Quando sarò morto

Quando sarò morto
e verrete al mio funerale
fate che sia per voi
un’occasione d’incontro.
Non vi lascerò molto
niente figli,
tronchi cresciuti
fra i sassi
in cerca di luce.
Niente lacerazioni
ragioni d’ansia
di rivendicazione.
Non sarà una liberazione
non c’è stata invasione.
Che sia almeno un’occasione, sì
anche solo un momento
in cui
magari dopo tanto tempo
parlerete fra voi
esseri umani curiosi
felici di conoscervi
una volta ancora.
Ma se davvero non avrò lasciato nulla
non un segno, un ricordo
una parola, un lamento
un dolore
allora questo non potrà mai accadere.
Non verrete
non vedrete la mia tomba
il mio volto da estinto.
Non vi darete la mano
non vi abbraccerete.
Non saprete
perché non ve lo diranno.
Se è così che andranno le cose
sarà stato tutto inutile.

A Ricky

Non ti ho visto.

Ma di te ho un’immagine chiara.

Sei disteso, riverso, faccia a terra.

[qualcuno direbbe muso]

Posso vedere i ciuffi sparuti dei tuoi capelli irridere alle piastrelle del pavimento.

Hai il naso schiacciato dal peso del corpo

come se reggesse tutto: spalle, gambe, mani, il tuo busto infagottato in strati di pile.

Come se urtasse contro tutto e tutti.

[una battaglia persa in partenza]

Un’ultima volta, decisiva.

Vedo i jeans abbassati, che non hai finito di allacciare

le ciabatte ammutinate

poco più in là, gli occhiali.

Sei umile e squallido nella tua fine improvvisa.

Non poteva essere altrimenti, lo sapevamo.

Eppure fa freddo, lì dove sei.

Sei solo.

[hanno dovuto sfondare la porta, sai?]

Eppure tu salutavi tutti. Sempre.

E non trattenevi i pruriti.

Eri fuori, lo eri davvero.

[non era colpa tua]

Per questo, credo, eri in ognuno di noi.

Per questo, credo, ti rimpiangeremo.