Gioielli Rubati 62: Chiara – Alessandra Solina – Franco Bonvini – Shira Shaman – Paolo Beretta – Charles Reznikoff – LaPoetessaRossa – Maria Allo.

almerighi

ATOMOI

Ho letto Kant
“il cielo stellato sopra di me
la legge morale
dentro di”…te
e poi c’era Hegel,
causa finale
ma non efficiente,
perché è diverso, diceva,
e per capire bisogna sapere
cosa accade dopo
di me che divento
altro da (te)
e che ritorno dentro di me
e poi…? E poi vaffanculo,
infatti non era nemmeno così.
Abbiamo solo mescolato i semi
delle anime, anime nostre
e non siamo lo Sfero
e nemmeno il Nous.
Siamo solo a-tomoi,
indivisibilmente democritei
in un mondo chiamato
Iperuranio.

di Chiara, qui:
https://viaggiraccontiscrittura.wordpress.com/2019/10/15/atomoi/

*

La vida es sueño

Rotolo tra le stoffe d’Oriente
per un filo d’oro che sa di lontananza.
Il mercante fiuta le donne
e vende loro damascati e sogni.
Mi stufo facilmente delle sue ciarle,
voglio conoscere le sete col mero tatto.
La mano mi svelerà il loro viaggio:
onde delicate e marosi turbolenti,
spose lasciate sull’altare
e uomini…

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Finzioni di poesia

Giorgio Montanari

2018, Bertoni Editore

Ho ricevuto copia di questo libro di poesie direttamente dall’autore con la richiesta di leggerlo e scriverne un commento. Nello spirito di reciproca lettura e scambio che contraddistingue spazi come questo, ho deciso di riportare qualche estratto e alcune mie note, esprimendo così, in modo squisitamente personale e in tutta onestà, quanto suscitatomi dalla lettura del suo lavoro.

La poesia raccolta in questo libro mi suona giovane, acerba. A tratti ruvida, sproporzionata, naif. Forse ancora prigioniera di un’estetica e una musicalità che sembrano in via di definizione.
Eppure c’è qualcosa di familiare in tutto questo, qualcosa che mi avvicina all’autore e mi fa dire che sì, ci sono passato anch’io (anche se non ho idea di dove mi trovi in questo momento). Io che prima di tutto non sono un letterato, un addetto ai lavori, un appartenete alla cosiddetta Patria Letteratura. Io che pronuncio la parola “poesia” con paura di compiere una profanazione. Ma in questo Giorgio Montanari è estremamente onesto, fin dall’inizio.

Fingendo La Poesia

Ti ho autorizzato
a sbirciare
fra gli scritti di una vita.

Mi rincuora l’idea
di offrirti un’emozione.
Mi inquieta
avere esposto
a sconosciuti
pagine salvate negli anni,
figlie di pensieri fragili,
frutto di istanti di ispirazione.

Non è facile dipingere
per chi, a fatica, distingue i colori.
È molto arduo cantare
per chi non riconosce le note.

Da bambino
mi è stato insegnato che
i libri non si buttano mai via.
Se anche tu
avessi ricevuto questa indicazione
ti avrei donato l’eternità.

Scrivere è una forma di sensibilità,
è un gioco serio, profondo:
mostrarsi oltre gli ingranaggi
in un imprevedibile equilibrio
dove l’innocenza segue l’esperienza.

Ecco perché,
conscio dei miei limiti,
sto fingendo la poesia.

La tavolozza è semplice, non ha pretese di incantare. Su questo l’autore non finge affatto, non prende in giro nessuno. Entra nella sfera d’attenzione e nel vissuto del lettore usando i mezzi che ha a disposizione, parlandogli direttamente, evocando immagini e archetipi essenziali, a volte abusati. Sinceri, questo sì, si avverte.

Ma il senso di vicinanza cui alludevo non riguarda solo la forma. Ciò che ho rivisto nei versi di Giorgio Montanari è il giovane uomo che si misura con la vita, giorno per giorno. Fronteggiando i primi scogli, i primi naufragi, le prime grandi disillusioni. Annotando sulla pagina di un diario rivelazioni e interrogativi che tutti prima o poi in qualche modo affrontiamo.
Ciò che ne risulta è quella che definirei poetica “dell’alfa e dell’omega”. Versi che affrontano il ciclo e la parabola della vita traendone il ben noto senso di impotenza e annichilimento.

Albero Della Vita

Sono nato grazie al seme
che la terra ha fecondato
custodendone l’affetto:

ogni giorno, mentre vivo,
solidifico radici
di legami familiari.

Il vigore sta nel tronco
che, robusto a sufficienza,
mi fa crescere leale.

Elevandosi al cielo
braccia magre quanto rami
si aggrappano ai sogni.

La foresta di persone
con frenetici rituali
copre estese superfici.

Gli anelli del mio corpo
sono rughe circolari
consapevoli del tempo.

Foglie a terra, ingiallite,
resistendo alle stagioni,
ritrarranno la saggezza.

Domande sull’origine, il destino, l’unicità dell’individuo permeano l’intera raccolta.

[…]

Ora che le parole hanno smesso di rimare
nel cuore vedo nascere l’ombra.
Il crepuscolo esplode nella mia mente
e sento ogni istante infinito.
Dilatato, il respiro
si perde in sfide e ambizioni.
Crolla ogni scia ricoperta
d’oro e resta una pietra:
la pietra tombale.

Credo che con questo libro Giorgio Montanari ci stia dando appuntamento al giorno, non troppo lontano, in cui potremo avvertire il sapore del legno invecchiato in cui il suo animo oggi ancora si dibatte impaziente.

Disoccupazione Della Creatività

Gli istanti sono gocce di un temporale
nella penombra di questa stanza:
qui la luce è artificiale
ed è astratto quello che sento.

Il rischio della scelta; le conseguenze
del giudizio cambiano a seconda del tono
con cui si esprime il giudizio.

Persone che osservano
altre persone sul palco di un teatro;
uno spettacolo di luci e suoni,
artificiali, astratti.

Spreco ore digitando la stessa password
e fingo la poesia su un foglio di carta.

Sono giorni di passaggio,
sogno giorni di stima.

La pioggia dei minuti
lava via la musa
trascinando la mia statua
verso la solita password
nel chiaroscuro di questa stanza.

Giornalismo

Una bolla mi conduce
verso una passione piena di Grazia.
Benedetti e Amati furono quei tentativi
da quando tutto nacque per caso.

L’abbonamento a una rivista che nessuno leggerà.

Un dono che ricambia un favore.
Continuare a giocare sperando
che agli altri piaccia.
Con i miei ritmi.

Per chi volesse leggere e approfondire il lavoro di Giorgio Montanari: http://www.giorgiomontanari.it/poesia/

Finzioni di poesia

“Finzioni di poesia” – Copertina e note biografiche dell’autore

Perché mi manchi

lei

G.H. Breitner, “Girl in white kimono”, 1893 – web

 

È semplice. È che ho voglia di te. Cosa c’è di strano? Ho voglia di parole, quelle tue che mi scrivi come solo tu sai fare. Mi mancano. Mi manca quando mi racconti le storie degli altri, che poi sono la mia e la tua, anche se cambi i nomi, anche se non ci conosciamo. Che poi nemmeno adesso ci conosciamo davvero. Chi sei? Chi sono? Chi siamo? Noi esistiamo. Come quel brivido quando una notifica mi dice che sotto il cielo vispo c’è qualcosa di nuovo. Che mi dice che esisti. Ma adesso tu non ci sei. Sei lontano, in Giappone a caccia di giovinetti imberbi, a spiare da dietro le tende ragazzine con la gonnellina corta scozzese, i calzini e la cravatta. Mi vuoi così? O mi preferisci geisha, per la cerimonia del te? Per te. Dai portami a Tokio, in un love hotel, e poi ci salutiamo alla fermata della metro… “Addio Watanabe”. Ho comprato una cassetta di arance e le ho tirate contro il muro. L’ultima rimasta me la sono mangiata, ho tolto la buccia e ho affondato i denti nella polpa. Era dolcissima. Avevo le labbra rosse di succo. Banale pensare di affondare i miei denti nella tua carne, per poi leccarti le ferite. So cosa ti piace. La vita a morsi. E io sono così affamata. A volte quando sono così, così insoddisfatta, così capricciosa, così volubile vorrei lasciarti. Scriverti qualcosa tipo “Questa è l’ultima volta, brutto stronzo”. Ma non posso farlo. Non sono la tua ragazza. Non posso nemmeno lasciarti. Sono condannata dentro questo limbo di parole, che ti entreranno dentro, ti accarezzeranno, seguiranno il profilo di tutti i tuoi desideri, quelli che tu chiami supplizio, perché noi esistiamo. Ma le parole vivono per noi. Dannazione eterna la scrittura. Vorrei essere un’analfabeta dell’amore, potresti essere il mio maestro. E sarebbe una storia già scritta. Una storia con l’ultima pagina. Quella che noi non scriveremo mai.

[Lei, 9/1/2019]

5

Esattamente cinque anni fa aprivo questo blog (l’orologio del sistema, qui, non ha esitato a ricordarmelo). Allora non sapevo cosa significasse avere un blog e ancora oggi sto cercando di capirlo.
Posso dire che in questi anni ho conosciuto tante persone. Le ho conosciute attraverso pagine scritte, immagini, pensieri, commenti. E non solo.
Posso dire di aver conosciuto qualcosa in più di me stesso.
E tutto questo mi piace molto.
E c’è ancora molto da dire e da scoprire, ne sono certo.

Ringrazio quindi tutti Voi per ciò che mi offrite ogni giorno e l’attenzione che mi dedicate.

Per festeggiare – se mi è consentito dire così, oggi pubblicherò non una, ma ben due puntate del mio ultimo racconto, [O] (del titolo mi sa che parleremo). Sono le ultime. Il viaggio finisce qui (ma non ne sono così sicuro…). Devo ammettere che mi è piaciuto molto farlo.
Ringrazio chi mi ha letto e chi mi ha anche dato un suo spassionato parere, o mosso una critica sincera, cose per me assai importanti.
E ringrazio anche Robert e June per essermi venuti a trovare. Incontri cosi non capitano mica tutti i giorni.

A Voi.
Buon Ferragosto.
Paolo