La giostra

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Viviamo vite parallele, da sempre.
Pur di sopravvivere agli eventi, di non sovvertire l’ordine naturale delle cose. Pur di sottrarsi alla necessità di cambiare, di prendere posizione, di rinunciare a qualcosa di sé in favore di una responsabilità maggiore, un uomo è disposto a scindersi.
Si spacca in due, dieci, mille frammenti. Fra loro diversi e pur derivanti da una sola matrice.
Prendi me, ad esempio. Io iniziai presto l’apprendistato dell’arte della dissimulazione. Ancora bambino, creavo già le mie maschere e mi infilavo con sorprendente agilità nella faticosa giostra dei miei personaggi.

Rammento una domenica pomeriggio, avevo otto o nove anni.
Mio padre mi accompagnò ad una fiera di paese, fra zucchero filato e giochi chiassosi all’ombra di un campanile sperduto in mezzo ai campi.
Era fine febbraio, faceva ancora freddo. Erano pochi i bambini che si muovevano fra seggiolini e automobiline elettriche, avvolti dalla sonorità esagerata di melodie artefatte e voci da imbonitore.
Fin da piccolo non fui particolarmente attratto da quelle feste chiassose e dalle loro roboanti macchine da intrattenimento. Sono quasi certo che anche in quell’occasione non fossi stato io a chiedere di andarci.

Esitante, stretto nella mia giubba beige imbottita, in tinta con i pantaloni di velluto larghi in caviglia, vagavo frastornato fra pistoni, carrozze e le grida entusiaste o querule degli altri bambini, tenuti a stento dai loro genitori. Dal mio canto, me ne stavo saldamente aggrappato alla mano calda di mio padre, il quale di tanto in tanto dall’alto mi indirizzava sguardi incoraggianti, chiedendomi quale gioco volessi provare.
Dopo un lungo giro d’osservazione, ammisi di essere attratto da forma e colore di un’auto da corsa, una delle tante immerse in un mucchio confuso fra elicotteri, cavalli, carri armati e astronavi che scorrevano volteggiando sulla piattaforma rotante di una giostra. Soddisfatto, mio padre acquistò subito un biglietto e, quando fu il mio turno, tolse le protezioni e mi aiutò a salire sulla vettura da gara che avevo scelto.

Feci il mio primo giro riconoscente, trattenendo a stento una gioia sincera. Mio padre mi sorrideva calmo, muovendo appena la mano con la sigaretta accesa.
Quando sparì di nuovo alla mia vista, mi concentrai sulla guida stringendo voluttuosamente il volante del mio bolide e studiando lancette e spie luminose che ne costellavano il cruscotto.
Percorrendo l’orbita di quel navigare solitario emergevo a tratti dagli scenari che si moltiplicavano nella mia mente e cercavo lo sguardo di mio padre che, immobile, segnalava puntuale la sua presenza. Ricambiavo divertito il suo saluto e affondavo il piede sull’acceleratore.

Dopo qualche giro la vidi. Lì, in piedi davanti a me, fra le persone che attendevano la fine della corsa.
I suoi occhi erano su di me da un tempo indefinito e io in un attimo dimenticai tutto: la volata verso il traguardo testa a testa con il mio acerrimo nemico, la pista assolata, lo stridore della folla… Mollai il volante, il motore si spense.
Katia. Facevamo la terza elementare e stavamo insieme.
Il che comportava, se non altro, che all’uscita della scuola, pigiati davanti al portone dalla calca di ragazzini in attesa dello squillo di campanella, di nascosto e con indescrivibile gaudio, ci scambiassimo dei bigliettini amorosi.
Quando succedeva, ogni volta che sentivo la sua mano intrufolarsi furtiva nella tasca del mio grembiule o del mio giubbino – era questione di un attimo, il cuore mi batteva in gola e la gioia pregustata di leggere il suo messaggio una volta rimasto solo riempiva ogni attimo del mio viaggio verso casa.
Alle volte, per timore di destare la curiosità di mamma o di mio fratello, prolungavo ulteriormente l’attesa rimandando l’ora della rivelazione a dopo pranzo, quando finalmente avrei potuto estrarre dalla tasca quel pezzetto di carta vergato e piegato con cura per me, solo per me. Ritirarmi nella mia cameretta, o in bagno, e leggerlo con un tuffo al cuore ancora più amplificato.
Ricordo che stendevo quel ritaglio di pagina di quaderno esaminandone ogni minimo dettaglio: il colore della carta, dell’inchiostro – quelle in rosso erano le lettere più appassionate, il loro profumo; la calligrafia, i bordi strappati in fretta o tagliati a forbice e decorati; il modo in cui era stato piegato e confezionato, la dedica sull’ultimo risvolto e, solo alla fine, le parole che vi erano state scritte.
Frutto di un fuoco non ancora nostro, prese a prestito da un vocabolario sconosciuto, oscuro, solo immaginato.

Katia era lì, a pochi metri da me, in quella folla diradata.
Le gote arrossate dal freddo, affondava il mento in una sciarpa di lana. La luce obliqua del pomeriggio infiammava i suoi ricci castani.
Non era sola. Ma senza farsi notare mi fissava con un sorriso che non saprei definire: scherno, sorpresa, ammirazione. Chissà.
Il cuore in gola, corsi subito ai ripari. Feci finta di non vederla e assunsi una posa visibilmente distaccata, insofferente. Al giro seguente la salutai.
Il caso volle che incontrassi i suoi occhi solo quando quelli ignari di mio padre scomparivano dietro il profilo animato della giostra. I due si trovavano infatti agli estremi opposti di quel mio carosello.
Fu così che per il tempo rimanente diedi vita a due personaggi distinti, entrambi in grado di sostenere lo sguardo e le attese del proprio pubblico.
Da un lato, sfilavo al cospetto del mio papà. Sterzando, controsterzando, derapando e raddrizzando. Senza mai perdere il controllo del mio bolide, ma dando lustro alla mia compiaciuta maestria.
Dalla parte opposta del cerchio mi sgonfiavo all’istante, dissimulando. Allungato sullo schienale dell’automobilina di plastica, lanciavo sguardi complici alla mia bella manifestando tutta la noia e la frustrazione per esser stato costretto, per non far torto a mio padre, a montare sul palco di quel ridicolo teatrino.

[P.B., 29/4/2019]