Foglie

Foglie

Foglie – foto: Silvia G.

Le foglie coprivano il suolo di un manto dipinto con minuziosa perizia. Gli strati più profondi cedevano il loro colore alla terra umida, fondendosi in essa. Le più recenti, ancora asciutte, erano ritorte in un ultimo spasmo senza linfa. Alcune sembravano mani, enormi mani dalle fragili dita artritiche che si sbriciolavano al contatto con le mie. Altre conservavano ancora un po’ di vita, parevano cadute anzitempo per unirsi a quelle che le avevano precedute. Perché quello, in fondo, era il destino che le attendeva. Tutte, indistintamente.

Avevo lasciato aperta la finestra del soggiorno, il sole entrava obliquo riscaldando l’aria di novembre. A novembre c’è sempre un giorno che è estate. Sentivo il rumore del rastrello che radunava le foglie.
Sapevo che era lui che stava lavorando, ma mi sembrava sconveniente affacciarmi come una comare d’altri tempi. Quel rumore morbido mi faceva compagnia mentre finivo di correggere i temi che avevo promesso di consegnare il giorno dopo ai miei ragazzi.
Quando il sole sparì dietro la collina mi alzai dal tavolo, chiusi la finestra e, protetta dal vetro, mi soffermai a guardarlo.

Mi piaceva stare lì sotto gli alberi a lavorare. Respirare quell’aria cenerina carica di rassegnazione, mentre il sole svaniva in una scia di luce rosa e da lontano giungeva odore di stufa a legna.

Aveva raccolto gran parte delle foglie secche che avevano coperto il prato del giardino, radunandole in mucchi. In giardino c’è una fila di aceri che confina con il muro di cinta di casa mia. In estate, quando sono carichi di foglie, nascondono la vista della sua abitazione, ma in autunno, piano piano la casa riappare, ogni giorno posso vederne un pezzetto di più, fino a quando gli alberi ormai spogli me la mostrano in tutta la sua interezza.
E’ una bella casa a due piani color mattone, con le imposte verde brillante, dal mio lato si vede il finestrone della sala al primo piano, che si apre sul giardino, mentre al secondo piano ci sono tre finestre. Una è sempre chiusa, le altre due sono uno studio e il bagno.
Lo so che può sembrare strano che io conosca così bene come è fatta la casa, ma prima che la comperassero lui e la moglie qualche anno fa, per anni ci aveva abitato Virginia, una mia compagna di scuola, che poi si era trasferita con la famiglia all’estero e la casa era rimasta sfitta per anni. Ai tempi delle scuole elementari avevo frequentato spesso quella casa.
Osservai il mio vicino ancora per qualche minuto poi, colta da un brivido di freddo, pensai che era il momento di accendere la stufa a legna e così l’abbandonai alle sue incombenze autunnali.

Mi dovetti dare da fare, non restava molto tempo. Rastrellai le foglie in grossi mucchi e le raccolsi con le mani, infilandole nei sacchi e schiacciandole sul fondo. M’affrettai. Quando ebbi finito, contemplai i sacchi impilati contro il muro di casa: i miei trofei.
Più tardi, avvolto nel tepore dell’acqua della vasca, mentre contemplavo gli aceri dalla finestra del bagno, vidi alcune foglie staccarsi dai rami, avvitarsi su loro stesse e planare lentamente a terra. Immerso nel mio vapore, ricordai allora l’odore della terra umida e di un fuoco acceso chissà dove.

Dopo un po’ mi riaffacciai, ormai era buio. Le foglie avevano riempito dei sacchi che lui aveva accatastato accanto al muro della casa.
La luce del bagno era accesa e il vetro della finestra era ricoperto da un velo leggerissimo di condensa. Non so perché, lo immaginai immerso in quella grande vasca da bagno dove tantissimi anni prima la mamma di Virginia ci aveva infilato dopo che eravamo rientrate in casa ricoperte di fango per esserci rotolate insieme a Isotta, la nostra tata pelosa, una labrador cicciotta e giocherellona.
Si alzò un po’ di vento e le foglie gialle e rosse degli aceri ripresero a cadere sul prato, quasi a rendere vano il lavoro di raccolta che aveva impegnato il mio vicino per tutto il pomeriggio.

Un mese dopo lasciai quella casa e persi l’abitudine a quei lunghi bagni caldi ristoratori. Ma allora non lo sapevo ancora e fuori le foglie, incuranti, continuavano a cadere, coprendo il pezzo di giardino che avevo appena denudato.

Quel giorno fu l’ultimo in cui lo vidi in giardino. Un mese dopo, appena prima di Natale, la casa tornò ad essere disabitata.
Una mattina, mentre uscivo per andare a scuola, lui ed un amico facevano avanti e indietro dalla casa al bagagliaio dell’auto, riempiendolo di scatole e scatoloni. Pensai così che anche lui aveva preso la sua decisione.
La moglie se ne era andata prima dell’estate, una sera li avevo sentiti discutere animatamente, le finestre delle nostre case erano aperte e le voci e il tono rancoroso di lei mi erano giunti distinti. Era impossibile non ascoltare. Lui aveva replicato a stento e il litigio si era concluso con lei che gli urlava sei un maledetto stronzo, non cambierai mai. Di lì a qualche giorno aveva fatto le valigie e, come sarebbe accaduto poi con lui, l’avevo vista una mattina fuori dal cancello di casa con i bagagli, in attesa di qualcuno che l’avrebbe portata altrove.

Oggi la casa color mattone ha di nuovo le imposte chiuse e gli aceri sono completamente spogli. Il prato del giardino è ricoperto da un manto di foglie secche e opache.

… ascoltando …

(lapoetessarossa, 11/11/18)

 

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