Ancora sto qui

Un estratto – con qualche a capo in più – dei Diari di Kafka.

Mi ha colpito molto.

Il sogno, la sensualità, la caduta. Verticale, senza fine.

La modernità di scritti come questo.

Ancora sto qui

nella mia sofferenza

ma già mi viene incontro dietro a me la mostruosa macchina dei miei piani;

la prima piccola piattaforma scivola sotto i miei piedi

ragazze nude

come nei carri di carnevale di terre migliori

mi portano all’indietro su per i gradini

io fluttuo sospeso

visto che le ragazze fanno lo stesso

e sollevo la mano

e ordino la pace.

Cespugli di rose mi stanno accanto

bruciano fiamme di incenso

vengono abbassate corone di alloro

si spargono fiori davanti e sopra di me

due trombettieri, come fossero formati di pietra squadrata

suonano fanfare

piccola gente corre intorno in massa ordinata dietro ai capi

i posti liberi, vuoti, bianchi, tagliati dritti

diventano oscuri, mossi e sovraffollati;

sento i limiti degli sforzi umani e faccio

dalla mia altezza

con sforzo e abilità piombatami improvvisamente addosso

il pezzo di bravura di un uomo serpente ammirato molti anni fa…

E già cinquanta code di diavolo mi spazzano il viso

il terreno diventa molle

affondo con un piede

poi con l’altro

le grida delle ragazze mi inseguono fino in fondo

in cui sprofondo verticalmente

in un pozzo che ha il diametro del mio corpo

ma una profondità senza fine.

[liberamente tratto e rielaborato dai Diari 1910-1923 di Franz Kafka]

Sogni

Sogni esausti

Sogni esausti

– Una volta, quando andavo ancora al liceo, una delle psicologhe mi ha convocato nel suo ufficio. Lo faceva con tutte le ragazze, una alla volta. “Qual’è il tuo sogno?”, mi ha chiesto. “Che cosa immagini che farai, da qui a dieci anni? O venti?” Allora avrò avuto sedici, diciassette anni. Ero ancora una ragazzina. Non sono riuscita a pensare a una risposta. Sono rimasta seduta là come un sacco di patate. La psicologa aveva suppergiù l’età che ho io adesso. E secondo me era già vecchia. “E’ vecchia”, ho pensato tra me e me. Mi rendevo conto che aveva già vissuto metà della sua vita, lei. E avevo come la sensazione di sapere una cosa che lei non sapeva. E non avrebbe mai saputo. Un segreto. Qualcosa che nessuno doveva sapere e nemmeno parlarne. E così sono rimasta zitta. Mi sono limitata a scuotere la testa. Mi sa che mi avrà classificato come una un po’ tonta. Però, proprio non riuscivo ad aprir bocca. Sa cosa voglio dire? Credevo di sapere cose che lei neanche si immaginava. Se qualcuno mi facesse quella domanda adesso, sui miei sogni e tutto il resto, gli risponderei.
– E cosa gli diresti, tesoro? – Ora le ho preso l’altra mano. Ma non le sto facendo le unghie. Gliela reggo e basta, in attesa di ascoltarla.
Lei si tira avanti sulla poltrona. Cerca di riprendersi la mano.
– Che gli diresti?
Sospira e si appoggia allo schienale. Lascia la mano tra le mie. – Direi: “I sogni, be’, sono le cose da cui ci si risveglia”, ecco che cosa direi -. Si liscia la gonna sulle gambe. – Se qualcuno me lo chiedesse, direi proprio così. Ma nessuno me lo chiederà più.

[R. Carver, da “La briglia”, racconto contenuto in “Cattedrale”, 1983 – Ed. Einaudi Super ET, 2014, Trad. R. Duranti]

Avete presente quel curioso, cabalistico fenomeno – per me assai prezioso, per il quale in un breve lasso di tempo ci si ritrova a leggere più volte, da più parti, per più voci fra loro indipendenti di uno stesso tema, di uno stesso concetto. Il “sogno” in questo caso. Ecco. Oggi ancora, leggendo, mi è balzata agli occhi questa interpretazione. Assolutamente vera. Anche lei. Come tutte le altre.