Musa

Man Ray – Glass Tears (1932)

Usi gesti interessati

e sei disposta a pagare.

Hai paura di allontanarti e perdere.

Non ti ripugna, in fondo

un breve sacrificio di lenzuola

né camuffare, fra singulti e gemiti

un lordo di illusioni e inganni.

Compiacere, soddisfare e prendere

per poi liberarti di tutto e di me

scolorato rivolo sciolto

che declino su ciglia sottili

il tuo crudele pianto.

[P.B., 13/3/2005]

Chop Suey*

Si fermarono ad un ristorante sulla strada a pochi chilometri da casa. Erano passate le dieci, il viaggio di rientro era durato più del previsto. Silvia entrò a chiedere se facessero ancora da mangiare. Lucio attese in macchina, ipnotizzato dalla luce intermittente di un semaforo.

Una coppia uscì dal locale, lui disse qualcosa e lei rise rumorosamente. Lucio li seguì con lo sguardo mentre si allontanavano, illuminati dalla luce delle lanterne sopra l’ingresso, in cerca di un segno di complicità. Si domandò che età avessero, se stessero tornando a casa o fossero solo usciti a cena, magari al primo appuntamento. In quel momento Silvia riapparve sulla soglia e gli fece segno di scendere dall’auto.

Una donna sulla trentina con un bambino in braccio li accolse freddamente, indirizzandoli in un salone male illuminato pieno di tavoli vuoti, alcuni ancora da sparecchiare. Lucio ne scelse uno vicino a un grosso acquario che diffondeva una luce giallastra tutto intorno. Si sedettero e sfogliarono senza entusiasmo le pagine di un menù illustrato. Erano affamati, ma a un tratto pareva non avessero più voglia di ordinare. Fra uno sbuffo e l’altro, Silvia cercò una soluzione sulla carta, mentre con due dita si accaniva su di un riccio di capelli crespati dal sole. Lucio attese la sua prima mossa, osservando la varietà di pesci che popolavano la vasca accanto a loro.

La padrona accolse l’ordinazione con pochi cenni del capo, che muoveva a scatti, al pari del resto del corpo, come un robot. Poi scomparve dietro un tramezzo di legno istoriato da un basso rilievo. S’udì qualche parola e un rimestio in cucina. Il ristorante era sporco e buio, le tovaglie usurate. I pesci si ostinavano nel loro moto perpetuo nell’acqua intorbidita. Lucio e Silvia non avevano più niente da dirsi, si guardavano intorno senza trovare alcunché di gradevole o degno di nota, non un appiglio.

Non erano soli. Un uomo sedeva a un tavolino appartato a pochi metri da loro, nella penombra non l’avevano notato. Si accorsero di lui nel momento in cui aprì bocca rispondendo al telefono. Parlava un inglese senza intonazione, con una pronuncia pessima, cionondimeno corretto. Biascicava un poco le parole, ma non perdeva il filo della conversazione, rispondendo a tono e dando informazioni precise al proprio interlocutore.

Lucio e Silvia si concentrarono sulla telefonata. Si trattava di lavoro, macchinari in partenza per l’Africa. Lanciarono qualche occhiata all’uomo intento a fornire spiegazioni. Sulla sessantina, fronte alta, imperlata di sudore, capelli appiccicaticci tirati all’indietro. Portava un paio di occhiali a lenti grandi con una vecchia montatura di metallo. La camicia sbottonata sul petto, gesticolava e cincischiava i resti nel piatto con una bacchetta. Si comportava come se fosse solo, lo sguardo sul tavolo o dritto davanti a sé, senza curarsi della coppia seduta a pochi metri da lui. Doveva essere un viaggiatore di passaggio, un habitué, a giudicare dalla confidenza con cui si era rivolto alla locandiera.

I due mangiarono in silenzio, interrotto di tanto in tanto da una telefonata del vicino, che aveva finito di cenare da un pezzo e non dava l’idea di aver fretta di andarsene.

Nell’acquario un grosso pesce si muoveva radente il fondo. Era uno dei più grossi, forse il più grande di tutti. La linea del dorso, appena prima della coda, si spezzava piegandosi inaspettatamente all’insù. Accennava dei guizzi sfiorando la sabbia col ventre in rapidi movimenti concentrici, ritrovandosi sempre al punto di partenza. Agitava inutilmente le pinne, piegando il corpo fin dove gli era concesso, senza mai ottenere un risultato migliore di quello.

Lucio lo notò per primo e lo mostrò a Silvia. La testa, gli occhi, la bocca, che schiudeva ritmicamente, erano rivolti verso l’alto, quasi anelasse a raggiungere il pelo libero dell’acqua, ma il corpo deforme lo costringesse a rimanere inchiodato sul fondo. Pesci di taglia più piccola gli ronzavano intorno mordicchiandogli le squame lungo i fianchi, come volessero provocarne una reazione, saggiare la sua forza residua. Il gigante storpio, però, non replicava, li ignorava continuando a fissare gli strati d’acqua sopra di sé, in quella che sembrava una muta, disperata preghiera.

Silvia e Lucio osservarono incupiti quella scena, che fuori dal suo contesto assumeva i connotati di una macabra danza, l’anticipazione di un tragico epilogo.

– Non ne ha ancora per molto, – sussurrò lui.

– Nemmeno noi.

Hello! – S’udì la voce impastata del viaggiatore. – Hello! Ciao… Come stai, tutto bene?

– E’ la cosa giusta, – disse Lucio.

– Sei sicuro?

Lucio esitò.

– Hai cenato?… Bene. Cos’hai mangiato?… Bene, bene.

Evidentemente per il vicino era giunto il momento della telefonata a casa.

– Sì, sì… Anch’io, Chop Suey, – proseguì ridacchiando. – Il solito, sì…

Si esprimeva un po’ in italiano, un po’ in inglese, intervallato da qualche frase fatta in francese. Parlava fissando gli avanzi nel piatto, che nessuno si curava di portar via. Scandiva parole scontate, recitandole affettuosamente in tre lingue diverse.

Lucio e Silvia non poterono fare a meno di ascoltare. Invidiarono la sua solitudine. Si fissarono. Silvia abbassò gli occhi.

Pensò al suo monolocale, alle cose da portar via, al frigorifero vuoto, la spesa da fare. A Lucy, la gattina, che aveva affidato alla vicina di casa. All’aroma di caffè nel bar sotto casa, la mattina, prima di andare al lavoro. Ai viaggi che avrebbe voluto fare.

Lucio osservò le sue mani annodare nervosamente il tovagliolo. Guardò i suoi capelli rossi, la cosa che di lei aveva notato per prima. Si ripeté che quella non era più la donna che aveva conosciuto, era cambiata. Di contro non riusciva a ignorare l’idea di una donna al telefono, in chissà quale parte del mondo, che aspettava il proprio uomo.

Lesse il numero del tavolo, si alzò e andò a pagare.

Nell’acquario, il dorso spezzato del grande pesce non smise di oscillare.

[P.B., 15/8/2020]

* “Pezzi rotti”, in cinese mandarino

Tutte le donne del mondo

Le sue dita carezzarono i capelli e scorsero delicatamente la curva della nuca. Robert la lasciò fare rilassando i muscoli della schiena. Pensò alle sue mani abbronzate e allo smalto chiaro delle unghie, color madreperla. Chiuse gli occhi. Sapeva che lei lo stava osservando, attenta al più piccolo segnale del suo corpo.

Era una professionista, si vedeva, ci sapeva fare. Ma c’era dell’altro. Quella ragazza univa in sé giovinezza, bellezza e la delicata, autorevole presenza di una madre. Era seria e sensuale. La sua pelle non aveva una ruga, ma le sue mani lo accoglievano e lo guidavano come un bambino in fasce. E Robert non desiderava altro che lei si prendesse cura di lui.

Le sorrise. Immaginò gli occhi ridenti di lei. Come aveva detto che si chiamava?, si chiese. Lisa, Linda?… Cercò di non mugolare mentre le dita della ragazza gli massaggiavano il collo. Distese ulteriormente i muscoli, affidandosi alla decisa delicatezza delle sue dita.

Lucy, Lauryn?… Riaprì un momento gli occhi e incrociò quelli di lei, neri e luminosi. La carnagione, i capelli crespi raccolti ordinatamente in uno chignon: poteva essere una mulatta.

Leila, Laura?…

Con voce suadente la donna gli ordinò di alzarsi e gli mise in mano un asciugamano. Indossava un abitino grigio che le copriva appena le natiche. Ha buon gusto, rifletté Robert, ed è incredibilmente sexy. Non vedeva l’ora di sollevarle il vestito e svelare la consistenza delle sue cosce ambrate. Non si era ancora fatta toccare. Comandava lei il gioco. Aveva stile, era sexy e sicura di sé, sapeva come farti star bene e come tenerti al tuo posto.

Lo fece sedere sulla poltrona in fondo alla stanza. Robert l’aveva notata subito: enorme, di pelle nera, lo schienale alto, reclinabile. Sulla parete di fronte c’era uno specchio senza cornice che staccava col resto dell’arredamento in stile art déco, un po’ sopra le righe al gusto di Robert.

La donna mise le mani sulle sue spalle. Le vedeva solo la testa. Forse si era tolta il vestito, da seduto non poteva saperlo. Indossava un maschera, ma i suoi occhi nello specchio luccicavano più che mai.

Si chinò lentamente su di lui, mentre le sue mani esperte armeggiavano con un laccio. Robert chiuse di nuovo gli occhi abbandonando le braccia sulla poltrona. Lei avvicinò il volto alla sua guancia, Robert udì il suo respiro attraverso la maschera. Non aveva mai provato nulla di più eccitante, per poco non emise un gemito.

Luann, Lucile?… Ma che importanza aveva come si chiamava? Lei era tutte le donne del mondo, l’unica donna sulla faccia della terra.

– Allora, come li tagliamo?… – Gli chiese, guardandolo nello specchio.

[P.B., 2/8/2020]

China nel vento

di Melchiorre Livoti

I libri ti chiamano.

Così, grazie all’emozione suscitatami dalla suggestiva immagine di copertina, ho scoperto China nel vento, silloge di Melchiorre Livoti (Terra d’ulivi edizioni, 2020).

Le foglie rosse di Elio Scarciglia, autore della fotografia, mi hanno attratto subito. Non sapevo il perché, l’ho capito leggendo le poesie di Livoti.

Osservando la copertina avevo inteso si alludesse all’inchiostro (china) di parole scritte e gettate, disperse nel vento (blowing in the wind), ma qualcosa non tornava.

Le foglie, così rosse, rutilanti, a contrastare lo sfondo neutro, nerissimo.

Il loro calore, colto da una luce artificiale, quasi orizzontale (non un vero tramonto); un colore vivo, che fiammeggia di suo e nulla deve al mondo, annullato e vuoto, che lo circonda.

Foglie pendenti, chine, ma non arrese.

Foglie vivide, rosseggianti, passionali ancorché crepuscolari.

Leggendo i versi di Livoti ci si accorge che l’inchiostro scorre come linfa vitale nelle loro nervature. Solo qualche macchia sui lembi le fa simili a pelle livida, inducendo a pensare che sia ormai prossimo il momento della caduta.

Ma è l’ora della riflessione, della melancolia, sentimento caldo e buono se attraversato in tutta la sua portata di senso; è il momento in cui chi, come l’autore, dotato di animo sensibile e acceso, può rivivere il tragitto di una vita con la medesima intensità con cui vi ha mosso ogni passo; è l’istante immortale della creazione poetica, della parola, non più inutile e spazzata dal vento, della parola che guida i sensi, a far credere che non sia così.

Melancolie

Serti di parole

avremo da quelle labbra

mai sfiorate,

non anche i petali

per ricomporre la rosa

della nostra giovinezza?

E la sera si dissolve

nel dire suo

con l’armonia dell’attesa:

vicino fiore

dai profumi delicati

nella malia del giungere

della notte:

timida ancella

di sogni mai perduti.

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Perché l’età?

Cerchiamo il fuoco

talvolta, ci ritraiamo;

nel calore improvviso

troviamo la parola,

nel suo svanire

la quiete del raccontare

ignari di sé

non dei silenzi cullati dalla nostalgia

di essere stati vento

e ora come fronde raggiunte

dalle luci ultime

del tramonto inatteso.

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La poesia di Livoti, come dice Gianni Mazzei (cfr. Menabò, n. 5, Terra d’ulivi edizioni), ha la dote affatto scontata della “semplicità”, che è altro dal “semplicismo”: è l’arte del saper rendersi chiaro, affabile alla comunicabilità della parola, essenziale, senza orpelli e scorie.

Addio

Non andare!

Disse

una foglia a un’altra

color d’oro.

Ma partì.

La vide volteggiare

arrivare al suolo.

Provò tristezza

la foglia sull’albero

pensando all’addio

avanzò la bruma

stillò acqua dal cielo

ed essa rimase sola in cima.

Dover partire e non avere

nessuno cui lanciare

china nel vento

un addio!

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Ogni poesia accompagna con delicatezza il lettore, lo sguardo disincantato e al contempo innamorato di tutto ciò che ancora può avvicinare.

Scrive di sé Livoti:

Ho vissuto la giovinezza tra cieli e mari, visioni di colli illegiadriti dalla primavera. Dal ricordo ammaliato, talvolta, permetto che la melancolia mi raggiunga, e mi volgo allora con dolcezza a figurare un volto di fanciulla che i colori dell’aurora possegga, e l’animo abbia dei cieli colmi di quell’azzurro che è segno di eternità.

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E’ commovente e seducente questo rapporto con la memoria e il proprio vissuto, in cui la nostalgia si mescola al sogno.

Il lume

E’ mano di fanciulla

che accende un lume

di sera nella casa

tra gli ulivi mormoranti,

o il silenzio pensoso

in cerca della verità

di un uomo in pace

col tempo e con il vento?

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Melodia e nostalgia

Ci sono anime che hanno

stelle azzurre

mattini lucenti

tra le foglie del tempo;

e angoli casti

che conservano un antico

suono di nostalgia

e di sogni.

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La giovinezza

A centellinare il tempo

mi ritrovo

la fuga temendo

il ritorno

dei ricordi leggeri

or che sui rami

primavera appone

i fiori suoi,

indomita aleggia

disdegnando i clangori

non le parole

come carezze sul volto

della giovinezza lieve:

incantata fanciulla

senza tremori

senza attese

con tra le mani ardenti

i prodromi del domani.

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