Always the Same Never Alike

Sound_Madonna

 

“Erano in salotto a chiacchierare, i suoi genitori e quei loro amici che avevano conosciuto al mare e che, si era poi scoperto, abitare molto vicino. Era un sabato sera d’inverno e lei avrà avuto quindici o sedici anni. Non usciva ancora, se non raramente, solo se si organizzava qualche festa, o un cinema. I sabato sera erano ancora tempo da passare in famiglia. Ma quei due proprio non li sopportava. Il marito faceva l’assicuratore e non stava zitto un attimo. Raccontava aneddoti e rideva fragorosamente. La moglie aveva una voce acuta, gli faceva da spalla. “Dai racconta di quell’altro…” non la finivano più. Avevano due figli grandi e ovviamente non li avevano portati con loro. Stufa di quel teatrino decise di dare la buonanotte e ritirarsi in camera sua. Chiuse la porta, si sdraiò sul letto in pigiama, non aveva sonno. Si mise le cuffie del walkman e ci infilò la cassetta di Madonna, The Immaculate Collection, quella con Justify My Love. L’aveva comperata proprio per quella canzone. Lei i dischi di Madonna li aveva tutti e li sapeva a memoria. Già, Madonna, quella canzone e il video, lo mostravano su Videomusic, quasi censurato. Il video che era riuscita a registrare sul vhs. Madonna era bellissima, cantava con quella voce calda, vestita in quel modo provocante, che si faceva toccare in quel modo da un tipo pieno di crocifissi al collo. E quel modo di ballare…
Schiacciò il tasto forward fino a quando non la trovò. Poi, dopo le prime note, spense il walkman e rimase in silenzio. Sentiva il vociare e le risate. Erano ancora lì, e a giudicare da quanto si stavano divertendo ci sarebbero stati ancora per molto. Si alzò dal letto, si tolse il pigiama e rimase con le mutandine, degli slip bianchi di cotone, senza fronzoli, senza pizzi. Tolse dal cassetto della biancheria un reggiseno, bianco anch’esso, con un piccolo fiocchetto, ancora bianco, in mezzo alle coppe. Lei lo portava già dalle medie ma era un oggetto che ancora le risultava fastidioso.
Fastidioso in realtà era il pensiero, perché in fondo scomodo non lo era affatto. Lo indossò, aprì l’anta dell’armadio dove c’era lo specchio e ci si mise davanti, con l’aria imbronciata. Si guardò con attenzione. Tirò su i bordi degli slip per renderli più sgambati e così facendo si infilarono un po’ tra le natiche. Si girò per guardarsi. Non era certo il pizzo nero di Madonna… Il reggiseno non aveva proprio niente a che vedere. Prese il walkman, la musica ripartì. Justify My Love le entrò nelle orecchie, alzò il volume e si mise a ballare. All’inizio senza convinzione, come se fosse una marionetta. Poi pian piano ci prese gusto, il video l’aveva visto decine di volte. Si lasciò andare, canticchiando la canzone a voce bassa, muovendosi con malizia fino a quando non iniziò a sentire il calore tra le gambe.
Era quello che voleva no? Non si era messa ballare per quello? Quando la canzone finì spense il walkman e si abbandonò sul letto. Di là ancora voci. Ancora risate. Sospirò , appoggiò una mano sulle mutandine. Erano umide. La infilò dentro e cominciò ad accarezzarsi piano. Non voleva che arrivasse subito quella sensazione. Doveva imparare ad essere più lenta. Si accarezzò sulla superficie, sentendo i peli del pube che si bagnavano sempre di più, poi, quando non riuscì più a trattenersi premette più forte e infilò un dito dentro. Fu questione di attimi. Attimi brevissimi. Il respiro si fece affannoso. Era difficile trattenere quella voglia di gridare quanto era bello, quanto era sempre più bello. L’orgasmo arrivò al culmine di quelle carezze. Sentì le contrazioni prima veloci poi sempre più lente, fino quasi a scomparire del tutto. Solo allora tolse la mano, bagnata di quegli umori. Si sentì ancora una volta triste. Tristissima. Non lo capiva. Non avrebbe potuto. Per un po’ le restava addosso qualcosa di vago, un accenno di nodo in gola a cui non sapeva dare un nome. Dovette scacciare quel pensiero non appena udì la voce di sua madre “Vediamo. Se non dorme la salutate voi”. Spense rapida la luce, si coprì con il piumone così com’era e si girò verso il muro, con la testa sprofondata nel cuscino, fingendo di dormire. La madre socchiuse la porta. “Dorme dorme…” disse piano. “Allora salutacela tu”, disse la moglie dell’assicuratore con la sua voce stridula.”

Anna rilesse tutto da capo. Miriam, la sua amica psicologa, stava raccogliendo dei brevi racconti sulla sessualità nell’adolescenza da proporre a scuola nel laboratorio di educazione sessuale. Il progetto andava avanti bene da qualche anno e alla proposta del successivo voleva dare un taglio più letterario. Così le aveva chiesto di scrivere qualcosa, vista la sua passione per la scrittura.
Si era divertita a scrivere, ci aveva pensato un po’ su, voleva trovare la chiave giusta per inserire l’argomento, ma voleva arrivarci per gradi, per non dargli subito troppa importanza. Non spaventarli! Le aveva detto Miriam scherzando. Sperava di esserci riuscita imbastendo i suoi ricordi e, perché no, i suoi desideri. Verità e invenzione. Così, mentre scriveva, era tornata ragazzina, nella sua cameretta con i poster di Madonna e George Michael, la scrivania in disordine, le musicassette…
Rilesse un’altra volta, tolse qualche ripetizione e aggiustò la punteggiatura. Poteva andare. Ne stampò una copia per Miriam, poi le avrebbe inviato il file.
Chiuse il laptop e lo ripose nello zaino. Spense la luce dello studio e solo in quel momento si accorse del lampeggiare della lucina arancione sul cellulare. Un messaggio, di Brando. “Fuori a cena con un collega russo e una collega svedese. Potrebbero finire a letto. Lei merita, ma lui sta bevendo troppo e sta iniziando a perdere di vista l’obbiettivo. Faccina che ammicca. Secondo te dovrei avvertirlo oppure cogliere la palla al balzo?”
Anna rispose con una faccina sorridente “Italia-Russia 1-0. Com’era quella frase…Italians do it better?”
Anche con lui avrebbe dovuto arrivarci per gradi? E dove poi? Erano niente e tutto. Brando aveva la sua donna. Lei aveva il suo uomo. Si raccontavano i loro scazzi, i problemi di coppia, e altre cose divertenti.
Anna ce l’aveva in testa, certi giorni più di altri e adesso era proprio uno di quei periodi in cui il pensiero di lui danzava nella sua testa come una ballerina alla prima del Bolshoi. Era un giornalista, si occupava di energie rinnovabili, ed era spesso in giro per il mondo a seguire convention e incontri di vario tipo. Si erano conosciuti un paio di anni prima su un volo per Madrid, vicini di posto, avevano attaccato discorso. Nel salutarsi lui le aveva lasciato il suo biglietto e lei aveva ricambiato la cortesia. Si vedevano di tanto in tanto, ma non era mai successo niente, camminavano sul bordo del bicchiere di uno dei cocktail che bevevano insieme sotto i portici di Bologna.
Tempo addietro, durante un viaggio di lavoro in Polonia, Brando le aveva mandato delle foto: la camera dell’hotel, il dettaglio del letto da un paio di angolazioni, la vista dalla finestra e poi, come se niente fosse, la sua foto nudo, davanti allo specchio del bagno, con un sorriso che non sapeva se definire beffardo, compiaciuto o solo divertito. Era una sfida? Il giorno dopo aveva spiegato il suo gesto: voleva che lei lo vedesse come era davvero, nudo, fragile, con i suoi difetti e i suoi desideri. Aveva detto proprio così. Lei aveva guardato quella foto come se appartenesse a qualcun altro, perché si era immaginata più di una volta nell’atto di scoprirlo poco per volta, e quel corpo messo lì le aveva cancellato di colpo la fantasia.
Non ne avevano più parlato. Lei aveva salvato la foto e, di tanto in tanto, la guardava. Come ora. Sfiorava lo schermo del cellulare, ingrandiva i particolari, si soffermava su certi dettagli che le piacevano particolarmente, e col pensiero andava dove le sue mani o le sue labbra avrebbero voluto essere. A pensarci bene non era proprio il suo tipo, eppure lo trovava eccitante e la sua immaginazione si perdeva e si ritrovava in variazioni sul tema, ad essere sinceri, nemmeno troppo originali. Quei pensierini per niente casti finivano per portarla quasi sempre a un dunque.
Si domandò, sorridendo tra sé, se avrebbe potuto scriverne un secondo racconto… Avrebbe anche potuto farglielo leggere… Ci avrebbe pensato, l’idea non era male… Ma non ora… Non adesso…

[Silvia Giusti, lapoetessarossa, 30/7/2019]

 

Un’apologia

(… ma anche no)

Stamattina ho ricevuto queste righe da Silvia, lapoetessarossa.
Si riferiscono alla sua poesia pubblicata ieri qui sul “cielo vispo”:
per un mattino nella luce di inverno.
Le riporto qui.

Caro Paolo, cari lettori, vi devo delle scuse. Non posso dire di essere stata originale nei miei versi perché c’è qualcuno che, molto prima di me, li ha già scritti. Li avevo imparati a memoria, invero, credo, non tanto tempo fa. Perché mi piacevano, perché è un esercizio che faccio per tenerla allenata. Poi dimentico. Domenica mattina mi sono svegliata con delle parole in testa e i versi son venuti fuori facile. Li ho mandati a Paolo. Ieri insieme abbiamo trovato un titolo, che è un omaggio a una poesia di Prévert (un altro che dell’ amore ha scritto capolavori), e qui ci siamo dimenticati di dirlo [ho posto rimedio – ndr].

Ieri sera stavo stirando, proprio così, e quando stiro la mente vaga, oppure si concentra su qualcosa, un tormento per esempio, quello che avevo addosso e non ne trovavo la genesi. Mi è tornata in mente tutta insieme. Potete leggerla qui sotto.

FUGA

Non altro che questo era il nostro amore
fuggiva, tornava e ci portava
una palpebra china assai distante
un sorriso pietrificato, perso
nell’erba mattutina
una conchiglia strana che l’anima
tentava con insistenza di spiegare.

Non altro che questo era il nostro amore
frugava piano tra le cose intorno a noi
per spiegare perché ci rifiutiamo di morire
tanto appassionatamente.

E se ci reggemmo a lombi, se abbracciammo
altre nuche con tutta la nostra forza,
e confondemmo il respiro
al respiro di quella persona
se chiudemmo gli occhi, non era altro
che questo profondo desiderio di sorreggerci
nella fuga.

[Ghiorgos Seferis]

So che succede di adattare il proprio stile quando si legge tanto un autore, quando il suo sentire si appiccica addosso, quando piace. Qui sono andata un po’ troppo oltre, ma l’ho fatto inconsapevolmente.

Vi chiedo scusa. A tutti voi. Al poeta che l’ha scritta.

Silvia.

Non so. Non sono così d’accordo con lei. Ma ci tenevo a pubblicare la sua lettera. E’ interessante, trovo, questa cosa di essere filtri, depositari, distillatori di ciò che leggiamo. Tanto da esserne interpreti inconsapevoli (e ispirati, direi). Non so definire una linea di demarcazione netta fra una cosa, il leggere, che equivale a contaminarsi, farsi attraversare (se la materia è buona), e il comporre. L’originalità. Cos’è, come si misura? A me la poesia di Silvia piace moltissimo. Per me è sua, non un plagio inconsulto.
Voi che ne pensate?
P.

P.S.
A questo punto, però, scomoderei per intero anche il succitato Prévert, i cui versi rileggo sempre con grande piacere.

IL GIARDINO

Mille anni e poi mille
Non possono bastare
Per dire
La microeternità
Di quando m’hai baciato
Di quando t’ho baciata
Un mattino nella luce dell’inverno
Al Parc Montsouris a Parigi
A Parigi
Sulla terra
Sulla terra che è un astro.

[Jacques Prévert]

Le Jardin

Foto – Silvia Giusti

per un mattino nella luce d’inverno*

Alba

non si può fuggire
da un amore che non esiste
e tornarvi con il ricordo
di una conchiglia raccolta
nell’erba bagnata di rugiada

chiudiamo gli occhi
e frughiamo nei cassetti
come dee bendate
in cerca della pelle sotto i vestiti

altre labbra ci riconoscono
di baci
quotidiani come pane

qualcuno ci spieghi perché
questo amore senza vita
si rifiuti ostinatamente di morire

[Silvia Giusti, lapoetessarossa, 28/7/2019]

* Citazione de “Il Giardino”, di J. Prévert

immagine di copertina – web

Biglietto per un amico

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Che era stata felicità. Che non l’aveva solo sfiorata. Che l’aveva sentita addosso. E se lo ripeteva come un mantra, assecondando il ritmo della sua testa che pulsava dopo la sbornia della notte appena passata. Seduto in riva al mare aspettava il sole. Le mani appoggiate sulla sabbia fresca. Le cuffie nelle orecchie ascoltava in loop la stessa canzone. Lei se ne era andata per sempre. Era diventata un momento, un istante immortale. La vita che schiaccia il tasto pausa e tutto si ferma. E lui e lei avevano fluttuato, come anime nello spazio profondo. Avevano incrociato le loro orbite. Si erano precipitati addosso. Erano esplosi. In un tempo che non ha la misura delle ore ma solo dell’intensità. Il mare era calmo e l’orizzonte solo una linea immaginaria che lui aveva raggiunto, sui cui aveva danzato. Si tolse in vestiti e si buttò in acqua. Nuotò a lungo verso il sole che sorgeva e gli illuminava il viso e la pelle. Una volta al largo si girò a guardare la riva. La spiaggia con gli ombrelloni ancora chiusi era lontana. Tutto appariva piccolo. Ma sapeva che anche questa era un’illusione. Riprese a nuotare lentamente, fino a quando non toccò con i piedi il fondo del mare. Poche bracciate lo avrebbero riportato al largo, dove avrebbe potuto ancora danzare. Sentirsi senza peso. Ci sarebbe tornato. Lo sapeva. Sarebbe successo ancora. Ancora tante volte o una soltanto non gli importava. Perché la vita non è la felicità. Perché la vita non è l’amore. Perché nella vita esistono i momenti migliori ma occorre toccare la terra per darsi la spinta e volare.

[lapoetessarossa, 9/6/2019]

Fin qui tutto bene

Fin qui tutto bene

Con la preziosa partecipazione de lapoetessarossa.

“Quanto è durato il tuo matrimonio?”, chiede lei.
“Tre anni e mezzo. Ma era finito poco dopo il primo”, risponde lui.
“Il mio primo tradimento…”, aggiunge distogliendo lo sguardo. E’ così facile parlare con gli sconosciuti, pensa.
“Il mio primo tradimento”, ripete lei, ironica. “Li hai contati?”
“Ci deve pur essere una prima volta, non credi?
E tu? Quanto è durato il tuo matrimonio?”, chiede.
“Tre anni, anche per me. Ma abbiamo convissuto quasi per sei. Perciò posso dire che il mio matrimonio è finito ancora prima di cominciare. E non è una frase fatta”.
“Da sposata l’ho tradito a settembre…”, aggiunge dopo aver succhiato il cucchiaino.
“La prima volta non me la ricordo”.
“Dai, la prima volta non si scorda mai!”, fa lui con un certo imbarazzo.
“Non mi sto vendendo bene, vero?”, dice.
Un’ombra le attraversa il volto. Forse sta esagerando, pensa.
Lo sguardo di lui si perde fra le guglie del Duomo.
Qualcosa di simile al piacere che prova solo spogliandosi per un uomo la spinge a continuare. “Hai mai visto l’Odio? Il film…”, chiede.
Lui fa cenno di no, anche se quel titolo affonda come una lama nella sua memoria.
“E’ la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: Fin qui, tutto bene. Fin qui, tutto bene. Fin qui, tutto bene… Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio“.
Lui quella scena l’ha vista, molte volte. Ma fa finta di niente, la guarda, attende il resto.

“Era estate”, riprende lei carezzando il manico della tazzina.
“Certi fine settimana, anche se vivevamo già insieme, lui tornava dai suoi in Veneto. Odiavo quei luoghi e potevo ancora permettermi il lusso di non accompagnarlo. La prima volta che ci sono andata sono stata male tutta notte. Il corpo non mente mai…”.
Guarda dentro il bar, come se cercasse di mettere a fuoco una scritta, qualcosa.
Era un collega del mio ex. Era di Genova, ma lavorava a Milano. Ci sentivamo ogni tanto.
L’ho accompagnato al treno una volta, era un venerdì sera e ci siamo visti per un aperitivo, sua moglie era in vacanza col bambino.
Abbiamo parlato tutta sera, ma dovrei dire tutta la notte… Mi ha riaccompagnata a casa che era già chiaro. Avevo lasciato l’auto sotto casa sua con il contrassegno dei residenti, ricordo questo particolare. Sono tornata in treno il pomeriggio del giorno dopo a riprenderla…”
Fa una pausa, solleva lo sguardo incrociando gli occhi di lui, che non l’hanno lasciata un momento.
“Fin qui tutto bene”, dice.
Lui ha un brivido. Conosce bene quella sensazione, non la prova da tanto tempo, troppo.
Adesso Irene gli sembra diversa. Quando l’ha vista, all’uscita della metro, con quel suo pastrano colorato e le scarpe da ginnastica, non molto alta, dall’aria insicura, di primo acchito le era parsa una tipa modesta, una di quelle che vuole apparire alternativa a tutti i costi, che tengono sempre un libro o due nella loro borsa di tela consumata e indossano vestiti di qualche taglia in più, fuori moda, e quegli assurdi berretti di lana.
Un altro granchio, ha pensato. Per questa qui rimango Marco e le lascio un numero sbagliato.
Ora gli sembra incredibilmente sexy. In tutto quello che fa, in quello che dice. La sua voce. Forse è stata quella la svolta. Una voce da ragazzina un po’ saputella e irriverente in un corpo che non le appartiene. E’ la sua anima nascosta. E più la ascolta raccontare, più la trova sensuale, invitante. Come il modo in cui inumidisce le labbra, o l’intelligenza provocante che ha nello sguardo, di quelli che sanno tutto di te senza che tu dica niente.
Irene, pensa, chissà come si chiama veramente.

“Anche a te è andata bene, almeno per un po?”, chiede lei scrutandolo.
“Cosa, il matrimonio o la relazione extra-coniugale?”, prende tempo.
“La seconda. Della prima non mi interessa un gran che…”.
“E’ stato romantico”, fa lui, chiedendosi come gli sia venuto in mente quell’aggettivo.
“Romantico…”, fa eco lei.
“Sì, dai, eravamo giovani… E’ stato divertente”, ridacchia, non sa ancora se ha voglia di raccontare la verità.
“Avevo trent’anni e lei venti”, aggiunge. “Ci eravamo conosciuti in piscina, per poi scoprire che lavoravamo nello stesso palazzo, lei al quarto, io al sesto piano”.
“Quanti piani aveva il palazzo?”
“Non arrivava a cinquanta. E comunque, se ci tieni a saperlo, non mi sono mai buttato…”
Ridono tutti e due.
Marco si accende un’altra sigaretta. Un cameriere esce in grembiule e maniche di camicia, con gesti sbrigativi ed esperti accende il fungo accanto al loro tavolino. La piazza brilla di luce artificiale.
“Dopo un po’ che ci incrociavamo senza compiere il passo, lei mi ha fatto trovare un biglietto”.
“Romantico…”, lo prende in giro Irene, poggiando i gomiti sul tavolo e il mento sui palmi all’insù.
“Vuoi qualcos’altro, una cioccolata?”, le chiede Marco.
Lei fa no con la testa.
“Hai freddo, vuoi entrare?”
“Vai avanti, timidone”, forse non è scemo come sembra, pensa. E poi, quella luce negli occhi…
“Un biglietto… Che cosa ti aveva scritto?”
“Non era soltanto un biglietto, c’era un cioccolatino Lindt”.
“Mm-mm…”
“Sul biglietto aveva scritto un saluto tipo buon rientro, qualcosa del genere. Pur sapendo il mio nome, mi aveva chiamato Pericolo. Mi rimase impresso…”
Irene lo fissa con tenerezza.
“L’aveva appiccicato sullo specchietto sinistro della macchina. Era buio quando sono uscito dall’ufficio e me ne sono accorto solo in tangenziale, a momenti faccio un incidente!…”
“Allora sei veramente pericoloso! Aveva visto bene”, lo punzecchia lei.
“Dopo qualche tempo l’ho invitata ad uscire. La prima volta andammo fuori città, in campagna, sul fiume. Avevo una paura fottuta di incrociare qualcuno di noto”, Marco sorride scuotendo la testa.
“E’ normale”, fa lei, anche se non ricorda di aver mai fatto un pensiero simile.
“E poi?”

“E poi per un po’ non successe niente, niente di niente. Ero un uomo sposato di dieci anni più grande. Lei era una ragazzina, ma per quanto attraente, riuscii a restare al mio posto”.
“Finché un giorno…”
“Finché un giorno… Non so perché accadde… Ero dai miei, non vedevo mia moglie da giorni, all’epoca lavorava a Reggio Emilia e stava fuori tutta settimana. Forse avevamo litigato, o forse mi sentivo solo, fatto sta che la chiamai e ci trovammo in un parcheggio che era quasi mezzanotte.
Riconobbe la mia auto e salì. Pioveva, era aprile.
La subissai di parole e parole, finché mi implorò di baciarla.
Non fu una preghiera, fu una pretesa. Ricordo perfettamente, mise le mani sulle ginocchia, strinse i pugni e disse: voglio un bacio.
La baciai… E, niente… Mi riportò in vita”.
Agli occhi di Irene tutto cambia colore. Rivede la scena come in un vecchio film in bianco e nero. Anche i capelli dell’uomo che ha di fronte non sono più castano chiari, il colletto della sua camicia non fa più a pugni con quello della giacca di velluto, che lo invecchia un po’, e la smodata quantità di acqua di colonia che si dev’essere rovesciata addosso prima di uscire ha assunto un sinuoso aroma di sandalo e cuoio.
C’è qualcosa in lui, un che di familiare, che le fa chiedere di sapere di più.

“Una volta arrivata alla macchina l’ho chiamato per chiedergli cosa fare del contrassegno”, dice.
“Lavorava, mi ha chiesto se potevo aspettare che finisse il turno, che se mi andava potevamo cenare insieme. Mi andava, eccome se mi andava. La sera prima non era successo niente, ma lui era stato sicuramente il mio primo pensiero della mattina, e il secondo, il terzo, tanto che non avevo mi ero dimenticata di chiamare mio marito.
Mentre lo aspettavo ho fatto un giro in centro. Non è che fossi uscita di casa con l’idea di rimanere fuori, così mi sono comperata due cose nuove e sono andata ai bagni della rinascente a cambiarmi”.
Sfila la sigaretta dall’indice e medio di Marco e tira una boccata voluttuosa che le toglie il respiro. Tossisce rumorosamente scusandosi ripetutamente. “E’ una vita che non fumo… Mamma mia, non sono più abituata”.
“Non so cosa mi avesse preso”, riprende a raccontare. “O forse lo sapevo, visto che avevo comperato della biancheria intima. Niente di sfacciato, non pensare, una cosa carina.
Sono andata a casa sua, ho citofonato e sono salita…
Quando ha aperto la porta era in accappatoio, appena uscito dalla doccia. Sono entrata in casa, non sapevo dove guardare, ero imbarazzatissima, ho pensato: che cazzo sto facendo?
Mi ha portato in soggiorno ed è andato a vestirsi, quando l’ho visto vestito mi sono rilassata. Siamo andati a mangiare una pizza dall’altra parte di Milano e abbiamo continuato a parlare come la sera precedente. Siamo stati gli ultimi a uscire dalla pizzeria, c’erano già le sedie sui tavoli, sono venuti a dirci che dovevano chiudere.
Siamo saliti in auto, al primo semaforo rosso mi ha baciata fino a quando non ci hanno suonato.
Ha fatto così a tutti i semafori, fino a casa sua. Ridevamo come due scemi.
Mi ha detto: adesso facciamo il giro della città e ti bacio a tutti i semafori.
Siamo saliti a casa sua, ha chiuso la porta, mi ha preso per mano e ha detto: andiamo in camera.
Ricordo che l’ho fermato e gli ho detto: in camera no.
Allora siamo andati in sala, prima sul divano, poi sul tappetto.
Quando ha visto il completino nuovo mi ha detto: sei una birichina…”

Blu turchino, pensa Marco. L’intimo che indossava quando la spogliò la prima volta, a casa sua. Il giorno prima aveva accompagnato sua moglie all’aeroporto, partiva per una settimana di mare con una collega dell’università. Una vacanza premio al termine di una lunga ricerca di laboratorio. Marco aveva pensato a tutto. Cenetta in casa, a lume di candela, con la musica giusta…
Ricorda ancora la sua pelle. Aveva un tatuaggio in fondo alla schiena, uno di quei disegni tribali, non vistoso, elegante. L’aveva notato una volta che si era chinata a raccogliere qualcosa con i jeans a vita bassa.
Questo però non lo racconta, ha paura di apparire il solito maschio insensibile e materiale.
“La prima volta che venne a casa mia”, dice, “non poté fermarsi a dormire per via di suo padre. L’accompagnai alla macchina e mi addormentai appena toccato il letto. Non sentii l’sms con cui mi avvisava di essere arrivata, né le due chiamate di mia moglie dall’Egitto.
Tornò il mattino dopo. Era domenica, facemmo colazione sul balcone. Aveva portato dell’olio e mi massaggiò i piedi, poi tornammo in camera da letto, piena di luce… Il suo corpo mi pareva diverso, continuavo a carezzarlo senza decidermi a entrare dentro di lei…”.
Marco solleva lo sguardo. Gli occhi di Irene lo accolgono in un abbraccio liquido che lo solleva portandolo non sa dove, ma al sicuro.

“Ci siamo frequentati per un po’”, dice lei.
“Se aveva libero il pomeriggio, provavamo a incontrarci. Mi prendevo un paio d’ore di permesso e ci vedevamo da qualche parte. Lo facevamo in macchina e ridevamo sempre un sacco. Era simpatico, brillante. In casa aveva non so quanti libri. Lavorava per la polizia giudiziaria, aveva i suoi casini lavorativi e io comunque avevo dei margini d’azione molto più ristretti dei suoi. Anche quando non ci siamo più visti abbiamo continuato a sentirci di tanto in tanto, mi tirava su di morale”.
Ruba l’ultima boccata e spegne la cicca spalmandola sul fondo di vetro del posacenere.
“Credo faccia ancora lo stesso lavoro, se google non mente…”, dice pensierosa.
“Sai una cosa? Quella volta, la prima, sono atterrata bene. Sono atterrata sul morbido. Mi sono divertita. Non c’era tormento. Era un gioco. Era bello. Stavamo bene. Andava tutto bene, a entrambi”.
“Il mio atterraggio fu un po’ più traumatico”, dice Marco ridendo. “Fu addirittura ridicolo”.
“Quella domenica, sarà stato più o meno l’ora di pranzo, eravamo ancora stesi sul letto, quando sento un tramestio in ingresso. Non me ne rendo conto subito, ma il rumore in fondo al corridoio non smette, anzi si fa più insistente.
Mi alzo e in punta di piedi mi avvicino alla porta. Lei fa altrettanto e ci ritroviamo entrambi nudi a fissare le chiavi oscillare nella serratura.
A quel punto sento delle voci, che riconosco subito. Sono quelle di miei. La chiave non gira, dicono, ci son dentro le altre. Dev’essere in casa, suoniamo?
Mi volto e incrocio lo sguardo terrorizzato di lei. Porto un indice alle labbra e le faccio segno di allontanarsi in silenzio. Torniamo in camera, metto mutande e maglietta e penso al da farsi.
Suona il campanello. Mi pare di sentire la voce roca di mia madre che dice: Marco, ci sei?
Le dico di chiudersi in bagno, che vado ad aprire e li liquido, mi invento qualcosa…”
Marco si interrompe bruscamente. “Una birra?”
“Bevo un sorso della tua”, dice Irene. “Continua, com’è andata a finire?”
“Bel nome Irene”, fa lui.
“Vai avanti, non divagare!”
“Mia madre non è un tipo facile, diciamo. Non ci fai nemmeno entrare?, dice. Almeno offrici un caffè… Che stavi facendo?… E in men che non si dica son seduti in soggiorno, mentre io mi domando cosa stia facendo la ragazza in mutandine e reggiseno chiusa nel mio bagno.
Faccio il caffè, sono lunghi interminabili minuti. Dico che non sto bene, che devo tornare a letto, ma niente, anzi mia madre si offre di riordinare la casa, di cucinare per me. Sembra trovare ogni scusa per fare una ricognizione e capire in quali condizioni viva suo figlio.
Inutile dire che mi trovo davanti alla porta del bagno abbozzando una scusa affinché non la apra. Tutto inutile. Infila il braccio, abbassa la maniglia, la spalanca. Chiudo gli occhi, non ho il coraggio di voltarmi.
E c’era bisogno di fare tante scene? esclama.
Mi volto. Lei non c’è.
Guardo nella vasca da bagno. Non c’è.
Guardo mia madre. Sorrido come un deficiente.
Fammi sentire la fronte, fa lei, devi avere la febbre.
Con molta fatica la risospingo in salotto, dove mio padre sta fumando placidamente guardando la tv.
Mentre mia madre lava i piatti della sera precedente – mi domando ancora come mai non abbia detto niente trovando il doppio di ogni cosa -, io faccio capolino in camera da letto.
Le non c’è”.
Irene alza un dito.
“Primo piano”, fa lui. “Ma non si è buttata. Era nascosta sotto al letto. Mi inginocchio, la vedo. Meglio, vedo due occhi di gatto terrorizzati, inferociti.
Rido. Rido, sì, istericamente. Sottovoce le dico di stare tranquilla, che se ne stanno andando. Li accompagnerò in quel negozio di mobili, come avevo promesso – me n’ero completamente dimenticato.
Farò finta di chiudere la porta. Quando non senti più nulla, scappa…
Ridono entrambi, a lungo.
Irene vorrebbe accarezzargli il viso, ma si trattiene.
“Continuavo a ridere, sai? Anche dopo, al negozio. Mia madre mi chiedeva consiglio e io ridevo come uno scemo”.

“Che dici, ce ne andiamo? S’è fatto buio e fa un po’ freddo…”.
“C’è pure un po’ di nebbia”.
Attraversano la piazza in silenzio.
“E’ stato bello”, dice Irene.
“Anche per me, è stato bello conoscerti”, dice Marco.
La accompagna fino all’ingresso della metro.
“Allora… Ci sentiamo?”, chiede. “Ti lascio il mio numero…”
Lei scende qualche scalino, poi si volta sorridendo.
“Fin qui tutto bene”.

Immagine di copertina – web

 

Passaggio di stato

Il treno corre veloce, troppo: non riesce a guardare fuori dal finestrino, il paesaggio scorre e appare sfuocato, i contorni sono mescolati. Sono macchie futuriste su una tela che cambia ogni secondo. E’ il giorno dell’anniversario della strage di Bologna e vede le corone appena posate alla stazione. Sta andando a Brescia. Un’altra strage. Pessima combinazione pensa. Oggi è proprio il giorno delle deflagrazioni. Ma nessun dolore universale. Non ha voglia di pensare al dolore degli altri. E poi il suo non ha nemmeno i contorni del dolore. Ha preso un treno la mattina presto senza avere dormito. Ha ancora il sale sulla pelle. La sabbia nei capelli. Il sapore. Si lecca il dorso della mano per sentire quel sale. Passa la lingua sulle labbra, lo fa sempre quando ripensa. E prende tra le dita una ciocca di capelli, la arrotola un po’, ma non è docile e morbida come vorrebbe. Sta ripensando. Elaborando. Ricostruendo. E sente sotto di sé i binari scorrere. I suoi pensieri deragliano. Si capovolgono. Fanno il rumore di lamiera che stride contro lamiera. E scintillano. Adesso si morde il labbro, dentro. Stringe tra i denti un po’ di carne, inconsapevolmente, fino a farla sanguinare. Un altro sapore, metallico.
Agosto, mezzogiorno. 12 ore fa, minuto più minuto meno. Ha perso qualcosa. Ha fatto un po’ male. Passa di nuovo la lingua sulle labbra. Tra l’altro Declan è anche un bel nome.

[lapoetessarossa, un bel po’ di tempo fa]

Ospito molto volentieri questo brano che lapoetessarossa ha felicemente ripescato dai propri archivi e rimesso a nuovo. Per il piacere di leggerlo e rileggerlo anche con voi che passate di qui.