SANGUE RAPPRESO – IV

IV

(In trincea)

“Sedici anni! Buon Dio, una ragazzina di sedici anni?! Come hanno potuto pensare di affidare le mie bambine e le spoglie della loro povera madre – Dio ne abbia misericordia -, a una ragazzina?!… Dite, avete inteso bene?…”
Mirto uscì dall’ufficio postale stringendo quel che restava del foglio che aveva accartocciato sotto gli occhi del telegrafista. Era indignato.
Non aveva mai nutrito particolare stima nei confronti della cognata e quel giorno aveva avuto la conferma dell’irresponsabilità e dell’inadeguatezza di quella donna. Per mesi e mesi non l’aveva degnato di una risposta e, anzi, aveva volutamente ignorato i suoi reiterati tentativi di mettersi in contatto con Laura. Nessuna risposta alle numerose missive inviatele invitandola, via via implorandola di avviare un dialogo. Nulla. Non una parola scritta da parte di Laura, né tanto meno un aiuto da parte di Adele, che, certamente prevenuta, aveva eretto un muro d’ostilità e silenzio nei suoi confronti. Mirto, all’inizio, non si sarebbe certo aspettato qualcosa di diverso da parte di sua moglie. E questo poteva anche accettarlo. Ma pensava di trovare almeno un piccolo supporto, uno spiraglio di fiducia, se non proprio un alleato, nella cognata o in suo marito.
“Franco non ha polso, è perfettamente succube dei voleri di quell’arpia…”, ringhiò, avviandosi verso casa. “Dovevo immaginare…” Ed io?, si chiese però subito dopo, Cosa avrei dovuto fare?

Quale condotta avrebbe dovuto tenere Mirto, rispetto a ciò che effettivamente fece? Questa era la domanda. Se la pose una volta ancora, anche se tardivamente. Era destinato a farlo infinite volte. E ancora una volta provò a darsi una risposta. Da solo. Non si poteva dire che in questo l’avessero mai aiutato, nemmeno le persone a lui più vicine. I suoi fratelli infatti gli manifestarono una solidarietà schietta e determinata, ma muta. Si schierarono, fecero scudo, certo. Eressero la loro barricata e fecero in modo che Mirto vi occupasse il suo posto. Non poteva essere diversamente. Bisognava arginare, fare fronte. Alla situazione, all’onta, all’insulto, alla vergogna. Al dolore? No, non ce ne sarebbe stato. Né dolore, né debolezza. E non bisognava porsi troppe domande, ragionare. Prima di tutto, prendere posizione. Fermamente.
Il fatto che Laura fosse uscita di casa, che avesse abbandonato Mirto, che gli avesse sottratto le figlie, era qualcosa di inconcepibile, di ignobile. Andava semplicemente rigettato, rinnegato. Diedero tutti per scontato che Mirto reagisse allo stesso modo all’affronto di quella donna e all’assurdità di quella situazione. Egli, poi, sarebbe stato assolutamente in grado di venirne a capo e l’avrebbe fatto nel migliore dei modi. Ne erano certi. Mirto era nel giusto, era fuori discussione. Sapeva lui come mettere a posto quella là.

Quella là. Così, in paese, si prese a dire di Laura. Va detto che alcuni non le avevano mai tolta l’etichetta di forestiera, quasi si trattasse di un marchio indelebile, quasi la considerassero una straniera a tutti gli effetti. E a dire il vero Laura aveva ben poco da spartire con quelle persone. Era una mosca bianca fra le donne del paese, un oggetto luminoso nel buio. L’intelligenza, la singolarità del suo sguardo si coglievano da subito. Non era solo un fatto d’istruzione, di educazione o abitudini differenti, di classe. Era il suo modo di essere, di vedere. Laura soffrì da subito le abitudini, i modi di quella gente: erano rigidi, severi, ombrosi, come il clima della loro terra. Provinciali, gente di paese, d’accordo, ma Laura non riusciva proprio ad accettare quella loro esasperata forma di chiusura, la loro supina rassegnazione. Come si poteva sperare che soffiasse un vento di novità su quelle teste perennemente rivolte a terra? Chinavano il capo senza discutere, nulla poteva scalfire il loro pregiudizio. Bigotti, stolti, ascoltavano e mettevano in pratica unicamente ciò che l’istituzione o una tradizione indiscusse, o l’esortazione impartita dal pulpito di una chiesa imponeva loro di fare. Laura non era figlia di quella cultura, non poteva stare nella parte di chi si sottometteva. E non sopportava che lo facesse suo marito.
Mirto non amava e in certa misura s’opponeva alle esplicite prese di posizione di sua moglie. Erano scomode, lo mettevano in difficoltà, in imbarazzo. Tuttavia, benché quella fosse la sua gente e il loro ruvido idioma la sua stessa lingua, benché le loro origini, le loro abitudini e convenzioni fossero anche sue, egli non poteva nemmeno negare le ragioni e le idee di Laura. La sua indipendenza, quella straordinaria capacità di capire le persone l’avevano colpito e attratto dal primo momento. Non poteva ammetterlo apertamente e non ne faceva parola con nessuno, ma Mirto capiva e in fondo condivideva l’intolleranza e l’irrequietezza di sua moglie. Ma non poteva appoggiarle. Non gli era possibile, non nell’immediato. Col tempo, forse.

Ne discussero qualche volta, ma con fatica. Fu la punta paziente e ostinata della volontà di Laura a incidere il silenzio granitico del marito. Ancora qualche giorno prima dell’improvvisa partenza, provò ad abbattere il muro della sua incapacità di esprimere il proprio sentire, di aprire gli occhi, di ammettere, di cambiare. Ma non le riuscì. Cedette, lasciò la presa. Forse fu solo un ultimo disperato tentativo di ottenere la risposta che attendeva, che non arrivò. E allora partì e portò con sé le bambine, la gioia di quella casa.
Fu troppo. Questo Mirto davvero non se l’aspettava. Fu un tradimento, un affronto. Venne prima l’onda bruciante dell’offesa, solo dopo l’amara risacca del dispiacere. Dopo l’umiliazione e la rabbia venne il vuoto, il senso d’abbandono. Una solitudine  imposta che sedimentò lentamente in un dolore profondo, solido, impenetrabile. Egli lo portò con sé, in trincea. In quel solitario silenzio la lacerazione crebbe e prese coscienza di sé. Mirto dovette prendersene cura, custodirla, proteggerla dalla curiosità e dal vendicativo spirito di solidarietà dei suoi familiari. La curò, la cullò, la coltivò. Solo così poté timidamente cominciare ad alimentare una tacita speranza. Perché Mirto amava sua moglie e riuscì a comprenderne l’intenzione, la richiesta. Oltre le barriere del proprio orgoglio, ad un livello più inconscio ma vero, egli seppe il dolore e l’amore di Laura. Volle cogliere allora l’opportunità ch’ella gli offriva di riparare, dimostrarle di aver capito, di poter percorrere la via che gli stava indicando.

Raccolse il proprio fardello senza protestare. Assunse il proprio compito in nome di un insospettabile senso di colpa che progressivamente si fece largo in lui. Nel silenzio della trincea trovò il coraggio di affrontare una possibile riconciliazione. Scrisse una prima lettera, non ne fece parola con nessuno. Attese. Attese un segnale, anche un piccolissimo segnale di disgelo, che non arrivò. Scrisse di nuovo. Poi ancora, e ancora. Nessuna risposta.
Accolse quel rifiuto. Non scrisse più e attese, di nuovo, attese se stesso. Si diede il tempo e il modo di vincere il proprio orgoglio. Lo scavò, lo scalzò lentamente, giorno dopo giorno. In questo le malelingue del paese e la miope intransigenza dei suoi familiari non gli furono certo d’aiuto. Pensavano di proteggerlo, di rinsaldarlo, quando in realtà Mirto stava prendendo le distanze da loro e da tutto ciò che rappresentavano. Si stava affrancando. Fronteggiava quotidianamente la tentazione di sottrarsi a ciò che Laura gli stava chiedendo. Ma nonostante tutto, un muto, faticoso cammino di conversione stava avendo luogo dentro di lui.
Ma non ebbe il tempo di giungere a termine.

La lettera con la quale Adele lo metteva al corrente delle ormai gravissime condizioni di salute di Laura lo paralizzò. Non era preparato, come avrebbe potuto?
Spiazzato e trafitto, quando ormai si stava convincendo a compiere l’ultimo passo: raggiungerla, chiederle di perdonarlo. Riconquistare la sua fiducia.
La volontà di Dio, disse qualcuno, ma Mirto non accettò la sentenza, né volle dare un nome al proprio dolore. Non ebbe che qualche giorno per capacitarsi di cosa stesse accadendo. Laura stava morendo. Era l’epilogo, la fine. Ed ecco che tutto gli apparve sotto una luce diversa. Il silenzio dei mesi d’attesa divenne crudele, schiacciante, come un macigno. Si chiese se partire per Roma, tempestivamente. Ma qualcosa lo frenò. Fu sempre lei, Laura, a impedirglielo. Il suo dolore, il suo soffrire per mesi da sola, in silenzio. Senza ammetterlo, senza concedergli la possibilità di compatirla. Non lo riteneva degno. E forse davvero non lo era. Ebbe paura. Di prevaricare, di ferire. Si sentì sporco, abietto. Pensò a lei, o forse pensò ancora una volta a se stesso. Si disse che nulla avrebbe più potuto cambiare il corso degli eventi.

Laura era morta ormai. Un velo di lacrime gli offuscò la vista. Si sorprese di poter piangere ancora. La solitudine, l’isolamento, pensò, l’avevano infragilito. Avesse almeno potuto parlare con qualcuno, liberarsi.
Troppo tardi, continuava a ripetersi.
E le bambine, che ne era di loro? Come potevano affrontare da sole tutto questo?
Che aspetto avrà avuto ora la piccola Luciana? Non la conosceva nemmeno…
Gli mancavano. Gli erano mancate tanto! Ora lo sentiva terribilmente. Come aveva potuto restar lontano da loro per così tanto tempo?!
“Cosa gli avranno detto?” Immaginò l’ira di Adele, di Franco. Il fronte del giudizio. Poteva udire le loro parole, colme di risentimento, d’estraniazione, di delegittimazione.
“Povere piccole, tornerete da vostro padre. Vi farà vedere lui il bene che vi vuole! Ma dove saranno ora?” Si chiese. In viaggio, già, in viaggio…
“Una ragazzina! Perdio, una ragazzina!” Sbraitò mentre affrettava il passo.
Ma solo un attimo dopo, quel volto corrucciato trasfigurò in un incontenibile sorriso: finalmente avrebbe riabbracciato le sue bambine.

Capitoli precedenti:

PRIMA PARTE
Cap. I (Prologo)
Cap. II (Fotografia)
Cap. III (Ester)

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Anima

Si dice di petali
si dice di colore giallo che spacca
si dice di luce che ripudia l’indefinito.
Non si dice di te
che alla terra vorresti essere restituita.
Io ti amo così, profondamente.
Germe d’anima inascoltata.
Tu che non rinunci a trovare via che possa germogliare.
Ed io ti lodo, ora, come fiore d’iris.

[I.P., 17/4/2017]

Anatomia dell’amore IV – Acqua


Uomini e donne
di carta e di cera.
Di aliti ventosi.
Un piccolo rivolo di fortuna.
Ma cari miei
solo acqua che fugge via!

[I.P., 9/4/2017]


“Certo che ha un bell’odore il tuo coso, lì”, disse senza distogliere lo sguardo dalla tv.
Si voltò a guardarla. Sorrideva divertita continuando a fissare lo schermo, in attesa.
Non aprì bocca, non disse nulla. Aveva capito, ma fece finta di no. Lo faceva spesso, prendeva tempo.
Lei lo sapeva. E lo aspettava.

Erano seduti sul divano, vicino alla stufa. Si erano tolti le scarpe e poggiavano entrambi i piedi su una sedia.
“Non dici niente?”, lo spronò lei. Fece un cenno col mento e mosse gli indici delle mani che teneva intrecciate in grembo.
Lui guardò là dove lei gli aveva indicato, poi dritto su di sé. Infine fece finta di annusare l’aria sporgendosi prima verso di lei poi piegandosi su se stesso.
“Ma cosa fai, stupido?!” Esclamò lei, mettendosi a ridere. “Smettila, che già mi mette abbastanza imbarazzo.”

L’odore, era vero, si sentiva bene.
“In effetti si sente bene”, disse lui.
“Sicura che non sono io?”
“Ma va!”
“Sai, non ho nemmeno fatto una doccia.”
“Nemmeno io. Mi sono sciacquata, ma non ho tolto tutto. Ne era rimasto un po’. E’ sceso.”
Lui la fissò un momento. Poi la baciò sulla fronte.
La fissò nuovamente.

“Perché mi guardi così?”, disse lei. “Sorridi, sembri quasi contento.”
Rise, poi si ritrasse un poco verso il suo angolo di divano.
Faceva sempre così. Si scostava e lo guardava da un po’ più lontano.
Lo faceva per vedere meglio. Per capire. Per capire se quello che sentiva era vero.
Gli occhi interrogativi di lei guizzavano di lato, ora qui ora là, senza incrociare i suoi. Cercava una comprova. La conferma che qualcosa tornasse.
A lui sembrava che gli leggesse dentro.
Non era sempre facile lasciarsi guardare così. Né rispondere alle domande che normalmente seguivano. Era come se quel suo sguardo lo trapassasse, come essere trasparente ai suoi occhi.

Adesso ridevano.
Gli piaceva.
Gli piaceva lei, gli piaceva come parlava.
Di tutto, anche di quello.
Di come voleva farlo, di come voleva essere sfiorata.
Dell’odore che rimaneva. Addosso a lei, a lui, sulle lenzuola.

“Vieni qui”, gli disse.
Lui l’abbracciò. Non desiderava fare altro.
In realtà lasciò che fosse lei ad abbracciarlo.
Si stese su di lei e poggiò il capo sul suo seno.
Lei lo strinse a sé. Sapeva che ne aveva bisogno.
Lei sapeva ogni cosa.
E a lui piaceva che le cose stessero così.
Potersi fidare.

“Mi spiace che tu non possa averne”, gli aveva detto il giorno prima.
Era tanto che non ne parlavano. Stavano bevendo un caffè al tavolino di un bar, prima di andare al lavoro, e lei aveva pronunciato quelle parole come se non avessero alcun peso. L’attimo dopo sembrava già pensare ad altro.
E invece pesavano quelle parole, eccome se pesavano. Anche per lei.
Ma trattarle così era meglio. Per entrambi.
Lei sapeva anche questo.

“Spiace anche a me”, le aveva risposto.

Stare con lei era come essere nudi. Sempre. Lo faceva stare bene.
Per questo non aveva detto niente. Lei sapeva la risposta prima che lui riuscisse ad articolarla. Aveva sorriso. Non poteva fare altro.

Ripensò a loro due seduti sul divano a guardare la tv.
A lei che lo chiama sul balcone per salutare la luna.
Alle lacrime che le increspano gli occhi, nel bosco, al ricordo.
Al suo ventre.
Alle sue cosce.
A quel calore.
A quell’odore.
A quel rivolo.

“Perché mi piacerebbe potesse venirne fuori qualcosa.”

SANGUE RAPPRESO – III

III

(Ester)

TBC, tubercolosi, un intero dramma riassunto in tre lettere. Asciutte, spietate. Hanno l’effetto di un verdetto, di una condanna, quella che, inesorabile, in poche settimane si portò via Laura. Nulla poterono il vento mite d’inizio primavera, né l’aria del mare di Civitavecchia, dove la povera donna fu presto trasferita, aprendo anticipatamente le imposte della residenza estiva di famiglia. E nulla poté lenire lo strazio delle sue ultime ore, vissute nell’apnea di un respiro affogato, sommerso. Meglio sarebbe stato per lei sprofondare nei flutti screziati del mare, che nella veglia poteva intravedere da una finestra, piuttosto che esaurirsi in quel refolo umido e sottile, sempre più faticoso, tanto da trasformarsi in un sibilo, un ultimo spasmo macchiato di sangue.
 
Le bambine seguirono la mamma in quella che prima di allora era stata solo una casa di vacanza, un’isola felice e assolata dove trascorrere giorni di svago. Ma le condizioni di Laura si aggravarono rapidamente e fu loro consentito di  trascorrere con lei intervalli di tempo sempre più limitati. Adele, infatti, pensava di sottrarle a un ingiusto tormento negando loro la vista della sofferenza della madre. Ben presto, quindi, vennero affidate alle cure di una balia.
Da quel momento fu Ester, una giovane nutrice romana, a soddisfare i bisogni della piccola Luciana e a passare i pomeriggi con Lina, giocando con lei in giardino o passeggiando in riva al mare. Lei e la bambina parlavano molto, talvolta discutendo animatamente. Era lei la prima a rispondere alle sue innumerevoli domande, lei che affrontava le sue dolorose esplosioni di rabbia. Finché, alla morte di Laura, fu deciso che fosse proprio la giovane balia ad accompagnare le bambine nel loro lungo viaggio verso nord e la casa del padre, insieme alle spoglie della loro povera mamma.
 
“Bada almeno a far bene il tuo dovere!” Le raccomandò più volte Ernestina, l’anziana domestica di famiglia. “Povere bambine, hanno già sofferto tanto.” Aggiungeva protestando inutilmente. “Non poteva venire il padre a prenderle, invece di starsene lassù, immerso nei suoi affari? Ma no, il signore non si muove! Lui dà gli ordini, quello sì che è capace di farlo. Si preoccupa solo di farle dire un bel funerale. E basta. Si lava la coscienza. Con così poco! Dio di misericordia… Povera donna. Così giovane, così sfortunata…” Sospirava segnandosi. “E te?! Una ragazzina, sola, in viaggio con una bara…” Scuoteva la testa alzando gli occhi al cielo.
Ma Ester, a differenza dell’anziana governante, non si faceva impressionare facilmente. Con un’alzata di spalle – ardita agli occhi di quella – si scrollò di dosso gli umori e i presagi ispirati da un viaggio in compagnia di una morta.
Giunta a Roma dalla Ciociaria che era ancora bambina, attaccata alle vesti della madre, divenuta presto sguattera e servetta nelle case dei signori, Ester aveva conosciuto il mondo dal basso, apprendendo ben presto quale fosse il posto a lei riservato e l’ampiezza del proprio orizzonte. Sedici anni, madre di un bambino sottrattole con la forza, che forse non avrebbe più rivisto, Ester era un bocciolo di donna germogliato in fretta.
La tragica morte di Laura, però, le concedeva forse un’occasione. Quella di intraprendere una strada nuova, lontano da lì, al nord, in luoghi a lei sconosciuti. Sebbene corresse il rischio di ritrovarsi al punto partenza – ne era consapevole, valeva la pena tentare. Questo andava ripetendosi. Ed era ciò che sentiva veramente, non un modo per sfuggire i cattivi pensieri o la superstizione delle altre persone a servizio della casa.
 
Fu così che la domenica di Pasqua, di prima mattina, Ester e le due bambine si trovarono sulla banchina della stazione di Civitavecchia in attesa del treno che le avrebbe condotte a Genova. Una volta arrivate lì, avrebbero preso un secondo treno alla volta di Milano, dove finalmente avrebbero trovato Mirto ad attenderle.
Era il primo viaggio in treno per la giovane balia, e per una tratta così lunga per giunta, lei che una volta arrivata a Roma non ne era mai uscita se non per brevi tragitti fuori porta in barroccio. Ma la ragazza, forse incosciente, di certo non istruita e nemmeno così ammaestrata, non soffrì mai simili timori. C’era ben altro di cui preoccuparsi.
Roma era tutta un fermento. Ester non sapeva né leggere, né scrivere, ma capiva benissimo cosa recitava la carta stampata nelle mani di chi era in grado di farlo. Così come le scritte a caratteri cubitali sui muri e le porte dei palazzi, nelle scuole, nelle botteghe, all’ingresso delle piazze e dei mercati. La guerra era imminente, la gente ne parlava per le strade animandosi, sempre di più. Gli sguardi infervorati degli uomini radunati nelle piazze, il levarsi di voci, di cori, le braccia alzate e i pugni tesi; quelli sì, le mettevano paura. Forse là dove sono diretta non è come qui, si augurava. Ma non le era dato saperlo. Quando poteva, ascoltava i discorsi dei padroni e partecipava in silenzio alle discussioni delle persone che frequentavano la loro casa. Negli ultimi tempi, però, con l’aggravarsi del suo male e il progressivo preannunciarsi della morte, le attenzioni di tutti erano state rivolte alla povera signora malata. Di fronte al livido pallore di quel bel volto trasfigurato, ogni altra cosa sembrò d’un tratto incredibilmente distante.

Ester conobbe Laura che era già molto malata e le veniva ormai proibito di allattare la sua seconda. Non seppe mai le ragioni del suo ritorno a Roma, da sola, lontano dal marito e dalla loro casa. Le fu fatto intendere che fosse per via della malattia, nella speranza che un clima più mite potesse aiutarla a guarire. Ma Ester non si bevve mai quella verità posticcia ed ebbe presto accesso a un’altra: le bambine.
In breve stabilì con entrambe un legame viscerale, profondo. La piccola Luciana le s’attaccava al seno con grande voracità e Lina vedeva in lei una persona di cui poteva fidarsi. Ester per lei non era una sostituta, un’estranea con il mero compito di prendersi cura di lei e della sorellina. Lina provava per lei un sentimento di vera e propria sorellanza. Ester, cresciuta in fretta, mamma a soli quindici anni, nonostante tutto era ancora in grado di capire il suo animo di bambina, e in fondo lo era un poco anche lei. Sognatrice, entusiasta, piena di vita. Sempre sorridente, con quei suoi denti larghi, bianchissimi, che contrastavano la carnagione bruna e i foltissimi capelli neri, ricci, addomesticati a mala pena dall’ampia fascia di lino che le scendeva fin sulla fronte. Conservava intatta una curiosità ingenua, un candore che non mostrava a nessuno, se non a Lina, a lei soltanto, in segreto, al sicuro da occhi e orecchi indiscreti.
Ester e Lina non faticarono a fare amicizia, anzi divennero presto confidenti e compagne.
 
Il naturale affezionarsi delle bambine alla balia infuse nella loro mamma una serena fiducia, frutto della convinzione che in quel modo, forse, non avrebbero percepito per intero il tragico distacco cui erano destinate. Dal suo canto, Ester nutriva per Laura affetto e devozione sinceri. La compativa, al punto da ritrovarsi spesse volte con le lacrime agli occhi e la necessità di nascondere alle bambine la grande tristezza che la sua condizione le suscitava. Era come se nel dolore di quella donna Ester ne presentisse uno più grande, universale, un dolore che toccava e coinvolgeva tutti, anche lei.
Vederla spegnersi progressivamente fu straziante. Ma fino all’ultimo Laura preservò una forma di pacata, dolce riconoscenza nei confronti di chi le era vicino. Era sorprendente il contegno, la fiera eleganza con cui fronteggiava la morte. La nobilitava. Nobilitava la morte, sì, quella morte rea, ingiustificata e abietta che agli occhi di Ester destava sdegno e paura. Lei che voleva vivere, più di ogni altra cosa.
Il giorno in cui Laura morì, pensò che la morte non era un arcano mistero e nemmeno la lama spietata di una falce. Erano fragili dita incrociate sul petto. Occhi chiusi, in rilievo, sul marmo gelido di un volto. Occhi che guardano altrove, lontano, dentro di sé.
Il giorno dopo le venne ordinato di compiere quel lungo viaggio. Era una prova, un segno del destino. La volontà del Signore, disse Ernestina. Un’opportunità, pensò Ester. Partire significava frapporre una distanza fra sé e i luoghi di un’infanzia di povertà e sottomissione; qualcosa in cui Ester, forse inconsapevolmente, riversava la speranza di lasciare il passato alle proprie spalle.
Partiva, dunque. Lasciava una vita nella speranza di cominciarne una nuova.
 
“Mamma ci può sentire adesso?” Lina fissava la bara, una semplice cassa disadorna, lo spoglio mezzo che riportava a casa il corpo della sua povera mamma.
“Mamma è in cielo ora”, le rispose Ester.
“Certo che ci sente”, aggiunse subito dopo. “Ascolta la voce degli angeli del cielo, così come ascolta noi che parliamo, o il canto degli usignoli.”
“Ma come fa, se è chiusa lì dentro?”
Ester non rispose.
La luce intensa del mattino illuminava la bara per metà, rivestendola di un bianco accecante. Ester vi immaginò all’interno il corpo della povera donna composto per quel lungo viaggio. Si chiese se sarebbe stato in grado di sopportarlo.
 
 
 
 
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