Accident

(original full version)

steer away fron this rocks

[Onda sonora ispiratrice: There there, Radiohead, 2003]

Giro di vento
mutazione, cambiamento.
Il desiderio è sotterraneo
latente e inesorabile.
Mentre il sole si oscura e si spegne.

Ho acceso lo stereo
attendo l’arrivo di quella canzone.
Il suo climax e il suo ritmo tribali
costanti, crescenti.
Irrisolti.

Frasi, domande, che si ripetono in ipnotica litania.
Enigmatiche, rotolano senza una fine, senza orizzonte.
Così è il suono, eco trattenuta, alimentata
distorta pulsazione arpeggiata
aritmicamente imprigionata.

In pitch dark
I go walking in
Your landscape

Ho tradotto le parole a modo mio.
Le ho portate sotto pelle.
Ho provato a condividerle, a farle nostre.
Ho provato a dedicartele
a tatuartele.

Impossibile.
Impossibile propagare una risonanza solo mia.
Ombra scura senza sorgente, radicata dentro me.

Broken branches
Trip me as I speak
Just because you feel it
Doesn’t mean it’s there

Urlando, sussurrai quelle parole su di un sentiero di montagna.
Le cantai, espirando al vento, salendo, passo dopo passo.
Parole informi che si affacciavano alla memoria
avvolgendo e penetrando il mio respiro.

Lentamente salivo, il capo chino su quel sentiero
che taglia una landa umida e silenziosa
lunare, desolata.
Progressivamente ritmo e suono si facevano strada dentro me.
Senza una ragione apparente. Naturalmente.
Camminavo sulla scia di un destino, disegnando il tuo profilo.

In pitch dark
I go walking in
Your landscape

C’ero io, con il mio passo e il mio respiro. E c’erano loro.
C’ero io fra passato e presente. E c’eri tu.
Ascoltavo il mio corpo, mentre ritmo e note emergevano dal basso
diventando battito e pulsazione.
Poi l’arpeggio e gli accordi oscuri e lacerati di una chitarra.
Istintivamente davo fiato ad un leggero, intimo cantilenare.

Anticipavo. Correvo.
Nell’approssimazione di una memoria ancora acerba
ma già forte, pericolosa
d’energia pura e tagliente.

Anticipavo la variazione rievocando il crescendo di una struttura senza simmetria,
senza un arrivo.

Just because you feel it
Doesn’t mean it’s there

Le conferme di una batteria
sul ritmo instancabile di tamburo.
Poi, nella costernazione
nel disorientamento di un paesaggio mentale riflesso e disperso
nel vuoto intorno, fra suggestioni, paure, memorie
si ripete lenta la domanda.

Why so green & lonely?
Heaven sent you to me

Domanda?

Why so green & lonely?
Heaven sent you to me

Domanda!

Why so green & lonely?
Heaven sent you to me

Ecco, sgorga.
Invade l’orizzonte.
Il desiderio.

Sillabe scandite, declamate
accettate, disperate.

Arrendevole grido
lento, remissivo.
Sensuale.

Il mio tempo, tuttavia
era veloce, correva.
Anticipava con curiosità.

Chi sei? Da dove vieni?
Dal nulla mi giungeva
l’ossessione,
il presentimento.

There’s always a siren
Singing you to shipwreck
Steer away from these rocks
We’d be a walking disaster

Inarrestabile cammino.
Dolce e necessario abbandonarsi in quell’abbraccio.
Incontrastato cammino.
Disastro.

There’s always a siren
Singing you to shipwreck
Steer away from these rocks
We’d be a walking disaster

Allora, in quelle radure
mentre energia e vita battevano all’unisono in me
proprio allora ti attendevo.
Ti desideravo sempre di più, sempre più forte.
Il suono cresceva.
La domanda si trasformava in un’onda
una corsa,
un’affermazione.

We are accidents waiting
Waiting
Waiting to happen

Risposta?

We are accidents waiting
Waiting
Waiting to happen
We are accidents waiting
Waiting
Waiting to happen
We are …

Risposta.

Avrei potuto ripeterla all’infinito.

Feci l’ultima salita correndo.
La mia anima pregustava una dolce morte
mentre il mio corpo, spavaldo, mostrava la sua forza.
Nessun contrasto.
Nessun paradosso.
Solo una logica, necessaria conferma.

Correvo verso il baratro.
Vigile nel mio essere accecato.
Pronto nel mio essere acerbo.

Non sapevo, non conoscevo ancora la mia fine.
Non ti possedevo ancora
incipiente ossessione.
Ti stavo concependo.
Ti stavo creando.

Why so green & lonely?
Heaven sent you to me

Così doveva essere.
Così è stato.

Why so green & lonely?
Heaven sent you to me

La mia anima era ormai pronta a riversarsi su di te
a rivelarti in proiezioni di desiderio.

Why so green & lonely?
Heaven sent you to me

O giovane musa!
Fata ignorante
purezza accecante.

L’infinita distanza mi avrebbe permesso di toccarti.

Why so green & lonely?
Heaven sent you to me

Inconsapevole musa,
riconobbi il tuo sguardo.
Dovetti tornare sui miei passi
incrociarlo di nuovo.

Riaprii quella porta.
Mi specchiai nei tuoi occhi
e dimenticai il tuo nome.

Lo cercai.
Ossessione, era già scritto.
Ma ne trovai un altro.

Accident.

Quello fu il tuo nome.

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Inviolata

Inviolata

Immagine dello studio di copertina dell’album “The Madcap Laghs” di Syd Barret – tratta dal web e liberamente modificata

Non gocce di rugiada
ma vane parole
stillanti lacrime
le tue
vibratili
in notti sfiorite
al limitare del bosco.

Scricchiola l’impalcato.

Dalla finestra non giunge
il cantilenare
tiepido
del vento.
Sul pavimento
un corpo nudo.
La pelle inviolata.

next stop Kagran

next stop Kagran

E. Schiele – Autoritratto, 1910 (dettaglio)

la ruota
disarmata
sta ferma.
negli occhi
cristalli di fiume
come lacrime d’amorino
ghiacciate nella sabbia
mentre colonne di fumo
sorreggono il cielo
oggi più gentile
sulle nostre facce.

next stop Kagran.
i panni asciugano
tu dormi già.
la tua pelle livida
sopra la tela
ispira
l’immortalità
di una caduta
noi
che non siamo
e rimarremo.

un bravo scrittore

un bravo scrittore
non è un filosofo
né un curatore.
ha in mano
bisturi da chirurgo
cosmetici da visagista.
gli dicono: falla più bella.
se ci si mette, però
la cosa gli prende la mano.
allora apre, scava
disseziona.
infine richiude, cuce
ricompone ciò che ha fatto a pezzi con cura.
e conclude: non c’è più niente da fare.
un bravo scrittore
va fino in fondo
dopo tanto imbrogliare
cincischiare invano
lui gira le carte
e vede
il disfacimento
l’annullamento
che mette tutti in fila per uno
sopra lo zero.
perché è solo da lì
che si vede
anche il più esile stelo.

Cala Luna

Cala Luna

“Fu in quel momento che mi esplose il cuore;
lo sbancava con grosse mine in fori verticali
caricandone gli ampli blocchi
sui bilichi dei miei bisogni;       e mi vinceva”

Diversamente dai pochi altri, eravamo arrivati dalla via della terra attraverso la macchia ed i graniti; un sentiero si snodava tra dirupi, in alto, sopra il mare. Riprendemmo fiato sotto vecchi lecci che scandivano la luce estiva e le distanze.

A mezzogiorno la cala ci apparve dall’alto in tutta la sua bellezza. Il Luna dai monti si gettava per una valle nel Tirreno; prima della duna formava uno stagno quasi ricoperto da un canneto; oltre, verso la costa, alcuni oleandri cedevano spazi alla rena bianca in discesa fino al mare.

Prima di scendere, sotto l’ultimo elce in un gerbido sotto costa, ammirammo a lungo l’ansa bevendo l’acqua risparmiata; ora sentivo i suoi passi attenti sui sassi dietro il mio discendere lento: presagivo il piacere di immergermi nel mare.

Il pomeriggio trascorse come tanti tra acqua, luce e sabbia; però prima di sera, i pochi visitatori salirono su di un battello per tornare alle villeggiature; fummo soli, finalmente.

Il sole tramontava dietro i monti selvaggi senza strade. Noi giocavamo con una penna su di un foglio a comporre versi strambi da assemblare; sentivamo il sale tenderci la pelle.

Montammo la tenda che avevamo non lontano dagli oleandri e aspettammo in silenzio la mite sera orientale che non conosce decadenze; la luna non sarebbe tardata ad arrivare.

Scendemmo la duna verso l’interno, attraversammo il canneto risalendo il torrente fino a un guado e raggiungemmo una casa che era ovile ed osteria, unica costruzione di quel luogo. Cenammo semplicemente; ringraziammo; non v’erano parole tra i nostri silenzi, vivevamo un’intesa di gesti nel tempo di quel luogo: fu in quel momento che mi esplose il cuore.

Tornando dal cenare la luna illuminava il Luna ed il suo canto; lei lo attraversava in fretta impaziente di giungere sulla rena. Incantato la seguivo per il canneto. Arrivata agli oleandri si tolse gli abiti in una corsa e, nuda, nel chiarore bianco sulla duna, si volse per cercarmi. Stupito ed esaltato mi fermai estraniato; correva e mi cercava. La guardavo mentre leggera e veloce scendeva giù per il chiaro della rena, verso il mare.

Tutto quello che accadeva intorno e dentro me, era anche altro: partecipavo di una forza primitiva che si affermava tramite ciò che percepivo. La guardavo nel plenilunio mentre lieve si lasciava andare giù per la duna verso la battigia, il suo corpo chiaro sul bianco della sabbia, ero senza fiato.

Una potenza altra s’impadroniva del mio corpo e si esprimeva in ciò che mi animava.

Poi di colpo mi tolsi gli abiti e, senza aver compreso, mi buttai giù da quel pendio soffice per ritrovare colei che conoscevo.

[A. De Martino, 2008 – Immagine di copertina: web]

Fin qui tutto bene

Fin qui tutto bene

Con la preziosa partecipazione de lapoetessarossa.

“Quanto è durato il tuo matrimonio?”, chiede lei.
“Tre anni e mezzo. Ma era finito poco dopo il primo”, risponde lui.
“Il mio primo tradimento…”, aggiunge distogliendo lo sguardo. E’ così facile parlare con gli sconosciuti, pensa.
“Il mio primo tradimento”, ripete lei, ironica. “Li hai contati?”
“Ci deve pur essere una prima volta, non credi?
E tu? Quanto è durato il tuo matrimonio?”, chiede.
“Tre anni, anche per me. Ma abbiamo convissuto quasi per sei. Perciò posso dire che il mio matrimonio è finito ancora prima di cominciare. E non è una frase fatta”.
“Da sposata l’ho tradito a settembre…”, aggiunge dopo aver succhiato il cucchiaino.
“La prima volta non me la ricordo”.
“Dai, la prima volta non si scorda mai!”, fa lui con un certo imbarazzo.
“Non mi sto vendendo bene, vero?”, dice.
Un’ombra le attraversa il volto. Forse sta esagerando, pensa.
Lo sguardo di lui si perde fra le guglie del Duomo.
Qualcosa di simile al piacere che prova solo spogliandosi per un uomo la spinge a continuare. “Hai mai visto l’Odio? Il film…”, chiede.
Lui fa cenno di no, anche se quel titolo affonda come una lama nella sua memoria.
“E’ la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: Fin qui, tutto bene. Fin qui, tutto bene. Fin qui, tutto bene… Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio“.
Lui quella scena l’ha vista, molte volte. Ma fa finta di niente, la guarda, attende il resto.

“Era estate”, riprende lei carezzando il manico della tazzina.
“Certi fine settimana, anche se vivevamo già insieme, lui tornava dai suoi in Veneto. Odiavo quei luoghi e potevo ancora permettermi il lusso di non accompagnarlo. La prima volta che ci sono andata sono stata male tutta notte. Il corpo non mente mai…”.
Guarda dentro il bar, come se cercasse di mettere a fuoco una scritta, qualcosa.
Era un collega del mio ex. Era di Genova, ma lavorava a Milano. Ci sentivamo ogni tanto.
L’ho accompagnato al treno una volta, era un venerdì sera e ci siamo visti per un aperitivo, sua moglie era in vacanza col bambino.
Abbiamo parlato tutta sera, ma dovrei dire tutta la notte… Mi ha riaccompagnata a casa che era già chiaro. Avevo lasciato l’auto sotto casa sua con il contrassegno dei residenti, ricordo questo particolare. Sono tornata in treno il pomeriggio del giorno dopo a riprenderla…”
Fa una pausa, solleva lo sguardo incrociando gli occhi di lui, che non l’hanno lasciata un momento.
“Fin qui tutto bene”, dice.
Lui ha un brivido. Conosce bene quella sensazione, non la prova da tanto tempo, troppo.
Adesso Irene gli sembra diversa. Quando l’ha vista, all’uscita della metro, con quel suo pastrano colorato e le scarpe da ginnastica, non molto alta, dall’aria insicura, di primo acchito le era parsa una tipa modesta, una di quelle che vuole apparire alternativa a tutti i costi, che tengono sempre un libro o due nella loro borsa di tela consumata e indossano vestiti di qualche taglia in più, fuori moda, e quegli assurdi berretti di lana.
Un altro granchio, ha pensato. Per questa qui rimango Marco e le lascio un numero sbagliato.
Ora gli sembra incredibilmente sexy. In tutto quello che fa, in quello che dice. La sua voce. Forse è stata quella la svolta. Una voce da ragazzina un po’ saputella e irriverente in un corpo che non le appartiene. E’ la sua anima nascosta. E più la ascolta raccontare, più la trova sensuale, invitante. Come il modo in cui inumidisce le labbra, o l’intelligenza provocante che ha nello sguardo, di quelli che sanno tutto di te senza che tu dica niente.
Irene, pensa, chissà come si chiama veramente.

“Anche a te è andata bene, almeno per un po?”, chiede lei scrutandolo.
“Cosa, il matrimonio o la relazione extra-coniugale?”, prende tempo.
“La seconda. Della prima non mi interessa un gran che…”.
“E’ stato romantico”, fa lui, chiedendosi come gli sia venuto in mente quell’aggettivo.
“Romantico…”, fa eco lei.
“Sì, dai, eravamo giovani… E’ stato divertente”, ridacchia, non sa ancora se ha voglia di raccontare la verità.
“Avevo trent’anni e lei venti”, aggiunge. “Ci eravamo conosciuti in piscina, per poi scoprire che lavoravamo nello stesso palazzo, lei al quarto, io al sesto piano”.
“Quanti piani aveva il palazzo?”
“Non arrivava a cinquanta. E comunque, se ci tieni a saperlo, non mi sono mai buttato…”
Ridono tutti e due.
Marco si accende un’altra sigaretta. Un cameriere esce in grembiule e maniche di camicia, con gesti sbrigativi ed esperti accende il fungo accanto al loro tavolino. La piazza brilla di luce artificiale.
“Dopo un po’ che ci incrociavamo senza compiere il passo, lei mi ha fatto trovare un biglietto”.
“Romantico…”, lo prende in giro Irene, poggiando i gomiti sul tavolo e il mento sui palmi all’insù.
“Vuoi qualcos’altro, una cioccolata?”, le chiede Marco.
Lei fa no con la testa.
“Hai freddo, vuoi entrare?”
“Vai avanti, timidone”, forse non è scemo come sembra, pensa. E poi, quella luce negli occhi…
“Un biglietto… Che cosa ti aveva scritto?”
“Non era soltanto un biglietto, c’era un cioccolatino Lindt”.
“Mm-mm…”
“Sul biglietto aveva scritto un saluto tipo buon rientro, qualcosa del genere. Pur sapendo il mio nome, mi aveva chiamato Pericolo. Mi rimase impresso…”
Irene lo fissa con tenerezza.
“L’aveva appiccicato sullo specchietto sinistro della macchina. Era buio quando sono uscito dall’ufficio e me ne sono accorto solo in tangenziale, a momenti faccio un incidente!…”
“Allora sei veramente pericoloso! Aveva visto bene”, lo punzecchia lei.
“Dopo qualche tempo l’ho invitata ad uscire. La prima volta andammo fuori città, in campagna, sul fiume. Avevo una paura fottuta di incrociare qualcuno di noto”, Marco sorride scuotendo la testa.
“E’ normale”, fa lei, anche se non ricorda di aver mai fatto un pensiero simile.
“E poi?”

“E poi per un po’ non successe niente, niente di niente. Ero un uomo sposato di dieci anni più grande. Lei era una ragazzina, ma per quanto attraente, riuscii a restare al mio posto”.
“Finché un giorno…”
“Finché un giorno… Non so perché accadde… Ero dai miei, non vedevo mia moglie da giorni, all’epoca lavorava a Reggio Emilia e stava fuori tutta settimana. Forse avevamo litigato, o forse mi sentivo solo, fatto sta che la chiamai e ci trovammo in un parcheggio che era quasi mezzanotte.
Riconobbe la mia auto e salì. Pioveva, era aprile.
La subissai di parole e parole, finché mi implorò di baciarla.
Non fu una preghiera, fu una pretesa. Ricordo perfettamente, mise le mani sulle ginocchia, strinse i pugni e disse: voglio un bacio.
La baciai… E, niente… Mi riportò in vita”.
Agli occhi di Irene tutto cambia colore. Rivede la scena come in un vecchio film in bianco e nero. Anche i capelli dell’uomo che ha di fronte non sono più castano chiari, il colletto della sua camicia non fa più a pugni con quello della giacca di velluto, che lo invecchia un po’, e la smodata quantità di acqua di colonia che si dev’essere rovesciata addosso prima di uscire ha assunto un sinuoso aroma di sandalo e cuoio.
C’è qualcosa in lui, un che di familiare, che le fa chiedere di sapere di più.

“Una volta arrivata alla macchina l’ho chiamato per chiedergli cosa fare del contrassegno”, dice.
“Lavorava, mi ha chiesto se potevo aspettare che finisse il turno, che se mi andava potevamo cenare insieme. Mi andava, eccome se mi andava. La sera prima non era successo niente, ma lui era stato sicuramente il mio primo pensiero della mattina, e il secondo, il terzo, tanto che non avevo mi ero dimenticata di chiamare mio marito.
Mentre lo aspettavo ho fatto un giro in centro. Non è che fossi uscita di casa con l’idea di rimanere fuori, così mi sono comperata due cose nuove e sono andata ai bagni della rinascente a cambiarmi”.
Sfila la sigaretta dall’indice e medio di Marco e tira una boccata voluttuosa che le toglie il respiro. Tossisce rumorosamente scusandosi ripetutamente. “E’ una vita che non fumo… Mamma mia, non sono più abituata”.
“Non so cosa mi avesse preso”, riprende a raccontare. “O forse lo sapevo, visto che avevo comperato della biancheria intima. Niente di sfacciato, non pensare, una cosa carina.
Sono andata a casa sua, ho citofonato e sono salita…
Quando ha aperto la porta era in accappatoio, appena uscito dalla doccia. Sono entrata in casa, non sapevo dove guardare, ero imbarazzatissima, ho pensato: che cazzo sto facendo?
Mi ha portato in soggiorno ed è andato a vestirsi, quando l’ho visto vestito mi sono rilassata. Siamo andati a mangiare una pizza dall’altra parte di Milano e abbiamo continuato a parlare come la sera precedente. Siamo stati gli ultimi a uscire dalla pizzeria, c’erano già le sedie sui tavoli, sono venuti a dirci che dovevano chiudere.
Siamo saliti in auto, al primo semaforo rosso mi ha baciata fino a quando non ci hanno suonato.
Ha fatto così a tutti i semafori, fino a casa sua. Ridevamo come due scemi.
Mi ha detto: adesso facciamo il giro della città e ti bacio a tutti i semafori.
Siamo saliti a casa sua, ha chiuso la porta, mi ha preso per mano e ha detto: andiamo in camera.
Ricordo che l’ho fermato e gli ho detto: in camera no.
Allora siamo andati in sala, prima sul divano, poi sul tappetto.
Quando ha visto il completino nuovo mi ha detto: sei una birichina…”

Blu turchino, pensa Marco. L’intimo che indossava quando la spogliò la prima volta, a casa sua. Il giorno prima aveva accompagnato sua moglie all’aeroporto, partiva per una settimana di mare con una collega dell’università. Una vacanza premio al termine di una lunga ricerca di laboratorio. Marco aveva pensato a tutto. Cenetta in casa, a lume di candela, con la musica giusta…
Ricorda ancora la sua pelle. Aveva un tatuaggio in fondo alla schiena, uno di quei disegni tribali, non vistoso, elegante. L’aveva notato una volta che si era chinata a raccogliere qualcosa con i jeans a vita bassa.
Questo però non lo racconta, ha paura di apparire il solito maschio insensibile e materiale.
“La prima volta che venne a casa mia”, dice, “non poté fermarsi a dormire per via di suo padre. L’accompagnai alla macchina e mi addormentai appena toccato il letto. Non sentii l’sms con cui mi avvisava di essere arrivata, né le due chiamate di mia moglie dall’Egitto.
Tornò il mattino dopo. Era domenica, facemmo colazione sul balcone. Aveva portato dell’olio e mi massaggiò i piedi, poi tornammo in camera da letto, piena di luce… Il suo corpo mi pareva diverso, continuavo a carezzarlo senza decidermi a entrare dentro di lei…”.
Marco solleva lo sguardo. Gli occhi di Irene lo accolgono in un abbraccio liquido che lo solleva portandolo non sa dove, ma al sicuro.

“Ci siamo frequentati per un po’”, dice lei.
“Se aveva libero il pomeriggio, provavamo a incontrarci. Mi prendevo un paio d’ore di permesso e ci vedevamo da qualche parte. Lo facevamo in macchina e ridevamo sempre un sacco. Era simpatico, brillante. In casa aveva non so quanti libri. Lavorava per la polizia giudiziaria, aveva i suoi casini lavorativi e io comunque avevo dei margini d’azione molto più ristretti dei suoi. Anche quando non ci siamo più visti abbiamo continuato a sentirci di tanto in tanto, mi tirava su di morale”.
Ruba l’ultima boccata e spegne la cicca spalmandola sul fondo di vetro del posacenere.
“Credo faccia ancora lo stesso lavoro, se google non mente…”, dice pensierosa.
“Sai una cosa? Quella volta, la prima, sono atterrata bene. Sono atterrata sul morbido. Mi sono divertita. Non c’era tormento. Era un gioco. Era bello. Stavamo bene. Andava tutto bene, a entrambi”.
“Il mio atterraggio fu un po’ più traumatico”, dice Marco ridendo. “Fu addirittura ridicolo”.
“Quella domenica, sarà stato più o meno l’ora di pranzo, eravamo ancora stesi sul letto, quando sento un tramestio in ingresso. Non me ne rendo conto subito, ma il rumore in fondo al corridoio non smette, anzi si fa più insistente.
Mi alzo e in punta di piedi mi avvicino alla porta. Lei fa altrettanto e ci ritroviamo entrambi nudi a fissare le chiavi oscillare nella serratura.
A quel punto sento delle voci, che riconosco subito. Sono quelle di miei. La chiave non gira, dicono, ci son dentro le altre. Dev’essere in casa, suoniamo?
Mi volto e incrocio lo sguardo terrorizzato di lei. Porto un indice alle labbra e le faccio segno di allontanarsi in silenzio. Torniamo in camera, metto mutande e maglietta e penso al da farsi.
Suona il campanello. Mi pare di sentire la voce roca di mia madre che dice: Marco, ci sei?
Le dico di chiudersi in bagno, che vado ad aprire e li liquido, mi invento qualcosa…”
Marco si interrompe bruscamente. “Una birra?”
“Bevo un sorso della tua”, dice Irene. “Continua, com’è andata a finire?”
“Bel nome Irene”, fa lui.
“Vai avanti, non divagare!”
“Mia madre non è un tipo facile, diciamo. Non ci fai nemmeno entrare?, dice. Almeno offrici un caffè… Che stavi facendo?… E in men che non si dica son seduti in soggiorno, mentre io mi domando cosa stia facendo la ragazza in mutandine e reggiseno chiusa nel mio bagno.
Faccio il caffè, sono lunghi interminabili minuti. Dico che non sto bene, che devo tornare a letto, ma niente, anzi mia madre si offre di riordinare la casa, di cucinare per me. Sembra trovare ogni scusa per fare una ricognizione e capire in quali condizioni viva suo figlio.
Inutile dire che mi trovo davanti alla porta del bagno abbozzando una scusa affinché non la apra. Tutto inutile. Infila il braccio, abbassa la maniglia, la spalanca. Chiudo gli occhi, non ho il coraggio di voltarmi.
E c’era bisogno di fare tante scene? esclama.
Mi volto. Lei non c’è.
Guardo nella vasca da bagno. Non c’è.
Guardo mia madre. Sorrido come un deficiente.
Fammi sentire la fronte, fa lei, devi avere la febbre.
Con molta fatica la risospingo in salotto, dove mio padre sta fumando placidamente guardando la tv.
Mentre mia madre lava i piatti della sera precedente – mi domando ancora come mai non abbia detto niente trovando il doppio di ogni cosa -, io faccio capolino in camera da letto.
Le non c’è”.
Irene alza un dito.
“Primo piano”, fa lui. “Ma non si è buttata. Era nascosta sotto al letto. Mi inginocchio, la vedo. Meglio, vedo due occhi di gatto terrorizzati, inferociti.
Rido. Rido, sì, istericamente. Sottovoce le dico di stare tranquilla, che se ne stanno andando. Li accompagnerò in quel negozio di mobili, come avevo promesso – me n’ero completamente dimenticato.
Farò finta di chiudere la porta. Quando non senti più nulla, scappa…
Ridono entrambi, a lungo.
Irene vorrebbe accarezzargli il viso, ma si trattiene.
“Continuavo a ridere, sai? Anche dopo, al negozio. Mia madre mi chiedeva consiglio e io ridevo come uno scemo”.

“Che dici, ce ne andiamo? S’è fatto buio e fa un po’ freddo…”.
“C’è pure un po’ di nebbia”.
Attraversano la piazza in silenzio.
“E’ stato bello”, dice Irene.
“Anche per me, è stato bello conoscerti”, dice Marco.
La accompagna fino all’ingresso della metro.
“Allora… Ci sentiamo?”, chiede. “Ti lascio il mio numero…”
Lei scende qualche scalino, poi si volta sorridendo.
“Fin qui tutto bene”.

Immagine di copertina – web