Gentile cliente

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Mi è successa ‘sta cosa del satellitare della macchina, l’ennesima seccatura. Sarà che io e l’elettronica non andiamo d’accordo, sono un po’ all’antica, ma stavolta davvero non è colpa mia.

Mi spiego meglio: cinque o sei anni fa, ricevo una chiamata da un numero sconosciuto e una voce cordiale, quasi entusiasta, dice di chiamare per conto della mia compagnia di assicurazioni: – Gentile cliente, – dice, – la compagnia le propone un upgrade della sua polizza auto. Costless -. Il disagio provocatomi da quell’uso scellerato della lingua e il silenzio che ne deriva non scoraggiano la voce, che continua: – Senza costi aggiuntivi, installeremo un nuovo dispositivo elettronico sulla sua auto. Si tratta di un sistema GPS, un dispositivo elettronico prodotto da un’azienda leader di mercato nel controllo satellitare. L’apparecchio comunicherà la sua posizione in tempo reale a un servizio di assistenza online, twenty-four seven, su tutto il territorio nazionale… -. Non contenta, la voce enumera termini e condizioni contrattuali con la velocità e la passione di un droide di Star Wars, seguiti da altri dieci secondi di silenzio attonito.

– Ripeto: wireless and costless, – riprende, – ultima tecnologia, massima affidabilità. Ti trovano ovunque sei (chi?!, mi chiedo mentre ascolto), zero costi aggiuntivi: un servizio riservato ai nostri migliori clienti.

– …

– Che macchina ha lei? Mi faccia controllare… -. Parla da solo, fa tutto da solo.

Non sono nemmeno sicuro che abbia chiamato la persona giusta. Gentili clienti lo siamo un po’ tutti, no? E di certo con solo una polizza auto all’attivo non mi sarei mai considerato uno dei loro migliori clienti.

Lo sento ticchettare su una tastiera e me lo immagino davanti al monitor come un personaggio dei film, camicia cravatta cuffie e microfono, che lavora in un loculo di vetro e cartone fra decine di persone come lui, in un enorme salone, una specie di alveare di agenti e venditori che passano le giornate a rompere le scatole al prossimo.

Dopo una breve attesa, riempita dalle voci attenuate provenienti dagli altri loculi, la voce torna a squillare: – Trovata! Targa DY230GF immatricolata nel 2010 -. Ero proprio io, o meglio, la mia macchina.

Lo lascio parlare ancora un po’, poi gli dico che ci penserò su, lo saluto e riattacco. Ma qualche giorno dopo, con una telefonata dello stesso tenore, anzi identica – sembrava un disco rotto, la voce del loculo mi convince ad accettare. D’altronde era costless

Via email mi danno istruzioni per recarmi presso un elettrauto, che provvederà ad installare il dispositivo. Un ragazzone alto e simpatico, di quelli che lavorano in maglietta anche a gennaio, in meno di un’ora sistema tutto senza chiedermi un euro, mi fa solo firmare una carta, ed io tutto contento riprendo la mia macchina, che sembra quella di prima, a meno di un bottoncino nero in più appena sotto il cruscotto. Costless, sorrido, avviando il motore.

Silenzioso, inerte, era come non averlo ‘sto GPS, anche se lui, ripensandoci, registrava ogni mio spostamento. A dir la verità, una volta è entrato in azione. Una sera, qualche mese dopo, un tipo mi tampona mentre son fermo a uno stop. Stiamo compilando la constatazione amichevole sul cofano della mia macchina, quando sentiamo squillare un telefono. E’ il mio. Stavolta è una voce di donna: – Servizio assistenza, – dice. – Abbiamo ricevuto una segnalazione dal suo trasmettitore. E’ successo qualcosa? Sta bene? Ha bisogno di aiuto? – incalza con grinta e determinazione da operatore del 118. La informo dell’accaduto: l’altro mi aveva toccato appena, un micro-tamponamento, roba da nulla, solo un fastidioso contrattempo. La rassicuro: stiamo tutti bene. Lei assume un tono più rilassato e chiude la pratica in un click.

Da quella volta ogni volta che non vedevo un dosso mi aspettavo una telefonata. Invece è stata l’unica chiamata in cinque anni, per fortuna.

Col tempo mi sono completamente dimenticato di averlo, il trasponder. Poi l’anno scorso decido di cambiare compagnia di assicurazioni. Avete presente il bracco che parla in televisione? Quello con la voce di Robin Williams, razza weimeraner (suona meglio bracco, in effetti), bellissimo: ne adotterei uno, se non rischiassi di sentirmi obbligato a scindere un contratto a settimana. Fatto sta che seguo il suo consiglio, faccio il mio compitino confrontando un po’ di preventivi e scopro di poter risparmiare una bella manciata di euro. Detto fatto: alla scadenza disdico e migro altrove.

Ovviamente nessuno mi dice niente. Peccato che quando son passati tredici mesi dalla disdetta puntuale mi arriva una raccomandata.

Rientrando a casa, controllando la cassetta delle lettere, provo sempre un tuffo al cuore. Da ragazzo, accadeva se ricevevo una cartolina da una ragazza. Oggi, se infilando la mano nella scatola delle lettere potessi venir morso da un crotalo, come ho visto accadere una volta in un film, avrei meno paura. Le raccomandate fanno più male. Sono più subdole. Non colpiscono subito, prima ti arriva il mancato recapito: ti avvertono, sta per succedere. Così passerai il tempo che ti separa dalla punizione, interrogandoti su come, quando e perché tu possa aver suscitato l’ira funesta del Sistema Erariale, che ci controlla sempre, giorno e notte, senza perdersi la nostra più piccola mossa falsa. I suoi sicari sono l’Agenzia delle Entrate, l’INPS, la Polizia Locale, ma anche quell’infiltrato del tuo vicino di casa, che sostiene che fai andare la lavatrice di notte e di trovare ciocche dei tuoi capelli nel suo giardino.., O peggio ancora, la Compagnia di Telecomunicazioni che da un loculo tunisino, approfittando di un tuo momento défaillance, o di depressione, è riuscita magicamente a rifilarti nell’ordine: modem, smart-box-sticazzi, abbonamento a pay-tv a tradimento e contratto di expertise and maintenance (de che?! – parte l’attacco isterico…) da pagare in 400 comode rate, incluso il servizio di consegna dell’elenco telefonico (quello della SIP, ve lo ricordate?), i cui ultimi esemplari trovati in fondo a un armadio li hai gettati in un falò l’epifania di almeno otto anni fa. E dopo che ti sei finalmente deciso a cambiare operatore telefonico, ti massacra di fatture, solleciti e lettere minatorie di un’agenzia di recupero crediti, finché devi scegliere se aprire un mutuo o pagare un avvocato.

Non sto esagerando, mio padre è andato avanti così per due anni, prima di essere internato. Una vera persecuzione. Ancora adesso, in istituto, quando sente la voce di Mina alla tv del soggiorno, nell’ora d’aria, gli prendono le convulsioni…

Insomma, tiro fuori la mano dalla cassetta delle lettere senza un graffio, ma fra le dita stringo una cartolina postale che, ahimè, non riporta la foto di una spiaggia tropicale in una cornice a forma di cuore, ma una casellina spuntata in fretta, data e firma illeggibili.

Quando finalmente entro in possesso della raccomandata, leggo qualcosa del genere: “Gentile cliente, nel controllare la sua pratica di mancata prosecuzione della polizza assicurativa con la Compagnia tal dei tali sul veicolo targato… ed alla cessazione del contratto di fornitura di servizi con la nostra Società, ci siamo avveduti che non ha ancora provveduto all’obbligazione contrattualmente assunta di restituzione dell’apparato satellitare di nostra proprietà.”

Premesso che tecnicamente non sono più un loro cliente, e che consapevolmente non ho assunto un bel niente, né sarei in grado di smontare la scatola nera che qualcuno ha installato sulla mia auto e inviarla a un indirizzo sconosciuto, nel resto della raccomandata trovo precise indicazioni per pagare una mora e avviare la procedura di disinstallazione dell’aggeggio satellitare presso un loro centro autorizzato.

Mi torna in mente il sorriso del giovane elettrauto caloroso e qualcosa mi dice che è giunto il momento di pagarlo. Hanno semplicemente aspettato che maturassero i tempi per presentarmi il conto. “Qualora non procedesse alla disinstallazione, – chiosa borbonicamente la missiva, – la Società si riserva di procedere con ulteriori azioni a tutela della propria proprietà della scrivente con le misure e nelle sedi ritenute idonee”. Ma andassero affan’…

In un mondo ideale il Gentile cliente, alla scadenza di un contratto, si vedrebbe recapitare una lettera di promemoria, un’email, un messaggio. In un mondo ideale non si aspetta un anno per coglierlo in flagrante e bacchettarlo sulle dita.

Avrebbero potuto far suonare il dispositivo satellitare; possibile che in un simile concentrato di tecnologia non sia stata prevista una sveglia? Beep-beep! E’ ora di rispedirmi sul pianeta Ork, dal quale provengo! Rigorosamente con la voce registrata di Robin Williams.

Oppure avrebbero potuto farmi chiamare da Signorina 118 o, se lei si occupa solo delle emergenze, da un operatore qualsiasi chiuso in un loculo qualsiasi sparso sulle coste del Mediterraneo.

Nel mondo reale, invece, il Gentile cliente, se non sta attento, è solo un pollo da spennare.

Nel mondo reale, stranamente, il Cliente è gentile a prescindere, anche quando non è più un cliente. Quello di Gentile cliente è un titolo a vita, come per i senatori, solo che ai Gentili clienti non viene in tasca nulla, anzi.

Gentile cliente un cazzo, penso, mentre vado in posta a pagare.

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[P.B., 11/4/2021]

Sono piaciute

– Cosa?

– Le donne.

– Quali donne, scusa, sii un po’ più preciso…

– Tutte.

– Tutte?

– Sì, tutte le donne del mondo.

– Ah…, vorrei ben dire!

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Un mio brevissimo racconto è risultato 2° classificato ex aequo al IX TROFEO GATTICESE DELLE ARTI, Sezione C – Racconti

Io molto contento! :-)))

P.

Matilda

Un esercizio letterario (forse)

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Giorni fa ho ricevuto una proposta via email. Una sorta di gioco creativo, almeno così credo. Mi è stata inviata la descrizione di una giovane donna, invitandomi a trovarle un nome e ad associarle un luogo, una città, entrambi rigorosamente italiani.

Dopo una timida domanda, la cui risposta è stata alquanto vaga, ho preferito non indagare oltre sulle reali motivazioni sottese a detta richiesta. Marketing, copywriting, analisi socio-psico-attitudinali…, una qualche forma di indagine di mercato, magari affidata agli algoritmi impersonali e perversi di un cervellone elettronico operante worldwide, dotato di un traduttore multilingue avanzato e, tutto sommato, forbito… Ho anche pensato a una ricerca finalizzata allo sviluppo di un gioco in scatola. Magari, invece, l’autore dell’email, tale Michel, non è affatto un’intelligenza artificiale con voce robotica e impersonale, bensì uno scrittore straniero in cerca di un piccolo aiuto per caratterizzare un personaggio, italiano, da inserire nel suo ultimo romanzo. O uno sceneggiatore… Chissà.

Provare a rispondere a questa domanda è stata forse la cosa più intrigante dell’intera vicenda. E per ora preferisco tenermi buona una delle ultime ipotesi.

Dopo un po’ di tempo, quindi, ho riletto la descrizione trasmessami, non una delle tante spedite urbi et orbi a scopo scientifico o commerciale in cerca di big data, ma la sola, l’unica, vera descrizione corrispondente all’atto immaginifico e creativo in grado di dare luce ad un nuovo personaggio letterario, e ho deciso di farne motivo di ispirazione per un pezzo. Mi sono messo al “lavoro”, tenendo bene a mente le indicazioni impartitemi da Michel:

Dovresti dunque accostare al personaggio un nome italiano e una città italiana, e tratteggiare con parole l’intero percorso percettivo che ti ha indotto a fare quelle determinate scelte. Nome e città devono suscitare in te quelle immagini con cui io ho presentato la figura della ragazza.

Ecco a voi, quindi, la giovane donna di Michel.

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Giovane donna

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I suoi movimenti sono larghi, maestosi, affascinanti, ma anche eleganti e femminili.

La chioma fluente è color rame, naturalmente ondulata.

Ha un volto seducente in cui ogni tratto rivela una grazia particolare: la squisitezza dei lineamenti, la massa dei capelli ramati, le labbra di corallo piene, fresche e struggenti, gli occhi cerulei penetranti ed espressivi, la maestà comunicativa dell’espressione, il mento solcato da una deliziosa fossetta la fanno sembrare una qualche musa dei Preraffaelliti. Incantevole come un ideale artistico di bellezza, ha l’aria languida e grave, la bellezza affascinante e ipnotica che hanno le fanciulle ritratte dai grandi maestri della pittura.

Gli occhi sono larghi, lucenti. Il gesto misurato e importante. La pelle fine e setosa è d’un biancore così puro e luminoso che potrebbe contendere col candore del giglio, appare levigata come quella di una statua di Michelangelo, e la fanciulla sembra contemporaneamente opulenta e delicata.

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Ed ecco cosa la mia misera-mente (dotata di ben poca fantasia), con il provvidenziale aiuto di un’evocativa immagine di Eletta Senso, è stata in grado di generare.

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Matilda

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Esplodi in me

macchia rossa che s’allarga

invadendo l’occhio

poi ombra diffusa

profumo

danza di primavera.

Sei giovinezza che torna

che percuote le vene

o solo il ricordo – ché più non distinguo

immagine da carne viva

che fu canto

seta tra le dita.

Chi sei, Matilda?

Perché non parli?

Le tue labbra

sono dune offerte alla luna

melograno squarciato

incavo della coscienza

impronta divina del peccato.

Nella mia bocca

il tuo rame si fonde

nell’incedere irrisolto

della cecità del senso.

Ed io esisto

appena più indietro

fra la tua nuca

e i sassi di Bomarzo

in uno spasmo lacuale

dissanguato pensiero

del tuo ultimo sospiro.

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[P.B., 10/10/2020, con buona pace di Michel]

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Immagine di copertina: Rielaborazione grafica di Eletta Senso

Next

Voglio una parola sola, anche una sola lettera.
Per me, per sapere che ti manco.
Per non immaginarlo soltanto, di mancarti.
Voglio mancarti il sabato e la domenica.
Quando vivi la vita vera e non c’è tempo per le parole.
Che poi, se anche fosse, sarebbe una sveltina.
Mi piacciono le sveltine che ci facciamo in settimana, quelle fatte di ciao come stai.
Mi piacciono, certo. Sono coccole per dirci che ci siamo.
Ma non mi bastano più.
Oggi vorrei che mi scrivessi Guerra e Pace, solo per il numero di pagine.
Non me lo scrivi, no?
Va bene, fa lo stesso. Va bene la sveltina.
Vengo io da te, in vespa naturalmente.
Arrivo, ti citofono e tu scendi.
Solo pochi versi, li scrivo io.
Tu li leggi mi sorridi e mi dici che son matta.
Non saranno ermetici, saranno versi chiarissimi.
Nessuna metafora. Nessuna similitudine.
Nessun ossimoro. Nessun enjambement.
Nessuna rima.
No endecasillabi, no settenari.
Nemmeno monosillabi.
Un verso unico.
Un trionfo.
La ‘next poetry’.
Lo scrivo grande per riempire il foglio.
Centrato.
Te lo declamo ad alta voce, te lo grido.
Perché so che potrebbe piacerti la mia voce e so che ti piaccio quando bado al sodo.

S C O P A M I

Ti è piaciuto?
Ammettilo, per scrivere certe cose trai ispirazione dalle tue ex, vero?
Ecco io sono ‘next’.
E adesso scopiamo.

Seni

La pudicizia (seni) - A. Corradini

“La pudicizia”, Corradini – web

Non sono uguali. Ma ugualmente belli. Uno più sodo e gonfio, il primo, il preferito. L’altro, non più piccolo, ma alleggerito, la pelle morbida che s’incurva appena; giovane e fresca, non fa una grinza. Ho il sospetto che con quello senta di più. In quei giorni, invece, l’altro è teso come un tamburo, è un campanello d’allarme, duole solo a sfiorarlo. Sono belli. Gliel’ha detto anche il dottore. Le ha fatto i complimenti: perfetti, ha detto; ha usato proprio quella parola. E se ne intende lui, ne vede tanti. Sono belli e importanti, in quella figura di bambola e bambina. Li amo. Amo quelle due capocchie rosse e la crusca che le contorna. Amo quelle forme diverse e la loro pelle opalina. Amo il respiro che le anima. Amo quell’asimmetria: all’inizio non l’avevo nemmeno scorta, complice un artificio di spugna. E’ stata lei a rivelarmela, una specie di anticipata confessione. Poi il desiderio, la confidenza. Mi manca. Tutto. Mi manca tutto di lei. La più piccola imperfezione, la più piccola anomalia. Ciò che la rendeva unica. Ciò che la rendeva mia.

Mani

 

Ratto di Proserpina - Bernini - Mani

“Il ratto di Proserpina”, Bernini – web

Quella cosa delle mani. Strano, mi viene in mente solo adesso, quando è tutto finito. Certe cose la nostra mente ce le propone solo nel poi. In realtà credo che tornino, risalgano in superficie. Perché son sempre state lì, dall’inizio. Dal primo giorno, dalla prima volta. La prima volta che l’hai sfiorata, l’hai toccata, l’hai fatta godere. Lei che a un tratto apre gli occhi e sussurra una frase, una domanda. “Che mani hai?” Tu che ti fermi e la guardi stupito. Rimani così per un momento, interdetto, cercando qualcosa da dire. La battuta pronta non ce l’hai, così t’interroghi sul senso. Che mani hai? Che razza di domanda è? Fai a tempo a pensare che le tue mani, le tue dita affusolate non hanno proprio niente che non va. Qualcuno te le ha pure ammirate, te le ha invidiate. Vorresti alzarne una e contemplarla insieme a lei, proprio in questo momento. Ecco, adesso la sfili dalle sue mutandine, aspetti che lei apra gli occhi e gliela fai vedere, le dita divaricate, mentre la giri: prima il palmo, poi il dorso. Le mie mani? Cos’hanno che non va le mie mani? Le chiedi. Che difetto ci trovi? Ma non lo fai, non è così che vanno le cose. Il richiamo della sua pelle, sempre più attraente, del suo respiro, sempre più esigente. Così metti via il pensiero e ti immergi di nuovo anche tu. Anche se in un angolo da qualche parte nella tua scatola cranica s’annida una piccola bolla d’aria. Lei è lì con te, sta godendo, eppure in quello stesso momento ti sta misurando, ti sta confrontando. Con chi? Ricacci il pensiero e continui. Non è un problema, non è successo niente, ti dici. Più vai avanti e più non senti niente. Una bolla molto più grande, umida e calda, in grado di contenere il tuo corpo e quello di lei insieme, un’aura avvolgente ti isola, ti solleva, ti permea dell’assordante fruscio della sua bambagia. Sei solo battito e respiro ora. E lei con te. “Non sono mani da uomo”. La sua voce, di nuovo, in un mugolio. Poi ancora, appena più salda: “Non hai nemmeno un callo. Sono lisce…”. Ora apri gli occhi e la fissi. Lei schiude appena le palpebre e le serra subito dopo, come per non vederti. Tu le accarezzi le natiche accennando un timido buffetto, le serri un seno senza convinzione, con l’altra mano lasci andare i capelli e la stringi appena sotto la nuca. Infine ti fermi, indeciso sul da farsi. Un timore reverenziale ti impedisce di posare di nuovo le dita sul suo sesso. La sua di mano, però, non si ferma. Anzi, prende a muovere con più forza. Ti chiama. Allora ti insinui di nuovo nel suo umore, aumentato, espanso, che accogli e lasci dilagare dentro te. La baci, le mordi le labbra, il collo. Lei geme per la paura di non riuscire a trattenersi, di non trattenere il piacere che le dà essere amata da un uomo e una donna simultaneamente. Infine ti ferma, si ferma, respira. E ti chiede: “Adesso cosa vuoi fare?”

[P.B., 29/5/2016]