China nel vento

di Melchiorre Livoti

I libri ti chiamano.

Così, grazie all’emozione suscitatami dalla suggestiva immagine di copertina, ho scoperto China nel vento, silloge di Melchiorre Livoti (Terra d’ulivi edizioni, 2020).

Le foglie rosse di Elio Scarciglia, autore della fotografia, mi hanno attratto subito. Non sapevo il perché, l’ho capito leggendo le poesie di Livoti.

Osservando la copertina avevo inteso si alludesse all’inchiostro (china) di parole scritte e gettate, disperse nel vento (blowing in the wind), ma qualcosa non tornava.

Le foglie, così rosse, rutilanti, a contrastare lo sfondo neutro, nerissimo.

Il loro calore, colto da una luce artificiale, quasi orizzontale (non un vero tramonto); un colore vivo, che fiammeggia di suo e nulla deve al mondo, annullato e vuoto, che lo circonda.

Foglie pendenti, chine, ma non arrese.

Foglie vivide, rosseggianti, passionali ancorché crepuscolari.

Leggendo i versi di Livoti ci si accorge che l’inchiostro scorre come linfa vitale nelle loro nervature. Solo qualche macchia sui lembi le fa simili a pelle livida, inducendo a pensare che sia ormai prossimo il momento della caduta.

Ma è l’ora della riflessione, della melancolia, sentimento caldo e buono se attraversato in tutta la sua portata di senso; è il momento in cui chi, come l’autore, dotato di animo sensibile e acceso, può rivivere il tragitto di una vita con la medesima intensità con cui vi ha mosso ogni passo; è l’istante immortale della creazione poetica, della parola, non più inutile e spazzata dal vento, della parola che guida i sensi, a far credere che non sia così.

Melancolie

Serti di parole

avremo da quelle labbra

mai sfiorate,

non anche i petali

per ricomporre la rosa

della nostra giovinezza?

E la sera si dissolve

nel dire suo

con l’armonia dell’attesa:

vicino fiore

dai profumi delicati

nella malia del giungere

della notte:

timida ancella

di sogni mai perduti.

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Perché l’età?

Cerchiamo il fuoco

talvolta, ci ritraiamo;

nel calore improvviso

troviamo la parola,

nel suo svanire

la quiete del raccontare

ignari di sé

non dei silenzi cullati dalla nostalgia

di essere stati vento

e ora come fronde raggiunte

dalle luci ultime

del tramonto inatteso.

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La poesia di Livoti, come dice Gianni Mazzei (cfr. Menabò, n. 5, Terra d’ulivi edizioni), ha la dote affatto scontata della “semplicità”, che è altro dal “semplicismo”: è l’arte del saper rendersi chiaro, affabile alla comunicabilità della parola, essenziale, senza orpelli e scorie.

Addio

Non andare!

Disse

una foglia a un’altra

color d’oro.

Ma partì.

La vide volteggiare

arrivare al suolo.

Provò tristezza

la foglia sull’albero

pensando all’addio

avanzò la bruma

stillò acqua dal cielo

ed essa rimase sola in cima.

Dover partire e non avere

nessuno cui lanciare

china nel vento

un addio!

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Ogni poesia accompagna con delicatezza il lettore, lo sguardo disincantato e al contempo innamorato di tutto ciò che ancora può avvicinare.

Scrive di sé Livoti:

Ho vissuto la giovinezza tra cieli e mari, visioni di colli illegiadriti dalla primavera. Dal ricordo ammaliato, talvolta, permetto che la melancolia mi raggiunga, e mi volgo allora con dolcezza a figurare un volto di fanciulla che i colori dell’aurora possegga, e l’animo abbia dei cieli colmi di quell’azzurro che è segno di eternità.

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E’ commovente e seducente questo rapporto con la memoria e il proprio vissuto, in cui la nostalgia si mescola al sogno.

Il lume

E’ mano di fanciulla

che accende un lume

di sera nella casa

tra gli ulivi mormoranti,

o il silenzio pensoso

in cerca della verità

di un uomo in pace

col tempo e con il vento?

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Melodia e nostalgia

Ci sono anime che hanno

stelle azzurre

mattini lucenti

tra le foglie del tempo;

e angoli casti

che conservano un antico

suono di nostalgia

e di sogni.

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La giovinezza

A centellinare il tempo

mi ritrovo

la fuga temendo

il ritorno

dei ricordi leggeri

or che sui rami

primavera appone

i fiori suoi,

indomita aleggia

disdegnando i clangori

non le parole

come carezze sul volto

della giovinezza lieve:

incantata fanciulla

senza tremori

senza attese

con tra le mani ardenti

i prodromi del domani.

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corravam la morta gora

L’attraversamento della palude Stigia illustrato da Gustave Doré

A sei mesi dalla pubblicazione del mio libro di racconti Ci vediamo stasera per i tipi di Terra d’ulivi edizioni, sono felice di condividerne la recensione a cura di Gianni Mazzei.

Più di “Ci vediamo stasera” che dà il titolo al libro di Beretta, mi intriga tra i 23 racconti presenti, uno che, a mio parere, è fondamentale per capire i vari aspetti, di scrittura e di contenuto, espressi dall’autore.

Mi riferisco a “Negative space” in cui l’autore fa precedere il racconto con una citazione poetica di Italo Testa, tratto da “L’indifferenza naturale”.

È il mattino del primo dell’anno, nebbioso.

Carol, la compagna londinese di Vania, dopo aver preso il caffè chiede di uscire a prendere un po’ d’aria.

La città è deserta, i negozi chiusi, ci si ferma all’unico fast food aperto nel piazzale della stazione per prendere bibite e panini.

Tra i due il dialogo stenta: lei al secondo anno fuori corso all’università si mantiene con lavori occasionali; egli, musicista, ha visto sfumare la grande occasione per avere visibilità e affermarsi. All’entusiasmo iniziale del primo incontro, fatto da parte di lei, dal sentirsi protetta, e dall’attrazione da parte di lui della sua bellezza eterea, ora, come la città deserta, nella nebbia, in loro è subentrato accettazione, passività. “Cosa hai”, chiede lei. “Niente”, risponde l’altro.

La mattina si trascina stancamente, senza entusiasmo, fino ad andare in un luogo, scelto da Carol, una galleria, lei che per altro non ha grande interesse per l’arte.

La ragazza guarda distrattamente le opere, il ragazzo nella stanza “negative space variation” è attratto da una musica, una melodia primordiale in cui egli par scorgere sospiri siderei che lo chiamano. Ma per rispetto a Carol non si ferma, non coglie l’occasione di essere se stesso.

Usciti dalla galleria, Carol ha una telefonata e comunica a Vania che è intenzionata a ritornare a Londra per lavoro, un progetto di cui lei l’ha tenuto all’oscuro e anche ora non glielo rivela per scaramanzia.

Vania, come è stato chiuso alla chiamata di essere diverso nella galleria (la sua vocazione artistica) per rispetto a Carol, ora resta chiuso alla voglia di libertà, di essere diversa di lei e, in modo stupido le chiede se questo suo andare a Londra nasconda l’interesse per un altro. “Stronzo”, è la lapidaria risposta della ragazza.

Il non capire l’altro, il non avere rispetto per l’altro e per se stesso, agendo come meccanismi naturali (le abitudini, il conformismo, anche l’accettazione passiva dell’altro) fa in modo che si diventi falliti, si diventi indifferenti.

In Beretta sono questi meccanismi psicologici, esemplificati spesso nel godimento occasionale del sesso, a creare questo stato di cose.

La sessualità come modalità di dialogo non cresce, non va oltre il piacere fisico, non diventa comprensione, dialogo di sguardi, di pensieri, cura, attenzione, incanto del quotidiano. Resta compulsione sessuale che crea sopravvissuti, resta abuso fisico, o isteria possessiva di avere un figlio.

Beretta si distingue però da altri tipi d’indifferenza presenti nella letteratura.

Non è quella prettamente etica e di impegno politico di Gramsci, quando, giovane, incitava a non essere indifferenti. Neppure è l’indifferenza di Moravia o il vuoto interiore che sentono i protagonisti di Sartre. Non è nemmeno la crisi esistenziale che porta al suicidio il protagonista di “Una vita” di Svevo o ha connotazioni metafisiche direi come la “Divina indifferenza” di Montale.

È una società, spesso di giovani, media borghese, che vive il rapporto sessuale come godimento, un mordi e fuggi da esteta alla don Giovanni di Kierkegaard, senza farsi tanti scrupoli.

Sono situazioni che richiamano, tra gag consumate in una pagina sola, o situazioni più complesse fino ad arrivare alla caratterizzazione dei personaggi, emotivamente e caratterialmente, la commedia di Monicelli e altri registi dei “I nuovi mostri”, senza però gli aspetti sboccati e triviali dei film di Pierino interpretato da Alvaro Vitali o le implicanze sociologiche, di costume della commedia all’italiana degli anni ’60 e quella ironia amara e graffiante.

Beretta ha un tocco leggero, galante, godibile, seduttivo, nella parola e nelle scene che sa condurre con ritmo, musicalità e finezza di variazione nei dialoghi.

Sia in queste scene d’intimità erotica che in altre che riguardano la famiglia, nella passività di madri, di assenza di padri, di isteria di compagne, di dolorosa impotenza dinnanzi alla morte.

Pure, se poi si guarda con maggiore attenzione, questo bel libro è anche un’iniziazione alla vita, dando quasi una visione unitaria al possibile protagonista dei racconti, e con una speranza di uscire dall’indifferenza a vivere nella solarità di una progettualità esistenziale.

Si va dall’infanzia del protagonista (e di ogni lettore che vi si riconosce) che sente la solitudine di essere lasciato solo nella “morta gora” di una pozzanghera senza che qualcuno intervenga: i fratelli a ridere e a prenderlo in giro, la madre distante, il padre, vanesio che certo non può essere comprensivo della fragilità e difficoltà del figlio.

Ma ci sono altri incipit d’infanzia: quella negata , nella solitudine cupa di un rapporto consumato (il bagno e i giornali pornografici) o, peggio, stuprato da un compagno.

Ma poi, anche quella allegra e spensierata raccontata nella “La giostra” e negli occhi vigili del padre e della bimba di cui il figlio si è infatuato; o anche dei primi turbamenti e struggimenti del corpo in “Supplicium” (“Paradiso”).

Sono gli albori di una possibile diversità di essere, in cui la sessualità non diventa possesso, consumo, ma diventa poeticamente attesa, come nel bacio in Amore e Psiche del Canova, non dato; in quel saper aspettare si può costruire un progetto, con la ragazza della moto in “Va bene così”.

L’importante è non fermarsi al primo ostacolo, a voler razionalizzare, senza discutere come avviene in “Test”.

Il godimento per il godimento non costruisce; diventa paura di una figliolanza in “Pigiama party” o isteria o ossessione se non è condivisa tale scelta come in “Tic tac”.

La vita ha senso in una dualità vissuta intimamente, con lo stupore di ogni giorno: è quella “pensosa leggerezza” di cui parla Calvino nelle “Lezioni americane”.

Beretta la realizza nello stile.

Sa adattare il ritmo della parola alle varie situazioni, ha una capacità descrittiva degli interni degli ambienti, della variazione di umori dei protagonisti in relazioni alle atmosfere e paesaggi (la collina, il mare, il lago, ecc.).

Conosce modalità di vita dei giovani, della città, sprovincializzando lingua e comportamenti in un contesto che non è più solo italiano (Italia del nord, con qualche cenno anche ad atteggiamenti, simpatici ma inopportuni, del meridione: a far rumore fino al mattino in albergo), ma europeo (anche usando espressioni inglesi e francesi).

E siccome lo stile è l’uomo, è la società, la realizza, tendenzialmente (come già rimarcato) anche a livello di vita: essa non è occasione sporadica o addirittura sciupata del bello, ma sua concretizzazione quotidiana e progettuale. La vita è in fieri, avventura come curiosità di essere e diventare, rinnovarsi, conservare la pericolosità di non omologarsi “solo che è un po’ pericoloso. Perché tu non sei finito. Perché tu non sei tu. Non ancora” (“Nella nebbia”).

Beretta concede al lettore , nella prima lettura, godimento epidermico , voluttuoso della carne, in succosi bozzetti e scene trionfanti, lussureggianti, senza ambascia etica (amanti, amore omosessuali, ecc.).

Quando, da critico, vuoi fare la verifica, come san Tommaso, per vedere se quella bellezza è solo illusione e prurito di pelle oppure è vita, con vertigini, vibrazioni di mente e di sentimenti, ti accorgi che, mettendo la mano nel costato, nel corpus della parola, la prova non delude.

Beretta è maestro di bellezza, è maestro di vita.

[G.M, 1/7/2020]

Ci vediamo stasera

Che cosa ne dicono…

 

E. Schiele - Ritratto di Wally

E. Schiele – Ritratto di Wally

 

“Il viso affilato e asciutto portava i segni dell’adolescenza. Le labbra erano un’umida ferita sulla scorza di un frutto ancora acerbo. Ma gli occhi, due grandissimi occhi blu, avevano il potere di riscattare l’insieme di quel volto privo d’armonia.
La ragazza bevve un caffè e sostò un momento senza parlare con nessuno. Sembrava inquieta. S’avviò all’uscita e sulla porta si girò di scatto come rispondendo a un richiamo. Oswald abbassò lo sguardo sul giornale aperto davanti a sé.”

[Da Déjeuner sur l’herbe, Ci vediamo stasera, Racconti, Terra d’ulivi edizioni]

 

 

CI VEDIAMO STASERA

A che ora? Tra l’8 e 1/2 e Midnight.

La lettura di un libro rappresenta un viaggio di cui è auspicabile il lettore si senta parte. Gli episodi che Paolo Beretta racconta sono fotografie che non hanno un inizio e non hanno una fine. Sono frammenti che portano il lettore a chiedersi come si sia arrivati fin lì e come andrà a finire. Spetta a lui collocarli in una trama più ampia. Generano tensione, suscitano indeterminatezza. Se chiudi gli occhi riesci a vederli.
Il lettore allora non si sente semplicemente coinvolto, ma catturato. La storia diventa sua, l’inizio e la fine deve scriverli lui.
Paolo Beretta sa creare atmosfera e il sesso diventa un soggetto di pari dignità rispetto al resto. Non è tabù, è vita.
E allora penso al bianco e nero di Fellini e al suo “8 e 1/2”. Penso al dreampop degli M83 e alla loro “Midnight city”.

[D.Z., 13/4/2020]

 

Ringrazio Daniel Zanchi per l’attenzione e il suo gradito commento.

Ci vediamo stasera

foglie - Ci vediamo stasera

 

“Era finita? Si chiese Joe. Era questo che Sara stava cercando di dirgli?
Rimase in silenzio. Lasciò che andasse avanti a parlare.
Una folata di vento improvvisa agitò i fiori nei vasi e sollevò
delle foglie in cortile.
Sara parlava, il vento soffiava, le foglie frusciavano.
Lui solo udiva il loro rumore.”

[da Ci vediamo stasera, racconto]

 

E’ nato Ci vediamo stasera, Terra d’ulivi edizioni.

[http://www.edizioniterradulivi.it/ci-vediamo-stasera/223]

 

E’ una raccolta di ventitré miei brevi racconti, scelti fra gli altri con l’intento di rappresentare, attraverso la narrazione di episodi tipici dell’età giovanile, reminiscenze d’infanzia e schegge di vita adulta, il clima del passaggio; inteso come il superamento di una soglia di conoscenza e di consapevolezza, di sé e della propria capacità di entrare in relazione con l’altro. Le dinamiche del quotidiano confronto col partner, il ricordo di un evento apparentemente insignificante o dimenticato, la scoperta e l’esperienza del sesso diventano così specchio e misura della propria capacità di volere, desiderare, apprezzare, accettare, interpretare, subire.

Un grazie speciale a Silvia Giusti (lapoetessarossa), che ne ha curato l’editing e mi è stata di grande supporto, oltre che d’ispirazione, durante l’intero periodo di gestazione e revisione.

Un altrettanto grande e sentito grazie ai lettori di uncielovispodistelle, con i quali sento di condividere il viaggio nel meraviglioso mondo della scrittura, della letteratura e della creazione in genere. Un forte abbraccio a tutti voi.

Paolo

 

“Torna là. Scende i gradini ed è dove prima non ha avuto il coraggio di entrare. Girandosi non vede più l’ingresso, o l’uscita. La luce non può più raggiungerlo. Tutto ciò che sente origina dall’interno. Nitide note di cristallo lo stanno attraversando. Non ha paura, in quel recondito spazio vuoto vive un tempo senza inizio, né fine. E in quel luogo Vania riesce a respirare.”

[da Negative space, racconto]

 

Ci vediamo stasera - Copertina

 

“Le storie di Paolo Beretta attraversano gli anni dall’infanzia all’età adulta. Raccontano la formazione sentimentale e sessuale di giovani protagonisti che, con nomi diversi, vivono una gamma di esperienze che possiamo considerare universali.
La scoperta del sesso. Il primo amore. La prima volta. Le crisi di coppia. La quotidianità in apparenza senza importanza, che incide le vite come la goccia che scava la pietra.
I personaggi sono figure irrisolte che non trovano una precisa definizione, un posto nel mondo; quello che si sognava o che si desiderava, l’ideale, non ha trovato corrispondenza nel vissuto.
Vien da chiedersi, leggendo, se questo posto esista davvero. Se le persone, nonostante tutto, vivano esistenze che non potrebbero essere altrimenti.”

[Silvia Giusti]

Il castagno della Mann

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Il castagno della Mann, Fausto Rota, Albatros Ed.

 

Conosco Fausto di fama da molto tempo, come la maggior parte di giocatori e allenatori di pallavolo della provincia di Bergamo, e non solo. Posso dire di conoscerlo un po’ più da vicino da due anni, sempre per via della pallavolo giocata e allenata, e non solo.

A fine 2018 è stato pubblicato “Il castagno della Mann“, il suo primo libro. Se lo definissi un romanzo, sbaglierei; se lo definissi un’autobiografia, pure. Se lo definissi una cronaca o un annuario, commetterei un errore enorme. Sono convinto che questo libro nasca d’istinto, come un atto voluto e dovuto, necessario.

Conoscendo l’allenatore e – azzardo – l’uomo, leggerlo è stato estremamente interessante, avvincente, stimolante e allo stesso tempo limitante. A volte avrei preferito pensare di leggere le avventure di un personaggio di fantasia, godendo appieno della potenza narrativa e immaginativa racchiusa nelle pagine del libro. Invece Fausto è Fausto, Maura è Maura, Annalisa è Annalisa, Marco è Marco, e così via per decine e decine di persone e personaggi che sulla pagina si muovono da protagonisti o semplici comparse, molti dei quali ho conosciuto personalmente (c’è mancato poco che popolassi anch’io la folta schiera). Niente fiction quindi – non so se sia del tutto vero…, ma tantissima vita e umanità, quella che ha attraversato e anima tutt’oggi i giorni dell’Autore.

Il castagno della Mann” è un libro che non segue uno schema, non appartiene a un genere, né può essere imbrigliato in una definizione o categoria. Conoscendo l’Autore mi chiedo: come avrebbe potuto? Come la vita il suo libro è pieno di mutamenti, sorprese, vittorie e sconfitte, tragedie e riscatti. Come la vita è scandito da innamoramenti, amori, imprese, soddisfazioni, delusioni, nascite e morti. Detta così suona estremamente banale, ed è vero: le mie parole sono assolutamente banali. Quelle di Fausto, che originano da un vissuto che a tratti (lui direbbe “ciclicamente”: con cabalistica precisione ogni dieci anni) ha toccato picchi di drammaticità altissimi, non lo sono affatto. Come Fausto racconta l’amore (mi sovviene la narrazione della sua “prima volta”), ma dovrei dire dell’ “innamoramento della vita”, come Fausto descrive lo strazio nel veder annientare dalla malattia quella del fratello maggiore, o del padre; come Fausto riesce a mettere al proprio posto il lettore nell’interpretare la sua stessa battaglia per sopravvivere a un incidente mortale, ebbene, non è affatto banale.

Nel suo libro Fausto Rota si definisce un Allenatore, “solo” un Allenatore. Non provo nemmeno a dire che genere di allenatore sia; la pallavolo, che pur infarcisce gran parte del libro e da cui probabilmente esso trae origine, la lascio fuori. Io, dopo averlo letto, definisco Fausto (o il suo personaggio) un uomo da sempre votato alla libertà e all’autodeterminazione; un volitivo, un ribelle (“la mia mente è una lavagna su cui si sta scrivendo con le unghie, all’aperto, mentre piove a dirotto“), un condottiero autorevole e autoritario, un giovane incosciente ed esuberante, il cui corpo coperto di cicatrici è di per sé dichiarazione d’intenti e testamento; un adulto ancor più incosciente, perché consapevole, ma autentico e altrettanto intraprendente (“la vita è un piacere intenso e disordinato da vivere senza fiato, senza contratti da rispettare“), un indomito, un sopravvissuto; un motivatore, un oratore, un narratore… Un bravo scrittore.

A quest’uomo scrivere “Il castagno della Mann” ha dato l’occasione per rappresentare non solo se stesso, le sue vicissitudini  e quelle della sua famiglia, ma la vita di una generazione di giovani dell’alta Val Brembana (prov. di Bergamo), “rustica e di campagna“, la grande, innata, travolgente passione per lo sport, l’agonismo, l’attaccamento alla vita, che è continua prova e avventura, intrapresa sempre con grande entusiasmo, la voglia di superare e vincere ogni difficoltà, le innate risorse di cui ogni essere umano dispone per provare a farlo. Le sua pagine divertenti, coinvolgenti, commoventi, strazianti testimoniano soprattutto questo.

Ma non solo. Nelle sue pagine Fausto canta la vita vissuta intensamente senza premeditazione né obiettivi, se non quello di dare il massimo di sé per poi raccoglierne i frutti, qualsiasi essi siano (spesso con stupore e soddisfazione sinceri). Narra con estrema efficacia e tensione la fatica di accettare la sconfitta più grande e incomprensibile come la perdita di una persona cara. Avvince con l’esperienza della rinascita e del riscatto. Ma ci lascia anche altro, qualcosa che definirei sotterraneo e immanente, e azzarderei a definire uno dei principali motori che hanno originato la scrittura del suo libro. Il ritratto di un uomo che, superati i cinquant’anni, ricordando si interroga su cosa avrebbe potuto fare di più, di meglio, di diverso, ma anche su quale sfida avrebbe forse dovuto evitare e sul costo che in termini di sentimenti e relazioni umane il proprio modo di essere, le proprie scelte da sempre hanno comportato. Questo esame di coscienza, questa forma di autocritica, schietta ma tardiva, accompagna il lettore dalla prima all’ultima pagina, senza dare risposte, sentenze o assoluzioni, semplicemente ponendo il dubbio, pur nella consapevolezza che un uomo così non cambia, né torna mai indietro.

[P.B., 24/8/2019]

Finzioni di poesia

Giorgio Montanari

2018, Bertoni Editore

Ho ricevuto copia di questo libro di poesie direttamente dall’autore con la richiesta di leggerlo e scriverne un commento. Nello spirito di reciproca lettura e scambio che contraddistingue spazi come questo, ho deciso di riportare qualche estratto e alcune mie note, esprimendo così, in modo squisitamente personale e in tutta onestà, quanto suscitatomi dalla lettura del suo lavoro.

La poesia raccolta in questo libro mi suona giovane, acerba. A tratti ruvida, sproporzionata, naif. Forse ancora prigioniera di un’estetica e una musicalità che sembrano in via di definizione.
Eppure c’è qualcosa di familiare in tutto questo, qualcosa che mi avvicina all’autore e mi fa dire che sì, ci sono passato anch’io (anche se non ho idea di dove mi trovi in questo momento). Io che prima di tutto non sono un letterato, un addetto ai lavori, un appartenete alla cosiddetta Patria Letteratura. Io che pronuncio la parola “poesia” con paura di compiere una profanazione. Ma in questo Giorgio Montanari è estremamente onesto, fin dall’inizio.

Fingendo La Poesia

Ti ho autorizzato
a sbirciare
fra gli scritti di una vita.

Mi rincuora l’idea
di offrirti un’emozione.
Mi inquieta
avere esposto
a sconosciuti
pagine salvate negli anni,
figlie di pensieri fragili,
frutto di istanti di ispirazione.

Non è facile dipingere
per chi, a fatica, distingue i colori.
È molto arduo cantare
per chi non riconosce le note.

Da bambino
mi è stato insegnato che
i libri non si buttano mai via.
Se anche tu
avessi ricevuto questa indicazione
ti avrei donato l’eternità.

Scrivere è una forma di sensibilità,
è un gioco serio, profondo:
mostrarsi oltre gli ingranaggi
in un imprevedibile equilibrio
dove l’innocenza segue l’esperienza.

Ecco perché,
conscio dei miei limiti,
sto fingendo la poesia.

La tavolozza è semplice, non ha pretese di incantare. Su questo l’autore non finge affatto, non prende in giro nessuno. Entra nella sfera d’attenzione e nel vissuto del lettore usando i mezzi che ha a disposizione, parlandogli direttamente, evocando immagini e archetipi essenziali, a volte abusati. Sinceri, questo sì, si avverte.

Ma il senso di vicinanza cui alludevo non riguarda solo la forma. Ciò che ho rivisto nei versi di Giorgio Montanari è il giovane uomo che si misura con la vita, giorno per giorno. Fronteggiando i primi scogli, i primi naufragi, le prime grandi disillusioni. Annotando sulla pagina di un diario rivelazioni e interrogativi che tutti prima o poi in qualche modo affrontiamo.
Ciò che ne risulta è quella che definirei poetica “dell’alfa e dell’omega”. Versi che affrontano il ciclo e la parabola della vita traendone il ben noto senso di impotenza e annichilimento.

Albero Della Vita

Sono nato grazie al seme
che la terra ha fecondato
custodendone l’affetto:

ogni giorno, mentre vivo,
solidifico radici
di legami familiari.

Il vigore sta nel tronco
che, robusto a sufficienza,
mi fa crescere leale.

Elevandosi al cielo
braccia magre quanto rami
si aggrappano ai sogni.

La foresta di persone
con frenetici rituali
copre estese superfici.

Gli anelli del mio corpo
sono rughe circolari
consapevoli del tempo.

Foglie a terra, ingiallite,
resistendo alle stagioni,
ritrarranno la saggezza.

Domande sull’origine, il destino, l’unicità dell’individuo permeano l’intera raccolta.

[…]

Ora che le parole hanno smesso di rimare
nel cuore vedo nascere l’ombra.
Il crepuscolo esplode nella mia mente
e sento ogni istante infinito.
Dilatato, il respiro
si perde in sfide e ambizioni.
Crolla ogni scia ricoperta
d’oro e resta una pietra:
la pietra tombale.

Credo che con questo libro Giorgio Montanari ci stia dando appuntamento al giorno, non troppo lontano, in cui potremo avvertire il sapore del legno invecchiato in cui il suo animo oggi ancora si dibatte impaziente.

Disoccupazione Della Creatività

Gli istanti sono gocce di un temporale
nella penombra di questa stanza:
qui la luce è artificiale
ed è astratto quello che sento.

Il rischio della scelta; le conseguenze
del giudizio cambiano a seconda del tono
con cui si esprime il giudizio.

Persone che osservano
altre persone sul palco di un teatro;
uno spettacolo di luci e suoni,
artificiali, astratti.

Spreco ore digitando la stessa password
e fingo la poesia su un foglio di carta.

Sono giorni di passaggio,
sogno giorni di stima.

La pioggia dei minuti
lava via la musa
trascinando la mia statua
verso la solita password
nel chiaroscuro di questa stanza.

Giornalismo

Una bolla mi conduce
verso una passione piena di Grazia.
Benedetti e Amati furono quei tentativi
da quando tutto nacque per caso.

L’abbonamento a una rivista che nessuno leggerà.

Un dono che ricambia un favore.
Continuare a giocare sperando
che agli altri piaccia.
Con i miei ritmi.

Per chi volesse leggere e approfondire il lavoro di Giorgio Montanari: http://www.giorgiomontanari.it/poesia/

Finzioni di poesia

“Finzioni di poesia” – Copertina e note biografiche dell’autore

Il vento di Tatura

Copertina

Esiste un’Italia, un popolo italiano, di cui pochi sanno o ricordano. E la memoria breve dell’uomo sul tempo che incede inesorabile certo non aiuta.
Meglio sarebbe dire che “è esistito”, quel popolo. Ma il ricordo non è morto. Vive ancora, nelle persone, i sopravvissuti, che ne hanno fatto parte e lo custodiscono come una parte e della propria giovinezza.
Vive grazie alla memoria, orale, ostinata, retrospettiva, ma anche nostalgica, gentile. E quella scritta, autografa, affascinante, incredibilmente preziosa.
Ed è di un bellissimo esemplare di quest’ultima che qui voglio dire.

Il popolo di cui parlo non viveva sul suolo natio, ma all’estero.
Espatriati, migranti. In estremo oriente. Negli anni che precedettero la seconda guerra mondiale.
Partivano in nave. Erano italiani che andavano a lavorare all’estero. Imprenditori, pionieri, se vuoi.
Mio nonno era fra quelli. Agronomo, lavorava nelle piantagioni di caucciù in Malesia. Dopo breve tempo, appena laureata, lo raggiunse sua moglie, mia nonna.
I loro figli nacquero là, sull’isola di Java, il primogenito, e a Singapore, mia mamma.
Poi venne la guerra.
I rapporti politici e commerciali fra nazioni e compagnie si interruppero improvvisamente, dall’oggi al domani. E anche quelli umani mutarono, inesorabilmente. Da amici a nemici, in una notte. Nessuna trincea, nessuna barricata, nessun comizio o sfilata armata, a segnare il confine, che in fondo – sappiamo – è così sottile.
Ci fu la reclusione, poi l’internamento in Australia.
Quel popolo, che non posso far altro che definire “di patrioti”, senza distinzioni e sfumature, in virtù del solo fatto di non aver rinnegato la propria patria, fu fatto prigioniero.

Il libro che segnalo in questo mio articolo è un diario, scritto durante i sei anni che seguirono (1940 – 1946). Sei anni di campo di internamento.
E’ stato scritto da una donna italiana, friulana, Ottilia Vincenzini Reginato, moglie e madre all’estero. Prigioniera di guerra, internata in una landa desertica, all’interno di un campo fatto di baracche in lamiera e filo spinato. Di sabbia e vento. Soprattutto vento. Implacabile, feroce, urlante, gelido. Impietoso, carico di sabbia, soffocante.
Non voglio fare alcun accenno a questioni politiche, di partito, di prese di posizione più o meno forti, più o meno bellicose. No. Perché è l’Autrice del memoire, lei per prima a non farlo. Non parla di fascisti, di ebrei, di tedeschi, di neutrali, dei cosiddetti “tiepidi”. Parla di esseri umani, raccolti e uniti forzatamente (pericolosamente anche) in uno spazio angusto e inospitale.
Per sei interminabili anni.

Mia madre era appena nata quando, in braccio a mia nonna, entrò nel campo di Tatura. Ne uscì all’età di sei anni.
L’Autrice vi mise al mondo tre figli.
Il suo diario è una cronaca che scandisce le settimane, i giorni. E’ la storia di una speranza che s’affievolisce, di una consapevolezza che cresce. E’ la storia di una donna forte e delicata, con un intimo poetico che a tratti tocca picchi altissimi.
E’ la storia di un amore, che sopravvive a tutto, e vince, nonostante tutto. Di un’esistenza che, stremata e sfinita, ritrova le forze per ricominciare. Dal nulla. Dal disorientamento più totale (possiamo immaginare cosa vuol dire pensare di non avere più una patria, luoghi e famiglie cui fare ritorno dopo un esilio?). E’ la storia di una famiglia che cresce, fra gli stenti e le difficoltà, i pericoli delle condizioni climatiche e igieniche più precarie.

Non siamo a Auschwitz, sia ben chiaro. Gli Inglesi, nella sostanza, rispettavano la Convenzione di Ginevra.
L’orizzonte di questo memoire è un altro. Un altro mondo. Un altro emisfero, anche.
Ed è possibile, proprio per questo, accedere alle pagine più delicate e poetiche (ma anche ironiche, allegre, o infuocate, invettive) di questa testimonianza.
La persona che l’ha scritto, l’ho già detto, aveva un animo poetico, ma anche una capacità di leggere e descrivere in pochi tratti, gli aspetti più veri e salienti dell’essere umano. Il suo intelletto, scevro da ragionamenti faziosi e politici, rimane lucido e le consente un’obiettività che trascende, che sopra a tutto pone sempre il sentimento, l’umano buon senso.

Nella narrazione degli ultimi tre anni di prigionia le pagine si diradano. Sintomo di una stanchezza estrema, dello sfinimento, che si percepisce appieno, a causa della tensione e delle delusioni accumulate nei mesi, negli anni.
Nel frattempo il conflitto finisce. Il mondo cambia volto.
Un anno dopo quasi tutti gli internati lasciano il campo.
Apparentemente, non hanno più risorse, né credo o speranze.
Nelle orecchie, sulla pelle, nelle ossa, rimane il vento selvaggio del deserto. Il tanto odiato e temuto vento di Tatura. Con il quale, però, nel tempo l’Autrice ha imparato a dialogare, come se alla fine fosse riuscita ad addomesticarlo.

Mi fermo qui.
Potrei dire delle emozioni che ho vissuto alle presentazioni del libro (memorabile quella “a casa Arslan”, a Padova, a febbraio di quest’anno).
Potrei parlare dei ricordi e delle impressioni “di famiglia”.
Ma non è questo il momento e il luogo adatto.
Diciamo che se qualcuno volesse leggere il libro e discuterne, scambiare opinioni e impressioni con me, anche privatamente, sarò felice di farlo.

Andiamo a dormire senza una parola, senza un pensiero che abbia la forza di galleggiare sopra un altro, senza un dolore: ogni nostra emozione è sconvolta, battuta, sommersa, dalla lunga tensione nervosa, dalla stanchezza.

Ottilia Vincenzini Reginato, Il vento di Tatura, Ed. i Robin&Sons / memorie, 2016

Scrittura ironica (e antieconomica) – Consigli di lettura

Amate ferie. Tempo di lettura: amore, tesoro, libertà ritrovata. Maltrattata, trascurata, allontanata, gioco-forza per troppi mesi. Ma finalmente eccoci qui. A noi due. Steso sul piano basso di un anacronistico lettino a castello di casa di montagna, accompagnato da adorabili (e pure violenti) temporali estivi che mi precludono la gita e mi riducono a claustrale esistenza in compagnia di un pesciolino rosso, pupazzi e ninnoli da pesca di beneficenza, coppe e medaglie dei tempi andati, e gigantografie di epiche, immemorabili nevicate. Fra le mani, a tratti alterni, un libro, una matita, un quadernetto e la tastiera di questo pc. In attesa di una fonte di ispirazione che mi permetta di imbrattare la pagina, mettendo fatalmente piede in quel limbo autistico, sfera ovattata-sottovuoto che molti di voi conosceranno bene (come si suol dire: “mal comune…”), mi posso finalmente immergere con tutto me stesso in qualcosa di veramente bello e farmi placidamente trasportare altrove. Ovunque. Ovunque, sì, è proprio il caso di dirlo.
Dall’alto della mia ignoranza, o scarsa pratica e conoscenza – suona decisamente meglio, voglio anch’io consigliare, per puro spirito di condivisione, una lettura che trovo davvero interessante e divertente. Non ne faccio trattato o recensione. A) perché non l’ho ancora terminata, B) perché non ne sarei capace. Dico solo che, come per pochi altri libri che mi è capitato di leggere (ma sono io il collo di bottiglia), ha una marcia in più. Anzi, più d’una.
E’ un libro ironico. Dote essenziale, per me, per riuscire gradevole, d’appeal, far contemporaneamente sorridere e riflettere, e tenere a galla il lettore meno attrezzato anche quando le acque possono essere per lui poco invitanti, o torbide, o burrascose.
E’ un libro di fantasia e immaginifico (dote che invidio mortalmente a molti Autori). Basti pensare alla citazione scelta in esergo: “Todo futuro es fabuloso” [Alejo Carpentier].
E’ un meta-libro, in cui il narrato è a tratti tale e dominante, a tratti (i più, direi) puro pretesto per dare libero, pindarico, esilarante sfogo alle profondissime capacità dell’Autore. La lettura acquista quindi svariate altre dimensioni e sfaccettature. Personalmente adoro i momenti in cui uno Scrittore riesce, con pari eleganza e acume, a inserire innesti, riflessioni, speculazioni solo apparentemente occasionali. Quando gioca con i suoi personaggi. Quando i dialoghi diventano al contempo surreali e colmi di significato. Quando egli stesso appare tra le righe e prende serenamente e autorevolmente la parola, intrattenendo il lettore in giustificazioni, spiegazioni, anche tecniche ed erudite, senza risultare mai di troppo o fuori luogo.
E’ arte. E non è da tutti. Affatto. Un’imitazione, per quanto studiata e motivata da preziosismi stilistici (e forse proprio per questo) risulterebbe irrimediabilmente stonata e ridicola al terzo rigo (anche prima). Credo che nella naturalezza, nella leggerezza con cui un Autore riesce a portare il proprio, complesso e articolato, bagaglio culturale sulla pagina, risieda la sua indiscutibile grandezza e bravura.
Ci vuole capacità, stile. Ma prima di tutto ci vuole il bagaglio.
Scimmiottare il primo è ridicolo. Non avere il secondo, irrimediabile.
Mi rendo conto di aver scritto tutto quanto sopra (parole a sbalzo, le mie, spero non del tutto vane) senza dare un minimo d’indirizzamento.
Eccolo: “La zattera di pietra“, di José Saramago, 1986.
Lo sto leggendo nella traduzione di Rita Desti, 3° ed. Feltrinelli 2017.
Non vi dico nulla – e nulla in fondo ho detto. Né trama, né idea, né personaggi, né struttura, stile, punteggiatura ecc., ecc., ecc.. Lascio solo un minimo, infinitesimo assaggio di quello potrete trovare in questo libro, peraltro (per me) incontenibile e indefinibile (sensazione provata leggendo ad esempio Queneau, Calvino, Marquez…).

“La Due Cavalli attraversa lentamente il ponte alla velocità minima consentita per dare allo spagnolo il tempo di ammirare la bellezza dei paesaggi di terra e di mare, oltre che la grandiosa opera di ingegneria che collega le due rive del fiume, la costruzione, stiamo parlando della frase, è perifrastica, l’abbiamo usata solo per non ripetere la parola ponte, che sarebbe risultato un solecismo, del tipo pleonastico o ridondante. Nelle varie arti, e in quella dello scrivere per eccellenza, la via migliore fra due punti, anche se vicini, non è stata e non sarà, e non è la linea che si chiama retta, mai e poi mai, un modo, questo, energico ed enfatico di rispondere ai dubbi, mettendoli a tacere.”

Buone ferie, buone letture a tutti.
P.

Diario segreto di un sociopatico

 

 

DAL BALCONE - Banner

 

 

 

 

“Sembra alle volte che tutto si fermi.

Uno dopo l’altro, i tuoi mondi smettono di muovere.

E tu sei fermo con loro, nel tempo.”

 

 

 

 

E’ con immenso piacere che comunico l’uscita della raccolta di racconti

DIARIO SEGRETO DI UN SOCIOPATICO

 

In collaborazione con

Ivan Ferrari

Eleonora Piana

Andrea Guerrieri

Roberto Albini

 

Disponibile on line

 

 

https://glielefantiedizioni.wordpress.com/

La fragilità dei sogni

spaventevole rosa

Leggendo F. S. Fitzgerald, “Il Grande Gatsby”.
Traduzione a cura di Fernanda Pivano, ed. Einaudi.

 

 

Ho l’impressione che Gatsby stesso non credesse che sarebbe giunto, e forse non gliene importava più. Se era vero, doveva essergli parso di aver perduto il calore del vecchio mondo, di aver pagato un prezzo molto alto per aver vissuto troppo a lungo con un unico sogno. Doveva aver guardato un cielo insolito fra foglie spaventevoli e rabbrividito nello scoprire che cosa grottesca è una rosa e come è cruda la luce del sole su un’erba quasi non ancora creata.

 

 

Gli elementi, che fino a poco fa profumavano un velleitario ottimismo, decoravano un ideale, incorniciavano l’illusione di un amore premeditato, rincorso, nel tempo, sono qui finalmente denudati, resi palesi e freddi, al punto da risultare ostili.

La forza dell’intero romanzo si manifesta nella potente ambivalenza di queste immagini, abituali e rivelatrici; nell’impressionante cambio nella luce e nella percezione del mondo che esse raffigurano.

E’ il brusco, improvviso passaggio in ombra di un cielo primaverile. Quel che rimane, sotto quelle nubi agitate, è un’alba gelida, che, nell’illuminare l’angolo anonimo di uno sfarzoso giardino, porta con sé l’eco e il grigiore di uno schianto interiore, un crollo sordo.

Un mutamento repentino e epocale, in grado di svuotare un uomo dal suo interno.

Tale, la fragile gabbia di un sogno.