Accident

Origine di un’ossessione

steer away fron this rocks

 

 

Just because you feel it / Doesn’t mean it’s there

Ho acceso lo stereo, attendo l’arrivo di quella canzone.
Il suo ritmo tribale, costante.
Il suo crescere irrisolto in eco trattenute e distorte.
Il punto in cui frasi e domande diventano litania senza orizzonte.

L’ho tradotta a modo mio, portandola sotto pelle.
Ho provato a condividerla, a farla nostra; inutilmente.
Non si produce un’ombra senza una sorgente.

 

In pitch dark / I go walking in / Your landscape

La sussurrai su di un sentiero di montagna.
Passo dopo passo, quelle parole presero forma, impregnando il mio respiro.
Lentamente salivo.
Ritmo e suono si facevano strada dentro me.
Istintivamente, diedi inizio a un intimo cantilenare.

Poi, a un tratto, accelerai, ruppi il respiro.
Anticipai il crescendo di un lamento senza fuga.
Percorsi la scia del mio destino, tracciando il tuo profilo.

 

We are accidents waiting / Waiting / Waiting to happen
We are accidents waiting / Waiting / Waiting to happen
We are …

Dal nulla giunse il presentimento.
Dal nulla mi colse l’ossessione.
Ripetei quelle parole infinite volte.
Lasciai che rimbombassero dentro me.

Feci l’ultima salita di corsa.
Energia e vita battevano all’unisono in me, mentre avanzavo verso il baratro.
Nessun paradosso in questo, nessun contrasto.
Ero vigile e accecato.
Non conoscevo la mia fine, la stavo concependo.

 

Why so green and lonely? / Heaven sent you to me

La mia anima si sarebbe riversata su di te, rivelandoti in proiezioni di desiderio.
Un’incolmabile distanza mi avrebbe permesso di toccarti.
Ero certo, ti avrei riconosciuta.
Il tuo nome era già scritto.

 

 

 

Figurazioni liberamente ispirate alla canzone “There, there“, dei Radiohead.

Perla nera

“… una perla nera nasceva da una tempesta,
più rara di quelle bianche, nate in giorni e ore luminosi.” (*)

 

 

Si trasferirono tutti in salotto per vedere un vecchio film. Claudia e Flavio si unirono agli altri. Si erano conosciuti quella sera e nei loro occhi c’era il desiderio che non finisse troppo presto. Si ritrovarono così seduti, uno accanto all’altra, su di in un grande divano. Mentre con gli altri cercavano una posizione comoda, le loro mani si sfiorarono più volte. Da quel momento, fu come se immagini e suoni, intorno loro, venissero attutiti e ogni percezione vivesse sulla pelle dei loro corpi vicini. Entrambi sentirono crescere dentro sé l’esigenza di lasciarsi andare concedendosi a un lungo abbraccio. Ma non dissero nulla, non si mossero. Rimasero in ascolto.
Iniziò così, una sera d’estate, senza parole.

Nei giorni seguenti, Flavio le scrisse. Parole, pensieri. Lucidi vaneggiamenti.
L’amore non esiste, esiste l’incontro. Esiste l’azione, quotidiana, costante. Mutevole e attenta. Esiste l’ascolto, di sé, dell’altro. Il costante cercare, dare e scegliere, liberamente.
“Tu scrivi troppo”, sentenziò Claudia, sorseggiando il suo caffè.
“Tanto”, si corresse subito dopo. Poi drizzò la schiena e piegò il collo di lato, una ciocca di capelli le scivolò sugli occhi. Da dietro quella quinta, scrutò Flavio con espressione ambigua, curiosa e canzonatoria.
“Scrivi cose molto belle”, disse.

Camminarono a lungo nelle tiepide notti estive. Lessero poesie, attraversarono suoni e rumori. Oltrepassarono folle assiepate ai tavolini dei bar sotto i loggiati. Pioniere di una nuova alba, Flavio non sentiva nulla, non riconosceva nulla. Tutto era pura presenza, danza al rallentatore. Claudia camminava scalza, mostrando la sicurezza e la disinvoltura dell’unica donna su quella terra.

Ma in verità, dentro sé serrava un freno, che non poteva lasciare.
C’è qualcosa nei tuoi occhi. Una luce che attrae, figlia di un dolore. Tutto, in te, ispira forza e fragilità.

Sofferenza, delusione.
Smisurate, eccessive.

Flavio volle conoscerne l’origine. Allora Claudia gli raccontò di un incidente in moto. Di come caddero, insieme, lei e lui. Lei ebbe la peggio, si ferì, venne ricoverata. Fu l’inizio di un progressivo allontanamento, di un abbandono. Da quella caduta non si rialzarono più. Al ricordo, lo sguardo di Claudia arretrò, si ritirò in un luogo sicuro, in profondità, da dove emanava un chiarore residuo. I suoi occhi divennero liquida pietra scura. Mentre parlava, sfiorò premurosamente l’impronta bluastra di una cicatrice sotto il ginocchio. Flavio le chiese di poter toccare il punto in cui la sua pelle cambiava colore. Lei lo lasciò fare. Quando volle, poi, Flavio la accolse fra le sue braccia. Poggiata a quel sostegno, Claudia rimase immobile, le braccia abbandonate lungo i fianchi. “E’ come se fossi uscita da una lavatrice”, disse con voce ruvida.

Pochi giorni dopo partì. Una vacanza in barca, un’esperienza nuova. Dopo la moto, era l’unica cosa che le ispirasse quel senso di libertà. La sera prima della partenza, Flavio la portò fuori a cena. Per l’occasione Claudia indossò una gonna corta di cotone rosso, sormontata da una semplice maglietta bianca. Tornati sotto casa di lei, si trattennero in macchina a parlare, finché giunse il momento di salutarsi. Abbracciandola, Flavio le sentì addosso un profumo asciutto, intenso. Le chiese cosa fosse. “E’ l’hennè”, mormorò Claudia. “L’hennè”, ripeté lui, carezzandole i capelli. Le sfiorò il collo. Claudia s’irrigidì. Flavio allora si staccò e la guardò. Vide le sue braccia tese, le mani puntate sul sedile. Le si avvicinò di nuovo. Claudia teneva la fronte abbassata, gli occhi chiusi. Flavio la sfiorò di nuovo. Allora lei schiuse le labbra e lasciò che quelle di lui le trovassero. Le loro lingue si sfiorarono, si unirono.
Delicatamente, Flavio esplorò il suo corpo. Il collo, la schiena, i seni. Risalì infine le cosce. Claudia emise un gemito. Per la prima volta Flavio udì quella sua voce fonda, uterina. Ne fu meravigliato, ammirato. Le sue mani continuarono piano, con devozione. Ogni tanto Claudia riapriva gli occhi inquieta e l’attimo dopo, rassicurata, si immergeva di nuovo in quell’onda.

Rimasero chiusi in quell’abitacolo per un tempo indefinito. Parlarono ancora un po’, rimandando il momento di prendere una decisione. Alla luce sfocata dei lampioni, Flavio mormorò le strofe di una canzone. If only tonight we could sleep / In a bed made of flowers / If only tonight we could fall / In a deathless spell… Poi a un tratto esclamò: “Portami con te!”.
Claudia rabbrividì. “No, no, no…” protestò. Non poteva credere di aver udito quelle parole. Flavio si ricompose, volle rassicurarla. “Ma sì, certo”, disse “godiamo dell’attimo.”

La accompagnò fino al portone. Claudia lo invitò a salire, volle mostrargli la casa. Abitava all’ultimo piano, in un appartamento moderno e accogliente. Grande per una persona sola. C’era anche una terrazza. Flavio vi indugiò qualche istante prima di rientrare, c’era una vista stupenda.
Sulla porta si baciarono di nuovo. Stavolta però, con foga. Flavio la sollevò, la toccò con urgenza. Claudia gemette forte, appigliata alla sua schiena. Per un po’ stettero così, avvinghiati, sospesi. Senza smettere di baciarla, Flavio trovò la camera e la stese sul letto. Lì, la spogliò lentamente. Poi la contemplò, completamente nuda, nella penombra. La baciò piano fra le cosce. “Vuoi proprio sentirmi gridare…”, fiatò Claudia, abbandonandosi.

“Vuoi fermarti a dormire?” Le scappò detto. “No, non dovevo dirlo!” mugolò subito dopo, nascondendo il viso fra le mani. Flavio annuì, calmo. Sorrise. Non disse nulla. Non sapeva dove fosse approdato, né se fosse giunto da qualche parte. Di certo, però, sapeva che quella notte non l’avrebbe lasciata sola.
Andò in bagno, si tolse i vestiti, si lavò.
“Non abituarti”, lo mise in guardia Claudia, mentre prendeva posto nel letto.
“Ladro!” Esclamò girandosi dall’altra parte. “Il tuo è stato un bacio rubato”.
Flavio sorrise di nuovo. Grato, comunque.

Si addormentarono certi della presenza l’uno dell’altra.
Lei con una mano sulla sua spalla. Lui sul suo ginocchio ferito.

Al risveglio, lei lo accolse in un lungo abbraccio. Si baciarono, si strinsero. Lui la carezzò ancora. Volle lasciarle un ricordo. Qualcosa che resistesse ai giorni, alle ore passate divisi, lontani da quell’approdo, lontani dalla terra ferma.

Poi venne il silenzio.
Lenti, passarono i giorni.

La mia mente vola nella scia del ricordo. E ripercorro la tua pelle, morbida e sottile, sotto le mie dita. Le mie labbra tornano a nutrirsi di te, di ogni angolo del tuo corpo, lentamente. Non basteranno le ore di una notte. Non basteranno mille notti. Infinite volte ascolterò il tuo respiro. Infinite volte ridisegnerò il tuo sguardo e mi perderò nel pozzo dei tuoi occhi.

Le parole di Flavio sfidarono il mare.
Inutilmente.

Al rientro, Claudia non se la sentì di rimanere sola con lui. Si rividero a casa di un amico. Per Flavio la serata finì molto presto. Tutti risero, bevvero, si divertirono, tranne lui. Claudia era eccitata. Stretta in un vestitino nuovo, la pelle imbrunita dal sole, pareva già salpata per un nuovo viaggio. Di lui su di sé non portava traccia. Era bellissima.

A fine serata si ritrovarono di nuovo sotto casa sua. Flavio le chiese cosa fosse successo, cosa fosse cambiato, se avesse paura.
“No, non è paura”, rispose sicura, mentre cercava le parole giuste. “Sai, ho fatto una fatica enorme per arrivare fin qui. Devo andare avanti da sola.” Gli disse dell’esigenza, che aveva, di camminare sulle proprie gambe. Gambe ferite, sanate, ancora malferme, ma bisognose di muovere. Doveva camminare da sola, disse, almeno per un po’. Impossibile dire quanto.
Flavio annuì in silenzio. Non trovò nulla da dire.
A un tratto pensò che doveva andare.

“Non voglio perderti”, disse Claudia.
A quelle parole, Flavio si avvicinò e fece il gesto di baciarla. Claudia si sottrasse risoluta, scuotendo energicamente il capo. “Se l’altro è stato un bacio rubato”, disse, “questo sarebbe estorto”.
Flavio non si sentì bene, non più. Distolse lo sguardo.

“Mi spiacerebbe perderti”, ripeté Claudia.
La sua voce era incredibilmente calma.
Flavio si aggrappò al volante.
Era tutto maledettamente evidente, come il suo disagio. Stava a lui decidere. Se fosse rimasto, se avesse continuato a far parte della sua vita, fra lui e Claudia sarebbe stato tutto diverso. Non era sicuro di essere pronto. Sentì le gambe vacillare. Si voltò verso di lei. Riflessa, nel nero dei suoi occhi, vide la sua paura.

 

 

“Ciò che all’inizio serviva a liberare e difendere la conchiglia da quel che la irritava e distruggeva diventa ornamento, gioiello prezioso e inimitabile.
Così è la bellezza: nasconde delle storie, spesso dolorose.” (*)

 

 

(*) Cit. Alessandro D’Avenia, “Cose che nessuno sa”
Ispirato e indotto da “Anime nere”, di tiZ, cui va il mio ringraziamento.