Sono piaciute

– Cosa?

– Le donne.

– Quali donne, scusa, sii un po’ più preciso…

– Tutte.

– Tutte?

– Sì, tutte le donne del mondo.

– Ah…, vorrei ben dire!

.

.

Un mio brevissimo racconto è risultato 2° classificato ex aequo al IX TROFEO GATTICESE DELLE ARTI, Sezione C – Racconti

Io molto contento! :-)))

P.

Matilda

Un esercizio letterario (forse)

.

.

.

.

.

.

Giorni fa ho ricevuto una proposta via email. Una sorta di gioco creativo, almeno così credo. Mi è stata inviata la descrizione di una giovane donna, invitandomi a trovarle un nome e ad associarle un luogo, una città, entrambi rigorosamente italiani.

Dopo una timida domanda, la cui risposta è stata alquanto vaga, ho preferito non indagare oltre sulle reali motivazioni sottese a detta richiesta. Marketing, copywriting, analisi socio-psico-attitudinali…, una qualche forma di indagine di mercato, magari affidata agli algoritmi impersonali e perversi di un cervellone elettronico operante worldwide, dotato di un traduttore multilingue avanzato e, tutto sommato, forbito… Ho anche pensato a una ricerca finalizzata allo sviluppo di un gioco in scatola. Magari, invece, l’autore dell’email, tale Michel, non è affatto un’intelligenza artificiale con voce robotica e impersonale, bensì uno scrittore straniero in cerca di un piccolo aiuto per caratterizzare un personaggio, italiano, da inserire nel suo ultimo romanzo. O uno sceneggiatore… Chissà.

Provare a rispondere a questa domanda è stata forse la cosa più intrigante dell’intera vicenda. E per ora preferisco tenermi buona una delle ultime ipotesi.

Dopo un po’ di tempo, quindi, ho riletto la descrizione trasmessami, non una delle tante spedite urbi et orbi a scopo scientifico o commerciale in cerca di big data, ma la sola, l’unica, vera descrizione corrispondente all’atto immaginifico e creativo in grado di dare luce ad un nuovo personaggio letterario, e ho deciso di farne motivo di ispirazione per un pezzo. Mi sono messo al “lavoro”, tenendo bene a mente le indicazioni impartitemi da Michel:

Dovresti dunque accostare al personaggio un nome italiano e una città italiana, e tratteggiare con parole l’intero percorso percettivo che ti ha indotto a fare quelle determinate scelte. Nome e città devono suscitare in te quelle immagini con cui io ho presentato la figura della ragazza.

Ecco a voi, quindi, la giovane donna di Michel.

.

.

.

Giovane donna

.

I suoi movimenti sono larghi, maestosi, affascinanti, ma anche eleganti e femminili.

La chioma fluente è color rame, naturalmente ondulata.

Ha un volto seducente in cui ogni tratto rivela una grazia particolare: la squisitezza dei lineamenti, la massa dei capelli ramati, le labbra di corallo piene, fresche e struggenti, gli occhi cerulei penetranti ed espressivi, la maestà comunicativa dell’espressione, il mento solcato da una deliziosa fossetta la fanno sembrare una qualche musa dei Preraffaelliti. Incantevole come un ideale artistico di bellezza, ha l’aria languida e grave, la bellezza affascinante e ipnotica che hanno le fanciulle ritratte dai grandi maestri della pittura.

Gli occhi sono larghi, lucenti. Il gesto misurato e importante. La pelle fine e setosa è d’un biancore così puro e luminoso che potrebbe contendere col candore del giglio, appare levigata come quella di una statua di Michelangelo, e la fanciulla sembra contemporaneamente opulenta e delicata.

.

.

.

Ed ecco cosa la mia misera-mente (dotata di ben poca fantasia), con il provvidenziale aiuto di un’evocativa immagine di Eletta Senso, è stata in grado di generare.

.

.

.

Matilda

.

Esplodi in me

macchia rossa che s’allarga

invadendo l’occhio

poi ombra diffusa

profumo

danza di primavera.

Sei giovinezza che torna

che percuote le vene

o solo il ricordo – ché più non distinguo

immagine da carne viva

che fu canto

seta tra le dita.

Chi sei, Matilda?

Perché non parli?

Le tue labbra

sono dune offerte alla luna

melograno squarciato

incavo della coscienza

impronta divina del peccato.

Nella mia bocca

il tuo rame si fonde

nell’incedere irrisolto

della cecità del senso.

Ed io esisto

appena più indietro

fra la tua nuca

e i sassi di Bomarzo

in uno spasmo lacuale

dissanguato pensiero

del tuo ultimo sospiro.

.

[P.B., 10/10/2020, con buona pace di Michel]

.

.

.

Immagine di copertina: Rielaborazione grafica di Eletta Senso

Next

Voglio una parola sola, anche una sola lettera.
Per me, per sapere che ti manco.
Per non immaginarlo soltanto, di mancarti.
Voglio mancarti il sabato e la domenica.
Quando vivi la vita vera e non c’è tempo per le parole.
Che poi, se anche fosse, sarebbe una sveltina.
Mi piacciono le sveltine che ci facciamo in settimana, quelle fatte di ciao come stai.
Mi piacciono, certo. Sono coccole per dirci che ci siamo.
Ma non mi bastano più.
Oggi vorrei che mi scrivessi Guerra e Pace, solo per il numero di pagine.
Non me lo scrivi, no?
Va bene, fa lo stesso. Va bene la sveltina.
Vengo io da te, in vespa naturalmente.
Arrivo, ti citofono e tu scendi.
Solo pochi versi, li scrivo io.
Tu li leggi mi sorridi e mi dici che son matta.
Non saranno ermetici, saranno versi chiarissimi.
Nessuna metafora. Nessuna similitudine.
Nessun ossimoro. Nessun enjambement.
Nessuna rima.
No endecasillabi, no settenari.
Nemmeno monosillabi.
Un verso unico.
Un trionfo.
La ‘next poetry’.
Lo scrivo grande per riempire il foglio.
Centrato.
Te lo declamo ad alta voce, te lo grido.
Perché so che potrebbe piacerti la mia voce e so che ti piaccio quando bado al sodo.

S C O P A M I

Ti è piaciuto?
Ammettilo, per scrivere certe cose trai ispirazione dalle tue ex, vero?
Ecco io sono ‘next’.
E adesso scopiamo.

Seni

La pudicizia (seni) - A. Corradini

“La pudicizia”, Corradini – web

Non sono uguali. Ma ugualmente belli. Uno più sodo e gonfio, il primo, il preferito. L’altro, non più piccolo, ma alleggerito, la pelle morbida che s’incurva appena; giovane e fresca, non fa una grinza. Ho il sospetto che con quello senta di più. In quei giorni, invece, l’altro è teso come un tamburo, è un campanello d’allarme, duole solo a sfiorarlo. Sono belli. Gliel’ha detto anche il dottore. Le ha fatto i complimenti: perfetti, ha detto; ha usato proprio quella parola. E se ne intende lui, ne vede tanti. Sono belli e importanti, in quella figura di bambola e bambina. Li amo. Amo quelle due capocchie rosse e la crusca che le contorna. Amo quelle forme diverse e la loro pelle opalina. Amo il respiro che le anima. Amo quell’asimmetria: all’inizio non l’avevo nemmeno scorta, complice un artificio di spugna. E’ stata lei a rivelarmela, una specie di anticipata confessione. Poi il desiderio, la confidenza. Mi manca. Tutto. Mi manca tutto di lei. La più piccola imperfezione, la più piccola anomalia. Ciò che la rendeva unica. Ciò che la rendeva mia.

Mani

 

Ratto di Proserpina - Bernini - Mani

“Il ratto di Proserpina”, Bernini – web

Quella cosa delle mani. Strano, mi viene in mente solo adesso, quando è tutto finito. Certe cose la nostra mente ce le propone solo nel poi. In realtà credo che tornino, risalgano in superficie. Perché son sempre state lì, dall’inizio. Dal primo giorno, dalla prima volta. La prima volta che l’hai sfiorata, l’hai toccata, l’hai fatta godere. Lei che a un tratto apre gli occhi e sussurra una frase, una domanda. “Che mani hai?” Tu che ti fermi e la guardi stupito. Rimani così per un momento, interdetto, cercando qualcosa da dire. La battuta pronta non ce l’hai, così t’interroghi sul senso. Che mani hai? Che razza di domanda è? Fai a tempo a pensare che le tue mani, le tue dita affusolate non hanno proprio niente che non va. Qualcuno te le ha pure ammirate, te le ha invidiate. Vorresti alzarne una e contemplarla insieme a lei, proprio in questo momento. Ecco, adesso la sfili dalle sue mutandine, aspetti che lei apra gli occhi e gliela fai vedere, le dita divaricate, mentre la giri: prima il palmo, poi il dorso. Le mie mani? Cos’hanno che non va le mie mani? Le chiedi. Che difetto ci trovi? Ma non lo fai, non è così che vanno le cose. Il richiamo della sua pelle, sempre più attraente, del suo respiro, sempre più esigente. Così metti via il pensiero e ti immergi di nuovo anche tu. Anche se in un angolo da qualche parte nella tua scatola cranica s’annida una piccola bolla d’aria. Lei è lì con te, sta godendo, eppure in quello stesso momento ti sta misurando, ti sta confrontando. Con chi? Ricacci il pensiero e continui. Non è un problema, non è successo niente, ti dici. Più vai avanti e più non senti niente. Una bolla molto più grande, umida e calda, in grado di contenere il tuo corpo e quello di lei insieme, un’aura avvolgente ti isola, ti solleva, ti permea dell’assordante fruscio della sua bambagia. Sei solo battito e respiro ora. E lei con te. “Non sono mani da uomo”. La sua voce, di nuovo, in un mugolio. Poi ancora, appena più salda: “Non hai nemmeno un callo. Sono lisce…”. Ora apri gli occhi e la fissi. Lei schiude appena le palpebre e le serra subito dopo, come per non vederti. Tu le accarezzi le natiche accennando un timido buffetto, le serri un seno senza convinzione, con l’altra mano lasci andare i capelli e la stringi appena sotto la nuca. Infine ti fermi, indeciso sul da farsi. Un timore reverenziale ti impedisce di posare di nuovo le dita sul suo sesso. La sua di mano, però, non si ferma. Anzi, prende a muovere con più forza. Ti chiama. Allora ti insinui di nuovo nel suo umore, aumentato, espanso, che accogli e lasci dilagare dentro te. La baci, le mordi le labbra, il collo. Lei geme per la paura di non riuscire a trattenersi, di non trattenere il piacere che le dà essere amata da un uomo e una donna simultaneamente. Infine ti ferma, si ferma, respira. E ti chiede: “Adesso cosa vuoi fare?”

[P.B., 29/5/2016]