato accanto a un marlin – Fonte: web]

“L’uomo non è granché vicino ai grandi uccelli e alle bestie. Vorrei proprio essere quella bestia laggiù nel buio del mare”.

Queste le parole del vecchio pescatore. Questo il pensiero dell’Autore, in arte pescatore, cacciatore, torero. E pure nella vita, anche se probabilmente afflitto da un irrisolvibile complesso di dilettantismo.
In questa breve citazione – siamo circa a metà del racconto – appare con prepotenza tutta la nostalgia di un’esistenza fondata sulle regole della natura, scevra dall’ipocrisia della morale, dalle invenzioni della mente, dalla penosa giustificazione intellettuale, filosofica e religiosa. Nostalgia per le essenziali e incontrovertibili leggi dell’equilibrio e della lotta fra vita e morte. Per la nobile supremazia della forza, la dignità della bestia. In questa frase il grande bisogno di riportare l’essere umano allo stesso livello. Per confrontarsi ad armi pari, in mare, nella savana, nell’arena. Per capire chi è il più forte, chi è il migliore.
Sappiamo che non è così. L’intelligenza, i mezzi dell’uomo falsano il confronto, truccano il combattimento. L’uomo, affrancato, protetto dai prodigi dell’ingegno e della tecnica, è e resterà sempre inferiore. E di questo senso di inferiorità l’Autore pare soffrire visibilmente. Esso è forse la piaga che da sempre ne mina l’orgoglio, la fiducia, la virilità.
Si può essere disturbati da questo lato della poetica di Hemingway. Perché, è innegabile, nella sua manifestazione vi sono tracce di machismo, di misantropia, di misoginia. Forse è veramente così – non sarò mai in grado di dirlo, ma ciò che mi arriva, leggendo, ciò che a me arriva per primo è qualcosa di diverso. Provo a spiegarlo.
Raccontare la morte in una battuta di caccia, o nel rito cruento dell’arena, il porre preda e cacciatore, toro e matador sullo stesso piano, di fronte a un comune destino, afferisce per me a qualcosa di primordiale, di primigenio. Lo testimonia il modo in cui ciò viene fatto, l’asciuttezza della narrazione, la crudezza del narrato, la ruvida esattezza delle parole cui poco o nulla viene aggiunto. L’artefatto lascia il posto all’essenza, il narrato assume presto l’aura del mito. E nel tentativo di descriverlo, preservarlo, difenderlo, l’ipocrita sovrastruttura del pensiero interpretativo è rifuggita in ogni modo, con l’unico scopo di rimanere rigorosamente ancorati e adesi alla realtà. Di mostrare che esso risiede nella meravigliosa, crudele essenza della natura, di cui l’uomo non può negare di fare parte. Per Hemingway l’essere umano più autentico tende ad agire come un animale, e come tale si batte, si eccita, inferocisce; come una bestia è accecato dal furore, dalla passione, dall’istinto di sopravvivenza. Rifugge la tentazione del pensiero debole, del senso di colpa, la pietà; colpisce, ferisce, uccide, preda, mosso da un atavico ferino egoismo.
A modo suo fa così anche il vecchio solitario in mezzo al mare. Consapevole di essere predatore o preda a seconda dell’animale che si trova di fronte. Della reciproca forza, della reciproca astuzia, della reciproca esperienza. Amo e lenza, un’arma semplice ma letale, come la lama nelle mani del matador a pochi centimetri dall’enorme collo taurino fiaccato, hanno l’effetto di ridurre di molto se non del tutto la distanza fra i due animali, di portarli ad un livello in cui il confronto e la lotta possano avere luogo.
Se il vecchio e la sua strenua forza residua avranno la meglio, egli ucciderà il meraviglioso marlin appeso alla sua lenza, se viceversa col protrarsi della pesca perderà via via l’uso della mano, delle braccia, delle gambe, sentirà cedere e spezzarsi la schiena, se sarà vinto da fame e sete ormai a miglia di distanza dalla costa, allora sarà lui a soccombere. L’uomo ne è perfettamente consapevole, dall’inizio. Sono le regole del gioco, non le teme, non le contesta; se sarà lui a perire nel confronto, non sarà una vittima, ma il più debole, il perdente. Sotteso nel rimuginare del vecchio è il pensiero, il desiderio che la vita abbia e mantenga le regole di un grande gioco (non a caso il vecchio pescatore è un appassionato di baseball), dove ci si impone per delle indiscutibili capacità fisiche e mentali. Dove si ha sempre un’occasione per cimentarsi e provarle.

Faccio ritorno alla scelta stilistica del racconto per sottolinearne alcuni aspetti.

Il protagonista. Un vecchio pescatore che vive in un misero capanno e dorme in un letto di fogli di giornale, il cui orizzonte di conoscenza è racchiuso in quello del mare, la sua religiosità è una superstiziosa forma di credenza, la sua mitologia i campioni del baseball e le imprese di pesca. E’ un uomo povero e vecchio. Un uomo solo, che ancora una volta prende il mare per abitudine, per necessità, ma lo fa come se fosse l’ennesima, forse l’ultima grande occasione per misurarsi con le regole della propria esistenza. Il suo linguaggio è scarno, semplice, le sue parole una litania di solitudine. E’ un uomo allo specchio, quello buio del mare. Un uomo che si confronta con qualcosa che non vede, qualcosa che si trova a decine di metri di profondità sotto di lui. Un uomo che lotta a mani nude. La sua è una condizione ideale per l’Autore, il vecchio pescatore è il protagonista ideale. Ma è reale. E’ un pescatore cubano, conosciuto molti anni prima che “Il vecchio e il mare” venisse pubblicato. Un ideale di uomo, un ideale di umanità cui l’Autore sembra aspirare profondamente.

Il racconto. Da subito prende il registro della fiaba, ma come tutte le fiabe racconta la vita. Non si tratta di un’opera di fantasia, ma di una fiaba del reale, il cui protagonista è un uomo in stretto contatto con la natura. L’umile semplicità e l’apparente povertà del protagonista si riflettono nello stile linguistico e narrativo. La semantica è circoscritta al mondo della pesca, alla vita di mare. Le descrizioni sono essenziali, niente metafore, solo l’asciutta descrizione di ciò che il vecchio pescatore osserva, di ciò che gli accade. E i dialoghi con se stesso e con il pesce, invisibile sotto la superficie dell’oceano.

Infine l’animale, la nobile preda. Il vecchio pescatore (come l’Autore) vi si identifica, lo ama, prova un profondo senso di fratellanza nei confronti del proprio antagonista. Il quale, a un tratto, salendo inaspettatamente in superficie e compiendo un imponente salto, lo omaggia mostrandosi in tutta la sua maestosa virilità.
Preso all’amo, per giorni e notti il marlin va per la sua strada. Nel pieno del proprio vigore non lotta, non avverte il pericolo. Trascina la barca per miglia, esibendo tutta la sua forza, la sua resistenza. Il vecchio pescatore ama e rispetta quella forza, ne ammira la bellezza, la dignità.

“Poi gli dispiacque che il pesce non avesse nulla da mangiare e il dispiacere non indebolì mai la decisione di ucciderlo. A quanta gente farà da cibo, pensò. Ma sono degni di mangiarlo? No, no di certo. Non c’è nessuno degno di mangiarlo, con questo suo nobile contegno e questa sua grande dignità.”

Egli è profondamente grato all’animale, non per ciò che potrà ricavare da quella pesca, ma per l’opportunità che esso gli concede di confrontarsi e dimostrare il proprio valore. Di riscoprire la propria essenza.

Pensandoci, se non si tenesse conto di questo profondissimo processo di identificazione, della sacralità del binomio preda-predatore, del riconoscimento e dell’accettazione dei propri primordiali istinti, seppur imprigionati in una gabbia di regole e convenzioni morali e sociali, non sarebbe possibile affrontare la lettura di un’altra importante, enciclopedica opera di Hemingway, “Morte nel pomeriggio”. Non si sarebbe colpiti e affascinati dall’impeto di passione e devozione che ne hanno ispirato la scrittura. Non si potrebbe quindi scendere nell’arena accanto all’Autore, spettatore e protagonista, ed essere intimoriti, terrorizzati, eccitati, trasfigurati dal combattimento e dal sangue, nell’eterno braccio di ferro fra vita e morte.

Pare che per un’intera esistenza, subito segnata dalla drammatica, devastante esperienza della guerra, Hemingway abbia cercato di definire e comprendere la vera natura dell’uomo. Che per farlo abbia scelto di spogliarlo di ogni ipocrita e illusoria sovrastruttura ideologica e filosofica, fino a provare una nostalgica, ineludibile affinità per il suo lato più istintivo e ferino. Fino a comprendere che, per quanto sappia essere spietata e crudele, in quella sua natura risiede il conforto di regole comportamentali certe e di una biologica, incontrovertibile lealtà.

“Il vecchio e il mare” è stato scritto e riscritto per anni. Nel corso della sua lunga gestazione ha avuto proporzioni diverse, culminando infine nel breve romanzo che conosciamo. Si può pensare che sia una sorta di testamento. Di certo è un inno al rispetto della natura e un auspicio a riconoscere e sperimentare le proprie più autentiche aspirazioni.
Inevitabile per me tornare con la memoria a uno dei celeberrimi 49 racconti, “Le nevi del Kilimangiaro”, in cui il protagonista, alter ego dell’Autore, con una gamba in cancrena per una ferita infetta, in preda al delirio della febbre ripercorre la propria esistenza in un intimo monologo, una sorta di intricata confessione. La narrazione, però, si conclude con una scena dal timbro più lirico ed estremamente commovente, se ricongiunta con l’epigrafe che apre il racconto.
Il protagonista sale finalmente a bordo dell’aereo dei soccorsi, o forse si immerge definitivamente in quella che non è altro che un’ultima, alleviante visione…

“Quindi cominciarono a cabrare, e pareva che andassero a est, e poi fu buio ed erano in mezzo a un temporale, con la pioggia così fitta che sembrava di volare attraverso una cascata, e poi ne uscirono e Compie voltò la testa e sorrise e puntò il dito e là, davanti a loro, tutto quello che lui poté vedere, vasta come il mondo intero, grande, alta e di un bianco incredibile nel sole, era la vetta quadrata del Kilimangiaro. E allora seppe che era là che stava andando”.

Il lettore, allora, fa subito ritorno alla prima pagina…

“Il Kilimangiaro è un monte coperto di neve alto 5895 metri, e si dice che sia la più alta montagna africana. La sua vetta occidentale è chiamata, dai Masai, Ngàje Ngài, la Casa di Dio. Vicino alla vetta occidentale c’è la carcassa rinsecchita e congelata di un leopardo. Nessuno ha saputo spiegare cosa cercasse il leopardo a quell’altitudine.

Sangue Rappreso – X

 

X

(All’alba)

“Lina, dove sei stata fino adesso? Non sentivi che ti stavo chiamando? Non devi allontanarti troppo, specie in un luogo che non conosci…”. Lina si voltò sorpresa. Non avvertiva alcun pericolo intorno a sé. E poi accanto a lei c’era sua madre, di cosa doveva avere paura? Si guardò intorno: erano sedute su di una panchina di un bel giardino fiorito, oltre la vegetazione avvertiva la presenza del mare. Si ricordò che erano in viaggio, ma non verso dove, non era importante. Non sapeva dire dove si trovassero in quel momento, ma si sentiva al sicuro, a casa. D’istinto, con un sorriso innocente disse: “Mamma, c’è Ester, non devi preoccuparti. Quando sono con lei non hai nulla da temere. E’ tanto buona con me”. “Lo so, bambina mia”, disse Laura, “Ester è una persona meravigliosa, il suo cuore è puro come la corolla del giglio. Potrò sempre fidarmi di lei, per questo l’ho scelta, ricordi? Ricordi il giorno in cui l’incontrammo per la prima volta a casa di zia Adele?”. “Sì, mamma, mi ricordo. Indossava quello strano pastrano, così pesante, e quel buffo nastro bianco fra i capelli. Sembrava una pastorella…”, Lina rise divertita. “Ester è una ragazza semplice”, riprese Laura, seria. “Non se ne vergogna, non si preoccupa del giudizio altrui. Non deve sapere di essere accettata per sentirsi all’altezza. Ma rispettata, quello sì”.
Un raggio di luce illuminò il volto di Laura facendole socchiudere gli occhi, era l’ora del tramonto. Carezzò affettuosamente i capelli di Lina in silenzio. Poi disse: “Quel giorno Ester volle che la conoscessimo per come era: una brava ragazza di campagna, una ragazza semplice, con la testa sulle spalle…”. Tacque di nuovo, assorta nei propri pensieri, poi guardò Lina con un lieve cruccio negli occhi. “E tu, Lina, saprai essere una brava bambina? Saprai comportarti da persona onesta e sincera?”. “Certo mamma!”, rispose sollecita la bambina, ansiosa di fugare ogni dubbio e il fremito che aveva intravisto sulle labbra della mamma. “Mammina, io non ti deluderò!”
Laura trasse un lungo sospiro che parve quasi affaticarla. Fissò un punto oltre le siepi che racchiudevano l’angolo di giardino in cui si trovavano. Senza guardare Lina in viso le disse: “Sei una cara figliola, sei piena d’entusiasmo e di buone intenzioni, ma non puoi assicurarmi che non farai degli sbagli. Non puoi e non devi farlo”. Carezzò la fronte della bambina sorridendole dolcemente. “Tuttavia”, aggiunse, “puoi promettere alla tua mamma che farai sempre del tuo meglio per non cadere in errore, che cercherai di essere una persona generosa e timorata di Dio; che avrai sempre un occhio di riguardo per chi è meno fortunato di te, per chi è nel bisogno e può trarre giovamento anche solo da un piccolo aiuto. Che avrai sempre il coraggio delle tue azioni e dirai ogni giorno una preghiera per le persone infelici e quelle che vivono nell’ombra del peccato”. Lina alzò lo sguardo: alla luce del tramonto il volto di sua madre era di una bellezza ultraterrena. “Lo farai, me lo prometti?”. Lina annuì in silenzio. Non era certa di aver capito il significato di quelle parole, ma sapeva che in quel momento era la cosa più giusta da fare. Poggiò la testa sul fianco di Laura e lasciò che lei le carezzasse morbidamente il capo. In verità, tutta quell’austerità la rattristava. Era così contenta di rivedere la sua mamma, che avrebbe voluto stare tutto il tempo abbracciata a lei senza tante raccomandazioni e ammonimenti. Si guardò intorno in cerca di un motivo di distrazione, ma ciò che notò la turbò ulteriormente: il giardino fiorito stava mutando aspetto. Le aiuole di narcisi e tulipani, i boccioli di rosa, le foglie fresche di primo germoglio stavano perdendo colore. Fiori e piante, raggelati, pietrificati, svanivano progressivamente su di uno sfondo grigio indistinto. La luce del tramonto divenne diafana e bianca, spettrale. Lina guardò sua madre e vide crescere il pallore e la stanchezza sul suo volto; i suoi occhi avevano un’espressione dolente. “Che cos’hai mamma? Non stai bene?”, chiese preoccupata. “Tra poco sarà buio”, disse Laura. “Non ci resta molto tempo”. D’istinto Lina l’abbracciò con impeto: “Ma dove vai mamma, perché non possiamo stare insieme?…”, si lamentò. “Non andartene, ti prego, resta qui con me, mi manchi tanto…”, disse stringendola più forte. Ma la rigida compostezza di Laura la fece desistere dopo un momento. La madre la fissò sorridendo mestamente. “Mamma, dove andrai adesso?…”, singhiozzò Lina. Ma lei non disse nulla, rimase immobile sulla panchina, avvolta dal crescente grigiore che le circondava. Il pensiero che non ci fosse più tempo e di non aver goduto di quello che avevano avuto riempì Lina d’angoscia. Non poteva accettare che la sua povera mamma la salutasse così, con quell’aria di resa; non poteva permettere che se ne andasse col cuore gonfio di tristezza e con tutti quei dubbi su di lei. L’unica cosa che poteva fare, tuttavia, era stringerla forte a sé e farle capire quanto l’amava, quanto desiderava che restasse aderendo con ogni parte del corpo a quello di lei. Ma qualcosa le fece comprendere che non le era più possibile raggiungerla. Laura non reagì alla sua stretta, anzi voltò il capo senza toccarla. Una forza più grande dell’amore di Lina la tratteneva altrove a una distanza ormai incolmabile. “Mamma,… Mamma sei tu?…”, chiese Lina spaventata. “Mamma, dove sei?…”, chiese ancora senza risposta. “Mamma ti voglio tanto bene!…”. Pensando di perderla del tutto, allungò una mano sul suo viso nel disperato tentativo di volgerlo ancora verso di sé. Allora Laura la guardò di nuovo, con clemenza; inclinò il capo e le sorrise amabilmente. Per un istante il suo bel viso riassunse la tenue carnagione di sempre e così pure i suoi capelli corvini brillarono ancora una volta all’ultima luce del giorno. Nei suoi occhi Lina riuscì a ritrovare pace e serenità, sentì come se la madre la carezzasse da dentro. Poi Laura le prese una mano e la portò al viso, così poté toccare la sua pelle, di nuovo calda e viva. Infine disse: “E’ stato molto bello incontrarti, Lina. Posso andare tranquilla. D’ora in poi io sarò lontana, ma non temere, non ti lascerò mai. E ci incontreremo di nuovo, molto più spesso di quanto tu possa immaginare. Ora vai, e tieni sempre vivo il buono che hai nel cuore”.
Il sole finalmente tramontò, scese il buio e il silenzio. Faceva freddo.

Ester riaprì gli occhi che il sole non c’era ancora, ma già un ceruleo chiarore rianimava i cumuli sullo specchio scuro del mare calmo. Manca poco all’alba, pensò, e uno stridere improvviso di gabbiani la scosse dal torpore, restituendola al presente e al luogo in cui si trovava.
Le braccia di Enrico le cingevano le spalle e la vita, le braccia che l’avevano protetta dal freddo e dall’umidità della notte. Enrico. Ascoltò il suo respiro lento, abbandonato. Ne sentiva il calore sul collo, scoprendo ad ogni fiato il significato e la bellezza di quel loro abbraccio. Enrico, l’uomo. Colui che l’aveva cinta e le si era dato interamente, grato, redento; cedendo infine ad un sonno profondo e liberatorio.
Ester si scostò leggermente su un fianco stando attenta a non svegliarlo, doveva muovere gambe e braccia indolenzite, ma per nulla al mondo avrebbe rinunciato all’intimo tepore della loro unione. Lo sapeva, da quella notte niente per lei poteva essere più come prima. Lo sentiva. Sentiva il proprio corpo, quel calore nuovo dentro di sé. Come fremiti, le sensazioni di ciò che aveva provato le affioravano dappertutto. Sulle mani, sui seni. E sulle spalle, le gambe, il ventre, in ogni centimetro della sua pelle. Curiosa, impaziente, voleva comprenderle prima che Enrico si svegliasse. Voleva essere pronta. Allora avrebbe potuto guardarlo con altri occhi, consapevoli e grati, solo allora. In quegli istanti Ester avvertì una forza immensa che non sapeva di possedere e che la conduceva ad una nuova proda, dalla quale si voltava indietro trasformata. Si sentì esposta, indifesa, ma al contempo ricca di una dote nuova, preziosa e sconosciuta.
Prima di quella notte, Ester non aveva mai avuto un uomo, e tanto meno sapeva cosa volesse dire amare. Non era estranea alle pulsioni del sesso, che tristemente conobbe nella sua prima giovinezza, quell’orrenda prima volta, nell’antro buio e maleodorante di una stalla. Da allora, però, non aveva più tolto la corazza in cui, terrorizzata, inferocita, si era rifugiata. Quando lasciò la campagna e giunse in città seppe farsi rispettare. Sapeva come tenere a bada un maschio, anche un esemplare grande e grosso come il cuoco della prima casa dove aveva cominciato a lavorare, il quale quand’era in calore rincorreva tutte le sottane di casa. O l’avvocatino, come i servi chiamavano il figlio del padrone, il quale pensava di poterla trattare come un oggetto di proprietà, di maneggiarla come una brocca o una posata d’argento, anche se di minor valore. Ricordava ancora con ribrezzo i suoi baffetti impomatati, l’insolente profumo di tuberosa che emanava dalla sua camicia, la puzza di sigaro che gli usciva dalla bocca mentre si sporgeva su di lei ghermendola. Sentiva ancora il suo sesso premere attraverso la stoffa dei calzoni mentre, puntandogli le mani sul petto, lei si divincolava minacciandolo con un filo di voce, attenta che nessuno li udisse.
No, non erano uomini quelli. Stesa sulla sabbia a un passo dal mare, mentre vedeva sorgere l’alba da una piccola rena fra gli scogli, Ester capì che fino ad allora non aveva mai incontrato qualcuno che potesse innamorarla. Un uomo con il quale desiderare di assistere a quell’alba meravigliosa e semplice, prodigio di luci intrappolate fra cielo e mare, cangianti ad ogni respiro. Sorrise stringendosi nelle spalle, lasciandosi attraversare dal piacere di un lungo brivido che la fece tremare. Rivisse l’attimo, il primo bacio, le vene che le si scioglievano dentro, come la sua bocca, su quella d’Enrico. Le sue labbra che nutrivano e bagnavano come un unguento quelle ruvide di lui, prosciugate dalle lacrime e dal dolore. Perché Ester quella notte era la cura e la salvezza per un uomo che in fondo conosceva appena, ma sapeva innocente, un uomo che ancora non aveva conosciuto tutto il male della vita, ma scopriva il senso della morte, che l’assolve. E lei gli si era concessa, con generosità e tenerezza. Aveva amato quell’uomo come un bambino e un semidio insieme, riconoscendo il lui quanto di più puro, di più bisognoso. L’aveva accolto dentro di sé senza parole, senza che lo chiedesse. E l’aveva guidato in una discesa che fecero insieme, a occhi chiusi, nel buio di un mistero più grande di loro, in grado di trasformare rabbia e lacrime in un inno alla vita.
Ester seguì la sequenza dei loro gesti muti e concitati, ancora così vividi, reali. Si erano lasciati cadere sulla sabbia senza nemmeno accorgersene, senza disgiungere le loro labbra. Quando Enrico l’avvolse nel suo abbraccio, lei poté sentire il suo odore, sapeva di buono. Affondò le dita nei suoi capelli stringendoli forte, mentre lui le sollevava le vesti frugando goffamente per la fretta di toccare la sua pelle. S’arrestò di colpo, però, Enrico, quando sulla sua sottana riconobbe la macchia scura del sangue di Manlio. Allora Ester la toccò e carezzò quel pegno di sangue rappreso sul cotone della sua veste. Prese in mano un brandello di stoffa pregno, ispessito, tutto ciò che rimaneva di una vita. Senza dire nulla, alzò lo sguardo su Enrico che fissava le sue mani. Gli carezzò il volto e lo trasse al seno premendovelo contro, inebriandolo, stordendolo a quel contatto. Lo baciò di nuovo, generosamente; baciò i suoi capelli, la sua fronte, gli baciò le orecchie, le guance e con una mano guidò quella di lui fra le sue cosce. Enrico, cieco di passione, le aprì il corpetto libandosi ai suoi seni, scaldandoli al soffio concitato del suo respiro. Le percorse il collo più volte solcandolo con labbra fameliche, mentre le sue mani conoscevano il corpo di lei, facendolo suo, esplorandolo e coprendolo a più riprese, come fa l’onda che bagna e si ritira. Poi, trattenendo un gemito, quasi un ringhio di piacere, Enrico fu dentro di lei che, ormai abbandonata alla furia crescente di quel mare, si lasciò trascinare nel suo vortice sempre più agitato e incalzante. La vita faceva il suo corso, non potevano arginarla. Ester si vide nel ventre di quel flutto, sentì la sabbia muoversi sotto di lei. V’immerse allora una mano, abbandonandosi al piacere immenso che ancora cresceva e s’espandeva dentro di lei. Poi non seppe e non vide più nulla, le si annebbiò la vista, i suoi occhi si persero nel nero del cielo, imperlato di stelle, ma forse era il corpo d’Enrico proteso sopra di lei quel firmamento. Gettò il capo all’indietro inarcandosi, mentre sentiva che il suo corpo era unito, cementato a quello di lui, che si muoveva con forza inaudita, travolgente. Infine venne, stringendolo fino a farsi mancare il fiato. E pianse, pianse di piacere, di felicità. Non riusciva né voleva smettere di assecondare quella gioia incontrollata, slegata, libera. Le sue mani s’aggrapparono al legno della schiena contratta di Enrico, graffiandolo, poi furono nuovamente nei suoi capelli e sul suo volto, sollevandolo per un lungo bacio languido, arreso, disfatto. Enrico, incredulo, sorrise alle lacrime che le solcavano il viso, prima di cedere e lasciarsi cadere su di lei ansante, rimanendo così, immerso nell’effluvio della sua pelle ad ascoltare il battito impazzito che le percuoteva il petto. Ester lo strinse forte. Tremava.
Ancora carezzava dolcemente i suoi capelli, quando con la luce dell’alba Enrico riaprì gli occhi. Fu con il sorriso e l’imbarazzo di poche, incerte parole che si rivestirono e decisero di tornare in fretta al dormitorio, prima che le bambine s’accorgessero dell’assenza della balia. Con un’ultima esitazione lasciarono la lingua di sabbia che li aveva accolti al sicuro di un riparo di scogli, lontano dai timori e dalle ombre del presente, fuori dal mondo. A malincuore scrollarono la sabbia dalla pelle e dalle vesti, il letto del loro primo amore.

Quando fecero ritorno allo stanzone e alle brande, Lina e Luciana non si trovavano più lì. Costernati, domandarono a chiunque incontrassero, ripetutamente, ma tutti dissero di non aver visto la piccola Lina allontanarsi con la sorellina. Con il cuore in gola Ester si mise subito alla ricerca, mentre già il porto cominciava già ad animarsi. I camalli scendevano ai moli per riprendere le attività di ogni giorno e di lì a poco anche Enrico doveva andare. Tuttavia, decise di restare accanto a Ester affiancandola in quella ricerca, che in pochi attimi divenne angosciosa e frenetica. Povere bambine, dov’erano?, si chiesero preoccupati. Che fossero con qualcuno? Forse, svegliandosi sola per la paura Lina aveva chiesto aiuto… Ma a chi?
Ester scosse la testa mortificata: “Starà cercando me…”, disse rimproverandosi amaramente. “Come sono stata imprudente! Come ho potuto pensare che dormissero tranquille!…”. Da quando le conosceva, pensò, non le era mai capitato di perdere di vista le bambine, non una volta. Fu assalita da un brutto presentimento: che gli fosse successo qualcosa? Non osava pensarlo.
Fu un grido improvviso a scuoterla: “E’ qui, l’ho trovata! Ester, vieni! L’ho trovata!…”.
Enrico la chiamava dall’ingresso di un magazzino. Ester corse da lui. Raggiuntolo, riconobbe il posto e dopo un momento emise un profondo sospiro di sollievo: Lina era rannicchiata in una coperta, in grembo aveva la piccola Luciana. Dormivano entrambe accanto alla bara della loro povera mamma.

Capitoli precedenti:

PARTE PRIMA
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)
Cap. IV (Trincea)
Cap. V (Esodo)
Cap. VI (Sangue)
Cap. VII (Campo de’ Fiori)

PARTE SECONDA
Cap. VIII (Il porto)
Cap. IX (La morte grande)

La sedia (10. tiZ On the trAin)

C’è una sedia in fondo al corridoio,
È la sedia del silenzio dove mi raccolgo ogni volta che nun me ne fir’ cchiù…
Sedia di melanconia,
Sedia di gioia,
Sedia di me.
È la seduta della catarsi sprofondante,
La sedia della trasformazione, della rinascita,
Sedia e dulore, sedia d’ammore, sedia caruta, seggia peruta.
Sedia d’aScolto, sedia d’o soliloquio, sedia di silenzio che fa ruMmore.
‘A Seggia d’a speranza, che attesa non voglia conoscere domani…
Sedia di pianto e di conforto,
Sedia di giudizio e di esame
Seggia di morte e di preghiera.
Sedia di risa e di vita, sedia di gioco e di tempo speSo,
La sedia dell’esperienza e dell’immaturità, sedia di imparo e mortifico. Sedia d’insegnante.
Sedia che quel giorno se…
Sedia d’errore…
Sedia di treno, di metro affollata, sedia di “Prego si assetti lei“, sedia d’a conferenza tra doje sconosciuti, sedia di sonno, seggia e mare e de sale, di sete, sedia di scorrere lento, sedia di tran tran. ‘A Seggia d’a musica e d’a lettura pendolare. ‘A seggia scomoda e fredda, comoda e calda, ‘a seggia d’a fermata improvvisa: “Qui si scende signora“. Sedia di improvvisazione, sedia vuota in banchina. La sedia del ritardo e della ramanzina. Sedia di quante parole non dette e delle manifestazioni non espresse e tutte le comunicazioni nOn verbali.
Sedia di ma, ma io, sedia di storia di famiglia, di nonna e le sue storie, sedia di guerra e di fame, di povertà e di rivalsa. Sedia di tutte le decisioni non prese e tutte quelle subite, sedia di ma io sono diverso e di siam tutti nella storia…
Sedia che non venga mai la sera…
Sedia sfasciata, sedia usata, sedia di quell’odore… fa sempre “casa”…
La sedia dell’ amore, consacrato in un anello,
Sedia di sesso, sedia di ossesso, sedia di parto e di vita nuova, sedia che senza te è troppo vuota questa stanza…
Sedia di noi… sedia di confido nel domani, perché è nel mio domani che quella sedia la vedo occupata solo di te.

(Ad Ale….)

[tiZ, tiZ On the trAin, 6/12/2017]

[Ecco. Questa è tiZ. Non servono parole, né per presentarla, né per descriverla o commentarla. Sarebbero inutili. Disturberebbero il suono, il sapore, toglierebbero il ritmo che accompagna i suoi versi. Perché nelle sue di parole c’è tutto. C’è una vita di donna, di mamma, di figlia, di bambina… C’è Napoli e Napucalisse… La litania, la commozione, il pianto, il grido… C’è la rincorsa di un treno che qualche volta non arriva, o comunque bisogna saper aspettare, saper incontrare… C’è l’universo di una carrozza, l’umano bestiario, l’umana enciclopedia. La quotidiana battaglia, la quotidiana lezione. Ci sono i simboli e la mitologia di un’esistenza “amplificata” in una “città-teatro” e in un mondo che a volte sembrano fuori da ogni immaginario e dal tempo. Nelle parole di tiZ c’è una saggezza guadagnata a caro prezzo, sudata sulla pelle. Ma soprattutto c’è lei, tiZ, con tutto il suo calore, il suo colore, il suo cuore; il sorriso e la fiducia inesausti con i quali sa affrontare, erodere, scalzare anche i passaggi più faticosi e tristi.

Grazie.

Sedia (by tiZ)

“Sedia”, foto di tiZ. 

Il nostro diario:

La sedia (9. comelapolvere)
La sedia (8. pozioni di parole)
La sedia (7. massimolegnani)
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La sedia (1)

Se qualcun altro volesse arricchire la nostra pagina…:  paolo.beretta.email@gmail.com]