Vespa ET3 Special

L’altro giorno, con il caro amico Red (e Mela, e tiZ) abbiamo percorso all’indietro i dotti della memoria e, senza troppa fatica, anzi, ci siamo ritrovati tutti quanti in un’ansa assolata della nostra testa. Un posto dove il sole e il profumo dell’erba non svaniscono mai. Un campo butterato e scosceso, poco lontano da casa, dove menar calci a un pallone, sudare, tifare, immergersi anima e corpo nel mito, godendosi il presente. Un luogo dove competere, ridere e litigare con i propri coetanei, compagni dei pomeriggi di gioco. Un posto dove misurarsi, dove imparare a conoscersi.

Così facendo, per associazione di idee, di sensazioni e di ricordi, mi è tornato in mente un racconto scritto otto anni fa. D’estate o sotto la neve pestata, sempre là, fuori dalla finestra della cucina di casa, vi ho ritrovato quel campo incolto e trasandato. E un po’ di me, di noi.

Quel campo oggi non c’è più. Ma io non ne sono poi così convinto.

E quindi…

 

 

 

Abitavo la prima di una fila di case, dente di un pettine di periferia. Case squadrate e spoglie, costruite da uomini che non conoscono la fatica. Case abitate, mai finite, dalle calde cucine odorose e le parlate ruvide come l’intonaco delle pareti.
Non appartenevo a quel luogo, lo conobbi a otto anni. Vidi per la prima volta la mia nuova casa che era ancora un cantiere, era una mattina di gennaio. Non conoscevo un inverno così rigido e incolore, il mio aveva il profumo del mare. Varcai una soglia di cemento, chiedendomi come potesse essere chiamata casa quell’insieme di stanze sporche e vuote.
Traslocammo in primavera. Per alcuni mesi il prato davanti a casa restò una distesa d’erba incolta, alta fin sopra le ginocchia. Poi papà vi piantò i primi tronchi: tre pini marittimi, per far sorridere ancora mamma.
Col tempo conobbi i ragazzi della via, i miei nuovi vicini. Dissero che ci avevano visto approdare, quel giorno di gennaio, me e mio fratello; che al primo momento avevano pensato fossi una bambina. Divennero presto i miei nuovi amici e compagni: le mattine sui banchi di scuola, i lunghi pomeriggi di gioco all’aperto. Finivo i compiti prima ancora che mio fratello, più grande di me, tornasse a casa per pranzo ed ero ancora seduto a tavola quando vedevo sbattere una tovaglia dalla finestra della casa di fronte, un segnale subito seguito dal tintinnio dei campanelli delle biciclette e dal rumore delle pallonate contro muretti e ringhiere.
Sandro era uno di loro, uno di noi. Ogni mattina, intontiti dal sonno, aspettavamo insieme l’autobus che ci portava a scuola. Avevamo solo un anno di differenza e divenne presto l’amico più intimo, il mio unico confidente. Quando ci riversavamo fuori dalle classi di corsa al suono della campanella, Sandro, che era sempre tra i primi a salire sullo scuolabus, mi teneva un posto accanto al suo, difendendolo dagli attacchi dei più grandi. Durante le interminabili partite di pallone, lui stava quasi sempre in porta. Non aveva lo scatto, ma di certo non temeva le pallonate. Segnargli un goal, però, era un po’ come screditarlo, non mi dava piacere. Nel comporre le squadre, quindi, ci sceglievamo sempre, anche se così ci esponevamo allo scherno degli altri.
Trascorrevamo interi pomeriggi insieme, Sandro e io. D’estate ci rifugiavamo spesso al fresco dell’interrato di casa mia. Talvolta, oscuravamo le finestre per creare un’ambientazione più adatta, poi scendevamo a turno la scala con una torcia elettrica in mano, avventurandoci verso l’ignoto di una caverna o nella stiva di una nave. Indossavamo degli elmetti di plastica, quello di Sandro calcato a fatica sul folto dei suoi capelli. Ci tendevamo agguati l’un l’altro, cercando un nascondiglio sempre nuovo nel sottoscala o fra le casse accatastate dai tempi del trasloco. Alla fine, esausti, deponevamo le armi.
“Adesso siamo su una spiaggia deserta. La sabbia è bianchissima e dietro di noi ci sono le palme.” Sdraiati sul fresco del pavimento, ci immaginavamo il rumore delle onde e il soffio di una brezza equatoriale. “Ora siamo senza vestiti, liberi.”  Sussurravamo. “Arrivano due ragazze, nude anche loro, e si sdraiano con noi.” Sospiravamo eccitati. “Ecco, cominciano a strusciarsi sopra di noi!” Per qualche istante riuscivamo a crederlo.

 

A casa sua conobbi la mamma di Sandro. Si chiamava Maria e aveva gli occhi tristi, non sorrideva mai, il papà di Sandro era morto qualche anno prima. Sandro adorava sua madre. Quando rientrava dal lavoro, le correva incontro e le buttava le braccia al collo sulla soglia. Rispettavo quel sentimento, gli faceva onore, e poi era uno dei rari momenti in cui vedevo sorridere quella donna.
Sandro aveva una sorella più grande, che lavorava già, e assisteva compiacente alla rivoluzione che portavamo in quella casa. Non prestavo orecchio ai discorsi fra lei e sua madre, ma avvertivo la medesima tristezza nei loro gesti e nelle loro parole, un’ombra che pareva essersi diffusa un po’ ovunque, era come se la gioia avesse abbandonato quella casa. Sandro apparentemente non ci faceva caso, ma entrambi stavamo meglio in strada, fuori di lì, in un universo di voci squillanti e regole improvvisate che mutavamo ogni volta a nostro piacimento.
Un pomeriggio che eravamo soli in casa sua, giocammo quasi tutto il tempo sul tavolo di cucina e a un certo punto Sandro mi mostrò per la prima volta la sua collezione di adesivi. Non erano tanti, in effetti, io ne avevo molti di più, che accumulavo gelosamente in un cofanetto in camera mia, dal quale li estraevo per contarli e rimirarli godendo del semplice fatto di possederli. Sandro invece conservava i suoi, mischiati con spille, soldatini e altre cianfrusaglie, in una ciotola su una mensola della cucina. Me ne mostrò orgogliosamente il contenuto, con un sorriso che gli illuminava il volto. Devo averlo compatito in quel momento, non solo perché avevo molti più adesivi di lui, più rari e più belli, ma perché sapevo di essere più fortunato: vivevo in una casa grande, avevo un giardino tutto mio, mia mamma era sempre a casa con me, non doveva andare a lavorare.
“Questo è veramente bello” disse Sandro, estraendo un adesivo lungo e sottile dal suo cumulo di paccottiglie, e fui subito colpito da quella scritta arancione luminescente su sfondo nero. “Vespa ET3 Special”. Declamò guardandomi. “Me l’ha regalato mio cugino. E’ originale, sai? Lui ha una moto vera.” Era davvero bello. Non avevo mai visto un adesivo come quello, doveva essere autentico e raro. Fui colmo d’invidia, ma non volli dare a vedere al mio amico quanto mi piacesse il suo trofeo. Mostrai invece un interesse adatto alla trattativa che mi accingevo ad avviare, ma quando gli chiesi cosa volesse in cambio del suo adesivo, Sandro mi scoraggiò subito dicendo che era per lui troppo bello e prezioso per farne merce di scambio. Disse che aveva intenzione di appiccicarlo sul sellino della bicicletta che sua mamma gli aveva promesso per Natale. Provai a insistere, ma dovetti arrendermi ben presto. Sandro ripose la ciotola e ci dedicammo ad altro.
Quando fu il momento di andare a casa, mentre Sandro riponeva i giochi nella sua cameretta, rimasi da solo in cucina. Non ricordo se il mio sia stato un gesto premeditato o il frutto di un impulso improvviso. Fatto sta che, senza pensarci due volte, misi mano al suo reliquario, ne tirai fuori l’adesivo e me lo infilai in tasca. Avevo il cuore in gola, ma al suo ritorno, ressi lo sguardo del mio amico senza tradirmi. Quel bottino rimase nella mia tasca finché, arrivato a casa, al sicuro della mia cameretta, lo tirai fuori di nuovo, mi avvicinai alla finestra e osservai di nuovo la scritta fiammeggiare alla luce del sole rigirandolo fra le dita. Ora è mio, pensai, riponendolo con gli altri nel mio cofanetto e immaginandolo appiccicato al sellino della mia bici da cross. Prima di esporlo, però, avrei dovuto aspettare del tempo, finché le acque non si fossero calmate. A chi me l’avesse chiesto, poi, avrei risposto di averlo avuto da un amico di mio fratello. Non mi curai della fragilità del mio piano, né di quello che avrebbe potuto pensare Sandro. Nelle settimane che seguirono, ogni volta che io e lui tornammo sull’argomento, negai ostinatamente di averlo visto o di averlo preso. Per un po’ di tempo continuai a ammirarlo in segreto, in attesa del momento in cui avrei finalmente potuto goderne appieno. Col passare del tempo, però, il mio interesse andò scemando, finché mi dimenticai di averlo.

 

Venne l’inverno in cui fummo sepolti da un metro di neve. Su tutto calò immobilità e silenzio. Le scuole chiusero per una settimana e per qualche giorno sulle strade passarono solo gli spazzaneve. La nostra via si trasformò in lungo tappeto bianco.
Non appena ci fu permesso, noi ragazzi ci radunammo a giocare per strada, immersi in quel bianco che dava nuovo aspetto a ogni cosa. Avvolti nelle nostre armature impermeabili, ci rincorremmo per ore con bob e slittini su e giù per la via divenuta un’enorme pista, sfogando le energie residue in un’ultima battaglia a palle di neve. Infine, ci ritrovammo tutti in cerchio, sudati, con il fiatone e il vapore che usciva da sotto le nostre giacche a vento bagnate. I grandi parlavano fra loro, mentre noi più piccoli ci limitavamo a dare eco alle loro risate. Erano eccitati e stanchi, ma non appagati del tutto e, come spesso accadeva in occasioni come quella, cominciarono a provocarci fastidiosamente. Il più piccolo di noi, impauritosi, si defilò quasi subito, deglutendo lacrime amare fra lazzi e insolenze. Sandro ed io ci guardammo ai lati opposti del cerchio: quel gioco non ci piaceva, ma sapevamo entrambi che, se volevamo far parte del gruppo, dovevamo restare. Nel frattempo, il tono di voce dei grandi mutò e intercettai lo sguardo complice di uno di loro. L’attimo dopo, infatti, quello alla mia destra sussurrò: “Tutti addosso a Sandro”, fissando il mio amico con un sorrisetto provocatorio. Capii che non attaccavano me per il semplice fatto che mio fratello era lì con noi. Sandro invece era solo, non aveva le spalle coperte, e dava segno di non essersi minimamente accorto dell’imminente imboscata. M’irrigidii, le mani degli aggressori erano già cariche di neve e io non sapevo cosa fare per impedire l’umiliazione del mio amico, cui io stesso ero tenuto a partecipare. Raccolsi il mio pugno di neve in silenzio e, mentre gli altri si scambiavano i primi lazzi propiziatori, scivolai all’esterno del cerchio. Giunto alle spalle di Sandro, da dove avrei potuto colpirlo impedendogli la fuga, bisbigliai nella vana speranza di essere udito solo da lui: “Attento! Ce l’hanno con te!”
Gli sguardi indispettiti di tutti furono subito su di me. Sandro, invece, si voltò e mi guardò gelido senza battere ciglio, né retrocedere di un passo. “Non è divertente”, disse fissando il mio guanto pieno di neve. “Neanche un po’.” Nei suoi occhi vidi solo amarezza, non certo comprensione per chi tradiva lui e gli altri insieme. Abbassai lo sguardo. Nessuno reagì, né replicò alle parole del mio amico. Scese il silenzio. Allora Sandro si voltò e s’incamminò lentamente verso casa, seguito solo da qualche goffo invito a restare e a non prendersela.
Lo guardai allontanarsi avvolto nella sua giacca a vento rossa, in una mano il cordino dello slittino, nell’altra la berretta di lana, il casco di folti capelli castani ancora asciutti.
Quando mi voltai, capii che per i grandi era giunto finalmente il momento di scatenare la foga mancata.

 

Rientravo dall’università nella calura di un pomeriggio di fine giugno. Fiaccato dall’afoso viaggio in treno, decisi di fare a piedi gli ultimi chilometri che mi separavano da casa. Avevo appena lasciato la stazione, quando udii gridare il mio nome, seguito da un fischio. Mi voltai e vidi una mano che s’agitava dal finestrino di una macchina ferma in mezzo alla strada. Al volante riconobbi Sandro che mi faceva segno di raggiungerlo e salire in macchina con lui. Non cercavo un passaggio e provai anche un certo imbarazzo all’idea di trovarmi faccia a faccia con lui: non ci parlavamo più da anni. Quando mi avvicinai, però, non riuscii a oppormi al suo fare insistente.
“Che ci fai da queste parti?” Disse, avviandosi. Gli spiegai da dove venivo. “Studi ancora, quindi”, fece lui. Annuii: in effetti mi stavo laureando, ma non trovando una definizione adeguata alla mia situazione, preferii non aggiungere altro. Notai che Sandro portava gli occhiali, il che in un certo modo contrastava con la sua tenuta da muratore di ritorno dal cantiere: maglietta bianca, lisa, macchiata di cemento, pantaloncini di jeans tagliati, scarponcini da lavoro infangati. Anche l’abitacolo dell’auto era sporco e in disordine: poggiavo i piedi su fogli di giornale e bottiglie di plastica vuote. Il cruscotto era coperto da una coltre di polvere, le fodere dei sedili puzzavano di fumo.
“Allora, come stai?” Sandro ruppe di nuovo il silenzio. Aveva una voce che non gli conoscevo, roca, asciugata. Ti arrivava addosso ruvida, senza preavviso. Lo guardai in faccia e vidi un uomo. Ne riconobbi lo sguardo, sul quale, però, si era posato un velo opaco, privandolo della luce d’un tempo. “Bene, non mi posso lamentare”, risposi. “E’ vero che lasci il paese e vai a giocare in un’altra squadra?” S’informò lui. A quelle parole improvvisamente realizzai che Sandro sapeva qualcosa di me, mentre io di lui non sapevo nulla; ma soprattutto capii che una parte della nostra esistenza, sotterranea, nonostante gli anni trascorsi e il silenzio, scorreva ancora vicina. Risposi con entusiasmo a quella domanda, felice di avere a un tratto qualcosa di cui parlare. Mentre gli dicevo di me e gli raccontavo delle mie ultime vicende sportive, Sandro m’ascoltava in silenzio, di tanto in tanto annuiva con uno strano sorriso. A un tratto, però, m’interruppe bruscamente.
“Cazzo!” Sbottò. “Guarda me! Guarda come son conciato: ho la schiena a pezzi!” Bestemmiò. “Come si fa a esser già ridotti così a trent’anni?!” Esclamò picchiando una mano sul volante. Ventisei, dissi mentalmente. Alla violenza di quella reazione, mi bloccai e preferii fissare la strada davanti a me: scorsi una brutta crepa che si propagava dall’angolo basso del parabrezza; e sì che deve guadagnare bene, non potei fare a meno di pensare. Non parlammo più finché non arrivammo a casa. Scesi dall’auto davanti al cancello di casa, lo ringraziai e lo salutai. Avevo ancora addosso l’eccitazione provata poco prima, quella di quando si crede di aver ritrovato qualcosa dopo tanto tempo, qualcosa che in fondo si pensava di aver perduto per sempre. Sandro mi salutò senza sorridere. Chiusi la portiera e lui accelerò subito, esageratamente, dirigendosi verso il fondo della via.

 

Mi laureai alla fine dell’estate, dopo qualche tempo trovai un impiego e mi trasferii in città. Sandro morì la primavera dopo. Overdose. Lo seppi da mia madre. Nell’apprendere la notizia non riuscii a dire nulla. Mi resi conto di non avere parole, di non averne mai avute. Rimasi in silenzio anche allora, anche quando ci si aspettava da me una reazione, una memoria. “E’ stato il tuo miglior amico, in fondo.” Guardai fuori dalla finestra della cucina, ma ciò che cercavo non era più lì. Mi ricordai allora di una cosa: andai in camera mia e aprii un armadio che né io, né mia madre avevamo ancora trovato il coraggio di svuotare. Frugai finché, nascosto sul fondo, trovai il cofanetto dei miei tesori d’infanzia. L’aprii: era ancora lì. Lo tirai fuori e lo guardai brillare ancora una volta in tutto il suo inutile splendore. Sandro, uno di noi. Nessuno poteva più restituirgli ciò che gli era stato rubato.

 

 

Vespa ET3 Special_05

 

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