Passaggio di stato

Il treno corre veloce, troppo: non riesce a guardare fuori dal finestrino, il paesaggio scorre e appare sfuocato, i contorni sono mescolati. Sono macchie futuriste su una tela che cambia ogni secondo. E’ il giorno dell’anniversario della strage di Bologna e vede le corone appena posate alla stazione. Sta andando a Brescia. Un’altra strage. Pessima combinazione pensa. Oggi è proprio il giorno delle deflagrazioni. Ma nessun dolore universale. Non ha voglia di pensare al dolore degli altri. E poi il suo non ha nemmeno i contorni del dolore. Ha preso un treno la mattina presto senza avere dormito. Ha ancora il sale sulla pelle. La sabbia nei capelli. Il sapore. Si lecca il dorso della mano per sentire quel sale. Passa la lingua sulle labbra, lo fa sempre quando ripensa. E prende tra le dita una ciocca di capelli, la arrotola un po’, ma non è docile e morbida come vorrebbe. Sta ripensando. Elaborando. Ricostruendo. E sente sotto di sé i binari scorrere. I suoi pensieri deragliano. Si capovolgono. Fanno il rumore di lamiera che stride contro lamiera. E scintillano. Adesso si morde il labbro, dentro. Stringe tra i denti un po’ di carne, inconsapevolmente, fino a farla sanguinare. Un altro sapore, metallico.
Agosto, mezzogiorno. 12 ore fa, minuto più minuto meno. Ha perso qualcosa. Ha fatto un po’ male. Passa di nuovo la lingua sulle labbra. Tra l’altro Declan è anche un bel nome.

[lapoetessarossa, un bel po’ di tempo fa]

Ospito molto volentieri questo brano che lapoetessarossa ha felicemente ripescato dai propri archivi e rimesso a nuovo. Per il piacere di leggerlo e rileggerlo anche con voi che passate di qui.

Annunci

All’origine di un abuso

Adolescenza

“Adolescenza”, E. Munch, 1894-95 – Fonte: web

Non penserete che le persone traumatizzate siano infelici… come vi sbagliate! Dico solo che a sedici anni e mezzo essere abusata da un trentottenne bello, ambito e intelligente non è così male. Se poi sei bruttina alle prese con i cambiamenti del corpo, una sessualità acerba e un cambio epocale per la tua immatura capacità di socializzazione, vi assicuro che è una manna. Vi prego, non inorridite. Questo capita a chi come me, ha avuto una madre senza la forza né il coraggio di guardarti in faccia e di amarti così come sei, piena di difetti e imprecisioni, lontana dalla perfezione assoluta a cui eri votata sin dal concepimento.
Eh si, il mio abuso è sorto da una serie infinita di equivoci che hanno avuto come protagonista il desiderio. Sin da piccola ho avuto una maestra ineccepibile, mia madre, alla quale non rimprovero gran che se non una serie di depressioni e cattiverie alternata a riparazioni maldestre, a sua volta vittima del desiderio represso esito infelice di un’altra relazione disastrosa: quella con la sua di madre, mia nonna.
Ma a furia di discolpare tutti ho discolpato anche il mio abusante. Buffo, ma l’unica a cui non ho perdonato nulla, almeno fino ad oggi, sono stata io. Non vi dico quali castighi mi sono inflitta, ma in fondo meglio farsi male da soli che dare il potere di farlo agli altri, soprattutto se questi dovrebbero garantirti protezione e sicurezza.

Già in tenera età il mio desiderio era indirizzato a tutto ciò che era giusto, bello, controllato e condiviso. Ovviamente, piccola come ero, non potevo neanche pensare che avesse a che fare con il corpo e il sentire. Ma inconsciamente lo sapevo così profondamente da esserne già vittima. Risultato: una precoce nevrosi isterica. Me lo avessero detto subito mi sarei risparmiata anni di analisi e mi sarei permessa qualche vacanza in più.
Ricapitolando. Mia madre mi imponeva cosa e in quale misura dovevo desiderare, il mio corpo prendeva il largo, il mio sentire si amplificava e io stavo in mezzo alla tempesta. Per sopravvivere avevo imparato l’arte del sogno, una protezione magica dalla cruda realtà. In questo mi aiutava la mia accesa fantasia che sopperiva alla mancanza di libertà.
Sì, avevo compagni con cui giocare e un’amica del cuore, ma nutrivo precocemente l’idea della venuta di un principe azzurro, tanto coraggioso da rapirmi e portarmi via. Questo perché abitavo una casa in cui non sentivo di esistere. Per anni mi sono creduta un'”aliena”, in un ambiente in cui era vietata l’espressione di qualsiasi emozione io ero un tumulto incontrollato, un marasma. La domanda ricorrente era: perché solo io sono così?
Per mia madre gli scoppi di rabbia che mi visitavano erano agiti del demonio. Secondo la leggenda che mi rappresenta, avevo con lui una certa familiarità, sin dalla nascita. Fino ai sei mesi lo avevo tenuto in grembo. Pianti, insonnia e malnutrizione ne erano la rivelazione Avrei appreso col tempo che con una madre depressa è difficile crescere sani, paffutelli e con la voglia di stare al mondo.

Credo che il germe della mia necessità di espiare risalga ad allora. La mia natalità difettosa non aveva assolto al compito di restituire a mia madre la possibilità di amarmi come si conviene, né aveva riempito il suo vuoto narcisistico. Per tutto questo soffrivo di una colpa giusta. L’ingratitudine verso la persona che mi aveva generato era una falla ontologica a cui avrei dovuto porre rimedio.
Si era costruito in me il più grande tra gli equivoci, quello che avrebbe condizionato tutta la mia vita: l’amore è un ammenda alle mancanze dell’altro, un risarcimento che richiede il sacrificio di sé. Amare è accontentare, riparare e annullarsi.
Ora è facile capire che dietro ad una vittima si cela un certo godimento nello scegliersi il proprio carnefice, l’altare sul quale sacrificarsi. Io l’avevo a portata di mano o meglio di viaggio. E le cose andarono esattamente così.

Quando incontrai G. avevo quasi sedici anni ed ero al secondo anno di liceo.
Drasticamente passata da un paesino di 600 anime alla città con tutti gli annessi e connessi: spazi dilatati, traffico moltiplicato, ore a zonzo in attesa del bus, una serie infinita di facce e di compagni che incontravo quotidianamente. Professori nuovi, tanti, e materie d’insegnamento sconosciute. Allora non capivo ma soffrivo tremendamente di una nostalgia acuta per tutto quello che era stato il mio piccolo mondo antico in cui non mi ero mai sentita fuori posto, dove tutto era a mia misura. Lo studio era un’impresa, affaccendata come ero nel mio processo di adattamento tutto appariva più faticoso, impercorribile. Al pomeriggio dormivo sopra i testi, la resa era scarsa le frustrazioni in aumento. Mia madre era ignara di tutto questo, del resto a scuola fino ad allora non avevo avuto problemi, anzi ero stata a lungo tra le migliori senza troppi sforzi. Mente adamantina,così mi definiva la mia maestra elementare.

Iniziai a raccontare bugie, prima a me stessa, poi a mia madre. Il disagio che andavo via via manifestando era inguardabile, fuori dalla cornice, per un madre perfetta poteva esserci solo una figlia perfetta. Potete immaginare cosa significò per me incontrare lo sguardo di un uomo, insistente e sorridente ogni mattino.
Era l’autista del bus, impeccabile nella sua divisa, la sua voce calda e accogliente per me era come una carezza. Iniziai a fantasticare che questo suo modo di essere fosse in realtà un’attenzione particolare nei miei confronti. Condivisi questa speranza con alcune compagne di viaggio, anche loro infatuate. Ecco, non doveva essere che un pettegolezzo, una fantasia. E invece no.

Passarono i giorni e i mesi. Andavo in cerca di G. sempre più spesso. Conoscevo i suoi turni, modulavo il mio rientro a casa secondo i suoi orari, trovando mille scuse per mia madre. Mi ero via via persuasa che davvero anche lui provasse interesse per me. Lo sapevo sposato con una donna molto avvenente, che ogni tanto lo accompagnava. La giudicavo volgare, inadeguata, forse per le gonne strizzate addosso e il trucco pesante che accentuava le labbra, già molto evidenti. Non mi importava, mi sudavano le mani ogni volta che lo vedevo e cercavo di essere all’altezza dei suoi panegirici.
Si prospettava davanti a me la linea rossa del sacrificio, che mi attraeva paurosamente: io eroina del nulla potevo sperare di diventare qualcuno, la contendente di un uomo come G.
Lui mi scelse, e io mi ritrovai nel deposito della stazione sugli ultimi sedili di un bus con la sua lingua in bocca e il suo membro in mano.

Non conoscevo nulla del sesso, non avevo avuto esperienze. Lui fece tutto senza dire, con una certa dose di tenerezza, spenta dall’urgenza del piacere. Io ero sotto choc, immaginavo un momento romantico, un approccio delicato al mio desiderio di vicinanza. Mossi la mano su suo invito. Oggi ricordo solo il calore e il fastidio di quel movimento. Il liquido caldo e le mie guance che si infervoravano per la vergogna.
Lui era appagato, io non sapevo dove posare lo sguardo. Non mi chiese, né mi parlò di quanto accaduto. Io, dopo essermi ripresa, ero raggiante: finalmente era mio.

Tutto ciò che accadde dopo tra noi fu un grandissimo equivoco. Più cercavo comprensione, vicinanza e condivisione, più ottenevo ulteriori attenzioni sessuali.
Non sapevo dire di no e non potevo farlo, tanto più che G. ai miei occhi si era presentato come marito infelice e padre “obbligato”. Dovevo sacrificarmi, io ero diversa, ero nata per fare felice gli altri. Dovevo pagare, espiare ed essere così al di sopra di tutti.
La cosa che oggi mi è chiara è che, nonostante tutto, mi ero messa su un piedistallo, una condizione terribile sì, ma pur sempre di privilegio. Avevo quello che Freud tradurrebbe in incesto perfetto. Perché mio padre, di cui non ho ancora detto, era il grande assente della mia vita. Evirato dal potere di mia madre, concentrato nel suo lavoro e infinitamente lontano emotivamente. Pochi gesti affettuosi, pochi interventi decisivi per la mia storia, mio padre viveva in una bolla emotiva dove poco entrava e poco usciva. G., invece, nel bene e nel male mi prometteva amore eterno, mi rendeva felice: ero diventata la sua musa.

Nell’esclusività di quella relazione era compresa una forma di gelosia patologica. Avevo mollato tutti gli amici, non uscivo più la sera, nessun hobby, diversivo o divertimento. Vivevo involontariamente dentro un plagio e tolleravo l’abuso del mio corpo, che sarebbe stato fatale per il resto della mia vita.
Mi incontravo con lui in luoghi ameni e lontani dagli occhi la gente. Trovavo ritagli di tempo per poter stare con lui alla ricerca di un corpo che mi avvolgesse, ma in realtà il suo corpo mi invadeva. Invadeva la mia volontà.
L’amore lo feci per la prima volta in casa sua, nel letto coniugale. Fu tremendo, ma talmente esaltante che dolore e desiderio si fusero definitivamente. Provai gusto nel soffrire. Quell’annientamento e quella morte continui mi affascinarono, mi vinsero. G. volle fotografarmi col suo gatto e capii a distanza che ne voleva fare un trofeo. Ed io continuavo a pensare che quello fosse amore. Improvvisai una seconda me, una che non aveva vergogna una che non riconosceva di aver peccato di onnipotenza. Mi lasciai squartare e penetrare a suo piacimento, in cambio io ottenevo il mio nutrimento: l’esaltazione di essere vista voluta e cercata.

Non fui salvata da nessuno. G. era un maestro, sapeva muovere la mia pietà raccontandomi delle sue disgrazie. Io continuavo a salvarlo, continuavo a vivere per lui. Il resto erano solo accidenti che dovevo affrontare.
Abbandonai la terza liceo nel momento in cui i miei profitti erano così bassi da prospettare una bocciatura. Mi finsi depressa, ma in realtà lo ero veramente. Dormivo ore sul divano. Mia madre per tener fede alla leggenda mi condusse da un esorcista per farmi guarire. Non capiva, non l’avrebbe mai fatto. Segnali ne aveva avuti e tanti, anche solo le continue telefonate. Io correvo a rispondere inventando ogni volta una scusa, una nuova amica.

Erano passati ormai due anni con un uomo che non aveva nome né faccia. G. avrebbe lasciato la moglie. Non era più solo una vaga promessa, era una realtà.
Anche quella volta fece tutto senza dire e affittò un appartamento dove avremmo dovuto trasferire prima i nostri incontri amorosi, poi noi. Non mi aveva chiesto nulla. Non si era mai posto il problema di cosa avrebbero potuto dire o pensare i miei. La sua sottile violenza era stata uno stillicidio e aveva via via bloccato la mia volontà. Non potevo decidere nulla, eroina del nulla avevo giocato a stare nell’equivoco e avevo affidato al mio carnefice la mia salute mentale e fisica. Divenni infermiera mantenendo la relazione con lui e posticipando la convivenza. Poi un giorno, la tragedia che si stava preparando ebbe compimento: mia madre scoprì tutto.

Fu una vera e propria bufera, quel giorno in cucina c’era tutta la famiglia e mi si accusava di qualsiasi nefandezza. Nessuno mi ha mai chiesto in quell’occasione, né dopo cosa fosse realmente accaduto. Io ero la “bambina” sprovveduta, ormai irreparabilmente macchiata, G. era il mostro. Mai che i miei abbiano avuto il coraggio di apprendere come fossero andate esattamente le cose, mai che i miei abbiano avuto il benché minimo desiderio di affrontare G. Se davvero i tuoi genitori pensano che qualcuno ti ha ferita profondamente, perché non muovono un dito, ma pensano solo a insabbiare il tutto il prima possibile?
Mia madre provava una grande vergogna perché ai suoi occhi ero una sgualdrina. In quel momento per lei era impossibile sostenere la rabbia e il proprio senso di colpa. In quella cucina, mentre tutti si preoccupavano della loro reputazione io tornavo ad essere il solito niente, più qualcosa di tarato da nascondere.

Lasciai G., non per volontà dei miei genitori, ma perché da tempo non reggevo più le sue richieste e la mia assoluta mancanza di libertà. Mi risvegliai così da un lungo sogno in cui la protagonista era stata svuotata della propria adolescenza. Ero tutta da rifare, da ricostruire, ma il desiderio si era ormai definitivamente ammaccato.
G. mi stalcherizzò per alcuni mesi, lo trovavo ovunque in lacrime, pentito per avermi fatto del male, minaccioso e alterato quando gli ribadivo la mia posizione nei suoi confronti. Non lo volevo più, l’illusione era svanita. Il dolore si mescolava alla rabbia. Quando arrivò la rabbia fu la mia salvezza, ma prima dovetti espiare le mie “malefatte” con un bel periodo di depressione. In fondo questo mi accomuna a mia madre.

Via via, G. sparì dalla mia vista e dalla mia esistenza.
Ci sono state altre relazioni simili nella mia vita, in cui gli abusi però non furono così eclatanti. Cambiarono sembianze, divennero più sofisticati. Ma furono abusi.
Lavoro tutt’oggi su quelle esperienze, ma ora mi è tutto più chiaro. Oggi è difficile per me separare il desiderio dal dolore e dalla coercizione, ma appena si profila un rapporto di quel tipo me ne sto ben alla larga.
So che è possibile subirne ancora il fascino e che devo fare un atto di volontà per non ricaderci. Quello che la maggior parte delle persone non capisce è che a volte una relazione abusante è così totalizzante da apparire come una droga. La coercizione a ripetere è una forma di dipendenza.
E’ lungo il percorso che una persona abusata deve compiere per ritrovarsi alle prese con un desiderio “buono” che gli dia valore e il potere di dire di no. Tracciare i confini dell’altro è un esercizio di volontà che lo accompagnerà tutta la vita.

[Un’amica, 13/1/2019]

E’ molto importante per me ospitare questo brano. Le ragioni sono già chiare, non c’è bisogno di approfondirle. Aggiungo solo che sono felice di aver ricevuto il testo da una persona a me veramente cara, intuendone la portata e quanto può esserle costato scriverlo.
Sono anche lieto di collaborare così, con lei, a un progetto globale, serio e quanto mai attuale. Il progetto Me Too, nato per aiutare donne sopravvissute alla violenza sessuale, scoperto grazie al blog di trattodunione, che ringrazio e cui rimando per una migliore presentazione.
Leggendo le testimonianze apparse sulle sue pagine mi sono appassionato al tema (svegliandomi da un torpore ingiustificato) ed è nata l’idea di portare nero su bianco il testo che ho proposto. Ho letto e ascoltato le voci di persone sconosciute e non (alcune sono blogger che seguo). Ho ammirato il loro coraggio nel dire, la forza nel superare, rivivere, elaborare, la sensibilità e la capacità nell’esprimere e raccontare. La dignità nell’essere. Donne.

Finzioni di poesia

Giorgio Montanari

2018, Bertoni Editore

Ho ricevuto copia di questo libro di poesie direttamente dall’autore con la richiesta di leggerlo e scriverne un commento. Nello spirito di reciproca lettura e scambio che contraddistingue spazi come questo, ho deciso di riportare qualche estratto e alcune mie note, esprimendo così, in modo squisitamente personale e in tutta onestà, quanto suscitatomi dalla lettura del suo lavoro.

La poesia raccolta in questo libro mi suona giovane, acerba. A tratti ruvida, sproporzionata, naif. Forse ancora prigioniera di un’estetica e una musicalità che sembrano in via di definizione.
Eppure c’è qualcosa di familiare in tutto questo, qualcosa che mi avvicina all’autore e mi fa dire che sì, ci sono passato anch’io (anche se non ho idea di dove mi trovi in questo momento). Io che prima di tutto non sono un letterato, un addetto ai lavori, un appartenete alla cosiddetta Patria Letteratura. Io che pronuncio la parola “poesia” con paura di compiere una profanazione. Ma in questo Giorgio Montanari è estremamente onesto, fin dall’inizio.

Fingendo La Poesia

Ti ho autorizzato
a sbirciare
fra gli scritti di una vita.

Mi rincuora l’idea
di offrirti un’emozione.
Mi inquieta
avere esposto
a sconosciuti
pagine salvate negli anni,
figlie di pensieri fragili,
frutto di istanti di ispirazione.

Non è facile dipingere
per chi, a fatica, distingue i colori.
È molto arduo cantare
per chi non riconosce le note.

Da bambino
mi è stato insegnato che
i libri non si buttano mai via.
Se anche tu
avessi ricevuto questa indicazione
ti avrei donato l’eternità.

Scrivere è una forma di sensibilità,
è un gioco serio, profondo:
mostrarsi oltre gli ingranaggi
in un imprevedibile equilibrio
dove l’innocenza segue l’esperienza.

Ecco perché,
conscio dei miei limiti,
sto fingendo la poesia.

La tavolozza è semplice, non ha pretese di incantare. Su questo l’autore non finge affatto, non prende in giro nessuno. Entra nella sfera d’attenzione e nel vissuto del lettore usando i mezzi che ha a disposizione, parlandogli direttamente, evocando immagini e archetipi essenziali, a volte abusati. Sinceri, questo sì, si avverte.

Ma il senso di vicinanza cui alludevo non riguarda solo la forma. Ciò che ho rivisto nei versi di Giorgio Montanari è il giovane uomo che si misura con la vita, giorno per giorno. Fronteggiando i primi scogli, i primi naufragi, le prime grandi disillusioni. Annotando sulla pagina di un diario rivelazioni e interrogativi che tutti prima o poi in qualche modo affrontiamo.
Ciò che ne risulta è quella che definirei poetica “dell’alfa e dell’omega”. Versi che affrontano il ciclo e la parabola della vita traendone il ben noto senso di impotenza e annichilimento.

Albero Della Vita

Sono nato grazie al seme
che la terra ha fecondato
custodendone l’affetto:

ogni giorno, mentre vivo,
solidifico radici
di legami familiari.

Il vigore sta nel tronco
che, robusto a sufficienza,
mi fa crescere leale.

Elevandosi al cielo
braccia magre quanto rami
si aggrappano ai sogni.

La foresta di persone
con frenetici rituali
copre estese superfici.

Gli anelli del mio corpo
sono rughe circolari
consapevoli del tempo.

Foglie a terra, ingiallite,
resistendo alle stagioni,
ritrarranno la saggezza.

Domande sull’origine, il destino, l’unicità dell’individuo permeano l’intera raccolta.

[…]

Ora che le parole hanno smesso di rimare
nel cuore vedo nascere l’ombra.
Il crepuscolo esplode nella mia mente
e sento ogni istante infinito.
Dilatato, il respiro
si perde in sfide e ambizioni.
Crolla ogni scia ricoperta
d’oro e resta una pietra:
la pietra tombale.

Credo che con questo libro Giorgio Montanari ci stia dando appuntamento al giorno, non troppo lontano, in cui potremo avvertire il sapore del legno invecchiato in cui il suo animo oggi ancora si dibatte impaziente.

Disoccupazione Della Creatività

Gli istanti sono gocce di un temporale
nella penombra di questa stanza:
qui la luce è artificiale
ed è astratto quello che sento.

Il rischio della scelta; le conseguenze
del giudizio cambiano a seconda del tono
con cui si esprime il giudizio.

Persone che osservano
altre persone sul palco di un teatro;
uno spettacolo di luci e suoni,
artificiali, astratti.

Spreco ore digitando la stessa password
e fingo la poesia su un foglio di carta.

Sono giorni di passaggio,
sogno giorni di stima.

La pioggia dei minuti
lava via la musa
trascinando la mia statua
verso la solita password
nel chiaroscuro di questa stanza.

Giornalismo

Una bolla mi conduce
verso una passione piena di Grazia.
Benedetti e Amati furono quei tentativi
da quando tutto nacque per caso.

L’abbonamento a una rivista che nessuno leggerà.

Un dono che ricambia un favore.
Continuare a giocare sperando
che agli altri piaccia.
Con i miei ritmi.

Per chi volesse leggere e approfondire il lavoro di Giorgio Montanari: http://www.giorgiomontanari.it/poesia/

Finzioni di poesia

“Finzioni di poesia” – Copertina e note biografiche dell’autore

Perché mi manchi

lei

G.H. Breitner, “Girl in white kimono”, 1893 – web

 

È semplice. È che ho voglia di te. Cosa c’è di strano? Ho voglia di parole, quelle tue che mi scrivi come solo tu sai fare. Mi mancano. Mi manca quando mi racconti le storie degli altri, che poi sono la mia e la tua, anche se cambi i nomi, anche se non ci conosciamo. Che poi nemmeno adesso ci conosciamo davvero. Chi sei? Chi sono? Chi siamo? Noi esistiamo. Come quel brivido quando una notifica mi dice che sotto il cielo vispo c’è qualcosa di nuovo. Che mi dice che esisti. Ma adesso tu non ci sei. Sei lontano, in Giappone a caccia di giovinetti imberbi, a spiare da dietro le tende ragazzine con la gonnellina corta scozzese, i calzini e la cravatta. Mi vuoi così? O mi preferisci geisha, per la cerimonia del te? Per te. Dai portami a Tokio, in un love hotel, e poi ci salutiamo alla fermata della metro… “Addio Watanabe”. Ho comprato una cassetta di arance e le ho tirate contro il muro. L’ultima rimasta me la sono mangiata, ho tolto la buccia e ho affondato i denti nella polpa. Era dolcissima. Avevo le labbra rosse di succo. Banale pensare di affondare i miei denti nella tua carne, per poi leccarti le ferite. So cosa ti piace. La vita a morsi. E io sono così affamata. A volte quando sono così, così insoddisfatta, così capricciosa, così volubile vorrei lasciarti. Scriverti qualcosa tipo “Questa è l’ultima volta, brutto stronzo”. Ma non posso farlo. Non sono la tua ragazza. Non posso nemmeno lasciarti. Sono condannata dentro questo limbo di parole, che ti entreranno dentro, ti accarezzeranno, seguiranno il profilo di tutti i tuoi desideri, quelli che tu chiami supplizio, perché noi esistiamo. Ma le parole vivono per noi. Dannazione eterna la scrittura. Vorrei essere un’analfabeta dell’amore, potresti essere il mio maestro. E sarebbe una storia già scritta. Una storia con l’ultima pagina. Quella che noi non scriveremo mai.

[Lei, 9/1/2019]