Dopo la tua voce

Dopo la tua voce

Annoto
l’area fredda
Fossa delle Marianne
che si apre
in linea retta
sopra l’ombelico.
Attraversata dall’effluvio di tenerezza.
Scavata.
Più giù ci sono le carni.
Sotto le coltri si dilata lo spazio.
Il pertugio
chiede ascolto
silenzio
ovatta tutto intorno.
E’ un nido!
Sporgono piccoli pigolanti.
Paradosso difficile
sopportare tanto calore.

[I.P., 17/8/2017]

Anatomia dell’amore V – Voce

La sua voce, è bellissima. Dote naturale, educata, addestrata per anni. Oggi, retaggio un po’ ingombrante, talvolta imbarazzante. Un talento non messo a frutto, come spesso accade, ma non solo. Motivo di contesa e discordia fra lei e la madre, alla ribellione succedette lo strappo, il silenzio. Sicché oggi è raro sentirla cantare. Ma quando succede – e per mia fortuna accade sempre più spesso, la sua voce mi avvolge e mi trattiene prima ch’io possa fare o pensare alcunché. E’ qualcosa di sorprendente; metamorfosi ai miei occhi, magia per i miei orecchi. In quei momenti è come se la sua persona mutasse, se assumesse proporzioni diverse.
Ha un corpicino minuto. Quando canta, l’attimo prima, pare quasi ridursi ulteriormente. Poi, solleva gli avambracci e stringe indici e pollici come ad afferrare un filo di redini sottili. Chiude gli occhi. Mi sembra di avvertire l’energia accumularsi all’altezza del suo ventre rannicchiato. E poi da lì sgorgare in un gemito profondo e crescente, sempre più potente, subito inseguito, ascoltato, modulato, dosato. Domato. La sua voce come altro da sé, come bestia da addomesticare e governare. E quando la lascia andare, quella forza sproporzionata mi disorienta. Immerso in quel suono, la vedo con altri occhi. Il suo corpo diviene uno strumento smisurato.
“Ti canto un pezzo della Cenerentola di Rossini”, mi dice dopo aver scaldato un poco la voce. E’ contralto, merce rara. Di una bellezza ambigua e schiva, ancor più difficile da accettare.
Ma lei ha tante voci e a me piace ascoltarle tutte. Quella un po’ roca, sospirata e tesa, dei momenti in cui vivere sembra una trappola senza via d’uscita. Quella misurata, ma energica e decisa, che così ben s’intona ai concetti di psicologia. Quella sopra le righe, esasperata e urlata, con cui protesta e si sfoga. Quella stridula e lacerata dei momenti di paura. Ne conosco i picchi, l’onda gonfia. Il frangersi in risata, il dilaniarsi in pianto rabbioso. Il mugolio amoroso. E il tono brusco e canzonatorio con cui mi rimbrotta, mi pungola, mi promuove; quello deliziosamente crudele con cui si fa beffa di me.
Ma c’è un momento in cui riesce ancora a sorprendermi. Accade quando è allegra, magari un po’ su di giri. Mentre beviamo un bicchiere di vino stuzzicandoci a vicenda e infine lei prende l’iniziativa e mi scuote delicatamente con le sue domande. E’ in quel tempo di lieta attesa, in cui mi invita ad avventurarci insieme in un dove inesplorato, è allora che odo un mugghiare di metallo morbido attraversarle la gola, e le sue parole vibrare come cristallo strofinato dal vento. Ascolto inebriato quel riverbero e vi riconosco un’armonica, una nota dominante, la sua. La adoro, come adoro il modo in cui si manifesta a un tratto, luce al tramonto sulle rocce. La stessa che le illumina il volto.

Humus

Humus

Ferma.
Accanto al ciglio della strada.
Sono passati minuti
secoli.
La nostra carne
i nostri umori si sono incontrati
laddove i cuori ancora non si conoscono.
Tra i ricordi, quelli prossimi
che premono
incalzano
divergono
ci sono labbra di gelato alla pesca.
Mi attacco ad un pensiero, come fosse un tralcio
come fossi appena nata.
Il tuo profilo
è fatto di occhi neri, sassi di fiume
buchi nel cielo di astri partiti.
Più sotto
abbozzata
irregolare
una forzatura prossima a dileguarsi, la bocca.
Stranezze agostane, sotto frescure riposano
cattive intenzioni e buone stelle.
Gli umori, quelli, si leccano sulle dita.
Leggo il livido che infliggo alla tua pelle
ma scompare quando il pensiero si fa ripido
quando apre al possibile.
E’ allora che un corpo si radica alla terra,
che geme d’amore e morte.

[I.P., 7/8/2017]

A te

A te

Nasco oggi sotto il castagno,
riccio da aprire.
Appena un punto più su,
sopra il tuo pollice,
una goccia.

Ti avevo avvisato.
Una ferita è una ferita.
Niente.
Sei sordo.
Infili il polpastrello
dentro la buccia vellutata tra
i frutti carnosi.
Ancora a scovare la mia felicità.
Niente.
Sei cieco.
Ti avevo scongiurato.
Addenti la polpa
amarognola,
leguminosa.
Quasi ti ci strozzi.
Non ti persuadi,
non ti arrendi,
questo può far di me
un cattivo raccolto.
Niente.
Sei silenzioso.
Sai.
Ci credi.
E’ dalla tua questa ostinazione.

Così, senza pudore né preavviso, mi salvi.

[I.P., 17/5/2017]

A mia madre

A mia madre

Riprese, perse,
sparite fra i giorni e le cose fatte.
Ci siamo stese e rialzate.
Allontanate forse,
guardate di sbieco più e più volte.
Rapinate da un rimprovero,
una frase rimasta nella lingua.
Occhi chiari e celestini
i tuoi,
verdi bosco, come ami dire tu, i miei.
In qualche ora del mattino hanno preso il caffè insieme senza vedersi.
Il tuo cuore automatico si è aperto.
E io ho ceduto, volevo essere diversa da te.
Ma ho preferito fare dei tuoi giorni
un poco della mia vita.
A tutti i costi contro per anni,
ora non più,
non è tardi.
Le lotte furibonde sono neve al sole: una pozzanghera.
Acqua e fango, da filtrare e bere in due.

[I.P., 15/5/2017]