Nuvole

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Steso sull’argine di un fosso, osservo le nuvole mutare forma in una serie di metamorfiche raffigurazioni. Lascio che giochino con la mia immaginazione. Se volessi, potrei essere ovunque. Col nonno, sullo Staffora, in una delle nostre mattinate di pesca. Il rumore bianco del canale sotto di me si anima, diventa un gorgoglio, mi riporta allo scrosciare incessante dell’acqua fra i sassi, mentre i riflessi di cristalli sommersi mi penetrano nelle pupille. Se chiudo gli occhi, odo il frusciare degli stivali nell’erba, il tintinnio delle canne da pesca sulla schiena del nonno e un’aria verdiana che gli esce dalle labbra fra gli sbuffi di sigaretta. Rivedo il suo sguardo sognante e vigile immerso nella natura intorno a noi.

Li riapro. I cumuli hanno cambiato figura: riconosco un toro mentre carica un cavallo a testa bassa, lo incorna sollevandolo da terra. Avverto l’enorme possanza nel collo dell’animale, ma non c’è ferocia nell’atto di sventrare il cavallo, bensì una sorta di dolcezza: la forza solida e calibrata di un plastico movimento di danza. Qualcosa di incredibilmente bello. Com’è possibile? mi chiedo. Come può essere gradevole un atto di violenza? Ciò che provo osservando i cumuli in cielo mi dà da pensare. Mi chiedo se ci si possa abituare alla violenza, alla guerra, all’odio, alla sofferenza, alla morte. Ciò che ho vissuto da quando sono partito per il fronte mi ha forse cambiato? Arriva un momento in cui non si ha più paura di nulla, rifletto. Non è così per tutti, ma a volte penso che la vita abbia la stessa consistenza delle nuvole a primavera.

Stiro i muscoli di gambe e braccia aspettando che il sole mi asciughi i vestiti. Sono stufo di stare immerso nell’acqua: dentro e fuori dai canali come una nutria in cerca di cibo. Avanziamo piano verso est, soprattutto di notte, cercando di cogliere il nemico di sorpresa. Un colpo di fucile interrompe il flusso dei miei pensieri e il frinire delle cicale. Si sono abituate anche loro, sorrido, al riprendere indisturbato del brusio. C’è un altro sparo, e dopo qualche istante un altro ancora. Sento il fischio del proiettile e il rumore dell’acqua mentre si immerge di sbieco nella corrente del canale. E’ a me che stanno puntando.

– Oltrepò! – sibila una voce. – Oltrepò! – ripete, a metà fra grido e sussurro. In guerra cambi nome, prendi quello della terra da cui provieni. E te lo tieni stretto, perché non sai se ci tornerai. Mi volto lentamente e scorgo un mio commilitone dietro un cumulo di rovi sul lato opposto del fosso. – Vuoi farti ammazzare? esclama imprecando. – Vieni! Siamo tutti di qua. Scrollo le spalle divertito. Non sto sfidando la sorte: sono fuori tiro. Un anno d’artiglieria farebbe bene a tutti.

Un altro sparo, dalla stessa distanza. Il mio cecchino non si è mosso, non sono ancora riuscito a identificare la sua posizione, ma sono certo che non si sia spostato. Mentre le cicale riprendono il loro concerto, mi immergo nuovamente nel canale, stando attento a non bagnare la parte superiore della casacca. Non lo attraverso, mi muovo lentamente con la corrente, raggiungendo dei folti ciuffi d’erba. Da lì, dopo un momento, lo vedo sollevare l’arma dopo averla ricaricata: è abbarbicato su un albero in fondo a un campo, posso immaginarlo mentre cerca un nuovo bersaglio o resiste alla tentazione di tirare a qualche animale. Non sembra avere intenzione di scendere, deve sentirsi al sicuro. Tasto istintivamente l’impugnatura del mio pugnale premendomi il berretto sul capo. So che stiamo tutti guardando nella stessa direzione. – Tu a destra, io a sinistra, – faccio al mio compagno. – Costeggiando il prato da entrambi i lati, possiamo accerchiarlo.

Al segnale del sottoufficiale, avanziamo tutti verso la nostra preda, che nel frattempo però abbandona la postazione, facendo perdere in fretta le proprie tracce. Mi stendo a terra e striscio fino a un filare di pioppi. Lo percorro per alcune decine di metri allontanandomi dal reticolo di rogge, verso i terreni a coltivo.

Sono immerso in un campo d’erba medica quando, alla mia destra, sento tuonare un nuovo colpo di fucile. Dal fragore capisco di essere vicino al punto di fuoco. Nascosto nell’erba, individuo il tiratore sotto un gelso, al riparo di un muretto basso di pietre. E’ sdraiato e si sente protetto. Spara un altro colpo e ricarica con calma, come se si trovasse a un’esercitazione.

Mi avvicino lentamente, protetto dalla vegetazione, certo di non essere visto. Quando sono a una decina di metri dall’obiettivo, infilo la mano nella cacciatora ed estraggo il mio ultimo thevenot. Mi alzo di scatto e glielo lancio contro. Lui se ne accorge all’ultimo e fa il gesto di alzarsi, nello stesso istante mi butto di lato e avviene l’esplosione. Alzo lo sguardo e lo vedo ricadere a terra.

– Preso! – esulto col cuore che mi salta nel petto. Istintivamente mi chiedo se qualcuno abbia assistito alla scena.

Resto immobile sul posto per qualche secondo con il respiro rotto di chi ha appena fatto uno scatto in salita. Sono convinto che il mio avversario sia morto, ma non ne sono sicuro. Estraggo il pugnale e avanzo con cautela. So cosa devo fare.

Mi avvicino piano, nell’aria, all’ombra del gelso, aleggiano ancora le tracce del vapore propagato dal mio ordigno: una nebbia sottile, dall’inconfondibile odore acre che sa di mandorla. Il soldato è riverso a terra ai miei piedi, supino, le braccia scomposte sopra la testa. Ha il ventre squarciato: il petardo gli deve essere scoppiato all’altezza dello stomaco mentre si sollevava sulle braccia.

Il mio racconto potrebbe terminare qui. Col mio vittorioso rientro fra i ranghi, le orgogliose pacche sulle spalle da parte dei miei commilitoni, evviva Oltrepò!, l’encomio del caposquadra e la ripresa delle nostre lente incursioni in avanscoperta sul Piave. Potrebbe finire così, ma non sarebbe onesto. Sarebbe ciò che voglio ricordare, non la realtà dei fatti. Perché la guerra è atroce, non eroica; la guerra è crudele, non giusta.

Ricordo la mattina d’inverno in cui vidi uccidere il maiale cui davo da mangiare ogni giorno chiamandolo per nome. Era ancora buio e faceva molto freddo, avevo dieci anni. Era la prima volta che prendevo parte a quel rituale. Il povero animale aveva capito tutto e si rifiutava di uscire dalla sua cella. Indietreggiava gemendo disperatamente. Avrei voluto tapparmi le orecchie per non sentire quelle urla, ma se l’avessi fatto sarei passato per un debole, una femminuccia. Mi convinsi che fosse una cosa necessaria, cui non potevo sottrarmi. Cercai di non pensare, di dimenticare, eressi una barriera emotiva dentro di me. Negli attimi che seguirono fu come se uscissi dal mio corpo e mi vedessi da fuori: non erano mie le mani che gettavano mestoli d’acqua bollente sulla pelle scorticata di una bestia sgozzata, non ero io il ragazzino che correva eccitato attorno al fuoco.

A cosa ho pensato mentre affondavo il coltello nel cuore di quel soldato? Cosa ha permesso ai miei sensi, alla mia mente, alla mia coscienza di finirlo come mi avevano insegnato a fare? Ho forse pensato ai miei compagni morti a decine sotto i colpi di cannone? A quelli caduti come foglie fuori dalle trincee? Ai feriti, finiti a colpi di mazza ferrata nella notte? Ho forse pensato ai villaggi sfollati e distrutti, a donne e bambini rimasti senza una casa? Può darsi, ma non ne sono affatto sicuro. Credo piuttosto di non aver pensato a nulla. Di aver agito d’istinto, come un automa. Nel mio cervello batteva un tamburo sordo che non mi permetteva di sentire, perché niente volevo sentire.

Mentre aspetto che i nervi si arrendano e i muscoli smettano di sussultare, una parte di me si convince che ho messo fine alla sua agonia, l’altra spera che in quello sguardo velato rimanga impresso il volto di chi gli ha dato la morte. Pulisco la lama sulla sua giubba, poi la apro e vi frugo rapidamente. Trovo un pacchetto di sigarette e me ne approprio avidamente. Nel farlo scorgo un taccuino infilato in una tasca più interna, lo tiro fuori e lo sfoglio: contiene diverse fotografie scattate in occasione di ricompense al valore. Le osservo con falsa indifferenza, conscio di aver tolto di mezzo un abile combattente che di certo ha provocato diverse perdite fra le nostre truppe. L’ultima, però, è una foto di famiglia; la vorrei evitare, ma non ci riesco. Sono tutti maledettamente giovani, biondi e belli, penso con una smorfia, soprattutto il bambino, un po’ imbronciato, in braccio al suo papà in divisa, in partenza per il fronte.

Vorrei poter dire di non essermi avvicinato, di essermi voltato e di essere andato via, appagato per aver sottratto i miei compagni al pericolo di un tiratore scelto ben appostato; fiero di aver eliminato, con un preciso quanto fortunato lancio di granata, uno dei tanti ostacoli alla riconquista del fronte.

Vorrei che fosse questo il mio pensiero, mentre sano e salvo raggiungo i miei sotto il cielo radioso e propizio di giugno.

Vorrei non aver udito quel lamento.

Sarebbe la mia soffice nuvola primaverile. Lieve, cangiante, passeggera. Ma falsa.

La verità, invece, giace a terra, fra i sassi.

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[P.B., 15/08/2021]

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Ispirato a una storia vera.

La morte non riguarda noi

La resurrezione. Nella forma più volgare in cui se ne parla, a consolazione dei deboli, mi è estranea. E anche le parole di Cristo sui vivi e sui morti io le ho intese sempre in altro modo. Dove mettereste questi immensi eserciti arruolati in tutti i millenni? Non basterebbe l’universo, e la divinità, il bene e il raziocinio dovrebbero cedere il posto. In quell’avida calca animalesca sarebbero schiacciati.

Ma, nel tempo, sempre la medesima vita, incommensurabilmente identica, riempie l’universo, a ogni ora si rinnova in innumerevoli combinazioni e trasformazioni. Ecco, voi vi preoccupate se risorgerete o meno, mentre siete già risorta, senza accorgervene, quando siete nata.

Sentirete dolore? Sente forse il tessuto la propria dissoluzione? Cioè, in altre parole, che sarà della vostra coscienza? Ma che cos’è la coscienza? Vediamo. Desiderare coscientemente di dormire è insonnia garantita, tentare coscientemente di avvertire il lavorio della propria digestione è esattamente voler perturbare la sua innervazione. La coscienza è un veleno, un mezzo di autoavvelenamento per il soggetto che la applica su se stesso. La coscienza è luce, proiettata al di fuori e che illumina la strada davanti a noi, perché non si inciampi. La coscienza sono i fari accesi davanti a una locomotiva che corre. Rivolgete la loro luce all’interno e succederà una catastrofe.

Dunque, che sarà della vostra coscienza? Della vostra. La vostra. Ma voi, che cosa siete? Qui sta il punto. Guardiamo meglio. In che modo avete memoria di voi stessa, di quale parte del vostro organismo siete cosciente? Dei vostri reni, del fegato, dei vasi sanguigni? No, per quanto ricordiate, di voi vi siete sempre accorta in una estrinsecazione, in un atto, nelle opere delle vostre mani, in famiglia, fra gli altri. E, ora, state bene attenta. L’uomo negli altri uomini, ecco che cos’è l’anima dell’uomo. Ecco che cosa siete voi, ecco di che cosa ha respirato, si è nutrita, si è abbeverata per tutta la vita la vostra coscienza. Della vostra anima, della vostra immortalità, della vostra vita negli altri. E allora? Negli altri siete vissuta, negli altri resterete. Che differenza fa per voi se poi ciò si chiamerà memoria? Sarete ancora voi, entrata a far parte del futuro.

Un’ultima cosa. Non c’è nulla di cui preoccuparsi. La morte non esiste. La morte non riguarda noi.

(discorso del giovane dottor Jurij Aleksàndrovic Zivago ad Anna Ivànovna, gravemente malata)

[Boris Pàsternak, Il dottor Zivago, Ed. Feltrinelli 1963, Trad. P. Zveteremich, M. Socrate, M. Olsoufieva]

La mia anima ha fretta

Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da ora in avanti, rispetto a quanto ho vissuto finora…

Mi sento come quel bimbo cui regalano un pacchetto di dolci: i primi li mangia con piacere, ma quando si accorge che gliene rimangono pochi, comincia a gustarli intensamente.

Non ho più tempo per riunioni interminabili, in cui si discutono statuti, leggi, procedimenti e regolamenti interni, sapendo che alla fine non si concluderà nulla.

Non ho più tempo per sopportare persone assurde che, oltre che per l’età anagrafica, non sono cresciute per nessun altro aspetto.

Non ho più tempo, da perdere per sciocchezze.

Non voglio partecipare a riunioni in cui sfilano solo “Ego” gonfiati.

Ora non sopporto i manipolatori, gli arrivisti, né gli approfittatori.

Mi disturbano gli invidiosi, che cercano di discreditare i più capaci, per appropriarsi del loro talento e dei loro risultati.

Detesto, se ne sono testimone, gli effetti che genera la lotta per un incarico importante. Le persone non discutono sui contenuti, ma solo sui titoli…

Ho poco tempo per discutere di beni materiali o posizioni sociali. Amo l’essenziale, perché la mia anima ora ha fretta…

Non ho più molti dolci nel pacchetto…

Adesso, così solo, voglio vivere tra gli esseri umani, molto sensibili.

Gente che sappia amare e burlarsi dell’ingenuo e dei suoi errori.

Gente molto sicura di se stessa, che non si vanti dei suoi lussi e delle sue ricchezze.

Gente che non si consideri eletta anzitempo.

Gente che non sfugga alle sue responsabilità.

Gente molto sincera che difenda la dignità umana.

Con gente che desideri solo vivere con onestà e rettitudine.

Perché solo l’essenziale è ciò che fa sì che la vita valga la pena viverla.

Voglio circondarmi di gente che sappia arrivare al cuore delle altre persone…

Gente cui i duri colpi della vita, abbiano insegnato a crescere con dolci carezze nell’anima.

Sí… ho fretta… per vivere con l’intensità che niente più che la maturità ci può dare.

Non intendo sprecare neanche un solo dolce di quelli che ora mi restano nel pacchetto.

Sono sicuro che saranno squisiti, molto di più di quelli che ho mangiato finora.

Il mio obiettivo, alla fine, è andar via soddisfatto e in pace con i miei cari e con la mia coscienza.

Abbiamo due vite e la seconda inizia quando ti rendi conto che ne hai solo una.

[Mario De Andrade]

Un ragazzo di dieci anni

Tragica, lirica presentazione del protagonista del romanzo. Un brano di prosa che è poesia. La rivisitazione degli a capo è mia. P.

Scoccarono gli ultimi minuti,

scanditi, irrevocabili.

“La terra del Signore e la sua creazione, l’universo e ogni cosa vivente”.

Il prete nel gesto della benedizione gettò un pugno di terra

su Màrija Nikolàevna.

Fu intonato “Con gli spiriti giusti”.

Poi tutto prese un ritmo spaventoso.

La bara fu chiusa, inchiodata, calata nella fossa.

Tambureggiò la pioggia delle palate di terra,

rovesciata in fretta, con quattro vanghe,

sulla cassa,

finché non si formò un piccolo tumulo.

Sopra vi salì un ragazzo di dieci anni.

[Boris Pàsternak, Il dottor Zivago, Ed. Feltrinelli 1963, Trad. P. Zveteremich, M. Socrate, M. Olsoufieva]

Anomalia

btr

 

L’aria è pungente

all’ombra del tetto.

Un’alba di piccole stelle

mi accompagna al confine

di un universo giardino.

Anche il rosmarino s’è ornato

di un velo bianco celeste.

In questo tempo spietato

Madre Natura non indugia

la sua mano, deliberata

aggiunge e rimuove

come meglio crede.

D’un tratto, il silenzio.

La frenesia sui rami

cede il passo a un fruscio.

Poi un grido, inumano.

Raddrizzo la schiena.

Un carro funebre scivola piano

sotto il mio sguardo sospeso.

Poi l’urlo, di nuovo

da una finestra spalancata.

Voce di donna, straziante

che irrompe, atterrisce.

Una sola parola

la stessa

lacerata.

La prima.

Di fame, sete

rabbia

disperazione.

D’amore.

L’ultima.

In un feroce addio.

 

[P.B., 4/4/2020]

 

L’altra mattina, poco lontano da qui, il conducente di un carro funebre, per gentilezza, ha fatto una deviazione sul tragitto verso il cimitero, per passare sotto casa della figlia di una donna morta di Covid-19, affinché la vedesse, anche così, a distanza, un’ultima volta.

Quando sarò morto

Quando sarò morto
e verrete al mio funerale
fate che sia per voi
un’occasione d’incontro.
Non vi lascerò molto
niente figli,
tronchi cresciuti
fra i sassi
in cerca di luce.
Niente lacerazioni
ragioni d’ansia
di rivendicazione.
Non sarà una liberazione
non c’è stata invasione.
Che sia almeno un’occasione, sì
anche solo un momento
in cui
magari dopo tanto tempo
parlerete fra voi
esseri umani curiosi
felici di conoscervi
una volta ancora.
Ma se davvero non avrò lasciato nulla
non un segno, un ricordo
una parola, un lamento
un dolore
allora questo non potrà mai accadere.
Non verrete
non vedrete la mia tomba
il mio volto da estinto.
Non vi darete la mano
non vi abbraccerete.
Non saprete
perché non ve lo diranno.
Se è così che andranno le cose
sarà stato tutto inutile.

A Ricky

Non ti ho visto.

Ma di te ho un’immagine chiara.

Sei disteso, riverso, faccia a terra.

[qualcuno direbbe muso]

Posso vedere i ciuffi sparuti dei tuoi capelli irridere alle piastrelle del pavimento.

Hai il naso schiacciato dal peso del corpo

come se reggesse tutto: spalle, gambe, mani, il tuo busto infagottato in strati di pile.

Come se urtasse contro tutto e tutti.

[una battaglia persa in partenza]

Un’ultima volta, decisiva.

Vedo i jeans abbassati, che non hai finito di allacciare

le ciabatte ammutinate

poco più in là, gli occhiali.

Sei umile e squallido nella tua fine improvvisa.

Non poteva essere altrimenti, lo sapevamo.

Eppure fa freddo, lì dove sei.

Sei solo.

[hanno dovuto sfondare la porta, sai?]

Eppure tu salutavi tutti. Sempre.

E non trattenevi i pruriti.

Eri fuori, lo eri davvero.

[non era colpa tua]

Per questo, credo, eri in ognuno di noi.

Per questo, credo, ti rimpiangeremo.

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[P.B., 8/3/2018]