In croce

Sono di nuovo costretta
ad uscire verticalmente dal desiderio.
Il pensiero è appianato sulla volta cranica.
Non trovo alcuna possibilità per l’annichilimento.
Il corpo non dà tregua alle parole.
Il dialogo si fa serrato.
Si dileggiano i sentimenti.
Piccole variazioni d’umore sul tema.
Dimenticando così l’unica verità:
lo stupro della mia adolescenza.

[I.P., 17/7/2018]

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Cucina

Stanotte ho dormito nel mio letto, mi ha fatto bene.
Ha piovuto anche, copiosamente.
Vorrei pulire casa, abbandonata per mesi
passarla in ogni angolo, farla di nuovo mia.
La mia piccola casa, la mia tana.
I miei libri, i miei silenzi.
Abbiamo sempre bisogno di un rifugio,
di riferimenti.

Stamattina va un po’ meglio.
Pulire i mobili mi ha fatto bene.
Anche dormire solo.
Qualcosa respiriamo sempre,
anche mentre dormiamo.
E a volte non ci fa bene.
Stamattina va un po’ meglio, sì.
Oggi rimonto la cucina.

Brano ospitato nella sua versione originale da Claudio Turri – che ringrazio – fra le pagine del suo interessantissimo blog. Un diario di immagini e pensieri, il suo. Di scatti densi di emozioni e significato, racchiusi, incamerati nell’attimo di un click. Come micce pronte ad accendersi, ordigni che esplodono allo sguardo inquieto di chi cerca. Un quaderno di vita e di ricerca, quello di Claudio, fatto di domande e sorprendenti annotazioni, esternate, condivise, esposte. Che non può passare inosservato, non può non essere fonte di ispirazione per altre, nuove parole, che si sgranano naturalmente, per contaminazione, risonanza, pura vibrazione.
Post originale: Cucina.

[O] (7.)

[O] (7.)_Jamones

Jamones – Web

In camera, sul tavolino, trovarono un pieghevole con la mappa del centro storico. Lì accanto era comparso un piccolo vaso di ceramica bianca con dei garofani rossi. Vedendolo, June e Robert si accorsero di un’altra cosa: il profumo. Nonostante la finestra fosse rimasta aperta, nella stanza si sentiva un intenso profumo floreale. Mughetto, decretò June. Comunque non aveva niente a che vedere con l’acqua di colonia del vecchio albergatore. “E’ suo”, disse June alludendo alla donna dell’appartamento del piano di sotto, la stessa che li aveva accolti all’ingresso poco prima. Scrutò il marito in cerca di una conferma della sua esistenza. “E’ lei, è stata qui”, aggiunse. Si guardarono intorno in cerca di qualche altro segno del suo passaggio. Fissarono il letto sfatto, indecente, gli asciugamani ancora umidi, uno per terra, l’altro sulle lenzuola. Gli zaini appoggiati alle pareti che ingombravano il passaggio. Robert provò un senso di vergogna all’idea che quella donna aveste visto il disordine di quella camera. Se l’immaginò ai piedi del letto, in silenzio, con lo stesso portamento, sobrio ed elegante, che aveva mostrato poco prima. Tolse le pedule da sopra la sedia e le appoggiò per terra. Poi raccolse gli asciugamani bagnati e andò a stenderli in bagno, sul supporto del paraspruzzi sopra la vasca, stando attento a non far crollare tutto.
Voleva rifare il letto, ma June ci si era seduta sopra con la mappa della città aperta in mano. Senza che se ne accorgesse, Robert la fissò dall’alto per qualche istante, come fosse un’estranea. Si sorprese a desiderare che non fosse lì.
In quel momento June alzò lo sguardo su di lui. “Hai fame?”, disse porgendogli l’opuscolo con l’indice premuto su una fotografia. “Che ne dici?”
Robert mise a fuoco l’interno poco illuminato di un ristorante. Sembrava una cantina. “Va bene”, annuì. Ma la sua attenzione fu attratta da dei cerchi rossi tracciati a matita in alcuni punti della mappa.
Qualcun altro è passato di qui, pensò esaminandoli. Forse non molto tempo fa.
“Facciamo un giro”, disse. “La cattedrale sembra molto bella”.
“Barocco tipico della regione”, puntualizzò June. “Tutta la piazza deve essere molto bella. Hai visto? C’è un aranceto”, gli indicò una foto.
“Ci saranno di sicuro dei ristoranti con i tavoli all’esterno”, aggiunse. “Se preferisci, ceniamo lì”. A Robert piacevano i posti all’aperto, soprattutto nelle serate calde d’estate, June lo sapeva.
“No, va benissimo il fresco di una cantina”, disse lui restituendole il pieghevole.

Rinfrescatisi, uscirono alla volta del centro. Una breve visita all’antica piazza e alla cattedrale, chiusa, poi si addentrarono negli stretti vicoli medievali in cerca del locale caratteristico dove cenare.
Scattarono delle foto. June aveva sempre voglia di farne qualcuna in pose scherzose, era come una ragazzina in questo. Scattava, contemplava il risultato sul visore della sua macchina fotografica tascabile, infine decideva se salvare, ripetere o lasciar perdere. Robert si sottoponeva disciplinatamente a quella piccola tortura.

“Questa è carina”. Mentre aspettavano di prendere posto a un tavolo, June gli porse la fotocamera. La foto in realtà l’aveva scattata lui. June si trovava a metà di una rampa di scalini alle sue spalle e nella foto, che mostrava Robert in primo piano, appariva più piccola di lui, una specie di folletto che usciva col busto dalla sua testa agitando le braccia come un giullare. Nel pigiare il bottone Robert non si era accorto di quella posa teatrale.
“Sembri Minerva”, disse sorridendo. “Una Minerva particolarmente gaia, direi”.
“Beh, nemmeno tu sembri sconvolto dai dolori del parto”, rispose June.
Robert fece scorrere avanti e indietro le immagini in cerca di altre rivelazioni. Nel frattempo un uomo vestito di scuro con un grembiule consunto allacciato in vita gli fece cenno che si era liberato un tavolo.
Presero posto e poco dopo l’uomo venne a prendere l’ordinazione. Scelsero pimientos per antipasto. Come secondo Robert chiese un piatto jamon, June ordinò del pulpo. Da bere birra per entrambi.
“Bevi anche tu?”, chiese Robert sorpreso, June non beveva quasi mai, molto raramente la birra.
“Ho sete”, fece lei.
Si guardarono un po’ in giro. Il posto era molto carino, avevano fatto bene ad aspettare prima di scegliere. Si trovavano sotto il livello della strada. Entrando avevano infilato una scala e nell’attesa avevano potuto osservare i tavoli dall’alto. Era un enorme salone all’interno di una galleria in pietra, dalla quale pendevano vecchi candelabri di ferro. Sul lato del tavolo dove si erano seduti loro erano appese diverse file dei prosciutti.
Robert vide il lampo di un flash. Si voltò mentre June ridendo gli mostrava il suo profilo incastonato fra le cosce di maiale appese.
“Ti senti a tuo agio, lì in mezzo?”, lo punzecchiò.
“Il mio habitat naturale”, disse Robert.
Lei lo guardò con aria provocatoria e sensuale.
“A cosa brindiamo?”, disse sollevando il proprio boccale.
Era la domanda di rito.
“Al viaggio”, dissero entrambi.
“Toccati il naso”, disse June.
Robert controllò le tasche dei pantaloni. Il vecchio nell’uscire gli aveva dato una chiave del portoncino dell’albergo. Si accertò che fosse ancora lì dove l’aveva messa.
“Che c’è?”, chiese June.
“Niente, per un attimo ho creduto di non avere più con me la chiave dell’albergo”.
“Ci mancherebbe solo quello”, disse lei. “Non mi va di dormire aux belles étoiles, non stasera quanto meno, sono troppo stanca”.
“Non l’abbiamo mai fatto”, notò Robert.
“C’è sempre una prima volta, se è per questo. Ma facciamo un’altra”.
“Pregusto già il nostro comodissimo letto”, fece lui sarcastico.
“Per quanto ne so, stanotte andrà benissimo”.
Robert immaginò lui e June, stesi su quel materasso sgangherato e pieno di macchie, nel bel mezzo di un amplesso. Non disse niente.

“Ti ho mai raccontato di quella volta che fummo sequestrati in albergo?”, gli chiese June poco dopo.
Robert mandò giù un sorso di birra. “Sequestrati?”
“Sì, sì, da non credere”. June fece un gesto con la mano e tirò un lungo sospiro preparandosi a raccontare quello che aveva tutta l’aria di un brutto ricordo.
“Sarà successo più di dieci anni fa”, disse, “qui, in Spagna, a Granada”.
“Stavo con Alfred ai tempi, non eravamo ancora sposati”, aggiunse in inciso. Robert non ci fece caso. Non gli dava fastidio sentir parlare dell’ex marito di June. Era lei quella gelosa fra i due.
“Volevamo visitare l’Alhambra, ma non era possibile prenotare. Bisognava mettersi in coda di prima mattina e si entrava finché non esaurivano gli ingressi per quel giorno. Per questo scegliemmo quell’albergo, perché era molto vicino”, scosse la testa sorridendo incredula.
“In fondo non era nemmeno troppo male, se non fosse stato per le infime condizioni delle camere. Mi ricordo che per aprire la finestra dovevi salire sul letto. Il bagno era un buco e non c’era nemmeno un mobile o un armadio, niente. Ma era tutto bianco, luminoso. Tutto era ricoperto di intonaco e calce bianca, in perfetto stile qasba. Il tetto era piano e sul tetto c’era una piccola piscina in cui abbiamo passato buona parte del pomeriggio a rinfrescarci chiacchierando con tre ragazze di New York. Il mattino seguente ci alziamo alle sei, ci vestiamo e facciamo per uscire, ma non possiamo”.
Robert, che stava giocando con il picciolo di un peperone, la fissò. “Non potete…”, disse.
“Già. Perché scopriamo che il portico d’ingresso è chiuso da un’inferriata di ferro!”, esclamò June. “La sera prima non c’era, accidenti”, disse infervorandosi. “E il mattino dopo era lì con tanto di serratura e catenacci”.
“Incredibile”, fece Robert, prendendo un sorso di birra. “Non l’avevate vista”.
“Certo che no! Per quel che ne so, poteva anche non esistere fino al momento prima che sbucassimo dalle scale. La porta che si usava per salire alle camere era aperta, ma l’accesso al cortile e all’intero edificio era sbarrato da quel dannato cancello. Non so se in quello stabile ci fossero solo stanze a pagamento, fatto sta che nessuno poteva uscire di lì senza chiavi. E noi non le avevamo le chiavi”.
“Quindi, cosa avete fatto?”, chiese Robert.
“Siamo tornati sui nostri passi in cerca dell’albergatore. Ripensandoci era davvero un tipo strano. Bianco, sulla sessantina. Leggermente obeso, con una lunga barba bianca e quasi completamente calvo”, mise in bocca l’ultimo pimiento. “Quasi certamente ebreo”, disse affilando lo sguardo. “In ogni caso, di lui nessuna traccia. Bussiamo più volte allo sportello della portineria. Nulla. Torniamo all’inferriata, non sappiamo che fare. Alfred prende a scuoterla, ma è decisamente solida. Nel frattempo ci raggiungono diverse altre persone e in men che non si dica è già passata più di mezz’ora. Passano altri dieci minuti e davanti al cancello saremo almeno una decina, tutti lì per lo stesso motivo. Tutti che rischiano di non poter entrare al palazzo reale e di veder sprecato un giorno di permanenza nella città”.
“Non avevamo modo di contattare l’uomo, se non attraverso il numero di telefono dell’albergo. Ma non rispondeva nessuno. Sentivamo il telefono squillare in portineria, ma evidentemente l’uomo non alloggiava lì. Più passava il tempo, più le persone cominciavano ad agitarsi, a infuriarsi. Qualcuno propose di chiamare la polizia”.
“Fra quelli c’era un italiano con la sua fidanzata. Me lo ricordo bene, giovane, magro”. Assorta, June fece una pausa mettendo a fuoco i propri ricordi.
Nel frattempo avevano finito la birra e ordinarono un secondo giro. Nel locale il brusio di fondo stava aumentando. Diverse persone affollavano il bancone, mangiando e bevendo in piedi.
La birra arrivò subito. Per colpa dei pimientos e del prosciutto Robert aveva più sete di prima e bevve subito avidamente. “Vai avanti”, disse asciugandosi con il dorso della mano.
“Quel ragazzo, l’italiano, era furibondo, fuori di sé. Cominciò a urlare, sempre più forte. Non capivo cosa dicesse esattamente, ma poi afferrai il significato della parola che ripeteva in continuazione battendo sulle sbarre della cancellata. Rapimento. Ci hanno chiusi dentro! Aiuto!, gridava. Siamo stati rapiti! Rapimento! Cercava di attirare l’attenzione di qualcuno sulla strada. Fino ad allora non avevo capito la gravità della situazione. Pensavo fosse solo questione di tempo e che tutto si sarebbe risolto da un momento all’altro. Invece non era così, era passata quasi un’ora da quando eravamo scesi e non si era ancora visto nessuno. Inizialmente io e Alfred avevamo riso della situazione. Questa gente è davvero strana, avevamo detto, pensando al l’albergatore che ci era parso scrupoloso, quasi sospettoso, quando aveva esaminato i nostri passaporti. Ma quando quel giovane italiano cominciò a urlare e piangere di rabbia, ho cominciato a preoccuparmi. Pensa se si fosse sentito male qualcuno”.
Robert fissò June allibito. “Che storia assurda”, disse.
Per qualche strana associazione di idee gli tornò in mente l’incendio che avevano visto quella mattina, entrando in città. Una sottile ma densa colonna di fumo nero. Scacciò il pensiero e con esso i dubbi sulla salute mentale del proprietario dell’albergo.
“E come è andata a finire?”, chiese prendendo un pezzo di pulpo dalla forchetta di June.
“L’uomo arrivò poco dopo, ma non si scusò, per niente. Anzi, data la reazione da parte di tutti, sembrava fosse stato offeso lui. Come sola giustificazione disse che non era la prima volta che qualcuno se ne andava senza pagare. E nel dire così fissò proprio l’italiano. Non lasciò uscire nessuno finché non ebbe i soldi da chi non aveva ancora pagato la stanza”.
“Una mattanza”, intervenne Robert. “Quello non era un affitta camere, era un pescatore”. Risero.
Ordinarono una fetta di dolce che divisero in due e dell’altra birra.

“Dobbiamo ancora dare i soldi al vecchio”, disse Robert a un tratto.
“Quando rientriamo in albergo sarà un po’ tardi”, disse June. “Non lo disturberei”.
“Domattina, prima di partire”.
“E lui cos’è?”, chiese June. “Il badante di una donna fantasma?”
“Tu guardi troppi film dell’orrore”, disse Robert.
“Va bene, e allora chi è quella donna?”
“Quale donna, di che donna parli?”
“Non fare lo scemo!”, protestò June.
“Vediamo almeno di non rimanere intrappolati nella bussola domattina”, disse Robert ridendo.
“Smettila, sai che mi impressiono facilmente”.
“Va bene, va bene”.
“Propongo un brindisi”, disse Robert dopo un momento, alzando il boccale.
“Sentiamo”.
“Al mistero”, disse.
“A ciò che ci emoziona”, rilanciò June.
“A ciò che rende attraente la vita”, aggiunse.
“Al desiderio”.
June abbassò lo sguardo. Robert le prese una mano. Lei lo guardò e sorrise in silenzio.
“Ai sequestratori!”, esclamò Robert di nuovo.
“Smettila!”

Per qualche istante osservarono la gente intorno a loro. Il locale ormai era gremito.
“Alla fine siete riusciti a visitare la reggia o avete dovuto rimandare al giorno dopo?”, volle sapere Robert.
“Arrivammo appena in tempo. Quell’uomo ci lasciò andare per primi”.
“E l’italiano pagò o venne giustiziato?”
“Che stupido che sei! Lo ritrovammo in coda all’ingresso del palazzo. Era dietro di noi che ancora inveiva alla volta di quell’uomo, raccontando di quell’episodio ai vicini in fila. Lui e la fidanzata, però, rimasero fuori”.
“Che disdetta”, commentò Robert.
“Io e Alfred ripartimmo il giorno dopo”, disse June, seria. “Passammo sola una notte in quel posto”. Anche qui, per fortuna, pensò.
“Che dici, ci avviamo?”, fece Robert a un tratto. “Si è fatto tardi e domani ci aspettano altri venticinque chilometri, se non ricordo male.
“Andiamo, sì”, disse June incupendosi al solo pensiero di dover rimettere gli scarponcini. “Dammi una mano”, disse al marito mentre salivano le scale. “Sono un po’ brilla”.
“E dobbiamo ancora scoprire le qualità nascoste di quel letto!”

A un certo punto, sulla strada verso l’albergo, June fece fare due passi di danza a Robert in mezzo alla strada.
“June…”, disse lui irrigidendosi
“Dai, lasciati andare, fregatene di chi ci guarda. Coraggio, non essere il solito manico di scopa”, lo incitò, e riprese il ritornello di una canzone cubana.
“Hai bevuto davvero”, commentò Robert mentre la prendeva in uscita da una giravolta.
“Oh-oh!”, fece June togliendosi un sandalo. “Guarda, si è rotto”.
Fece il resto del tragitto con un piede scalzo.

Usciti dalla porta della città vecchia, si ritrovarono di fronte l’anonima facciata dell’albergo. Era buio ormai, l’insegna era spenta. Nessun segno che vi fosse un albergo in quell’edificio. Delle lampade sospese sulla mezzeria della carreggiata illuminavano l’incrocio. Prima di attraversare, Robert alzò di nuovo lo sguardo.
“Guarda!”, esclamò.
June guardò su.
La luce della loro stanza era accesa.

[O] (6.)

[O] (6.)_Asciugatrice

Asciugatrice
Immagine – Silvia G. (lapoetessarossa)

Mentre aspettavano che il ciclo di lavaggio terminasse, il dialogo fra June e Robert si ridusse allo scambio di qualche svogliato monosillabo. Non era cattiveria o malvolere, semplicemente non avevano più risorse, certo non quelle che servono a ristabilire un contatto e farsi carico delle reciproche esigenze.
Viaggiavano a piedi da più di una settimana ormai, nel vano tentativo, per Robert, di rivivere qualcosa di simile all’ormai mitica traversata dello Yosemite, fatta ai tempi del college. Avventura che, in un accesso di ispirata rievocazione, era stata oggetto di entusiastiche narrazioni da parte sua per tutti i preparativi del viaggio e ancora nei primi giorni di cammino attraverso la Meseta. Tanto che a June pareva di aver preso parte lei stessa alla spedizione e di aver vissuto in prima persona l’incontro notturno col grizzly a caccia di cibo fuori dalle loro tende, o la traversata delle rapide appesi a corde di fortuna… Certo, il clima della Sierra, il paesaggio così brullo e vessato dalla siccità, le temperature cui si stavano sottoponendo nelle tante ore di cammino sotto il sole, tutto si stava rivelando se non deludente, ben al di sotto delle aspettative del Robert esploratore, peraltro al suo primo viaggio in quella regione.
Per June, invece, era diverso. Quel viaggio a piedi era un’occasione per rivitalizzare la propria interiorità, anche attraverso la fatica. Da tempo ne sentiva il bisogno e l’esperienza di attraversare l’altopiano in cerca di antichi monasteri percorrendo sentieri millenari le dava modo di ritrovare un punto di congiunzione fra spirito e corpo, il fulcro su cui far leva per provare a dare senso alla propria esistenza. Era stata lei a pensare all’itinerario, lei che conosceva quella regione e la sua storia, le sue antiche radici religiose. Lei che, seppur lontanamente, sentiva di farne parte e avvertiva qualcosa dello spirito di quei luoghi e di quella gente scorrere nelle proprie vene. La sua famiglia, in fondo, proveniva da lì. Era passato poco più di un secolo e l’avvicendarsi di quattro generazioni.
Nel caso di June, poi, le aspettative di quel viaggio si spingevano ancora più in là: il suo non era solo il tentativo di riscoprire le proprie radici, ma anche quello di condividerle con suo marito. Il quale, però, di certo apprezzava l’arte e il fascino millenario di quelle pietre, ma nella vita da sempre era abituato ad arrangiarsi da solo, senza chiedere aiuto a un padre o a un fratello maggiore, tanto meno a un dio. Altari e croci, con tutto il rispetto, per lui avevano ben poco da dire.

June e Robert erano sposati da poco più di due anni e si conoscevano da cinque. Vedovo senza figli lui, divorziata e di una decina d’anni più giovane lei. In poco tempo si erano sorpresi a parlare di matrimonio e compiere una scelta alla quale fino a poco tempo prima nessuno dei due avrebbe nemmeno pensato. Un’occasione per crederci ancora, forse, o più probabilmente una scelta di comodo, per entrambi. Con buona pace delle loro coscienze, un po’ sgualcite, ma non del tutto compromesse.
Al secolo, Robert era uno scrittore, molto poco conosciuto in verità, che sbarcava il lunario lavorando per un’agenzia pubblicitaria. June invece faceva l’infermiera. Si erano conosciuti in ospedale.
Una notte Robert, che aveva tergiversato un po’ troppo prima di recarsi al pronto soccorso, venne ricoverato ormai in preda a violentissimi spasmi addominali e operato d’urgenza per quello che si rivelò essere un volvolo intestinale. June era stata da poco assegnata al reparto di chirurgia e lo assistette nelle due settimane che seguirono l’intervento. Al di là della sua veste professionale, June appariva come una donna molto graziosa e di poche parole. Timida, pensò Robert che, sotto l’effetto di anestetici e antidolorifici si credeva pressoché immune al dolore e cercava di apparire a tutti i costi interessante nei confronti della sua infermierina preferita. Con l’unico effetto di risultare alquanto ridicolo agli occhi di lei, specialmente quando, allo stemperarsi dell’analgesico, lo vedeva contorcersi in esilaranti smorfie di dissimulazione.
A una settimana dall’operazione, fu June in persona, con un gesti secchi e calcolati, a estrargli il drenaggio. A Robert parve lo stesse accoltellando. E nell’eroico tentativo di non urlare, insieme al tubicino di gomma dalla sua pancia uscì uno straziante “Usciresti con me?!… alla volta della sua carnefice. In faccia una sorta di ghigno da interpretare come un sorriso. Una sonora risata e due file di denti bianchissimi fecero da cornice a quell’improbabile proposta. “Magari un giorno, quando avrai finito di mandar giù pappette”, gli sussurrò June molto più tardi, rimboccandogli le coperte.

Era il turno dell’asciugatrice. Inserirono i panni umidi nel cilindro ancora caldo e tornarono a sedersi.
Robert si accanì su una rivista senza la minima intenzione di spingersi oltre le didascalie, che già faticava a decodificare, mentre June s’intestardì nel voler mettere alla prova le proprie riminiscenze linguistiche, spiegando il funzionamento della macchina a gettoni a un’anziana signora alquanto disorientata, che sembrava capitata lì per caso.
Per qualche secondo Robert fissò il vortice dei panni formare una striscia biancastra simile a dentifricio ai bordi dell’oblò dell’asciugatrice. Il fatto è che la fatica inaridiva e inaspriva i loro rapporti, pensò, mentre con una punta di fastidio vedeva June assumere la posa da maestrina che le conosceva bene. Sapeva sempre quale fosse la cosa più giusta da fare, lei. Non si metteva mai in discussione. Era come se fossero tutti un po’ malati, e lei l’unica curatrice.
Al terzo giro di illustrazioni e réclame, Robert abbandonò definitivamente la rivista e uscì a prendere una boccata d’aria. Fuori dalla lavanderia c’era uno spiazzo, una sorta di piccolo parco giochi rinchiuso fra muri di cemento alti una decina di metri. Era deserto. Per terra non c’era nemmeno un filo d’erba, i bambini dovevano giocare, rotolare e cadere su una specie di tappeto d’asfalto. In quel momento doveva essere bollente. Robert alzò lo sguardo sulle facciate spoglie dei palazzi che sovrastavano il parco dei divertimenti, soffocandolo. Oltre i tetti il sole cominciava ad allentare la presa, ma la cosa non alleviava il senso di costrizione e desolazione alla vista di quello squallido recesso.
Attraverso la vetrina Robert osservò June concentrata in un dialogo da film muto. L’enfasi dipinta sul suo viso, nel sorriso e nei gesti affettati. Improvvisamente sembrava rinata, piena di insospettabile energia per il solo fatto di sentirsi utile a qualcuno, soprattutto a se stessa.

In silenzio fecero ritorno all’albergo, se così poteva definirsi lo strano posto dove avevano trovato alloggio. Camminarono immersi nei propri pensieri, o nel tentativo di trovarne il bandolo. I loro passi erano gravati da una lentezza che andava ben oltre la stanchezza dei corpi affaticati. Le loro anime erano fiaccate e asciutte come i panni che portavano con sé.
Camminare fianco a fianco, a volte, può rivelarsi la più eloquente esperienza di solitudine, si disse June. Forse siamo destinati a camminare da soli.
Meglio andare per la propria strada, pensò Robert, avanzare ognuno col proprio passo e ritrovarsi al punto prefissato per l’incontro, se mai ce ne deve essere uno.
Forse bisogna affidarsi…
Meglio lasciar fare al caso.
Stare, rimanere accanto, imporsi a tutti i costi un vincolo per poi avvertire immancabilmente il distacco e infine non sentire più l’altro, ma il rumore del proprio respiro, il rimbombare sordo dei pensieri che non hanno più la forza, né la volontà di uscire… Tutto ciò sa essere devastante, letale.

Giunsero davanti al portone chiuso dell’hotel. Losanghe d’alluminio annerito e vetro impiastrato dalle intemperie con appiccicato il biglietto sgualcito che conoscevano bene. Si guardarono con lo stesso dubbio negli occhi.
Suonarono di nuovo, una volta sola, senza alcuna fiducia che qualcuno gli avrebbe risposto.
Passò qualche minuto, scandito dal rumore del traffico alle loro spalle.
“Non è possibile…”, sbuffò  Robert pensando ai loro bagagli lasciati in ostaggio al bizzarro albergatore, immaginandoselo intento a rovistare fra le loro cose.
June, invece, assunse un atteggiamento diverso: lo sguardo distante, sembrava pensare ad altro, a qualcosa di ben più importante, come se quel frangente della loro vicenda fosse qualcosa di marginale, ma necessario e inevitabile, cui era del tutto inutile opporsi.
Robert la fissò stupito, non la riconosceva, a quest’ora avrebbe dovuto essere nel bel mezzo di una scenata, con lui che cercava di minimizzare, di mediare, ben oltre ogni ragionevole soglia, giacché quella in fondo sembrava essere la sua vera missione nella vita: illudersi, reinventare la realtà fino a negare l’evidenza. Non era forse ciò che faceva ogni volta scrivendo?
June, invece, rimase quietamente in attesa. Il che, di riflesso, convinse Robert che il momento della verità dovesse ancora arrivare.

Lo scatto della serratura elettrica del portone riportò entrambi al presente sul marciapiede assolato. La porta interna della bussola si aprì ed apparve una donna. Quella donna. Alta, sorridente, elegante, i capelli pettinati e raccolti ordinatamente dietro nuca. Indossava un vestito celeste chiaro. Aprì la seconda porta con gesti morbidi e sottrasse la coppia al rumoreggiare della via sorridendo loro amabilmente. Non disse nulla.
June e Robert si scambiarono un’occhiata: l’aspetto della donna non aveva niente a che vedere con l’apparizione di poco prima, era più giovane, bella, stava bene. Sembrava essersi trasformata, trasfigurata.
Senza trovare nulla di sensato da dire, si avviarono verso l’ascensore, mentre lei rimase a guardarli dalla soglia, sorridendo in silenzio.

“Chi è?”, gridò in quel momento una voce sulle scale.
June e Robert si fissarono un momento, poi lui raggiunse la rampa e guardò su. Si sentì un rumore di passi concitati.
“Chi è?!”, strepitò di nuovo la voce da più vicino.
“Salve,…”, provò a dire Robert.
Altra rampa di passi rapidi e leggeri, poi la testa incanutita dell’albergatore fece capolino dalla ringhiera sopra di lui, scrutandolo con movimento da uccello.
“Chi è?!”
Robert interdetto, non sapeva che dire. Il vecchio pareva non riconoscerlo.
“Ci siamo visti prima, ricorda… La Ville, Stanza 201…”, intervenne June da dietro.
“Chi vi ha fatti entrare?”, sbraitò l’uomo visibilmente allarmato.
D’istinto Robert e June si voltarono verso la porta di ingresso, ma con loro grande sorpresa la donna misteriosa non si trovava più lì. La porta era chiusa e lei era scomparsa senza fare rumore.
L’uomo, nel frattempo, li stava fissando con aria tutt’altro che amichevole, mentre scendeva gli ultimi gradini tenendosi con una mano alla ringhiera. Approdato di fronte a loro, si irrigidì bruscamente, infine sorrise forzatamente farfugliando qualcosa a mezza voce. Ma certo, sembrava dire l’espressione sul suo volto, mentre ritrovava un sorriso di maniera, gli inquilini della stanza 201, quelli di prima! Andò loro incontro e strinse la mano di Robert con fare cerimonioso. “Tutto bene?”, chiese. Li precedette e aprì loro la porta dell’ascensore.
Nella lenta e rumorosa salita al secondo piano, il vecchio ripeté esattamente i gesti che aveva fatto la volta prima. Con quei suoi modi cortesi e lo sguardo un po’ assorto ripeté le stesse identiche domande.
“Avete visto l’incendio?”, chiese.
Robert e June si lanciarono un’occhiata allarmati.
“L’incendio…”, ripeté fissandoli.
“Visto, sì”, tagliò corto Robert.
“Già”, annuì lui. “Fa molto caldo in questi giorni. Troppo”, aggiunse posando uno sguardo calmo e incolore sui suoi interlocutori, che fecero in modo di evitarlo.
“Asfissiante”, sussurrò June.

[O] (5.)

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In attesa – Web

Il bottone si illuminò d’un rosa pallido, ma l’ascensore rimase nel suo stato di immoto silenzio. Poi all’improvviso ci fu un rumore brusco, come di ghigliottina, la luce del corridoio si spense di nuovo e June e Robert si ritrovarono al buio a fissare quel fatuo disco luminoso brillare come un lumino cimiteriale. Optarono per scendere a piedi.
La tromba delle scale era senza finestre e dovettero muoversi a tentoni. Da qualche parte doveva pur esserci un interruttore, si dissero, ma non lo trovarono, né esclusero che la luce fosse saltata del tutto, e con essa l’alimentazione dell’ascensore. Con cautela, appoggiandosi al corrimano, raggiunsero il pianerottolo del primo piano e, sempre al buio, imboccarono la rampa di scale successiva. Raggiunto un nuovo pianerottolo, si accorsero di non essere al pianterreno: c’era un piano intermedio, un mezzanino.
Il corridoio era parzialmente illuminato da una finestra sul fondo, che a differenza delle altre aveva la tapparella alzata. Inoltre, a quel piano aveva una forma diversa, piegava in una specie di ala laterale che sopra non c’era.
Robert volle dare un’occhiata. June pure lo seguì senza obiettare.
C’era qualcosa che li attirava nell’immobilità e nel vecchiume che li avvolgeva: non se l’erano ancora detti, ma avevano entrambi la sensazione che quell’albergo li stesse aspettando, che stesse aspettando proprio loro.

“Robert…”, disse June con un filo di voce.
Si era fermata davanti a un porta socchiusa, l’unica su quel lato del corridoio. Robert tornò sui suoi passi, le si avvicinò. Sbirciò all’interno di quella che pareva essere l’unica stanza di quell’ala dell’albergo. Ma non era una stanza, era un appartamento. C’era un ampio anticamera, una specie di soggiorno, e al di là di un varco un locale più grande. Dalle finestre la luce filtrava attraverso delle veneziane abbassate, che non le impedivano di diffondere un chiarore uniforme.
Il disordine regnava sovrano. Ovunque, mobili e sedie erano occupati da oggetti che sembravano essere stati abbandonati lì da chissà quanto tempo. Proprio come nel salone del bar al piano terra, pensarono.
Con la punta delle dita June spinse un poco la porta. Compì quel gesto senza pensarci, come un atto dovuto, come se in quel modo potesse trovare la ragione del suo essere lì in quel momento. Né lei, né Robert erano preparati a ciò che videro.
La porta arretrò lentamente, con una specie di sospiro, e mostrò loro una donna. Era seduta a un tavolo, col capo chino e le mani raccolte in grembo, immobile. Con l’aria completamente assorta, fissava la porzione di tavolo sgombra davanti a sé, sul quale si trovava uno stuoino e sopra delle posate, un bicchiere, un tovagliolo disposti ordinatamente. La vedevano di lato, i capelli chiari sciolti le coprivano in parte il volto. Difficile dire quanti anni avesse, poteva essere giovane, forse malata, ma anche vecchia. Non si accorse di loro, non si mosse. In quella poca luce, se non fosse stato per gli occhi, che erano aperti, si sarebbe detto che dormisse. E invece no, attendeva.
Attendeva l’uomo dell’albergo, che apparve sulla soglia dell’altra stanza con indosso un grembiule da cucina e una scodella fumante in mano. Scortili, il suo sguardo tradì un misto di sorpresa e fastidio. Posò velocemente la scodella sul tavolo e si affrettò alla porta, mentre June e Robert farfugliavano qualche parola di scusa. L’uomo parlò loro in fretta nella sua lingua, disse qualcosa che i due non riuscirono a decifrare. Ciononostante, intesero perfettamente l’aggressività che si celava dietro quelle parole, che all’apparenza potevano anche sembrare cortesi. Il volto tirato, con fare sbrigativo, senza attendere risposta spinse la porta verso di loro, chiudendola. In quell’istante la donna alle sue spalle, fino a quel momento inerme, si voltò verso di loro. Mosse appena la testa, ma prima che la porta si chiudesse poterono vederla in volto. Sorrideva.

“Hai visto anche tu?”, chiese June mentre si affrettavano sulle scale.
“Sì”, rispose Robert sbrigativo, che non disse altro finché non furono fuori dall’albergo.
Approdati sul marciapiede, furono aggrediti dalla luce e dal caldo, ma nonostante la canicola gli parve di tornare finalmente a respirare.
“Hai visto anche tu?”, ripeté June.
“Sorrideva…”.
Robert annuì pensieroso.
“Chi è quella donna?”
Robert esitò. Non l’aveva vista bene. Di profilo, in controluce, il viso in gran parte nascosto da lunghe ciocche di capelli che le scendevano sulla fronte. Non era in grado di descriverla, né di indovinarne l’età, anche se era convinto che non fosse anziana. E poi quel sorriso… Un sorriso inaspettato, disarmante, che le illuminava il volto.
“Potrebbe essere la moglie, o la sorella”, ipotizzava June.
“Era…”, Robert cercò di mettere a fuoco.
“Era bella…”, disse, sorprendendosi delle sue stesse parole.
June frugò nel volto del marito, che la fissò un po’ a disagio.
“Sì”, assentì dopo un momento.

Camminarono per un po’ in silenzio. Fuori da un caffè chiesero informazioni a dei ragazzi e si avviarono in direzione di una lavanderia a gettoni che si trovava a pochi isolati da lì, nel quartiere moderno.
“Che strano albergo”, sentenziò June ad un tratto.
“Ho la sensazione che fosse chiuso e che abbia aperto apposta per noi”.
“Eppure c’era scritto di suonare”, replicò Robert poco convinto.
“Lo stanno lasciando andare in rovina…”
“Forse accettano solo prenotazioni, non so…”
Robert scosse la testa.
In effetti, il biglietto sul portone di ingresso poteva essere affisso da anni e l’impressione era quella di aver suonato a casa di qualcuno. Ma ormai erano lì, avevano preso visione della camera, non avevano nemmeno chiesto di vederne un’altra. Avevano agito in preda a un fatalismo ingiustificabile. Non si erano lamentati, avevano accettato quella sistemazione come se non vi fosse alternativa e, cosa ancor più curiosa, in tutto questo nessuno dei due si era preoccupato di chiedere quanto gli sarebbe venuta a costare.

[O] (4.)

[O] (4.)_Claustrofobia

Tokyo Compression
M. Wolf – Web

June sollevò il ginocchio sulla sponda della vasca e trattenendo il disgusto posò la pianta del piede sul fondo, incrostato e ruvido. Sospirò, si fece forza e poggiò anche il secondo piede. Provò a tirare il paraspruzzi verso di sé, ma il supporto era malfermo e i ganci arrugginiti, c’era modo che crollasse. Lasciò perdere. Il getto del soffione era così flebile, che al più avrebbe dovuto asciugare qualche goccia d’acqua sul pavimento. S’insaponò. Con le mani percorse il proprio corpo affaticato, esausto. Il tepore dell’acqua la rilassava, ma le faceva anche sentire la fatica come solida, palpabile materia addensatasi nelle sue membra. Avrebbe tanto voluto prendersi cura di sé. Sauna, idromassaggio, da quanto tempo non ne faceva uno? Cercò di ricordare l’ultima volta che lei e Robert erano stati in una stazione termale, l’ultima volta che lui l’aveva massaggiata. Era solito farlo, all’inizio. Usava oli profumati e corroboranti mentre esplorava il suo corpo. Era curioso, devoto. Ma ciò che più le piaceva di quei momenti era il timbro della sua voce. Si trasformava, diventava profonda, cavernosa. Parlava lentamente e lei poteva sentire il suo diaframma muoversi al crescere dell’eccitazione. Era bello fare l’amore, all’inizio. C’era poesia, celebrazione. Il piacere della scoperta, il trasporto, la facilità dell’orgasmo e dell’appagamento. E c’era attenzione, ascolto; necessità e fiducia. Cos’era cambiato da allora? Si chiese. Perché non andava tutto come prima? Dov’era migrato l’eros?
Le sue dita sottili sfiorarono i capezzoli, poi seguirono i rivoli d’acqua fino al pube, tastandolo lievemente, avvolte nella peluria bagnata.
“Sei brava a far l’amore”, le aveva detto una volta la proprietaria del caffè dove faceva colazione ogni mattina, all’uscita dalla metropolitana. “Le tue mani”. Aveva spiegato allo sguardo stupito di June. E come se dovesse rendere comprensibile a un bambino qualcosa di già evidente, avevo appoggiato le dita affusolate di June sul palmo grassoccio di una sua mano e gliele aveva indicate assentendo. Si chiamava Abigail, un donnone nero dagli occhi di fuoco, ciglia posticce lunghissime e labbra che cambiavano colore ogni giorno. Da quella volta le cose fra lei e June erano cambiate. Con fare da chiromante la barista prese a farle domande anche molto personali, a dispensare pareri e consigli, mentre June, colpita da qualche importante coincidenza e dal suo fare protettivo, le accordava sempre più confidenza. A toast e caffè scuro si aggiunsero il resoconto della giornata precedente e l’oroscopo di quella successiva, le osservazioni sul tempo cedettero il posto a qualche confessione. Con Abigail era così: quel modo di mostrarsi e raccontarsi in poche parole che riesce solo con persone estranee e neutrali, per le quali si nutre una fiducia innata. June non sapeva dire se fosse un’amica, ma di certo sulle sue mani aveva ragione, e lei lo sapeva.
Chiuse gli occhi, si sfiorò con le punte delle dita, mentre l’acqua della doccia le scivolava addosso come uno scialle caldo di seta… Sospirò. Niente da fare. Non si sentiva a proprio agio, non aveva più energie. Nemmeno per regalarsi una goccia di piacere.

Il materasso beccheggiò. Robert riaprì gli occhi sulla schiena di June avvolta nella spugna dell’accappatoio, i capelli raccolti in un asciugamano. Sbatté le palpebre disorientato. Stavo sognando, realizzò, rincorrendo le sensazioni residue nel tentativo di riagguantare l’atmosfera onirica appena interrotta. Provava un piacere immenso nel ripercorrere e interpretare i propri sogni. Non capitava spesso che se li ricordasse.
Gli era successo solo qualche giorno prima: si era svegliato, era andato in bagno a bere e tornando in camera gli era riapparsa la scena del sogno, perfettamente definita, come se nulla fosse stato interrotto.
In realtà era una specie di sogno ricorrente: le persone coinvolte erano sempre le stesse, lui e un amico di vecchia data che non vedeva da anni. Le altre figure erano di contorno, cambiavano di volta in volta insieme a luoghi e situazioni. Tutto originava dalla rottura della loro amicizia. Per via di una donna. Una questione irrisolta, privata della possibilità, se non di una riappacificazione, almeno di un chiarimento. Era passato troppo tempo, ormai, diceva Robert. Eppure il suo inconscio ciclicamente lo conduceva ancora lì, al confronto con Jay.
June lo sapeva. Robert le aveva raccontato quella vicenda già in occasione di uno dei loro primi appuntamenti, quasi volesse liberarsi di un peso. June sapeva anche di quei sogni ricorrenti e, dal suo canto, gli aveva suggerito di affrontare la cosa, di rimettersi in contatto con Jay, di provarci quantomeno. Avrebbe potuto scrivergli una lettera, mandare un’email, provare a bussare alla sua porta, a prescindere dal fatto di riuscire a recuperare l’indirizzo e che avesse ormai un’altra vita, una famiglia – le scuse che normalmente Robert accampava per non prendere l’iniziativa. Indipendentemente dal clima emotivo del sogno, che poteva essere disteso e sereno, oppure inquieto e opprimente, per June quello era il segno che il suo inconscio gli chiedeva di provare a chiudere un cerchio. A detta di Robert, invece, ciò non era possibile: quello era il suo karma, il solco che doveva percorrere fino alla fine, ovunque portasse, per il tempo necessario.

Nonostante i suoi sforzi, il risveglio improvviso da quel sonno riparatore impedì a Robert di tornare alla trama ignota del suo ultimo sogno. Vi si accanì con la curiosità per una nuova scoperta, la brama di trovare risposta agli enigmi della propria esistenza. Ricordava le parole di Baudelaire: La noia è un caldo panno grigio, rivestito all’interno di una fodera di seta dai più smaglianti colori. In questo panno ci avvolgiamo quando sogniamo. Chi mai potrebbe rivoltare con un gesto la fodera del tempo? Eppure ricordare i sogni non è altro che questo. Ecco, era proprio quello che cercava di fare lui: sfuggire al grigiore quotidiano, inseguendo le rivelazioni della propria coscienza.
Si concentrò. L’impressione era quella di essere stato altrove, lontano da casa e da lì, da tutt’altra parte. Ma dove? Forse in una città orientale, in una metropoli. Sì, forse in Giappone, a Tokyo. Chiuse gli occhi, fece ancora un tentativo. Aveva sudato, realizzò sfiorandosi la pelle del collo, aveva la gola riarsa. Claustrofobia, pensò. A quel pensiero si sentì mancare il respiro…

Il materasso ondeggiò di nuovo. June si alzò e si mise a estrarre gli indumenti dallo zaino separando i puliti dagli sporchi.
“Abbiamo un po’ di cose da lavare”, disse senza guardarlo. “Hai dormito?”
Robert non disse nulla, rimase immobile sul letto.
“Sì”, rispose poco dopo, arrendendosi.
“Prepara le tue cose”, disse June. “Dobbiamo trovare una lavanderia.”
“Sì”, ripeté lui meccanicamente, e si alzò di scatto.
Aprì lo zaino, ma ebbe un piccolo mancamento. Durò solo pochi secondi, ma mentre tutto diventava grigio e sfocato, finalmente si rivide. Si trovava in un grattacielo di Tokyo, in una cabina d’ascensore talmente piccola da contenere a mala pena la sua cassa toracica. Era come un proiettile nella canna di un fucile, non poteva muoversi, né sollevare le braccia, respirava a fatica. Guardava ansiosamente attraverso una finestrella, nella speranza di raggiungere al più presto il piano dov’era diretto ed uscire da lì. Ma il viaggio sembrava interminabile…

June lo fissava interdetta. In realtà fissava le sue mani immobili sull’apertura dello zaino. “Stai bene?”, chiese. Nei suoi occhi c’era un’espressione dura e straordinariamente concreta, un po’ comica sotto il faraonico copricapo dell’asciugamano arrotolato.
“Sì, sì”, rispose Robert affrettandosi. Riempì velocemente una busta di plastica, poi raccolse l’accappatoio e andò in bagno a fare la doccia.
Chiuse la porta e si spogliò. Guardò il proprio corpo nudo riflesso nello specchio sullo sfondo slavato delle piastrelle. Era ancora appetibile? Si chiese, osservandosi. Un uomo di cinquant’anni un tempo dedito allo sport, ormai smagrito, sul petto un cespuglio di peli diradati e stinti. Il torace segnato dalle coste, le clavicole sporgenti in un arco rovesciato alla base del collo, fortunatamente graziato dalle rughe. Si toccò il mento: doveva farsi la barba, quel grigiore diffuso lo invecchiava. La pelle, però, camminando al sole si era brunita, aveva assunto un colore interessante. Si mise di profilo e alzò le braccia: la pancia sporgeva sotto il petto ingracilito, disegnando una specie di pera. Abbassò le braccia sconsolato.
Sotto lo zampillio della doccia – quanto avrebbe desiderato un getto dilavante! – pensò che lui e June avevano scelto un tipo di vacanza troppo impegnativa e inadeguata. Le lunghe marce estenuanti, le partenze all’alba, la fatica di trovare un alloggio al termine della giornata, ormai esausti. Tutto ciò non li aiutava affatto, non era stata una scelta felice. Non sapevano a cosa andavano incontro. Il riposo, poi, era diventato qualcosa di fisiologico e totalizzante, non c’era spazio per altro, nemmeno per la condivisione. O forse era una scusa per evitarla.
Pensò all’ultima volta che l’avevano fatto, era trascorsa una settimana. Era più corretto dire che c’avevano provato. Non era un pensiero gradevole. Non l’aveva soddisfatta, forse nemmeno eccitata. Non era solo colpa sua, se di colpa si può parlare, ne era convinto. E poi, può capitare. Eppure la cosa gli aveva dato fastidio. Era andata a finire che June si era presa cura di lui, ma l’aveva fatto come fosse un dovere, per compiacenza, senza trasporto, né desiderio. Si era data da fare, aveva atteso pazientemente che raggiungesse l’orgasmo, aveva cercato di accelerarlo senza accorgersi, però, che in realtà quell’irruenza – Robert la sentiva bene sulle sue dita – provocava in lui l’esatto contrario. Una volta finito, June si era lavata le mani. Non si erano detti una parola.

Quando Robert uscì dal bagno, June era già pronta.
“Andiamo”, disse con i sacchi di biancheria sporca in mano.
Era stufa di aspettare, infastidita dallo squallore dell’ambiente in cui si trovavano e ancor più dalla remissività che aveva dimostrato nell’accettare di soggiornarvi, per non essersi opposta, lei che difficilmente lasciava passare cose anche molto meno importanti. Inutile negare che era insoddisfatta e delusa dalla piega che aveva preso quella vacanza, si aspettava qualcosa di molto diverso.
Robert si vestì e la seguì in silenzio. Nonostante percepisse chiaramente il disagio venutosi a creare fra loro, era incapace di superarlo, di infrangere la barriera che li separava. Era un suo limite, ne era perfettamente consapevole, qualcosa che lo faceva sentire monco e inadeguato. La capacità affabulatoria che normalmente lo distingueva, quella che da subito aveva colpito anche June, conquistandola, in quella situazione si richiudeva su se stessa, contraendosi come un alito di fiato sul vetro umido di una finestra, per svanire del tutto sotto i suoi occhi impotenti.

[O] (3.)

[O] (3.)_Hotel room

Hotel Room
E. Hopper, 1931 – Web

La cabina si riempì dell’afrore emanato dagli indumenti della coppia di viaggiatori, mescolato al profumo d’acqua di colonia del vecchio. Nel breve viaggio fino al secondo piano, Robert ebbe modo d’osservare quell’uomo. Aveva dei radi capelli bianchi pettinati all’indietro, fissati da un sottile strato di brillantina in una serie di strisce che, riproducendo l’impronta del pettine, morivano all’altezza della nuca. La camicia a maniche corte, fine e ben stirata, ma lisa sul collo. I pantaloni, d’un grigio molto chiaro, che cadevano dritti senza fare una piega. Infine le scarpe, di tela chiara, senza stringhe, simili a ciabatte, ma in grado di produrre quello strano rumore secco e strascicato al contempo.
Ci fu uno scossone. Il vecchio fece scattare una manopola e cigolando, la porta dell’ascensore s’aprì su un corridoio buio. L’uomo vi si inoltrò senza indugi. S’udì lo scatto di un interruttore seguito dallo sfarfallio dei neon, risvegliati dal loro letargo. Un’incerta luce giallastra tinse la graniglia del pavimento di un colore non ben definito.
A quella visione June provò un immediato senso di disagio che però non suscitò in lei il prevedibile allarmismo. Probabilmente, come in seguito ebbe modo di confessare a suo marito, la stanchezza accumulata in quei giorni di viaggio a piedi si era impadronita di lei, al punto da inibire ogni suo ragionevole moto di repulsione. La soglia di sopportazione di Robert, invece, era risaputamente più alta, ma altrettanto falsata dallo stato di indolente imperturbabilità in cui la lunga giornata di cammino l’aveva trascinato.
Si ritrovarono così di fronte a una scialba porta tamburata con due cifre d’ottone inchiodate sopra. Stanza n. 21. Il vecchio fece girare la chiave e aprì la porta, l’interno era completamente buio. Di nuovo li precedette nell’oscurità. Per qualche istante June e Robert udirono soltanto le suole delle sue scarpe, poi ci fu un clamore e lame di luce presero a filtrare fra le liste di una tapparella. Sollevarla fu una piccola impresa per il vecchio: i suoi gesti erano decisi, ma apparentemente privi della forza necessaria per tirare quella corda. Dopo aver fissato l’anta scorrevole della finestra a una cerniera arrugginita posta a metà altezza e aver spiegato ai due come sbloccarla di nuovo, il vecchio scivolò verso l’uscita. Robert lo fece passare appiattendosi contro la parete. Non c’era molto spazio, la camera era piccola e in gran parte occupata dal letto. Dalla soglia l’uomo sorrise e fece un movimento circolare con una mano, come a dire: si commenta da sola. Ed era proprio così.
Mentre chiudeva la porta biascicò ancora qualcosa. A Robert parve che parlasse di una telefonata e come faceva sempre in quelle occasioni, guardò June con aria interrogativa. June fece ripetere al vecchio, il quale, non senza una punta d’orgoglio, disse che se lo desideravano, potevano anche telefonare. Indicò l’apparecchio che si trovava sul comodino, l’unico, alla destra del letto, vicino alla finestra. Prima, però, dovevano passare per il centralino, bastava comporre uno “0”. June sentì di poter rispondere che non ne avrebbero avuto bisogno. Al che l’uomo si defilò, tirandosi dietro la porta.
Robert rimase colpito da un oggetto che si trovava vicino al telefono, ma appena più in alto, sulla parete, incassato in un pannello di legno che in base al disegno originale della camera costituiva il prolungamento della testata del letto. Un apparecchio – non sapeva come meglio definirlo – simile a una radio, con una bottoniera e delle manopole di regolazione, che un tempo era forse collegato a un impianto di filodiffusione, oggi evidentemente fuori uso. Il pannello che lo ospitava si stava staccando dalla parete e pendeva vistosamente, il che, insieme alla tappezzeria sgualcita, il linoleum usurato del pavimento e molti altri dettagli, più o meno evidenti, contribuiva allo squallore dell’ambiente in cui si trovavano.
Rimasti soli davanti a quello scenario, qualcosa mutò nel comportamento della coppia. Robert esitava all’idea di scegliere la propria parte di letto e guardava dalla finestra la strada trafficata che circondava le mura della città antica. Sui bastioni si scorgevano diverse persone, alcune facevano jogging. Alle sue spalle, June si guardava intorno snocciolando un lamento sommesso. “Ma che razza di letto è questo?”, sbottò. “E’ piccolo, corto, come facciamo a dormirci in due? Tu non ci stai nemmeno. Non è nemmeno una piazza e mezzo…”. Alzò la sovraccoperta. “Ed è pure sporco… Accidenti, guarda le lenzuola: sono macchiate!”
Scostando il copriletto, oltre agli aloni videro che le lenzuola erano di una misura più piccola del materasso, il quale ne sbucava fuori come un ventre da una maglietta troppo corta. June strattonò con stizza il lembo che aveva sollevato e lo lasciò cadere di lato. “Ma dove siamo finiti? Guarda!…”, piagnucolò. Anche il materasso era chiazzato. Ma più protestava, più in realtà s’arrendeva all’idea di restare in quel luogo deprimente, in quelle misere condizioni. Le sue obiezioni non facevano altro che agitare un corpo già immerso nelle sabbie mobili, facendolo sprofondare del tutto. In un’altra occasione non avrebbe esitato un momento, se ne sarebbe andata da lì senza pensarci due volte. Ma quel giorno qualcosa le impediva di farlo. Mentre fissava la grossa macchia color ruggine in un angolo del materasso, si ripeté più volte che era stanca, molto stanca. Sì, era infinitamente stanca.
Nel frattempo Robert, scavalcato il letto, stava ispezionando il bagno. Il bisogno impellente di farsi una doccia si scontrò con l’immagine della vasca in cui sarebbe dovuto entrare: non vedeva un goccio d’acqua da mesi, forse anni, e un rivolo color creta ne solcava il fondo fino allo scolo. La tenda di plastica, irrigidita, aveva assunto un colore ben poco invitante, non osò scostarla. Controllò che dal rubinetto scendesse almeno l’acqua. Girò la manopola, che emise un gemito, e dopo un momento udì un fremito agitare le tubazioni; infine un sottile getto d’acqua sgorgò dal rubinetto e percorse il fondo incrostato della vasca, mentre un ululato metallico attraversava lo scheletro dell’edificio, estinguendosi lentamente. Un lamento che avrebbe accompagnato ogni loro passaggio in bagno, pensò. Per la gioia dei vicini. Vicini, quali vicini?
Scrutò con sospetto le fughe delle piastrelle, le condizioni del water e dell’esile coperchio di plastica. Il bagno era cieco e privo di un ventilatore, notò, e non c’era nulla di razionale nella disposizione dei sanitari. Le pareti seguivano un perimetro irregolare, come se fossero state ricavate sottraendo spazio al resto, ottenendo come risultato quel caotico buco e una camera mutilata.
June era in piedi davanti allo zaino aperto, appoggiato sul letto. Non desiderava altro che farsi una doccia, cambiarsi e uscire da lì. E tuttavia esitava. Era stanca, si sentiva a disagio. Qualcosa non andava e non era solo per colpa dell’albergo e di quella misera stanza.
“Vai a dare un’occhiata…”, le disse Robert uscendo dal bagno. “Non c’è una parete perpendicolare all’altra. La doccia è quella che è…”
June entrò e non disse nulla. Si sciacquò la faccia e s’asciugò con l’unico asciugamani appeso accanto al lavandino. Controllò che ci fosse la carta igienica, vide un rotolo cominciato a metà. Chiuse la porta e si sedette sul water.
Robert frugava inutilmente nello zaino in cerca di un cambio, ripetendo sempre gli stessi gesti, finché s’accorse che stava girando a vuoto. Era spossato. Si stese sul letto. Il materasso troppo molle l’accolse avvolgendolo, ne sentì la superficie ruvida sotto una gamba. Chiuse gli occhi e sentì che poteva addormentarsi da un momento all’altro. Quando udì lo sciacquone, però, fece uno sforzo e si alzò in piedi, non voleva farsi trovare così.
“Questo albergo è indecente”, sentenziò June uscendo dal bagno. Ma pronunciò quelle parole come come se stesse proclamando la propria condanna. “La carta igienica è quasi finita”, aggiunse, e tirò fuori dei fazzoletti di carta dalla trousse. “Faccio una doccia”, disse fissando Robert, che non disse nulla. “Vuoi farla prima tu?”, chiese. Lui fece segno di no e la osservò svestirsi e tornare in bagno con l’accappatoio sotto il braccio.
Si sedette di nuovo sul letto e guardò fuori dalla finestra: le spalle di una ragazza che correva sui bastioni luccicarono al sole. Poi passò una coppia di turisti a passeggio. Si trovavano alla sua stessa altezza rispetto alla strada e solo una ventina di metri li separava dall’unica finestra aperta dell’Hotel Rivera e da lui. Ma non lo videro, nessuno s’accorse della sua presenza.
Si stese sul letto. Quando il fremito lamentoso delle tubazioni cessò, il lieve fruscio dell’acqua della doccia lo cullò, accompagnandolo in un sonno profondo.