La morte non riguarda noi

La resurrezione. Nella forma più volgare in cui se ne parla, a consolazione dei deboli, mi è estranea. E anche le parole di Cristo sui vivi e sui morti io le ho intese sempre in altro modo. Dove mettereste questi immensi eserciti arruolati in tutti i millenni? Non basterebbe l’universo, e la divinità, il bene e il raziocinio dovrebbero cedere il posto. In quell’avida calca animalesca sarebbero schiacciati.

Ma, nel tempo, sempre la medesima vita, incommensurabilmente identica, riempie l’universo, a ogni ora si rinnova in innumerevoli combinazioni e trasformazioni. Ecco, voi vi preoccupate se risorgerete o meno, mentre siete già risorta, senza accorgervene, quando siete nata.

Sentirete dolore? Sente forse il tessuto la propria dissoluzione? Cioè, in altre parole, che sarà della vostra coscienza? Ma che cos’è la coscienza? Vediamo. Desiderare coscientemente di dormire è insonnia garantita, tentare coscientemente di avvertire il lavorio della propria digestione è esattamente voler perturbare la sua innervazione. La coscienza è un veleno, un mezzo di autoavvelenamento per il soggetto che la applica su se stesso. La coscienza è luce, proiettata al di fuori e che illumina la strada davanti a noi, perché non si inciampi. La coscienza sono i fari accesi davanti a una locomotiva che corre. Rivolgete la loro luce all’interno e succederà una catastrofe.

Dunque, che sarà della vostra coscienza? Della vostra. La vostra. Ma voi, che cosa siete? Qui sta il punto. Guardiamo meglio. In che modo avete memoria di voi stessa, di quale parte del vostro organismo siete cosciente? Dei vostri reni, del fegato, dei vasi sanguigni? No, per quanto ricordiate, di voi vi siete sempre accorta in una estrinsecazione, in un atto, nelle opere delle vostre mani, in famiglia, fra gli altri. E, ora, state bene attenta. L’uomo negli altri uomini, ecco che cos’è l’anima dell’uomo. Ecco che cosa siete voi, ecco di che cosa ha respirato, si è nutrita, si è abbeverata per tutta la vita la vostra coscienza. Della vostra anima, della vostra immortalità, della vostra vita negli altri. E allora? Negli altri siete vissuta, negli altri resterete. Che differenza fa per voi se poi ciò si chiamerà memoria? Sarete ancora voi, entrata a far parte del futuro.

Un’ultima cosa. Non c’è nulla di cui preoccuparsi. La morte non esiste. La morte non riguarda noi.

(discorso del giovane dottor Jurij Aleksàndrovic Zivago ad Anna Ivànovna, gravemente malata)

[Boris Pàsternak, Il dottor Zivago, Ed. Feltrinelli 1963, Trad. P. Zveteremich, M. Socrate, M. Olsoufieva]

La mia anima ha fretta

Ho contato i miei anni ed ho scoperto che ho meno tempo da vivere da ora in avanti, rispetto a quanto ho vissuto finora…

Mi sento come quel bimbo cui regalano un pacchetto di dolci: i primi li mangia con piacere, ma quando si accorge che gliene rimangono pochi, comincia a gustarli intensamente.

Non ho più tempo per riunioni interminabili, in cui si discutono statuti, leggi, procedimenti e regolamenti interni, sapendo che alla fine non si concluderà nulla.

Non ho più tempo per sopportare persone assurde che, oltre che per l’età anagrafica, non sono cresciute per nessun altro aspetto.

Non ho più tempo, da perdere per sciocchezze.

Non voglio partecipare a riunioni in cui sfilano solo “Ego” gonfiati.

Ora non sopporto i manipolatori, gli arrivisti, né gli approfittatori.

Mi disturbano gli invidiosi, che cercano di discreditare i più capaci, per appropriarsi del loro talento e dei loro risultati.

Detesto, se ne sono testimone, gli effetti che genera la lotta per un incarico importante. Le persone non discutono sui contenuti, ma solo sui titoli…

Ho poco tempo per discutere di beni materiali o posizioni sociali. Amo l’essenziale, perché la mia anima ora ha fretta…

Non ho più molti dolci nel pacchetto…

Adesso, così solo, voglio vivere tra gli esseri umani, molto sensibili.

Gente che sappia amare e burlarsi dell’ingenuo e dei suoi errori.

Gente molto sicura di se stessa, che non si vanti dei suoi lussi e delle sue ricchezze.

Gente che non si consideri eletta anzitempo.

Gente che non sfugga alle sue responsabilità.

Gente molto sincera che difenda la dignità umana.

Con gente che desideri solo vivere con onestà e rettitudine.

Perché solo l’essenziale è ciò che fa sì che la vita valga la pena viverla.

Voglio circondarmi di gente che sappia arrivare al cuore delle altre persone…

Gente cui i duri colpi della vita, abbiano insegnato a crescere con dolci carezze nell’anima.

Sí… ho fretta… per vivere con l’intensità che niente più che la maturità ci può dare.

Non intendo sprecare neanche un solo dolce di quelli che ora mi restano nel pacchetto.

Sono sicuro che saranno squisiti, molto di più di quelli che ho mangiato finora.

Il mio obiettivo, alla fine, è andar via soddisfatto e in pace con i miei cari e con la mia coscienza.

Abbiamo due vite e la seconda inizia quando ti rendi conto che ne hai solo una.

[Mario De Andrade]

Un ragazzo di dieci anni

Tragica, lirica presentazione del protagonista del romanzo. Un brano di prosa che è poesia. La rivisitazione degli a capo è mia. P.

Scoccarono gli ultimi minuti,

scanditi, irrevocabili.

“La terra del Signore e la sua creazione, l’universo e ogni cosa vivente”.

Il prete nel gesto della benedizione gettò un pugno di terra

su Màrija Nikolàevna.

Fu intonato “Con gli spiriti giusti”.

Poi tutto prese un ritmo spaventoso.

La bara fu chiusa, inchiodata, calata nella fossa.

Tambureggiò la pioggia delle palate di terra,

rovesciata in fretta, con quattro vanghe,

sulla cassa,

finché non si formò un piccolo tumulo.

Sopra vi salì un ragazzo di dieci anni.

[Boris Pàsternak, Il dottor Zivago, Ed. Feltrinelli 1963, Trad. P. Zveteremich, M. Socrate, M. Olsoufieva]

Anomalia

btr

 

L’aria è pungente

all’ombra del tetto.

Un’alba di piccole stelle

mi accompagna al confine

di un universo giardino.

Anche il rosmarino s’è ornato

di un velo bianco celeste.

In questo tempo spietato

Madre Natura non indugia

la sua mano, deliberata

aggiunge e rimuove

come meglio crede.

D’un tratto, il silenzio.

La frenesia sui rami

cede il passo a un fruscio.

Poi un grido, inumano.

Raddrizzo la schiena.

Un carro funebre scivola piano

sotto il mio sguardo sospeso.

Poi l’urlo, di nuovo

da una finestra spalancata.

Voce di donna, straziante

che irrompe, atterrisce.

Una sola parola

la stessa

lacerata.

La prima.

Di fame, sete

rabbia

disperazione.

D’amore.

L’ultima.

In un feroce addio.

 

[P.B., 4/4/2020]

 

L’altra mattina, poco lontano da qui, il conducente di un carro funebre, per gentilezza, ha fatto una deviazione sul tragitto verso il cimitero, per passare sotto casa della figlia di una donna morta di Covid-19, affinché la vedesse, anche così, a distanza, un’ultima volta.

Quando sarò morto

Quando sarò morto
e verrete al mio funerale
fate che sia per voi
un’occasione d’incontro.
Non vi lascerò molto
niente figli,
tronchi cresciuti
fra i sassi
in cerca di luce.
Niente lacerazioni
ragioni d’ansia
di rivendicazione.
Non sarà una liberazione
non c’è stata invasione.
Che sia almeno un’occasione, sì
anche solo un momento
in cui
magari dopo tanto tempo
parlerete fra voi
esseri umani curiosi
felici di conoscervi
una volta ancora.
Ma se davvero non avrò lasciato nulla
non un segno, un ricordo
una parola, un lamento
un dolore
allora questo non potrà mai accadere.
Non verrete
non vedrete la mia tomba
il mio volto da estinto.
Non vi darete la mano
non vi abbraccerete.
Non saprete
perché non ve lo diranno.
Se è così che andranno le cose
sarà stato tutto inutile.

A Ricky

Non ti ho visto.

Ma di te ho un’immagine chiara.

Sei disteso, riverso, faccia a terra.

[qualcuno direbbe muso]

Posso vedere i ciuffi sparuti dei tuoi capelli irridere alle piastrelle del pavimento.

Hai il naso schiacciato dal peso del corpo

come se reggesse tutto: spalle, gambe, mani, il tuo busto infagottato in strati di pile.

Come se urtasse contro tutto e tutti.

[una battaglia persa in partenza]

Un’ultima volta, decisiva.

Vedo i jeans abbassati, che non hai finito di allacciare

le ciabatte ammutinate

poco più in là, gli occhiali.

Sei umile e squallido nella tua fine improvvisa.

Non poteva essere altrimenti, lo sapevamo.

Eppure fa freddo, lì dove sei.

Sei solo.

[hanno dovuto sfondare la porta, sai?]

Eppure tu salutavi tutti. Sempre.

E non trattenevi i pruriti.

Eri fuori, lo eri davvero.

[non era colpa tua]

Per questo, credo, eri in ognuno di noi.

Per questo, credo, ti rimpiangeremo.

.

[P.B., 8/3/2018]