Accident

(original full version)

steer away fron this rocks

[Onda sonora ispiratrice: There there, Radiohead, 2003]

Giro di vento
mutazione, cambiamento.
Il desiderio è sotterraneo
latente e inesorabile.
Mentre il sole si oscura e si spegne.

Ho acceso lo stereo
attendo l’arrivo di quella canzone.
Il suo climax e il suo ritmo tribali
costanti, crescenti.
Irrisolti.

Frasi, domande, che si ripetono in ipnotica litania.
Enigmatiche, rotolano senza una fine, senza orizzonte.
Così è il suono, eco trattenuta, alimentata
distorta pulsazione arpeggiata
aritmicamente imprigionata.

In pitch dark
I go walking in
Your landscape

Ho tradotto le parole a modo mio.
Le ho portate sotto pelle.
Ho provato a condividerle, a farle nostre.
Ho provato a dedicartele
a tatuarle.

Impossibile.
Impossibile propagare una risonanza solo mia.
Ombra scura senza sorgente, radicata dentro me.

Broken branches
Trip me as I speak
Just because you feel it
Doesn’t mean it’s there

Urlando, sussurrai quelle parole su di un sentiero di montagna.
Le cantai, espirando al vento, salendo, passo dopo passo.
Parole informi che si affacciavano alla memoria
avvolgendo e penetrando il mio respiro.

Lentamente salivo, il capo chino su quel sentiero
che taglia una landa umida e silenziosa
lunare, desolata.
Progressivamente ritmo e suono si facevano strada dentro me.
Senza una ragione apparente. Naturalmente.
Camminavo sulla scia di un destino, disegnando il tuo profilo.

In pitch dark
I go walking in
Your landscape

C’ero io, con il mio passo e il mio respiro. E c’erano loro.
C’ero io fra passato e presente. E c’eri tu.
Ascoltavo il mio corpo, mentre ritmo e note emergevano dal basso
diventando battito e pulsazione.
Poi l’arpeggio e gli accordi oscuri e lacerati di una chitarra.
Istintivamente davo fiato ad un leggero, intimo cantilenare.

Anticipavo. Correvo.
Nell’approssimazione di una memoria ancora acerba
ma già forte, pericolosa
d’energia pura e tagliente.

Anticipavo la variazione rievocando il crescendo di una struttura senza simmetria,
senza un arrivo.

Just because you feel it
Doesn’t mean it’s there

Le conferme di una batteria
sul ritmo instancabile di tamburo.
Poi, nella costernazione
nel disorientamento di un paesaggio mentale riflesso e disperso
nel vuoto intorno, fra suggestioni, paure, memorie
si ripete lenta la domanda.

Why so green & lonely?
Heaven sent you to me

Domanda?

Why so green & lonely?
Heaven sent you to me

Domanda!

Why so green & lonely?
Heaven sent you to me

Ecco, sgorga.
Invade l’orizzonte.
Il desiderio.

Sillabe scandite, declamate
accettate, disperate.

Arrendevole grido
lento, remissivo.
Sensuale.

Il mio tempo, tuttavia
era veloce, correva.
Anticipava con curiosità.

Chi sei? Da dove vieni?
Dal nulla mi giungeva
l’ossessione,
il presentimento.

There’s always a siren
Singing you to shipwreck
Steer away from these rocks
We’d be a walking disaster

Inarrestabile cammino.
Dolce e necessario abbandonarsi in quell’abbraccio.
Incontrastato cammino.
Disastro.

There’s always a siren
Singing you to shipwreck
Steer away from these rocks
We’d be a walking disaster

Allora, in quelle radure
mentre energia e vita battevano all’unisono in me
proprio allora ti attendevo.
Ti desideravo sempre di più, sempre più forte.
Il suono cresceva.
La domanda si trasformava in un’onda
una corsa,
un’affermazione.

We are accidents waiting
Waiting
Waiting to happen

Risposta?

We are accidents waiting
Waiting
Waiting to happen
We are accidents waiting
Waiting
Waiting to happen
We are …

Risposta.

Avrei potuto ripeterla all’infinito.

Feci l’ultima salita correndo.
La mia anima pregustava una dolce morte
mentre il mio corpo, spavaldo, mostrava la sua forza.
Nessun contrasto.
Nessun paradosso.
Solo una logica, necessaria conferma.

Correvo verso il baratro.
Vigile nel mio essere accecato.
Pronto nel mio essere acerbo.

Non sapevo, non conoscevo ancora la mia fine.
Non ti possedevo ancora
incipiente ossessione.
Ti stavo concependo.
Ti stavo creando.

Why so green & lonely?
Heaven sent you to me

Così doveva essere.
Così è stato.

Why so green & lonely?
Heaven sent you to me

La mia anima era ormai pronta a riversarsi su di te
a rivelarti in proiezioni di desiderio.

Why so green & lonely?
Heaven sent you to me

O giovane musa!
Fata ignorante
purezza accecante.

L’infinita distanza mi avrebbe permesso di toccarti.

Why so green & lonely?
Heaven sent you to me

Inconsapevole musa,
riconobbi il tuo sguardo.
Dovetti tornare sui miei passi
incrociarlo di nuovo.

Riaprii quella porta.
Mi specchiai nei tuoi occhi
e dimenticai il tuo nome.

Lo cercai.
Ossessione, era già scritto.
Ma ne trovai un altro.

Accident.

Quello fu il tuo nome.

[P.B., 2006]

Bongo Bong

il nostro tempo era agli sgoccioli
alcuni di noi erano già stati presi
erano dentro il meccanismo
ma ci sentivamo ancora apprendisti
inquilini in affitto.

non avevamo progetti, in fondo
eravamo quelli che siamo
ma non lo sapevamo.
ci conoscevamo appena.

con lei era la prima volta.
i suoi modi anarchici
io, un bravo ragazzo.
girovagammo al buio fino a Venaria
sulle note di una canzone
je ne t’aime plus, tous les jours…

ricordo bene quegli attimi
la sua erre moscia
l’eleganza negata
la voglia di godere
di essere liberi.
i racconti di sesso
il piercing alla vagina
e le nostre mani che, addormentati
si sfioravano appena.

[un grazie a Flavio Almerighi per avermi ispirato]

Diagonal

Sezione, spaccato
linea trasversale
obliqua.
Pullulante formicaio
di vite incrociate, sfiorate
sovrapposte.
Impresse in effimere tracce.
Luce e ombra
riflesse e capovolte
in negativo
una sull’altra.
Un prima e un dopo
senza capo né coda.
Forse il tempo di un’attesa.
Che è già movimento.

Un nuovo “brano”, un estemporaneo e spontaneo insieme di parole (da prendersi come tale in tutta la sua genuina freschezza), originato nella sua versione originale da una bellissima fotografia scattata da Claudio Turri – che nuovamente ringrazio per la gentile eco offertagli. E’ sempre un piacere perdersi in queste vibrazioni (“web echoes”) che, come antenne, riceviamo e a nostra volta immettiamo nello spazio e nelle infinite possibilità e connessioni della rete.
Onda originante: Diagonal di Claudio Turri.

Cucina

Stanotte ho dormito nel mio letto, mi ha fatto bene.
Ha piovuto anche, copiosamente.
Vorrei pulire casa, abbandonata per mesi
passarla in ogni angolo, farla di nuovo mia.
La mia piccola casa, la mia tana.
I miei libri, i miei silenzi.
Abbiamo sempre bisogno di un rifugio,
di riferimenti.

Stamattina va un po’ meglio.
Pulire i mobili mi ha fatto bene.
Anche dormire solo.
Qualcosa respiriamo sempre,
anche mentre dormiamo.
E a volte non ci fa bene.
Stamattina va un po’ meglio, sì.
Più tardi rimonto la cucina.

Brano ospitato nella sua versione originale da Claudio Turri – che ringrazio – fra le pagine del suo interessantissimo blog. Un diario di immagini e pensieri, il suo. Di scatti densi di emozioni e significato, racchiusi, incamerati nell’attimo di un click. Come micce pronte ad accendersi, ordigni che esplodono allo sguardo inquieto di chi cerca. Un quaderno di vita e di ricerca, quello di Claudio, fatto di domande e sorprendenti annotazioni, esternate, condivise, esposte. Che non può passare inosservato, non può non essere fonte di ispirazione per altre, nuove parole, che si sgranano naturalmente, per contaminazione, risonanza, pura vibrazione.
Post originale: Cucina.